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Università delle tensioni

A poche ore dal voto definitivo sul ddl Gelmini, mentre la battaglia in Aula registra la 63sima e la 64sima sconfitta sugli emendamenti dal Pd, Api e da Fli, i primi ad essere insofferenti della possibile riforma dell’Università sono i romani. Dalla prima mattina il centro è bloccato al traffico e nelle zone limitrofe al Parlamento è impedito persino il passaggio a piedi. Contemporaneamente cortei e tensioni in tutta Italia.

“Buongiorno, mi scusi dovrei passare” chiedo gentilmente al poliziotto che è posto tra i due blindati azzurri e bianchi della Polizia che bloccano strada e marciapiede. “Dove dovrebbe andare?” risponde l’agente che poi aggiunge che non si può passare. “Io lavoro vicino a Palazzo Colonna” obietto. “Allora nulla da fare, lì non è possibile arrivare” chiude il discorso il poliziotto. Non è un dialogo surreale ma uno dei tanti che il poliziotto di turno avrà dovuto fare con i tanti passanti e turisti che, sotto la pioggia, per diversi motivi volevano fare una passeggiata o raggiungere i proprio luogo di lavoro. Turisti e romani non studenti ovviamente.

È vero che c’è una strana aria oggi a Roma e si respira davvero molta tensione. La gestione dell’ordine pubblico dovrà essere garantita con molta cautela, raccomanda il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: “speriamo che sia governata bene perché c’è tensione in giro. Franceschini è andato a parlare con Maroni e ha raccomandato tutta l’attenzione necessaria”.

“Mi pare che nella stragrande maggioranza studenti e ricercatori si sono mossi in modo pacifico. Ha impressionato la città militarizzata, mai vista Roma così, e se si è arrivati a questa tensione è per irresponsabilità del governo che ha perso la testa e la presa sui problemi del paese”.

“Il Pd – ha concluso Bersani – continuerà con la protesta e la proposta e la manifestazione dell’11 sarà il luogo in cui si riprende il tema per tutto il sistema del sapere che, caso unico al mondo, è stato calpestato dal governo”.

La stessa tensione si respira anche dentro palazzo Montecitorio. Il governo ha appena subito la sua 63sima sconfitta dopo che le opposizioni hanno fatto approvare un emendamento proposto dall’On.le Granata sugli assegni di ricerca. E in chiusura arriva la 64sima sconfitta quando l’Aula ha approvato tre emendamenti identici di Fli, Api e Pd all’articolo 25 del ddl con 283 voti favorevoli e 261 contrari. Tensioni ancora maggiori si registrano in tutta Italia.

A Bologna gli studenti hanno bloccato l’autostrada A14, a Bari occupato il teatro Petruzzelli, a Palermo bloccato i varchi per accedere al porto, a Milano occupato i binari della stazione Greco, a Torino bloccato l’accesso alla Tangenziale. Diverse stazioni dei treni vengono occupate in tutto il Belpaese. Che la protesta stia avanzando con grande forza se ne accorgono tutti tranne il ministro Gelmini che continua nella sua crociata per liberare Gerusalemme dai baroni. Perfino Bossi capisce della gravità della situazione se arriva ad ammettere che “gli studenti hanno un po’ ragione”.

“Una maggioranza che, a tempo scaduto, vuole approvare una riforma di tagli sbaglia, e trovera’ la nostra opposizione”. Così Dario Franceschini, Presidente dei deputati del Pd ha rinnovato le sue critiche al governo sul ddl università. “Una maggioranza, anche quando ha i numeri per fare le riforme, dovrebbe ascoltare. Quelli che protestano sono i nostri ragazzi, i nostri cervelli, che difendono la loro università”.

Per Anna Finocchiaro, Presidente dei senatori del Pd “il giudizio sulla riforma Gelmini è negativo ed è noto. Questa è una riforma che nasce dai tagli che sono stati operati all’Università e alla ricerca. Ma voglio aggiungere che chi vuole governare il Paese e non soltanto comandare come pare stiano facendo il Presidente Berlusconi e il ministro Gelmini dovrebbe ascoltare e tenere conto che il Paese si sta rivoltando contro queste norme: ormai ci sono manifestazioni di studenti, di ricercatori, di docenti in tutta Italia che durano da giorni e che oggi vedranno un’ulteriore giornata di proteste. Il Governo doveva interloquire con la protesta e provare ad ascoltare. Anche per questo trovo che militarizzare il centro di Roma oggi non sia un segnale di ascolto e di dialogo ma l’ennesima chiusura e forzatura che trovo sinceramente assurda”.

“Capisco che abbiano paura. D’altronde, per chi è circondato da chi dice sempre e solo “sì'”, vedere da vicino tanti italiani delusi e arrabbiati per le scelte (poche e sbagliate) del governo deve essere insopportabile. Ma il panico del Governo per la sfiducia degli italiani non può tenere in ostaggio un’intera città, soprattutto se si tratta della Capitale. E’ ridicolo e drammatico insieme vedere le strade del centro chiuse persino ai pedoni, per la paura di un governo chiuso in palazzi che si vorrebbero isolati dal mondo. Non lo meritano i romani; non lo meritano gli studenti e i ricercatori che stanno pacificamente manifestando per il proprio futuro e per quello del paese; non lo meritano le istituzioni, che dall’ascolto dei cittadini hanno solo da imparare, non certo da temere”. E’ quanto dichiara Federica Mogherini, deputata PD e Segretario della Commissione Difesa della Camera dei Deputati.

“In un Parlamento assediato dalle forze dell’ordine e circondato dal deserto, il Governo manda in scena l’ultimo tentativo disperato di far passare il ddl Gelmini, del quale sono venuti allo scoperto tutti i limiti e tutte le mancanze”. Lo ha dichiarato Pina Picierno, parlamentare Pd.
“Mentre i ricercatori e gli studenti occupano i tetti, le piazze e le strade, mentre a Roma – ha proseguito Picierno – viene impedito a migliaia di ragazzi di raggiungere piazza Montecitorio per un sit-in autorizzato, il Governo viene battuto sul voto a un emendamento. Più che di una riforma epocale, si tratta di uno spiaggiamento epocale: quello di un Governo ormai incapace di portare avanti i propri progetti, costretto a intestardirsi nella propaganda a cui ormai il Paese non crede più. Si consenta almeno ai manifestanti di portare a termine pacificamente le proprie proteste per le strade di Roma, evitando di alimentare la tensione.”

A.Dra

www.partitodemocratico.it

Università, Pd: Fli sia coerente e voti emendamenti Pd per reclutamento ricercatori

Ghizzoni: è 63esima volta che il governo viene battuto alla Camera. “E’ alla 63esima volta che il governo viene battuto dall’inizio della legislatura. Adesso da Fli ci attendiamo un gesto di coerenza su quei nostri emendamenti fondamentali per modificare l’impianto della riforma e che richiedono oneri di spesa come il reclutamento di nuove forze per l’università (cioè i precari), i recuperi degli scatti stipendiali ,il reclutamento straordinario di ricercatori a tempo determinato. Insomma, su tutte quelle norme che servono a dare risposte vere alle attese di coloro i quali hanno i titoli di entrare nelle università ma ne sono tenuti fuori, e a coloro che già vi lavorano e vogliono proseguire legittimamente nelle loro carriere che gli vengono però sbarrate dal blocco del turn over e dall’assenza di risorse”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.

"Nuovo crollo a Pompei cede la Casa del moralista", di Stella Cervasio

Ancora un crollo a Pompei sulla direttrice degli ultimi sedimenti. A cedere è il muro perimetrale della “Casa del moralista” chiusa al pubblico da sempre e situata a 20 metri dall’edificio crollato circa un mese fa su Via dell’Abbondanza. Il crollo riguarda un muro di fondo della casa che faceva da contenimento al peristilio, al giardino della domus. Sono caduti sei-sette metri di materiale “incerto”, fortunatamente di scarso valore, formato solo da tufo e calcare.

Recentemente erano stati eseguiti dei lavori al terrapieno retrostante la domus, che è inzuppato d’acqua. Gli interventi voluti dall’ultimo commissario Marcello Fiori, braccio destro di Guido Bertolaso, nella cosiddetta area dei ‘nuovi scavi’ sono stati effettuati con delle ruspe. Un sistema non usuale per gli scavi che forse, complice la pioggia incessante degli ultimi giorni potrebbe aver contribuito al cedimento di oggi.

A nulla è valso l’intervento di ‘ingegneria naturalista’ predisposto dalla biologa Annamaria Ciarallo che aveva transennato l’area con piante di rosmarino le cui radici hanno la capacità di trattenere il terreno.
Proprio oggi a Pompei sono arrivati i carabinieri per una perquisizione. Sequestrato il registro dei custodi, il libro dove tutti i custodi sono tenuti a segnalare le possibili irregolarità

La Casa del moralista fu scoperta nel 1915-16, da Vittorio Spinazzola direttore degli scavi fino agli anni ’20

da repubblica.it

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Pompei. Bossa, sconcerto per il nuovo crollo mentre Bondi fa finta di nulla

“Non ci sono parole per descrivere lo sconcerto per quello che sta avvenendo negli scavi archeologici di Pompei”. Lo dichiara Luisa Bossa, deputata del Pd, ex sindaco di Ercolano.
“Un nuovo crollo – dice Bossa – nella stessa area della Casa dei Gladiatori. Questa volta è toccato alla Casa del moralista, situata a 20 metri dall’edificio crollato circa un mese fa. Sono caduti sette metri di muro, per fortuna di non grandissimo valore. Ma è l’ennesima dimostrazione di quali siano le reali condizioni di quella che è una delle aree archeologiche più importanti al mondo. Pompei crolla mentre il Governo non assume alcuna iniziativa: non c’è un euro nella Finanziaria appena votata alla Camera. Non c’è l’ombra di una iniziativa. Il Ministro Bondi fa finta di nulla e nega qualunque responsabilità. Ma non ci dice perché a Pompei sta succedendo tutto questo, di chi è la colpa e cosa si sta facendo per evitarlo. L’auspicio – conclude Bossa –, a questo punto, è che il prossimo reperto archeologico a crollare sia il Governo, in modo da salvare quel che resta del patrimonio culturale del nostro Paese”.

Una settimana decisiva

Mentre l’eco mondiale dell’incapacità del Berlusconi politico fa il giro del mondo grazie ai documenti resi noti da Wikileaks, la settimana politica italiana si preannuncia decisiva per le sorti del governo. Alle strette con la riforma dell’Università, con la sfiducia al ministro Bondi e con la copertura di 100 miliardi per le Regioni nella riforma federalista, l’esecutivo potrebbe non reggere nonostante gli ultimi colpi di coda del premier.

Oggi sarà il giorno del voto sul ddl Gelmini per la riforma dell’Università. Se da un lato la riforma è necessaria, dall’altro la privatizzazione che la Gelmini propone va nella direzione opposta al miglioramento dell’Università. Dalle pagine de Il Messaggero, Marco Meloni, responsabile Università e Ricerca del Pd fa notare come “la legge Gelmini mette molte regole su tutto ciò che riguarda la governance degli atenei, che vengono oppressi da un iper controllo del ministero. Invece su punti dove andavano messe norme certe la riforma è vaga. Per la valutazione si dice che i meritevoli otterranno più soldi, ma senza dire come. Il Pd aveva messo sul piatto delle idee concrete su come fare, ma non siamo stati ascoltati. E per quanto riguarda la tenure track, la nuova formula di reclutamento a termine dei ricercatori, noi avevamo fatto una proposta per fare in modo che i migliori potessero salire in cattedra entro i 32-35 anni: un unico contratto iniziale al posto dei vari assegni e borse di ricerca per 4 anni. Poi era previsto un contratto di 3 anni e dopo la possibilità di diventare docenti. Ma con la certezza, da subito, delle risorse per assumere professori. La ministra, invece, propone contratti a termine 3+2+3 senza eliminare la galassia dei contratti precari e non mette garanzie sulla successiva assunzione”.

Insomma per il Pd è necessaria sì una riforma ma che questa sia “vera ed efficace”. Per questo sarebbe molto più ragionevole “sospendere l’esame della legge e tornare a discutere per averne una migliore”. Meloni smentisce il ministro Gelmini sul fatto che l’opposizione soffia sul fuoco della protesta. “La verità è che per evidenziare i problemi bisogna salire sui tetti in questo paese. Ricercatori e studenti stanno cercando un dialogo, se davvero vuole una riforma che duri si fermi e si confronti su temi che per noi sono fondamentali come il diritto allo studio, la governance, il reclutamento”.

La discussione prolungata sull’università ha fatto slittare la mozione di sfiducia presentata dal PD sul ministro Bondi. Il dibattito riprenderà proprio questa settimana e verrà al nodo l’attuale gestione della Cultura. Non sono in gioco solo i disservizi e lo stato di abbandono che ha portato ai crolli degli scavi di Pompei e i favori clientelari che hanno portato ad assunzioni “familiari” nel ministero dei Beni culturali a fare suonare l’allarme sull’attività di Bondi. I continui tagli alla Cultura a fronte degli scarsi investimenti (esattamente il contrario di quanto dovrebbe accadere in periodi di crisi economica e sociale internazionale) pongono Bondi sul banco dei colpevoli per non aver saputo opporsi alle direttive di Berlusconi, alle sue politiche ad personam, ai suoi continui spot elettorali e alle promesse mai mantenute. Nell’idea generale della premiata ditta Pdl-Lega la Cultura non paga e non fa aumentare il consenso.

Saranno giornate della verità anche per il federalismo. Occorrerà decidere come garantire alle regioni la copertura dei circa 100 miliardi di spese necessarie per erogare i servizi regionali. Anche per i comuni dovrà essere presa una decisione senza la quale il federalismo è solo sulla carta: l’aliquota di equilibrio per la futura imposta comunale sul possesso degli immobili. Si ipotizza il 10 per mille, ma questa soglia non basta a coprire anche le spese per sostenere l’entrata in vigore della cedolare secca del 20 per cento sugli affitti (prevista ma che è ormai diventata a rischio, dato l’impatto sui conti. Come dire: un’altra promessa al vento fatta dal governo).

Sarà una settimana decisiva anche perché sarà tutto gestito da una persona “incapace, vanitoso e inefficace come leader europeo moderno…leader “fisicamente e politicamente debole” le cui “frequenti lunghe nottate e l’inclinazione ai party significano che non si riposa a sufficienza”.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

Sui tetti, in strada e nelle piazze. Oggi si vota la riforma Gelmini

Università in subbuglio Dilaga la protesta contro il testo del ministro dell’Istruzione. Montecitorio In Aula deputati al lavoro, fuori il sit-in di studenti, dottorandi e ricercatori.
Ettore Scola guarda verso le ragazze e i ragazzi seduti in terra, ascoltano attenti leggere dalla dichiarazione universale dei diritti, dalla Costituzione italiana, articolo 34, «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi ». «Vedi come sono attenti, – dice il regista – disponibili a comprendere e esercitare lo spirito critico. Dobbiamo fare qualcosa per loro». Lui è stato il primo a salire sul tetto di Fontanella Borghese con i ricercatori di architettura, perché: «La cultura è una sola, come una sola è l’ignoranza che ispira questo governo, che non vuole cittadini ma oziosi consumatori di Tv». Due scalette metalliche a pioli per inerpicarsi sul tetto, salgono e scendono teste canute e celebrità dello spettacolo: Nicola Piovani è circondato dalle telecamere: «Nei cd e nei lettori prodotti dall’industria c’è anche il contenuto di un poeta o di un musicista che magari non ha scritto pensando ai bilanci ». C’è Concita De Gregorio circondata dagli studenti. Arriva il direttore degli archivi di Stato, Eugenio Lo Sardo: «Abbiamo gli stessi problemi, dovrò chiudere almeno una delle nostre sedi perché manca il gasolio per il riscaldamento. A Sant’Ivo sono chiuse le sale di studio. Conserviamo i documenti dell’unificazione, non so come faranno a celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia». Giovanni Bachelet che è deputato ma anche professore di fisica, corre da un tetto all’altro, alla Sapienza. Suquello di Fisica sta per iniziare la lezione di Giorgio Parisi, che ha appena ricevuto la medaglia Max Planck per la fisica teorica. «Dei tre italiani che hanno avuto questo riconoscimento – ha detto riferendosi a Enrico Fermi e a Bruno Zumino – sono il primo italiano a lavorare in Italia». Poi si è detto preoccupato: «Dicono che hanno ridotto i tagli ma non si può essere contenti se invece di due dita te ne tagliano uno». All’Arco di Costantino c’è il blitz degli studenti di archeologia: «Crollano i monumenti, crolla l’università». Il bollettino delle occupazioni si aggiorna ogni minuto, a Pisa per la prima volta sono occupati i tre atenei. Al Cern di Ginevra la protesta deve scendere dal tetto, «è insicuro». Una mobilitazione che si moltiplica facoltà per facoltà perché ormai mancano 24 ore al temuto varo della «riforma epocale» che, spiega il prorettore della Sapienza Bartolomeo Azzaro «Ci costringe a chiudere corsi di eccellenza internazionale come astrofisica». Definanziamento significa meno professori e meno studenti, il taglio delle borse di studio colpisce i meno abbienti. «È una situazione che porterà in 5 anni al dimezzamento delle matricole e all’aumento delle tasse», così «saranno le università private a trarre vantaggio, del resto nulla vieta che i professori pagati dall’università pubblica siano anche ingaggiati, per molto meno, dagli atenei privati». A Firenze il rettore dissidente Alberto Tesi invita i professori a non fare lezione oggi, a causa dell’importanza della discussione in Aula per il destino dell’università. Il ministro Gelmini risponde a muso duro: «Quello del rettore di Firenze è un comportamento inqualificabile di chi vuole conservare i propri privilegi ». Ma sui privilegi degli altri rettori, che hanno ottenuto per l’università 800 milioni ma contro un taglio di un miliardo e 450 milioni, i ricercatori hanno molto da dire: «Con la nuova legge saranno eletti solo dagli ordinari, potranno restare in carica due anni in più. Potranno farsi rieleggere per 6 anni se si dimettono prima dell’entrata in vigore delle nuove norme». Questa mattina ricomincia la discussione del Ddl di cui sono stati già approvati 18 articoli. Montecitorio sarà assediata da studenti, dottorandi e ricercatori. Ma Fini ha detto: «Voteremo sì». Dalla Rete 29aprile è stata inviata una lettera al presidente della camera, gli ricordano che «l’invito del presidente Napolitano per un confronto con i ricercatori è andato inascoltato»; che «il relatore della legge al senato, Valditara, che è d Fli, dice che ricerca e istruzione non sono al centro della politica del governo»; e che Fli aveva annunciato che non avrebbe votato «provvedimenti senza copertura finanziaria ». Tutte cose per le quali dovrebbe spiegare «perché, allora, voterà questa legge».

L’Unità 30.11.10

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“Atenei, la riforma in Aula Alta tensione in tutta Italia”, di Flavia Amabile

Il rettore di Firenze: niente lezioni. Gelmini: difende i privilegi. Concorsi più severi Marcia indietro sull’emendamento della relatrice che «annacquava» la selezione
Sarà davvero oggi la giornata decisiva per la riforma universitaria? L’aula di Montecitorio riprenderà l’esame alle 10 dall’articolo 18 bis (in tutto sono 25) e dovrebbe arrivare al voto finale entro le 20. L’Assemblea deve ancora votare un centinaio di emendamenti, compresi quelli accantonati.

Prima della seduta, si riunirà il Comitato dei nove per mettere a punto la riformulazione di alcuni emendamenti. Il governo è corso ieri ai ripari sulle norme che prevedevano la sostituzione dei voti con dei giudizi e l’introduzione del tetto massimo sulle pubblicazioni nei futuri concorsi, come denunciato oggi dalla Stampa. Era un evidente tentativo di annacquamento che recava anche la firma della relatrice, Paola Frassinetti del Pdl e che ha provocato le ferme proteste dell’Apri, l’Associazione dei precari della ricerca italiani.

La nuova formulazione prevede l’introduzione di una «short list», cioè di una lista ristretta di candidati, selezionati preliminarmente, che saranno poi invitati al colloquio orale come accade anche all’estero. A questa lista ristretta partecipa una percentuale compresa tra il 10% e il 20% dei candidati totali, comunque non meno di 5. Vi saranno di nuovo i punteggi numerici per i titoli e per ciascuna pubblicazione presentata dai candidati e le domande potranno essere inviate in via telematica, come avviene anche in questo caso all’estero. Quest’ultima novità renderà finalmente più interessanti le selezioni perché eviterà a chi partecipa di sobbarcarsi ai costi per fotocopie e raccomandate, piuttosto pesanti soprattutto per chi risiede fuori dell’Italia. Il nuovo testo soddisfa l’Apri che ha visto in questo modo accolte tre sue proposte. Resta invece tutto da vedere il giudizio sul resto del ddl.

E’ ancora da trovare infatti la formulazione comune dell’emendamento anti-parentopoli. Tutti i gruppi sono d’accordo sul principio, ma l’idea dell’Idv di estendere il divieto di assunzione nella stessa università fino ai parenti di terzo grado viene considerata eccessiva. Si sta cercando un’intesa. In ogni caso, non dovrebbero esserci colpi di scena. Anche ieri il leader di Fli Gianfranco Fini ha ribadito il sì dei suoi deputati alla riforma. E pure la Lega sembra avere fretta ormai: «Lo stop alla riforma danneggerebbe il Nord» ha detto il senatore Mario Pittoni. L’Udc invece dovrebbe votare contro insieme al Pd e all’Idv. Il ministro Gelmini si è comunque augurata che alcuni dei partiti di opposizione votino a favore del ddl come già avevano fatto l’Api e l’Mpa alla fine dell’esame del Senato. Se ci sarà l’approvazione alla Camera, come dovrebbe accadere salvo imprevisti, il testo dovrà poi passare al Senato per il via libera definitivo. Ma è già previsto che venga calendarizzato.

Sono proseguite anche ieri, come annunciato, le occupazioni di tetti e monumenti in tutta Italia, e la protesta è andata anche all’estero. Gli studenti Erasmus di 19 Paesi si sono uniti contro il ddl di riforma e un gruppo di ricercatori, studenti e dottorandi italiani che lavorano al Cern di Ginevra è salito sul tetto di un edificio, dove intendono passare la notte, e seguire oggi in diretta tv quanto accadrà alla Camera.

Il rettore di Firenze, Alberto Tesi, ha chiesto ai docenti di non fare lezione oggi in segno di protesta. Dura, la risposta del ministro Gelmini: «È stato un comportamento inaccettabile e inqualificabile di chi vuole conservare i propri privilegi». Il ministero infatti ieri ha dedicato una nota per sottolineare che: «Affermare che l’Italia spende poco per l’università è falso. Il nostro Paese spende molto ma lo fa male, alimentando sprechi e privilegi non più sostenibili». E ha fornito alcuni dati: «In Italia esistono 95 università ma nel nostro Paese si laureano meno studenti che in Cile; oltre alle sedi centrali, sono state attivate più di 320 sedi distaccate nelle località più disparate, come Barcellona Pozzo di Gotto, Ozzano nell’Emilia, Priolo Gargallo; sono attivi 37 corsi di laurea con 1 solo studente e 327 facoltà con 15 iscritti; nel 2001 i corsi di laurea erano 2.444, oggi sono più che raddoppiati arrivando a 5.500. Negli altri Paesi europei, la media dei corsi di laurea è la metà».

La Stampa 30.11.10

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“Firenze, lezioni sospese per la protesta Gelmini al rettore: scelta inaccettabile”, di Marina Cavallieri

Occupata la Normale. La riforma alla Camera, studenti in corteo. La protesta arriva anche al Cern di Ginevra: i ricercatori italiani sul tetto. Il ministro contro il rettore, gli studenti in piazza, i docenti divisi, i ricercatori sui tetti, mentre in Parlamento si fanno gli ultimi scambi e si intensificano le trattative. Riprende oggi alla Camera la discussione della riforma in un clima teso. Con molti che pensano che già nel pomeriggio il testo potrebbe essere approvato e altri convinti che ancora tutto possa accadere.
E a riflettere il conflitto che divide gli atenei ieri c´è stato uno scontro tra il ministro Gelmini e il rettore dell´università di Firenze. «Considerata l´importanza della giornata per il futuro dell´Università – si legge in una nota dell´Ateneo fiorentino – il rettore Alberto Tesi, d´accordo con i presidi delle Facoltà, invita tutti i docenti a sospendere l´attività didattica ordinaria favorendo momenti di riflessione sui temi della riforma». Una decisione che ha provocato l´ira del ministro: «Quello del rettore di Firenze è un comportamento inaccettabile e inqualificabile di chi vuole conservare i propri privilegi». Poco dopo la risposta pacata del rettore: «L´invito rivolto ai docenti a sospendere, in un giorno così importante per la vita degli atenei italiani, le attività didattiche e favorire momenti di riflessione sui temi della riforma è teso ad allargare il dibattito sottraendolo alle speculazioni politiche di questi giorni».
Polemiche, e intanto la riforma va. Oggi la discussione in aula dovrebbe riprendere dall´emendamento definito “anti parentopoli” proposto dall´Italia dei Valori che vuole vietare ai parenti fino al terzo grado di un professore universitario di concorrere alle cattedre nello stesso ateneo. Un emendamento che ha trovato consensi nel Fli e nella Lega, una regola che la maggioranza ha detto di considerare giusta in via di principio, ma con dei problemi di costituzionalità. Si vedrà ora se nella giornata di ieri si è arrivati ad annodare un accordo o se a partire da qui la maggioranza si troverà in difficoltà.
Tra emendamenti, voti e precarietà del governo, l´unica cosa che oggi si annuncia certa è la protesta degli studenti che hanno organizzato una giornata di resistenza. Sono 51 le città attraversate dalla protesta, 75 le facoltà e i rettorati occupati, in 28 facoltà universitari e ricercatori sono saliti sui tetti. Ieri una inedita contestazione si è svolta a Ginevra, nella sede del Cern dove lavorano molti ricercatori italiani che hanno voluto far sentire la loro voce. A Pisa è stata bloccata la didattica alla Normale e negli altri due atenei. All´Aquila non solo l´ateneo è stato occupato, ma i manifestanti hanno fatto irruzione nella “zona rossa”. A Roma il fisico Giorgio Parisi è salito sul tetto del dipartimento di Fisica della Sapienza per una lezione-conferenza. A Milano, per alcuni minuti, un grande striscione giallo è stato srotolato da una delle balconate della cattedrale. All´estero, ragazzi e docenti impegnati nel progetto Erasmus hanno dato vita a manifestazioni di protesta, con slogan e striscioni. Oggi cortei diversi confluiranno a Montecitorio. «Comunque vada – dicono gli studenti – non finisce qui».

La Repubblica 30.11.10

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“Attacco scomposto così si compromette la nostra autonomia”, di Laura Montanari

Augello, Magnifico dell´università di Pisa, difende il collega fiorentino “È giusto dare ai ragazzi la possibilità di esprimere il loro dissenso”.
«Sono stupito e preoccupato dell´attacco che il ministro Gelmini ha fatto al rettore di Firenze Alberto Tesi. Qui si tocca l´autonomia universitaria». Massimo Augello è da poche settimane il rettore dell´ateneo di Pisa dove tutte le facoltà sono occupate da giorni dagli studenti.
Professore, anche lei ha sospeso per un giorno la didattica d´accordo con i presidi delle facoltà.
«Certo. Gli studenti ce l´hanno chiesto, sono saliti anche sul tetto dell´ateneo e, al di là di ciò che penso io della riforma, è importante dare loro la possibilità di manifestare un dissenso».
Il ministro ha detto alcuni rettori tentano di difendere delle rendite di posizione.
«Ho letto dichiarazioni che sembrano senza logica: come si fa a dire una cosa del genere se proprio la riforma dà più potere ai rettori?».
Capitolo sprechi: parliamo della proliferazione dei corsi, delle assunzioni senza copertura finanziaria.
«Ci possano essere stati degli sprechi, nessuno lo nega e chi ha sbagliato deve pagare. Ma io vivo da 35 anni dentro l´università e ho visto un sacco di gente che ha lavorato e lavora con entusiasmo e sinceramente sono stufo di quell´immagine caricaturale che si tenta di dare del mondo accademico. Sembra quasi che sia stata preparata una campagna mediatica di discredito per favorire il passaggio della riforma. Non si guarda alla sostanza».
Cioè?
«Il problema centrale è cosa succede nel Paese, dove lo si vuole portare questo Paese che investe l´1% del Pil nella ricerca e da anni si tagliano le risorse alle università. La crisi economica c´è in tutta Europa però Francia e Germania aumentano gli investimenti sulla formazione, da noi diminuiscono. Ci promettono un miliardo di euro, ma è un parziale risarcimento di tagli ben più consistenti».
Il ministro Gelmini dice che incontrerà gli studenti per spiegare meglio i contenuti del ddl.
«Il mondo dell´università da mesi chiede un confronto che non c´è stato. Vogliamo parlare anche di diritto allo studio, del fondo di finanziamento ordinario che nel 2010 non abbiamo ancora ricevuto. Vorremmo spiegare che tagliare le risorse alla ricerca e costringere gli atenei a rivolgersi ai privati significa finanziare, eventualmente, soltanto una ricerca finalizzata al mercato. Che ne sarà per esempio della ricerca di base, fondamentale in tante scoperte?».

La Repubblica 30.11.10

"Il vertice dimenticato di Cancun", di Mario Tozzi

C’era una volta una bella riunione di uomini di buona volontà che decisero di darsi da fare per ridurre il proprio impatto ambientale sul pianeta. Partirono dal clima, che si stava surriscaldando, e stilarono un protocollo, a Kyoto, che non sarà stato un granché, ma almeno pretendeva impegni precisi e imponeva una legislazione dove prima c’era deregulation assoluta. Quegli uomini si sono riuniti tante volte dal 1992 (anno del primo summit per la Terra a Rio de Janeiro) al 2010 (Copenaghen), ma non sono riusciti ancora a mantenere nemmeno una delle loro promesse. Quegli stessi uomini si riuniscono ora a Cancun, in Messico, nel disinteresse generale. Ma c’è da meravigliarsi se l’attenzione dei cittadini e dei media sia spostata altrove?

Quando si grida all’allarme per tanto tempo e poi non si prende nemmeno una decisione coraggiosa e, anzi, si lascia che le cose vadano come sempre o quasi, il minimo è che la credibilità si perda per strada.

Quando il problema è troppo grande noi uomini preferiamo distogliere lo sguardo, impicciati come siamo in meccanismi più concreti e immediati, come resistere alla crisi economica. Ci si mettono poi anche gli scettici, quelli che, raramente in buonafede, seminano dubbi sul fatto che il cambiamento climatico dipenda dalle attività industriali, richiamando in causa balle spaziali come le macchie solari o i raggi cosmici (che, insieme, assommano al 5%, forse, del forcing attuale sul clima). O coloro i quali aggiungono che l’1% degli scienziati che non concordano sulle responsabilità umane possa comunque avere ragione. La cosa è vera, in linea di principio, ma voi a chi dareste retta se nove dottori su dieci vi consigliassero di operare vostro figlio malato e uno no, suggerendo che sarebbe meglio risparmiare visto che siamo in crisi?

I dati attuali sono preoccupanti. L’anidride carbonica in atmosfera è aumentata del 38% rispetto all’epoca pre-industriale (387 ppm), mentre il metano del 158% e il protossido d’azoto del 19%. Tutti questi gas hanno il potere di riscaldare dal basso l’atmosfera e cambiare il clima e dipendono quasi esclusivamente dalle nostre attività. I ricercatori indicano da tempo cosa fare: ridurre subito le emissioni clima-alteranti (che significa ridurre anche quelle inquinanti in generale, particolare non trascurabile) del 60% per sperare in qualche effetto nei prossimi cinquant’anni (se azzerassimo all’istante tutte le emissioni, la temperatura dell’atmosfera continuerebbe ad aumentare per altri 50 anni a causa della grande inerzia del sistema). A Copenaghen, dove si sono solo posti i fondamenti politici, si era deciso, implicitamente, che le emissioni clima-alteranti dovessero essere ridotte di almeno 12 miliardi entro il 2012. Non facendo nulla, infatti, le emissioni globali al 2020 salirebbero a circa 56 miliardi di tonnellate per anno. Ma per mantenere il surriscaldamento globale al di sotto di 2°C (il livello invalicabile deciso a Copenaghen) le emissioni globali non dovrebbero superare i 44 miliardi di tonnellate al 2020, cioè 12 miliardi di tonnellate al 2012. Questo se si vuole stare sicuri.

Ma che cosa sta accadendo in realtà? Che la riduzione massima a livello globale, entro il 2020, sarà attorno a tre miliardi di tonnellate rispetto alla crescita tendenziale esistente. Questo significa che le emissioni globali al 2020 saranno probabilmente di circa 53 miliardi di tonnellate, un valore totalmente incompatibile con l’obiettivo dei 2°C. Anche in questo caso si saprebbe cosa fare: abbassare le emissioni in casa propria e incentivare su quella stessa via, con denaro e tecnologie, i Paesi non sviluppati. Vi pare stia accadendo? E ci vogliamo meravigliare se nessuno si fila il vertice di Cancun?

La Stampa 30.11.10

"Il balzac del cinema", di Curzio Maltese

“Se dovessi essere costretto a una vita che non è vita, la farei finita anch´io”. Mario Monicelli me lo disse anni fa, a casa sua nel rione Monti. Erano i giorni del caso Welby. Sembrava più una presa di posizione intellettuale di un grande laico che non una confessione personale. A novant´anni era ancora bellissimo, elegante, ironico, sempre dentro qualche battaglia. L´altro giorno era ancora in piazza a protestare contro i tagli alla cultura. Questa notte ha deciso lui dove mettere la parola fine. Con Monicelli se ne va un genio e un maestro del cinema, anche se entrambe le definizioni l´avrebbero fatto sorridere. «Appartengo ancora a una generazione dove si diventava registi di cinema soltanto perché non si era capaci di scrivere un bel romanzo. Potendo scegliere, avrei continuato a cercare d´imitare Dostoevskji». Si è ucciso come il padre Tomaso, giornalista di gran talento. Da giornalista aveva cominciato anche Mino e diceva di non aver mai smesso. Sempre curioso, polemico, informatissimo, divoratore di notizie grandi e piccole.
Nessuno come Monicelli ha indagato tanto e descritto meglio gli italiani dal dopoguerra a oggi. E´ stato il nostro Balzac, l´autore di una gigantesca commedia umana degli italiani, attraverso decine di film, spesso capolavori. Titoli e storie che conoscono tutti, entrati nel linguaggio comune per descrivere l´oroscopo dei caratteri nazionali. L´elenco mette i brividi, dagli inizi col Totò di «Guardie e Ladri» a «I soliti ignoti», da «La grande guerra» a «I Compagni», e poi «L´Armata Brancaleone», «Amici miei», «I nuovi mostri», «Il marchese del Grillo», «Speriamo che sia femmina». Senza contare i film definiti minori dalla critica, come «Risate di gioia» o «Romanzo popolare», che da soli valgono più di alcune decine di presunti capolavori da festival. Monicelli ha inventato la commedia all´italiana nel ´58 con «I soliti ignoti» e ne ha dichiarato la fine vent´anni dopo con «Il borghese piccolo piccolo». In mezzo ha fabbricata l´unica epica di cui disponiamo, tragicomica, amorale, ma grande. Da parte sua, era quanto di più lontano dai suoi personaggi si potesse immaginare. Anti retorico, moralista, sempre a schiena dritta, con un profondo credo nei suoi valori laici, socialisti, libertari, antropologicamente antifascista. E´ paradossale che un anti italiano tanto fieramente minoritario abbia ottenuto un tale immenso successo. Frutto, secondo Monicelli, anche di un significativo fraintendimento. «Ho quasi sempre descritto personaggi mostruosi. All´estero si stupiscono che gli italiani li trovino tanto simpatici».
Non credeva nella religione. Diceva che gli sarebbe piaciuto credere negli dei greci perché erano tanti, cialtroni ma allegri, mentre «il dio della Bibbia è in assoluto uno dei personaggi più cupi della letteratura mondiale». Sul set dell´ultimo film, «Le rose del deserto», girato a novant´anni, in condizioni ambientali eroiche anche per un trentenne, confessò di non avere paura della morte, ma del giorno in cui avrebbe smesso di lavorare. Come sempre, era la verità.

La Repubblica 30.11.10