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"No, non torno negli Usa è il momento di lottare"

La ricercatrice Francesca Coin questa sera a “Vieni via con me”. Con una lettera a “Repubblica” Francesca Coin, 34 anni, illustrò lo shock del rientro in un´università italiana dopo otto anni di vita accademica in America: «Negli Usa era venuto a prendermi all´aeroporto il capo dipartimento dell´ateneo, come ricercatrice guadagnavo il triplo, essere giovani là è una risorsa non un problema». Ora è sui tetti di Architettura, a Roma, e questa sera leggerà nello studio di Fazio e Saviano un elenco di cose per lei necessarie all´università italiana.
Sono passati 45 giorni da quella lettera, che è successo nel frattempo?
«Il ministro Gelmini non mi ha mai risposto e io, da ricercatrice, ho dichiarato l´indisponibilità a insegnare alla Ca´ Foscari. E con l´avvicinarsi del voto parlamentare è cresciuta la necessità di bloccare una riforma sbagliata».
Perché sbagliata?
«Per tre motivi, fra i tanti. Non trova un posto per i ricercatori precari, saranno precari per sempre. L´autonomia di pensiero che da secoli nutre le università viene compromessa dall´arrivo di un cda con poteri vincolanti. E poi hanno tagliato del 90% le borse di studio: il diritto a studiare sarà solo dei ricchi».
Nonostante l´Italia bloccata, è probabile che la riforma passi.
«Lo temiamo. C´è stato uno scambio: la sfiducia al governo ha prevalso sull´università».
Che fa, torna in America?
«Là sarei comunque straniera. In Italia posso dare tutto quello che ho imparato negli Usa per un fine più grande. Oggi nel mio paese c´è l´humus per creare qualcosa di nuovo».

La Repubblica 29.11.12

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“Gelmini: sì a riforma entro l´anno atenei in fermento, domani il corteo”, di Corrado Zunino

Il decreto arriva alla Camera, potrebbe approdare al Senato il 9 dicembre. Il ministro: sarà la fine della cultura egualitaria del ‘68
Rinfrancata dalle parole di Gianfranco Fini, che ha assicurato il voto favorevole alla riforma dell´università, domani mattina alla Camera, dei 36 deputati di Futuro e Libertà, il ministro dell´Istruzione Mariastella Gelmini ritrova il coraggio e assicura: «Prima della metà di dicembre la riforma sarà legge». La Gelmini, convinta dell´approvazione alla Camera già domani sera, chiederà infatti di mettere il decreto legge in calendario al Senato il 9 dicembre, certa di un passaggio definitivo rapido. «È una riforma epocale sul piano culturale: spazza via la cultura egualitaria del ‘68», dice il ministro. «I ragazzi li hanno convinti che il governo gli ruba il futuro, ma illuderli che mettendo più soldi si risolve tutto è demagogia». Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, si mostra critico sulla politica dei tagli: «La riforma può essere discussa e migliorata. I tagli devono essere annullati. Sono stati commessi alcuni errori: ci volevano più risorse per dare il segno dell´intenzione di investire sull´università».
In un video rintracciabile sul sito della rete dei ricercatori 29 Aprile, che giovedì hanno filmato la salita sui tetti romani di Architettura di quattro deputati finiani, si ascoltano Fabio Granata e Benedetto Della Vedova dire: «Abbiamo detto sì alla riforma perché ci sono state forti pressioni del capo dello Stato». E poi, visto che «intendiamo votare la sfiducia a Berlusconi, vogliamo arrivare al 14 dicembre compatti». Fughe in avanti – come il “no” al decreto Gelmini -potrebbero mettere a rischio il gruppo parlamentare.
La protesta degli studenti, però, non si ferma. Fin qui sono state coinvolte 38 città, mentre 51 facoltà e rettorati sono occupati e in 19 università studenti e ricercatori sono sui tetti. Oggi in tutta Italia sono previste assemblee per preparare il presidio a Montecitorio di domani mattina e nuove iniziative. Sulle terrazze di Architettura, ormai luogo simbolo della rivolta giovanile, sono attesi il musicista Nicola Piovani e l´attore Ascanio Celestini. E i superstiti di Architettura – due piccole tende americane in queste notti li hanno difesi dalla pioggia – hanno ottenuto che il Manifesto trasferisse in Fontanella Borghese la riunione di redazione. All´Aquila sit-in in piazza Duomo, zona agibile nel cuore del centro storico devastato. E da piazza della Costituzione a Cagliari, oggi pomeriggio, partirà una fiaccolata. Dopo la contestata partecipazione a “L´ultima parola” di Gianluigi Paragone, questa sera i ricercatori di Architettura si collegheranno dal tetto di Architettura con l´”Infedele” di Gad Lerner (La7) e la ricercatrice Francesca Coin sarà ospite dell´ultima puntata di “Vieni via con me” di Fabio Fazio e Roberto Saviano (RaiTre).
Al ministero, in viale Trastevere a Roma, è previsto l´arrivo di quattro pullman: scaricheranno centinaia di bambini del VII circolo Montessori di Roma. Con loro un asino alto quattro metri costruito con bottiglie di plastica: “Taglia e ritaglia alla fine l´alunno raglia”.

La Repubblica 29.11.10

"Europa, cresci in fretta", di Giuliano Amato

C’è qualcosa di profondamente irrazionale e controproducente in ciò che facciamo, o forse più in ciò che non facciamo, per contrastare i fulmini che hanno preso ad abbattersi sui cieli europei. Mi chiedo come ciò sia possibile e che cosa si possa fare per raddrizzare il tiro, prima che sia troppo tardi. Non metto in discussione i congegni finanziari che, sia pure in ritardo, abbiamo messo in piedi per sostenere gli stati che si trovano in situazione di eccezionale difficoltà. Forse per il futuro potremo fare di meglio, forse sarà il caso di far capire per tempo alle banche che, se vale il principio too big to fail, noi lo vorremo applicare in primo luogo ai nostri stati, non ritenendo che debbano essi fallire per evitare che falliscano loro.
Questa volta è andata così e dobbiamo tutti accettare, al punto a cui siamo, il rigore finanziario che la Germania ha giustamente preteso per consentire il sostegno comune agli stati dell’Unione che via via si sono venuti trovando, più o meno colpevolmente, con debiti alti e con bassa credibilità finanziaria.
A rrivo a dire di più. Quando la Germania manifesta fastidio nei confronti degli stati membri economicamente e finanziariamente più deboli di lei, mostrando da un lato i propri risultati sul terreno della produttività del suo lavoro e della forza di penetrazione delle sue esportazioni e dall’altro tutta la riluttanza dei suoi contribuenti a intervenire a sostegno delle finanze altrui, io sono pronto a riconoscere le sue buone ragioni. Perché ne ha di buone ragioni, che sono esattamente simmetriche alle cattive ragioni degli altri: in tema di formazione e conseguente qualità dei lavoratori, di organizzazione del lavoro, di puntualità delle produzioni, di efficienza dei canali distributivi e commerciali. Se i tedeschi ci invitano a essere in tutto questo un po’ più come loro, facciamo bene a non offenderci. Hanno ragione.
È bene dunque imitare la Germania in ciò che la Germania fa meglio di noi. Ma nella situazione in cui attualmente ci troviamo e sulla base dei dati economici e finanziari dai quali parte ciascuno di noi, ci sono paesi ai quali, per uscire dalle difficoltà, non basta imitare la Germania. Una stagione prolungata di rigore finanziario senza politiche che sostengano la crescita può portare infatti quei paesi verso una profonda depressione, che in primo luogo sarebbe ostativa allo stesso ripianamento del debito, poi ridurrebbe in ogni caso la loro vitalità sui mercati e da ultimo potrebbe addirittura portarli al di fuori dell’euro (per difficile che sia uscirne).
Ebbene, se non la prima, di sicuro la seconda vittima di una tale spirale negativa sarebbe la stessa Germania, giacché è proprio la zona euro, compresi i suoi paesi oggi più indebitati, ad assorbire larga parte delle sue esportazioni. E quei paesi lo farebbero molto meno se le loro economie andassero a carte e quarantotto e, ancor meno, se finissero fuori dall’euro tornando a valute svalutate rispetto ad esso e riducendo per conseguenza i margini delle esportazioni tedesche verso di loro.
È qui che trovo irrazionale e controproducente per l’Europa, e per la stessa Germania che l’ha imposta all’Europa, la scelta del rigore non accompagnata da null’altro, quasi che il rigore sia autosufficiente a far uscire tutti dai guai. Com’è possibile che la Germania non veda ciò che è tanto evidente? E come la si può spingere a vederlo e a trarne con gli altri le necessarie conseguenze?
Che i nostri amici tedeschi vedano le cose in modo diverso dagli altri lo spiegano le ragioni stesse del loro successo. Cresciuti dopo la Seconda guerra mondiale al riparo dell’Europa e grazie alla nuova legittimazione che ne avevano ricevuto, avevano accettato il prezzo che ciò comportava, che era quello di pagare il contributo più alto alla vita comune, in ragione della loro dimensione e della forza della loro economia. Col tempo, si sono sempre più convinti del superiore valore delle qualità che li hanno portati a eccellere e sono diventati sempre più insofferenti del loro ruolo di contribuenti maggiori. Di qui il convincimento più diffuso: i soldi che vanno a beneficio di chi ha meno di noi, e ha meno perché è meno virtuoso di noi, sono soldi sprecati.
I governanti tedeschi lo sanno quanto conviene alla Germania che l’eurozona rimanga tutta in piedi, ma la difficoltà che incontrano a far prevalere questa basilare ragione di convenienza la dimostra il fatto che sentono il bisogno di gridarla nei modi più plateali, danneggiando regolarmente l’euro tutte le volte che lo dichiarano a fini interni in pericolo in vita. Chiaramente non sono in grado di uscirne da soli ed è qui che ci volgiamo intorno, guardiamo all’insieme della leadership europea e ci accorgiamo con qualche sgomento che chi, Germania o non Germania, dovrebbe comunque farsi carico dell’interesse europeo è oggi quasi latitante.
La Commissione di Barroso sforna un documento dopo l’altro a mo’ di ufficio studi e mentre siamo in mezzo a un mezzo finimondo chiede commenti entro fine febbraio a una lista di cinquanta proposte per lo sviluppo, molte delle quali mirano a pubblicare libri verdi, rivedere linee guida e incrementare dialoghi e consultazioni. Il Parlamento europeo è a sua volta alle prese con un bilancio comune, sull’impostazione e dimensione del quale sembra prevalere al momento chi punta solo e semplicemente a ridurlo, lasciando a secco le nuove funzioni previste dal Trattato di Lisbona e mettendo a rischio gli stessi fondi di coesione. È inutile rifare per l’ennesima volta la lista delle cose che l’Europa può realizzare per affiancare la crescita al rigore. C’è dentro la liberalizzazione dei servizi che sono oggi la parte più zoppicante della produttività europea (Germania compresa) e ci sono gli investimenti finanziabili con i benedetti eurobond. Ciò che serve è trovare chi tesse intorno a questo un consenso europeo capace d’imporlo con l’assenso, nel suo stesso interesse, della Germania.
Io vedo un solo santo in grado di farlo ed è “San” Van Rompuy, il presidente del Consiglio europeo che già è riuscito a far lavorare i ministri finanziari come sua task force e a farne uscire le proposte approvate dallo stesso Consiglio, tra le quali (ne scrissi due settimane fa) ci sono anche le riforme necessarie a ridurre gli squilibri macroeconomici interni alla zona euro.In altri tempi ci saremmo rivolti al presidente della Commissione. Oggi possiamo solo rivolgere un appello al Parlamento europeo e al presidente del Consiglio europeo, perché non fra un anno ma nel corso delle prossime settimane si mettano in cantiere le azioni che servono. Teniamo conto che non si tratta d’iniezioni di estemporanei energetici, ma di azioni che hanno bisogno di tempo per produrre i loro effetti. È un tempo che è ancora davanti a noi, perché gli stessi effetti ciclici del risanamento sono graduali. Ma davvero non è più molto.

Il Sole 24 Ore 29.11.10

"Blitz dei precari nel cinema del lavoro", di Bruno Ugolini

Dalla piazza, quella di sabato a Roma, al cinema. Con precari sui mari e precari nei campi. Hanno qualcosa in comune: la lontananza dagli affetti, dai padri e dalle mogli, la solitudine di un lavoro spesso amaro. Sono situazioni inserite in due tra i numerosi film presentati al concorso “Obiettivi sul lavoro 2010” per iniziativa di Arci, NIdil-Cgil e Ucca. Un’edizione quest’anno contrassegnata da un livello elevato. La giuria (Daniele Vicari, Dean Buletti, Steve Della Casa, Gabriella Gallozzi, Giuliana Gamba) ha scelto alla fine “Cargo” Vincenzo Mineo, come miglior film documentario. Racconta la vita a bordo della nave petroliera “Indigo Point” nei mari del Nord, nella tratta Rotterdam-San Pietroburgo.

È la vicenda, appunto, dei precari del mare. Certo i loro contratti a termine sono lunghissimi: a volte trascorrono anni sulle navi. E quel che spesso aleggia, in quelle lunghe giornate è la nostalgia. Sono equipaggi composti soprattutto da giovani filippini in fuga dalla miseria. Accettano questo lavoro, sperando che sia la premessa di un futuro migliore. Gli altri, i lavoratori dei campi, sono i protagonisti di un documentario importante per la sua attualità politica. È “Campania burning” di Andrea D’Ambrosio e Maurizio Cartolano. Una vicenda vera, raccolta anche in un libro (“Grazie Mila”, Anselmo Botte, Ediesse). Erano circa 800 marocchini, alla fine, accatastati nella valle del Sele, in quello che doveva essere un mercato ortofrutticolo costato 36 miliardi di vecchie lire, poi abbandonato. Vivevano in capannoni senza acqua e senza luce. Lavoravano ogni giorno nelle serre per pochi euro. E alla sera a guardare le foto delle famiglie, come i filippini di Cargo.

Un anno fa un enorme spiegamento di polizia li ha dispersi. Ora vagano per le campagne. Mentre accanto all’accampamento distrutto sorgerà “Cilento Village”, un outlet. C’è nel documentario la presenza vitale di un dirigente della Cgil. Una testimonianza che dimostra come sia possibile stare tra i nuovi dannati della terra, non solo per improvvisare vibranti discorsi, ma per organizzare, guidare. Un modo antico di fare sindacato. Storie di oggi, storie di precari. Come quelli di “Cattedrali di sabbia” di Paolo Carboni che parla di tanti lavoratori dei centri industriali dismessi in Sardegna ritornati a fare i mestieri che facevano da ragazzi: il pastore, il pescatore, l’agricoltore. Imprecando contro l’industria che ha inquinato anche i cervelli, pur sapendo che quelle esperienze di lavoro hanno creato una nuova cultura.

E altri precari in “Stato Privato” (miglior film di finzione, di Luigi Marmo) e “Corde” (menzione speciale, di Marcello Sannino). Una rassegna ora raccolta in Dvd, pronta a girare il Paese. Un contributo importante a questa stagione di possibili cambiamenti. Sabato in piazza san Giovanni forse ne abbiamo visto un nuovo inizio.

L’Unità 29.11.10

"L'arma letale", di Vittorio Zucconi

Non è uno “scoop” e neppure un altro scandalo, quello che ha investito ieri sera l’universo dei rapporti internazionali, è il “ciclone wiki” che cambierà il mondo politico che abbiamo ereditato sollevando il sudario sopra segreti finora gelosamente custoditi. Ora sappiamo cose che non avremmo mai dovuto sapere, su dittatori, regimi, governi amici, intenzioni, operazioni di spionaggio contro l’Onu, capi di governo e di stato come Sarkozy e Berlusconi.

Note sferzanti che non si sarebbero mai dovute rivelare, giudizi riservati a pochi consumatori dentro i palazzi del potere. Sappiamo che cosa pensano davvero degli altri, del governo italiano, e nulla sarà più come prima nelle cancellerie.

Non lo sarà neppure agli occhi del pubblico, che ricorderà, per averlo visto finalmente bianco su nero, che cosa ci sia davvero, quali giudizi reali corrano nel profondo dei governi anche amici dietro i sorrisi e i comunicati finali per il consumo delle telecamere. La storia della diplomazia, che è la forma nobile e pacifica anche se molto spesso bugiarda delle relazioni fra Paesi e governi da secoli prima che degeneri in guerre, deve ricominciare su basi nuove, sapendo che ci può sempre essere un paio d’occhi elettronici che guardano chi scrive, sopra le sue spalle.

Al centro del vortice sta naturalmente l’America i cui rappresentanti nelle capitali del mondo, a Roma come a Berlino, hanno visto i propri giudizi e le proprie valutazioni riservate,
perciò spesso taglienti e sferzanti come devono essere, esposte in pubblico. Questa di Washington è una capitale nel panico, in crisi di nervi ancora più di Roma, dove l’umiliazione dovrebbe essere profonda e si tenta di spiegare l’umiliazione con teoremi di oscuri complotti.

Lo shock letale di questa bufera sta nel fatto che si veda crudamente, su una scala globale che mai era stata raggiunta prima, la verità dietro i panni curiali e gli abiti da sera, spogliata da ogni formula di convenienza e di ogni ipocrisia. Era già accaduto altre volte, a pezzi e bocconi, dai documenti interni del Pentagono sul Vietnam nel 1971 ai rapporti sui finanziamenti della Cia a partiti e organizzazione italiani e sulle bustarelle della Lockheed a ministri e generali, che “Segreti di Stato” americani diventassero pubblici e scuotessero alle fondamenta governi alleati e amici.

Dagli anni del Watergate fino alla strategia della presidenza Obama in Pakistan, giornalisti e autori come Bob Woodward hanno costruito successi e reputazioni mondiali usando rapporti e analisi pensati per restare segreti. Ma il salto di quantità generato dal nuovo strumento di diffusione totale, la Rete, è diventato naturalmente “salto di qualità”. Una tempesta occasionale è divenuta un ciclone planetario, senza confini come è senza confini l’ombra della diplomazia Usa.

Tutti i governi sanno perfettamente che i giudizi pubblici, i comunicati finali, le “photo opportunity” con sorriso per le telecamere, nascondono valutazioni spesso molto diverse da quelle fornite per il consumo pubblico. A quei successi e amicizie “personali” vantate per vanagloria o per interesse, crede chi ci vuole credere e non saranno neppure centomila o un milione di comunicazioni riservate ad aprire gli occhi di chi non vuole vedere. Si dirà che sono soltanto giudizi, cose sentite dire, valutazione sommarie e personali di questo o quel funzionario.

Ma una verità è certa: questo è quanto si dicevano fra di loro, nel confessionale della diplomazia, gli americani. Come hanno detto le telefonate della disperazione che il segretario di Stato Clinton ha dovuto fare alle capitali amiche o ha scritto con tono inutilmente minaccioso il massimo consulente legale, Harold Koh, non è il giudizio su Putin, Karzai, il Pakistan, l’Arabia Saudita o Silvio Berlusconi, giudizi che tutti conoscevamo senza averne la prova, quello che getta nell’imbarazzo gli Stati Uniti, è il fatto che sia stato reso pubblico.
L’imbarazzo , anzi, la vergogna dovrebbero colpire chi si vede valutato e descritto per ciò che realmente si pensa e si sa di lui, su documenti scritti per cercare di dire la verità. I diplomatici mentono in pubblico per professione, ma sanno di dovere dire, almeno nelle democrazia, la verità ai propri superiori nei rapporti riservati.

Neppure i giganteschi casi di spionaggio militare emersi negli anni della Guerra Fredda o i progetti segretissime per aerei e armi nuove che finivano sui tavoli del Cremlino prima ancora di essere fabbricati, hanno mai raggiunto la gravità e l’umiliazione di questa tempesta di informazioni che hanno fatto parlare addirittura di “infoterrorismo” e sollevato paragoni con l’attacco dell’11 settembre.
Nel grande gioco dello spionaggio, e nel precario equilibrio della reciproca distruzione nucleare, le potenze avversarie sapevano, e accettavano, che gli “altri” conoscessero, le intenzioni, come ulteriore garanzia contro colpi di testa.

Questo, invece, è un mondo nuovo nel quale ci siamo avventurati grazie ai computer che tutto ricordano, nulla dimenticano, ma tutto possono anche essere indotti a rigurgitare, con la chiave giusta d’accesso. Il “total recall”, la memoria assoluta della Rete è la base per la “rivelazione totale”.

Un’arma letale non creata ma sfruttata da Assange e dal suo sito collettore di “raw material”, di ogni materiale informativo grezzo, che potrebbe avere affetti paradossale, spiegano i diplomatici di carriera, e generare non più verità, ma la paranoia, e dunque ancora più bugie anche in segreto. La vulnerabilità delle comunicazioni diplomatiche provocheranno inchieste. Il ciclone genererà altre tempeste surrogate. Deputati e senatori hanno già chiesto l’incriminazione di Assange e del suo WikiLeaks, commissioni, udienze teletrasmesse, soprattutto nella Camera a maggioranza anti-Obamiana che si riunirà dal prossimi gennaio. Anche questa vicenda andrà nel calderone delle accuse al Presidente. Washington offrirà uno di quei grandi spettacoli di autoflagellazione e di reciproche accuse che dopo questi eventi inesorabilmente si scatenano.

L’America, ma soprattuto i suoi finti amici pubblici disprezzati o derisi in privato sono, da oggi, un “re nudo”.

La Repubblica 29.11.10

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“Viziosi, maniaci, deboli, pericolosi” ecco i leader visti da Washington, di Federico Rampini

Da Berlusconi a Gheddafi, i ritratti “non censurati” di alleati e nemici. A molti statisti le informative segrete delle ambasciate non fanno sconti. Nelle radiografie segrete i limiti, i difetti, la caratura e le strategie dei capi. Emerge la visione di un mondo difficilmente governabile e denso di minacce
Silvio Berlusconi “politicamente debole, inefficace come leader europeo moderno”, più vicino a Vladimir Putin e Gheddafi che ad alleati come la Merkel o Netanyahu. Non è pettegolezzo, non è voyeurismo: le 250.000 comunicazioni confidenziali rivelate da Wikileaks sono un documento storico di eccezionale importanza.
Per la prima volta, suo malgrado, chi governa l’America vede rivelati i suoi giudizi integrali sui leader stranieri. Ecco come la superpotenza mondiale classifica, analizza, gerarchizza i suoi interlocutori: è uno straordinario squarcio di verità su “intelligence gathering” e “decision-making”, i due momenti-chiave – raccolta delle informazioni e processo decisionale – che guidano la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato. Capi di governo di nazioni sorelle, alleati di lunga data, fiancheggiano i nemici pubblici numero uno come Ahmadinejad. E’ una cornice impressionante, una sfilata di leader che nei dispacci riservati vengono vivisezionati dalla rete diplomatica, perché Washington deve sapere esattamente con chi ha a che fare. Vizi personali, difetti politici, caratura, strategie, scheletri negli armadi: ecco le radiografie top secret degli statisti, a portata di tutti.
Così Elizabeth Dibble, incaricata d’affari all’ambasciata americana a Roma, si sente in dovere di informare il Dipartimento di Stato che il presidente del Consiglio italiano per le “frequenti lunghe nottate e l’inclinazione ai party” è affaticato
anche fisicamente, oltre a risultare “incapace”. L’informativa sulle “feste selvagge” non fa che rafforzare la preoccupazione strategica. Insospettisce gli americani la relazione troppo stretta tra il premier italiano e quello russo, Vladimir Putin, che viene descritta a base di “regali opulenti”, “lucrosi contratti energetici”, con un “intermediario-ombra”. Il risultato è che Berlusconi, nel giudizio dell’ambasciata, “appare sempre più come il portavoce di Putin” in Europa. Un ruolo allarmante, per gli Stati Uniti, che non possono tollerare il doppio gioco da un partner storico della Nato. La profonda sfiducia verso Berlusconi è tanto più grave se affiancata a quel che l’ambasciata di Mosca scrive su Putin: un “alpha-dog”, cioè capo-branco, che domina su una Russia che “virtualmente è uno Stato della mafia” . Al suo confronto il presidente Dmitri Medvedev, cioè colui che Barack Obama ha scelto come suo interlocutore (dal disarmo nucleare alle sanzioni sull’Iran), pur essendo ufficialmente di rango superiore a Putin, in realtà “è come Robin verso Batman”, cioè il cadetto, la figura più debole.

Su Gheddafi, altro personaggio cruciale nel Pantheon delle frequentazioni berlusconiane, le informazioni frugano nell’intimo. “Ipocondriaco, fa filmare i suoi controlli medici. Usa il Botox contro le rughe. Ha paura dei lunghi voli, e dei piani alti. Non può viaggiare senza avere al suo fianco l’infermiera ucraina Galyna Kolotnytska, una bionda voluttuosa”. Al punto che un volo speciale solo per la donna ucraina fu organizzato in fretta e furia per ovviare a un ritardo nella concessione del visto, in occasione dell’assemblea dell’Onu.
Ogni debolezza personale è passata ai raggi X, è materiale prezioso per guidare l’approccio dell’Amministrazione Usa verso i leader stranieri. I giudizi su Berlusconi sono eccezionalmente duri ma non per una “congiura”, visto che anche ad altri statisti le informative segrete delle ambasciate non fanno sconti. Nicolas Sarkozy ha diritto a un ritrattino poco lusinghiero: “l’imperatore nudo” lo descrivono nelle missive indirizzate a Washington, per via del “carattere permaloso, lo stile personale autoritario”, l’abitudine di sconfessare pubblicamente il suo primo ministro e altri membri del governo. In Europa si salva Angela Merkel, definita “teflon” come il materiale per le pentole dove il cibo non si attacca. Era una celebre definizione di Ronald Reagan, perché le sconfitte gli scivolavano sulla pelle. Una cancelliera “tenace quando è in difficoltà”, però anche “avversa al rischio, raramente creativa”. Più severa è la pagella sul ministro degli Esteri Westerwelle: “anti-americano e poco competente”. Ne esce comunque l’immagine di un’Europa rimpicciolita nell’attenzione e soprattutto nella stima dei leader americani. Le date dei rapporti diplomatici indicano che la marginalizzazione degli europei era già avanzata sotto l’Amministrazione Bush, prima ancora che arrivasse Obama con la sua visione rivolta all’Asia Pacifico.

Le rivelazioni su ciò che la diplomazia Usa pensa degli avversari sono importanti perché dipingono un mondo ancora più pericoloso, ingovernabile e denso di minacce, di quanto Washington non ammetta nella sfera pubblica. Il presidente Ahmadinejad è paragonato a Hitler oppure definito “un nuovo Pinochet”, della cui elezione “il popolo iraniano si pentirà amaramente”. Il dittatore nordcoreano Kim Jong-il, che in questi giorni ha messo l’America di fronte a una grave crisi internazionale, è “un vecchio rimbecillito dopo l’ictus”. I leader della Cina sono “i veri mandanti del cyber-attacco contro Google”. E’ dal 2002, secondo i dispacci riservati dell’ambasciata Usa a Pechino, che provengono direttamente dal Politburo del partito comunista cinese le direttive per “una campagna coordinata di sabotaggio informatico a danno del governo americano e dei suoi alleati europei”.

Nei teatri più caldi del Medio oriente e dell’Asia centrale, gli interlocutori privilegiati di Washington si rivelano inaffidabili o peggio. Sul premier israeliano Benjamin Netanyahu il giudizio è in apparenza positivo (“elegante e seducente”), seguito però dall’osservazione che “non mantiene mai le promesse”. Ed è l’uomo su cui Obama deve appoggiare il suo dialogo di pace. Disastroso il ritratto di Ahmid Karzai, il presidente dell’Afghanistan a cui Obama dovrebbe trasferire progressivamente le responsabilità della guerra contro i talebani. “Un paranoico, circondato dalla corruzione, con un fratellastro a capo del narcotraffico”. Ieri Hillary Clinton ha passato la giornata al telefono con molti di questi capi di Stato stranieri, per ricucire le ferite aperte da Wikileaks. Ma ci vuol altro che il lavoro della diplomazia tradizionale, per rimediare a un cataclisma che ha sconvolto il ruolo stesso della diplomazia. Né basteranno in futuro nuove regole, nuovi circuiti di comunicazione, nuove barriere anti-incursioni. In questo choc bisognerà anche spiegare all’opinione pubblica americana lo scarto immenso, tra il galateo dei vertici e quel che Washington pensa davvero di amici, alleati, avversari.

La Repubblica 29.11.10

"Istruzione tecnica per rilanciare il sistema Italia", di Claudio Cereda

L’Italia ha bisogno della Istruzione Tecnica. Ed aggiungo, anche di quella scientifica. Abbiamo in Italia un gap tra offerta formativa e domanda di tecnici e laureati che blocca lo sviluppo del manifatturiero.
L’offerta di diplomati tecnici che era di 140 mila nel 2008 è di 126 mila nel 2010; ma la domanda che aveva avuto una leggera flessione nel 2009 (per effetto della crisi) è già risalita ed è oggi di 236 mila; detto in breve ci mancano 110 mila diplomati.
L’amministrativo commerciale sfiora la metà dell’offerta ma è in leggero calo nella domanda. E’ in crescita la domanda del settore tecnologico ed in particolare in quello meccanico ed elettrico che sono i settori trainanti del nostro manifatturiero.
Nelle riunioni con le famiglie uso sempre la metafora delle mani e della testa. Bisogna saperle usare entrambe ma, quando scegliamo la scuola, facciamo una scelta: da dove partire? Dalla mano o dalla testa? La distinzione tra ITI e Liceo è tutta qui. Da dove si parte: da un rapporto di curiosità con l’oggetto o dal gusto per il pensiero?
E’ una differenza essenziale e rimangono deficienti, in senso etimologico, coloro che si fermano all’una o all’altra.
Sia che si privilegi il pensiero, sia che si guardi al concreto, si rimane comunque marchiati per la vita. Parlo per esperienza: il mio percorso è iniziato con l’Elettrotecnica del Perito e si è concluso con una tesi di laurea in Fisica (cibernetica) sulla Logica ad infiniti valori. Anche sulle vette del pensiero il mio chiodo fisso era: cosa ce ne facciamo?
Chiarito che c’è differenza, bisogna aggiungere che c’è pari dignità, di formazione e di carriera. E allora come e cosa scegliere?
Se pensi ad una vita indipendente, autonoma e produttiva già a 20 anni vai al tecnico. E lo stesso se pensi alla laurea in Ingegneria, perché con le lauree triennali rischierai per sempre un gap formativo di tipo laboratoriale, se non ti sei fatto una buona pratica alle superiori. Se sei orientato all’Università (sapendo già cosa vuoi fare) fai il Liceo, ma tieni presente che stai scegliendo ora quello che farai a 24/25 anni.
Non è vero che la scelta è rinviata e infatti mancano laureati su alcuni fronti (ingegneria, scienze, economia) e ne avanzano (anche a dismisura) su altri (letterario, linguistico, politico sociale). Sono quelli che non hanno scelto a 14 anni e non hanno scelto nemmeno a 19 e sono poi condannati alla disoccupazione o al precariato.

Il cattivo orientamento della TV
Dietro lo sviluppo impetuoso di alcune specializzazioni liceali (linguistico, sociale, …) e poi delle corrispondenti università (lingue, scienze dell’educazione, scienze della comunicazione) c’è il modello falso secondo cui andare al liceo vuol dire fare un salto sociale: fabbrica è brutto, servizi e libera professione è bello. E’ bello viaggiare, è bello non scegliere, è bello vendere, è bello il Grande Fratello. In fabbrica ci si sporca, in fabbrica si fa fatica, in fabbrica si guadagna poco, in fabbrica non si fa carriera.
Si tratta di un senso comune secondo cui la prospettiva di vita è quella di fare il calciatore se sei un uomo e la velina se sei una donna. Con questo modello non solo non funziona l’ascensore sociale ma si fa del male a quel po’ di sistema Italia che combatte la sua battaglia in Europa e cerca di competere, nel settore manifatturiero, con la Germania.

Il cattivo orientamento della scuola media
Tutti i miei docenti delle aree di indirizzo si lamentano dicendo che di anno in anno l’utenza è in peggioramento. Eppure ricevono alunni scremati da quelli del biennio che sono ancora più drastici. E’ vero in parte nel senso che, per effetto della scolarizzazione quasi totale, viene a mancare, in una parte degli studenti, l’aspetto motivazionale: vado a scuola perché ci devo andare; la scuola non è poi così importante; nel pomeriggio ho gli allenamenti; nel pomeriggio ho gli amici; …
Ma c’è un altro aspetto seminato a piene mani da chi si occupa di orientamento: se sei bravo devi fare il classico, se sei un po’ meno bravo lo scientifico di prestigio, se no quello di rango inferiore e via via sino al professionale.
Poi c’è la gerarchia dei licei, poi c’è l’idea che le donne non sono fatte per la tecnica e, nell’ambito della tecnica, le donne faranno ragioneria e i maschi faranno perito. Sono reduce da una visita in Ferrari e ho visto, in produzione, oltre che nel management, tante giovani donne. Per remare contro il club dei 15 sta sviluppando il Progetto Rosa per convincere le ragazze a non credere alle favole e diventare protagoniste del proprio futuro.
Nella gerarchia delle scuole con il Liceo in paradiso e l’IPSIA o i CFP all’inferno, l’Istruzione Tecnica sta in Purgatorio. Su questo fronte si sposano i messaggi distorti da parte delle scuole e la pulsione delle famiglie verso una indistinta e sognata crescita sociale (regolarmente individuata nel liceo).
Così il serpente si morde la coda, il livello del Tecnico si abbassa perché arriva una percentuale alta di giovani demotivati e sui quali il fallimento è già stato impostato alla scuola media e nelle famiglie scatta la funzione redentrice del Liceo. Non se ne esce se le forze sociali che operano fuori dalla scuola non si fanno carico di presentare alle famiglie i bisogni del territorio, la sua struttura produttiva, le caratteristiche delle figure professionali richieste.
Faccio un esempio con le lingue straniere: ne servirebbero almeno due in ogni scuola. Ai nostri periti servirebbero l’Inglese ed il Tedesco. Attenzione: più lingue per tutti e non più liceo linguistico. Cosa vieta di fare bene tre lingue nel tecnico di finanza e marketing e nel contempo dare competenze spendibili in ambito professionale?
Oggi l’esubero di offerta di laureati in lingue è di 7’000 unità all’anno. In effetti il corso di Lingue è una specializzazione nell’ambito della facoltà di Lettere e chi opera sui mercati dell’Est negli impianti o nella meccanica fine, in competizione con la Germania, vuole tecnici che sappiano anche decodificare i manuali e comunicare in Lingua ma possiedano competenze tecnico scientifiche.
Fino ai primi anni 70 l’Italia ha avuto una formazione tecnica di altissima qualità e fortemente innervata con il mondo delle imprese attraverso i Consigli di Amministrazione. Gli Istituti Tecnici negli anni 60 erano addirittura a numero chiuso perché i posti erano commisurati alla necessità di fare della didattica laboratoriale all’altezza del compito (macchinari, qualità dei docenti). Con la scusa della democratizzazione dei decreti delegati si è perso tutto ed è iniziato un lento declino che, alla fine, si è tradotto in mancanza di appeal.
Come se ne esce? Il rilancio si deve fondare su alcune leve:

-un ritrovato rapporto con il mondo delle imprese piantandola con le frasi fatte del tipo c’è il rischio di privatizzare la scuola; il rischio vero è quello di parlarsi troppo poco;

-un ritrovato orgoglio della formazione tecnica stimolando la valorizzazione del merito attraverso strumenti premiali di vario tipo (dalle borse di studio, alle esperienze in azienda, alla gestione del placement dei diplomati);

-la costruzione di identità forti da parte dei diversi istituti che si caratterizzino attraverso il rapporto con il territorio e la attenzione alle curvature nella offerta formativa, la costruzione di associazioni di ex alunni con cui si può operare in partnership sia sul terreno del placement sia su quello della alternanza scuola lavoro

-la realizzazione di esperienze di governance di nuovo tipo con un peso maggiore del DS (autonomo e responsabile) e con forme di organizzazione interna basate su responsabilità certe e retribuite; su questo punto la palla è nelle mani della politica ed intendo occuparmene in maniera più analitica con proposte specifiche parlando anche del valore e dei limiti di CTS e dipartimenti che governo e parlamento hanno lasciato a livello di buoni propositi facoltativi

-un impegno serio nell’applicare gli aspetti innovativi della riforma, che sono pochi, ma ci sono; mi riferisco alla progettualità didattica costruita a partire dalle competenze in uscita, al modello 2+2+1 (e qui mi interessa quell’1 relativo all’ultimo anno), alla applicazione delle percentuali di personalizzazione dei percorsi riferiti al 20% di autonomia e al 30/35% di flessibilità

Se si lavora bene i risultati arrivano sia nel numero di iscrizioni sia nei posti di lavoro per chi si diploma e i risultati sono l’unica soddisfazione per chi, nella scuola, continua a tirare la carretta con impegno.

da ScuolaOggi 29.11.10

Meloni: «Poche assunzioni e scarse risorse, questo governo non investe sull'istruzione», di A. Mig.

Marco Meloni, responsabile Università del Pd, risponde all’intervista rilasciata al Messaggero dal ministro Mariastella Gelmini. «Non è vero che il Pd non vuole la riforma. Noi ne vogliamo una che sia più incisiva di quella del governo». Marco Meloni, responsabile Università del Pd, risponde all’intervista rilasciata al Messaggero dal ministro Mariastella Gelmini.
Il ministro dice che il paese è con lei sulla riforma.
«Non è vero che questa legge è popolare. Non a caso il ministro Gelmini è fra i meno amati del governo in questo momento. E non è vero che la sinistra non vuole riformare l’università. Noi volevamo una riforma più incisiva, non questa».
Più incisiva in che senso?
«La legge Gelmini mette molte regole su tutto ciò che riguarda, ad esempio, la governance degli atenei, che vengono oppressi da un iper controllo del ministero. Invece su punti dove andavano messe norme certe la riforma è vaga. Per la valutazione si dice che i meritevoli otterranno più soldi, ma senza dire come. Il Pd aveva messo sul piatto delle idee concrete su come fare, ma non siamo stati ascoltati. E per quanto riguarda la tenure track, la nuova formula di reclutamento a termine dei ricercatori, noi avevamo fatto una proposta per fare in modo che i migliori potessero salire in cattedra entro i 32-35 anni: un unico contratto iniziale al posto dei vari assegni e borse di ricerca per 4 anni. Poi era previsto un contratto di 3 anni e dopo la possibilità di diventare docenti. Ma con la certezza, da subito, delle risorse per assumere professori. La ministra, invece, propone contratti a termine 3+2+3 senza eliminare la galassia dei contratti precari e non mette garanzie sulla successiva assunzione».
Eppure Gelmini dice che nella riforma ci sono molte misure per i giovani, come le assunzioni di 1.500 docenti associati all’anno.
«Quelle assunzioni non basteranno neppure per coprire la metà dei pensionamenti. I posti sono pochi. Come scarse sono le risorse sul diritto allo studio. Il ministro ha detto che finanzierà il Fondo per il merito, ma per ora non c’è un soldo. E, comunque, quel fondo darà premi solo a pochissimi. Mentre già oggi la maggior parte di coloro che hanno diritto ad una borsa di studio non la ottengono perché non ci sono risorse per coprire i sussidi».
Per il ministro chiedere solo risorse è pura demagogia.
«Non si può dire che siccome non ci sono i soldi si deve disinvestire sull’Università che in tre anni ha perso quasi un miliardo e mezzo. Mentre per l’Alitalia e il taglio dell’Ici per i più abbienti il governo ha speso 6 miliardi. I tagli sono cominciati prima della crisi. E Tremonti non sta mettendo soldi, sta solo mitigando i tagli. Il governo ha fatto la scelta di non investire sull’istruzione e sull’università».
Cosa chiedete alla Gelmini?
«Di sospendere l’esame della legge e tornare a discutere per averne una migliore. E non dica più che noi soffiamo sul fuoco della protesta. La verità è che per evidenziare i problemi bisogna salire sui tetti in questo paese. Ricercatori e studenti stanno cercando un dialogo, se davvero vuole una riforma che duri si fermi e si confronti su temi che per noi sono fondamentali come il diritto allo studio, la governance, il reclutamento».

Il Messaggero 29.11.10

"Quelle parole che lasciano il segno", di Mario Calabresi

Annunciata da giorni, ieri sera si è scatenata in tutto il mondo l’orgia dei documenti riservati: sono diventati pubblici centinaia di migliaia di messaggi che la diplomazia americana ha spedito negli ultimi anni a Washington da ogni angolo del mondo, insieme alle direttive che facevano il percorso inverso, quelle che il Dipartimento di Stato ha indirizzato ad ambasciate e consolati.
Una tempesta per i rapporti internazionali, destinata ad alzare la tensione contemporaneamente nei punti più caldi del pianeta: dal Golfo Persico dove ora non è più segreta la richiesta saudita agli americani di attaccare urgentemente l’Iran per distruggere il programma nucleare di Teheran.

All’Afghanistan del «paranoico» Karzai; alle ipotesi di riunificazione coreana con la notizia del missile di Pyongyang capace di colpire; fino all’accusa ai cinesi di aver bloccato Google.

Una situazione difficile da gestire per la Casa Bianca e per la diplomazia americana che vengono messe a nudo nei loro ragionamenti riservati, nelle loro strategie, nelle loro debolezze e nei loro peggiori aspetti. Quale clima ci sarà da questa mattina al Palazzo di Vetro a New York nel momento in cui si viene a sapere che lo scorso anno partì una direttiva firmata Hillary Clinton in cui si chiedeva di far partire una campagna di spionaggio contro i vertici dell’Onu?

Una tempesta per le opinioni pubbliche di ogni Paese che da oggi possono sapere cosa pensano dei loro governi gli americani. A far scalpore non sono solo gli scenari che emergono dalle analisi a stelle e strisce, scenari che in parte già conosciamo da tempo (sono forse un mistero la diffidenza verso il presidente iracheno Karzai o il disprezzo per Ahmadinejad?), ma la possibilità di leggerli nero su bianco.

Il caso italiano è emblematico: le feste «selvagge» di Berlusconi sono forse una sorpresa per qualche nostro concittadino, così come il rapporto assiduo e opaco con Putin o Gheddafi non sono forse materia su cui ci si interroga da anni? I documenti americani, ad una prima lettura delle anticipazioni, non rivelano nulla di terribilmente nuovo, ma la loro forza è un’altra: mostrarci come i discutibili comportamenti del nostro primo ministro, sia nel suo privato sia sullo scenario internazionale, abbiano un peso nella nostra immagine nel mondo. Anche questo può apparire scontato, ma leggere che gli americani considerano Berlusconi «il megafono di Putin in Europa» (parlando di «regali generosi» e «contratti energetici redditizi») e lo definiscono «incapace, vanitoso e inefficace come leader europeo moderno» è qualcosa che lascia il segno. Ma soprattutto qualcosa che questa volta non potrà essere smentito o accolto con una scrollatine di spalle.

Nell’estate del 2009 Maurizio Molinari scrisse su questo giornale che l’amministrazione Obama era preoccupata e irritata per la politica energetica del nostro governo troppo dipendente da Mosca, che c’erano pressioni sull’Eni perché cambiasse la sua politica sui gasdotti troppo sbilanciata – a parere di Washington – sull’accordo con Gazprom per dare vita al South Stream. Il giorno dopo il ministro degli Esteri Franco Frattini rispose che non esisteva nessun malumore americano verso la nostra politica energetica. Allo stesso modo sono state regolarmente liquidate le evidenze di un fastidio dei nostri alleati per una politica estera poco «ortodossa» e troppo fuori linea.

Due fatti hanno fatto particolarmente rumore al desk europeo del Dipartimento di Stato negli ultimi anni: il primo (nel 2007) è stato il pagamento del riscatto da parte del governo Prodi per ottenere la liberazione del giornalista Daniele Mastrogiacomo in Afghanistan, un comportamento non in linea con quello degli alleati e che scatenò le ire della diplomazia americana perché il passaggio di denaro venne reso pubblico, costituendo un pericoloso precedente.

Il secondo è stato l’atteggiamento assunto da Berlusconi durante la crisi guerra tra Russia e Georgia, quando parlò di «aggressione georgiana» mettendosi in netto contrasto con la linea della Nato. Erano ancora i tempi della Casa Bianca dell’amico George W. Bush, ma gli strascichi di quella polemica sono arrivati intatti sui tavoli della nuova Amministrazione. Dopo le battute di Berlusconi su Barack Obama (indimenticata quella sull’abbronzatura) ebbi l’occasione di chiedere un commento ad uno degli uomini più vicini al presidente americano, il quale con grande pragmatismo mi rispose: il problema non sono le battute ma quel voluminoso dossier sui rapporti tra Roma e Mosca che ci è stato lasciato in eredità al Dipartimento di Stato. Non è un caso che nella prima intervista rilasciata da David Thorne al suo arrivo a Roma, il nuovo ambasciatore statunitense disse al Corriere della Sera che «una delle più grandi preoccupazioni americane è la dipendenza energetica dell’Italia».

Era il primo avviso pubblico, dopo quelli riservati che erano stati ignorati, a cui seguirono altre pressioni sia sul governo sia sull’Eni. Ma se queste carte ci raccontano il nostro crollo di credibilità e svelano i giudizi privati dell’ambasciata e della diplomazia, sbaglieremmo a pensare che ogni cablogramma del passato possa essere la fotografia del presente. Le stesse fonti americane che per lungo tempo hanno raccontato l’irritazione dell’Amministrazione, da qualche mese segnalano un cambio di passo di Berlusconi e anche dell’Eni, sottolineando che parte delle preoccupazioni di Washington sulla rete degli oleodotti hanno trovato ascolto con l’apertura alla possibile convivenza del South Stream con il progetto Nabucco (caro agli Usa) e che è stato apprezzato il viaggio dell’amministratore delegato del colosso italiano degli idrocarburi, Paolo Scaroni, in Azerbajian.

La diplomazia americana racconta del pragmatismo di una Casa Bianca che non ha tempo di curarsi dei nostri vizi ma che ritiene che l’Italia «può avere un ruolo positivo in Medio Oriente» perché è uno dei pochi governi europei ad avere un buon rapporto con il governo di Netanyahu e con Egitto, Siria e Libano.

Così Berlusconi, sicuro di non pagare conseguenze, può farsi una risata e Frattini chiedere che nessun politico commenti, ma in rete e sui giornali di tutto il mondo resteranno quei giudizi impietosi che ci espongono al ridicolo e quella diffidenza che rende faticoso il rapporto con il più importante dei nostri alleati.

La Stampa 29.11.10