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Sestola, la macchina del fango ha colpito ancora

L’on. Ghizzoni replica al centrodestra: “Le bugie hanno le gambe corte: i lavori di ristrutturazione si stanno concludendo e le foto pubblicate risalgono a un anno fa”.
L’on. Manuela Ghizzoni replica agli esponenti del centrodestra che paragonano il disastro di Pompei ai crolli al Castello di Sestola (già riparati). Ecco la sua dichiarazione

«Ci sono volute più di due settimane al Giornale di proprietà della famiglia Berlusconi per rimettere in moto la macchina del fango e colpire chi ha “osato” promuovere la mozione di sfiducia del ministro Bondi. Insomma, ancora una volta, in piccolo, l’adozione del metodo Boffo. Ma le bugie hanno le gambe corte e così si scopre che al castello di Sestola i lavori di ristrutturazione si stanno concludendo e le foto pubblicate dai quotidiani risalgono a un anno fa.

Una bufala bella e buona, dunque. Come quella del Premier che grida al complotto internazionale pur di distogliere l’attenzione del “popolo” dai problemi reali del Paese e dall’inadeguatezza del Governo e del Ministro Bondi. Il quale, in due anni, non è riuscito a opporsi alla costante sottrazione di risorse al bilancio del “suo” dicastero e ha importato al Ministero dei beni culturali il metodo “Protezione civile”, cioè la gestione commissariale di situazioni assolutamente ordinarie (come lo sono la gestione dei siti archeologici).

L’esito di deroghe e la sottrazione ai controlli è sotto gli occhi di tutti, a cominciare da Pompei. Che non è certamente raffrontabile, per importanza storica e qualità dei manufatti, al Castello di Sestola (che infatti, non compare nell’elenco Unesco dei beni patrimonio dell’umanità, sebbene rappresenti certo per il nostro territorio una testimonianza importante del suo passato). Che dire? In condizioni normali sarebbe doveroso chiedere e ricevere pubbliche scuse. Ma arrivati a questo punto serve solo che questo governo faccia le valigie e si tolga di mezzo per evitare disastri ben peggiori di Pompei».

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Il comunicato Stampa dell’On Ghizzoni risponde agli articoli de
Il Giornale e delle testate locali

Da Il Giornale del 27.11.10

“Firma per le dimissioni di Bondi ma tace sul crollo del «suo» castello”, di Stefano Zurlo
La deputata emiliana Ghizzoni è la prima firmataria della mozione di sfiducia al ministro per Pompei. Ma non ha detto nulla quando nel 2009 è caduto il maniero nella rossa Modena
Le foto, impietose, mostrano gli squarci. I crolli. Le rovine. Il castello di Sestola, gloriosa provincia di Modena, è un pezzo di storia ma anche un simbolo, nel suo piccolo, del degrado dell’arte italiana. E di quella malattia cronica dei politici italiani che puntano il dito contro le inadempienze degli avversari a Roma ma rischiano di prendere in testa i calcinacci di chiese e rocche ormai sul punto di sbriciolarsi.
Capita appunto fra Modena e Sestola, capita al castello che accompagna le cronache locali, segnate dalla dominazione degli Estensi, per secoli, dall’alto medioevo ai giorni nostri. Ed è l’anno scorso, che nel silenzio generale, una porzione della rocca denominata Impero, in sostanza un edificio dentro un complesso monumentale, perde miseramente pezzi. Causa trascuratezza, causa incuria, causa abbandono, causa il solito rimpallo fra enti locali.
Curioso, Manuela Ghizzoni, deputato Pd di Carpi, membro della direzione provinciale del Pd della rossa Modena, esperta nel campo dei beni culturali e ricercatrice di storia medioevale all’Università di Bologna. Passano pochi mesi e la stessa Ghizzoni ritrova improvvisamente la voce. E che voce. È lei, nientemeno, la prima firmataria della mozione di sfiducia che nei prossimi giorni potrebbe costare il posto al ministro Sandro Bondi. C’è il suo nome in testa al nutrito elenco di parlamentari che voteranno per mandare a casa il titolare dei beni culturali, portato sul banco degli imputati per il crollo della Schola Armaturarum di Pompei: «Il crollo della Schola Armaturarum di Pompei rappresenta, anche dal punto di vista simbolico, il fallimento della politica in materia di tutela dei beni e delle attività culturali, e più in generale del valore dei saperi, portata avanti dal Governo in carica sin dai suoi primi provvedimenti».
Durissima la Ghizzoni, che, come tutta l’opposizione e pure parte dell’inconsapevole maggioranza, ha trasformato il collasso, naturalmente deprecabile, di un tetto in cemento armato, in un disastro di portata mondiale: «Il crollo rappresenta uno dei più gravi danni al nostro patrimonio artistico degli ultimi decenni e giustamente è stato definito dal presidente della Repubblica come una vergogna nazionale».
Benissimo. Ma la Ghizzoni, come tutte le autorità locali, sembra aver dimenticato le piccole grandi sciagure capitate sotto casa. Fra Modena e Sestola. Certo, nessuno vuole mettere a confronto la rocca di Sestola con le suggestioni di Pompei. Però anche quel maniero, con il borgo incorporato, è un pezzo della nostra tradizione, dell’Italia dei ducati e delle cento capitali, del nostro straordinario passato.
Su quei secoli, anche nella rossa Modena, è calato l’oblio. Su quella stagione di gloria è piombata la burocrazia. Su quelle pietre è scesa l’ottusità del ceto politico che fra un progetto e un controprogetto non trova mai i soldi che servono. Soprattutto sull’Impero, di proprietà come tutto il resto del complesso del comune di Modena ma abbandonato a se stesso, è scesa la pioggia. La pioggia, scoperta delle scoperte, cade a Pompei ma anche a Sestola. Risultato: i crolli del 2009 in quell’ala dimenticata, perché altre porzioni della rupe, per fortuna, sono state affidate al comune di Sestola e sono vive. Quei crolli passano sotto silenzio. Senza mozioni. Senza richieste di dimissioni. Senza niente di niente. Senza, neppure, un velo di vergogna. O di imbarazzo. O due righe di Manuela Ghizzoni: la sentinella dei nostri beni culturali è distratta.
Il Pd tace in Emilia, fa la voce grossa a Roma. Intanto, a Modena, si stanziano con colpevole ritardo più di duecentomila euro per rimettere in sesto il castello sfregiato. Speriamo che non sia troppo tardi.

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“Sos: il castello di Sestol è un tesoro di Modena e sta andando in rovina”, di Andrea Marini

Non sarà Pompei, ma anche il castell o di Sestola – nel suo piccolo – rappresenta un tesoro storico-artistico della provincia. Come avviene per l’area archeologica campana, una parte consistente di questo castello rischia di sgretolarsi sotto i segni del tempo e dell’incuria . Pochi sanno che il castello, sebbene perla del comune appenninico, è di proprietà del Comune di Modena. E soltanto nei giorni scorsi, a più di un anno dai primi allarmi lanciati da Sestola si è deciso a stanziare 22 1 mila euro per restauri urgenti . I lavori sono stati defintiviamente aggiudicati lo scorso 8 novembre con la pubblicazione sull’albo pretorio dell’appalto dei lavori per la messa in sicurezza e recupero strutturale del fabbricato denominato “Impero”, una porzione imnportante del borgo che un tempo costituiva il castello e che fino a fine anni’80qualche anno fa er a sede delle colonie estive . Lo stato in cui versa l’edificio è disastroso .
Come testimoniano le immagini qui a fianco, il tetto si sta sbriciolando, pezzi di muro sono già precipitati e più parti del tetto sistemato negli anni alla bell’e meglio sono costituiti da pannelli di eternit . Il colpo di grazia è arrivato a ottobre 2009 quandole forti precipitazioni hanno aggravato la situazione spingendo il comune di Sestola , che ha in uso una parte del castello, a lanciare una richieste di intervento e di aiuto al proprietario, Comune di Modena . Le condizioni de l fabbricato “Impero” sono particolarmente compromesse. Come spiega la relazione della impresa esecutrice dei lavori «L’incuria manutentiva e la scarsa qualità costruttiva della copertura con manto in cemento-amianto hanno provocato il progressivo degrado della struttura e di parte degli ambienti interni, causato da infiltrazioni di acqua piovana e neve disciolta . L’instabilità del manto di copertura, l’assenza di una guaina o un altro tessuto impermeabilizzante hanno conseguentemente provocato l’infiltrazione che ha danneggiato la copertura, i travetti secondari fino a 2 architravi , causando il cedimento del – l’assito e di travetti secondari di un’intera falda . Di conseguenza ha ceduto parte del controssoffitto in tavolato d i legno, del solaio al terzo pia no e il crollo di un’ampia porzione della parete in pietra
del lato ovest».
Scopo dell’intervento è la messa in sicurezza e il recupero del fabbricato per rimuovere ogni possibile causa di ulteriore degrado . A denunciare quella che ritiene una colpevole trascura tezza ad opera del Comune è il consigliere provincial e Dante Mazzi, capogruppo del Pdl. «E’ incredibile che sin o ad ora sia passato in silenzi oquello che è una vergognosa forma di scempio del patrimonio monumentale della provincia . Un pezzo di storia, che potrebbe essere u n motivo di attrazione turistica, è stato ed lasciato sgretolarsi, in balìa delle avversità meteorologiche . – spiega Mazzi – Mi chiedo se Manuela Ghizzoni, parlamentare del Pd prima firmataria nel chiedere le dimissioni del ministro della Cultura Sandro Bondi per quanto avvenuto a Pompei ora si attiverà pe r chiedere allo stesso modo l e dimissioni degli assessori al Patrimonio, ai Lavori Pubblici e alla Cultura de Comune , ma prima di tutti del sindac o
che ha le chiavi del castello .
Forse sarebbe da chiedersi se non sia la stessa Ghizzoni a dover togliere il disturbo : è più preoccupata di Pompe i che del patrimonio della sua provincia . E la deputata ha anche l’aggravante di esser e ricercatrice dell’università per la tutela dei beni culturali. . . »

da La Gazzetta di Modena 28.11.10

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Se la crisi infiltra la mafia in Veneto

È da prendere maledettamente sul serio l’allarme lanciato dall’Ance (l’Associazione nazionale dei costruttori edili) del Veneto: la crisi rischia di spalancare le porte del settore degli appalti alla mafia. Il presidente dei costruttori veneti, Stefano Pellicciari, ha spiegato bene il meccanismo perverso che si è innescato. Le imprese sono state costrette dalla crisi a partecipare alle aste con ribassi molto forti e a costruire sottocosto. Per questo, nella speranza che la buriana passasse in fretta, hanno avuto necessità di ricorrere in maniera straordinaria al credito. La bufera continua, il settore degli appalti non riparte, le aziende sono costrette dalle banche a rientrare. In due anni in Veneto sono fallite 2.500 attività del settore, che hanno lasciato sul terreno oltre 50mila disoccupati. Terreno fertile per la malavita organizzata che ha cominciato a mettere radici nella Serenissima. La denuncia di Pellicciari, coadiuvato anche dai sindacati e dalle cooperative attive nel settore, è seguita da un appello alle autorità, il governo e la regione Veneto in primis. Le parti sociali chiedono che si faccia di tutto per far ripartire i lavori. Una richiesta ragionevole tanto più che il pericolo che incombe è fortissimo. «Vedere tanti Totò Riina a spasso per il Veneto», come ha detto con immagine efficace Pellicciari.

Il Sole 24 Ore 28.11.10

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Veneto, allarme mafia: «Presto vedremo tanti Totò Riina in regione»
Allarme mafia in Veneto : lo lanciano i costruttori della regione, denunciando che a causa del blocco dei pagamenti dovuto al patto di stabilità le imprese edili «hanno ormai spalancato le porte alla mafia». A lanciare l’allarme è Stefano Pelliciari, presidente di Ance Veneto (l’associazione dei costruttori), secondo il quale se Governo e Regione non interverranno a breve «ci troveremo con tanti Totò Riina in giro per la nostra regione », situazione per la quale ci sono già decine di segnalazioni alle autorità competenti.

È una denuncia a più voci e come funziona il meccanismo lo spiega il segretario della Filca-Cisl Salvatore Federico: per non perdere gli appalti le aziende hanno cominciato a lavorare sottocosto , ma poiché la crisi continua queste aziende ora « si sono dovute rivolgere alle associazioni mafiose ».

Preoccupati sono anche Franco Mognato, di Legacoop , per il quale le cooperative che stanno sostenendo il disavanzo degli enti pubblici non ce la fanno più, e Paolo Fagherazzi di Confartigianato edilizia , il quale sottolinea che del piano casa del governo le aziende «non hanno visto ancora un solo euro». In due anni nel settore edile veneto sono fallite quasi 2500 attività, in tutto 50mila disoccupati: per l’Ance è «come se in Veneto si fossero abbattute 35 Termini Imerese». Il primo dicembre prossimo imprese edili e sindacati manifesteranno a Montecitorio per chiedere la deroga al patto di stabilità.

da Gazzettino.it

"Le vite degli altri", di Marco Cattaneo*

Grazie a Fabio Fazio e a Roberto Saviano, a Mina Welby e a Beppino Englaro, in questi giorni siamo tornati a parlare di fine vita. Nel senso più alto del rispetto per la vita umana. E purtroppo ancora una volta c’è chi non aspettava altro per sollevare polemiche prive di senso.
Un ridda di personaggi mitologici, a cominciare da Pierferdinando Casini, ha chiesto un improbabile diritto di replica in nome, a loro dire, di quelli che amano la vita, quelli che la difendono. Come se Piergiorgio Welby non l’avesse amata, la vita. Ci vuole davvero un bel paraocchi per ostinarsi a non leggere le parole della sua lettera al presidente Napolitano. E un vagone di ipocrisia per volerci leggere altro da ciò che c’è scritto. La stessa ipocrisia che permette a questi individui di immolarsi a “difensori della vita”, mentre gli altri sarebbero, all’opposto, i portatori di morte.

E ci vuole una considerevole faccia di bronzo per trovare una simmetria nelle due posizioni. Agli occhi di qualunque persona di buon senso è evidente che chi chiede di poter scegliere, alla fine del proprio viaggio terreno, di staccare le macchine che tengono artificiosamente in vita un corpo parla della propria, di vita.

Meglio essere chiari. Non so che cosa accadrà, il giorno in cui dovessi trovarmi nella condizione di Piergiorgio Welby quando scrisse quella lettera, o nella condizione di Eluana Englaro. So, però, che se in coscienza, la mia coscienza, dovessi ritenere che la mia vita non è più tale, ma solo un esperimento di sopravvivenza al servizio di una macchina che svolge le mie funzioni biologiche, allora non permetterò che Pierferdinando Casini, o Maurizio Lupi, o Maurizio Sacconi, o qualche non meglio identificato movimento pro-vita scelgano al posto mio, in nome di una morale e di convinzioni religiose che non condivido. Sarò io a decidere o, come nel caso di Eluana Englaro, i miei familiari, le persone che mi hanno conosciuto e amato per quello che sono, nel bene e nel male.

Quando invece dovesse toccare agli onorevoli difensori della vita, io non mi permetterò né mi permetterei di imporre a loro, né a nessun altro, una regola decisa sulla base delle mie convinzioni politiche o religiose. In questo senso, per me, la vita è indisponibile. Appartiene a ogni singolo individuo. Perciò si tranquillizzino, i paladini della vita. Per quelli come me, loro potranno scegliere di essere tenuti in questo mondo per l’eternità, se la tecnologia lo permetterà. (Anche se poi dovrebbero rispiegarmi per bene tutta la riflessione cristiana sull’accettazione della morte, la resurrezione e la vita eterna…).

Ecco, ai Casini Lupi Sacconi Giovanardi e difensori autonominati chiedo solo questo, che applichino cristianamente, se questo avverbio per loro ha un senso, il principio fondamentale dell’etica della reciprocità: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.

In altre parole, io tengo giù le mani dalla vosta vita. Voi tenetele giù dalla mia. Tenetele giù dalle vite degli altri.

*Direttore de Le Scienze e Mente e cervello

http://cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/

"Un popolo antico che tenta la spallata", di Federico Geremicca

Sono quelli che salgono sui tetti. E adesso che li hai vicini, li guardi: perfettamente normali. Sono anche quelli che “però alla fine meglio precario come loro che cassintegrato come me”: gente che il treno per il Salone di Genova non l’ha mai preso, mentre c’è chi continua a tagliare i loro, pendolari nella nebbia dell’alba. Sfilano in un fiume di bandiere rosse. Cantano canzoni che hanno consumato intere generazioni. E non ne possono più.
Di Berlusconi, e ci mancherebbe: ma anche di esser costretti a ritrovarsi sempre qui, a Roma, sempre gli stessi, operai e disoccupati, studenti e precari che invecchiano, Italia povera e sempre in lotta, come se nulla cambiasse mai. In mezzo alle bandiere – della Cgil, della Fiom, dei partiti di sinistra – Bersani, Vendola e gli uomini di Di Pietro stringono mani e raccolgono incitamenti. A volte bruschi incitamenti. E’ a loro, infatti, che questo “popolo” ora chiede di fare quello che nemmeno una piazza così può fare: abbattere il governo, vincere le elezioni, farla finita con l’epopea di Silvio Berlusconi. Perché magari sarà un caso: ma mai come ieri la sovrapposizione dell’opposizione sociale sull’opposizione politica fu più perfetta. Con la sua passione e la sua forza. E con i suoi limiti. E i suoi rischi di rinsecchimento.

Dal palco del suo battesimo del fuoco, Susanna Camusso guarda piazza San Giovanni gremita e avverte: «Se il governo non è in grado di cambiare le cose, si può anche andare alle urne». C’è la Cgil, con i suoi simboli e le sue bandiere: ma non c’è la Cisl. E nemmeno la Uil. C’è il Pd, c’è Vendola e ci sono i dipietristi: ma non c’è il “centro”, lusingato e ancora corteggiato in tutte le sue facce, quella familiare di Rutelli, quella solita di Casini, quella impossibile dei “futuristi” di Gianfranco Fini. In piazza senza Cisl e Uil, al voto senza il centro. Se la fotografia di questo sabato romano non inganna, magari va a finire così.

Gli striscioni e le magliette che punteggiano la piazza tradiscono il clima d’inferno degli ultimi tempi: auguri di buona galera, volgarità su Ruby, e poi la cricca e la monnezza, le escort e le ville, quasi a far scorrere il film dell’indecente passato prossimo italiano. Tutto perfettamente vero. Rabbiosamente vero. E alla fine, addirittura pericolosamente vero. Circondato da telecamere e taccuini, Pier Luigi Bersani dice: «Nel Paese c’è una sfiducia e a volte una rabbia che non vanno bene… Bisogna rispondere dando speranza e fiducia, perché la situazione può dar luogo a tensioni anche pericolose..». Dietro il palco, dieci metri più in là, Vendola chiarisce: «Questa piazza è l’espressione dell’Italia migliore che chiede all’Italia peggiore che è barricata a Palazzo Chigi di sgombrare il campo». Poi dice: «Vedo l’esorcista Berlusconi in difficoltà».

La piazza reclama lo sciopero generale. Guglielmo Epifani l’aveva evocato prima di passar la mano alla Camusso: che un po’ frena, ma non lo smentisce. Certo, non lo rilancia. D’altra parte la questione è che uno fa uno sciopero contro qualcuno per ottenere qualcosa: e dietro il palco dell’imponente manifestazione, non c’è nessuno che accetti di scommettere sul futuro del governo. Quindi, che sciopero si fa? Un po’ confusamente, quel che vedono davanti è uno scenario più o meno così: Berlusconi che resiste e si dibatte, ma alla fine cade; gli altri che si dibattono, ma non riescono a fare un governo; un po’ di melina, poi le elezioni “e che Dio ce la mandi buona”.

Più che a Dio, toccherebbe a loro, a Bersani e a Vendola – che si abbracciano davanti ai fotografi – vedere cos’inventarsi per battere nelle urne Berlusconi. Le premesse sono come sono: per il momento manca perfino l’accordo tra loro. “Pier Luigi” continua a sperare in un patto con quelli del “centro”, convinto che senza non si vinca; “Nichi” considera il “centro” ancor meno che un luogo geometrico: un laboratorio di trasformismo e ritorno al passato. Roba da evitare, se si può. E probabilmente si potrà, perché mentre la sinistra discute del “centro”, il “centro” decide: magari di presentarsi autonomo e speranzoso alle elezioni…

Cgil senza Cisl-Uil, sinistra senza “centro”. Per le vie di Roma, è come se l’opposizione sociale facesse le prove generali per conto dell’opposizione politica. Niente male, a giudicare dal risultato. Anzi, bene. “Popolo” sufficiente a fare grande una manifestazione, difficile dire se sufficiente anche a vincere un’elezione. Per ora a piazza San Giovanni è andata così. Per il futuro si vedrà. Ma la lezione che viene da Roma è che anche la solitudine, a volte, può fare la forza. Perfino se non è una solitudine che hai scelto tu…

La Stampa 28.11.10

"La continua emergenza", di Nadia Urbinati

Le transizioni sono momenti particolari e strani. Assomigliano alla luce dell´imbrunire che tende a ingannare le nostre percezioni visive sull´identità dei colori e degli oggetti. Così è per l´attuale fase politica del nostro paese, che è critica ma non ancora di crisi, diretta verso una transizione al dopo-Berlusconi senza essere ancora di transizione. Un´ambiguità che offusca non soltanto gli scenari politici ma suprattutto la realtà della società e del Paese, la quale è invece molto poco ambigua se mostrata e raccontata, come si vede in questi giorni. Inchiodati da settimane a questa altalena sui possibili scenari del dopo-Berlusconi, sarebbe salutare invece spostare i riflettori sui problemi degli italiani costretti ad assistere a questa commedia seduti in ultima fila, mentre avrebbero il diritto di portare a conoscenza del pubblico gli effetti reali che questa maggioranza ha avuto sulla loro vita. Il successo travolgente della trasmissione di Fabio Fazio e Roberto Saviano è il segno di un bisogno di informazione. Bisogno di conoscenza di ció che pertiene alla vita quotidiana di tutti noi: cose che da due anni e mezzo sono scomparse dalle prime pagine e dalla politica.
Se è precipitoso ragionare in termini di dopo o post, è molto più interessante e utile parlare del governo che c´è: di quello che ha fatto e che fa, di quello che ha taciuto e tace, di quello che ha stravolto e stravolge. Di come è l´Italia a due anni e mezzo del terzo governo Berlusconi. Il premier, per il suo carattere e gli interessi che esprime e deve difendere, sembra poco agevolmente disposto a lasciare che la crisi segua i percorsi che le norme e le consuetudini hanno regolato in questi decenni di vita repubblicana. Ma l´eccezionalità di questo governo non sta solo nell´anomalia della sua annunciata infinita agonia. Essa gli appartiene fin dal suo insediamento, nella primavera del 2008. Da quando è sorta, è apparso chiaro che questa non sarebbe stata una maggioranza come le altre. L´eccezionalità ha fatto parte dell´identità di questo governo fin dalle sue prime battute. Eccezionalità sfruttata a proprio vantaggio, come la campagna sui rifiuti di Napoli sulla quale il governo Berlusconi volle seppellire il governo Prodi promettendo di avere la soluzione pronta. Eccezionalità creata ad arte, come la prima battaglia che il governo lanciò, quella sulla sicurezza, sui respingimenti dei migranti, sulle ronde, disposto anche a esaltare e ingigantire i problemi per presentarsi poi come governo dell´ordine. Eccezionalità naturale: la terza battaglia fu l´emergenza terremoto; l´Aquila diventò il palcoscenico del Primo ministro e il dramma di chi aveva perduto tutto, una straordinaria occasione per creare l´immagine di un governo efficiente e veloce.
In tutti questi casi, l´emergenza è stata senza soluzione ed emergenza è rimasta. I rifiuti sono al punto in cui erano due anni e mezzo fa. La sicurezza è stata nel mirino del governo per accattivare l´opinione pubblica, mentre nei fatti ha contribuito a fagocitare una cultura del razzismo che non ha aiutato per nulla a creare un clima di sicurezza. E infine l´Aquila. Una situazione eccezionale perché sembra che un terremoto sia avvenuto ieri: le macerie sono ancora dove erano, la città è ancora abbandonata. Consegnate le case prefabbricate provvisorie come fossero per sempre e per tutti, il premier ha spento e fatto spegnere i riflettori su quella gente e quelle macerie. Sembra difficile trovare un senso a questo governo che non sia quello dell´eccezionalità, fabbricata ad arte, alimentata, mantenuta. Ma la logica dell´emergenza è che, se tale deve essere, non può passare mai. L´emergenza è come fermare l´orologio: impedire che dall´emergenza si snodi l´evoluzione del caso e diventi un problema da risolvere. Emergenza permanente significa anche notizia spettacolare dell´evento, solo dell´evento. Il ritmo dell´attuale crisi ha lo stesso carattere: per ragioni di comportamento personale legato alla sua ben nota fama di ‘amante´ delle donne o per ragioni di legalità (quelle che compromettono spezzoni importanti del suo partito) o per l´emergenza processi (i processi del premier, che tengono in sospeso l´intero Paese e condizionano la vita del governo), l´Italia è tenuta in permanente stato di fibrillazione. Ma questo piano può funzionare fino a quando il Paese è tenuto fuori dalla porta, non messo in prima pagina; fino a quando è condannato ad assistere passivo, senza essere oggetto diretto di analisi e di attenzione. Come gli studenti universitari che sfidano la Ministra Gelmini stanno dimostrando: è necessario fare cose eccezionali perché i cittadini abbiano ascolto, perché le loro ragioni non siano derubricate come insensate e oscurate dai media. Perché sulle prime pagine ci siano solo i problemi di una maggioranza in crisi permanentemente annunciata. Per uscire dalla quale (o renderla effettiva), una strada da percorrere è proprio quella di sabotare questo piano di regia puntando i riflettori su quello che è l´Italia, sul reale dissenso e dissesto, su come sia diventata la società dopo due anni e mezzo di un governo che genera emergenza.

La Repubblica 28.11.10

"Padri e figli, la nuova Cgil:i giovani aprono il corteo. Prima volta, svolta storica", di Bruno Ugolini

« La grinta, la passione politica, il coraggio della proposta, la forza dell’analisi. Con questi elementi Susanna Camusso si è presentata agli esami della sua prima piazza da segretario generale. Anche facendo leva su una cultura acquisita in una lunga attività sindacale, fin dai tempi delle 150 ore a Milano. Era la scelta, in quel periodo, di portare gli operai al «sapere», alla «conoscenza». Un’idea molto cara a Bruno Trentin, a capo dei metalmeccanici Cgil. Così nei cortei fiammeggianti di bandiere rosse, in questo sabato romano allietato da un sole benedetto, sembra tornare l’eco di anni lontani, di una nuova possibile alleanza tra operai e studenti. Anche se non c’è oggi, bisogna pur dirlo, come c’era all’epoca, un possente e radicato movimento autonomo di studenti e di operai, portatore di obiettivi vincenti. Avanza però, nelle scuole una ribellione di massa. E i segnali di questa rivolta sono tutti presenti, attorno alla Cgil. A cominciare dal fatto che il corteo principale mostra alla testa, per la prima volta nella storia sindacale, proprio i giovani. Giovani lavoratori e giovani studenti. Un segnale importante. emblematico, voluto dal nuovo segretario generale. Innalzano gli striscioni di una campagna aperta su nuovi strumenti di comunicazione come Facebook, per denunciare il diffondersi di offerte di lavoro vergognose. Ora eccoli a ripetere che i giovani «non sono più disposti a tutto», a ripetere che il futuro deve essere dei giovani e del Paese. Sono ragazze e ragazzi abituati a essere ultimi non solo nei cortei ma anche nelle trattative, anche nelle contrattazioni sindacali. Prima vengono quelli del posto fisso poi, se avanza qualche risorsa, tocca a loro. Ora sono riconosciuti, con la Camusso che invita i tanti dirigenti sindacali ad aprire le sedi, a darsi da fare. Magari cominciando dalla raccolta di adesioni per evitare quella trappola dei 60 giorni posta in essere dal governo col suo collegato lavoro. È la norma, voluta dal ministro Maurizio Sacconi, che «concede», senza far troppo chiasso, 60 giorni di tempo, dopo i quali i precari non potranno mai più ricorrere a un giudice per far valere i propri diritti. La Cgil così tratteggia meglio la propria identità attorniando i «padri » dai «figli», senza mettere gli uni contro gli altri. È proprio ancora lei, la Camusso, a ricordare quelli che vorrebbero aumentare l’età pensionabile degli anziani mentre si lasciano i giovani agli ingressi dei cancelli delle imprese. Così Piazza San Giovanni prende le fattezze di un coro fatti di mille voci: metalmeccanici, impiegati pubblici, insegnanti, immigrati. Una piazza ribollente m ain parte diversa da quella di poche settimane fa, organizzata dalla Fiom-Cgil. L’incontro di questo sabato ha una predominanza assoluta di vessilli Cgil e non partitici. Certo è una manifestazione politica ma per i suoi contenuti sindacali (che chiamano in causa la politica e soprattutto il centrodestra) e non per gli emblemi di partito. C’è chi alla fine vorrebbe una proclamazione, dal palco di piazza San Giovanni, di uno sciopero generale. La Camusso si limita a dire «Abbiamo scioperato e continueremo a scioperare». Ricordando, così, gli scioperi generali già fatti. C’è chi interpreterà tali parole come una presa di distanza dalla Fiom. A chi scrive appare soprattutto come la consapevolezza che una scelta impegnativa come questa ha bisogno di preparazione, e se possibile di unità, di un movimento già in piedi. Perché è utile riflettere su quale danno insopportabile provocherebbe, in queste condizioni politico-sociali, un flop dello sciopero generale. Le spallate, se si vogliono dare, non possono tradursi in spallatine. Occorre saper indicare un «paese diverso », anche attraverso un «sussulto etico» (parole della Camusso). Un «sussulto democratico», come si diceva un tempo

L’Unità 28.11.10

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Cgil in piazza per giovani e lavoro “Risposte dal governo o sciopero”, di L.Gr.

Due cortei che hanno attraversato la città e che hanno chiesto al governo risposte sull´occupazione, sul lavoro che non c´è, sull´attacco ai diritti e sul futuro che verrà. Ieri la Cgil, anche questa volta da sola, è andata in piazza per protestare contro la politica economica dell´esecutivo Berlusconi, contro la paralisi del paese e la mancanza di prospettive per chi è costretto ad un lavoro precario. Una manifestazione nazionale a Roma, per dire a Palazzo Chigi che se non arriveranno risposte «abbiamo già scioperato e continueremo a farlo». Una giornata di protesta che ha segnato il debutto di Susanna Camusso, neo segretario generale, nella storica arena di Piazza San Giovanni, colma fino all´orlo.
Ed è lungo l´elenco delle proteste che la prima leader donna del più grande sindacato italiano ha srotolato dal palco, pensando ai «giovani non più disposti a tutto», cui la Cgil ha dedicato la manifestazione ed una campagna fortemente voluta dalla Camusso stessa. La lista delle cose che – secondo la Cgil – non vanno parte dalla riforma dell´Università «che va ritirata» e arriva alla scuola che «deve tornare ad essere pubblica, nazionale e laica». Punta a cambiare il ddl sul lavoro «crudele e ingiusto» approvato qualche settimana fa dal governo. Norme che rivedono anche i termini per l´impugnazione del contratto da parte dei lavoratori precari: «Siamo pronti ad assisterli e a dare risposte, non li lasceremo da soli» ha assicurato la Camusso. Ma la Cgil è contraria soprattutto alle deroghe ai contratti nazionali, che sono «un danno anche per le imprese». Pensa che il piano di sviluppo per il Sud «sia pieno per ora solo di buone intenzioni» e pone la necessità di un nuovo fisco che alleggerisca e ossigeni i redditi da lavoro.
Tutte ragioni per le quali una parte del sindacato – le tute blu della Fiom – chiedono da tempo uno sciopero generale. Eventualità che la Camusso non esclude: «Il governo ha tanto parlato, ma in questi due anni non ha fatto nulla per lavoro, occupazione e futuro» ha detto dal palco. «Per il Paese abbiamo scioperato e continueremo a scioperare». Dopo questa manifestazione il governo «dovrà dare le risposte che gli abbiamo chiesto e soprattutto cominciare ad avere delle politiche di contrasto alla crisi che finora non ha avuto» ha assicurato. Ma le sue parole non hanno convinto la Fiom, che si aspettava di più. «Bisogna arrivare allo sciopero generale. La prossima settimana c´è un direttivo della Cgil, resta da indicare una data» ha risposto il leader della Fiom Maurizio Landini, anche lui ieri in corteo.
Durissime le parole contro il governo: «Berlusconi la smetta di fare la vittima – ha detto – vorremmo che ci raccontasse la verità». «Ogni volta ci viene detto che il nostro Paese sta bene – ha incalzato – mentre in due anni e mezzo sono stati fatti undici provvedimenti di finanza pubblica e ognuno ha determinato tagli e riduzioni, mai c´è stato un provvedimento per la crescita. Vediamo in questo governo l´arroganza, l´unica ansia che hanno è quella di risolvere i problemi di qualcuno, quelli personali». Accuse cui la risposta è stata affidata al ministro del Lavoro Sacconi: «Rivolgo alla Cgil un appello a superare ogni pregiudizio politico che nel tempo del bipolarismo porterebbe il sindacato collocato a sinistra in una condizione di autoesclusione nei periodi governati dal centrodestra» ha replicato.

La Repubblica 28.11.10

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Cgil, debutta Camusso «Serve un sussulto etico noi pronti allo sciopero»

ROMA — Ora c’è una donna al timone della Cgil: «Il Paese non merita questa classe politica, serve un sussulto etico, basta con la giustizia dei potenti e le esibizioni di machismo». Susanna Camusso debutta da segretario generale in piazza San Giovanni e canta «Bella ciao» davanti a un mare di persone (150 mila solo quelli venuti da fuori, dalla Sicilia al Sud Tirolo). È un sabato di sole, con un tepore quasi da primo maggio. Due imponenti cortei: bandiere rosse, operai, precari, pensionati, edili col casco giallo e medici in camice bianco, insegnanti arrabbiati («Taglia taglia la scuola raglia») e studenti che bruciano un manichino con la faccia del premier. Lavoratori sui tetti, sulle gru, sulle torce di Porto Marghera e cassintegrati da 327 giorni per protesta sull’Asinara. L’Italia è anche questa e la Camusso avverte: «Il Paese non ha futuro senza una politica del lavoro. Se la Cgil non avrà risposte dal governo, si arriverà allo sciopero generale». Ecco le due paroline che in tanti volevano ascoltare da subito, ma lei (che ha accanto Epifani) preferisce aspettare. Dal palco garantisce: «Questo è il Paese per cui abbiamo scioperato e continueremo a scioperare». Però la sua, per ora, vuol essere una linea dialogante con tutti: governo e Confindustria, Cisl e Uil, perfino Marchionne. E infatti più di qualcuno, come Giorgio Cremaschi, all’interno della Cgil resta deluso dal primo comizio. E così il leader della Fiom, Maurizio Landini: «La prossima settimana c’è il direttivo della Cgil, tutto quello che resta da fare è indicare una data». Ci sono anche i politici, Bersani e Vendola si stringono la mano. La Camusso definisce il «collegato al lavoro» approvato dal Parlamento «legge ingiusta e crudele». E invita «la ministra» (Gelmini) a ritirare la riforma. Sulla Fiat è preoccupata: «Abbiamo la sensazione che progressivamente la testa dell’azienda stia andando negli Stati Uniti. E’ importante che a Mirafiori ci saranno produzioni, ma vogliamo conoscere le produzioni in tutti gli stabilimenti». Perentoria sui contratti: «Continueremo a dire no alle deroghe». Alla fine don Fabio Corazzina, il prete che ha assistito gli immigrati di Brescia saliti su una gru, cita Sepúlveda: «Io ammiro chi resiste».

Il Corriere della Sera 28.11.10

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Camusso: «Subito risposte alla crisi o sarà sciopero»

Comincia a via Merulana accompagnando ritmiche movenze alla voce squillante di Gloria Gaynor (I will survive) che esplode da un tir presidiato da giovani studenti. Finisce nel ”tempio” di San Giovanni intonando le note di ”Bella Ciao”.
Mattinata limpida, neppure troppo rigida, e indimenticabile per Susanna Camusso al grande esordio dinanzi al popolo della Cgil: migliaia di presenze che si riversano come torrenti in piena nella piazza sacra al sindacato. Lavoratori attivi, pensionati, giovani.
E poi striscioni, palloncini rossi, bandiere. Bruciato un manichino in legno con le sembianze di Silvio Berlusconi. Lungo il tragitto da piazza Esedra a San Giovanni, Susanna incontra (e abbraccia) Guglielmo Epifani, Rosy Bindi, Pier Luigi Bersani, Antonio Di Pietro, Nichi Vendola. E’ anche una festa. Susanna appare emozionata più che mai, fuma a ripetizione, sorride e stringe centinaia di mani.
Ma è estremamente lucida quando dal palco di San Giovanni attacca frontalmente il governo «che in due anni ha tanto parlato, però non ha fatto nulla per l’occupazione, il lavoro e il futuro.
Quello dei giovani soprattutto». «L’Italia – sottolinea con forza – merita un altro governo, non certe manifestazioni di machismo da parte dei potenti.
Questo è il Paese per cui siamo in piazza oggi e per cui ci saremo domani. E’ il Paese per cui abbiamo scioperato e continueremo a scioperare. E’ il Paese della pazienza e della tenacia dove i ragazzi e le ragazze non dovrebbero avere un futuro peggiore del nostro».
La Cgil lancia la sfida all’esecutivo: o dà risposte di contrasto alla crisi o sarà sciopero generale. Intanto Susanna Camusso dà una risposta di disponibilità alla sinistra politica e alla sinistra sindacale (la Fiom in particolare) che da settimane chiede al vertice della confederazione un atteggiamento più determinato e aggressivo rispetto al governo.
Il nuovo leader scandisce alcuni punti che segneranno il suo progetto: «Continueremo a dire no alle deroghe contrattuali perché il contratto nazionale è un diritto universale per i lavoratori».
Attacca il ministro Gelmini: «La smetta di fare appelli su Youtube, vada in Parlamento, dica che ritiri il ddl a apra un tavolo di confronto. Solo così si costruisce una vera riforma dell’università». Ironizza su Maroni: «Ieri, dopo aver ignorato per giorni la richiesta di regolarizzazione dei migranti, con una grande faccia tosta ha detto che c’è una legge secondo la quale se i lavoratori irregolari denunciano il proprio datore di lavoro possono ottenere il permesso di soggiorno. Questo non è possibile perché nel momento in cui lo fanno, diventano clandestini».
Insiste su una lotta vera all’evasione fiscale e un impegno più serrato sulla legalità: «Legalità è libertà».
Un solo appunto sulla Fiat in un momento di confronto particolarmente delicato: «Abbiamo la sensazione che progressivamente la testa dell’azienda stia andando negli Stati Uniti.
E’ importante che a Mirafiori ci siano produzioni, ma ora vogliamo conoscere le produzioni in tutti gli stabilimenti». Stoccata finale al premier: «La smetta di fare la vittima».
«Il futuro è dei giovani e del lavoro». E’ lo slogan della manifestazione, ma è anche il cuore del programma di Susanna Camusso. Ribadisce: «Non lasceremo solo nessuno. Vogliamo continuare su una strada che difende i diritti. Non possiamo sopportare e non vogliamo sopportare che sia negato un futuro ai nostri giovani in un Paese in declino». Infine i numeri.
La Camusso aveva promesso che non ce ne sarebbero stati. Le presenze sono più che mai affidate alla contabilità personale anche se qualcuno ha parlato di 150-200.000 persone. Comunque sono stati utilizzati 2.100 bus e 13 treni speciali. «I numeri ci dicevano che sarebbe stata una grande manifestazione. Eccola qua».

Il Messaggero 28.11.10

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“«Vogliamo più delegate» Tutti i nodi delle donne”, di Antonio Sciotto

La prima volta di una segretaria generale donna nel maggiore sindacato italiano: ieri Susanna Camusso ha avuto il suo «battesimo» da leader della Cgil di fronte alla piazza, volendolo segnare con l’intervento dal palco – subito prima del suo – di una attivista della rete afghana delle donne. Abbiamo voluto chiedere ad alcune operaie impegnate in questi tempi in un difficile scontro con il più grande gruppo auto del Paese, la Fiat, cosa si aspettano nei prossimi mesi e e per cosa si battono in fabbrica.
«È importante prima di tutto avere rappresentanza: delegate donne che stiano ai tavoli di trattativa e possano ascoltare le esigenze delle altre donne, e anche degli uomini ovvio». Nina Leone, delegata alle Carrozzerie di Mirafiori, non ha dubbi: «Molti problemi vissuti dalle donne non vengono capiti dagli uomini, passano sotto silenzio: l’operaia deve avere un riferimento, una persona a cui poter parlare con fiducia e senza pudore. E questa non può che essere un’altra donna».
Le metalmeccaniche torinesi, non solo alla Fiat, stanno mettendo su una rete di ascolto per le donne, veicolata dalla Fiom: «Non abbiamo ancora uno sportello – spiega Nina Leone – Ma nelle nostre intenzioni deve essere un luogo dove le donne si potranno rivolgere anche solo per prendere informazioni di carattere burocratico: ad esempio per sapere quali servizi sono attivi sul territorio, per i bambini, o per gli anziani, e come muoversi. Ma potranno anche venire a raccontarci i problemi di relazione, diciamo così, con i capi e i colleghi: il mobbing, lo stalking, le molestie. O altri temi di carattere sindacale, non solo per risolverli sul piano individuale, ma perché poi diventino base di trattative contrattuali per tutti».
Quali problemi hanno le donne sul lavoro? «Innanzitutto le molestie, non solo in fabbrica, ma spesso anche in famiglia – dice la delegata Fiat – Abbiamo chiesto che il Camper rosa della provincia, con esperte contro la violenza, stazioni alcuni giorni davanti al cancello 2 di Mirafiori. Anche solo sapere che c’è un posto dove ti ascoltano, può aiutare a far emergere storie difficili. E poi la mancanza di asili, la possibilità di spezzare i permessi, o l’ingiustizia che non paghino il premio di presenza quando sei in maternità».
Alla Fiat di Termoli di delegate non ne esistono, le Rsu sono tutti uomini: e dire che sui 2 mila dipendenti quasi il 20% è composto da donne (circa 320). «La fabbrica, almeno la nostra qui in Molise, è prettamente maschilista – dice una operaia che vuole restare anonima – Anche da noi ci sono moltissimi casi di molestie, da parte di colleghi o di capi, a volte anche proposte di scambio di favori. Ma se lo dici al sindacato, l’uomo non lo capisce, e ti senti rispondere: “l’avrai provocato tu”. Per questo è necessario avere delegate donne, solo loro possono comprenderti».
Tra i problemi più sentiti a Termoli, quello dei turni, impossibili per conciliare il lavoro con l’attività di mamma: «In aprile l’azienda ha chiesto alle operaie in maternità di non andare più a mensa e di lavorare anche quella mezz’ora, dato che non avevano più le 8 ore standard. Ovviamente siamo stati tutti compatti nel rifiutare, e anche i delegati sono stati con noi. Ma adesso hanno tolto alle mamme con figli piccoli il turno mattutino fisso, più comodo, e così quando fai il pomeriggio, dalle 14 alle 22, praticamente per tutta la giornata non puoi più vedere i tuoi bambini». Un altro problema sono i bagni: «In condizioni pietose, ma se per un uomo conta poco, una donna invece rischia cistiti e infezioni».
Anche a Pomigliano non esiste una delegata donna. Carmen Abbazia ha la carica di «esperta» per la Fiom, può cioè parlare con i lavoratori per capire i loro problemi, ma non può partecipare ai tavoli di trattativa: «In effetti – conferma – non avere una delegata donna resta l’unica pecca del sindacato, che per il resto si batte bene. Gli uomini e le donne sono diversi su tutto, già a partire dal fisico, dalle esigenze fisiologiche. Le donne nei giorni in cui hanno il ciclo, hanno bisogno di avere un bagno sempre vicino, mentre un uomo può trattenere la pipì se vuole».
Carmen ha lottato duro e ancora lotta: ha tre figli, li ha cresciuti da sola perché è divorziata, e adesso è in cassa. «Prendo 920 euro al mese, il 60% va via in affitto. Finisco i soldi già la prima settimana. Ho dovuto ritirare i grandi da scuola, e abituarli a fare tutto da soli: a vestirsi, cucinarsi, prepararsi per uscire. Io ero sempre fuori con i miei turni in fabbrica». «Voglio che il lavoro torni alla Fiat, certo – conclude Carmen – ma nonostante questo ho votato no al referendum. Abbiamo certi valori in Fiom, e quindi era giusto far sapere che anche se si ridurranno i nostri diritti noi non siamo d’accordo».

Il Manifesto 28..11.10

"Un gruppo di infiltrati a Palazzo Chigi", di Eugenio Scalfari

L´idea d´un complotto anti-italiano è stupefacente ma non è nuova. Il più illustre predecessore fu Benito Mussolini che la lanciò nel 1935, all´epoca delle sanzioni che ci furono comminate dalla Società delle Nazioni per la nostra aggressione contro l´Abissinia. Motore del complotto era allora il blocco “demo-giudo-plutocratico” che secondo i fascisti dominava il mondo e voleva affondare l´Italia per impedirle di conquistare il “posto al sole” che ci spettava. Ma c´erano già stati altri precedenti altrettanto illustri: Vittorio Emanuele Orlando che aveva abbandonato il Congresso della pace di Versailles nel 1919 perché le potenze alleate non volevano riconoscerci l´Istria e, subito dopo, D´Annunzio a Fiume innalzando la bandiera della «vittoria tradita».
Tra le qualità e i vizi degli italiani uno dei tratti ricorrenti è quello del vittimismo. Silvio Berlusconi è un asso in materia.
Nel caso attuale mancano tuttavia del tutto gli appigli, sia pur pretestuosi, che giustifichino la tesi del complotto. Mettono insieme il crollo di Pompei, i rifiuti di Napoli, il processo alla Finmeccanica e le imminenti rivelazioni del sito WikiLeaks. Sembra il frutto d´un gruppo di matti che si sia infiltrato a Palazzo Chigi nella sala del Consiglio dei ministri o invece di una abilissima sceneggiata da usare per riguadagnare un consenso perduto e prepararsi alla campagna elettorale con un alibi che faccia presa appunto sul vittimismo nazionale.
Personalmente propendo per entrambe queste ipotesi: gli autori della sceneggiata sono abilissimi proprio perché sono matti, hanno perso il controllo delle proprie menti e affidano a comunicati ufficiali la loro impazzita creatività propagandistica.
Ma l´aspetto più stupefacente e inquietante non è che quel comunicato del governo sia scaturito dalla mente di Berlusconi e che il ministro degli Esteri, Franco Frattini, abbia accettato di farsene protagonista. L´aspetto stupefacente è che il comunicato sia stato diramato con la firma di Gianni Letta. Un uomo prudentissimo, consapevole del danno d´immagine e di sostanza che un documento di quel genere avrebbe causato al governo e al paese. Questo è veramente il segno che siamo alla frutta. In queste condizioni la permanenza di quel governo e di quel premier fa venire in mente la «nave dei folli» e costituisce il più preoccupante motivo d´insicurezza che pesa sul destino dell´Italia.
* * *
Il Presidente della Repubblica, sia venerdì sia di nuovo ieri, ha attirato l´attenzione delle forze politiche e della pubblica opinione sui pericoli che minacciano l´euro e la stessa Unione europea. La crisi irlandese non è affatto superata, si attende col fiato sospeso la riunione di domani dell´Ecofin e le reazioni dei mercati. La speculazione ha messo sotto tiro anche il Portogallo e la Spagna. I debiti sovrani di quei paesi sono sotto la lente delle agenzie di «rating» e così pure le banche di mezza Europa che hanno largamente investito in titoli spagnoli.
Il debito italiano parrebbe al sicuro e così pure il nostro sistema bancario, ma è comunque il debito più alto del mondo. Questa situazione giustifica ampiamente gli appelli al senso di responsabilità lanciati da Giorgio Napolitano.
Quegli appelli sono rivolti a tutte le forze politiche ma non indicano quale sia il percorso auspicabile da seguire né si può chiedere al Capo dello Stato di indicarlo. La più alta carica istituzionale non può gestire una crisi politica che s´incrocia con una crisi economica di questa fatta prima che essa sia stata formalmente aperta.
Conosciamo tuttavia i dati di fatto che possono guidare le decisioni di Napolitano quando sarà lui a doverle prendere.
Elenchiamoli quei dati di fatto.
1. Il 14 dicembre il Parlamento deciderà sulla fiducia al governo. Se le Camere voteranno in suo favore, Napolitano non avrà ragione di intervenire; si limiterà a vigilare stimolando il governo ad attuare una politica economica in sintonia con l´Europa e riforme equilibrate della giustizia e del federalismo.
Purtroppo non pare che quella della giustizia, che sarà presentata martedì prossimo al Consiglio dei ministri, abbia i requisiti di equilibrio che sarebbero necessari per riscuotere il consenso di un´ampia maggioranza. Il federalismo si trova purtroppo in analoghe condizioni.
2. Se il governo sarà sfiduciato anche in una sola Camera, Berlusconi dovrà dimettersi né il Capo dello Stato potrà rinviarlo in Parlamento per verificare quello che è già stato verificato. A quel punto il Quirinale dovrà accertare se esistono le condizioni per formare un nuovo governo.
3. L´appello alla gravità della situazione economica – se ha un senso e certamente ce l´ha – porta ad escludere che Napolitano sciolga le Camere se avrà la fondata speranza di poter insediare un nuovo governo capace di ottenere la fiducia del Parlamento.
La via delle elezioni significa nel caso migliore tre mesi di una barca con un timoniere azzoppato in un mare in tempesta; tre mesi di mercati sottoposti ad una speculazione micidiale.
Da questo punto di vista l´appello del Quirinale al senso di responsabilità sembra rivolto al fronte berlusconiano affinché accetti ed eventualmente appoggi il nuovo governo e al fronte opposto affinché si metta in grado di offrire una piattaforma il più possibile coesa.
4. Qualora il fronte delle opposizioni non sia in grado di esprimere una volontà all´altezza della situazione, si aprirebbe una subordinata: un governo di minoranza che si regga sull´astensione dei finiani e dei centristi ma abbia però al primo punto del programma la revisione sostanziale della legge elettorale oltre ovviamente ad una tenuta coerente della politica economica.
5. Se nessuna di queste ipotesi si verificasse e la sola via restasse quella dello scioglimento delle Camere, la nave Italia entrerebbe nella tempesta, che è appunto l´ipotesi che il Capo dello Stato, con ragione, teme di più. O almeno: così sembra a noi ragionando sui dati di fatto e sulla logica che ne consegue.
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Ma quanto durerà la tempesta economica e con quali possibili sbocchi? Purtroppo durerà. Certamente per tutto il 2011, probabilmente ancora nel 2012 con effetti sperabilmente attenuati ma non ancora scomparsi nel 2013.
Almeno per quanto riguarda l´Italia il calendario è questo (ma il governo dava per tutto finito già nel 2009).
Queste previsioni poggiano purtroppo su un esame nient´affatto fantasioso ma realistico della nostra situazione economica. Siamo un paese a crescita zero da almeno dieci anni, con una disoccupazione media che, considerando anche la cassa integrazione in deroga, viaggia sopra al 10 per cento come media nazionale, con una media vicina al 20 nelle regioni meridionali.
La disoccupazione dei giovani nella media nazionale è al 20 per cento, nel Mezzogiorno al 30. Tra i giovani con lauree umanistiche e professionali il tasso nel Sud si colloca sul 50 e gli occupati di solito fanno i lavapiatti o i camerieri. Vivono a carico dei genitori e dei nonni, per cui la famiglia è diventata il principale ammortizzatore sociale esistente.
In questa situazione si colloca un debito pubblico che si trova al 118 per cento e raggiungerà il 120 l´anno prossimo con la prospettiva che l´Unione europea, sotto la spinta della Germania e della Francia, prescriva l´obbligo di rientrare entro il 2013 nel limite del 60 per cento rispetto al Pil.
Queste sono le dimensioni del problema che dovrà essere affrontato dall´Ecofin, dalla Commissione di Bruxelles e dalla Banca centrale europea entro il prossimo febbraio. Se fosse accettata la proposta della Commissione sul rientro del debito entro la soglia del 60 per cento, l´Italia dovrebbe compiere tra il 2011 e il 2013 una manovra complessiva che, per quanto riguarda il solo debito, ammonterebbe a 45 mila miliardi annui. Cifra stratosferica e sicuramente negoziabile. Ma di quanto negoziabile? La speranza è d´un rientro fino all´80 per cento del Pil o di una rateizzazione decennale. La previsione più probabile è quella di un accordo dell´ordine di 30 miliardi in tre anni o di 15 miliardi in dieci anni. Una parte di questa cifra può essere reperita dalla graduale diminuzione degli oneri che stiamo attualmente pagando sul debito. Il resto è un esborso netto che non può certo provenire da ulteriori aumenti del fabbisogno finanziario.
Tutto questo ragionamento significa che non ci sarà posto per provvedimenti di crescita perché, a legislazione vigente, mancano le risorse, la spesa corrente continua a crescere nonostante i tagli, le entrate diminuiscono a causa del rallentamento della produzione e dell´aumento dell´evasione.
Lo scenario è dunque quello di una deflazione allarmante. A meno che l´Unione europea non decida di far crescere l´inflazione per diminuire il peso reale dei debiti.
Sarebbe una via di fuga che scaricherebbe il peso dell´imposta-inflazione sui redditi fissi. Ma c´è da escludere che la Germania accetti una politica di questo genere che penalizzerebbe le esportazioni.
Dunque deflazione per almeno tre anni, a meno che….
A meno che non si faccia una riforma fiscale che tassi il patrimonio in favore dei redditi medio-bassi, dei consumi, del lavoro e delle imprese. Basta enumerare queste necessità per capire che non è certo un governo Berlusconi- Tremonti a poter effettuare scelte di questo tipo.
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La presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, ha fatto parlare di sé la scorsa settimana con la proposta di un federalismo a doppia velocità: subito nelle regioni più ricche a cominciare dalla Lombardia, dal Veneto e dal Piemonte, rinviandolo invece per le regioni povere. Questa proposta è stata lanciata in un´assemblea di industriali a Milano e ripetuta dalla Marcegaglia a Treviso e diffusa ampiamente dai giornali e dalle televisioni. Gli industriali delle zone interessate hanno applaudito con ovazioni da stadio il loro presidente.
Ebbene, a nostro avviso, si tratta d´una proposta totalmente sbagliata che avrebbe nefasti effetti politici, sociali ed economici.
Politici. Si statuisce di fatto una secessione lenta della Padania dal resto del paese provocando nel sud reazioni politiche e sociali di dimensioni non valutabili. Il Sud vedrebbe sancita la sua condizione di territorio assistito con fondi provenienti dallo Stato, cioè dai contribuenti di tutto il resto d´Italia: una regressione non tollerabile e fonte di reazioni molto accese.
Economici. La spaccatura in due del mercato con tutto quello di imprevedibile che ne consegue a cominciare da un sistema bancario sottoposto ad una torsione radicale nella raccolta dei depositi e nel loro impiego «territoriale».
Sociali. La fine d´ogni coesione e di ogni omogeneità contrattuale.
La stessa Marcegaglia ha successivamente tentato di limitare la sua proposta alla sburocratizzazione del Nord.
Proposta più accettabile che però può per essere effettuata senza bisogno di tirare in ballo il federalismo. Uno Stato federale non può che estendersi all´intero territorio nazionale. Federare solo le regioni ricche tra loro è una contraddizione in termini. Significa semplicemente affidare ad esse l´egemonia economica e politica degradando le regioni povere ad un rango coloniale. L´India fu decolonizzata dall´Inghilterra nel 1945. Degradare a rango di colonia l´Italia peninsulare da Firenze in giù nel 2010 significa camminare con i paraocchi come i cavalli.

La Repubblica 28.11.10