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"Quella Finanziaria che s’ha da fare", di Raffaella Cascioli

Sarà l’esordio stentato della nuova legge di stabilità, sarà l’attesa per un voto di fiducia al governo che si protrarrà per altre due settimane, sarà che il ministro dell’economia Tremonti è alla fine riuscito a narcotizzare il paese e il parlamento senza affrontare le urgenze di una crisi che sta mangiando i redditi degli italiani, quel che è certo è che non va più di moda in Italia parlare di Finanziaria. E forse, anche per questo, fa ancora più impressione il monito pronunciato ieri da Bruxelles che ha sollecitato una piena attuazione della manovra – che pure a giudizio della Commissione contiene valutazioni ottimistiche circa il recupero dell’evasione fiscale – per prevenire un’impennata dei premi sui debiti sovrani.
Eppure un assaggio, ma solo un assaggio c’è stato ieri quando il Tesoro nel collocare i BTp decennali si è dovuto impegnare a pagare un rendimento maggiore. Il che comporterà un ampliamento del debito pubblico e, di conseguenza, fin da subito la necessità di un maggior impegno al risanamento. Se a questo si aggiunge che lo spread, ovvero il differenziale, tra i bund tedeschi e gli analoghi titoli decennali italiani è ieri schizzato a 200 punti base, si capisce ancora di più come stia crescendo sui mercati il rischio Italia. Tanto più che il differenziale ha raggiunto ieri un nuovo record dal lancio dell’euro. Seppure non è vero che ieri all’asta sono stati collocati con qualche difficoltà i BTp, non c’è dubbio che i rendimenti siano schizzati al 4,68%. A questo vanno aggiunte le perplessità di Bruxelles sulla tenuta della manovra perché le coperture fornite dal governo sono considerate aleatorie, una ripresa quanto mai rallentata rispetto agli altri partner comunitari e un debito pubblico che per il prossimo anno secondo Bruxelles sfonderà la soglia del 120%. È dunque sotto gli occhi di tutti la fallimentare politica economica perseguita dal ministro dell’economia che, negli ultimi due anni, non ha fatto altro che chiudere i cordoni della borsa e operare tagli orizzontali senza incidere sui centri di spesa al punto che la crescita italiana è tra le più basse dell’eurozona.
Da Bruxelles il tono è pacato, anche per evitare di allarmare i mercati, ma la preoccupazione emerge dalla parole del commissario europeo Rehn secondo cui se necessario l’Italia dovrà prendere ulteriori misure, ovvero mettere mano a un nuovo aggiustamento di bilancio, per riportare il deficit sotto il 3%. L’Italia paga il conto di tre manovre sbagliate in cui si è fatta pagare la crisi agli unici che erano in grado di sostenere i consumi interni, scaricando su questi tutto il peso di un’insana gestione della politica economica. E così prima di aprile quando occorrerà presentare i conti a Bruxelles, secondo la riforma di bilancio comunitaria, si dovrà mettere mano a una nuova consistente manovra correttiva che non può andare nella stessa direzione della politica .

da Europa Quotidiano 30.11.10

"Per avere il permesso di soggiorno bisogna parlare già l’italiano e saper usare il pc", di Alessandra Rubenni

Si alza l’asticella per ottenere il permesso di soggiorno. E per gli stranieri più sfortunati, quelli che nel Paese di origine non sono stati scolarizzati, che non sanno usare il pc o hanno problemi con carta e penna, la prospettiva diventa ancora più nera. La data fatidica è arrivata. Dal 9 dicembre diventa operativo il decreto del 4 giugno 2010 firmato dai ministri Maroni e Gelmini, Interno e Istruzione, che introduce di fatto l’esame obbligatorio di lingua italiana per gli immigrati che chiedono di regolarizzare la propria presenza in Italia per il «lungo periodo ». Per tanti,un ostacolo difficilissimo da superare, che suona come una condanna certa: quella di un ritorno inevitabile alla clandestinità. Il decreto varato questa estate fissa le modalità di svolgimento dei test di lingua – come previsto dall’articolo 9 del decreto legislativo del 25 luglio 1998 – attraverso i quali gli stranieri devono dimostrare di conoscere l’italiano a un livello classificato come “A2” dai parametri europei, ovvero di saperlo parlare, scrivere, leggere e di saperlo usare per «interagire con ragionevole disinvoltura in situazioni strutturate e conversazioni brevi». E se questo già sembra un bello scoglio – tanto che diverse scuole italiane per migranti hanno già manifestato il loro dissenso -, ci si mette pure l’informatica. La trincea sulla quale gli immigrati dovranno affrontare i test saranno infatti delle postazioni pc, anche se chi lo chiederà potrà farlo vergando la propria prova pure su carta. La macchina sarebbe già pronta. Il Ministero dell’Interno fa sapere che il suo “Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione” ha messo a punto la procedura informatica che consentirà la gestione delle domande per sottoporsi ai test. Lo straniero che vuole chiedere il permesso di soggiorno da giovedì 9 dicembre dovrà collegarsi al sito www.testitaliano.interno.it (non ancora disponibile) e da lì avanzare la sua richiesta alla Prefettura di riferimento, che lo convocherà entro 60 giorni per la prova, indicando giorno e luogo. Dunque, se l’iter non si incepperà – e ammesso che come prescritto dal decreto tutto questo non pesi in nessun modo sulle casse pubbliche – via agli esami di “sbarramento” per i permessi di soggiorno, sulla base di criteri di svolgimento e di assegnazione del punteggio stabiliti in modo uniforme in tutta Italia. Chi riesce a ottenere almeno l’80% del punteggio complessivo, con una prestazione che rasenta la perfezione, supera l’esame e dunque può andare avanti in questo percorso a punti, presentando la domanda del permesso di soggiorno alla questura. Chi non ce la fa, dopo la prima bocciatura può invece ripetere la prova un’altra volta. Esentati dall’esame di lingua, solo chi abbia dei titoli di studio o degli attestati che certificano la conoscenza dell’italiano, come nel caso degli stranieri che abbiano frequentato le scuole italiane di primo o secondo grado, i minori che non abbiano ancora compiuto i quattordici anni, chi è venuto in Italia come dirigente, professore universitario o ricercatore, traduttore o interprete; oppure, infine, chi dimostra di «essere affetto gravi limitazioni alla capacità di apprendimento linguistico derivanti dall’età, da patologie o da handicap, attestate mediante certificazione rilasciata dalla struttura sanitaria pubblica». Chi non ha mai avuto accesso all’ alfabetizzazione, si prepari. Ma a un nuovo percorso, di illegalità.

L’Unità 30.11.10

"I teoremi del gran bugiardo", di Giuseppe D'Avanzo

Berlusconi torna a parlare di complotto: «Qualcuno paga le ragazze per screditarmi», dice. Vero o falso? Abbiamo capito da qualche tempo che al fondo del “caso Berlusconi” c´è «una nuova civilizzazione» che abolisce l´idea stessa di verità. È un dispositivo che rende indifferente sulla scena politica l´attendibilità del premier.
Perché egli – abusando del suo potere e del conflitto di interessi che lo protegge – si può cucinare la verità come meglio gli conviene in quel momento, salvo poi prepararsene ancora un´altra, il giorno dopo. Quanto valgono le parole dette dal presidente del Consiglio? Vanno prese sul serio o liquidate con un´alzata di spalle? Bisogna decidersi. Non può sfuggire che le grida di Berlusconi – «È tutto falso, qualcuno paga quelle ragazze che raccontano dei festini» – siano il nucleo stesso di un sistema politico che cancella ogni distinzione tra vero e falso. Con quel grido il premier elimina, non solo le sue parole – appena ieri ci ha raccontato come quelle feste con venti, trenta giovani e giovanissime donne lo rilassino, «una, due volte alla settimana» – ma esige che siano cancellati i ricordi nella mente dell´opinione pubblica e i fatti concreti: le parole delle minorenni Noemi e Ruby; la memoria di Nadia e di Terry; addirittura le voci e le immagini raccolte da Patrizia. Berlusconi pretende che sia accettato il suo personale canone secondo il quale è vero ciò che egli dichiara vero. Punto. Nel suo mondo di cartapesta, la verità degradata a «credenza» dura un solo giorno e il Gran Bugiardo che l´ha fabbricata non può mai essere accusato di mentire perché ha abolito l´idea stessa di verità.
Sappiamo che per Berlusconi funziona così e tuttavia, per una volta, lasciamo in un canto la necessità di stabilire quanta menzogna possa sopportare una democrazia prima di collassare e prendiamo molto sul serio le sue parole.
Dunque, sostiene Berlusconi: quel che riferisce l´ambasciata americana di Roma al Dipartimento di Stato è falso. Non ci sono «festini», tanto più «selvaggi»: «le ragazze che ne parlano sono pagate». Ora anche qui, lasciamo al senatore Gaetano Quagliariello la convinzione che Via Veneto copi Repubblica e dimentichiamo – come assicura chi ha avuto modo di consultare la corrispondenza diplomatica – che quelle informazioni sono state fornite ai diplomatici Usa da «ambienti della coalizione di maggioranza, del governo, del Parlamento e da ambienti dell´imprenditoria». Diamo per accertata la buona fede di Berlusconi quando rivela che c´è un qualche potere, “entità”, manina, manona che paga quelle ragazze per accusarlo di una patologica satiriasi. È evidente che la storia non può finire qui, con una “verità” del giorno che sarà presto cancellata dalla “verità” del giorno dopo. Se c´è in giro – come giura il Cavaliere – chi paga delle prostitute o delle minorenni per calunniarlo, in gioco non c´è soltanto la rispettabilità del cittadino Silvio Berlusconi da Arcore, ma un interesse nazionale che obbliga lo Stato in tutte le sue articolazioni a proteggere il capo del governo; a fare luce sulla manovra che vuole screditarlo; a individuare i cospiratori che lo minacciano. A prendere molto sul serio il presidente del Consiglio, si deve credere che egli sia in grado di documentare le sue accuse.
Le storie dei suoi «festini» sono sotto gli occhi dell´opinione pubblica dall´aprile del 2009 quando divenne pubblica l´amicizia del settantaquattrenne Cavaliere con la minorenne Noemi Letizia. Si deve pensare che in questi mesi il capo del governo abbia messo sotto pressione i servizi segreti (magari anche spioni privati e non solo Niccolò Ghedini) per venire a capo delle ragioni di un rosario di eventi e confessioni che ha svelato abitudini personali che sono molto pericolose per uno statista. Si deve credere che l´intelligence gli abbia potuto offrire in questo tempo un quadro dello stato delle cose e magari anche il profilo o i nomi dei possibili cospiratori. D´altronde, tra le tante “verità del giorno”, appena due settimane fa, Berlusconi indicò nella mafia il mandante della crisi innescata dalle dichiarazioni di Ruby Rubacuori, la minorenne venuta dal Marocco: «Nessuno può negare – disse – che alcune delle cose che accadono siano una vendetta della malavita». Accusa che non ha più ripetuto. Ora pare giunto il momento di scoprire le carte, se carte ci sono nelle mani di Berlusconi. Il percorso non è tortuoso. Gli interlocutori del capo del governo, nella grammatica istituzionale, sono due: il Parlamento e la magistratura. Il capo del governo accetti di incontrare una buona volta il Copasir, come gli fa obbligo la legge. Sveli la trama che assedia la sua persona e il suo governo. Subito dopo, raggiunga una procura della Repubblica, magari quella di Milano dove è già aperta un´inchiesta contro coloro che conducono giovani donne alle feste di Arcore. Affidi ai quei pubblici ministeri i dossier che gli sono stati consegnati dall´intelligence. Confidi ai magistrati i suoi ricordi, le sue angosce, l´intuizione che di certo avrà su chi corrompe quelle ragazze per danneggiarlo. Nell´interesse del Paese, collabori a smascherare il complotto e i cospiratori. Offra il suo doveroso servizio alla sicurezza e all´integrità dell´Italia. Berlusconi non ha altre strade da percorrere a meno che non voglia essere considerato un uomo incapace di assumersi le sue responsabilità e un Gran Bugiardo.

La Repubblica 30.11.10

Bersani: "Professionisti e lavoratori autonomi sono nel dna del Pd"

“Vogliamo rappresentare soggetti disponibili a modernizzare Italia”. “I professionisti e i lavoratori autonomi appartengono al dna del Partito democratico. Sostenere il contrario è un luogo comune, del tutto errato. Basti pensare a quanto hanno contato e contano nella tradizione del centrosinistra gli artigiani, i commercianti e gli altri lavoratori autonomi.
Ricordo, poi, che il Pd nasce dalla confluenza di diverse esperienze e le partite Iva sono una parte di queste esperienze”. Lo sostiene il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, in un’intervista esclusiva che esce domani su Il giornale delle partite Iva, nuovo mensile rivolto al mondo dei professionisti autonomi.

“I partiti andrebbero giudicati sui fatti, – prosegue Bersani – invece che sulla propaganda. In questa legislatura, il Pd ha presentato il ddl per lo Statuto per il lavoro autonomo e professionale, la proposta di universalizzazione dell’indennità di disoccupazione e le proposte contenute in “Fisco 20-20-20”: tutte misure che riconoscono la centralità delle partite Iva nella nostra economia e nella nostra società”.

“Basti pensare che i lavoratori autonomi non rappresentati da Ordini sono oltre tre milioni. Noi siamo un partito nazionale che guarda al bene di tutto il Paese e il nostro obiettivo è di rappresentare tutti i soggetti economici e sociali disponibili alla modernizzazione dell’Italia”.

“Per questo il Pd propone una serie di misure sia per tutelare sia per promuovere l’attività delle partite Iva. Per citarne alcune: liberalizzazione del mercato, creazione di un sostegno al reddito in caso di crisi e di inattività, sostegno alla qualificazione e riqualificazione delle competenze attraverso incremento delle deduzioni per la formazione,voucher formativi, sostegni all’avvio, consolidamento, riconversione e internazionalizzazione delle attività, sostegni dell’imprenditoria giovanile e femminile per l’avvio di attività in proprio.

Per quel che riguarda, invece, le finte partite Iva, che servono per nascondere rapporti di lavoro dipendente, il Pd ritiene che vadano trattate come tali, ossia finzioni, e che bisogna riportarle nell’alveo del lavoro dipendente”.

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"E' una riforma sulla pelle dei ragazzi": il famoso fisico Giorgio Parisi stronca la riforma sull'università, di Caterina Perniconi

Nell’intervista il fisica italiano di fama internazionale definisce la riforma “un bel disastro”… La valutazione degli atenei, i bilanci, la sperimentazione, l’emendamento cancellato sui ricercatori…. L’invadenza della politica e il ruolo del privato
“Questa riforma è un bel disastro”. E se a dirlo è Giorgio Parisi, uno dei più autorevoli fisici viventi, padre della “teoria del caos”, c’è di che preoccuparsi. Sessantadue anni, professore all’Università La Sapienza di Roma, la scorsa settimana ha ricevuto la medaglia Max Planck per i suoi studi, riconoscimento ricevuto nella storia da scienziati del calibro di Albert Einstein ed Enrico Fermi.
In Italia potremmo non avere più un Giorgio Parisi.
Perché gli studenti migliori ormai portano il loro cervello all’estero, e non riescono a rientrare nel sistema universitario.
Che con questa legge non cambierà in meglio.
Professore, l’Italia ha bisogno di una riforma dell’Università. Perché non questa?
É vero, c’è una grande necessità di cambiamento. Ma nella direzione contraria a quella in cui va questa legge.
Cioè?
La prima cosa da fare è valutare gli atenei. Noi conosciamo la situazione a macchia di leopardo, alcune eccellenze, altre situazioni dissestate. Ma non abbiamo un quadro globale.
Eppure la Gelmini dice che la riforma premia il merito.
Veramente l’Anvur (l’Agenzia nazionale per la valutazione universitaria, ndr) varata dal governo Prodi non è ancora in funzione. E poi nella prima stesura del provvedimento ho letto 23 volte le parole “ministero dell’Economia”. Ma che c’entra?
È un modo per chiarire chi comanda?
Gli dà un peso troppo alto. Addirittura la riforma dice che chi non è in regola col bilancio non può fare sperimentazione. Ma che significa? Semmai deve avere meno soldi, ma è proprio con la sperimentazione che si possono ottenere risultati, e far abbassare il deficit. Hanno sbagliato tutto.
Cos’altro?
C’è un emendamento, per esempio, in cui si dice che le medaglie olimpiche possono valere come esami in determinate facoltà. Ma perché una legge che contiene principi generali deve per forza accontentare tutte le volontà personali? Gli istituti superiori di educazione fisica valuteranno da soli quanto valgono le medaglie e se vogliono pure gli scudetti. Non sono queste le riforme che servono. Ma danno l’idea di come questo governo vuole fare le leggi.
Quindi condivide la protesta dei ricercatori?
Reputo la protesta giustissima. La legge è fatta sulla loro pelle e su quella di chi è andato all’estero. In solidarietà con loro, lunedì farò una lezione sul tetto della facoltà di Fisica alla Sapienza.
Poi c’è la questione precari. Lei è favorevole o contrario alla cancellazione della terza fascia docente e i contratti a tempo determinato per i ricercatori?
In linea di principio non era sbagliato. Ti assicuro un contratto di 6 anni, nel frattempo accantono i soldi per assumerti e se la valutazione finale che otterrai sarà positiva puoi entrare nell’Università. Altra cosa è farti lavorare 6 anni, con un contratto che costa meno, sapendo già che non ci saranno i soldi per assumerti.
Infatti l’emendamento che prevedeva l’accantonamento è stato cancellato . Sapere che se hai fatto bene verrai premiato non è un problema. La precarietà lo è.
C’è molta differenza di considerazione tra i giovani fisici di via Panisperna e gli studenti di oggi. I ragazzi che incontra sono preoccupati?
L’altro giorno uno di loro, che si è laureato con me, ha detto di non aver intenzione di fare il dottorato perché in Italia non è riconosciuto e perderebbe solo 3 anni senza avere sbocchi.
Il rischio è quello che resti solo chi se lo può permettere?
Ci sarà una fortissima selezione sul censo.
Quanti studenti e scienziati eccellenti si perderanno in questo modo?
Non mi preoccupano gli eccellenti, loro se la caveranno, sicuramente andando all’estero. Mi preoccupano tutti coloro che hanno grandi capacità e che altrove farebbero ricerca ma che nel nostro paese saranno fatti fuori. Se ci sarà un Mozart emergerà, ma non potrà più suonare perché gli mancheranno gli orchestrali.
Qual’è la conseguenza peggiore della riforma?
L’ingresso nei Consigli d’amministrazione di persone esterne. Se non si capisce chi sono la procedura può diventare un disastro. Le Asl lo sono perché nei loro Cda è entrata la politica.
Ha maggior timore delle conseguenze dell’ingresso della politica nei cda o dei privati che possono indirizzare la ricerca?
I privati possono mettere i ricercatori a servizio della produzione, e a rimetterci sarebbe la ricerca di base, quella che permette i veri progressi nel lungo periodo. Ma la spartizione politica è quella che temo di più.
Il Fatto Quotidiano 29.11.10

Su Wikileaks Berlusconi per gli americani: incapace e dedito a feste selvagge

Bersani dopo la pubblicazione dei file commenta: “Il premier con il suo comportamento e le sue decisioni politiche nuoce alla reputazione dell’Italia nel mondo, con grave danno per il paese”. Ma alla fine cosa ha pubblicato WikiLeaks? Come da un vaso di Pandora i dispacci diplomatici resi pubblici toccano tantissimi paesi. Per l’Italia fa subito notizia la sfiducia in Silvio Berlusconi, definito quasi il portavoce della Russia in Europa e segnalato per le sue “feste selvagge”. Il premier stando ai suoi collaboratori si sarebbe fatto “una risata” a leggere i report scritti sul suo conto.

Purtroppo “c’è poco da ridere. Berlusconi nuoce alla reputazione dell’Italia – dichiara il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani – Con i documenti resi noti da Wikileaks quel che emerge conferma in modo inequivocabile che il presidente del Consiglio con il suo comportamento e con le sue decisioni politiche nuoce alla reputazione dell’Italia nel mondo, con grave danno per il paese. Semmai ce ne fosse stato bisogno, è la conferma che occorre una svolta, che bisogna voltare pagina”.

“Incapace, vanitoso e inefficace come leader europeo moderno”: questo il giudizio dell’incaricata d’affari americana a Roma Elizabeth Dibble sul presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Non solo: il presidente del Consiglio italiano è un leader “fisicamente e politicamente debole” le cui “frequenti lunghe nottate e l’inclinazione ai party significano che non si riposa a sufficienza”. Secondo i documenti svelati da Wikileaks, il premier italiano è visto con scarsa fiducia, se non con aperto sospetto, per i suoi rapporti con Vladimir Putin, di cui viene definito il “portavoce in Europa”. I rapporti americani parlano di rapporti sempre più stretti tra i due leader, conditi da “regali sontuosi” e da “contratti energetici lucrativi”. I diplomatici segnalano anche la presenza di “misteriosi intermediari”.
Nei documenti appare anche il ministro degli Esteri Franco Frattini, che avrebbe espresso “frustrazione per il doppio gioco di espansione verso l’Europa e l’Iran da parte della Turchia”.
Ma i documenti come detto riguardano tanti paesi: c’è il fastidio per come Sarkozy, chiamato “imperatore nudo” contrasta la politica statunitense, gli avvertimenti alla Germania sul contrasto alle “rendition” citando il caso di Abu Omar in Italia, lo spionaggio nei confronti dell’Onu degli USA e le strategie per bloccare l’Iran e arginare la Cina.
Certo è che i files di Wikileaks che riguardano l’Italia, non sono però solo un insieme di giudizi sulla vita privata di Silvio Berlusconi ma soprattutto una fonte diretta per capire come i rapporti con gli Usa stanno subendo importanti cambiamenti per via degli affari del premier con Vladimir Putin, la vendita di navi e armi di Finmeccanica all’Iran.

”Non vogliamo affatto speculare, ne’ possiamo dire che ci fa piacere leggere nei rapporti riservati della diplomazia americana giudizi così poco lusinghieri sul Presidente del Consiglio italiano. Purtroppo, e il Ministro Frattini dovrebbe saperlo, si tratta di una triste conferma di quanto le amicizie pubbliche e private di Berlusconi portino discredito all’immagine e al ruolo internazionale del nostro Paese” afferma in una nota la vice presidente dell’Assemblea nazionale del Pd, Marina Sereni.

”Proprio ora che servirebbe un’Italia forte ed autorevole in Europa e nel mondo e’ di solare e drammatica evidenza l’inadeguatezza di Berlusconi. Un altro motivo, non l’ultimo – conclude – per chiedere che si dimetta e lasci che in Parlamento si apra una fase nuova”.

Ma.Lau.

www.partitodemocratico.it

Sorpresa, al cinema la scuola funziona", di Marco Rossi-Doria

Finalmente la scuola irrompe sulla scena. E smentisce i troppi soloni che la denigrano. Così, ieri al Tff si è visto il bel documentario di Marco Saltarelli: Scuola media . Il mare all’orizzonte e la potenza dell’Ilva che sprigiona fumi fanno da cornice ai ragazzini della media «Pirandello» di Taranto che si chiedono quali sono vantaggi e svantaggi di un’eventuale chiusura dell’impianto siderurgico.

Il grande tema della salvaguardia dell’ambiente e del come conciliarla con l’occupazione si combina con i visi dei ragazzini che si domandano della loro futura salute. E dei padri che perderebbero il lavoro.

Cambia scena. Una monaca di clausura, da dietro le sbarre, parla ai ragazzini che sono andati in gita d’istruzione a trovarla. Loro le raccontano che hanno studiato I promessi sposi e la monaca di Monza… E lei, con voce ferma, dice loro che devono vivere in modo pieno, come ognuno può fare. E che devono farlo per scelta. E le ragazzine ascoltano. Attente. Poi, quando si allontanano, parlottano tra loro in dialetto. Fitto fitto si dicono le loro cose, le cose degli adolescenti. Di nuovo in classe una professoressa guarda oltre la prima fila e chiama a raccolta – appunto – il gruppo di adolescenti che trama dietro i primi banchi.

La scuola, qui come ovunque, è il luogo d’appartenenza potente che riunisce i pari di età. Che hanno in mente e nei discorsi i loro miti, le loro storie, ben più forti delle «cose da imparare» che non hanno più l’ausilio fornito dal senso di colpa. «Vai a scuola per imparare», ci dicevano i nostri genitori. Erano parole che funzionavano. Sia pure con le normali trasgressioni. Ma è stato eroso il patto implicito che c’era tra i nostri padri e i nostri insegnanti: ora la parola adulta non ha il retroterra di un tempo. Così i docenti devono conquistare ogni metro di attenzione a gran fatica. Convincere il gruppo di adolescenti e poi ogni suo membro che si sta lì perché conviene imparare è la prima sfida che i docenti si pongono.

Il film mostra questo. Ed è una grande, faticosa opera quotidiana. Lo rivela la prof. di matematica: «La parola mia vale ogni volta di meno di quella del vostro compagno… com’è possibile?». Lo chiede a loro. E a se stessa. È quello che noi adulti che insegniamo ci chiediamo ogni volta. Eppure i docenti sono lì. Ogni giorno lì. Ed è come se ogni volta dicessero: va bene, capiamo, non rinunciate a essere gruppo, a essere ragazzi come siete voi e non come noi. Però fatene qualcosa. Trovate, provate, scoprite in positivo. E così le ragazzine guardano il foglio con il problema di geometria con la prof. che, quasi di lato, segue i tentativi che vengono avanti. Il dettato scandito dall’altra prof. rivela una lingua obsoleta. Eppure i ragazzi scrivono, provano a tenere il passo. E le ragazzine suonano mirabilmente i violini. E un ragazzo legge le note. E dalla grammatica che sta sul pentagramma esce musica. Ed è la preside – ora si dice dirigente scolastico – che rivela quel che è davvero al centro di tutte le fatiche: dare grammatiche a ciascuno, grammatiche per leggere il mondo e starci dentro, senza le quali non si saranno cittadini. Perché senza grammatiche non ci sarà scelta.

Domani ci sarà il bellissimo film di Giulio Cederna e Angelo Loy: Una scuola italiana . Sulla scuola d’infanzia «Carlo Pisacane» di Roma, Tor Pignattara. Dove otto bambini su dieci sono stranieri. Le maestre lavorano con bimbi e mamme intorno al mondo del Mago di Oz e di Dorothy che vi è capitata. Non è solo la metafora della scoperta attraverso l’estraniazione. È il laboratorio scelto di una scuola che non solo «tiene botta» ma crea. Perché fa entrare ognuno nel mondo attraverso la porta delle emozioni e delle relazioni autentiche. La recita delle parti del Mago e del Leone, dell’Uomo di paglia e dell’Uomo di latta rapisce maestre e bambini – italiani e siriani, indiani e cinesi, latinoamericani e marocchini, del Bangladesh e del Pakistan.

Lo fa mentre preserva le routine che servono a crescere: mangiare insieme, lavarsi le mani, litigare ma dire scusa e riparare, cantare «tanti auguri», impastare e dipingere, nominare gli animali e i colori, commentare le storie altrui e raccontare le proprie Civili, competenti, appassionate, le maestre guidono ogni passaggio e si interrogano, con commovente onestà, sui propri errori e sul senso del lavoro. È l’Italia migliore. Ma, intanto, fuori dall’edificio, compare – aggressivo quanto patetico – l’urlo dell’odio che chiama a sfasciare tutto questo o l’accanimento imbecille di chi deve mostrare i conflitti in tivù, incapace di rispettare l’opera che si sta compiendo.

Ma forse è l’Italiano il protagonista che tiene la trama: la meravigliosa, accogliente lingua franca nella quale tutti i bimbi s’avvicinano alle loro paure, alla loro nuova casa e alla nostalgia per quella lontana, al nominare se stessi e il mondo, a dare ruotine e rito alle sante giornate. Sì, l’Italiano. Che anche le mamme vogliono imparare. Che si può imparare presto e bene. Che serve per andare in prima. In una scuola italiana.

La Stampa 29.11.10