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Tumori, Veronesi presenta il test che dimezza la mortalità

Diagnosi precoce sul pomone con la Tac “a spirale”: «Una svolta epocale per la lotta al big killer». Arriva un test salvavita per il tumore al polmone, che fino ad oggi aveva una mortalità dell’85% e potrebbe scendere al 20. Lo ha annunciato Umberto Veronesi, che all’Istituto Europeo di Oncologia ha presentatoi risultati dello studio Cosmos sui grandi fumatori, eseguito a Milano, che ha dato risultati entusiasmanti per la nuova tac «a spirale», che con bassa dose di radiazioni ionizzanti è in grado di diagnosticare tumori del polmone di piccole dimensioni. L’Ieo ha confermato così, migliorando anche le previsioni, uno studio del National Cancer Institute. Iniziato con uno studio pilota condotto su un gruppo di 1000 volontari per 5 anni (risultati pubblicati su Lancet nell’agosto 2003), lo studio Cosmos rappresenta il più ampio studio monocentrico europeo: nel 2004-2005 vi partecipano altri 5200 volontari. Il Cosmos è l’unico studio al mondo (dopo quello multicentrico ELCAP) che ha mantenuto l’osservazione dei partecipanti per 10 anni. Lo studio è coordinato dal Prof. Massimo Bellomi, Direttore della Divisione di Radiologia dello IEO e Professore dell’Università degli Studi di Milano, e dalla Dott.ssa Giulia Veronesi, Direttore dell’Unità di Ricerca sulla Diagnosi Precoce e la Prevenzione Tumore Polmonare. I soggetti esaminati – tutti forti fumatori o ex fumatori (che hanno smesso da meno di 10 anni), con più di 50 anni, che hanno fumato almeno un pacchetto di sigarette al giorno per 20 anni – eseguono ogni anno una Tac Spirale a basso dosaggio di radiazioni.

La Tac Spirale permette di misurare con grande accuratezza la densità del tessuto polmonare e rileva la presenza di un nodulo polmonare con una frequenza 7 volte maggiore rispetto alla radiografia del torace. Fornisce infatti i dati dei valori di densità di piccoli «cubetti di volume» in cui viene scomposto il nostro corpo. Poichè il polmone è costituito prevalentemente da aria, appena lo spazio aereo viene sostituito da una masserella solida che rappresenta lo sviluppo di una neoplasia, la TC è in grado di individuarla anche utilizzando una dose molto bassa di radiazioni ionizzanti. Senza iniettare mezzi di contrasto e con una dose di radiazioni inferiore alla metà di quelle che riceviamo dalla natura (atmosfera e terreno), l’apparecchio crea immagini tridimensionali del polmone che permettono di ricostruire la sua struttura e di mettere in evidenza l’eventuale tessuto anomalo. I tempi di esecuzione sono decisamente rapidi: la scansione dura 6 secondi. I risultati ottenuti sull’osservazione dei volontari che partecipano allo Studio dimostrano che la diagnosi precoce con Tac spirale ha completamente modificato lo spettro dei tumori diagnosticati e operati: da una percentuale di tumori in stadio avanzato del 75% si è passati a una percentuale inferiore al 20%.

Senza diagnosi precoce ancora oggi più del 70% dei tumori del polmone vengono scoperti quando la malattia è già in fase avanzata, spesso inoperabile e con una percentuale di guarigione non superiore al 15%. La diagnosi precoce con Tac Spirale ha ribaltato questa percentuale: più dell’80% dei pazienti può essere operato con un intervento conservativo e con una percentuale di sopravvivenza del 70% dopo 5 – 10 anni di controlli. La sopravvivenza globale di tutti i pazienti con tumore polmonare, sottoposti al nuovo esame, è stata del 70%, rispetto a un 10-15% della popolazione generale non sottoposta a diagnosi precoce. La ricerca ha ora come obiettivo di migliorare l’efficacia della diagnosi precoce e di aumentare la protezione sulle persone a maggior rischio.

La Stampa 26.11.10

"Il PD ovunque si esprime la realtà del Paese"

Bersani e Bindi alla manifestazione della CGIL: “Il lavoro è un problema centrale”. “Sono qui perché voglio che il Pd aiuti a fare in modo che la politica riprenda contatto con la società. Per lo stesso motivo sono andato sui tetti a trovare gli universitari”, così il segretario del Pd,Pier Luigi Bersani, ha spiegato ai cronisti la presenza sua e di Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea Nazionale del PD alla manifestazione della Cgil assieme a tanti altri dirigenti e militanti. La segretaria della Cgil, Susanna Camusso, ha salutato calorosamente il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani e Rosi Bindi al loro arrivo alla manifestazione della Cgil a piazza San Giovanni.
“Il Pd sarà presente ovunque si possa esprime la realtà vera. Il lavoro è il problema centrale del Paese, mentre il governo continua a predicare che i cieli sono azzurri, ma questo è un atteggiamento pericoloso, che crea disagio e anche rabbia che bisogna tradurre in elementi positivi”. Anche perché “così non regge, siamo in una condizione di instabilità provocata da questo governo, bisogna cambiare”. E con l’Italia per cambiare è lo slogan che vedrà il PD nella stessa piazza tra pochi giorni: “Saremo qui l’11 dicembre non solo per dire a Berlusconi di andare a casa ma per presentare il nostro progetto e ridare fiducia al Paese, per sollecitare energie positive per il cambiamento”.

Alla denuncia di un complotto contro il governo, sollevata venerdì dal ministro Frattini, ha risponsto affermando che un esecutivo “che solleva un problema del genere dimostra di essere un governo al tramonto che dà segni di nervosismo, incertezza e scompostezza assolutamente pericolosi. Dobbiamo mettere rapidamente rimedio a questa situazione sennò i prossimi mesi saranno molto difficili”.
Sullo stesso tema la Bindi è ricorsa all’ironia: “Una gran bella piazza, non mi sembra ci sia aria di complotto, qui c’è solo la legittima rivendicazione del rispetto del diritto fondamentale al lavoro, soprattutto per i giovani, le donne e il Mezzogiorno”.

Rispondendo ai cronisti a margine della manifestazione Bersani ha invitato anche Berlusconi e la Gelmini a “fermarsi sulla riforma dell’Universita’ ed a confrontarsi con le proposte che vengono dall’opposizione”. Per il segretario del PD bisogna ragionare a partire da due punti: i ricercatori e il diritto allo studio e farlo subito: “Ci sono tre giorni di tempo per fermarsi e ascoltare anche le proposte del Pd per arginare questo problema e trovare il sistema di reperire fondi. Allora cerchiamo di ragionare positivamente, ma non vedo nessuna apertura e la cosa mi preoccupa molto”.

www.partitodemocratico.it

"L'attrice bulgara Bonev a Venezia Bondi paga le spese: 400mila euro", di Paolo Berizzi

Due lettere del ministro di Sofia per autorizzare il viaggio. In Italia per ritirare un premio con una delegazione di 40 connazionali. L’attrice bulgara Bonev a Venezia Bondi paga le spese: 400mila euro. L’attrice-imprenditrice bulgara Michelle Bonev viaggiò dalla Bulgaria all’Italia con un volo pagato dal governo italiano. Poi, arrivata al festival del cinema di Venezia dove il ministro della Cultura Sandro Bondi si era adoperato per farle assegnare un premio – premio effettivamente ritirato dalla Bonev per la non indimenticabile opera prima “Goodbye Mama” – alloggiò e cenò lussuosamente, assieme a una delegazione di 40 connazionali. Sempre e tutto a spese del “paese ricevente”. L’Italia. A confermarlo, con tanto di lettere ufficiali, è il ministro della Cultura bulgaro, Vejdi Rashidov. Intervistato dall’emittente Btv-mediagroup, il collega di Bondi racconta che all’attrice – “un’amica molto cara al primo ministro bulgaro e a Berlusconi”, già coinvolta nel caso intercettazioni Saccà, con l’ex direttore generale della Rai che la impone al Dopofestival di Sanremo – l’invito per la gita veneziana arrivò con una lettera spedita dal nostro titolare della Cultura al suo omologo di Sofia: la missiva è del 25 agosto 2010.

Ed è quello, di fatto, il trampolino di lancio tanto atteso da Michelle, desiderosa di vedere il suo film consacrato alla Biennale del cinema (riconoscimento assegnato da “Action for Women” della deputata Pdl Debora Bergamini) . Prima di confermare la presenza al Lido della delegazione bulgara, Rashidov, come prevede la prassi istituzionale, chiede l’autorizzazione al primo ministro, Boyko Borisov. Che ovviamente non ha nulla in contrario, anzi. Purché a sostenere le spese di viaggio sia il “paese ricevente”. E infatti andrà così. Tra voli privati, cene al ristorate Cipriani, pernottamento in hotel pluristellato, trasferimenti e spese varie, il tour veneziano della compagnia partita da Sofia sarebbe costato non meno di 400mila euro. Una cifra ragguardevole.

Bondi, già travolto dalle vicende del crollo di Pompei e della parentopoli di famiglia, l’altro giorno ha smentito: “Nessun viaggio pagato”. Ma ora a metterlo in fuori gioco è la versione del collega bulgaro. “Pagò l’Italia, certo, ma non ho chiesto lo scontrino”, dice Rashidov.

Tira un vento decisamente contrario in questi giorni sul ministro della Cultura. La rivolta del mondo del cinema e del teatro. La figuraccia mondiale dei resti pompeiani venuti giù per l’incuria. L’imbarazzo derivato dalla disinvoltura con cui ha risolto i suoi affanni familiari (un posto al ministero per il figlio della compagna, la deputata pidiellina Emanuela Repetti, e 25 mila euro di fondi Fus per l’ex marito, Roberto Indaco).

Uno tsunami di cui si avverte la forza anche qui, a Novi Ligure. Il paese della fidanzata dove Bondi ha trasferito la sua residenza e che tanto vorrebbe (o avrebbe voluto) trasformare se non in feudo elettorale (la giunta eletta lo scorso anno è saldamente di centrosinistra) almeno in un suo piccolo regno. Sul modello Scajola-Imperia.

Del clan Bondi, in queste ore, almeno ufficialmente, non vi è traccia. Manuela Repetti è a Roma. Suo padre, il potente immobiliarista Giovanni, ex panettiere detto “Panetto” (e sua figlia “Panetta”), sponsor del Pdl, di questa storia non ne vuole nemmeno sapere. Come fantasmi sono i due parenti – per estensione – beneficiati da “Sandro”, il generoso ministro che qui molti considerano una specie di Santo Patrono. Di Fabrizio Indaco, laureando in architettura e figlio di Manuela, essendo stato piazzato alla Direzione generale del cinema in Piazza S. Croce in Gerusalemme, a Roma, si dice sia giustamente nella capitale. Non pervenuto nemmeno il padre, Roberto, che conobbe la Repetti quando da Viterbo venne qui in servizio militare (quando nasce Fabrizio lei ha solo 17 anni). Per lui il buon cuore di Bondi ha prodotto un incarico di consulente dell’Osservatorio dello Spettacolo nell’anno 2009. Per occuparsi genericamente di “Teatro e Moda” gli vengono riconosciuti 25 mila euro.

Sarebbero loro, gli Indaco padre e figlio, i “due casi umani” per i quali Bondi dichiara di essersi speso. Il secondo in particolare sarebbe il protagonista di una “vicenda molto dolorosa, una storia privata”, spiega il ministro. Già, risolta però con soldi pubblici. Dai microfoni della Zanzara su Radio 24 Manuela Repetti difende il compagno. “Solo una combinazione”, dice a proposito del posticino ricavato da Bondi per il figliastro. “Non è mica vietato, è giovane, è uno studente come tanti altri che ha fatto la sua piccola esperienza di lavoro”.

Da quando Bondi è arrivato a Novi, il paese è molto cambiato. I soldi del ministero arrivano a getto continuo. Un decreto dei Beni culturali ha appena stanziato 670 mila euro per i lavori di due chiese (il Duomo, 500 mila, e San Pietro, 170 mila). Prima c’era stata la promessa dei fondi necessari per il restauro del teatro Marenco. E i soldi (550 euro) per la banda del paese. Nel frattempo Bondi aveva già fatto felice la compagnia teatrale di Mariano Anagni, vicina a Fivizzano, il suo paese: 285 mila euro di finanziamenti. Se fosse una commedia s’intitolerebbe lui lei il figlio e l’ex. Tutti insieme a Novi Ligure. Ma la battuta più graffiante è di un anziano all’ora dell’aperitivo: “Bondi prendendosi la Panetta (Repetti, ndr) si è dovuto prendere tutto il pacchetto

La Repubblica 27.11.10

Carpi, voglia di reagire alla crisi ma cresce la sfiducia

L’on. Ghizzoni ha incontrato artigiani, imprenditori e lavoratori della zona industriale di Cibeno: “Da molti ho sentito paventare conseguenze ancora peggiori per il futuro”. Prosegue la campagna di mobilitazione “Porta per Porta” del Partito democratico di Carpi. L’on. Manuela Ghizzoni ha incontrato artigiani, imprenditori e lavoratori della zona industriale di Cibeno. Assieme ad amministratori, tra cui il presidente del Consiglio comunale Taurasi e l’assessore Tosi, ed esponenti e volontari del Pd, con il segretario cittadino Dalle Ave e il segretario del circolo di Cibeno Pierantoni, la deputata carpigiana ha visitato alcuni capannoni della zona artigianale di Cibeno.

“Da più di un imprenditore – sottolinea l’on. Ghizzoni – ho sentito paventare conseguenze ancora peggiori per il futuro, a conferma di quanto la ripresa sia lontana e la crisi stia colpendo pesantemente il nostro tessuto produttivo nei laboratori artigiani e nelle piccole imprese c’è tanta voglia di fare, ma anche molta sfiducia.

I ritardi nei pagamenti, e a volte anche i mancati pagamenti, sono il segno più tangibile della crisi – prosegue la parlamentare carpigiana – mentre la mancanza di liquidità ha un effetto devastante su imprese di piccole dimensioni, a volte a conduzione famigliare. A differenza di quanto ha affermato Berlusconi, che per mesi ha negato e sottovalutato gli effetti della congiuntura, lasciando sguarnito il dicastero dello sviluppo economico e disinteressandosi delle piccole e medie imprese la crisi c’è ed è pesante, come hanno confermato tutti gli imprenditori incontrati a Cibeno.

Abbiamo distribuito materiale sulle proposte del Pd per arginare la crisi e riagganciare la ripresa – conclude l’on. Ghizzoni – ma torneremo presto tra i capannoni di Cibeno, per raccogliere ancora la voce dei lavoratori e degli imprenditori della zona. Quando le persone si allontanano dalla politica è la politica che si deve riavvicinare a loro, anche andandole a cercare casa per casa, mercato per mercato, scuola per scuola, impresa per impresa”.

"Finmeccanica, il silenzio di Tremonti", di Raffaella Cascioli

Si stringe il cerchio delle indagini sulla società di Guarguaglini e il premier attacca l’inchiesta
Siamo il paese di Romolo e Remo, del Conte Ugolino, di chi ha rubato il futuro dei propri figli creando il terzo debito pubblico più grande del mondo, di chi ogni giorno nega un presente ai propri giovani. Siamo un paese autolesionista. Detto questo, è impensabile che un presidente del consiglio, seppure da giorni sotto pressione per lo sgretolamento della maggioranza di governo, intervenga di peso su un’indagine in corso invocando un attacco all’Italia. Il tutto, per giunta, a mercati aperti.
Mercati che fortunatamente lo hanno ignorato.
Nel giorno in cui la procura di Roma ha disposto perquisizioni nelle sedi dell’Enav e di alcune società legate a Finmeccanica nell’ambito dell’indagine su presunti fatti di corruzione e frode fiscale, il premier perde la testa e a mercati aperti si lascia andare a dichiarazioni quantomeno inquietanti. A proposito dell’indagine che ha visto indagati i vertici dell’Enav e la responsabile della Selex sistemi integrati, Marina Grossi (moglie del presidente di Finmeccanica Guarguaglini), Berlusconi si è detto «preoccupato perché Finmeccanica è un asset straordinario, ha firmato un contratto con la Russia. Mi auguro che queste indagini portino a nulla, ne sono convinto». E ancora il premier ha detto di considerare «suicida che il paese proceda contro chi costituisce con la propria capacità operativa la forza del paese».
Parole pronunciate mentre la stessa procura ribadiva che, allo stato, gli accertamenti non hanno chiamato in causa né Finmeccanica né il suo presidente Francesco Guarguaglini. Parole, quelle del premier, che hanno suscitato la pronta reazione dell’Anm secondo cui «è dovere delle istituzioni collaborare con la magistratura nella difficile azione di contrasto alla corruzione e non quello di attaccare le iniziative giudiziarie senza conoscerne motivazioni e contenuti ». A rincarare la dose ci hanno pensato sia il ministro degli esteri Frattini che ha parlato di strategie per colpire l’Italia mettendo insieme l’attacco a Finmeccanica con i rifiuti a Napoli e i crolli a Pompei, sia il vicepresidente della camera, Maurizio Lupi (Pdl) secondo cui «è impossibile non notare che quello sferrato a Finmeccanica è anzitutto un attacco all’immagine e al futuro del nostro paese». È invece pesante il silenzio del ministro dell’economia Tremonti, azionista al 30,2% di Finmeccanica e dunque l’unico deputato a parlare, che peraltro non è mai stato un supporter di Guarguaglini tanto da voler puntare direttamente a dire la sua sulla nomina del successore del presidente di piazza Monte Grappa il cui mandato scade in primavera. Nella settimana più buia per il manager, che punta ad essere confermato sulla sua poltrona e che ha già fatto sapere di non essere intenzionato a dimettersi, il silenzio del ministro, che non ha incontrato Guarguaglini, è più pesante di ogni atto d’accusa.
Ieri in borsa il titolo di Finmeccanica ha guadagnato l’1,99% a seguito del protocollo d’intesa siglato con le ferrovie russe per un valore di 1,5 miliardi, in quanto gli operatori dopo le perdite dei giorni scorsi hanno deciso di mettere da parte le fibrillazioni per guardare al cuore dell’accordo. Nessuna ripercussione dunque per le due le inchieste che riguardano l’Enav: la prima riguarda l’acquisizione di Vitrociset (oggi Techno Sky) nel 2006 per circa 100 milioni di euro, la seconda si basa sulle ipotesi di falso in bilancio e di reati tributari a partire del 2006 in poi. Detto questo, però, non c’è dubbio che per tutti – a cominciare da Finmeccanica – c’è necessità che sia fatta quanto prima chiarezza. Su questo il segretario del Pd Pier Luigi Bersani ha detto chiaramente che «tutti teniamo a Finmeccanica e tutti teniamo anche alla chiarezza ». Occorre appurare se c’è o non c’è il coinvolgimento di Finmeccanica in quello che appare un intricato intreccio di inchieste e il presunto utilizzo di fondi neri per agevolare commesse.

da Europa Quotidiano 27.11.10

"La riforma aiuta i baroni", di Maurizio Ferraris

L´impressione è quella di avere a che fare, più che con un ministro, con un curatore fallimentare che considera l´Università una bad company da dismettere. Non sorprende se gli studenti protestano. Il ministro Gelmini ha commentato le proteste per l´Università dicendo che così gli studenti fanno gli interessi dei baroni, poi ha sostenuto che tra i meriti fondamentali della sua riforma c´è il porre fine a parentopoli. Ora, i baroni sembrano assolvere nello specifico della politica universitaria la stessa funzione retorica di spauracchio generico e inesistente che hanno “i comunisti” nella politica generale della destra populista. E stupisce veder riemergere, in contesti storici radicalmente mutati, una categoria che in effetti è stata azzerata (insieme a molte cose cattive o semplicemente vecchie e ad alcune cose buone) dal Sessantotto, ossia cinque anni prima che nascesse il ministro.
Questo il ministro non può non saperlo. Così come non può non sapere che la riforma dei concorsi da lei voluta due anni fa, mettendo nelle commissioni soltanto gli ordinari ed escludendone (diversamente che in precedenza) gli associati e i ricercatori è stata, semmai, la mossa più concreta per far resuscitare la figura defunta del “barone”. La situazione è paradossale: mentre si adopera una retorica sessantottesca per dar contro agli studenti, ridotti al ruolo di utili idioti e di servi sciocchi dei baroni (con l´assunzione implicita, e radicalmente populista, che non siano in grado di pensare con la loro testa e che abbiano bisogno di un capo, possibilmente maschio e avanti negli anni), ci si impegna concretamente nel ripristinare una figura scomparsa.
Così pure, il ministro non può non sapere che tra i mille mali che affliggono l´università, parentopoli è di gran lunga il minore. Tolte alcune situazioni aberranti, e giustamente segnalate dai giornali, c´è la normalità universitaria, che per l´appunto non fa notizia, e nella quale parentopoli non esiste. In questo senso, c´è una differenza profonda tra parentopoli, che segnala una eccezione, e tangentopoli, che individuava un comportamento diffuso: assimilarle, e vedere in parentopoli il male dell´università, è dunque a dir poco singolare. Ed è nel complesso singolare che tra tutti i problemi reali dell´università, problemi le cui responsabilità sono equamente distribuite tra destra e sinistra (primo fra tutti, per quel che riguarda le facoltà umanistiche, la sciagurata riforma che ne ha abbassato drasticamente il livello una decina di anni fa), si debbano denunciare dei problemi immaginari: i baroni e parentopoli.
L´impressione è di avere a che fare, più che con un ministro, con un curatore fallimentare, che considera l´università una bad company da dismettere. L´impressione è meno peregrina di quanto non possa apparire sulle prime, se si considera che, come è noto, per salvare l´Alitalia il governo ha attinto al fondo pubblico per il finanziamento della ricerca istituito nel 1982, cioè ai tempi della deprecatissima Prima Repubblica. Ma la gravità dell´atteggiamento del ministro sta nel fatto che, con la polarizzazione che provoca il suo estremismo di un´università tutta da buttare (e di fatto buttata, perché la riforma è soltanto un dispositivo di tagli di spesa, basti dire che a oggi gli atenei non hanno ricevuto il fondo di finanziamento ordinario per l´Università per il 2010, e non ne conoscono neppure l´ammontare) impedisce il processo di autocritica e di autoriforma necessario per l´università da salvare.
Io temo di capire quale sarà il risultato della riforma Gelmini: una università pubblica di basso livello ma anche di basso costo per lo Stato, che laurei in massa così da essere in linea con le medie europee, e un´eccellenza, reale o anche soltanto immaginaria, per le università private. E chi non ha i soldi per pagare le rette delle università private, si arrangi. A questo punto, non c´è niente di sorprendente se gli studenti protestano, visto che il danno che subiscono è reale. Si tratta, per l´appunto, di una posizione razionale, da cittadini e non da popolo indistinto. Ma il ministro preferisce vedere anche qui, persino nella protesta, l´effetto perverso di una suggestione leaderistica e carismatica: “Non comprendo perchè una parte degli studenti sia schierata con i ‘baroni´”.

La Repubblica 27.11.10

"Così Napolitano ha riscritto il dl rifiuti", di Gianni Del Vecchio

Il capo dello stato apprezza e non dimentica l’emergenza di Napoli: il nuovo testo del decreto indebolisce Cosentino e Cesaro. La scorsa settimana il ministro Mara Carfagna ha provato a tener fuori «gli affaristi che comandano nel Pdl», come lei stessa li ha definiti, dalla gestione dei termovalorizzatori in Campania, arrivando addirittura a minacciare le dimissioni.
Ma è stata sonoramente sconfitta dai “Cosentino boys”, tanto da essere costretta a rinculare e accettare l’egemonia del gruppo dirigente campano, riuscendo però a strappare in cambio del suo subitaneo dietrofront la candidatura a sindaco di Napoli.
A proteggere la Campania dall’assalto degli affaristi ci ha però pensato qualcun’altro, con uno spessore ben diverso da quello del ministro delle pari opportunità.
Il presidente della repubblica, Giorgio Napolitano ha costretto palazzo Chigi a cambiare il decreto sui rifiuti.
Solo dopo aver verificato la bontà dei cambiamenti ha acconsentito a firmare il provvedimento.
Modifiche sostanziali, che avranno un effetto politico ben preciso: estrometteranno i due presidenti delle province di Napoli e Salerno, i cosentiniani Luigi Cesaro ed Edmondo Cirielli, dal processo decisionale per la costruzione degli inceneritori.
Tutto sta nella nuova formulazione del comma 3 dell’articolo 1 del decreto. Il testo, nella prima versione inviata al Colle, prevedeva che fosse il presidente della regione, Stefano Caldoro, a nominare i commissari per i termovalorizzatori ma solamente «in raccordo con le province» e «ferme le procedure già in essere».
Un modo, questo, per dare a Cesaro e Cirielli una specie di diritto di veto su di un affare che il sindaco salernitano, Vincenzo De Luca, ha stimato in un miliardo di euro. Ma proprio su quella parolina, «raccordo », sono sorti i dubbi del Colle, non convinto della formulazione giuridica della norma.
Alla fine palazzo Chigi ha ceduto e l’articolo è stato riscritto, modificando la parte in cui era scritto in «raccordo con le province» in «sentite le province ». Ciò significa che tutto il potere sarà nelle mani di Caldoro, grande nemico di Cosentino, mentre agli enti locali non sarà dato altro che un potere consultivo: Cesaro e Cirielli verranno ascoltati, ma il loro parere non condizionerà la volontà del governatore campano.
Il governo poi ha anche accettato di correggere altri punti poco chiari del decreto.
A partire dal comma che sopprime le tre nuove discariche: Napolitano aveva rilevato l’esigenza di individuare una soluzione alternativa per i rifiuti campani. Il nuovo testo asseconda le osservazioni del Quirinale, assicurando il conferimento in altre cave o termovalorizzatori, anche fuori regione.
Infine è stato soppresso il comma che prevedeva una proroga di un anno del passaggio dello smaltimento alle province. Dal prossimo 31 dicembre, quindi, il ciclo dei rifiuti sarà di competenza provinciale.
Intanto, in serata il premier è arrivato a Napoli per un incontro con gli enti locali.
Berlusconi è stato accolto molto diversamente rispetto a due anni fa, bersagliato da un gruppo di contestatori, che gli ha urlato contro slogan offensivi e mostrato striscioni inequivocabili.
Nonostante la rabbia dei napoletani, il Cavaliere ha però risposto con la solita cantilena: «Risolveremo il problema in meno di due settimane», «La colpa della crisi è degli enti locali che non hanno fatto nulla », «Useremo anche l’esercito per tornare alla normalità».
Unica novità la conferma che i rifiuti verranno portati in altre regioni. Cosa che rischia di aprire una crepa con la Lega, che in più di un’occasione ha fatto sapere di non volere neanche un sacco dell’immondizia napoletana. Nonostante ciò il premier s’è detto ottimista sul “sì” delle regioni “verdi”, Piemonte e Veneto.

da Europa Quotidiano 27.11.10