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"Se il paese torna indietro", di Federico Nastasi* Michele Grimaldi**

Ci sono due milioni di giovani nel nostro paese dei quali nessuno parla. Giovani invisibili, tra i 15 ed i 29 anni, che non studiano e non lavorano: la statistica li chiama˘Neet, nella realtà sono una generazione senza diritti e senza futuro.˘Di questi, il 21% è laureato, il 20,2% diplomato, oltre un milione risiede nel mezzogiorno del paese. Sono lo specchio della crisi che vive l’Italia. In questo contesto il ddl Gelmini si inserisce come un ulteriore passo indietro di quella generazione e del nostro paese. Non difendiamo l’attuale sistema dell’università. Siamo convinti che una Riforma sia indispensabile. Ma non certo quella del ministro Gelmini, sostenuta dalla Crui e Confindustria: semplicemente perché non è una riforma. E’ un bluff che serve solo a mascherare i tagli di Tremonti, impedendo l’accesso in cattedra per i più giovani, smantellando il diritto allo studio per oltre 150 mila studenti. Questi abbandoneranno gli studi, migliaia di ricercatori continueranno a vivere la precarietà, tante altre realtà meno raccontate -come i conservatori musicali, gli enti di ricerca- rischieranno la chiusura. Occorre dire con fermezza che il ddl Gelmini è dannoso. Cominciando dalla sua parola d’ordine: la meritocrazia. La retorica del merito è solo tale, senza un euro di finanziamenti pubblici. Non contestiamo il merito come selezione delle eccellenze: ma prima di selezionare, si dovrebbe dare diritto a tutti di formarsi ed istruirsi, cosa che invece non è alla base della meritocrazia. Proprio da questo terreno, come scriveva Bruno Trentin, passa uno dei nodi fondamentali che impedisce la realizzazione di una società della conoscenza capace di creare lavoro, formazione permanente e nuovi spazi di libertà. Il sistema dei saperi prospettato dalle destre si rivolge solo a coloro già formati e abbandona chi è indietro. La distinzione tra sapere e fare, tra chi detiene gli strumenti e chi è condannato solo ad eseguire, è il pericoloso progetto delle destre, non solo parlamentari, che governano il nostro paese. A tutto questo pensiamo che ci si debba continuare ad opporre. Le proteste di questi mesi, l’opposizione parlamentare del Pd, sono riuscite ad ottenere un primo importante risultato: far percepire come il ddl sia inutile e peggiorativo. Ma non basta. Per questo oggi saremo alla manifestazione promossa dalla Cgil e l’11 a quella del Pd. Sarà l’occasione per denunciare le ingiustizie che subisce la nostra generazione e per spiegare che la chiave d’uscita è la promozione del sapere e del lavoro. ˘In primavera, con il nuovo governo di centro sinistra, potremo ridisegnare l’università europea verso la società della conoscenza.

*Federico Nastasi – Responsabile Saperi Giovani Democratici

**Michele Grimaldi – Coordinatore Rete Universitaria Nazionale”

L’Unità 27.11.10

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“Questo non è un paese per i giovani. Sono loro i più a rischio”, di Felicia Masocco

La disoccupazione giovanile è al 26,4%, una cifra altissima. La buona occupazione è una chimera, i contratti precari sono la regola, nell’industria, nel terziario, nella ricerca. Le immagini di giovani ricercatori sui tetti come gatti per dire no alla riforma Gelmini che erode prospettive e futuro, hanno segnato questa settimana, raccontando un disagio che si fa sempre più fatica a tenere a bada. La manifestazione della Cgil oggi racconterà questa Italia «al bivio» come ha l’ha definita il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi lanciando un allarme mai così forte prima d’ora: «Se non si agisce presto saranno i giovani a rischiare di subire le conseguenze peggiori del declino economico». Si stabilizzino i precari nella pubblica amministrazione, è il suggerimento del governatore. Ma il governo non solo non li stabilizza mali espelle: la Cgil Funzione pubblica ha contato 80mila persone destinate a essere licenziate dal primo gennaio 2011. Avranno sussidi? C’è una rete di tutela che li “protegga” fino a una nuova occupazione? No, non c’è.A meno che non si voglia considerare un ammortizzatore il bonus una-tantum per i collaboratori che il governo si è rivenduto con grande enfasi: ebbene su 18miladomande presentate dai precari nei primi sei mesi dell’anno, soltanto 3mila sono state accolte perché i requisiti per avere il bonus sono impossibili. E se non va bene per le tutele, va peggio per i diritti: l’ultima norma penalizzante è contenuta nel collegato lavoro ed è entrata in vigore due giorni fa: concede solo due mesi di tempo dalla cessazione del contratto precario per presentare ricorso contro irregolarità o ingiustizie. Stipendi risibili, pensioni da fame: anche questo è un aspetto del futuro che non c’è.

STIPENDI E PENSIONI Le simulazioni sono disperanti:un lavoratore a progetto di30 anni che abbia iniziato a versare contributi a 22 anni e ha un reddito lordo di 1250 euro, andrà in pensione nel 2043 con un assegno pubblico che oscillerà da un minimo di 424 euro e un massimo di 705 euro (nel 2043!). Gli si chiede di risparmiare, di farsi una previdenza complementare, ma con 1.250 euro lordi al meseèunpo’ difficile. E non riguarda un manipolo di persone. Nel2009 l’Istat ha contato sono oltre 2,5 milioni contratti precari, in forte calo sul 2008 a causa della crisi economica: i primi a sparire da fabbriche, negozi e uffici sono stati loro. I dati sommano i contratti a termine (2.153.000) e le collaborazioni (396.000). La crisi però ha cancellato anche molta occupazione “stabile”: sempre Draghi, in aperta polemica con il governo che ha sempre minimizzato gli effetti della crisi, aveva indicato in più dell’11% il tasso reale di disoccupazione considerando anche i cassintegrati e gli inattivi, cioè coloro che per sfiducia hanno smesso di cercare un’occupazione. Un esercito: si pensi solo che tra gennaio e agosto 2010 le ore di cig sono state 826 milioni: l’aumento è stato del 60% rispetto al 2009. Le ragioni per scendere in piazza non mancano

L’Unità 27.11.10

"´Ndrangheta al Nord, salta il comune di Desio", di Rodolfo Sala

Amministratori Pdl coinvolti, si dimettono i consiglieri di Lega e opposizione. Getta la spugna il sindaco pidiellino e arriva il commissario: in primavera elezioni. La ragion di partito, e i vertici del Carroccio, consigliavano prudenza, nonostante i sospetti di infiltrazione malavitosa che gravano sugli amministratori comunali. Ma i leghisti di Desio, paesone di 40mila abitanti nel cuore della Brianza, governato dal centrodestra, se ne sono fatti un baffo. Ieri mattina i loro consiglieri comunali si sono dimessi, insieme a quelli dell´opposizione, Pd e dipietristi. Mettendo in minoranza gli alleati del Pdl e costringendo alle dimissioni il sindaco, eletto solo sette mesi fa. Basta, chiuso, finito: il prefetto ha già nominato il commissario, e a primavera si ritorna a votare. Il tutto sull´onda dell´inchiesta “Infinito”, che nel luglio scorso aveva portato all´arresto di oltre 300 affiliati alla ‘ndrangheta (circa la metà in Lombardia). A Desio nessuno, almeno per ora, risulta indagato, ma i nomi di alcuni esponenti dell´amministrazione – tutti del Pdl – sono finiti negli atti di quell´inchiesta. O perché intercettati, o perché tirati in ballo a vario titolo da malavitosi caduti nella rete degli inquirenti. Come del resto era capitato al consigliere regionale leghista Angelo Ciocca, evocato in tv da Roberto Saviano a proposito di rapporti tra politica e criminalità organizzata: non indagato, epperò fotografato in compagnia di un boss. Ai “padani” di Desio le liaisons del Pdl con la malavita risultano invece evidenti.
Il divorzio – il primo a consumarsi tra Lega e Pdl sul tema bollente della legalità – era nell´aria da tempo. Due mesi fa gli assessori del Carroccio si erano dimessi dalla giunta guidata da Giampiero Mariani, un indipendente vicino al Pdl. Il motivo lo spiega Dionigi Canobbio, segretario del Carroccio nella Brianza monzese: «Al sindaco avevamo chiesto chiari segnali di discontinuità, lui si era impegnato ad azzerare la giunta e a procedere con un rimpasto, ma non ha fatto nulla; e così abbiamo deciso di rompere, facendo dimettere i nostri consiglieri». Una decisione presa, in realtà, una decina di giorni fa, ma non condivisa da via Bellerio, il quartier generale del Carroccio a Milano. Mentre i leghisti di Desio continuavano a sostenere di essere «incompatibili» con i pidiellini, i vertici rimandavano al clima politico nazionale per concludere che non era il caso di aprire una guerra, se pure locale, contro il Pdl. Che si tratti di vero divorzio è sempre Canobbio a confermarlo, quando parla delle elezioni che si terranno in primavera: «Una nuova alleanza col Pdl? L´esperienza l´abbiamo già fatta, dall´esperienza bisogna imparare».
Sarà un caso, ma la situazione è precipitata dopo le polemiche tra Roberto Saviano e il ministro Maroni che – altra coincidenza – dopodomani inaugurerà a Segrate, alle porte di Milano, una Casa del bambino ricavata da una villa sequestrata alla ‘ndrangheta. Sta di fatto che adesso tra i due partiti alleati volano gli stracci. Il sindaco Mariani mette sullo stesso piano i consiglieri del Pd, dell´Italia dei valori e della Lega, accomunati dalla «grave e irresponsabile decisione di dimettersi provocando lo scioglimento del consiglio e il commissariamento del Comune». A Desio, insiste il sindaco, «non c´è stata nessuna infiltrazione mafiosa in Comune, perché l´indagine “Infinito” riguarda azioni e sospetti tutti antecedenti al varo della giunta da me presieduta». Gli dà manforte la coordinatrice provinciale del Pdl Elena Centemero: «La crisi ha esclusivamente ragioni politiche tutte interne alla Lega; non siamo insensibili alla penetrazione della ‘ndrangheta in Brianza, ma siamo contro la cultura indiscriminata del sospetto».
Il caso è già rimbalzato in Parlamento. Il deputato Emanuele Fiano, presidente del Forum sicurezza del Pd, ha presentato un´interrogazione al ministro Maroni: «Ci spieghi che cosa succede nel Comune di Desio», anche perché «a preoccuparsi per il livello di infiltrazione della ‘ndrangheta sono anche i consiglieri del partito del ministro». «Un bel giorno per il Nord – commenta il consigliere regionale del Pd Pippo Civati – finalmente sfiduciata un a giunta che dice che la mafia non esiste».

La Repubblica 27.11.10

"Giù dal tetto, oggi si va in piazza", di Gioia Salvatori

Salirci è difficile, ma più difficile è scendere. Perché il tetto, una volta che ci sei sopra e finalmente qualcuno si accorge che esisti, diventa un impegno, una missione per sé e per i posteri. I ricercatori che da quattro giorni occupano quello della facoltà di Architettura de La Sapienza, alimentano il vento che soffia forte: ci urlano dentro che per niente al mondo diventeranno “invisibili”. Sono gli “ultimi Mohicani”, hanno cuore e coraggio. Più vicini al cielo che al suolo, dominano i ponti di Roma E affrontano i palazzi della politica che da quel tetto si vedono tutti: tanto vicini geograficamente, quanto lontani idealmente. A loro sono più prossimi i lavoratori vittime della crisi, gli immigrati sulle gru, i cassintegrati sardi, i centralinisti dei call center. A loro, portano rispetto: «Di fronte a un metalmeccanico cassintegrato o a un immigrato in nero noi siamo dei privilegiati. Le nostre battaglie, però, sono contigue», dice Gianfranco che per salire sul tetto ha lasciato a casa la moglie e due figli che il primo giorno gli hanno chiesto se lo avessero arrestato. Per questo, oggi, universitari e liceali della Rete della Conoscenza saranno al corteo della Cgil insieme a operai, impiegati, insegnanti, dirigenti pubblici. Da architettura lasceranno il tetto in quindici: Francesca, Giovanni, Alfonso, Cristiano, potranno tenere una sciarpa in meno, togliersi il cappello di lana che hanno calcato fino agli occhi e toccare coi piedi l’asfalto. Negli ultimi quattro giorni sono scesi solo per andare a farsi una doccia o il bucato. L’indispensabile: per loro conta più il contenuto che la forma, qui le donne non si riempiono le rughe col botox, non si vendono da giovani per la prima pagina di un rotocalco, non aspirano al Grande Fratello. Sul tetto c’è una faccia del Paese fatta di gente che potrebbe pubblicare la pagella senza vergogna, che rivendica «quei dieci anni di precariato prima di vincere il concorso per ricercatore, perché anche a Salerno, coi pochi mezzi che avevamo, abbiamo fatto bene». È orgoglioso Matteo, 46 anni, che ieri ha passato la sua prima notte sul tetto: si dorme a turno in due tende fissate con le corde ai muri per evitare che volino via. Si scherza con poco: la pasta per pranzo la portano i volontari delle “brigate solidali” come ai terremotati dell’Aquila, ed è uno dei momenti più divertenti della giornata. Per la cena ci si arrangia, la colazione, invece, arriva da un bar ogni mattina alle 7.30: cornetti e caffè incartati in un messaggio che recita «Siamo con voi, tenete duro». Il ricercatore dell’ateneo di Tor Vergata non sa chi sia il barista solidale,ma si commuove a raccontare. La notte si dorme tre o quattro ore, fino alle due si lavora a comunicati e iniziative: «Stanotte, per esempio, abbiamo scritto gli elenchi…», racconta Francesca Coin, sociologa, ricercatrice alla Ca’ Foscari di Venezia. Sul tetto l’abbigliamento è al minimo e lei è rimasta senza calzini, è in ballerine col freddo di novembre. È pasionaria e spigliata, lunedì sera sarà lei a leggere l’elenco dei ricercatori ospite di Saviano e Fazio a “Vieni via con me”. E mentre le foto di piazza Fontanella Borghese fanno il giro del mondo con quelle del Colosseo e della torre di Pisa occupati, ieri ci sono state ancora proteste, tra cui l’occupazione della basilica diSanMarco a Venezia e della caserma delle fiamme gialle all’Aquila. Oggi il corteo con la Cgil, martedì di nuovo a Montecitorio. I ricercatori andranno su e giù dalle ripide scale a pioli che ieri hanno scalato anche il leader dei Verdi Angelo Bonelli e il regista Paolo Virzì: «La mamma del mio ultimo film (“La prima cosa bella” n.d.r.) adorerebbe questi ragazzi, ci si vorrebbe fare una bella cantatina», scherza il regista. E mentre la Gelmini tramite videomessaggio chiede una tregua, dal tetto i ricercatori fanno sapere che si asterranno dalla docenza anche il secondo semestre. Fischia il vento infuria la bufera, ma su una terrazza più vicina ai sogni che al suolo, si resiste e prosaicamente si spera: si spera che la discussione del ddl Gelmini, in Aula, si prolunghi tanto da non arrivare al Senato prima della fiducia

L’Unità 27.11.10

"Il complotto", di Giuseppe D'Avanzo

Un complotto contro l´Italia, dunque. Il governo condivide la preoccupazione di Franco Frattini che esista una cospirazione, «una strategia diretta a colpire l´immagine dell´Italia sulla scena internazionale». L´aggressione al nostro Paese, sostiene il ministro degli Esteri, si alimenta enfatizzando quattro crisi.
La tragedia delle tremila tonnellate di rifiuti che soffocano Napoli; il crollo della Domus dei Gladiatorii a Pompei; le investigazioni (fondi neri?) negli affari di Finmeccanica, il primo gruppo industriale italiano nel settore dell´alta tecnologia, tra i primi dieci player nel mondo per Aerospazio, Difesa e Sicurezza; le rilevazioni che Wikileaks si prepara a diffondere, cablogrammi diplomatici con accuse di corruzione, 2,7 milioni di e-mail che il Dipartimento di Stato americano ha scambiato con le rappresentanze diplomatiche nel mondo: conterrebbero «imbarazzanti commenti» su diplomatici e leader mondiali, ce ne sarebbe anche per il nostro Paese e per i nostri leader.
Gli eventi messi in fila da Frattini per gridare alla cospirazione non hanno alcun punto di contatto, nessuna coerenza. Anche a forzarne la lettura non possono “far sistema” e sistematico è sempre un complotto. È difficile sovrapporre o accostare l´archeologia ai rifiuti o i rifiuti ai sistemi di difesa, se si vuole stare ai fatti. Più agevole forse scorgere dei nessi ipotetici tra Finmeccanica e Wikileaks, tra il lavoro nel mondo del gruppo industriale e l´attività corruttiva che il sito di Julian Assange svelerà nelle prossime due settimane.
Per farla corta, il complotto contro l´Italia denunciato da Frattini è troppo elaborato e, si sa, tanto più è elaborato un complotto, tanto meno è probabile che esista. Il solo filo che può tenere insieme i rifiuti, l´incuria per i nostri beni culturali, gli illegalismi (possibili) nella gestione di Finmeccanica e le e-mail di Dipartimento di Stato è l´immagine del Paese, la reputazione e l´affidabilità della sua leadership. Qui si può anche immaginare che i cablogrammi spediti dall´ambasciata americana da Roma a Washington possano fare disastrosamente la loro parte dando conto dell´ambiguità dell´”amicizia” tra Berlusconi e Putin, del legame tra il Cavaliere e Gheddafi, della natura occulta degli accordi economici tra Italia-Russia-Libia o addirittura delle scapestrate e irresponsabili abitudini private che rendono il nostro capo del governo ricattabile in qualsiasi momento. Anche in questo malaugurato caso, però, si può parlare di cospirazione o agitare – come fanno i corifei del Cavaliere – lo spettro di una «potente centrale politico-affaristica» che vuole distruggere il governo e impadronirsi del Paese?
È sufficiente soltanto il buon senso per impedirsi di dar credito a questo racconto. Se si parla di Napoli e della sua catastrofe ambientale è perché non c´è in Occidente un´altra città ridotta in questo stato o un altro governo che, dopo anni e miliardi di euro, non sappia mettere fine a quella sciagura. Se si parla di Pompei è perché nessuna altra civiltà (se si esclude l´oscurantismo dei Talebani) demolisce o abbandona alla distruzione i simboli della sua storia e della sua cultura. Se si deve raccontare di che cosa accade in Finmeccanica è perché un faccendiere legato a banditi, mafiosi, neonazisti e massoni (Gennaro Mokbel) riesce a mettere le mani, pagando 8 milioni e 300 mila euro, sul 51 per cento della società Digint, partecipata al 49 per cento da Finmeccanica Group, il fiore all´occhiello dell´industria nazionale.
Dov´è, che c´entra il complotto? Che c´entra il Burattinaio? E chi può esserlo, poi? Chi può credere decentemente che questi fatti non si sovrappongano per una coincidenza, per una causalità ma grazie al lavoro di un “potenza” ostile? Sappiamo che sempre la propaganda prospera dalla fuga dalla realtà nella finzione e che noi non crediamo alla realtà del mondo visibile e sempre più ci fidiamo più della nostra immaginazione, ma anche in questo caso un´opinione pubblica anche se ipnotizzata dal rumore dei media fa fatica a credere a un´onnipotenza che tutto comprende, a un onnipotente che tutto programma.
Se ne rende conto anche il governo, a tarda sera. Consapevole dell´inconsistenza di ogni spiegazione cospiratoria, Frattini deve correggere il tiro: «Non vi è un unico burattinaio, ma una combinazione di informazioni inesatte e di enfatizzazione mediatica di fattori negativi il cui risultato è dannoso per l´immagine dell´Italia». Un piano contro il quale il comunicato di Palazzo Chigi invoca «fermezza e determinazione per difendere l´immagine nazionale e la tutela degli interessi economici e politici del Paese».
Ora qualche nebbia sembra diradarsi. Dunque, i problemi non sono i fatti ma chi li racconta o chi deve accertarli. Per il governo, non bisogna riferire e riflettere su «i fattori negativi». Se lo si fa, ci si iscrive alla schiera dei cospiratori, ai nemici dell´Italia che minacciano l´immagine nazionale e gli interessi economici del Paese. Un atteggiamento, dice Berlusconi, «anti-italiano». È «anti-italiana» l´informazione. È «anti-italiana» la curiosità della magistratura per Finmeccanica. Eliminato il giornalismo e l´ordine giudiziario – sembra di capire – l´Italia del Cavaliere non avrebbe più problemi né macchie né angosce. Contro questi «nemici» il governo invoca «fermezza e determinazione». Quali saranno, viene da chiedere, gli strumenti, le iniziative o le leggi che l´esecutivo disporrà o approverà per difendere immagine nazionale e interessi economici?
Senza dubbio, si può anche beffeggiare quest´ultima trovata complottistica per coprire i sempre più fragorosi fallimenti del governo. Antonio Di Pietro lo fa disegnando un Frattini che alza troppo il gomito prima di prendere la parola in pubblico. Un minimalismo beffardo può essere un errore, però. Quando il potere spinge il cospirazionismo nel cuore stesso della vita politica di un Paese si deve sapere udire il suono di un pericolo, l´annuncio di un rischio. Si deve poter vedere non tanto la mediocre infelicità dell´iniziativa, ma la trama di una politica.
Lo si può dire così. Come si può giustificare lo stupefacente crollo di un regime politico incardinato in un leader carismatico e popolarissimo, sostenuto da una maggioranza politica numericamente inattaccabile e da un consenso quasi ipnotico? Se l´autorità politica è incapace di riconoscere le proprie responsabilità e la sua incompetenza, si fa strada soltanto un´altra possibilità: la soluzione cospiratoria che più rendere ragione dei fatti – di tutti i fatti accaduti – in modo unitario, senza coinvolgere il malgoverno, le inettitudini delle persone, l´inidoneità delle politiche. È una strada – la teoria del complotto – che offre anche un qualche ragionevole elemento di speranza. Se si individuano e afferrano “i cospiratori”, se li si colpisce o in ogni caso si impedisce loro di nuocere ancora, la battaglia può essere vinta, l´Italia potrà essere liberata non da chi l´ha ridotta in miseria e rovina ma, con un rovesciamento di ruoli e responsabilità, da chi ne ha subito finora le disgrazie.
Non si deve trascurare l´irrompere nella “narrazione” del Cavaliere del cospirazionismo finora utilizzato per proteggere se stesso non per denunciare le minacce contro il Paese. È vero, il cambio di passo può essere semplicemente l´inizio della prossima campagna elettorale. La filastrocca la si può già sentire: una “potente centrale politica e finanziaria”, con un complotto, mi ha impedito di governare e di fare gli interessi del Paese, datemi la maggioranza del 51 per cento e vi libererò da ogni nemico. Ma c´è anche un´altra possibilità che deve essere tenuta in considerazione. Che cosa può produrre la diffusione della leggenda di una cospirazione nello stato di insicurezza (percepito e concreto) che angoscia il Paese? Al crepuscolo della sua avventura politica, Berlusconi potrebbe essere tentato di giocare la carta dell´emergenza, una condizione straordinaria che, nell´interesse del Paese, richiede decisioni che sacrifichino le norme, un diritto liberato dalla legge. «La creazione volontaria di uno stato d´eccezione – ha scritto Giorgio Agamben – è divenuta una della pratiche essenziali degli Stati contemporanei, anche quelli cosiddetti democratici». D´altronde, lo abbiamo sempre saputo che Berlusconi avrebbe trascinato il Paese nella sua caduta.

La Repubblica 27.11.10

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“Ce l’hanno tutti con noi”, di MASSIMO GRAMELLINI

Non ce n’eravamo accorti, ma è in atto un complotto mondiale contro l’Italia. Lo abbiamo scoperto ieri da una nota ufficiale del Consiglio dei ministri. E pensare che era lì, sotto gli occhi di tutti. Come abbiamo potuto ignorarlo? Le immagini dei rifiuti di Napoli sulle prime pagine dei giornali americani: un complotto (forse un fotomontaggio). Come il crollo del tetto di Pompei trasmesso nei tg cinesi, che hanno deliberatamente ignorato la vera notizia: che gli altri muri erano rimasti in piedi. Tutto si tiene, è talmente evidente: i rifiuti, Pompei, l’inchiesta per corruzione che ha investito Finmeccanica. E, aggiungiamo noi, la neve prevista per domani: una manovra meschina dei meteorologi, anche se il governo per ora non vi ha fatto cenno. In compenso ha citato i documenti riservati che il sito Wikileaks si accinge a pubblicare in Rete.

Riguarderebbero gli Stati Uniti e decine di altri Paesi, fra cui il nostro. Eppure solo qui si grida al complotto. Perché tutti ce l’hanno con noi. Obama, Putin, la Merkel, il comitato centrale del partito comunista cinese al completo. Si alzano la mattina e pensano soltanto a come danneggiare quel colosso di efficienza che dalle sponde del Mediterraneo minaccia di invaderli. Abbassando un po’ la voce per non essere intercettati dal nemico, ci permettiamo di suggerire ai nostri governanti qualche contromossa spiazzante. Togliere la spazzatura dalle strade di Napoli: d’incanto nessun giornale americano ne parlerà più. Fare di Pompei la Disneyland dell’archeologia, così i cinesi ci manderanno i turisti invece che i cronisti. E ogni tanto aprire le finestre nei palazzi della grande industria di Stato, affinché anche i concorrenti che vi penetrano animati dalle peggiori intenzioni non riescano a trovarvi troppa puzza di bruciato.

La Stampa 27.11.10

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“Il potere irresponsabile”, di Ezio Mauro

Che cosa sta succedendo? Con una procedura d´allarme totalmente inconsueta in Occidente il Consiglio dei ministri all´unanimità ha denunciato ieri in un comunicato ufficiale “vicende delicate” che rivelano “strategie dirette a colpire l´immagine dell´Italia sulla scena internazionale”.
Il riferimento è alle prossime rivelazioni di Wikileaks, allo scandalo Finmeccanica, alla “diffusione ripetuta di immagini sui rifiuti di Napoli o sui crolli di Pompei”. Quattro realtà che non hanno alcun legame tra di loro, ma che secondo il governo “impongono fermezza e determinazione per difendere l´immagine nazionale” e addirittura “la tutela degli interessi economici e politici del Paese”.
È qualcosa di mai visto. Terrorizzato dall´idea che i documenti di Wikileaks svelino il reale giudizio di Washington su Berlusconi, e qualcosa di peggio sulle sue relazioni personali con qualche leader straniero, il governo evoca l´ultimo fantasma populista, il complotto internazionale, al quale mette in conto le sue deficienze più gravi – Napoli e Pompei – e la sua inquietudine più oscura, per lo scandalo Finmeccanica. Nell´ombra del comunicato, aleggia il non detto sull´eco internazionale dei riti berlusconiani di bunga bunga, e delle nipoti di Mubarak inventate per imbrogliare la questura di Milano.
È il ritorno della strategia della tensione, ad uso e consumo privato di un Premier spaventato che non esita a drammatizzare la sua crisi fino all´estremo, indebolendo ed esponendo gravemente l´Italia nella percezione delle cancellerie, dell´opinione internazionale, dei mercati. È un gesto pericoloso, che dimostra una totale mancanza di responsabilità. Ed è umiliante che nessun ministro abbia sentito il dovere di distinguersi, con un richiamo alla realtà.
Che cosa si aspetta ancora per formalizzare questa crisi ogni giorno più evidente, restituendo autonomia alla politica e sicurezza al Paese?

La Repubblica 27.11.10

"Il “tetto” bipartisan di studenti e professori", di Giulio Peruzzi*

La protesta contro la riforma Gelmini coinvolge docenti e giovani di ogni colore politico ma con lo stesso obiettivo: salvare l’università e la ricerca. Il mondo dell’Università in questi giorni intensifica le proteste contro il cosiddetto ddl Gelmini. A protestare, levando alto il loro disagio, ci sono studenti, docenti universitari (ricercatori, associati, ordinari), rettori, presidi di facoltà, direttori di dipartimento. Migliaia di persone assolutamente non ascrivibili a una definita parte politica. Sono di destra e sinistra, ma non hanno tanto a cuore la loro appartenenza politica. Hanno a cuore l’alta formazione e la ricerca. Hanno a cuore il futuro di questo Paese, avviato a un masochistico declino, la cui rappresentazione metaforica è l’emergenza rifiuti, i crolli del suo patrimonio artistico, la menzogna eretta a sistema, la travolgente parabola dell’illecito che diventa lecito, il successo mediatico che diventa tout court merito. Le forze politiche, che alla Camera stanno approvando il ddl Gelmini di riforma “epocale” (sic!) dell’Università pubblica, vanno avanti senza nessun interesse per quello che questo significa. Se i “futuristi” di fini approveranno la riforma universitaria, non lo faranno perché convinti, lo faranno perché potrannodomani usarla a fini elettorali. Potranno dire: vedete, su provvedimenti “virtuosi”, come quello della riforma universitaria, noi abbiamo dato il nostro appoggio, mentre lo abbiamo negato là dove era chiaro l’intento di favorire interessi di parte o personali. Così non si governa un Paese, lo si affossa. E mentre si fanno orecchie da mercante alle accorate richieste di una comunità accademica e scientifica che vorrebbe si meditasse con maggiore serenità su questioni di fondamentale importanza per l’Italia aprendo il confronto con chi vuole davvero cambiare ma sa bene di cosa si tratta, si stanno varando provvedimenti nefasti. Parliamo del Decreto Ministeriale per la programmazione 2010-12 dell’Università (statale e non). Come si legge in articoli di giornali di diverso orientamento, si cerca in extremis di accreditare strutture aberranti come il Cepu che sono la negazione stessa dell’alta formazione e della ricerca. Nel decreto si enuncia il sacrosanto principio di non proliferazione di nuove Università, salvo poi garantire la proliferazione delle Università non statali (articoli 5 e 6 della bozza di Decreto per la programmazione) che possono anche diventare statali. E si stabiliscono obiettivi e criteri di valutazione che coinvolgono l’anno in corso (la programmazione riguarda anche il 2010), quando a tutt’oggi non è stato erogato per le Università statali (ma erogato per le non statali) il finanziamento ordinario per il 2010, per cui si assiste a surreali riunioni di Consigli di Dipartimento, di Facoltà, di Amministrazione che chiudono bilanci senza certezze sul finanziamento 2010 e approvano bilanci preventivi 2011 “presunti” in assenza di dati per l’anno in corso. Uno strano Paese il nostro, che sopravvive con dignità nonostante il suo Governo. Ma ancora per poco.

* Docente di Storia della fisica all’Università di Padova

L’Unità 26.11-10

Il PD domani alla manifestazione Cgil

Bersani: “Per noi il lavoro è centrale, non è un tema da modernariato”. “Per noi il lavoro resta centrale, non è tema da modernariato. Per questo domani, insieme a Rosy Bindi e a tanti altri dirigenti del PD, sarò al corteo organizzato a Roma dalla CGIL”.
Lo ha ribadito il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, concludendo i lavori del seminario dei deputati del partito all’Abbazia di Spineto a Sarteano.
Tra gli esponenti democratici vi saranno anche Emilio Gabaglio, presidente Forum Economia, Stefano Fassina, responsabile economico ed i capigruppo in commissione Lavoro di Camera e Senato Cesare Damiano e Giorgio Roilo.

Secondo Bersani un “grande asset” del Pd sono anzi i temi “delle insicurezze, del lavoro, del Welfare, noi siamo quelli li”’. Ad esempio il tema del Welare, ha notato, “richiede una riconcettualizzazione micidiale che non sta riuscendo a fare nessuno in Europa”. Dunque no una “sussidiarietà da Mulino Bianco” ma “Stato e società si devono dare una mano”.

L’Italia, per il leader del Pd, è in una situazione di “declino relativo” e servono “riforme strutturali”. Il tema, ha aggiunto, è se “la tua democrazia ha la forza di farle prima del disastro o se bisogna essere alla frutta”.

Proprio il tema della democrazia è un altro di quelli sui quali il Pd si deve concentrare, perché quello dei meccanismi della rappresentanza è “un problema ovunque” ma che l’Italia ha “in maggiore misura”.

Occorre poi “riaprire il fronte delle riforme istituzionali” inteso a largo raggio, perché “ci siamo incagliati sia nel bicameralismo perfetto sia in come si gestiscono i servizi in scala sovracomunale. Questo tema qua è ancora tutto inevaso”.

www.partitodemocratico.it

"L'università dell'incertezza" di Daniele Checchi e Tullio Jappelli

La riforma dell’università, contestata da studenti, ricercatori e opposizioni, sembra ormai l’ultima bandiera di un governo in difficoltà. Ma richiede decine di decreti attuativi e tempi lunghi per la sua applicazione. E dunque, se approvata, finirà per aggiungere un’ulteriore dose di incertezza nel mondo universitario. Intanto, sui finanziamenti per l’anno in corso e per il futuro regna la confusione, i concorsi sono bloccati e la valutazione della ricerca è ferma al 2001-2003.

La riforma universitaria procede zoppicando il cammino parlamentare, mentre studenti e ricercatori salgono sui monumenti storici e sui tetti delle università. Alcuni punti qualificanti della proposta del ministro Gelmini (come l’ingresso di persone esterne nei consigli di amministrazione delle università, l’immissione in ruolo dei nuovi professori, gli avanzamenti di carriera dei docenti) diventano oggetto di compromesso tra le diverse componenti della maggioranza di governo. In assenza di correzione complessiva della riduzione dei finanziamenti all’università, l’opposizione sta attuando resistenza al cammino parlamentare, arrivando a invocare l’istanza di incostituzionalità per via del contemporaneo dibattimento della legge di stabilità.

QUESTIONE DI FONDI. E NON SOLO

Nel frattempo ancora oggi le università statali attendono di conoscere l’entità dei finanziamenti attribuiti per il 2010 (non avete letto male: si tratta della distribuzione del Fondo di finanziamento ordinario relativo all’anno in corso!). I fondi per la ricerca sono bloccati: a maggio 2010 sono state presentate domande per un bando di finanziamento pubblico della ricerca, ironicamente denominato “bando Prin 2009”, per il quale si attende ancora la nomina definitiva della commissione di garanti che dia avvio al processo di valutazione. In assenza di normativa di riferimento non è possibile bandire alcun tipo di concorsi. E ovviamente incombe la riduzione dei fondi per l’università per il 2011 (un miliardo e 350 milioni di euro). Si dice che ciò sia parzialmente attenuato dall’emendamento alla legge di stabilità (che riassegna per il prossimo anno 800 milioni di euro, senza rivedere il taglio relativo al 2012), ma non è chiaro in quale forma e con quali vincoli questo finanziamento verrà distribuito.
Non sono state predisposte le infrastrutture necessarie per l’attuazione della riforma. La valutazione della ricerca è ferma al 2001-03, e in assenza di nuovi dati ogni ripartizione dei fondi tra gli atenei sulla base del merito ha perso qualsiasi riferimento credibile. La nuova agenzia di valutazione della ricerca (Anvur) non è ancora operativa: non sono stati ancora nominati i componenti del consiglio direttivo e ci vorranno anni prima che la nuova agenzia sia in grado di produrre i primi risultati.

UN FUTURO PIÙ INCERTO

Ci domandiamo se questo sia il contesto adeguato per introdurre riforme strutturali della portata di quelle proposte nell’originale disegno di legge. Quella che doveva essere una riforma bipartisan della governance universitaria e delle carriere si è trasformata in un rantolo agonico di un governo che deve necessariamente ottenere qualche risultato da sventolare nell’imminente campagna elettorale.
Tutto ciò non ha senso. La nuova legge richiede decine di decreti attuativi (sulla governance, sui concorsi universitari, sui fondi per il merito, e su molto altro) e tempi lunghi per la sua applicazione. Solo un governo nella pienezza dei poteri, oppure decisioni condivise, garantiscono che poi la riforma sia davvero applicata e non venga invece rinviata sine die nelle paludi dei regolamenti attuativi o modificata dal prossimo governo. Non si può aggiungere quest’ulteriore dose di incertezza nel mondo universitario. Citiamo solo un ultimo fatto. La decisione sulla modalità di avanzamento di carriera dell’attuale generazione di ricercatori è di importanza strategica e ha valenza pluriennuale (oseremmo dire pluri-decennale), perché modifica gli incentivi delle generazioni future che decideranno di entrare nel mondo della ricerca e incide sulla distribuzione per età del futuro personale docente. Per programmare la propria vita i giovani dottorandi e ricercatori hanno diritto di conoscere all’inizio della carriera regole del gioco stabili e durature. Non è possibile che gli avanzamenti di carriera diventino invece il panem che viene gettato alla piazza arrabbiata, sventolando prima 12mila nuove assunzioni, poi ridotte a 6mila, di cui solo i tre quarti con copertura, in futuro chissà. Non è così che si governa seriamente, né l’università e neppure il paese.

da lavoce.info