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"Bertolaso, l'ultima vergogna", di Marco Guzzetta

La moglie di un sottosegretario. I figli dei giudici amici, dei generali amici e dei boiardi amici. Perfino la nipote di un cardinale. Tutti assunti (a tempo indeterminato) dalla Protezione civile un minuto prima del cambio della guardia. Con soldi sottratti ai terremotati
Questo si chiama “mettere in sicurezza”, solo che più dell’Italia sommersa dalle alluvioni la Protezione civile sembra esperta nel rendere sicure le poltrone del suo personale. E così mentre tutto frana, Guido Bertolaso stabilizza i suoi fedelissimi: 150 precari, spesso d’alto rango, vengono assunti nel botto finale della gestione che ha alternato successi a scandali fino a diventare nel bene e nel male simbolo del modello berlusconiano di governo. Tutto grazie a una nuova legge che prevede “l’assunzione di personale a tempo indeterminato, mediante valorizzazione delle esperienze acquisite presso il Dipartimento dal personale titolare di contratto di collaborazione coordinata e continuativa”.

Mentre la pubblica amministrazione falcia i ranghi e il precariato diventa condizione di vita, negli uffici che dipendono da Palazzo Chigi c’è un’ondata di piena di assunzioni che garantisce lo stipendio per figli di magistrati e di prefetti, per mogli di sottosegretari e nipoti di cardinali. Tutti benedetti da una selezione su misura, alla quale ha potuto partecipare solo chi aveva già un contratto precario con il Dipartimento. Un esame affidato a una commissione interna, con poche domande rituali e procedure concluse entro l’estate: così gli ex cococo sono ormai a tutti gli effetti in pianta organica.

E rilette oggi, dopo i crolli di Pompei, le motivazioni che sostengono questa falange di assunzioni hanno un po’ il sapore della farsa di fine impero: il testo della deroga al blocco imposto da Tremonti sostiene la necessità di quel personale “anche con riferimento alle complesse iniziative in atto per la tutela del patrimonio culturale”. Ma è solo il botto finale: quando Bertolaso nel 2001 mise piede sulla tolda di comando l’organico si basava su 320 unità, passate a 590 nel 2006 e schizzate a quasi 900 alla fine del suo mandato. Cinquecento persone in più in nove anni, con uffici lievitati emergenza dopo emergenza, sempre a colpi di ordinanza e mai in forza di un concorso. Un vero e proprio esercito in cui spiccano gli oltre 60 autisti, distaccati dalle forze dell’ordine, per i dirigenti. L’apoteosi di un sistema di potere nato con il Giubileo del 2000, spalancando le porte degli uffici a figli, nipoti, familiari e amici dell’establishment istituzionale.

E poi, sono arrivati i fedelissimi coltivati a Napoli nelle molteplici crisi dei rifiuti. Un posto per tutti grazie alle parentele giuste nell’esercito o nei servizi segreti, a Palazzo Chigi o in Vaticano, al Viminale o in magistratura, fino a creare una ragnatela di relazioni che sembra plasmata ad hoc per creare consenso verso le attività del Dipartimento e per non disturbare il suo manovratore.

Le parentele scomode iniziano ovviamente da Francesco Piermarini, l’ingegnere-cognato del sottosegretario Bertolaso, mandato tra i cantieri della Maddalena. Ma scorrendo la lista dei beneficiati si svela una rete di favori senza soluzione di continuità. Tra i primi ad essere stabilizzati, a metà di questo decennio, sono stati gli uomini della scorta di Francesco Rutelli in Campidoglio. Dieci “pizzardoni” passati senza semafori dalla polizia municipale di Roma al dipartimento di Palazzo Chigi. Dal fil rouge che lega il Giubileo alla Protezione civile spuntano anche tre supermanager del calibro di Agostino Miozzo, Marcello Fiori e Bernardo De Bernardinis. Facevano parte dell’unità di staff del Giubileo e, grazie al decreto rifiuti del 2008, entrano nel Gotha dei dirigenti generali della presidenza del Consiglio con norma ad personam, e un contratto da 180 mila euro l’anno. Ma sono stati ingaggiati anche ottuagenari che arrotondano la pensione grazie ai munifici gettoni delle emergenze: è il caso dell’83enne Domenico Rivelli, chiamato come “collaboratore per le problematiche amministrativo-contabili per i rifiuti a Napoli”.

Storie vecchie, mentre con la stabilizzazione di fine mandato arriva Barbara Altomonte, moglie del sottosegretario Francesco Giro, docente di scuola superiore ed ora dirigente del Dipartimento. E non è certo un caso che in questa ondata la parte del leone la facciano uomini e donne legati a doppio filo con la Corte dei conti, ossia la magistratura che deve vigilare anche sulle spese della Protezione civile.
Proprio nella “sezione di controllo” della Corte un magistrato e due funzionari possono vantare le assunzioni dei propri figli al Dipartimento: si tratta del giudice Rocco Colicchio, di Carmen Iannacone, addetta al controllo degli atti della presidenza del Consiglio, e della segretaria generale Gabriella Palmieri. Spazio anche a Marco Conti, figlio di un altro giudice contabile. Invece Giovanna Andreozzi è stata chiamata dopo il sisma dell’Aquila con l’incarico di direttore generale per vigilare sugli appalti: proviene dalla sezione campana della Corte, presieduta da Mario Sancetta, magistrato sfiorato da più di un sospetto nell’inchiesta sulla Cricca per le relazioni con Angelo Balducci, l’ex numero uno delle opere pubbliche. Tra l’altro, per la Andreozzi è stato attivato un servizio di navetta ad personam tra Roma Termini e gli uffici del Dipartimento.

Quanto alla magistratura, tra gli assunti c’è anche Giovanni De Siervo, figlio del vicepresidente della Consulta Ugo: era entrato come precario con l’ordinanza per l’esondazione del Sarno ora è fisso al reparto “relazioni con gli organismi internazionali”. Con l’ultima chiamata per i fedelissimi di Bertolaso, arriva il posto definitivo per Carola Angioni, figlia del pluridecorato generale Franco, capo della missione italiana in Libano ed ex parlamentare Pd. Carola Angioni è entrata come collaboratrice per l’emergenza traffico di Napoli e, dopo essersi occupata di smog, è passata ordinanza dopo ordinanza ai temporali del Veneto, dedicandosi, nel frattempo a qualche puntata in Croazia come ambasciatrice del dipartimento. La legge offre certezza occupazionale anche a Marta Sica, figlia del vicesegretario generale di palazzo Chigi; alla nipote del cardinale Achille Silvestrini; alla figlia del prefetto Anna Maria D’Ascenzo, (ex capo del dipartimento dei vigili del fuoco) e a quella del colonnello Roberto Babusci (una volta responsabile del centro operativo aereo della Protezione civile).

A loro, infine vanno aggiunti altri parenti illustri, legati all’ex presidente Rai Ettore Bernabei, al sindacalista della presidenza del Consiglio Mario Ferrazzano e a Giuseppina Perozzi, capo del personale di palazzo Chigi. Una manifestazione di potere assoluto cui si oppongono i sindacati, con un ricorso contro i metodi selettivi di quest’ultima raffica di assunzioni che verrà discusso a febbraio prossimo di fronte al Tar del Lazio. Anche perché l’ultima ondata dei Bertolaso boys costerà ben otto milioni di euro, in gran parte sottratti ai fondi per l’Abruzzo terremotato.

L’Espresso 26.11.10

"Ragazzi ribellatevi" di Alfredo Reichlin

Le critiche al Partito democratico io esito molto ad esprimerle perché la sinistra è troppo piena di gente che per sentirsi intelligente ha bisogno di segare il ramo su cui è seduta. Ma c’è alla base qualcosa su cui oggi è molto importante ragionare. Io vedo ancora una relativa debolezza della nostra risposta al grandissimo interrogativo che si è aperto sulla vicenda storica dell’Italia. Detto senza enfasi: sul destino degli italiani. Questo è il tema che sta dietro la vicenda Berlusconi. Sta qui il cuore del conflitto, cioè di come si configura la lotta tra progresso e reazione a fronte di quella che è ormai chiaramente una crisi della nazione.

La gente non è stupida. Capisce che, arrivati a questo punto, l’uscita di scena di Berlusconi è una necessità vitale ma sente che il problema è più complesso. Intuisce che il “Caimano” è, dopotutto, la febbre non la malattia. Quale malattia? Il fatto drammatico che per troppo tempo abbiamo cercato di non vedere e che, per certi aspetti, ci rimanda ai secoli della grande decadenza italiana. A prima del Risorgimento, quando Metternich considerava l’Italia «una espressione geografica», governata come era da tante Padanie, piccoli regni e ducati tenuti in piedi dallo straniero. Quando non eravamo un popolo libero ma una plebe che delegava la politica ai preti tanto da pensare che «Franza o Spagna purchè se magna».

L’attuale degrado dell’etica pubblica non è poi una grande novità. Questo è il dramma che sta avvenendo sotto i nostri occhi. La vita dei nostri figli e nipoti si sta già impoverendo, stiamo già uscendo dal club dei grandi che contano. E se dopo 150 anni da Porta Pia viene in discussione l’unità della nazione, una conseguenza è certa: il destino della gioventù italiana sarà irrilevante. I nostri figli resteranno ai margini del mondo nuovo. Qualcuno sta parlando così agli italiani? Sta dicendo così chiaramente che si è aperto uno «stato di eccezione» (come una guerra) e che nient’altro che questo impone un governo di “eccezione”, cioè di salvezza nazionale? Semplicemente questo è il problema che Bersani sta cercando di affrontare, certo alla sua maniera.

C’è così tanto da ridire? Però è vero che il messaggio di Bersani è oscurato da troppe cose. Intanto dalle divisioni interne al Partito democratico. Chi comanda? È difficile affidarsi a un partito il quale è talmente democratico che non conta nulla essere stato eletto segretario da 3 milioni di persone. Chiunque può invocare le “primarie” per rimettere tutto in discussione. Si ammetterà che non è facile guidare in queste condizioni una delicata iniziativa politica di “salvezza nazionale”.

Noi siamo ancora al punto che il primo che passa ci sfotte perché dice che non è chiaro se siamo alleati col “centro” oppure con la “sinistra”. Ma non è chiaro a chi? Certo a chi pensa che siamo nell’Inghilterra di Westminister e che Vendola è Gladston e Casini Disraeli. Come non si capisce che è la decadenza dell’Italia che chiede l’unità più larga in nome di riforme e cambiamenti radicali? I quali, però, sono sostenibili solo se qualcuno acquista l’autorità politica e morale per fare appello non solo a Vendola o a Casini ma alle energie profonde del paese, ovunque siano collocate.

Temo che una buona fetta del PD non abbia capito nemmeno che questa è la ragione d’essere di un partito nuovo rispetto ai partiti che fecero la Prima repubblica. È il nostro ruolo storico, è il terreno su cui possiamo affermare la nostra egemonia («vocazione maggioritaria», direbbe Veltroni) rispetto a una destra antinazionale, al leghismo, a formazioni neo-borboniche, a nuovi centri notabilari . Per non parlare di un’altra fetta del Pd che invece è affascinata dalle “narrazioni” di Nichi Vendola. Ma che cosa sta narrando questo mio vecchio amico pugliese? Io capisco tante cose, ne condivido perfino alcune. Ma anche Nichi mi sembra sostanzialmente fuori tema. Se non lo fosse si sarebbe assunto la responsabilità (forte anche della sua funzione di governatore della Puglia) di cominciare a rielaborare il nostro vecchio impianto della questione meridionale. Almeno in questo il Nord ha ragione, nel non accettare più il vecchio modo di stare insieme degli italiani.

È affrontando un tema come questo che si diventa leader di una sinistra unita. Io non so fare previsioni. So che la cricca che si è raccolta intorno a Berlusconi è disposta a tutto, perfino a tenersi stretta la camorra che controlla la “monezza” napoletana pur di non mollare il potere e le ricchezze su cui ha messo le mani. So però che le cose sono arrivate al punto che viene in campo, come bisogno storico, anche un’altra possibilità. È il bisogno di dare all’Italia quello che io chiamo un partito della nazione. Non un’altra reincarnazione della sinistra storica. Deve essere una forza nuova, capace di esprimere davvero una nuova “narrazione” circa il ruolo che un’Italia unita e progressista potrebbe avere in Europa e nel mondo. Non so che fine farà l’operazione politica e l’ipotesi di governo di cui parla Bersani. In ogni caso ricordiamoci che la politica non si esaurisce nella formazione dei governi. Dopo il lungo ciclo berlusconiano è tempo che la politica democratica torni ad essere la fucina di un “movimento reale”, quel tipo di movimento che «cambia lo stato di cose esistenti». È questo stato di cose che bisogna cambiare.

E le condizioni per farlo a me sembra che si stiano accumulando. Quando giro l’Italia e incontro la gente, la cosa che più mi colpisce è la situazione dei giovani. Un immenso deposito di energie e di creatività sprecato, umiliato, (davvero “rottamato”) delle logiche attuali di mercato: il denaro fatto col denaro, un’immensa rendita che grava sui produttori della ricchezza reale per pagare i lussi faraonici di un’oligarchia finanziaria. Così, alla maggioranza dei giovani resta solo il lavoro precario. Per colpa anche di noi vecchi che sulle loro spalle abbiamo trasferito l’onere di pagare l’immenso debito pubblico accumulato. Quindi non c’è per loro futuro, speranza, innovazione. Ribellatevi. Le vicende di ieri sono un buon segno.

L’Unità 25.11.10

"Generazione derubata", di Curzio Maltese

Otto mesi di proteste dell´università contro la legge Gelmini erano passati inosservati sui media italiani. Fino a quando una matricola ha lanciato ai professori l´idea di «fare come gli operai» e salire sul tetto della loro fabbrica, la facoltà di architettura.
In pochi giorni sulle traballanti scalette del tetto di piazza Borghese si sono arrampicati troupe televisive, inviati di giornali e celebrità varie, soprattutto cantanti, attori e politici, ammesso si trovino differenze. Soltanto nelle ultime 48 ore hanno scalato il tetto del sapere tre segretari di partito, Di Pietro, Bersani, Vendola, più una folta delegazione di finiani guidata dai deputati Della Vedova, Moroni e Granata, battezzando il luogo come laboratorio di future maggioranze di governo. Visto il successo della trovata gli studenti, gente sveglia, ieri hanno “occupato” la torre di Pisa e il Colosseo, assicurandosi così la copertura sui media internazionali.
Eppure la protesta di studenti, professori e ricercatori contro la sedicente riforma Gelmini era da subito una delle più semplice da spiegare, capire e condividere. Si tratta anzitutto di una delle più antiche e classiche forme di lotta democratica, cioè una rivolta fiscale. Negli ultimi cinque anni, forse meno, le tasse medie di uno studente dell´università pubblica sono raddoppiate, in cambio di servizi quasi azzerati dai tagli. Uno studente della Sapienza di Roma, il secondo ateneo del mondo per iscritti, paga in media dai 1200 ai 1800 euro all´anno, quasi il doppio di uno della Sorbona o di molte ottime università tedesche. Con la legge Gelmini, fatti due calcoli, le tasse sono destinate ad arrivare al doppio nei prossimi cinque anni. Quindi il nostro studente arriverà a versare ogni anno oltre 3000 euro, più di un collega californiano di Stanford. Ma invece di godere un campus paradisiaco dovrà sempre portarsi da casa il panino (la mensa è chiusa), la carta igienica e i solventi per gli esperimenti. Quale categoria non scenderebbe in piazza o salirebbe sui tetti?
Alla rivolta fiscale degli studenti, si somma la rivendicazione salariale dei docenti e soprattutto dei ricercatori. Il ministro Gelmini dice che il novanta per cento dei bilanci universitari se ne va per pagare gli stipendi ed è una percentuale unica al mondo. È vero, ma dimentica di aggiungere che è così perché tutte le altre voci, a cominciare dalla ricerca, sono state ridotte all´osso. Un ricercatore quarantenne con famiglia mi esibisce la sua busta paga, 2.200 euro al mese, «la metà di quanto mi davano dieci anni fa in Olanda, più l´affitto pagato da loro». «Con questi stipendi e i tagli sull´investimento», spiega Bartolomeo Azzaro, pro rettore della Sapienza, «stiamo uscendo dal mercato internazionale della ricerca. I nostri concorrenti non sono più Germania, Francia o Gran Bretagna, ma la Romania o la Polonia. Fra i ricercatori italiani che vincono concorsi europei ormai tre su quattro vanno all´estero e questo è un danno enorme per l´economia». Tradotto in soldoni, formare un ricercatore costa ai contribuenti 250mila euro. Secondo gli studi di settore, il ritorno allo Stato è di un milione di euro nei primi dieci anni di attività. Se il ricercatore si forma qui e poi va a lavorare all´estero, significa che lo Stato italiano spende 250 mila euro per regalare un milione ad altri, meno bisognosi per giunta. In particolare, negli ultimi anni, Germania e Francia, le uniche grandi nazioni ad aver aumentato l´investimento in cultura in tempi di crisi e guarda caso anche le prima a uscire dalla recessione.
A parte le questioni concrete, il miracolo governativo di compattare tutte le categorie universitarie si spiega con l´uso cinico di una “macchina del fango” applicata su vasta scala. Il governo Berlusconi è sempre stato abile, oltre che avvantaggiato dal dominio sui media, nel presentare operazioni lobbistiche come riforme epocali. Attraverso una specie di neo lingua orwelliana, rovesciando il significato delle parole. Ma qui si è superato il celebre limite in cui si abusa del diritto di essere fessi. Nella sintesi di Alfonso Giancotti, ricercatore di Architettura: «Dicono di volere la meritocrazia e cancellano di fatto concorsi e borse di studio. Attaccano il baronato e l´unica categoria che appoggia la riforma è la conferenza dei rettori, il Gotha dei baroni. Vogliono il ritorno all´eccellenza e mettono le basi per la chiusura di Fisica alla Sapienza, una facoltà che esprime un candidato Nobel ogni cinque anni. Parlano di autonomia e federalismo e poi trasformano i cda delle università in copie del cda Rai, con consiglieri nominati dai partiti».
Vi sono mille ragioni oltre la trovata di occupare un tetto o un monumento. Senza contare la debolezza di un governo che forse non arriverà a mangiare il panettone, ma pretende di condizionare il futuro del Paese. Lo stesso inopinato titolare dell´istruzione incarna il marasma finale del berlusconismo. Perso lo scudo del demiurgo, la Gelmini e gli altri ministri per caso, da Bondi alla Carfagna, dalla Brambilla ad Alfano, appaiono sempre di più per quello che sono, miracolati. Nel suo caso una controfigura oberata di un ruolo sproporzionato, che alla fine si sbaglia perfino sul pulsante da premere e vota contro se stessa. Rimane in piedi del berlusconismo soltanto una macchina del fango, quella che spinge l´esperto di bunga bunga Emilio Fede a invocare i manganelli o il presidente del Senato a evocare il fantasma degli anni di piombo quando dieci studenti armati di scudi di polistirolo e mezza dozzina di uova marce s´affacciano al Senato. Ma se è con questi trucchi che intendono fermare la protesta di una generazione derubata di futuro, allora hanno proprio sbagliato i calcoli.

La Repubblica 26.11.10

"Mariastella e la danza futurista", di Fabrizia Bagozzi

Mentre monta la protesta degli studenti il governo va ancora sotto sulla riforma dell’università e non riesce a chiudere
Nell’autunno caldo di studenti e ricercatori prende piede la visita ai tetti della protesta.
E così, se la primogenitura spetta a Bersani e Di Pietro, ieri si sono affacciati prima il leader di Sinistra e libertà Nichi Vendola e poi un drappello futurista fra cui Granata e Della Vedova. Se il tetto della facoltà di architettura della Sapienza fosse la metafora dell’esistenza di una maggioranza alternativa, la maggioranza (al netto di Casini, che si astiene dal brivido dell’altitudine) ci sarebbe già. Saldata, pur se da angolature differenti, dai sit in degli universitari in lotta con vista su Montecitorio. Ma visto da Montecitorio, lo scenario è di là da venire e passa per la madre di tutte le date, il 14 dicembre.
Nel frattempo la maggioranza continua a non stare tanto bene.
E mentre l’Italia è attraversata da una mobilitazione studentesca destinata a crescere fino al giorno del voto finale (slittato a martedì), il ministro dell’istruzione continua a ballare la danza futurista che ancora ieri ha mandato sotto il governo. Al voto, un emendamento all’articolo 16 del disegno di legge sull’università (abilitazione scientifica nazionale) primo firmatario Fabio Granata.
Il testo dribbla la proibizione degli oneri aggiuntivi. Passa fra i boati dell’opposizione. È la quarta volta in tre giorni, la terza sulla riforma di Mariastella. Il ministro – che, in coppia con Angelino Alfano, sbaglia a votare e poi fa correggere – sbotta: finché Fli marca un differenza su cose di scarso rilievo è tecnica parlamentare, ma se venissero votati emendamenti che stravolgono il senso della riforma «mi troverei costretta a ritirarla».
Gelmini si riferisce, in particolare, alla parte del ddl che stabilisce le nuove norme di reclutamento di docenti e ricercatori. E avvisa i naviganti, a cui l’incasso della riforma universitaria – che nella vulgata della destra passa per essere antibaronale – interessa: non è il caso di tirare troppo la corda. Il ministro della giustizia minimizza: «Il meccanismo è questo: una o due volte al giorno bisogna far andare sotto il governo per dimostrare che Fli è indispensabile». Insomma, quella futurista sarebbe tutta ammuina per preparare il voto del 14 dicembre.
Va detto che Futuro e libertà ha incassato l’altro ieri le rassicurazioni del governo sui due emendamenti che ha sempre ritenuto centrali, quelli sul piano di assunzioni per gli associati (4.500 in tre anni, la metà di quelli previsti all’inizio) e sugli scatti di merito per il personale.
Rassicurazioni sulla carta, perché gli emendamenti verranno votati solo martedì, con l’articolo 25. Con una copertura finanziaria incerta, perché rimanda al fondo di finanziamento ordinario che serve per pagare gli stipendi per i docenti di ruolo e che dipende dalla legge di stabilità ancora in discussione al senato.
Ma certo i finiani non rinunceranno a far pesare il proprio voto. Granata ha già messo le mani avanti. Martedì verrà votata una norma contro la parentopoli dei concorsi. Il Miur fa sapere che sul testo tanto il governo quanto «la commissione hanno dato parere positivo». In proposito è tornato in campo un emendamento, in un primo tempo accantonato, dell’ Idv.
Prevede che ai concorsi non possano partecipare coloro che abbiano un grado di parentela, fino al terzo grado compreso, con professore della stessa università.
Granata fa sapere che questa formulazione gli piace più di quella del Pdl, «troppo fumosa».
La relatrice del provvedimento Paola Frassinelli prova a cercare una sintesi.
Il Pd, intanto, denuncia la melina futurista: «Più che una mazurka, il ballo della mattonella », dice a Europa Manuela Ghizzoni, capogruppo dem in commissione cultura. In aula Bersani rilancia: «Il ministro Gelmini ritiri questo provvedimento. Dopodiché sono pronto a discutere con lei e con Tremonti su come correggere alcune distorsioni di questa legge come trovare le risorse finanziarie».

da Europa Quotidiano 26.11.10

"Se la mafia «ruba» il 16% del Pil", di Marco Ludovico

La mafia «è uno dei principali ostacoli al progresso economico e sociale» anche dove i clan sono meno presenti. E c’è una «correlazione negativa molto forte tra sviluppo economico e criminalità organizzata». La Banca d’Italia lo ha dimostrato studiando l’incidenza sulla crescita del Pil (prodotto interno lordo) in due regioni a minore presenza mafiosa: Puglia e Basilicata. Il loro Pil, oggi, è inferiore almeno del 16% rispetto a quello (teorico) di una regione meridionale con un tasso di sviluppo analogo e priva di presenza dei clan.
Tanto che, dopo aver letto il rapporto, sorge il quesito inquietante: quanto incide Cosa nostra, e soprattutto la ‘ndrangheta, in regioni ad alto sviluppo economico – come Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte – dove però i gruppi mafiosi sono ormai diffusi e consolidati? Lo studio di Bankitalia è stato trasmesso di recente alla commissione Antimafia, presieduta da Giuseppe Pisanu. Il rapporto si basa sull’osservazione della serie di denunce per l’articolo 416 bis (associazione per delinquere di stampo mafioso) dal 1983 – anno successivo all’entrata in vigore della legge Rognoni-La Torre – al 2007. Rispetto a questo dato, Puglia e Basilicata sono considerate dall’istituto che ha sede in via Nazionale «terre di mezzo» tra quelle di tradizione mafiosa e le altre regioni. Il documento trae spunto da uno studio spagnolo sui costi del terrorismo che confronta il Pil dei Paesi Baschi con quello delle altre regioni iberiche. L’istituto che ha sede in via Nazionale sottolinea che, per quanto riguarda il racket delle estorsioni, «la situazione è particolarmente grave in Puglia, assimilabile sotto questo aspetto alle altre regioni a maggiore densità mafiosa». In cifre, il dato medio nel periodo 1987-2007 di denunce di estorsione è di dieci ogni 100mila abitanti, analogo (tranne scarti decimali minimi) in Puglia come in Calabria, Sicilia e Campania. In linea anche il numero di violazioni della legge sugli stupefacenti (40 denunce ogni 100mila abitanti). Sul contrabbando, invece, la Puglia è al secondo posto (120 denunce circa) dopo la Campania (250), mentre la Basilicata è sullo stesso livello di Sicilia e Calabria (circa dieci denunce). Bankitalia, poi, ricorda come l’avvento delle associazioni per delinquere di stampo mafioso in Puglia e Basilicata avvenga alla fine degli anni settanta del secolo scorso. E poi mette a confronto il loro Pil pro capite, pari nel 1950 a 2.725 euro, con quello, di pari entità, di una regione virtuale confrontabile, composta dalla sintesi ponderata dei valori di Molise, Abruzzo, Veneto e Umbria: le due regioni del centro nord sono inserite «per il livello relativamente alto di sviluppo della Puglia negli anni cinquanta e sessanta».
Fatto dunque il confronto tra l’andamento del Pil della regione virtuale e il dato di Puglia e Basilicata si verifica che, alla fine del decennio in corso, il prodotto interno lordo nel primo caso è pari a circa 12mila euro pro capite; nelle due regioni meridionali, invece, è attorno ai 10mila euro, inferiore di circa il 16 per cento. Nel paragone tra gli andamenti dei due dati lo studio nota – e poi ritrova più di una conferma – che il divario comincia proprio alla fine degli anni settanta: quando la criminalità organizzata si diffuse nelle due regioni meridionali fino ad allora immuni o quasi dalla presenza mafiosa.

I NUMERI

10 denunce
Ogni 100mila abitanti
In Puglia, così come in Campania, Calabria e Sicilia, sono circa una decina le denunce ogni 100mila abitanti per il reato di estorsione, come dato medio tra il 1987 e il 2007
60%
Imprese minacciate
Secondo uno studio Censis del 2009 su 800 imprenditori del Sud, il 60% dichiara di subire condizionamenti da parte della criminalità organizzata. Per Bankitalia si tratta di una percentuale sottostimata
16%
Peso della mafia sul Pil
Confrontando la crescita del prodotto interno lordo di Puglia e Basilicata con quello di una regione virtuale con caratteristiche economiche analoghe, ma priva di presenze mafiose, si calcola che il pil finale alla fine del periodo 1950-2010 risulta inferiore nelle due regioni del 16%

Il Sole 24 Ore 26.11.10

Togliete il segreto di stato sulle stragi. L'appello e le ragioni dei firmatari

La sentenza (con l’assoluzione di tutti gli imputati) del 16 novembre 2010 sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia non convince. E fa rabbia. Sul Corsera, in prima pagina, Umberto Ambrosoli – figlio dell’avvocato ucciso dalla mafia – ha parlato di «senso di sconfitta». E ora Paolo Brogi, Rosa Villecco Calipari, Benedetta Tobagi, Rosario Priore, Roberto Saviano e altri 60 rappresentanti della società civile lanciano un appello per aprire gli archivi e togliere il segreto di Stato sulla stagione del terrorismo in Italia. E qui, Manlio Milani , presidente dell’Associazione delle vittime di Piazza della Loggia, ce ne spiega le ragioni
Ecco il testo e i firmatari
(chi volesse aderire all’appello può mandare una mail a: casadellamemoria@28maggio74.brescia.it)

Al Presidente della Repubblica, al Presidente del consiglio e ministri interessati, ai Presidenti di Copasir e delle Commissioni parlamentari d’inchiesta

Un’intera stagione, quella dello stragismo che ha macchiato di sangue l’Italia, rischia di essere archiviata a seguito della recente sentenza sulla strage di Piazza della Loggia, Brescia, che ha assolto per insufficienza di prove tutti gli imputati. Un’assoluzione sulla quale ha pesato non il ricorso a segreti di Stato, bensì silenzi e reticenze di comodo, anche da parte di uomini appartenenti alle istituzioni.

Per garantire un cammino trasparente alla giustizia, anche in relazione al resto delle inchieste tuttora in corso per altri fatti di criminalità organizzata, e rendere possibile la ricerca storica su quegli anni, avvertiamo sempre di più una triplice esigenza:

chiediamo che siano aperti tutti gli archivi con una gestione che ne faciliti l’accesso a tutti i soggetti interessati, senza preclusione alcuna;
chiediamo che vengano fatte decadere tutte le classificazioni di segretezza su tutti i documenti relativi all’evento – compreso i nominativi ivi contenuti – in possesso in particolare dei servizi segreti, della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza, che i documenti vengano catalogati e resi pubblici senza distinguere tra documenti d’archivio e d’archivio corrente;
chiediamo che in tal senso sia data piena attuazione alla legge del 3 agosto 2007, n.124 che regola il segreto di Stato la quale prescrive che, passati al massimo trent’anni dalla data in cui è stato apposto il segreto sull’evento e sui relativi documenti o dalla data in cui sia stato opposto al magistrato che indagava, tutti i documenti che si riferiscono all’evento siano resi pubblici e consultabili.

Non è più accettabile che a tutt’oggi manchino gli specifici decreti attuativi. In tal senso il Freedom of Information Act statunitense ci pare un modello a cui è possibile ispirarsi L’ipotesi, avanzata dalla commissione Granata nel Copasir, di reiterare il segreto di stato dopo trent’anni è inaccettabile. Chiediamo alle nostre istituzioni di attivarsi il più decisamente possibile affinché gli Stati che sono oggetto di richieste di rogatorie internazionali collaborino fattivamente e rapidamente. Occorre garantire alla verità e alla giustizia il giusto corso, non dobbiamo consegnare le generazioni che si sono succedute da allora ad oggi alla rassegnazione e all’avvilimento. Auspichiamo una volontà politica reale volta all’accertamento di tutti i fatti criminali che hanno sconvolto la storia d’Italia.
Hanno aderito:
Carlo Arnoldi (associazione vittime Piazza Fontana) Gianni Barbacetto (giornalista de Il Fatto Quotidiano) Alfredo Bazoli (associazione vittime Piazza della Loggia) Carole Beebe Tarantelli (psicanalista) Filippo Bertolami (sindacalista di polizia) Giovanni Bianconi (giornalista del Corriere della Sera) Paolo Bolognesi (associazione vittime della strage di Bologna) Daria Bonfietti (associazione vittime di Ustica) Giorgio Boatti (scrittore) Paolo Brogi (giornalista) Lucia Calzari (associazione vittime Piazza della Loggia) Angela Camuso (giornalista dell’Unità) Susanna Camuso (segretario generale della Cgil) Felice Casson (senatore) Antonio Celardo (associazione vittime Rapido 904) Paolo Corsini (deputato) Paolo Cucchiarelli (giornalista dell’Ansa) Fabio Cuzzola (storico) Olga D’Antona (deputato) Giuseppe D’Avanzo (giornalista di Repubblica) Conchita De Gregorio (direttore dell’Unità) Giuseppe De Lutiis (storico) Enrico Deaglio (giornalista) Giovanni Fasanella (giornalista di Panorama) Sergio Flamigni (storico) Dario Fo (attore) Anna Foa (storico) Girolamo Fragalà (giornalista del Secolo d’Italia) Mimmo Franzinelli (storico) Milena Gabanelli (conduttrice di Report) Aldo Giannuli (storico) Ferdinando Imposimato (giurista) Francesco La Licata (giornalista de La Stampa) Luciano Lanna (giornalista del Secolo d’Italia) Claudio Lazzaro (giornalista) Paride Leporace (direttore Quotidiano della Basilicata) Gad Lerner (conduttore dell’Infedele) Stefania Limiti (giornalista) Carlo Lucarelli (scrittore) Otello Lupacchini (magistrato) Giovanna Maggiani Chelli (associazione vittime della strage dei Georgofili) Cristiana Mangani (giornalista del Messaggero) Brunello Mantelli (storico) Daniele Mastrogiacomo (giornalista di Repubblica) Manlio Milani (associazione vittime Piazza della Loggia) Ilaria Moroni (rete archivi per non dimenticare) Gianluigi Nuzzi (giornalista di Libero) Antonio Parisella (storico) Valentino Parlato (giornalista del Manifesto) Flavia Perina (direttore del Secolo d’Italia) Paolo Pezzino (storico) Lorenzo Pinto (associazione vittime Piazza della Loggia) Alessandro Portelli (storico) Rosario Priore (magistrato) Sandro Provvisionato (giornalista del Tg5) Andrea Purgatori (giornalista) Franca Rame (attrice) Sabina Rossa (deputato) Filippo Rossi (direttore di Ffwebmagazine) Guido Salvini (magistrato) Roberto Saviano (scrittore) Salvatore Sechi (storico) Federico Sinicato (avvocato) Annalisa Terranova (giornalista del Secolo d’Italia) Benedetta Tobagi (scrittrice) Maurizio Torrealta (giornalista di RaiNews24) Nicola Tranfaglia (storico) Rosa Villecco Calipari (deputato) Fiorenza Sarzanini (giornalista del Corriere della Sera) Carmelo Briguglio (deputato e membro del Copasir) Fabio Granata (deputato) Walter Veltroni.

Il Corriere della Sera 26.11.10

""Il ritorno dei cittadini", di Ezio Mauro

Non c´è un elemento politico e culturale unificante nelle proteste per i rifiuti che infiammano il Sud e nella rivolta degli studenti che entrano nel Colosseo, per far viaggiare attraverso Internet l´immagine della loro ribellione in tutto il mondo. Non c´è nemmeno uno schema politico d´opposizione organizzata, nonostante l´accorrere di tanti leader sui tetti della protesta, diventati il vero luogo politico provvisorio della contestazione al governo. C´è però qualcosa di più, che si sta raccogliendo in tutto il Paese per scaricarsi nel Palazzo: la sensazione che il sentimento politico degli italiani stia cambiando.
Ci avevano detto che c´era solo il popolo, in dialogo diretto e permanente con il leader: ed ecco che tornano i cittadini. L´irruzione degli attori sociali sulla scena rompe la solitudine del calcolo politico, che rischia di parlare solo a se stesso, con le idee e le persone ridotte a numeri, senza dare le risposte che la parte del Paese in movimento si aspetta, anzi ormai pretende. Indebolita per mesi e mesi dalla crisi economica e finanziaria mondiale, e adesso spaventata dai possibili effetti della tempesta irlandese, l´Italia è stata fino ad oggi un Paese molto responsabile, che ha accettato tagli e riduzioni rimodellandosi ogni volta su misure inferiori e impoverite.
Soprattutto nel campo culturale, sanitario, scolastico, e cioè in quel moderno perimetro di un welfare europeo allargato, che per la destra al governo sembra l´unica rendita attaccabile in tempi di difficoltà e ridimensionamento.
In questo senso, possiamo dire che il Paese ha condiviso la crisi e ha riconosciuto autonomia al governo nel decidere le contromisure, facendosene carico in silenzio fin qui.
C´è però un limite alla delega passiva, alla compressione sociale, alla riduzione degli spazi culturali, al carico di tagli e tassazione su scuola pubblica e università: tutto ciò, insomma, «che non si mangia», come ha allegramente spiegato un ministro, illustrando alla perfezione la gerarchia gastrica di questo governo. Ad un certo punto la scelta di scaricare la crisi sul sociale, sul welfare e sulla cultura cambia di misura, diventa un´ideologia, come tale viene riconosciuta, e produce una reazione. Meglio ancora, produce politica, perché rapidamente quella reazione diventa una risposta politica, che si inventa spazi, riti, soggetti e linguaggi. E soprattutto, si manifesta in luoghi simbolici ma imprendibili e diffusi ovunque nella quotidianità del Paese, come i tetti, e dai tetti si sporge verso il Palazzo, sul quale pesa una crisi di governo conclamata, sospesa e rimandata a data destinata, dunque incapace di produrre qualsiasi effetto politico comprensibile e concreto.
La raffigurazione dei due momenti contrapposti della politica italiana di oggi – quello ufficiale, quello sociale – è dirompente. L´attore sociale chiede conto all´attore politico di come ha speso tempo e atti di governo per rispondere alla crisi, che sta toccando con mano. Chiede ragione della selezione sociale che diventa esplicita ed evidente. Chiede il perché delle bugie raccontate a Napoli e dintorni sul miracolismo dei rifiuti, in due anni di visite propagandistiche, con svincolo a Casoria.
La politica non sa rispondere. Anzi, è bastato questo movimento spontaneo nella società per mettere in mora la miserabile compravendita di parlamentari in corso in questi giorni, come se i problemi del Paese si risolvessero con il portamonete e il pallottoliere. Così, la compravendita mostra tutta la nudità di una politica che si riduce alla sopravvivenza extracorporea perché non sa giustificarsi e legittimarsi altrimenti. Anzi, la compravendita proclama la negazione della politica, perché va in scena quando la politica è già finita, e tutto diventa artificiale.
Può pensare il Presidente del Consiglio non di galleggiare, ma di rispondere ai problemi che il Paese ha di fronte a sé con due o tre voti in più, ammesso che li trovi? E soprattutto, non vede il prosciugamento definitivo di valori, progetti, strategie, se tutta la spinta propulsiva della vittoria elettorale di due anni fa finisce per inaridirsi e immiserirsi nel fissare il prezzo di un´astensione, il vitalizio per un cambio di bandiera?
La rottura traumatica della maggioranza è un fatto politico di tutto rilievo. Un leader deve dare una risposta altrettanto politica davanti al Paese, non mercantile e nemmeno di sopravvivenza in carica personale. E la risposta deve partire prima di tutto da un´assunzione di responsabilità, perché il governo ha il dovere di definire la crisi economico-finanziaria, di dare finalmente un nome alla fase che stiamo vivendo, indicando posizione e ruolo dell´Italia, illustrando i punti di tenuta e le fragilità del nostro Paese, e a quel punto decidendo le politiche che ne conseguono. Ma questa assunzione di responsabilità – che in democrazia è un dovere dei governanti – fino ad oggi è mancata.
Le opposizioni dovrebbero capire che questo è un ottimo momento per la politica. Come dice il Presidente della Repubblica, di fronte ai rischi a cui è oggi esposto un Paese fragile c´è bisogno di stabilità. Ma dove va cercata questa stabilità? È la stabilità del sistema Paese che conta, la sua tenuta interna ed esterna, la qualità della sua democrazia. Mentre questo quadro politico disastrato è un elemento di fragilità, non di forza, come dimostra l´incapacità persino di arbitrare i conflitti al suo interno. Si deve avere il coraggio di dire che una cultura politica, quella del populismo berlusconiano che radicalizza a destra il Paese, è al suo esaurimento, anche perché non è in grado di dare risposte ai soggetti sociali – potremmo dire ai cittadini -, abituata com´è a parlare al «popolo» indistinto, e inteso come pura fonte di potere e di comando.
Dunque, questa cultura politica può essere sfidata: in parlamento con la sfiducia, e anche con il tentativo di raccogliere le forze disponibili in una maggioranza di responsabilità repubblicana, se così vogliono le Camere. E in ogni caso questa cultura può essere sfidata pubblicamente davanti ai cittadini, nel voto. E può essere battuta, dopo che si è già rivelata improduttiva. Non bisogna aver paura della democrazia e dei suoi passaggi, né dal centro, né da destra né da sinistra, soprattutto quando un´altra idea d´Italia è possibile.

La Repubblica 26.11.10