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Poche idee e niente risorse. Ecco il Piano per il Sud

Le risorse annunciate sono molte, come dirà al termine dell’incontro la segretaria della Cgil Susanna Camusso: si parla di 80 miliardi tra fondi precedenti e nuove programmazioni, la cui copertura è tuttora un mistero. Oggi il Piano per il Sud arriva al Consiglio dei ministri, mentre il Cipe discuterà l’assegnazione e la tempistica delle risorse, con l’obiettivo di sbloccare i fondi Fas 2007-2013. Ieri la presentazione alle parti sociali, con il primo incontro ufficiale Berlusconi-Camusso: «Non può essere più cattiva della Bindi», le dice il premier confermando la fissa che non passa per la presidente del Pd. E, poichè «il Sud è un problema nazionale e ci apprestiamo a provvedimenti sostanziosi», continua Berlusconi, ecco che oggi il Cdm varerà due decreti attuativi che riguardano investimenti per infrastrutture, dalle ferrovie a nuove scuole, ricerca (12,5 miliardi previsti) e fiscalità di vantaggio. A corollario la Banca del Sud, che dovrebbe operare come una banca di mediocredito per lo sviluppo: martedì Poste italiane e le banche del Credito cooperativo presenteranno un’offerta di acquisto per Mediocredito centrale (Unicredit), annuncia Tremonti. Per ricerca e università il Piano intende « concentrare le limitate risorse su un numero di programmi- pilota su cui attivare una collaborazione col settore privato».

SENZA RISORSE A proposito di infrastrutture, il segretario del Pd Pierluigi Bersani ha scritto una lettera a Tremonti per chiedere lo sblocco di tutti i fondi per la realizzazione della strada a quattro corsie Sassari-Olbia, «determinante per lo sviluppo e le prospettive dell’isola». Al termine dell’incontro, Camusso commenta: «Per ora abbiamo solo i titoli. Aspettiamo di conoscere i contenuti nel dettaglio».E Stefano Fassina, responsabile economico del Pd: «Grazie al lavoro fatto dalle parti sociali, senza il governo – sottolinea – si sono definite le linee generali. Siamo in enorme ritardo e date le difficoltà del governo il rischio che si tratti di uno spot elettorale è elevato data l’assenza di risorse». Questo, infatti, il punto focale di un Piano che, peralto, di straordinario non ha nulla: «Le disponibilità non esistono in termine di cassa – aggiunge Fassina – La legge di stabilità non le prevede e, pertanto, non vi sono risorse spendibili nel triennio ».

L’Unità 26.11.10

"Il gioco dell'oca dei partiti", di Michele Ainis

A riascoltarla adesso, la Grande promessa di semplificazione che ha inaugurato la legislatura suona come un Grande imbroglio. Sono trascorsi due anni, sembrano due secoli. Nel 2008 s’unirono in matrimonio antiche tradizioni politiche, giurandosi fedeltà in eterno. A sinistra gli eredi della Democrazia cristiana e del Partito comunista battezzarono il Partito democratico, a destra Forza Italia e Alleanza nazionale si sciolsero nel Popolo della libertà. La soglia di sbarramento completò il lavoro, cacciando dal Parlamento la destra estrema e la sinistra radicale.

Uscì di scena la carovana delle microliste personali, quelle di Dini o di Mastella, e poi i verdi, i gialli, gli arcobaleni. Dagli 11 partiti che cingevano d’assedio il governo Prodi siamo passati a un esecutivo bicolore (Pdl-Lega), mentre a Montecitorio prendevano posto 6 gruppi parlamentari in tutto, compreso il gruppo misto.

Ma la politica italiana ha un debole per il gioco dell’oca: ritorna sempre alla stazione di partenza. I co-fondatori dei due partiti principali (Fini di qua, Rutelli di là) hanno divorziato già durante il viaggio di nozze, e nel frattempo si sono affacciate alla ribalta nuove formazioni, partito del Sud contro il partito del Nord, l’antipolitica di Grillo contro la politica ufficiale, polo di centro contro i poli terrestri. C’è un’esigenza, c’è una domanda sociale che alleva la scomposizione del quadro politico? Può anche darsi, giacché ormai l’Italia è frastagliata in lobby, sindacati, categorie professionali dove trionfano soltanto gli egoismi collettivi. Ma sta di fatto che in quest’agonia della seconda Repubblica la classe politica si sta rivelando ben peggiore della società civile, come ha osservato Montezemolo e come osservano in coro gli italiani. Le scissioni, le riaggregazioni, le nuove creature non puntano a riflettere una geografia sociale in movimento; servono piuttosto a procurare un posto in prima fila agli oligarchi di partito che stavano un po’ stretti nei loro vecchi condomini. Da qui l’inflazione delle sigle; ma le facce no, quelle sono sempre uguali. Queste facce ci hanno regalato un tasso di crescita dello 0,2%, il più basso fra i Paesi Ocse. Ci hanno regalato inoltre lo sfascio della nostra cittadella pubblica, dalla giustizia alla sanità, dal fisco alla scuola. Siccome non gli basta, stanno per regalarci il terzo scioglimento delle Camere nell’arco d’un quinquennio. Come reagirà l’elettorato? Per una volta, tutti i sondaggi sono convergenti: il partito del non voto (che alle scorse regionali ha toccato il 40%, sommando all’astensione le schede bianche e nulle) continua a gonfiarsi come un panettone. Viceversa il Pdl perde da 7 a 11 punti percentuali, il Pd frana a sua volta (da 8 a 10 punti in meno). Guadagna qualcosa la Lega, guadagnano Casini, Vendola, Di Pietro. Ma il menu che assaggeremo molto presto avrà il sapore d’una marmellata elettorale, dove il pezzo più grosso è soltanto il meno piccolo.

E tuttavia, attenzione: la marmellata contiene un paio di frutti velenosi. Colpa dello chef che ha cucinato le regole del voto, definendole lui stesso una «porcata». Del primo frutto abbiamo già fatto indigestione: è la regola che converte gli eletti in nominati, e che ha immediatamente intossicato la nostra vita pubblica, svilendo il prestigio delle assemblee legislative. Quanto al secondo, fin qui non ce ne siamo troppo accorti. Però a certe condizioni diventa l’ingrediente più letale, non basta una lavanda gastrica per venirne fuori indenni. Quest’altro frutto si chiama premio di maggioranza; le condizioni che lo rendono mortale dipendono per l’appunto dalla marmellata elettorale; i suoi effetti possono stroncare l’esile corpo della democrazia italiana. Come mai potrebbe sopravvivere, se la trasformazione del nostro voto in seggi diventa una rapina a mano armata? Se un partito del 25% s’accaparra il 55% delle poltrone in Parlamento? Se a quel punto nessun governo ha più l’autorità per governare?

Da qui l’urgenza di sbarazzarci di questa legge elettorale, prima che la legge si sbarazzi della nostra democrazia. Ma la politica, di nuovo, fa il gioco dell’oca. Il Pd è d’accordo sull’urgenza, e infatti chiede un governo tecnico per cambiare sistema elettorale; così offrendo al Pdl una buona ragione per opporsi al cambiamento, perché il governo tecnico rovescerebbe il risultato delle urne. Ma dopotutto è sempre la stessa tiritera, i nostri mandarini non stanno litigando sulle regole, bisticciano sui posti di governo, su una sistemazione per le loro auguste chiappe. C’è allora un lodo da proporre a questi carissimi nemici: Berlusconi continui a governare, il Parlamento modifichi la legge elettorale. Servirà una maggioranza diversa da quella che sostiene l’esecutivo in carica? Non è un delitto, è la normalità costituzionale. Il delitto è quello che altrimenti ci verrà servito in tavola alle prossime elezioni.

La Stampa 26.11.10

L’On. Manuela Ghizzoni alla zona artigianale di Cibeno incontra lavoratori, imprenditori e artigiani nell’ambito della campagna ‘Porta per Porta’.

Prosegue la mobilitazione del PD di Carpi per illustrare le proposte per l’alternativa di Governo. Prosegue la campagna di mobilitazione del Partito democratico di Carpi “Porta per Porta” avviata con la visita della senatrice Anna Finocchiaro dello scorso sabato. L’iniziativa, anche a livello locale vede il Partito democratico impegnato in una serie di incontri, presidi, banchetti e volantinaggi nelle piazze e nei mercati, davanti a fabbriche, scuole, supermercati.
Domattina la deputata carpigiana Manuela Ghizzoni sarà nella zona artigianale a Cibeno per incontrare imprenditori, artigiani, lavoratori delle aziende locali, raccogliere le loro istanze e illustrare le proposte del PD per l’alternativa di Governo.
“La crisi è pesantissima, ma l’Italia può riagganciare la tanto attesa ripresa, puntando sui saperi e sulle piccole e medie imprese, che sono il pilastro della nostra economia e del nostro distretto – ha sottolineato l’on Ghizzoni – La recessione che ha colpito l’economia mondiale è eccezionale per entità, rapidità e diffusione – spiega Ghizzoni – ma mentre gli altri Governi, nell’ambito di interventi economici pur pesanti per garantire la stabilità, hanno comunque avviato politiche per la ripresa, in Italia i provvedimenti del Governo non prevedono misure per crescita e sviluppo, ma solo tagli che ricadono sui ceti più deboli, gli enti locali ed il mondo del lavoro e dell’impresa”.
“Abbiamo atteso per 153 giorni la nomina di Romani alla guida del ministero dello sviluppo economico: un tempo infinito nell’attuale situazione economica – ricorda Ghizzoni – questo dato la dice lunga sull’attenzione del centrodestra per il nostro sistema economico e dimostra come i problemi e gli interessi, pubblici e privati, di Berlusconi impediscano ormai al Governo di occuparsi dei problemi veri degli italiani”
Accompagneranno l’on. Ghizzoni, volontari ed esponenti del PD di Carpi. “Sono centinaia i volontari impegnati per informare i cittadini delle proposte del PD su lavoro, impresa, scuola, università e altri temi di attualità – spiega il segretario del PD Davide Dalle Ave – La mobilitazione avrà il suo momento conclusivo nella grande manifestazione nazionale del Partito democratico, sabato 11 dicembre a Roma”.

Ripetente a chi?

Mentre il governo viene di nuovo battuto alla Camera sulla riforma dell’Università, la Gelmini non trova di meglio che polemizzare con Bersani dandogli dello studente ripetente. Ecco i voti del segretario del Pd conseguiti all’Università degli Studi di Bologna pubblicati su Flickr.

Altro che “studente ripetente”, si mettano a confronto i voti di laurea. Pier Luigi Bersani prende la parola in Aula per la dichiarazione di voto a nome del Pd sulla riforma dell’Università e polemizza con il ministro dell’Istruzione: “Mi rivolgo al ministro Gelmini, vedo che non gradisce che io vada sui tetti. Primo, vorrei confermarle che io vado e andrò davanti ai cancelli di una fabbrica in crisi, all’Asinara dove ci sono operai da ascoltare e sui tetti, dove andavo anche da ministro.
Secondo – aggiunge – vedo che il ministro Gelmini mi dà dello studente ripetente: io domani metterò su internet i voti di tutti gli esami di laurea, mi aspetto che il ministro Gelmini faccia altrettanto, compreso il giro turistico a Reggio Calabria…”.
Il segretario del PD si riferiva al fatto che il ministro passò l’esame d’iscriizone all’Albo bel lontano dalla sua Lombardia, in Calabria, come scriveva Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera già nel 2008.
Dopo poche ore, sulla sua pagina di Flickr il segretario del Pd ha pubblicato un’immagine con i voti conseguiti da Bersani durante gli studi presso l’Università di Bologna (laurea in Filosofia con 110 e lode). Vedremo se la maestra Gelmini farà altrettanto tale da giustificare la definizione di “ripetente”. Il ministro della (d)istruzione è molto esperta in plateali autogol e non è detto che ceda anche lei alla tentazione di mettersi alla prova su chi sia il “migliore della classe”. Del resto alla Gelmini va riconosciuto il primato storico e unico di essere riuscita a mettersi contro tutto il comparto del Sapere, dalla scuola dell’infanzia all’università. Un vero record internazionale.

Va aggiunto che queste schermaglie politiche arrivano contemporaneamente al voto della Camera dove il governo è andato sotto due volte sulla riforma, alle proteste degli studenti in tutta Italia e dopo che il segretario del PD era salito sui tetti della facoltà di Architettura a Roma per condividere la protesta dei ricercatori colpiti dai tagli del ddl sull’università.

Sconfortata dall’ennesima battuta d’arresto, la Gelmini si è detta pronta a ritirare il disegno di legge. Sulla pressione del Pd, il voto finale di Montecitorio sul provvedimento, che era atteso nel pomeriggio è slittato a martedì, poi il ddl passerà al Senato. Il ministro dell’Istruzione ha riferito che “se saranno votati emendamenti il cui contenuto stravolge il senso della riforma, mi vedrei costretta a ritirarla”. Un’affermazione che è stata abbracciata da Bersani che ha replicato: “Gelmini ritiri subito il ddl e iniziamo a discutere come correggere alcune distorsioni di questa legge e come trovare risorse per sostenere il diritto allo studio e alla ricerca”. Dario Franceschini, capogruppo del Pd, ha commentato così il risultato: “I numeri per la sfiducia ci sono: si tratta solo di verificare la volontà politica di far cadere il governo”.
Il vicepresidente vicario dei deputati del PD, Michele Ventura, lancia un ultimatum: “Abbiamo bloccato alla Camera la brutta legge sull’università, la Gelmini ha quattro giorni di tempo per ritirarla e discutere con gli studenti e i ricercatori che protestano prima di tornare martedì nell’aula di Montecitorio dove il governo é stato sconfitto quattro volte”.

Poi fa chiarezza su un punto che si tenta di ribaltare: “Noi non stiamo difendendo i baroni, come dice il ministro e il centrodestra, noi stiamo difendendo l’università italiana. Condanniamo qualsiasi atto estremista e qualsiasi assalto alle sedi istituzionali e siamo a fianco di chi sta portando all’attenzione di tutti il disagio degli atenei. E vogliamo che venga riconosciuto il merito, ma davvero e non come dice, senza poi fare, la Gelmini. Le occupazioni di facoltà, i cortei e i sit in che stanno interessando ogni angolo del Paese dovrebbero far riflettere tutti. Mi auguro che nessuno esasperi o manipoli la situazione”.

Insomma il Pd continua ad esprimere una dura condanna contro tutti gli atti di violenza che si sono svolti a margine delle manifestazioni studentesche. Le immagini che le televisioni hanno trasmesso per l’attacco di alcuni facinorosi contro la sede del Senato hanno in parte oscurato il senso delle migliaia di proteste civili svolte in tutta Italia. Alla stessa maniera va però evidenziata la controinformazione propagandistica di alcuni Tg (quello di Rai1 sempre al primo posto) che ha celato la protesta e il disagio generale che il ddl Gelmini sta provocando alle le famiglie italiane e la 61ma sconfitta del governo in Aula per enfatizzare solo gli scontri tra gli studenti e le forze dell’ordine.

Francesca Puglisi, Responsabile Scuola della Segreteria Pd spiega: “Siamo preoccupati per lo stato di forte tensione che attraversa il Paese. La protesta degli studenti è il sintomo della drammaticità di chi si vede senza futuro, costretti a pagare il conto di una crisi economica mai governata e sottovalutata che viene scaricata interamente sulle spalle delle giovani generazioni”. Già perché migliaia di precari buttati per strada, disoccupazione giovanile record, tagli dissennati a scuola e Università hanno esasperato una situazione già grave, per cui conclude: “Il governo si fermi. E il ministro Gelmini faccia un passo indietro e rinunci a un provvedimento spacciato per riforma ma che è l’ennesima sequela
di tagli”.

Il PD continua a battersi perché “la partita è ancora aperta. Per questo martedì 30 saremo ancora in piazza al
fianco del mondo dell’università e della ricerca, partecipando alla manifestazione della Flc-Cgil” annuncia Fausto Raciti, segretario nazionale dei Giovani democratici.

www.partitodemocratico.it

"Scuola, a che serve protestare ancora?" di Mila Spicola

Al telefono con mia madre, maestra in pensione ormai da anni. “Te la sei presa con gli intellettuali perché non riesci a convincere i tuoi colleghi. Facile così. Dove sono i tuoi colleghi? Noi avremmo bloccato tutto: ai tempi di Luigi Berlinguer lo abbiamo fatto “. Glab, accenno la difesa. “Mamma, sono altri tempi, le persone sono ripiegate, disilluse, scettiche, non è facile, non trovano sponde o referenti reali e convincenti. Il 30 ottobre del 2008 abbiamo sì bloccato tutto con quale risultato? Eravamo tutti in piazza, a Palermo non si era mai vista tanta gente per strada, nemmeno dopo il ’92 al tempo della rivolta civica dopo le stragi. L’onda ha visto 500.000 persone in piazza. Da brivido”.

“E che sarà mai uno sciopero? Dovevate perseverare. Siete quasi tutte donne nella scuola: davvero non riuscite a fargli venire il nervoso a questi cialtroni? Siete così rassegnate, morte? Pronte a puntare l’indice contro qualcun altro?”. “Che vuoi che ti dica: forse è il tempo della non lotta, o forse è il caso di immaginarne altre, di forme di protesta. Vero è che tutto è spettacolo. Un tempo si diceva che tutto era vanità. Oggi lo è ancora. Bisognerebbe trovare un giusto testimonial…”. “Non dire stupidaggini: la verità è che non siete stati capaci, voi, docenti di oggi, di capire che bisognava unirsi e alzare un insopportabile concerto di fischi in modo da fargliele scoppiare le tempie. Basterebbe questo: un flash-mob nazionale. Una data e un orario stabilito e da Duino a Lampedusa, dentro le classi, fuori per strada, negli uffici, tutti nello stesso istante via con trombette e fischi a difesa della cultura nazionale”.

Sorrido…chissà… “Mamma, intanto gli studenti stanno occupando gli istituti superiori e anche molte Università”. “Ahimè per loro dopo Natale torneranno sui banchi come se nulla fosse accaduto, fanno bene certo, un po’ di sana ribellione ci sta bene, se poi discutono un po’ insieme male non gliene fa, ma in questi termini è un po’ inutile: inverno, primavera, estate, autunno, occupazioni. E’ nella natura delle cose, ma non cambia il corso dei fiumi. Intanto approvano anche la riforma dell’Università. Si potrebbe dire: le abbiamo inventate noi le Università e adesso siamo bravissimi a dare il voto a chi le distrugge, con una faccia tosta quasi da schiaffoni, per cosa poi? Per la promessa di qualche tassa possibile da evadere? Per qualche posto in più negli asili al posto dei bimbi immigrati? Per cosa? E’ un mistero”. “E allora? Allora che si fa? Che devo fare? Che dobbiamo fare più di quello che stiamo facendo?”.

“Deve consumarsi lentamente questo buio. Intanto tu torna a far leggere i libri. A dar loro parole. Fiumi di parole e di pensieri. Che leggano, senza sosta, falli persino schiattare di lettura e di punteggiatura. Virgole, punti, punti e virgola, punti esclamativi e, finalmente, punti interrogativi. Punti interrogativi. Qualche domanda seria, nel silenzio delle loro stanze, in fondo al residuo dell’anima inizieranno a farsela. Tutti. A quel punto, vedrai, la battaglia sarà vinta perché la protesta non sarà un ruscello, una stagione, ma la pelle che li copre. A quel punto vagliela a strappare…”.

L’Unità 26.11.10

Le donne si difendono con le risorse e non solo a parole

L’impegno del Pd nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. “Ancora oggi in Italia una donna su tre è vittima di violenza sessuale e psicologica”
Oggi è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. L’impegno del PD è volto a realizzare un vero piano nazionale antiviolenza ma ancora prima a denunciare i tagli che anche in questo settore sta operando il governo.

Anna Finocchiaro (Presidente dei senatori Pd)
“La violenza contro le donne è un’emergenza sociale, in Italia e nel mondo. L’antidoto alle violenze fisiche e psicologiche che le bambine, le ragazze e le donne subiscono ogni giorno è soprattutto la prevenzione, attraverso la promozione di una cultura del rispetto della dignità femminile. La giornata di oggi deve servire per compiere passi avanti concreti in questa direzione”.

“Ancora oggi nel mondo milioni di donne subiscono violenza sessuale, in Italia una donna su tre è vittima di violenza sessuale e psicologica, un attacco inaccettabile alla libertà della persona. All’origine di tutto questo c’è una violenza civile: il pensiero che in fondo una donna valga un po’ meno di un uomo. Se questo è il presupposto culturale, il resto viene da sé: dalla violenza sessuale,
alle mutilazioni genitali, allo stalking, alle pressioni psicologiche, al mobbing, alle discriminazioni in casa, sul lavoro, nelle istituzioni”.

“A differenza di altre impostazioni noi riteniamo che ciò che serve nel nostro Paese sia innanzitutto la promozione di una cultura dell’uguaglianza e del rispetto dei diritti e del ruolo delle donne in ogni contesto, dalla relazione di coppia alla famiglia, dal mondo delle professioni alla società, dalla politica ai media. La lotta alla violenza contro le donne passa dunque anche per la ricerca di un rapporto più paritario e rispettoso tra uomo e donna nella famiglia e nel lavoro. Non è un caso che proprio da questo punto riparta continuamente l’Unione europea, come conferma la recente approvazione da parte del Parlamento europeo di misure per l’introduzione del congedo di paternità obbligatorio di due settimane che aiuterà anche il nostro Paese a fare un passo in avanti concreto perché la cura dei figli sia sempre più un compito condiviso tra madri e padri. Proprio perché si tratta di un problema culturale, contrastare la violenza contro le donne significa, poi, farsi promotori nella politica e nei media di modelli di comportamento più rispettosi del reale ruolo della donna nella società e più rispondenti al grande valore delle giovani donne italiane, che lontane dal velinismo eccellono negli studi, nello sport e in ogni competizione professionale in cui vengano rispettate le regole”.

“Noi chiediamo anche in Italia, più risorse da destinare ai presidi a tutela della donna. E anche più risorse per la prevenzione e l’educazione al rispetto della dignità femminile. Purtroppo il governo della destra ha lasciato senza risorse i centri antiviolenza. Anche l’efficacia della legge sullo stalking è vanificata dall’azzeramento dei finanziamenti alle politiche sociali e per la sicurezza delle donne. Questo e’ molto grave. Gli aspetti della prevenzione e dell’educazione sono fondamentali, insieme al sostegno adeguato alle vittime, per cercare davvero di estirpare questo tragico fenomeno. Il rispetto della diversità tra i generi e della loro pari dignità è il presupposto basilare di una democrazia che, per essere davvero tale, deve essere paritaria”.

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Roberta Agostini (segreteria nazionale Pd, Conferenza delle donne)
Sono passati più di 30 anni da quando per la prima volta una telecamera entrò in un’aula giudiziaria nella quale si svolgeva un processo per stupro. Era il 1978, il documentario venne poi trasmesso in televisione e ci mostra che sul banco degli imputati siede soprattutto la donna che, spiegano gli avvocati, con il suo comportamento avrebbe istigato i violentatori.

Da allora molte cose sono cambiate. Ci sono volute le battaglie delle donne, nelle istituzioni e fuori, a cambiare ciò che un tempo era dato per scontato, nominare la violenza e la prevaricazione, fino ad approvare, nel 1996, la legge che trasforma la violenza da delitto contro la morale a delitto contro la persone.

Oggi però non possiamo ancora dire che le donne abbiano vinto. L’Istat ci consegna una radiografia impressionante del problema: 14 milioni di donne vittime di violenza, 7 milioni di stupri e abusi, di queste un milione e 400 ragazze, nel solo 2006 un milione e 150.000. Chi sono gli autori di queste violenze? Nella maggior parte dei casi mariti, parenti, amici, anche se spesso a fare notizia sono le violenze per strada che si caricano di una valenza simbolica: il degrado, gli stranieri, l’immigrazione.
Dobbiamo ancora fare grandi passi avanti verso città più sicure, pene certe e processi rapidi. Ma in primo luogo riconoscere che la violenza non è semplicemente un’eccezione, una devianza accidentale. È qualcosa di più: è la manifestazione estrema e inaccettabile di una cultura di sopraffazione, di una discriminazione profonda delle donne, di una incapacità di accettare la loro libertà e autonomia. Dobbiamo interrogare gli uomini perché il problema della violenza riguarda loro per primi. A poco serve militarizzare il territorio se non costruiamo il giusto sistema di relazioni, attraverso una operazione di prevenzione a partire dalle scuole e nelle famiglie, attivando l’intera comunità, dando risposte sul piano sociale. Dagli anni ’80, da quando le associazioni diedero vita ai primi centri antiviolenza, sono stati gli enti locali ad essere in prima linea. Di fronte ad un fenomeno così drammaticamente evidente, questo governo non ha messo in campo nessuna strategia, neppure di sostegno ai numerosi centri che oggi sono a rischio chiusura. Noi continuiamo a credere – e con questo impegno abbiamo lavorato nella precedente esperienza di governo e nelle istituzioni locali e nazionali – che per battere un fenomeno vasto e drammatico come la violenza sia necessario un piano d’azione che preveda risorse certe, un osservatorio, strategie di prevenzione, sostegno alla rete dei centri. Vogliamo che il 25 novembre possa rappresentare l’occasione perché il Pd, insieme alle realtà sociali e civili, rilanci con forza il suo impegno su una battaglia che riguarda i diritti, la libertà, la cultura e le relazioni umane e civili del nostro Paese.

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Vannino Chiti (vice presidente del Senato)
La dignità della donna deve essere rispettata sempre e comunque. Dobbiamo concentrare le nostre forze perché siano combattute tutte le forme di violenza che colpiscono le donne di ogni età, di ogni ceto e in ambiti diversi: dalla scuola, al lavoro, alla famiglia, nelle case, nelle strade, nelle città.

Le violenze sulle donne purtroppo continuano a ripetersi, anche nel nostro Paese nonostante il Parlamento già da decenni sia impegnato in una severa legislazione in proposito, allontanandoci sempre più dai principi su cui la Costituzione ha fondato la nostra convivenza di nazione democratica.

Contano le leggi ma contano anche i comportamenti, gli esempi da parte di quanti svolgono un ruolo, nella politica, nella cultura, nell’informazione, in grado di influenzare la società. La situazione deve cambiare ed è necessario un impegno collettivo di educazione al rispetto della donna e alla cultura della non violenza.

Occorre modellare i comportamenti, educare i bambini fin dalla primissima infanzia. Ciò diventa ancor più urgente e decisivo per la presenza nei nostri paesi di donne immigrate costrette spesso a subire ogni sorta di pratiche lesive della loro dignità. Le donne devono sentirsi sicure, libere di potersi esprimere per il bene della società.

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Barbara Pollastrini (ex ministro per le Pari opportunità)
“Una vergogna e la conferma del cinismo di questa destra. Mentre parlamenti e governi, in Europa e nel mondo, dedicano i lavori odierni a questo tragico tema, stamane in aula nessuno del governo o dai banchi della maggioranza ha preso la parola sulla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Si sono prodotti invece nei loro schiamazzi, interrotti dalla presidente Bindi, mentre illustravo la mozione depositata dal gruppo del Pd in cui si chiede conto del Piano d’azione contro la violenza sulle donne, dei passi compiuti e di quanto – molto – resta da fare. Chiediamo di vincolare i 18 milioni del fondo del ministero per le Pari opportunità al sostegno dei centri antiviolenza e delle associazioni che non hanno lasciato sole molte donne disperate”.

“Troppe volte sentiamo invocare tolleranza zero mentre vediamo praticare tagli di risorse per la prevenzione, la tutela delle vittime, i pronto soccorsi medici, la cura del territorio, i servizi e la scuola. Ma prevenire è innanzitutto costruire una cultura del rispetto della donna e, da questo punto di vista, sono sotto gli occhi di tutti i segni della dissipazione prodotta da questa destra”.

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Sesa Amici (ufficio di presidenza del Gruppo del Pd alla Camera)
“In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne chiediamo al governo di astenersi da qualsiasi celebrazione: infatti, sarebbe solo propaganda visto che ha azzerato i fondi per i centri antiviolenza.”

“Purtroppo dobbiamo denunciare che il ministro Carfagna ha fatto tante promesse a favore delle donne, ha invitato più volte le donne a denunciare gli abusi, ma poi ha lasciato senza risorse i centri antiviolenza. Il varo della legge sullo stalking, peraltro ampiamente incardinato nei lavori parlamentari già nella scorsa legislatura, è stato vanificato dall’azzeramento dei finanziamenti alle politiche sociali e per la sicurezza delle donne. Chiedo per questo, a nome di tutte le donne del Pd, un atto di serietà e di responsabilità nei confronti di questa piaga sociale: cioè – conclude Sesa Amici – il varo di un piano nazionale per la prevenzione e la formazione del personale dei centri antiviolenza.”

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Lucia Codurelli (componente della commissione Lavoro della Camera)
“Le tante promesse e i tanti spot patinati dal Ministro Carfagna a favore delle donne per invitarle a denunciare gli abusi, sono una doppia violenza perché il governo lascia senza risorse i centri antiviolenza”.

“Promesse, solo promesse di un governo schizofrenico sulla questione della violenza di genere. Dopo avere varato la legge sullo stalking la maggioranza ha tagliato progressivamente tutti i fondi che finanziano le politiche sociali e per la sicurezza delle donne. In aperto contrasto con le raccomandazioni internazionali, che invitano le istituzioni a creare una fitta rete di centri antiviolenza e a sostenerli economicamente, il governo Berlusconi affossa gli istituti già operanti sul territorio. Con una finanziaria lacrime e sangue lascia gli enti locali nell’impossibilità di mantenere in attività questi importanti presidi. Inoltre, i fondi europei destinati allo scopo sono bloccati dal fatto che alcune regioni sono ancora senza una legge regionale. Al governo chiediamo come abbiamo più volte sollecitato con interrogazioni, un piano d’intervento nazionale per la prevenzione e la formazione del personale così da evitare la chiusura dei centri antiviolenza”.

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Nella giornata contro la violenza sulle donne, da Cagliari arriva una singolare denuncia da parte di Francesca Barracciu, deputata regionale del Pd con cui attacca il presidente Cappellacci di aver nominato una giunta fatta da soli uomini

Il consigliere regionale della Sardegna Francesca Barracciu (Pd) annuncia che stamani ha depositato al Tar di Cagliari il ricorso contro la giunta regionale composta di soli uomini. L’iniziativa della Barracciu è sostenuta dalle associazioni Amistantzia, Articolo 21 Cagliari, Fidapa, Noi Donne 2005, Socialismo diritti e riforme, dai consiglieri regionali Claudia Zuncheddu e Chicco Porcu, dalle deputate Amalia Schiurru e Caterina Pes, al presidente della Provincia di Cagliari Graziano Milia, all’assessore provinciale Lalla Pulga, ai consiglieri provinciali Rita Corda ed Enzo Strazzera, all’ex assessore regionale Luisanna Depau, al sindaco di Sadali Romina Mura e a piu’ di una sessantina di cittadine e cittadini.

“Unico caso di giunta regionale monogenere in Italia – ha detto a Brracciu – scaturito dall’ultimo rimpasto di Cappellacci, l’attuale giunta regionale della Sardegna e’ uno scandalo inaccettabile, che ha destato lo sdegno di gran parte della popolazione. Con questi atti politici profondamente discriminatori – conclude – si continua a mortificare non solo le donne ma la democrazia che necessita, per essere compiuta, della rappresentanza bilanciata di entrambi i generi nelle istituzioni come in ogni luogo decisionale e di gestione della cosa pubblica”.