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Università, Pd: maggioranza in stato di disagio, governo battuto per 61esima volta

Ghizzoni: vogliamo stessa coerenza quando voteremo su risorse e ricercatori. “Siamo alla 61esima volta che il governo viene battuto alla Camera. Oggi come ieri è un chiaro segnale di disagio di alcune forze della maggioranza che cercano di prendere le distanze dal provvedimento Gelmini. Ci aspettiamo la stessa coerenza quando arriveremo ad affrontare i nodi fondamentali che rimangono irrisolti, in particolare quello delle risorse e delle risposte alle istanze dei ricercatori”. Così la capogruppo democratica nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta il voto con cui il governo è stato battuto per la 61esima volta nell’Aula della Camera sul ddl Università del ministro Gelmini.

"Più armi e meno aiuti. Processo al governo", di Umberto De Giovannangeli

Dagli Stati generali della cooperazione la denuncia dei fondi tagliati con la manovra Tremonti. L’accusa: «Assurdo stanziare 15 miliardi di euro per l’acquisto di 131 cacciabombardieri F-35».Gli «Stati generali» della Cooperazione, della solidarietà concreta, del pacifismo e del volontariato, processano il Governo del Cavaliere Tagliatore e del Ministro Scure, al secolo Giulio Tremonti. Il «processo» ha avuto luogo ieri mattina presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, A istruirlo è il Cini (Coordinamento Italiano Network Internazionali). Un documentato j’accuse: è quello sviluppato da Maria Egizia Petroccione, coordinatrice del Cini: «Regno Unito, Francia e Svezia hanno aumentato l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (Aps). Germania e Belgio non hanno tagliato le risorse rimarca Petroccione -. La Spagna ha tagliato del 20% ma dispone ancora di 4,2 miliardi di euro a bilancio per l’Aps. Nonostante la crisi economica, i Paesi seri mantengono gli impegni presi».
TAGLIEGGIATORI
Ma l’Italia governata dal Cavaliere non è annoverabile tra i Paesi seri. «In Italia, rileva infatti la coordinatrice del Cini la Legge Finanziaria per il 2011 conferma il totale disinteresse del Governo per la Cooperazione allo Sviluppo e l’esplicita volontà di non rispettare gli impegni internazionali in materia di lotta alla povertà». Mentre i bilanci di tutti i Ministeri si ridurranno in media del 10% e quello degli Affari Esteri del 9%, la Cooperazione allo Sviluppo subirà un taglio del 45%. Sulla legge 49/87 sono ufficialmente disponibili 179 milioni di euro nel 2011, ma al netto di impegni pregressi e delle spese di gestione del Ministero degli Affari Esteri si scende sotto i 100 milioni di euro. La legge 49/87 non ha mai raggiunto livelli così bassi valutati in termini nominali neppure negli anni dei sacrifici di tutti per entrare nell’euro. Il livello di Aiuto Pubblico allo Sviluppo attuale è il più basso dal 1996. Eppure sottolineano le Ong italiane esistono delle soluzioni possibili, lo dimostrano i Paesi che hanno mantenuto gli stanziamenti o li hanno addirittura aumentati, anche in tempo di crisi. «Il Terzo Settore ed i valori che esso rappresenta, sembrano essere sotto attacco da più parti: si tagliano drasticamente i fondi per la Cooperazione allo Sviluppo, si mette un tetto di 100 milioni di euro al 5xmille, riducendo così il gettito del 75%, si aumentano del 500%, da un giorno all’altro e senza alcun preavviso né confronto, le Tariffe postali agevolate, principale veicolo per la diffusione delle informazioni, per la sensibilizzazione e per la raccolta fondi delle organizzazioni della società civile. Per contro, nella stessa Legge di Stabilità troviamo un totale di 24 miliardi di euro per le spese militari e per armamenti», insiste Petroccione. «Le Ong italiane, con il fund raising privato inviano ai Paesi in via di sviluppo il 61% in più di quello di cui dispone la Farnesina», evidenzia Iacopo Viciani, autore del documento. «Adesso in piena crisi, il livello economicamente giustificato sarebbe attorno allo 0,28% del Pil», sostiene il rapporto.
DENUNCIA E PROPOSTA
Eppure esistono delle soluzioni possibili, lo dimostrano i Paesi che hanno mantenuto gli stanziamenti o li hanno addirittura aumentati, anche in tempo di crisi, si tratta solo di scegliere le giuste priorità. Tra le proposte avanzate, quella dell’introduzio-
ne di una Tassa sulle Transazioni Finanziarie Speculative, già adottata da diversi Paesi e per la quale è stata presentata una Proposta di Legge bipartisan alla Camera (n.3740 primo firmatario il Democratico Andrea Sarubbi), sottoscritta da deputati di quasi tutti gli schieramenti politici.
Il buon senso, ad esempio, è quello di disinvestire in spese militari. «Spendere 15 miliardi di euro per acquistare 131 cacciabombardieri F-35, come intende fare il governo, è una follia. Serve buon senso. Soprattutto se si pensa alle emergenze dell’ Aquila, dell’alluvione in Veneto e ai tagli alla scuola», denuncia «Controllarmi», la rete italiana per il disarmo (a cui aderiscono tra le altre Acli, Arci, Pax Christi, Libera, Amnesty International), «Chiediamo un sussulto di dignità alla politica dice don Renato Sacco di Pax Christi abbiamo il sospetto che chi detta la linea sia Finmeccanica e non la politica. Chiediamo inoltre che non ci si dicano bugie: i soldi ci sono contro la crisi, basta spenderli nel modo giusto. I cacciabombardieri verranno costruiti a Cameri (Novara) e ci dicono che questo progetto impiegherà 10 mila persone. Ma è una bugia: i nuovi posti di lavoro non supereranno le mille unità. Con 15 miliardi di euro a disposizione anche io che sono un prete riuscirei a trovare mille posti di lavoro».
LA RAPINA
«Da domani, su quattro malati, ne potremo salvare uno. Chi sarà il fortunato?». È lo slogan, drammaticamente appropriato, con cui il CINI ha lanciato un appello alla Camera e al Senato perché si dica «no» ai tagli al 5mille previsti dalla nuova legge per la stabilità in discussione in Parlamento. «Infatti, secondo questa legge, rispetto all’intero ammontare del 5xmille, i fondi da destinare alle associazioni avranno un tetto massimo di 100 milioni di euro, mentre il resto verrà trattenuto dallo Stato. Una misura che, nel 2011, ridurrebbe del 75% l’importo destinato al terzo settore rispetto all’anno precedente», sottolinea ancora Maria Egizia Petroccione. L’appello, a cui hanno aderito associazioni e Ong internazionali e italiane, tra le quali Emergency, Amnesty International e Medici Senza Frontiere, è stato anche pubblicato online, sul sito www.iononcisto.org. E, in soli tre giorni, ha già raccolto più di 100mila firme. Con questa legge, «passeremo dai 400 milioni a disposizione nel 2010 ai 100 che saranno destinati l’anno prossimo, con gravi ripercussioni sulla operatività delle organizzazioni del terzo settore che hanno dimostrato, soprattutto negli ultimi anni, una professionalità molto elevata, oggetto di apprezzamento in Italia e all’estero», spiega la coordinatrice del CINI, secondo cui, nel lungo periodo, «occorre comunque stabilizzare il meccanismo del 5 x mille». Nella prima edizione, nel 2006, «il 5x mille era senza tetto. Dall’anno prossimo ribadisce Petroccione sarà di 100 milioni, limitando drasticamente la libertà dei cittadini di decidere come destinare la propria quota».

L’Unità 25.11.10

25 novembre: il vostro modo di dire no alla violenza contro le donne

Una foto, un disegno, un pensiero… una citazione da un libro, da un film o da una canzone… qualcosa che possa riassumere il significato della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, che ricorrerà il 25 novembre prossimo. Il PD dell’Emilia-Romagna si mobilita sul web chiedendo a tutti, donne e uomini, di inviare il proprio personale contributo per sensibilizzare le coscienze dei cittadini su quello che ancora oggi rappresenta uno dei più gravi casi di violazione dei diritti umani: la violenza contro le donne.

Che si tratti di violenza fisica (con il moltiplicarsi dei casi di donne uccise da ex fidanzati, mariti, compagni), spesso vissuta tra le mura domestiche e non denunciata, di violenza sul luogo di lavoro, tra mobbing e molestie, di violenza psicologica o della continua delegittimazione della figura femminile che quotidianamente ci viene proposta dal sistema dei media e dall’azione di chi ci governa, non possiamo rimanere indifferenti. La violenza contro le donne va combattuta e deve essere prevenuta ma occorre l’impegno di tutti, poiché questo è un tema che riguarda la nostra società, il nostro vivere insieme, il nostro grado di civiltà.

Nel corso della giornata di oggi, il materiale verrà pubblicato sulle pagine del portale regionale del PD.

www.pder.it

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“Uomini che odiano le donne: tutte le voci che dico No basta”, di Rossella Battisti

Oggi è la Giornata Internazionale sulla violenza contro le donne. Tante le iniziative in tutta Italia per promuovere l’impegno delle istituzioni e la consapevolezza delle persone per un mondo più amico delle donne. L’ultima vittima in Italia solo in senso cronologico, purtroppo ha il volto morbido e lo sguardo serio, quasi presago, di Emiliana Femiano. Una vita fermata a venticinque anni, domenica scorsa a Terracina, con sessantasei coltellate dall’ex fidanzato, secondo un copione tristemente uguale e banale. Quello che contribuisce un giorno su due ad accrescere sulle pagine di cronaca nera un campionario di violenze contro le donne, dallo stalking allo stupro, dalla discriminazione alle mutilazioni. Basterebbe questo per aderire di slancio alla Giornata Internazionale contro la violenza alle donne che si celebra oggi. Ma si può fare di più: sostenere le molte e belle iniziative in programma, firmare, fare passaparola, approfondire anche quelle tematiche che ci sembrano più lontane e che invece accadono, magari nella casa accanto, o alla ragazza che ci passa vicino.
PETALI DI ROSA
Sono Mara Carfagna, ministro per le Pari Opportunità, ed Emma Bonino, vicepresidente del Senato, a firmare i primi due petali di rosa della campagna oggi END FGM, promossa dall’Aidos e da Amnesty per l’abbandono delle mutilazioni dei genitali femminili in Italia, in Europa e nel mondo. Il petalo di rosa diventa metafora del clitoride mutilato e segno di speranza insieme per un futuro in cui nessuna bambina dovrà più subire questa atrocità. Sedici giorni, dal 25 novembre al 10 dicembre, per arrivare ad almeno 8mila firme al giorno. Si firma su www.endfgm.eu.
MAMMA-CORAGGIO
A Napoli l’evento clou della Giornata contro la violenza delle donne è la celebrazione in ricordo di Teresa Buonocore, la mamma-coraggio uccisa per aver denunciato e fatto condannare il violentatore della figlia. Alle ore 10,30, in via Generale Sponsilli, sotto il cavalcavia in prossimità del Varco Bausan, sarà ricordata con una targa in sua memoria, apposta proprio nel luogo dove due mesi cadde vittima di un agguato. Dedicata al tema dei maltrattamenti sulle donne è la pubblicazione «La violenza contro le donne», in distribuzione in questi giorni in tutte le scuole, offre suggerimenti su come affrontare il problema di un minore abusato. L’opuscolo sarà presentato, questa mattina alle 12, nella Sala Giunta di Palazzo San Giacomo, dove sarà illustrato anche il libro di Cristina Zagaria e Annamaria Scarfò, «Malanovà, la storia di una donna che ha osato sfidare il branco».
LIBERE DI ESSERE A ROMA
«Libere di essere» è l’evento di oggi al Cinema Anica di Roma. Durante la manifestazione verrà proiettato un video con il messaggio di denuncia ma anche di solidarietà e speranza dei tanti volti noti che hanno aderito, tra cui Fiorella Mannoia, Andrea Osvart, Valeria Marini, Irene Pivetti, Caterina Balivo e altre. L’evento prevede anche un talk show e l’intervento di Vittoria Sigillino, che canterà «Quanto costa essere donna», da 28 giorni al primo posto della classifica di Rai Music.
EUROPA CONTRO LO STALKING
Una prigione psicologica, fatta di telefonate, mail e sms ripetitivi, di appostamenti sotto casa, di diffamazione, ma anche di atti di vandalismo e minacce di violenza. È lo stalking, così come definito dagli studi condotti nel quadro del Programma Daphne della Commissione Europea. Per lottare contro questa insidiosa piaga, sta facendo passi avanti una proposta di direttiva per l’Ordine di protezione europeo che dovrebbe approdare in plenaria a dicembre e che permetterebbe di estendere la protezione in tutti paesi. Contro lo stalking solo nove dei 27 paesi della Unione Europea hanno una legge. Tra essi, dall’aprile 2009, c’è l’Italia.

L’Unità 25.11.10

"L'obiettivo è dividere gli Udc dai futuristi", di Marcello Sorgi

Qualche giorno fa Umberto Bossi aveva consigliato pubblicamente a Berlusconi di non accontentarsi di ottenere la maggioranza nelle prossime votazioni sulla fiducia, ma nel caso in cui il vantaggio in termini di voti sull’opposizione fosse risicato, di recarsi ugualmente Quirinale per dimettersi e chiedere le elezioni, come fece Fanfani un bel po’ di anni fa.

Nella conferenza stampa tenuta ieri a Palazzo Chigi con la ministra dei giovani Giorgia Meloni il Cavaliere a sorpresa ha sposato in pieno la strategia del Senatur, confermando di non aver dubbi sul fatto di ritrovare la maggioranza e di ottenere la fiducia in entrambe le Camere il 14 dicembre. Ma se l’appoggio al governo dovesse risultare insufficiente a realizzare le riforme, Berlusconi ha aggiunto che non esiterebbe a chiedere lo scioglimento delle Camere, addossandone la responsabilità a quei partiti che, o hanno ritirato il loro sostegno al governo, o non sono stati disponibili a farlo in un momento difficile come l’attuale. Anche in questo caso, tuttavia, non sarebbe affatto automatico che il Capo dello Stato dichiarasse finita la legislatura: l’esistenza di una maggioranza, sia pure stentata, potrebbe anzi indurlo a tentare la strada di un altro governo di centrodestra non guidato da Berlusconi, al quale sia Fli sia Udc si affretterebbero a dare i loro voti.

Il premier ha tuttavia fatto una distinzione tra Fini e l’Udc, ripetendo che Fini non deve far altro che una marcia indietro e chiedendo invece a Casini di concedere l’appoggio esterno al governo, in attesa, è sottinteso, di negoziare successivamente l’ingresso a pieno titolo dei propri ministri. Chiaro l’obiettivo del premier di dividere Casini da Fini e di verificare se è disposto a rinunciare alla richiesta di dimissioni per aprire una trattativa. Per ora l’Udc ha confermato di non essere disponibile. In mancanza di questa disponibilità, e con i finiani che hanno confermato ieri il loro orientamento per la sfiducia, Berlusconi, anche nel caso in cui dovesse riottenere la fiducia, non avrebbe una maggioranza solida e si troverebbe esposto continuamente al rischio di andare sotto.

Basta solo rivedere quel che è accaduto ieri, dopo la tormentata seduta di martedì: mentre gli studenti manifestavano davanti al Senato contro la riforma Gelmini, i finiani, appena è rimbalzata a Montecitorio la battuta del presidente del consiglio su Fini, hanno bloccato per un’ora i lavori alla Camera, costringendo la ministra dell’istruzione a riscrivere due emendamenti. E il governo è stato battuto una volta.

La Stampa 25.11.10

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“Berlusconi kamikaze fa strage di colombe”, di Francesco Lo Sardo

Chi puntava su un premier “politico” deve rifare i conti: dopo il suo ennesimo show la maggioranza fibrilla più di prima
Non ha retto, ha spaccato il recinto come un toro impazzito e ha caricato tutti a testa bassa: Fini, l’Udc di Casini, mezzo Pdl che sta sudando per trovargli i voti sufficienti a superare, magari di un soffio, la fiducia del 14 dicembre. Ma così è Berlusconi.
Era nell’aria: questo giornale lo aveva scritto due sere fa, poco prima della telefonata furiosa a Ballarò con cui il Cavaliere ha infranto il fragile argine della tregua televisiva inaugurata con la cancellazione della esibizione a Matrix la scorsa settimana: le colombe del Pdl avevano cercato di imbavagliarlo per evitargli di far danni irreparabili prima del voto.
Niente da fare. Il Cavaliere ha stracciato il copione che per lui aveva scritto l’ala raziocinante del Pdl, un magma che va da Gianni Letta a un manipolo di consiglieri di palazzo Grazioli a Pisanu, sfiorando il correntone di Scajola e non solo (quasi tutti ex dc o del cotè dell’antica balena bianca). Era un piano semplice, il loro, informato al criterio della «mano morbida» fino al 14 dicembre: per tranquillizzare i molti peones parlamentari impauriti dalla prospettiva di elezioni anticipate e convincerli a votare la fiducia per poter tirare avanti ancora un po’ – almeno un altro anno, fino al 2012 – la legislatura. Un piano che postulava – anche in caso di maggioranza risicata – l’entrata in azione di questa vasta area del Pdl per impedire il prevalere della linea della Lega e dagli ultras del Pdl di La Russa, Verdini e Santanché per andare ad elezioni.
Ma Berlusconi s’è ribellato.
La furastica telefonata a Ballarò la notte di martedì è stata solo l’inizio. Ieri mattina, letta l’intervista al Corriere della Sera in cui il volto buono del Pdl, Beppe Pisanu, scartava la «via di fuga» delle elezioni anticipate (il Pdl ne sarebbe «il primo sconfitto» e cederebbe «altro spazio» alla Lega) Berlusconi è esploso. Favorevole a una tregua con Fini e a un patto elettorale con Fli e Udc, Pisanu dava corpo a tutti i sospetti di un premier ossessionato dai complotti che ora vede montare una potente onda antielezioni nel Pdl per togliergli di mano la rivoltella dell’opzionekamikaze del voto a primavera.
Senza una «buona maggioranza chiederemo le elezioni» è stata la reazione da shock and awe di Berlusconi: per inabilitare e annientare indirettamente il nemico interno del Pdl attraverso un bombardamento massiccio di quelli esterni. Casini è stato perciò pubblicamente sfottuto in una conferenza stampa a palazzo Chigi («Suggerisco ai signori dell’Udc l’appoggio esterno »), Fini provocato: «Io non faccio un passo indietro, lo faccia lui e si dimetta dalla presidenza della camera». L’Udc ha reagito malissimo («Non perdiamo tempo, si dimetta»), i finiani per rappresaglia si sono messi di traverso alla riforma dell’università all’esame dell’aula di Montecitorio minacciando il ritorno in commissione del testo. Poi Fli ha trovato un’intesa con Pdl e Lega: ma in serata ha votato un emendamento Udc mandando sotto il governo. A fine giornata il bilancio era disastroso: la Gelmini impallinata dal fuoco amico di Berlusconi, Udc e Fini sul piede di guerra, colombe del Pdl disperate («Berlusconi non ha chiesto le dimissioni di Fini», tentava di gettare acqua sulle fiamme Paolo Bonaiuti). Ma soprattutto Pdl disorientato e peones del gruppo misto spaventati: «Berlusconi ci porta alle elezioni anche se il 14 gli votiamo la fiducia », ragionava ieri uno di loro.
«È matto, vuole sfasciare tutto, ma fa il gioco di Bossi», concordava un suo pensoso collega.
Se questi sono i risultati resta la domanda: cosa ha in testa Berlusconi? Vuol farsi votare la sfiducia per cercare di andare comunque al voto? Anche col rischio di perderle? Chissà. Potrebbe sempre invocare un legittimo impedimento o un lodo in quanto leader dell’opposizione: non si penserà mica di poter perseguitare il capo dell’opposizione, no? L’Aung San Suu Kyi di Arcore, doppiopetto, fondotinta e tacco rinforzato, incombe già.

da Europa Quotidiano 25.11.10

"I tagli al futuro", di Chiara Saraceno

Ci sono molte buone ragioni per riformare l´università italiana. Razionalizzare la frammentazione di corsi di laurea, facoltà, materie, che spesso corrisponde solo a logiche vuoi corporative, vuoi territoriali. Premiare il merito delle università sia nel campo della ricerca che in quello della qualità didattica. Reclutare i docenti con criteri che valutino la competenza e la congruità ai bisogni della facoltà che chiama, e non l´appartenenza a consorterie varie, o l´anzianità di servizio o di pazienza nello stare in coda.
Istituire percorsi di carriera chiari nei passaggi, nei doveri e nelle ricompense, rovesciando la situazione attuale per cui spesso capita che i ricercatori, o perfino gli assegnisti o varie figure precarie, abbiano maggiori carichi didattici degli ordinari, essendo pagati molto meno e mangiandosi così il tempo necessario per ricerca e pubblicazioni. Fornire agli studenti spazi e relazioni didattiche di qualità, in cambio chiedendo anche a loro maggiore assunzione di responsabilità nei percorsi di studio, riducendo, se non eliminando del tutto, la possibilità di rimanere parcheggiati indefinitamente. L´elenco è lungo. Purtroppo, però, negli ultimi anni, a partire dalla riforma di Berlinguer, sull´università italiana si sono succedute riforme più o meno ben intenzionate, che hanno occupato migliaia di ore e di defatiganti negoziazioni per essere messe a punto, solo per essere distrutte dal ministro successivo. Si è molto parlato di merito e di valutazione, ma né il sistema di finanziamento né quello di reclutamento sono realmente mutati in questa direzione.
Certo, i professori, specialmente gli ordinari, come categoria, hanno le loro gravi responsabilità, sia per quanto attiene alla frammentazione delle facoltà, delle sedi e dei corsi, sia per quanto attiene a un sistema di reclutamento troppo spesso senza qualità. Anche i concorsi universitari più recenti, fatti con il nuovo sistema introdotto dal ministro Gelmini, hanno mostrato in più di un caso la capacità delle corporazioni di produrre risultati che poco hanno a che fare con il merito e molto con le appartenenze. Ma altrettanta responsabilità hanno i ministri, che non hanno saputo o voluto mettere in campo meccanismi premianti e viceversa disincentivanti, invece scrivendo riforme che non solo cancellano quelle precedenti per pura voglia di lasciare un segno, ma prescindono dal contesto su cui arrivano e dalle risorse disponibili.
La riforma Gelmini da questo punto di vista è esemplare. Dice di voler premiare il merito, ma, dopo aver operato un taglio robusto ai finanziamenti, distribuisce in base al merito solo il 7% del finanziamento rimasto. Certamente un incentivo largamente insufficiente ad assumere con attenzione alla qualità scientifica all´interno del nuovo sistema di reclutamento. Istituisce la figura del ricercatore a tempo, in analogia a quando avviene nella maggior parte dei paesi europei (ma non tutti) e negli Usa, ma non fornisce alcuna garanzia che i concorsi per entrare nelle posizioni successive avverranno effettivamente con cadenza regolare, con il rischio di creare una massa di precari che poi inevitabilmente premerà per qualche ope legis. Dice di voler invertire la fuga dei cervelli, ma i ricercatori italiani sono tra i peggio pagati nel mondo sviluppato (e il blocco degli scatti biennali si scarica in modo particolarmente duro su di loro) e i fondi per la ricerca sono miserandi. Ricordo che i ricercatori italiani sono tra i meno pagati in Europa. Dice di essere dalla parte degli studenti, ma taglia le borse di studio, dopo che il taglio ai finanziamenti ha già ridotto la qualità delle prestazioni delle università. Il fondo che finanzia le borse di studio scenderà infatti da 96 milioni di euro nel 2010 a 70 nel 2011, tornando ai livelli del 1998. Ciò non è compensato da altri interventi per il diritto allo studio: alloggi, spazi di studio e così via rimangono in Italia una risorsa risicata, anche se con ampie variazioni. Peraltro, ciò è in contraddizione con la riduzione delle sedi universitarie. Se, come è opportuno, si auspica una maggiore mobilità degli studenti, occorre anche prevedere i servizi e i sostegni necessari, altrimenti la frequenza all´università ridiventerà una chimera per chi non vive in una sede universitaria e non ha genitori abbienti.
Tra gli studenti che protestano ci sarà sicuramente chi vorrebbe un´università che promuova senza chiedere troppo in cambio e che più che alla qualità dell´istruzione che riceve sia interessato ad averla al più basso costo – finanziario e di investimento – possibile. Ed è anche possibile, anzi probabile, che qualche docente utilizzi il malcontento di studenti e ricercatori per la riduzione delle risorse e delle prospettive future per nascondere le proprie responsabilità individuali e collettive. Così come è inevitabile che i partiti di opposizione cavalchino la situazione.
Purtroppo lo spazio pubblico per un confronto anche duro, ma teso a ridefinire obiettivi, responsabilità, costruire percorsi condivisi di riforma sembra inevitabilmente eroso. Siamo di fronte alla progressiva delegittimazione dell´università e della ricerca pubbliche in Italia, sulla pelle delle nuove generazioni, che di questo dovrebbero innanzitutto preoccuparsi, e del futuro della nostra società. Il governo e il suo ministro non ne portano per intero la responsabilità. Ma vi hanno molto contribuito, sia con lo stile prepotente delle argomentazioni che con la faciloneria con cui sono stati affrontati i diversi nodi, che infine per il sistematico disprezzo mostrato per chi lavora nell´università e per l´università come istituzione, proprio in un paese in cui ricerca e cultura hanno pochi sostenitori, soprattutto nel mondo delle imprese spesso portato ad esempio.
In Francia e Germania, per nominare solo due paesi, a fronte della crisi economica, scuola, università, ricerca sono stati considerati investimenti prioritari, non solo da salvaguardare, ma da rafforzare.

La Repubblica 25.11.10

"Lega double-face sui rifiuti: a Roma dice sì, al Nord no", di Gianni Del Vecchio

Il dl prevede lo smaltimento in altre regioni. Ma Cota e Zaia si tirano fuori. Umberto Bossi l’ha teorizzato due anni e mezzo fa, appena ripreso il potere dopo la parentesi prodiana. Per poter sopravvivere al logorio elettorale dell’azione di governo, è necessaria una strategia ambivalente: leali e diligenti col Pdl a Roma, populisti e contestatori sul territorio. Insomma, contemporaneamente di lotta e di governo. Poco importa dell’inevitabile corollario, e cioè la trasformazione genetica della Lega. Un partito costretto a diventare double-face, che prende decisioni impopolari a palazzo Chigi salvo contraddirle nei suoi feudi elettorali. L’emergenza rifiuti in Campania è l’ennesimo esempio di come Bossi riesca nell’impresa di far passare due messaggi contraddittori senza che nessuno se ne accorga.
Nel decreto legge sui rifiuti, arrivato solo due giorni fa al Quirinale per la firma del presidente Napolitano, c’è una norma che farebbe venire l’allergia a qualsiasi leghista. Il comma 8 dell’articolo 1 chiarisce come le altre regioni dovranno farsi carico di quella parte di immondizia che la Campania non sarà in grado di smaltire con le sue forze e risorse. Si tratta di un provvedimento che è passato in consiglio dei ministri con il voto favorevole di tutti i membri leghisti, da Bossi a Maroni, passando per Calderoli.
Un dl approvato nelle chiuse stanze di palazzo Chigi giovedì scorso, proprio mentre fuori i vari Castelli e Salvini sparavano ad alzo zero contro chi voleva portare la munnezza napoletana all’interno dei confini lombardi.
Ieri però è arrivata la riprova della furba schizofrenia del Carroccio. Durante l’incontro fra Stato e Regioni, promosso dal ministro pidiellino Raffaele Fitto per trovare un accordo su dove smaltire l’eccedenza campana, i due governatori leghisti (il piemontese Roberto Cota e il veneto Luca Zaia) hanno chiuso ermeticamente le frontiere alla spazzatura meridionale.
Un “no” strettamente politico, in quanto la proposta di Fitto non presenta particolari problemi di tipo logistico: si tratterebbe di bruciare nei termovalorizzatori di ogni regione circa 600 tonnellate di rifiuti al giorno per un periodo massimo di tre mesi. «Una quantità irrisoria», come ha sottolineato Michele Iorio, presidente di una regione piccola come il Molise.
L’entità minima dello sforzo richiesto ai governatori mette a nudo anche la strumentalità delle giustificazioni di tutte quelle altre regioni che per motivi “tecnici” si sono dette «non disponibili ad accogliere i rifiuti napoletani». È un fronte bipartisan, che include amministrazione targate Pdl (Lombardia e Sardegna) e Pd (Liguria e Marche). Per tutte la scusa è sostanzialmente la stessa: vorremmo tanto aiutare la Campania ma non possiamo mettere a rischio l’autosufficienza duramente raggiunta.
Quindi, alla fine della giornata, diventa facile stilare un elenco, dividendo le regioni altruiste da quelle egoiste. Cosa che però fa andare su tutte le furie il presidente della Conferenza delle Regioni, l’emiliano Vasco Errani. «Stilare ora un elenco è prematuro, non ha senso. Bisogna infatti vedere se il governo chiederà alle autonomie di fare un discorso di responsabilità nazionale di fronte all’emergenza». Discorso che, per Errani, finora ancora non c’è stato, anche per le divisioni fra Pdl e Lega.
Intanto, ieri pomeriggio c’è stata una riunione dei parlamentari Pdl campani, a cui ha partecipato il governatore Caldoro, in cui s’è discusso sui contenuti del decreto rifiuti. È stato confermato il potere di veto delle province per quanto riguarda la costruzione dei termovalorizzatori.
Vittoria, questa, dei cosentiniani, della quale il ministro Carfagna (non presente alla riunione) è stata costretta a prenderne atto obtorto collo.

da Europa Quotidiano 25.11.10

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La Lega dice no ai rifiuti napoletani. Ma nel decreto aveva votato a favore
La Lega è un partito contemporaneamente di lotta e di governo, come ama ricordare lo stesso Umberto Bossi. E poco importa che questa doppiezza, condiscendenti a Roma e duri sul territorio, coincida anche con una certa ambiguità nell’azione politica. L’ennesima dimostrazione la si è avuta ieri, quando i governatori di Piemonte e Veneto, Roberto Cota e Luca Zaia, hanno detto chiaramente di non avere la minima intenzione di accogliere i rifiuti napoletani. Lo hanno fatto in una sede istituzionale, la conferenza Stato-Regioni, e per di più in faccia al ministro pidiellino Raffaele Fitto, che cercava di chiudere un accordo per lo smaltimento dell’immondizia campana.
Peccato però che solo giovedì scorso i ministri leghisti (Bossi, Calderoli e Maroni) hanno votato in consiglio dei ministri a favore del decreto rifiuti, che fra i vari commi ne prevede uno che mette nero su bianco la necessità di un’intesa con le altre regioni per porre fine all’emergenza.
Un decreto che peraltro piace molto poco ai dirigenti campani del Pd. «Il testo è scadente e deludente: l’esatto contrario di ciò che occorre superare l’emergenza e per rientrare nel regime ordinario», sostiene il segretario regionale Enzo Amendola.

da Europa Quotidiano 25.11.10

Bersani si arrampica sul tetto coi ricercatori:«Ma gli studenti non sono estremisti»

Bersani: «Il ministro dovrebbe avere un po’ di pazienza e di umiltà di ascoltare. Qui c’è un sacco di gente che non ha una interlocuzione e per questo è piena di rabbia». Pierluigi Bersani sul tetto che scotta. «Tirano le uova, ma gli studenti non sono estremisti», assicura il leader del Pd. Ed è per questo che il segretario arriva in cima ad una scala di ferro, tra le tegole dell’Università di Architettura, a Fontanella Borghese. I tetti di Montecitorio sono a un tiro di schioppo, e anche la porta del Senato, dove c’è stato l’assalto dei manifestanti a colpi di uova e di slogan contro la riforma dell’Università della Gelmini. C’è anche Di Pietro che prende vento sulla scala a pioli, i due trovano studenti e ricercatori in cima al loro “Colosseo”. Non minacciano di buttarsi di sotto, ma non scenderanno se non si ferma l’esame in aula alla Camera.
La protesta è imitata in mezza Italia. Quella di Tennessee Williams era una gatta sul tetto che scotta, mentre Bersani cerca di giocare come il gatto col topo e cita Vasco Rossi, “Solo noi/ quelli che non abbiamo più rispetto per niente/ neanche per la mente”. Solo noi tagliamo i fondi allo studio e alla ricerca: «Qual è il paese al mondo che sta segando la conoscenza e il sapere? Non ce n’è uno, siam Solo noi, come dice Vasco». In Spagna, ricorda il leader democratico, hanno fatto la manovra ma l’università è stata messa al riparo, in Francia l’hanno finanziata.
Poi, tornato a Montecitorio, racconta: «Cerchiamo di prenderla un po’ sul serio questa cosa qui, non sono certo andato lì per tirare uova. Sul tetto c’era gente che ha vinto concorsi internazionali e che se passa questa riforma non sa più come fare. Perché questa riforma è un disastro, non ci sono soldi, non ci sono prospettive. Io, se tocca a me, domani non dico che questa legge non la cambio, nonostante i soloni che spiegano che ogni anno non si può cambiare». Anzi, lo dice proprio: se andassi al governo la cambierei sì questa riforma. «Il ministro, il governo, raccontano balle ogni giorno, fino alla rabbia impotente della gente. Perché la gente non capisce. Come si fa a dire: abbiamo risolto il problema dei precari?». E difende i dimostrati dalle accuse che arrivano dal centrodestra, manco fossero i moti del ’77: se si tirano uova invece di molotov significa che la protesta è civile e non va criminalizzata. «Quello che neanche i “baroni” hanno capito è che oggi c’è una novità: gli studenti di adesso hanno la testa sul collo, non sono dei pericolosi estremisti». Perciò «è una vergogna che si stia traccheggiando di fronte ai problemi della gente». E soprattutto è vergognoso che non vi sia confronto. Chiude Bersani: «Il ministro dovrebbe avere un po’ di pazienza e di umiltà di ascoltare. Qui c’è un sacco di gente che non ha una interlocuzione e per questo è piena di rabbia».

Il Messaggero 25.11.10

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“Bersani in the air fra chi protesta”, di Fabrizia Bagozzi

Mentre gli studenti sferrano un’offensiva di massa, il leader del Pd “sale” a solidarizzare
«Quale paese al mondo sta tagliando sul sapere? Perfino la Grecia, con i problemi che ha, sta facendo riforme sociali e per la conoscenza ». L’Italia, evidentemente, si muove in controtendenza.
Siamo solo noi. Pierluigi Bersani cita anche l’amato Vasco nella lunga chiacchierata con gli studenti e i ricercatori di architettura di Roma che ieri sono saliti sui tetti della facoltà in piazza Fontanella Borghese, a un passo da Montecitorio, dove si sta discutendo la riforma Gelmini sull’università.
La sua è un’incursione non programmata, fatta in una pausa dei lavori parlamentari.
Per testimoniare la solidarietà del Pd a chi protesta, pacificamente, «su una questione dirimente per le persone coinvolte e per l’Italia».
Incursione à la Bersani, con l’idea di guardare in faccia e di fare i conti con il quotidiano e le difficoltà degli italiani. E che arriva dopo l’incontro con i lavoratori della Vilnys dell’Asinara e sulla scia della riuscita del Porta a porta che chiuderà il prossimo fine settimana e che ha prodotto finora un buon livello di mobilitazione in tutto il paese. Sulla base delle proposte democratiche sulle cose che toccano direttamente la gente.
In puro stile bersaniano, appunto.
Accompagnato da Marco Meloni (responsabile università del Pd), Fausto Raciti e Michele Grimaldi (segretario e responsabile sapere dei giovani democratici), ieri Bersani ha ascoltato i ricercatori precari della Rete 29 aprile (ma anche studenti e insegnanti) entrando nel merito delle richieste, discutendo di cose che fanno parte della sua grammatica.
Ammettendo che il centrosinistra sul tema non sempre s’è mosso bene – «non le abbiamo sempre azzeccate tutte» – ma chiarendo che, da forza di governo, il Pd questa riforma – «un disastro omeopatico» – la cambierebbe. La cambierà. Anche perché provvedimenti così chiedono tutto fuorché blitz in zona Cesarini – ed è ciò che sta accadendo in questi giorni al ddl Gelmini – ma ascolto, un dibattito anche aspro ma vero, un bilanciamento fra «rigore ed equità». Che non può escludere l’attenzione alla ricerca, ai lavoratori della conoscenza, il diritto allo studio. Al merito: purché le condizioni di partenza siano pari per tutti.
Il segretario dem sale sui tetti dell’università in un giorno di passione per il ministro dell’istruzione. A Montecitorio Gelmini balla al ritmo imposto dalle tattiche futuriste che si giocano sul filo della crisi di governo e sul tema della copertura finanziaria di alcuni emendamenti proposti da Fli per la stabilizzazione di docenti associati e ricercatori. Un pomeriggio di trattative che si allunga finché il ministro dell’istruzione non fa sapere che i fondi si sono trovati, anzi, che c’erano già. Ma sull’università il governo va sotto lo stesso, ed è la terza volta in due giorni. Grazie a un emendamento dell’Udc che punta a riconoscere il valore del lavoro dei medici impegnati nei politecnici universitari.
E che passa con i voti del Pd, dell’Udc e dei finiani (284 sì, 254 no e cinque astenuti).
E la giornata di ieri è stata attraversata dalle proteste degli studenti in tutto il paese, culminate nell’incursione al senato di un gruppo isolato di contestatori che dopo un abbondante lancio di uova sono riusciti a penetrare nell’androne di palazzo Madama. Scontri che hanno fatto montare immediatamente la polemica. E una dura reazione del presidente del senato che parla di «gravissimi incidenti» e «di protesta intollerabile se tocca le istituzioni ». Incursione condannata anche dal Pd: «Un gesto grave, compiuto da una minoranza di facinorosi e violenti», dice Anna Finocchiaro, da tener ben distinto rispetto alle manifestazioni pacifiche a cui Bersani ha espresso soldiarietà: nessuno strumentalizzi.

da Europa Quotidiano 25.11.10