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La ricchezza della cultura, il costo della mala-politica

Appello di Napolitano sui tagli del governo alla cultura: “Non mortifichiamo la risorsa più grande”. Fassina-Orfini: “Tagli, frutto di improvvisazione, ascoltino Napolitano”
immagine documento Oggi il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, durante la cerimonia di consegna dei premi De Sica, ha pubblicamente solidarizzato con gli operatori dello spettacolo che ieri hanno scioperato contro i forti tagli del governo al mondo della cultura. “Capisco bene i motivi della protesta che ieri ha attraversato il Paese. So bene quello che vi inquieta, quello che vi assilla… Questa via, quella del risanamento, non la troveremo attraverso una mortificazione della risorsa di cui l’Italia è più ricca: la risorsa cultura, nella sua accezione unitaria. Adoperiamoci perché di ciò si convincano tutti e perché se ne traggano le conseguenze. Questo deve essere il nostro solidale impegno”. Parole apprezzatissime quelle del Presidente, dalla platea composta da attori e registi italiani e da tutti gli esponenti del Partito democratico che hanno espresso il loro plauso.

Lo sciopero del mondo dello spettacolo infatti è frutto dei tagli profondi, miopi e insensati del governo.
Il mondo del cinema, la musica, la danza, i teatri, i musei rappresentano il nostro patrimonio culturale, ciò che ha reso grande l’Italia nel mondo, minacciarne la sopravvivenza dimostra che la destra nei fatti considera questa immensa ricchezza solo un costo e non una risorsa.
Servono norme che rafforzino l’industria cinematografica, che ripristinino il Fondo unico per lo spettacolo, che questo governo ha tagliato del 40%. Ed e’ necessario affrontare il problema della conservazione e della valorizzazione dei siti archeologici, molti dei quali in condizioni di preoccupante degrado e in stato di abbandono. Il Partito Democratico ritiene che investire in cultura significhi riattivare settori decisivi per il rilancio dell’economia del nostro Paese. Parliamo di un sistema che in Italia produce 40 miliardi di euro di Pil e occupa circa 550 mila persone, in gran parte precari.

Stefano Fassina e Matteo Orfini, Responsabili Economia e Cultura del Pd hanno commentato congiuntamente le parole pronunciate oggi dal Presidente della Repubblica. “Il governo ascolti le parole del Presidente e restituisca risorse e dignità alla cultura. Ogni giorno che passa le scelte del ministro Tremonti dimostrano di essere frutto di improvvisazione, trovate poco lungimiranti e per lo più dannose. Si lascia correre l’evasione fiscale, proseguono i due esponenti del Pd, si premiano le frodi sulle quote latte, ma si tagliano le risorse per la cultura. Si è fatto cassa sfruttando e non valorizzando una delle più grandi risorse di cui dispone il nostro Paese. Aver penalizzato il settore culturale è stato un controsenso a cui poi il ministro Bondi si è prestato con grave accondiscendenza”.

“La cultura, hanno concluso Fassina e Orfini non la si mangia ma se la si sa usare può dare da mangiare a centinaia di migliaia di persone contribuendo ad arricchire il Paese. Si tratta di una verità che solo il centrodestra non riesce a comprendere”.
Ha commentato Vannino Chiti, Vice Presidente del Senato e Commissario del Pd Lazio. “Come Commissario del Pd Lazio, sono particolarmente sensibile alle proteste che vengono da questo mondo. Mi impegnerò affinchè l’immenso patrimonio artistico, storico, culturale della Regione e, in particolare della città di Roma, venga salvaguardato, tutelato e valorizzato”.

‘”E per questo –ha spiegato il senatore democratico -condivido in pieno l’allarme lanciato oggi dal Presidente Napolitano per tutelare un settore di importanza vitale e strategica per il nostro Paese, come quello della Cultura. L’unica politica che il governo Berlusconi ha portato avanti in questi anni per la cultura è stata la riduzione degli stanziamenti per tutto il settore: tagli che stanno mettendo a rischio la tenuta delle imprese e l’occupazione. Il taglio del 40 per cento del Fondo Unico per lo Spettacolo ha messo in ginocchio tutto il settore che dovrà vivere con soli 260 milioni per i prossimi tre anni. Si tratta di lavoratrici e lavoratori che costituiscono una parte rilevante dell’economia e dello sviluppo del Paese. Sottrarre investimenti alla cultura – ha sottolineato Chiti – significa andare contro gli interessi dell’Italia stessa, di una tradizione artistica che non ha eguali. Per questo il nostro sostegno a questa battaglia è pieno e convinto”.

Anche il senatore del Pd Vincenzo Vita, Vice Presidente Commissione Cultura al Senato e membro della Commissione di vigilanza sulla RAI ha evidenziato ‘la straordinaria importanza delle parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sulla cultura’.

“Purtroppo il governo è andato in tutt’altra direzione-ha detto Vita – con la politica dei tagli e dei bavagli. Tra l’altro, è stato sciolto senza alcun motivo l’Ente teatrale italiano. E’ augurabile, a questo punto, che vi sia per lo meno un ripensamento: reintegrando il Fus; rinnovando Tax credit e Tax shelter”.

C’è da segnalare inoltre che il successo dell’iniziativa delle organizzazioni sindacali contro i tagli del Governo alla cultura conferma che il mondo del lavoro intellettuale ha rotto definitivamente con la destra.“Serve ora un presidio permanente per tenere viva l’attenzione per un mondo che è rimasto colpevolmente negletto da una cattiva politica”, ha concluso Vincenzo Vita.

www.partitodemocratico.it

Strage dei Georgofili, via al processo ma lo Stato non si costituisce parte civile

Nuovo procedimento sulla stagione stragista del 1993 e sulla trattativa fra Stato e mafia
Imputato il boss siciliano Francesco Tagliavia, decisive le rivelazioni di Spatuzza. “Non so se l’avvocatura dello Stato è in ritardo”. Giuseppe Quattrocchi lo dice con amarezza. Lo Stato non si è costituito parte civile nel processo che si è aperto stamani a Firenze sulle stragi mafiose del ’93 che, per la prima volta nella storia di Cosa Nostra, colpirono i tesori dell’arte e chiese in continente, fuori dalla Sicilia. Per il tritolo di via dei Georgofili, nel capoluogo toscano morirono 5 persone: Caterina Nencioni, una bambina di appena 50 giorni, la sorella Nadia di 9 anni, i genitori Fabrizio Nencioni e Angela Fiume con lo studente Dario Capolicchio. Mentre Regione e comune di Firenze si sono costituite parti civili, l’assenza dello Stato per il procuratore capo di Firenze potrebbe essere dovuta a una dimenticanza dell’avvocatura. “Non ci siamo costituiti parte civile perchè non ne siamo venuti a conoscenza – spiegano dalla sede fiorentina dell’avvocatura – Non c’è stato notificato nulla per iscritto né verbalmente ma solo per pubblici annunci”. “La notifica per pubblici proclami – dice Quattrocchi – è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale e su tre quotidiani nazionali per poter raggiungere più persone possibili. Sarebbe bastato – continua il procuratore – che l’avvocatura avesse letto la Gazzetta, cosa che peraltro dovrebbe fare tutti i giorni”.

Nel primo processo fiorentino sulle stragi si costituirono parti civili anche lo Stato e i comuni di Roma e Milano. “Nel diritto – fa notare l’avvocato Danilo Ammannato, rappresentante del comune di Firenze e della Regione Toscana – vale il principio ‘una volta costituiti, sempre costituiti’, ma la richiesta deve essere ribadita nella prima seduta di un nuovo processo. Se questo non viene fatto, la possibilità di costituirsi di nuovo parte civile decade”.

“E’ gravissimo che lo Stato non si sia presentato come parte civile. L’assenza di una rappresentanza di tutti gli italiani nel rivendicare piena giustizia: l’Italia vuole conoscere la verità, specie quando ci sono ombre sul comportamento di organi dello stato, su componenti deviate che avrebbero intrattenuto una vera e propria trattativa con la criminalità organizzata. Ci aspettiamo una risposta decisa da parte del governo”, dice Walter Veltroni del Pd. Mentre per il leader dell’Idv Antonio Di Pietro il fatto che lo Stato non si sia costituito parte civile “non stupisce ma inquieta”, anche perché “alla luce di quanto sta emergendo dalle indagini sulle stragi degli anni ’90 e dalla sentenza della corte d’Appello di Palermo, appare sempre più evidente la connivenza di settori dello Stato con la mafia. Il presidente del Consiglio – prosegue Di Pietro – dovrebbe chiarire in Parlamento ma continua ad essere latitante”. E indignazione arriva anche dalla Lega: “E’ vergognoso, indegno ed è in contrasto con l’azione di lotta alle mafie che sta portando avanti questo governo che per le stragi di mafia del 1993 lo Stato non si sia costituito parte civile”, tuona Carolina Lussana, vicepresidente dei deputati leghisti e capogruppo in commissione Antimafia.

A Firenze le bombe della mafia devastarono l’Accademia dei Georgofili e la Galleria degli Uffizi. Per quel Fiorino imbottito di 350 chili di tritolo fatto esplodere nel cuore della città la notte del 27 maggio 1993 la giustizia ha individuato i colpevoli, così come per gli attentati di Roma in via Fauro, San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, e di Milano in via Palestro: quindici uomini di Cosa Nostra, fra cui Bernardo Provenzano, Salvatore Riina e Giuseppe Graviano. Tuttavia le indagini non si sono mai fermate, perché sin dall’inizio la Proocura di Firenze ha sospettato complicità più vaste, sia all’interno che all’esterno della mafia. Per questo oggi si apre un nuovo processo. A rispondere della catena stragista del ’93 c’è Francesco Tagliavia, 56 anni, boss della famiglia palermitana dei Corso dei Mille. A lui gli investigatori sono arrivati attraverso le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza. Ma il processo difficilmente si limiterà a discutere le sue eventuali responsabilità: si apre proprio nel momento in cui si rincorrono nuove rivelazioni sulle complicità esterne alla mafia e sulla trattativa che pezzi dello Stato avrebbero avviato con Cosa Nostra per fermare la stagione delle stragi.

Massimo Ciancimino, l’ex capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Nicolò Amato, e l’ex ministro Giovanni Conso, sono alcune delle testimonianze chieste dalla difesa. I magistrati Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini si sono opposti definendo quelle posizioni “non pertinenti”. No dei procuratori generali anche alla richiesta di accogliere fra i testimoni gli ex presidenti della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e Oscar Luigi Scalfaro e l’ex ministro Nicola Mancino. La decisione della Corte arriverà nella prossima udienza, prevista per il 14 dicembre.

Tagliavia ha seguito il processo in videoconferenza dal carcere di Viterbo, dove sta scontando la condanna per la strage di via d’Amelio. Il suo difensore, l’avvocato Luca Cianferoni, ha chiesto l’acquisizione della sentenza d’appello del processo Dell’Utri perchè, “ne emerge l’inattendibilità di Spatuzza”. Proprio sulle dichiarazioni di Spatuzza si basa il processo che si è aperto oggi a Firenze. Fra i testimoni citati dalla difesa, ha spiegato il pm Nicolosi, ci sono soprattutto “voci dall’interno di Cosa Nostra”. Fra i teste, Pietro Carra, Salvatore Grigori e Salvatore Cancemi. “Abbiamo tarato il nostro progetto di dibattimento – sottolinea in aula Crini – principalmente su posizione di Tagliavia”.

La Repubblica 24.11.10

"Il buco c'è e pure la banda che l'ha realizzato", di Osvaldo Roman

Hanno amputato, a un milione di dipendenti della Scuola, tre anni di servizio, utili alla carriera economica, e vogliono nascondere il malfatto!
Lo dice pure Tuttoscuola nella sua Newsletter quando (con qualche approssimazione perché anche dopo il 2012 la quota relativa al 30% servirà in maniera permanente a coprire la spesa maturata per garantire la copertura economica consolidata al termine del triennio 2010-12) afferma:
“Ma il congelamento dell’anzianità nella carriera resta”
In attesa di conoscere nel dettaglio i contenuti del decreto interministeriale con il quale il ministro Gelmini, insieme al collega Tremonti, ha concretizzato gli impegni di utilizzare i risparmi di sistema (30% delle risorse ricavate dai tagli di organico) per corrispondere anche per il prossimo biennio gli scatti di anzianità del personale scolastico, ci sembra doverosa una riflessione sui vincoli posti dall’ormai famoso art. 9, comma 23 della legge 122/2010 sulla manovra finanziaria.
Il comma 14 dell’art. 8 ha previsto che i risparmi di sistema (30%) devono essere comunque destinati al settore scolastico e che la destinazione di quelle risorseè stabilita con decreto interministeriale, sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, come è avvenuto giovedì scorso. Fin qui tutto ok.
Ma il comma 23 del successivo articolo 9, tuttora pesantemente incombente sulla carriera del personale scolastico, recita: “Per il personale docente, Amministrativo, Tecnico ed Ausiliario (A.T.A.) della Scuola, gli anni 2010, 2011 e 2012 non sono utili ai fini della maturazione delle posizioni stipendiali e dei relativi incrementi economici previsti dalle disposizioni contrattuali vigenti. È fatto salvo quanto previsto dall’articolo 8, comma 14”.
Ebbene, con il decreto interministeriale dell’altro giorno è stato salvato soltanto l’aspetto economico degli scatti di anzianità (sempre che siano corrisposti per intero e non sotto forma di una tantum), ma non il valore giuridico di progressione nella carriera. Si è trattato di un tamponamento di semplice natura economica senza incidenza giuridica, perché sarebbe stato in palese violazione della legge.
E la legge che per il personale in servizio annulla l’efficacia dell’anzianità che si matura nel 2010, 2011 e 2012, facendo segnare il passo nella progressione economica, c’è ancora tutta.
Alla fine della carriera il personale scolastico avrà 40 anni utili a pensione con una posizione stipendiale corrispondente solamente a 37 anni. A meno che non si voglia convogliare le risorse del 30% successive al 2012, ancora una volta, in surroga agli scatti mancati. Il che sembra inverosimile.”

qui scarichi l’allegato

da ScuolaOggi 24.11.10

"Donne violenza e silenzi di governo", di Roberta Agostini e Federica Mariotti

Sono passati più di 30 anni da quando per la prima volta una telecamera entrò in un’aula
giudiziaria nella quale si svolgeva un processo per stupro. Era il 1978, il documentario
venne poi trasmesso in televisione e ci mostra che sul banco degli imputati siede soprattutto la donna che, spiegano gli avvocati, con il suo comportamento avrebbe istigato i violentatori.
Da allora molte cose sono cambiate. Ci sono volute le battaglie delle donne, nelle istituzioni e fuori, a cambiare ciò che un tempo era dato per scontato, nominare la violenza e la prevaricazione, fino ad approvare, nel 1996, la legge che trasforma la violenza da delitto contro la morale a delitto contro la persone. Oggi però non possiamo ancora dire che le donne abbiano vinto. L’Istat ci consegna una radiografia impressionante del problema: 14 milioni di donne vittime di violenza, 7 milioni di stupri e abusi, di queste un milione e 400 ragazze, nel solo 2006 un milione e 150.000. Chi sono gli autori di queste violenze? Nella maggior parte dei casi mariti, parenti, amici, anche se spesso a fare notizia sono le violenze per strada che si caricano di una valenza simbolica: il degrado, gli stranieri, l’immigrazione.
Dobbiamo ancora fare grandi passi avanti verso città più sicure, pene certe e processi rapidi. Ma in primo luogo riconoscere che la violenza non è semplicemente un’eccezione, una devianza accidentale. È qualcosa di più: è la manifestazione estrema e inaccettabile
di una cultura di sopraffazione, di una discriminazione profonda delle donne, di una incapacità di accettare la loro libertà e autonomia. Dobbiamo interrogare gli uomini perché il problema della violenza riguarda loro per primi. A poco serve militarizzare il territorio se non costruiamo il giusto sistema di relazioni, attraverso una operazione di prevenzione a partire dalle scuole e nelle famiglie, attivando l’intera comunità,
dando risposte sul piano sociale. Dagli anni ’80, da quando le associazioni diedero vita ai primi centri antiviolenza, sono stati gli enti locali ad essere in prima linea. Di fronte adunfenomeno così drammaticamente evidente, questo governo non ha messo in campo nessuna strategia, neppure di sostegno ai numerosi centri che oggi sono a rischio chiusura. Noi continuiamo a credere – e con questo impegno abbiamo lavorato
nella precedente esperienza di governo e nelle istituzioni locali e nazionali – che per battere un fenomeno vasto e drammatico come la violenza sia necessario un piano d’azione che preveda risorse certe, un osservatorio, strategie di prevenzione, sostegno alla rete dei centri. Vogliamo che il 25 novembre possa rappresentare l’occasione perché il Pd, insieme alle realtà sociali e civili, rilanci con forza il suo impegno su una battaglia che riguarda i diritti, la libertà, la cultura e le relazioni umane e civili del nostro Paese.

L’Unità 24.11.10

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Donne uccise da uomini,115 nel 2010 L’allarme: «Femminicidi in aumento»
Chi sono gli omicidi? Secondo i dati del 2009, per il 36% i mariti, per il 18% partner o conviventi, per il 9% ex.

Sono 115 le donne uccise in Italia nel 2010 da uomini. Un numero in crescita rispetto agli ultimi anni. A lanciare l’allarme è la Casa delle donne di Bologna, che definisce queste vittime «donne uccise in quanto tali».

Secondo i dati emersi da una ricerca condotta dalle volontarie del Centro e diffusa in vista della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, negli ultimi anni si è registrato in Italia un costante aumento dei «femminicidi»: 101 nel 2006, 107 nel 2007, 112 nel 2008 e 119 nel 2009.

L’allarme riguarda, in particolar modo, la violenza domestica perchè le relazioni familiari e tra i sessi risultano essere quelle di maggior pericolo per la donna: nello scorso anno i responsabili degli omicidi sono stati i mariti per il 36% dei casi, i conviventi o partner per il 18%, gli ex compagni per il 9% e parenti per il 13%. Sempre secondo la ricerca, nel 2009 le donne vittime di «femminicidio» sono di nazionalità italiana per il 70,8% dei casi come sono per la maggior parte italiani, (76%) i loro assassini.

Il Corriere della Sera/Bologna 23.11.10

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“Sul corpo delle donne… Così i tagli strangolano i centri anti violenza”. di Luciana Cimino

È l’allarme lanciato dalla Onlus Dire – Donne in rete contro la violenza, che raccoglie
58 centri sul territorio nazionale, alla vigilia della giornata mondiale contro gli abusi sulle donne.
Un governo schizofrenico sulla questione delle violenze di genere. In aperto contrasto con le raccomandazioni internazionali, come quelle dell’Onu e dell’Unione Europea,
che invitano le istituzioni a creare una fitta rete di centri antiviolenza e a sostenerli economicamente, l’Italia di Berlusconi affossa gli istituti già operanti sul territorio con
una finanziaria lacrime e sangue che lascia gli enti locali nell’impossibilità di mantenerli in funzione.
Mentre aumentano i casi di femminicidio (sono almeno 115 le donne uccise nel nostro paese nel 2010) chiudono infatti dal nord al sud i centri antiviolenza, unici luoghi concretamente idonei a offrire alla donna abusata, maltrattata, in fuga da un compagno manesco, accoglienza e assistenza. Ha cessato le attività in questi giorni il centro di
Cosenza, stessa sorte per quello pugliese di Polignano a Mare, mentre anche quello di Lugo (Ravenna), come molti altri, è in stato di crisi e a fatica riesce, con il contributo volontario delle operatrici, a compiere le sue attività. È la denuncia della onlus Dire – Donne in rete contro la violenza, che raccoglie oltre 58 centri sul territorio nazionale, in occasione della Giornata Internazionale contro la Violenza alle Donne, che ricorre domani.
In una conferenza stampa tenutasi ieri presso la Casa Internazionale delle donne le operatrici e le volontarie dei centri di Palermo, Cosenza, Viterbo, Pescara, Udine, Messina, Napoli e Roma hanno portato la loro testimonianza di attività mantenute
nonostante l’indifferenza degli enti locali e dell’esecutivo. Tra leggi regionali che non ci sono, o quando ci sono non vengono finanziate, fondi europei destinati allo scopo ma bloccati (come in Campania, a causa dell’indolenza sul tema della giunta Caldoro),
risorse risicate non sufficienti a volte neanche a coprire le spese d’affitto dei locali dove vengono accolte le donne abusate. «Il Governo a parole fa politiche per donne, come
il Piano Anti violenza della Carfagna che noi per primi abbiamo voluto, o come la legge anti-stalking, ma nei fatti non ci sono politiche stabili e finanziamenti certi e quindi molti centri sono costretti a chiudere», denuncia Elisa Ercoli, responsabile del centro
per le donne vittime di tratta di Roma.
Eppure la necessità di queste strutture è nei numeri: sono infattim 13.587 le donne che si sono rivolte nel 2009 a un centro antiviolenza (il 14,2% in più rispetto all’anno precedente), di queste il 67% sono italiane. Le donne ospitate sono state 576
(con 514 minori) a fronte di una capienza massima di 393 posti letto. «I ministri sono incongruenti, questa non è una lamentela ma un problema politico», aggiunge Carmen Currò del centro di Messina che «va avanti con la sottoscrizione dei cittadini».
«Dove sono i 20 milioni di euro promessi dalla Carfagna? Nonostante gli annunci non si sono visti e non si sa quando saranno sbloccati e poi come saranno distribuiti?», si chiede Titti Carrano, dell’associazione Differenza Donna. «Questa politica miope non capisce che i centri antiviolenza costituiscono un investimento non solo sociale ma anche economico del Paese, perché una donna accolta in un centro costa sette voltemeno rispetto al caso in cui viene assistita dai servizi sociali», hanno sostenuto
le operatrici della Dire che hanno anche citato l’esempio virtuoso del Lazio, dove i centri provinciali sono «il fiore all’occhiello dell’amministrazione Zingaretti». «Il governo affronta
la violenza sulle donne solo in termini di emergenza, si fanno leggi ad hoc sull’onda emotiva di qualche brutto caso di cronaca – spiega ancora Carrano –Ma i maltrattamenti sulle donne sono quotidiani e avvengono per la stragrande maggioranza in famiglia, ci vuole una profonda rivoluzione culturale, politiche sociali non da ordine pubblico».

L’Unità 24.11.10

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Mi chiamo
Arabella Soroldoni e il mio messaggio ha trovato spazio in “Vieni via con
me”».Questo è l’elenco di Arabella letto da Laura Morante
1. Avere paura di uscire quando cala il buio
2. Avere paura di uscire con il cane quando fuori non c’è nessuno
3. avere paura di un marito geloso
4.essere picchiata da un marito geloso
5. essere uccisa da un marito geloso
6.non poter indossare un abito corto sui mezzi pubblici
7. essere molestata in metro
8. sentir dire che si è state molestate per un abito corto
9. essere licenziata perché si vuole avere un figlio
10. non trovare lavoro perché si è brutte
11. non trovare lavoro perché si è troppo giovani
12. non trovare lavoro perché si è troppo vecchie
13.avere paura di non essere più accettata per le rughe sul viso
14. essere presa in giro perché si piange davanti a un film
15.essere stuprata,molestata,insultata
16. vedere le donne rappresentate come veline o come escort
17. essere considerata intelligente, quindi pericolosa
18. essere considerata bella, quindi stupida.

L’Unità 24.11.10

"La simil-maggioranza del Pdl con tre linee", di Francesco Lo Sardo

Si avvicina il voto di fiducia per Berlusconi ma i suoi non si ricompattano, anzi
Apparentemente, a parte la caccia al voto senza risultati esaltanti per il Cavaliere, la fase è di stallo. La maggioranza non c’è – ieri è andata sotto due volte grazie a un asse Fli-Pd-Idv e Udc che ha assegnato al partito di Casini e non al Pdl un seggio supplementare all’europarlamento – però non tutto, da quelle parti, è immobile. La Lega ripete: «Con una maggioranza risicata meglio andare al voto».
Ma nel Pdl dilaniato anche dalla questione morale, dalla denuncia della Carfagna contro «l’affarismo », man mano che s’avvicina la fiducia del 14 dicembre, è palpabile l’emergere di tre linee contrastanti che cercano di condizionare le scelte del Cavaliere: quelle già fatte d’intesa con Bossi, quelle da farsi fino al 14 e quelle da fare dopo, a seconda del risultato.
C’è una linea dei “neutralisti” – ancora tendenzialmente maggioritaria nel Pdl – che spera in un voto di fiducia per tirare avanti tout court col solito assetto Pdl-Lega: se mancasse la fiducia, questo anonimo corpaccione fatto di peones ex forzisti oggi s’accoda alla tesi che più sente circolare, cioè che a quel punto si dovrà andare alle elezioni. Ma domani nessuno – Berlusconi per primo – può scommettere sulla reale tenuta di questo blocco di fronte al baratro concreto, di voto anticipato.
La seconda linea, quella degli “ultras” (nel senso proprio, quello degli ultra-royalistes francesi fanatici del ripristino integrale della monarchia assoluta nella Restaurazione post-rivoluzionaria) è quelle degli ex An di Ignazio La Russa, del grumo di potere ex forzista attorno a Verdini, delle erinni alla Santanché, dei movimentisti di club e circoli.
Quest’area preme e lavora, alimentando tensioni, per la rottura e l’annientamento di Fini e scommette sulle elezioni anticipate attribuendone a Fli la responsabilità, ritenendosi centrale nella successiva fase della formazione delle liste elettorali.
La terza linea è quella dei “pontieri” che si ispira a Gianni Letta. Trova adepti anche nell’entourage del premier e si sta diffondendo soprattutto tra gli ex dc del Pdl. I pontieri lavorano per trovare voti che consentano di ottenere, anche con pochi voti di scarto, la fiducia: per poi fare muro – così assicurano – contro ogni tentazione di andare al voto, pescando consensi nel ventre molle dei “neutralisti” e spingendo per il recupero dei finiani e l’allargamento della maggioranza all’Udc, a partire dal magnete degli undici posti di governo già vacanti, saliti a dodici dopo le dimissioni di Mara Carfagna.
In questo contesto, se è vero quel che dice il pallottoliere di Italo Bocchino, presidente dei deputati di Futuro e Libertà («Sento dire che senza Fli sono intorno a quota 310 voti, quindi sono ancora sotto»), basterebbe quella che i “pontieri” definiscono una «gestione morbida» della situazione per consentire il miracolo di una maggioranza a Montecitorio (al senato il Cavaliere si sente al sicuro) il 14 dicembre.
Per «gestione morbida », l’ala anti-elezioni del Pdl intende un comportamento prudente del premier per le prossime due settimane, accompagnato di fatto da un messaggio al «cloroformio» (come l’ha definito ieri il leader del Pd Bersani) in grado di far presa, come un’appiccicosa melassa, su una massa crescente di parlamentari che voterebbero la fiducia per l’affezione allo scranno, convinti di allontanare così le funeste prospettive di elezioni anticipate.
Ma su quest’ultimo schema di gioco gravano troppe incognite: gli sbalzi emotivi e le bizze padronali di Berlusconi, l’opera distruttiva degli ultras Pdl, gli imprevedibili incidenti di qui al 14 dicembre. Soprattutto è uno schema che non tange e rinvia al dopo-fiducia i nodi posti da Fini, tanto che Bocchino ieri notava: «È evidente che in questo momento non ci sono le condizioni per votare la fiducia». «Chi ha mai detto che ci sono condizioni? », ha ribattuto La Russa. Arriverà mai un altro «momento» in cui Fli deciderà di votarla?

da Europa Quotidiano 24.11.10

"È rivolta nelle università. Prof e studenti sui tetti. Torino, stazione bloccata", di Gioia Salvatori

Sai perché ho deciso di dormire sul tetto? Perché devono rendersi conto che questo ddl getta nel baratro l’università italiana». Non ha dubbi, Giorgio Paterna, coordinatore nazionale dell’UdU e studente di economia ad Ancona. Insieme ad altri venti studenti e ricercatori provenienti dall’ateneo di Tor Vergata, dalle università del Sannio, di Siena, di Benevento, Catania e Napoli giunti a Roma per la protesta, stanotte ha dormito sul tetto della facoltà di architettura della Sapienza, in via Fontanella Borghese. Pieno centro romano, a un passo dal palazzo di Montecitorio che gli studenti oggi assediano con un sit-in in dalle 9.30 in poi, in coincidenza con la discussione del ddl Gelmini. Ne chiedono il ritiro, dicono che i fondi stanziati (800 milioni per il 2011) non sono altro che un contentino; sfidano il governo «Governo precario, generazione precaria: vediamo chi cade». Non solo Roma: ieri erano 20 le facoltà occupate in tutta Italia e i ricercatori sono saliti sul tetto di Palazzo Nuovo a Torino, sede del polo umanistico, e sui tetti del campus di Salerno. E ci hanno dormito. «Ci resteremo a oltranza, finché sarà necessario, fino al ritiro del ddl», dice Luca Spadon dall’Università di Torino dove ieri gli studenti hanno anche occupato per mezz’ora i binari della stazione Porta Nuova. La protesta continua da nord a sud anche negli istituti superiori (a Roma quattro le occupazioni), ma sono i ricercatori oggi i più arrabbiati: «Ci condannano ad essere precari a vita», dicono. «Cosa fa un ricercatore se dopo 8 anni di contratti a tempo determinato (3+2+3 ndr) perde il concorso per ordinario? Siamo contrari alla figura del ricercatore T.D. : scatenerà una guerra tra poveri e poverissimi, cioè quelli che non possono avere nemmeno un contratto a tempo», spiega Alessandro Arienzo della Flc Cgil Napoli. E nell’ultima categoria, quella di coloro che non possono avere nemmeno un tempo determinato, rientra una marea di tartassati: ad esempio coloro che sono borsisti da più di sei anni. La mobilitazione infiammerà fino a domani in tutta Italia. Proprio a Napoli, oggi alle 12, va in scena un flashmob davanti al rettorato: è la rappresentazione del «delitto allo studio», con Tremonti nei panni del mandante e la Gelmini in quelli del maggiordomo assassino. Proprio in Campania, una delle regioni in cui lavoravano quasi un terzo dei precari della scuola restati senza posto, ora è stato deliberato un taglio del 20 %dei fondi regionali per il diritto allo studio e da novembre gli universitari non potranno più usufruire degli abbonamenti a costo agevolato ai mezzi pubblici: finiti i fondi, ne gode solo chi s’è accaparrato prima lo sconto. Pezzetti di un puzzle fatto di mille disagi, mille piccole carenze nel funzionamento ordinario degli atenei e tante grandi paure. Una delle principali è che i privati entrino, come consente la riforma, nei Cda degli atenei: «Se questo passerà in parlamento noi protesteremo a oltranza per chiedere ai rettori di non modificare gli statuti e tenere, così, i privati fuori dall’Università», annuncia Luca Spadon. QUATTROCENTO EMENDAMENTI Intanto l’iter parlamentare del ddl procede: ieri sono stati votati due dei 25 articoli. Oggi continua il dibattito alla Camera: gli emendamenti da esaminare sono 400, la maggior parte dell’opposizione. La maggioranza punta a chiudere domani. Con l’appoggio di Futuro e Libertà che, dopo aver sposato la causa dei ricercatori, ieri ha fatto un passo indietro e annunciato voto favorevole o al massimo astensione. Voteranno contro le opposizioni: «Siamo sul tetto coi ricercatori », ha detto ieri Francesca Puglisi, responsabile università del Pd. La Gelmini ha replicato alle proteste minimizzando: «Niente di nuovo ». Agli studenti che da mesi chiedono di essere ricevuti ancora nessuna risposta.

L’Unità 24.11.10

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“Atenei, ricercatori sui tetti. Scuola, occupati i licei”, di Ma.Ier.

«Pieno sostegno della Flc-Cgil alle occupazioni di atenei e scuole contro il ddl sull’università e i tagli alla scuola pubblica» dice il segretario generale del sindacato Mimmo Pantaleo.
Atenei e scuole unite contro la Gelmini. Facoltà e molti licei occupati. Monta la protesta sulla Conoscenza e i tagli all’istruzione. Domani sit-in a Montecitorio, proprio mentre si vota la riforma dell’Università.

OCCUPAZIONI
Alcuni studenti dell’Udu (Unione degli Universitari), ricercatori della «Rete 29 aprile» e del gruppo «Ricercatori precari» sono da poco saliti sul tetto della facoltà di Architettura in piazza Borghese a Roma come forma di protesta contro la riforma Gelmini. Occupate le facoltà di Scienze politiche, Fisica e Ingegneria de La Sapienza.

ROMA, SUI TETTI DI ARCHITETTURA
«Intendiamo rimanerci ad oltranza – annunciano – finchè non verrà accantonato l’iter parlamentare della riforma Gelmini». «Siamo costretti ad arroccarci su un edificio di un sapere ancora pubblico per difenderlo dagli attacchi di un governo che vuole privatizzare l’intero sistema universitario – spiegano i manifestanti – partendo dagli atenei con il taglio al Ffo e la riforma Gelmini che in queste ore sta per essere approvata alla Camera. Siamo sull’orlo del baratro per l’istruzione pubblica in Italia – affermano – proprio come noi sopra a questo tetto».

TORINO, NOTTE SU PALAZZO NUOVO
Attrezzati con coperte e sacchi a pelo si stanno preparando a trascorre la notte sul tetto una decina di ricercatori universitari torinesi che nel primo pomeriggio di oggi erano saliti in cima a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, per protestare contro la riforma degli atenei in discussione in Parlamento. Secondo i manifestanti, se il disegno di legge verrà approvato «stravolgerà la vita degli atenei italiani, già pesantemente penalizzati dai tagli ai loro bilanci». Intanto, anche il corteo di studenti che questo pomeriggio, dopo l’assemblea, è sfilato per le vie del centro città fino ad occupare la stazione di Porta Nuova, ha fatto ritorno a Palazzo Nuovo. Ora gli studenti sono riuniti in assemblea per decidere le prossime iniziative. Palazzo Nuovo, intanto da questo pomeriggio, è occupato.

LA PROTESTA
Secondo gli studenti il ddl «trasforma le nostre università in aziende, privatizza i nostri consigli di amministrazione, trasforma il diritto allo studio in un debito da contrarre con le banche. Una riforma che riporta il livello di istruzione universitario ad essere un bene di lusso – denunciano – non accessibile se non a chi è in condizioni economiche agiate per studiare in pochi atenei di eccellenza privati dove l`offerta formativa e i progetti di ricerca saranno definiti solo ed esclusivamente dagli interessi di mercato e non dall`interesse del Paese».

PALERMO, OCCUPATE SCUOLE E FACOLTA’
Ventuno istituti del capoluogo siciliano sono in stato di agitazione. In diversi casi gli studenti hanno votato per l’occupazione, così come è successo anche nella facoltà di Lettere di Palermo. Anche in questo caso, gli universitari protestano contro un provvedimento firmato dal ministro Gelmini: il ddl per la riforma degli atenei che dovrebbe essere votato alla Camera entro il 25 novembre. Occupati anche il liceo classico Umberto I di Palermo, la succursale del liceo classico Garibaldi, lo scientifico Cannizzaro, i licei artistici Catalano e Regina Margherita. Occupazione bianca al Meli con lezioni la mattina, assemblee nel pomeriggio e presidio notturno degli studenti. In alcuni casi, gli studenti non solo contestano i contenuti della riforma Gelmini ma anche le carenze strutturali e di servizi delle loro scuole.

PISA, ATENEO BLOCCATO
L’attività didattica è stata completamente sospesa, su indicazione del Senato accademico, per consentire la massima partecipazione possibile all’assemblea di ateneo e occupazioni si sono già verificate nelle facoltà di Scienze, Scienze Politiche, Lettere e Ingegneria. Le assemblee degli studenti svoltesi nelle diverse facoltà hanno visto la partecipazione di diverse centinaia di studenti che mano a mano stanno decidendo le forme di mobilitazione, con quella dell’occupazione delle facoltà che sembra essere la preferita. In alcuni casi, come nei pressi di Farmacia, gli studenti hanno anche rallentato o bloccato il traffico stradale per alcuni minuti.

SOSTEGNO FLC-CGIL
La Flc-Cgil ribadisce il «pieno sostegno» alle occupazioni degli atenei e delle scuole contro il ddl sull’università e i tagli alla scuola pubblica. «In particolare la scelta dei ricercatori universitari di occupare i tetti delle facoltà dimostra – afferma il segretario generale, Mimmo Pantaleo – che anche il patetico bluff dei concorsi elemosina non è servito a spaccare il movimento. È evidente il tentativo del Governo di cancellare il diritto allo studio, di ridimensionare le università e le scuole pubbliche, di precarizzare strutturalmente i ricercatori e licenziare migliaia di precari della scuola, di massacrare, sul versante dei salari e dei percorsi di carriera, docenti, ricercatori e personale tecnico-amministrativo. Si tagliano risorse agli atenei pubblici, portandoli al collasso finanziario, per dare 25 milioni di euro alle università private. Si confermano i tagli per la scuola e si aumentano a 245 milioni di euro i soldi alle scuole private. Ora basta! La ministra Gelmini – dice il sindacalista – prenda atto che le sue politiche sono fallimentari perchè stanno distruggendo scuola, università e ricerca pubblica altrimenti la mobilitazione sarà sempre più ampia e decisa. Ribellarsi rispetto a un Governo e a un Ministro autoritari arroganti e antisociali è fondamentale per garantire il miglioramento delle condizioni dei giovani e dei lavoratori della conoscenza. Domani alla Camera si svolgerà un’altra grande protesta del mondo universitario e il 27 saremo tutti in piazza con la Cgil. Il tempo delle bugie e delle ‘controriforme epocalì è finito»

L’Unità 24.11.10

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“Università, contro i tagli la protesta sale sui tetti. Occupazioni in tutta Italia. Oggi sit-in a Roma”, di Corrado Zunino

Sul ddl accordo tra governo e finiani che si asterranno o voteranno a favore
Il ministro dell´Istruzione Mariastella Gelmini accelera sulla riforma universitaria, forzando tempi e regolamenti parlamentari. E nell´Italia attorno a Montecitorio, negli atenei ma anche nelle scuole medie superiori, la protesta si fa valanga: ricercatori sui tetti del rettorato di Salerno fra i pannelli fotovoltaici, sui ballatoi della Statale milanese, i terrazzi di Architettura a Roma. E, più in basso, nelle aule, ecco l´onda tardoautunnale di occupazioni, autogestioni, lezioni notturne. Sono studenti universitari e dei licei, sono ricercatori precari, molti professori. I rettori di Cagliari e Sassari producono documenti congiunti e diversi “prof” raccolgono firme contro da portare a Napolitano.
L´opposizione alla riforma Gelmini si mostra potente e trasversale, ma l´accordo politico tra finiani e governo di ieri mattina potrebbe portare – nella giornata di domani – all´approvazione del ddl universitario nonostante i 400 emendamenti contro. Già si annuncia il terzo e definitivo passaggio, al Senato, il 9 dicembre.
Sui tetti, in tarda mattina, ci sono andati gruppi di ricercatori e precari del campus Fisciano di Salerno. Sotto la pioggia, con il rettore che minacciava di chiamare la Digos. E in Fontanella Borghese, a Roma, universitari hanno montato tende e srotolato striscioni: «La legge non si può emendare, occuperemo a oltranza». Alla Sapienza è passato il voto della presa di cinque facoltà. Torino si è confermata la guida di questa terza fase di protesta: l´assemblea con settecento studenti decide l´occupazione di aule e tetti di Palazzo nuovo (facoltà umanistiche). Poi si replica il blocco dei binari a Porta Nuova, con un pericoloso tentativo di fermare un Frecciarossa in movimento. È bastata mezz´ora per il caos: quattro treni soppressi. «Oggi fermeremo tutte le lezioni».
Dei sessantasei atenei pubblici, quarantaquattro sono stati paralizzati. A Bari i laureandi hanno deciso di presentarsi alla discussione della tesi con una coccarda nera al braccio. A Pavia, elmetti gialli in testa, si è costruita l´Altrariforma di cartone. Il rettore ha indossato il caschetto. Occupazioni a raffica a Pisa e Firenze, dove si sono organizzate maratone di lezioni notturne con i docenti a fare i docenti. E, scendendo, blocchi a Palermo, a Catania. In provincia, a Macerata. Per osmosi, e solidarietà sui tagli subiti e la paura del futuro precario, hanno occupato anche i medi superiori: dieci scuole a corrente alternata a Roma, sei a Milano, nove a Palermo dove nacque la Pantera nei Novanta, nove a Torino centro del ‘68. Anche i riferimenti hanno un peso e anche i “ragazzi” annunciano ascese ai tetti.
Questa mattina si torna a manifestare davanti a Montecitorio. All´interno, si riparte dalla discussione sull´articolo 2 (su 25). La Gelmini, convinta di aver già vinto, così liquida la grande protesta: “Nulla di nuovo”.

La Repubblica 24.11.10

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“Università, protesta anche sui tetti. A Roma occupate cinque facoltà. Bloccata la stazione di Torino. Gelmini: Niente di nuovo”, di ALESSANDRA MIGLIOZZI

La protesta sale sui tetti dell’università, con i ricercatori e gli studenti accampati in cima agli edifici per cercare di bloccare la riforma del ministro Mariastella Gelmini. È successo ieri a Roma, ma anche a Torino e Salerno. Facoltà in mobilitazione diverse, ma stesse ragioni: dire no al ddl del governo che mette mano alla governance degli atenei, al reclutamento dei professori e dei ricercatori, all’efficienza del sistema accademico. Per gli universitari, dai docenti agli studenti, questa «non è la riforma di cui ha bisogno il paese». Perché «ai precari non vengono offerte garanzie sul loro futuro, per i nuovi ricercatori sono previsti solo contratti a termine senza certezze di assunzione per i meritevoli». E sui concorsi, che da anni rappresentano il vero neo dell’università italiana, «non si prospettano soluzioni vere: tutto è ancora in mano agli atenei che faranno le prove locali e sceglieranno i soliti raccomandati».
Così mentre la maggioranza accelera sulla legge in Parlamento, l’università reagisce e finisce nel caos, fra lezioni bloccate e facoltà occupate. Il governo vuole chiudere domani a Montecitorio per riuscire a mandare il testo al Senato il 9 dicembre, prima del voto di fiducia al governo. Chi contesta il ddl si prepara a far salire la voce della protesta. Il banco di prova sarà stamattina: davanti alla Camera dei deputati sono attesi i rappresentanti di una ventina di sigle fra sindacati e associazioni universitarie. Ci saranno anche gli studenti universitari e i liceali. La piazza sarà invasa da striscioni e manifestanti. Il sit-in chiederà a gran voce il ritiro della riforma. Ma la protesta dilagherà anche negli atenei, dove già sono cominciate le occupazioni. Alla Sapienza di Roma da ieri sono occupate Ingegneria, Scienze politiche, Medicina (il dipartimento di Igiene), Fisica, Filosofia. Ad Architettura, invece, nella centralissima e antica sede di Fontanella Borghese, i ricercatori sono saliti sul tetto e hanno piantato delle tende dove hanno passato la notte. «Intendiamo rimanerci ad oltranza- dicono- finché non verrà accantonata l’approvazione della riforma Gelmini. Siamo costretti difatti ad arroccarci su un edificio di un sapere ancora pubblico per difenderlo dagli attacchi di un Governo che vuole privatizzare l’intero sistema universitario».
Proteste sui tetti anche a Torino, dove gli studenti hanno occupato anche i binari della stazione ferroviaria di Porta Nuova. A Palermo è stata occupata la facoltà di Lettere, a Pavia il rettorato. A Firenze è occupato l’intero polo scientifico. A Pisa è sospesa l’attività didattica. Non sono da meno i liceali: in decine di scuole italiane sono in corso occupazioni e autogestioni. A Roma sono occupati diversi istituti, altri hanno appena concluso la protesta. Gli studenti capitolini ieri hanno anche assediato piazza Montecitorio chiedendo «più sicurezza nelle aule». «Di scuola non si può morire» hanno scritto a chiare lettere su un mega striscione davanti al quale hanno bruciato un fantoccio del ministro Gelmini. Il tutto mentre al megafono scorrevano le storie di aule con i muri crepati, i soffitti pieni di infiltrazioni, di scuole dove si studia nei prefabbricati. «Dateci strutture sicure», hanno chiesto i ragazzi in piazza. Oggi si replica con il sit-in degli universitari. La Flc Cgil che chiede un atto di «responsabilità» al governo: il ritiro del ddl Gelmini. E preannuncia «disastri» nel caso in cui la legge passi in via definitiva: «avrà effetti devastanti sul sistema universitario», accusa il sindacato. Il Pd chiede al ministro di ascoltare la piazza. Mentre i ricercatori sono tornati a ribadire la loro indisponibilità ad insegnare. Se la riforma passa si teme il caos negli atenei. Sono partiti anche appelli al presidente della Repubblica per fermare la legge. Ma la maggioranza va avanti. Per il ministro le proteste non sono «niente di nuovo». Si tira dritto per incassare il sì al ddl prima che la fiducia al governo possa metterlo a rischio.

Il Messaggero 24.11.10

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“46 atenei in protesta. Oggi il voto a Montecitorio”, di Ro.Ci.

Appello di 2mila docenti al presidente Napolitano. Presidio alla Camera

Dalle piazze, ai tetti, ai binari. In poche ore gli studenti e i ricercatori di 46 atenei italiani hanno riacceso la protesta contro la riforma Gelmini in discussione alla Camera. A Roma hanno occupato cinque facoltà (Medicina, Filosofia, Scienze Politiche, Fisica e Ingegneria), altrettante a Pisa dove in centinaia hanno bloccato il traffico cittadino chiedendo la sospensione della didattica in tutto l’ateneo.
La prima ad occupare è stata la facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo dopo un’assemblea stracolma. Si sono mossi in forze anche i rettori degli atenei di Cagliari e Sassari che in un documento congiunto chiedono che il Disegno di legge Gelmini venga riassegnato alla Commissione cultura della Camera per permettere una radicale riscrittura. «Il testo attuale del Ddl relega al ruolo di promesse qualunque possibile stanziamento» rincara la dose il rettore dell’università di Firenze Alberto Tesi. Segnali d’allarme lanciati mentre sui tetti del campus di Salerno, sotto una pioggia battente, i ricercatori e gli studenti salivano sui tetti. Alla Statale di Milano stessa scena. Grazie alle mailing list e ai social network la protesta è dilagata nelle scuole. Gli studenti della rete della Conoscenza hanno annunciato l’occupazione delle scuole superiori di Milano, Firenze, Roma, Napoli e Catania.
Ma non basta ancora. Stamattina, infatti, i docenti e i ricercatori del Politecnico pubblicano a proprie spese sul Corriere della Sera una pagina contro il Ddl. Per pagare l’inserzione hanno contribuito 660 persone. Costo: 27.200 euro. Sono due però i simboli della nuova onda. Il tetto di Palazzo Nuovo a Torino e quello della facoltà di Architettura della Sapienza in piazza Borghese a Roma. A trecento metri da piazza Montecitorio, dove stamattina dalle 10 le associazioni della docenza e i sindacati hanno convocato un presidio che si annuncia molto affollato, tutto il mondo dell’opposizione (Pd, Idv, Fds) e sindacale si è arrampicato per portare la propria solidarietà. I ricercatori, armati di sacco a pelo e tenda, sono più di 50 e, ieri notte, hanno organizzato un happening musicale con gli studenti delle università romane. Un appello in difesa dell’università, sottoscritto da più di 2 mila docenti, è stato inviato al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Si attende la risposta. Una volta approvato alla Camera, il Ddl Gelmini dovrebbe tornare al Senato il prossimo 9 dicembre.

Il Manifesto 24.11.10

"L´osceno normalizzato", di Barbara Spinelli

Ci fu un tempo, non lontano, in cui era vero scandalo, per un politico, dare a un uomo di mafia il bacio della complicità. Il solo sospetto frenò l´ascesa al Quirinale di Andreotti, riabilitato poi dal ceto politico ma non necessariamente dagli italiani né dalla magistratura, che estinse per prescrizione il reato di concorso in associazione mafiosa ma ne certificò la sussistenza fino al 1980. Quel sospetto brucia, dopo anni, e anche se non è provato ha aperto uno spiraglio sulla verità di un lungo sodalizio con la Cupola. Chi legga oggi le motivazioni della condanna in secondo grado di Dell´Utri avrà una strana impressione: lo scandalo è divenuto normalità, il tremendo s´è fatto banale e scuote poco gli animi.
Nella villa di Arcore e negli uffici di Edilnord che Berlusconi – futuro Premier – aveva a Milano, entravano e uscivano con massima disinvoltura Stefano Bontate, Gaetano Cinà, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano, mafiosi di primo piano: per quasi vent´anni, almeno fino al ´92.
Dell´Utri, suo braccio destro, era non solo il garante di tutti costoro ma il luogotenente-ambasciatore. Fu nell´incontro a Milano della primavera ´74 che venne deciso di mandare ad Arcore Mangano: che dovremmo smettere di chiamare stalliere perché fu il custode mafioso e il ricattatore del Cavaliere. Quest´ultimo lo sapeva, se è vero che fu Bontate in persona, nel vertice milanese, a promettergli il distaccamento a Arcore d´un «uomo di garanzia».
La sentenza attesta che Berlusconi era legato a quel mondo parallelo, oscuro: ogni anno versava 50 milioni di lire, fatti pervenire a Bontate (nell´87 Riina chiederà il doppio). A questo pizzo s´aggiunga il «regalo» a Riina (5 milioni) per «aggiustare la situazione delle antenne televisive» in Sicilia. Fu Dell´Utri, ancor oggi senatore di cui nessuno chiede l´allontanamento, a consigliare nel 1993 la discesa in politica. Fedele Confalonieri, presidente Mediaset, dirà che altrimenti il Cavaliere sarebbe «finito sotto i ponti o in galera per mafia» (la Repubblica, 25-6-2000). Il 10 febbraio 2010 Dell´Utri, in un´intervista a Beatrice Borromeo sul Fatto, spiega: «A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera».
C´è dell´osceno in questo mondo parallelo, che non è nuovo ma oggi non è più relegato fuori scena, per prudenza o gusto. Oggi, il bacio lo si dà in Parlamento, come Alessandra Mussolini che bacia Cosentino indagato per camorra. Dacci oggi il nostro osceno quotidiano. Questo il paternoster che regna – nella Mafia le preghiere contano, spiega il teologo Augusto Cavadi – presso il Premier: vittima di ricatti, uomo non libero, incapace di liberarsi di personaggi loschi come Dell´Utri o il coordinatore Pdl in Campania Cosentino. Ai tempi di Andreotti non ci sarebbe stato un autorevole commentatore che afferma, come Giuliano Ferrara nel 2002 su Micromega: «Il punto fondamentale non è che tu devi essere capace di ricattare, è che tu devi essere ricattabile (…) Per fare politica devi stare dentro un sistema che ti accetta perché sei disponibile a fare fronte, a essere compartecipe di un meccanismo comunitario e associativo attraverso cui si selezionano le classi dirigenti. (…) Il giudice che decide il livello e la soglia di tollerabilità di questi comportamenti è il corpo elettorale».
Il corpo elettorale non ha autonoma dignità, ma è sprezzato nel momento stesso in cui lo si esalta: è usato, umiliato, tramutato in palo di politici infettati dalla mafia. Gli stranieri che si stupiscono degli italiani più che di Berlusconi trascurano spesso l´influenza che tutto ciò ha avuto sui cervelli: quanto pensiero prigioniero, ma anche quanta insicurezza e vergogna di fondo possa nascere da questo sprezzo metodico, esibito.
Ai tempi di Andreotti non conoscemmo la perversione odierna: vali se ti pagano. La mazzetta ti dà valore, potere, prestigio. Non sei nessuno se non ti ricattano. L´1 agosto 1998, Montanelli scrisse sul Corriere una lettera a Franco Modigliani, premio Nobel dell´economia: «Dopo tanti secoli che la pratichiamo, sotto il magistero di nostra Santa Madre Chiesa, ineguagliabile maestra d´indulgenze, perdoni e condoni, noi italiani siamo riusciti a corrompere anche la corruzione e a stabilire con essa il rapporto di pacifica convivenza che alcuni popoli africani hanno stabilito con la sifilide, ormai diventata nel loro sangue un´afflizioncella di ordine genetico senza più gravi controindicazioni».
In realtà le controindicazioni ci sono: gli italiani intuiscono i danni non solo etici dell´illegalità. Da settimane Berlusconi agita lo spettro di una guerra civile se lo spodestano: guerra che nella crisi attuale – fa capire – potrebbe degenerare in collasso greco. È l´atomica che il Cavaliere brandisce contro Napolitano, Fini, Casini, il Pd, i media. I mercati diventano arma: «Se non vi adeguate ve li scateno contro». Sono lo spauracchio che ieri fu il terrorismo: un dispositivo della politica della paura. Poco importa se l´ordigno infine non funzionerà: l´atomica dissuade intimidendo, non agendo. Il mistero è la condiscendenza degli italiani, i consensi ancora dati a Berlusconi. Ma è anche un mistero la loro ansia di cambiare, di esser diversi. Il loro giudizio è netto: affondano il Pdl come il Pd. Premiano i piccoli ribelli: Italia dei Valori, Futuro e Libertà. Se interrogati, applaudirebbero probabilmente le due donne – Veronica Lario, Mara Carfagna – che hanno denunciato il «ciarpame senza pudore» del Cavaliere, e le «guerre per bande» orchestrate da Cosentino. Se interrogati, immagino approverebbero Saviano, indifferenti all´astio che suscita per il solo fatto che impersona un´Italia che ama molto le persone oneste, l´antimafia di Don Ciotti, il parlar vero.
Questa normalizzazione dell´osceno è la vita che viviamo, nella quale politica e occulto sono separati in casa e non è chiaro, quale sia il mondo reale e quale l´apparente. Chi ha visto Essi Vivono, il film di John Carpenter, può immaginare tale condizione anfibia. La doppia vita italiana non nasce con Berlusconi, e uscirne vuol dire ammettere che destra e sinistra hanno più volte accettato patti mafiosi. C´è molto da chiarire, a distanza di anni, su quel che avvenne dopo l´assassinio di Falcone e Borsellino. In particolare, sulla decisione che il ministro della giustizia Conso prese nel novembre ´92 – condividendo le opinioni del ministro dell´Interno Mancino e del capo della polizia Parisi – di abolire il carcere duro (41bis) a 140 mafiosi, con la scusa che esisteva nella Mafia una corrente anti-stragi favorevole a trattative. Congetturare è azzardato, ma si può supporre che da allora viviamo all´ombra di un patto.
Il patto non è obbligatoriamente formale. L´universo parallelo ha le sue opache prudenze, ma esiste e contamina la sinistra. In Sicilia, anch´essa sembra costretta a muoversi nel perimetro dell´osceno. Osceno è l´accordo con la giunta Lombardo, presidente della Regione, indagato per «concorso esterno in associazione mafiosa». Osceno e tragico, perché avviene nella ricerca di un voto di sfiducia a Berlusconi.
Non si può non avere un linguaggio inequivocabile, sulla legalità. Non ci si può comportare impunemente come quando gli americani s´intesero con la Mafia per liberare l´Italia. L´accordo, scrive il magistrato Ingroia, fu liberatore ma ebbe l´effetto di rendere «antifascisti i mafiosi, assicurando loro un duraturo potere d´influenza». Non è chiaro quel che occorra fare, ma qualcosa bisogna dire, promettere. Non qualcosa «di sinistra», ma di ben più essenziale: l´era in cui la Mafia infiltrava la politica finirà, la legalità sarà la nuova cultura italiana.
Fino a che non dirà questo il Pd è votato a fallire. Proclamerà di essere riformista, con «vocazione maggioritaria», ma l´essenza la mancherà. Non sarà il parlare onesto che i cittadini in fondo amano. Si tratta di salvare non l´anima, ma l´Italia da un lungo torbido. Sarebbe la sua seconda liberazione, dopo il ´45 e la Costituzione. Sennò avrà avuto ragione Herbert Matthew, il giornalista Usa che nel novembre ´44, sul mensile Mercurio, scrisse parole indimenticabili sul fascismo: «È un mostro col capo d´idra. Non crediate d´averlo ucciso».

La Repubblica 24.11.10