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"Occupate scuole e università e la riforma traballa in Parlamento", di Corrado Zunino

Il ministro Mariastella Gelmini accelera sulla riforma universitaria, forzando tempi e regolamenti parlamentari. E nell’Italia attorno a Montecitorio, negli atenei ma anche nelle scuole medie superiori, cresce la protesta. Alla Camera è partita la discussione sul decreto legge con il ministro dichiarante: “Approvate la legge o le banche diventeranno i commissari degli atenei, tutti hanno deficit paurosi. Per questa riforma abbiamo un miliardo da spendere, cento milioni per il diritto agli studi”. L’Udc, dopo aver accettato il calendario forzato, ha annunciato voto contro (insieme a Pd, Idv e Sel). La Lega ha confermato la linea di governo, “anche se abbiamo una posizione critica”, ha puntualizzato Paola Goisis. Ago della bilancia in questa fase di maggioranza spaccata saranno i trentasei deputati di Futuro e libertà, che hanno imposto il loro ultimatum: il governo deve firmare i nostri due emendamenti o passiamo con l’opposizione. I finiani vogliono che la metà dei ricercatori in attesa (26 mila, stimano) abbiano una priorità nelle graduatorie universitarie e chiedono per gli assunti il ripristino degli scatti d’anzianità. “Sono pessimista”, dice il deputato Aldo Di Biagio. “E’ un braccio di ferro”, assicura il vicepresidente Fli Benedetto Delle Vedove. Oggi, se non passa la pregiudiziale di incostituzionalità presentata dal Pd, si inizia a votare un decreto tutto riscritto nell’ultima settimana con 34 emendamenti di maggioranza e 400 di opposizione (230 solo del Partito democratico). La maggioranza vorrebbe chiudere giovedì, ma poi si dovrà, comunque, tornare al Senato. E non si potrà fare prima di gennaio 2011.

Ma il mondo della conoscenza accoglie l’accelerazione politica sull’università accelerando la protesta. Domani presidio a Montecitorio dei ricercatori, a cui ha già aderito la Rete degli studenti universitari. I ricercatori, ecco, non hanno ancora dismesso un’azione di contrasto lunga solo in questa stagione tre mesi: sono 40 su 66 gli atenei in cui l’attività didattica è bloccata. In generale, l’agitazione studentesca nelle facoltà e nelle scuole cresce ogni giorno. Dopo la fase dei cortei della prima metà di ottobre, la mappa realizzata dalla Rete della conoscenza parlava di 100 scuole italiane in stato di fibrillazione. Ora, dopo l’ultimo giro (settanta cortei la scorsa settimana e pra l’approssimarsi del voto per l’università), i numeri sono raddoppiati: duecento siti scolastici in attività extra-scolastica. Assemblee straordinarie, didattica alternativa, autogestioni tout court. E in alcune facoltà da questa mattina i ricercatori hanno iniziato una protesta salendo sui tetti: ad Architettura di Roma, alla Statale di Milano e all’università di Salerno.

Torino e Palermo sono le due città di punta, ma occupazioni di licei si contano a Roma e Milano, a Messina, a Cosenza. Dopo il blocco del Politecnico di Torino nell’ondata d’ottobre, negli scorsi giorni gli universitari hanno occupato la Facoltà di matematica (Palazzo Campana), scintilla del ’68 cittadino. Oggi l’assemblea dell’intero ateneo rilancerà la lotta: “Bloccate tutte le facoltà d’Italia”. A scendere, sono sotto controllo degli studenti torinesi nove scuole: i classici D’Azeglio, Cavour e Gioberti, gli scientifici Copernico e Gobetti, Volta e Giordano Bruno, il liceo europeo Spinelli, l’istituto professionale Gobetti-Marchesini.

A Palermo, dove a inizio Novanta nacque il movimento della Pantera, la febbre è in crescita: ventun istituti sono in stato di agitazione. Dopo il Rettorato della Facoltà di Scienze politiche preso (e rilasciato) al giro del 14 ottobre, in queste ore si stanno aggiungendo facoltà e scuole. Lettere è occupata. E gli studenti del liceo classico Garibaldi hanno invaso la loro succursale. Ancora, si registrano gli scientifici Cannizzaro ed Einstein, gli artistici Catalano, Regina Margherita e Almeyda, il tecnico Pareto. Occupazione bianca (per non saltare le lezioni) al classico Meli: lezioni la mattina, assemblee il pomeriggio e quindi presidio notturno degli studenti. Al classico Umberto I la reazione del preside è stata dura: richiesta di sei in condotta per sedici maggiorenni e segnalazione di massa alla Digos (ci sono stati anche tre fermi). Due le facoltà occupate a Catania: Lingue e Lettere (quest’ultima sgomberata). Blocco delle lezioni nella facoltà di Scienze. Maratona di lezioni – e qui ci stanno anche i prof – a Farmacia, Medicina e Ingegneria.

A Bologna si è fermato lo scientifico Sabin. Poi c’è Roma, che quest’anno ha fatto registrare la prima occupazione d’Italia: Ingegneria alla Sapienza. In questa ondata tardo autunnale la protesta è scesa di grado e una decina di istituti ora sono occupati a corrente alternata: l’istituto superiore di Stato Machiavelli (appena liberata la sede distaccata), licei famosi come il Virgilio di via Giulia: hanno invitato a parlare Roberto Saviano. Poi ci sono il Talete, il Manara, il Tacito, il Platone. Il Colonna, il Mamiani e il Visconti sono stati fermati solo per due giorni, ma poi hanno trasformato la protesta in lezioni alternative concordate con gli insegnanti. Occupazione conflittuale all’Avogadro, al centro di una battaglia tra Forza Nuova (blocco totale) e l’autogestione della sinistra.
A Milano e provincia sono stati occupati i licei scientifici Volta e Cremona, così l’artistico Tenca. Autogestioni al Da Vinci, al Virgilio e al Parini. All’università di Pisa, liberato il rettorato preso in ostaggio il 13 ottobre, prof e studenti hanno deciso di sospendere per oggi l’attività didattica: “Vogliamo agevolare le iniziative di mobilitazione”. All’ateneo di Pavia oggi sarà occupato il rettorato mentre in cortile si costruirà – con elmetti in testa e stivaloni ai piedi – il castello dell’Altrariforma fatto di cartoni.

Tredici scuole triestine e la facoltà di Lettere di Trieste sono state liberate dopo le pressioni della Digos e alcune concessioni ottenute dal provveditorato. Alla Politecnica Marche di Ancona seguiranno le loro sorti alla Camera in diretta web, su maxischermii. Palestre occupate a Livorno, istituti superiori in provincia di Cagliari, quindi scuole di Empoli, Lucca, Prato.
(ha collaborato Sara Grattoggi)

La Repubblica 23.11.10

Napolitano difende la cultura "Tagli non risanano il bilancio"

Giorgio Napolitano ricevendo al Quirinale il mondo del cinema e dello spettacolo per il Premio De Sica, chiede una riflessione per assicurare risorse al mondo della cultura. Ma subito dopo aggiunge che «dobbiamo fare i conti con una riduzione, cui non possiamo sfuggire, del nostro debito pubblico». Dobbiamo farlo, spiega, «nell’interesse soprattutto delle nuove generazioni, sulle cui spalle non abbiamo il diritto di scaricare il simile peso». Il capo dello Stato prende atto con soddisfazione delle promesse di Sandro Bondi riguardo i fondi Fus e il sostegno al cinema, ma non rinuncia a giudicare «inspiegabile» la soppressione di enti come l’Eti e, soprattutto, avverte: non è certo attraverso la «mortificazione della cultura» che si risana il bilancio in tempi di crisi.

«Non troveremo le nuove vie per il nostro sviluppo economico e sociale attraverso una mortificazione della risorsa di cui l’Italia è più ricca: la risorsa cultura nella sua accezione unitaria», ha detto il presidente della Repubblica consegnando al Quirinale i premi De Sica. «Adoperiamoci – ha aggiunto – perchè di ciò si convincano tutti e perchè se ne traggano le conseguenze».

Il Capo dello Stato inoltre ha chiesto una approfondita riflessione sui problemi dello spettacolo e del suo finanziamento pubblico. La crisi economica internazionale «ci impone di ripensare molte cose in Italia e in Europa, anche per come siamo cresciuti finora, spesso al di sopra delle nostre possibilità nei paesi ricchi, ricchi nel contesto mondiale, per quanto segnati a loro interno da squilibri e iniquità». Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione della consegna dei premi De Sica al Quirinale. Il Capo dello Stato ha quindi osservato che «il mondo è cambiato e non ci sono sconti e via d’uscita indolori per paesi (ad esempio dell’Eurozona, come stiamo vedendo) che hanno conosciuto un’illusoria, troppo facile crescita negli scorsi decenni».

www.lastampa.it

Università. Ghizzoni (Pd), Gelmini ascolti le proteste dei ricercatori. Le loro sono richieste di buon senso

“Il governo ascolti le richieste dei ricercatori che stanno ricorrendo anche a forme di proteste estreme ma civili. Non chiedono altro che un gesto di attenzione da parte della politica, che per il momento non è arrivato”. Lo ha detto Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura della Camera.
“Le risorse reperite dalla legge di stabilità – ha proseguito Ghizzoni – non possono essere finalizzate in alcun modo alla progressione in carriera dei ricercatori di ruolo e tantomeno alla assunzione dei ricercatori precari poiché sono appena sufficienti a pagare gli stipendi di coloro che già lavorano nelle università. Ci auguriamo che la discussione in Aula alla Camera sul ddl Gelmini sia l’occasione per recepire queste richieste di buon senso. L’università italiana ha bisogno delle competenze scientifiche e didattiche dei ricercatori di ruolo e precari per poter competere con gli altri paesi europei e internazionali”.

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Università, Pd a Gelmini: metta da parte pregiudizi e ascolti proteste
Ghizzoni: permane scippo di 300 milioni ad atenei

“Ma quale miliardo in più: la verità è che in Finanziaria non c’e’ nemmeno un euro in più. Ci sono piuttosto 276 milioni di euro in meno rispetto a quest’anno. Ne mancavano 1.076 all’appello sul fondi di finanziamento ordinario degli atenei, ne vengono restituiti solo 800. Ne quindi mancano 276. E’ una questione matematica oltreché che politica”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, che aggiunge: “e come se non bastasse, si impongono al parlamento tempi contingentati e il governo si chiude a qualsiasi contributo delle opposizioni per cambiare un provvedimento centralistico che mette a repentaglio l’autonomia degli atenei e non offre alcuna prospettiva a chi nell’università già ci lavora e aspira ad entrarci. Il ministro metta da parte i suoi pregiudizi e ascolti le ragioni delle proteste”.

Bersani: «Paese nel pantano Se si va al voto, vinciamo»

E’ scontato che il governo sara’ sfiduciato? “Non c’e’ niente di scontato”, risponde il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che stamattina è ospite di Radio Anch’io. “Con la nostra mozione di sfiducia – aggiunge – di certo almeno si capira’ chi e’ a favore e chi e’ contro. Credo che la nostra iniziativa fara’ riconoscere i dati reali della situazione politica. Sara’ l’occasione per chiarire che c’e’ una crisi formale di questo governo e io voglio sperare che sara’ l’occasione per aprire una diversa fase”.

E’ possibile un governo di transizione dopo il 14 dicembre? “Rispondo di si’ purche’ il tema sia ben posto”, dice Pier Luigi Bersani a Radio Anch’io. “Il 14 dicembre- aggiunge- il massimo a cui puo’ aspirare Berlusconi e’ avere un voto in piu’ anche alla Camera. Non credo che ci arrivera’, ma questo non significa governabilita’ ma un’ulteriore debolezza di questo governo”. “Non ho paura delle elezioni. Faccio questo pronostico: se andiamo a votare vinciamo”. “Ma riflettiamo un attimo sull’Italia: con una legge elettorale che consente di eleggere il presidente della Repubblica con il 34 per cento, neppure io vorrei vincere. Serve allora una legge elettorale decente che consenta l’apertura di una situazione nuova. Questo e’ meglio per il paese”, aggiunge il segretario del Pd.

“Posso capire che nella tempesta finanziaria in giro per l’Europa avere una cosa che si possa chiamare legge di stabilita’ evita qualche rischio speculativo”, dice Pier Luigi Bersani a Radio anch’io. “Ma sta di fatto- aggiunge- che anche questa legge non risolve niente”.

“Trovo irresponsabile per un capo di un governo descrivere una situazione fittizia e mettere del cloroformio in giro cercando di sopravvivere. Per un paese come il nostro e’ una presa in giro”. Cosi’ il segretario del Pd Pier Luigi Bersani a Radio Anch’io. “Noi siamo quelli dei guelfi e dei ghibellini, il bipolarismo l’abbiamo nel sangue”, dice Bersani a Radio anch’io. “Credo- aggiunge- alla legittimita’ di posizioni centrali che diano flessibilita’ al sistema ma non immagino la possibilita’ di una balena nel mezzo”. A proposito di Fini, Bersani spiega: “Credo che stia lavorando per impostare un nuovo tipo di destra, liberale, meno populista. In Italia non l’ho mai vista, ma gli faccio gli auguri”.

“Il governo apra un tavolo con tutte le istituzioni interessate e anche con l’opposizione”. Lo chiede Pier Luigi Bersani a Radio anch’io a proposito dell’emergenza rifiuti. “Come sono andato a piedi a palazzo Chigi- aggiunge- sono pronto ad andarci invitato a una riunione in cui vediamo assieme cosa facciamo seriamente per uscire da questo problema. Su questo do assoluta disponibilita’”.

“Siamo alle tattiche, al gioco del cerino, a chi si fa dire di ‘no’ e a chi dice di ‘ni’, ma non credo che queste tattiche portino lontano”. Cosi’ il segretario del Pd commenta la recente apertura di Casini al centrodestra. “Anche per questo- aggiunge- abbiamo avanzato la mozione di sfiducia perche’ con questa si dice ‘basta con i tatticismi'”.

L’Unità 23.11.10

Governo battuto due volte alla Camera I finiani: "Non voteremo la fiducia"

Bocchino: “Berlusconi si dimetta”. E i suoi si schierano con Pd e Udc. Bersani: il premier non ce la farà, non si governa con un voto in più. Maroni: ma il federalismo si farà. Maggioranza battuta due volte alla Camera sull’articolo 4 della ratifica delle modifiche al Trattato dell’Unione europea che assegna all’Italia un seggio supplementare del Parlamento europeo. Dopo che, a scrutinio segreto, era stato respinto un suo emendamento all’articolo 4, la maggioranza aveva dato indicazione per votare contro l’articolo nel suo complesso «evitando un vulnus», come aveva spiegato Andrea Orsini (Pdl). Ma al momento del voto, l’articolo (anche in questo caso a scrutinio segreto) è passato con 292 sì, 250 no e un astenuto. Fli ha votato con Udc, Pd e Idv.

Una prova generale in vista del 14? Pare di sì. Bocchino in mattinata ha detto che «è evidente che non ci sono le condizioni per cui noi possiamo votare in questo momento la fiducia al governo Berlusconi. Alla fine sono convinto che il premier sceglierà la via più saggia che è quella delle dimissioni per evitare di essere sfiduciato», ha detto a La 7. «Non c’è dubbio che il passaggio parlamentare non può non essere legato a un elemento di discontinuità». Intanto Maroni ha spiegato che «l crisi di governo, se ci sarà, non interromperà l’attuazione dei decreti attuativi del federalismo, e nemmeno le elezioni anticipate. Fino ad allora – ha detto il ministro dell’Interno- il nostro imperativo è resistere, poi succederà quello che deve succedere».

Il Pd non crede che il premier otterrà la fiducia alla Camera. «Io mi aspetto che la fiducia venga negata e si apra il percorso che prevede la Costituzione: il governo si dimetta e vada al Quirinale», ha detto Bersani parlando del voto dl 14 dicembre. «Credo che in Parlamento si può sostenere un passaggio che ci metta fuori dalla vecchia storia, aggiustare la legge elettorale, fare alcune misure per l’emergenza con il patto di andare rapidamente al confronto elettorale», ha spiegato il segretario del Pd. Nel merito Bersani ha chiarito: «Dobbiamo fare uno stralcio di riforma fiscale per spostare il carico, poi qualcosa per l’occupazione giovanile e una legge elettorale da paese civile». Sui nomi per guidare il governo di transizione, Bersani non si è sbilanciato: «Non mancano le persone autorevoli, mi esento dal fare nomi, ma ne esistono che possono raffigurare questo disegno».«Il governo il 14 al massimo potrà avere un voto in più alla Camera, ma non credo che ci arriverà, e comunque questo non significa governabilità», ha spiegato ancora Bersani intervenendo a ‘Radio Anch’io’. «Niente è scontato, ma noi abbiamo presentato il nostro documento per rendere chiara la situazione, è l’occasione per capire che c’è una crisi formale, da mesi e sperare di aprire una diversa fase», ha aggiunto il segretario del Pd.

www.lastampa.it

"Gelmini promuove eCampus", di Letizia Gabaglio

Grazie a un decreto del ministro, basterà una semplice richiesta per parificare alle università private gli atenei telematici, compresi quelli che il Comitato di valutazione giudica negativamente. Il Cepu in pole position. La riforma dell’Università forse non passerà prima che sia crisi conclamata, ma un risultato il ministro Gelmini lo porterà a casa: dare la possibilità alle università telematiche di diventare atenei a tutti gli effetti, anche se privati.

Insomma, permettere a realtà come eCampus di sedere allo stesso tavolo della Bocconi o della Luiss. A sdoganare le telematiche è il Decreto ministeriale per la programmazione 2010-2012 trasmesso dal Ministero agli organi consultivi (Conferenza dei Rettori, Consiglio nazionale degli studenti e Consiglio universitario nazionale), che un articolo (leggi) di Giampaolo Cerri su ItaliaOggi ha reso pubblico.

Dell’ascesa quasi inarrestabile di eCampus, l’università telematica di Francesco Polidori, fondatore del Cepu e grande amico di Silvio Berlusconi, che promette corsi superabili con due ore di studio al giorno, sufficienti a passare un esame ogni mese e mezzo, L’espresso ha già parlato (leggi). E proprio in quell’inchiesta si dava conto del fatto che molte università private sono considerate negativamente dal Comitato nazionale di valutazione eppure ricevono dei finanziamenti pubblici. Le telematiche, però, non sono ancora ammesse ai finanziamenti. Ecco quindi che, in zona Cesarini, così come era accaduto per l’accreditamento firmato dal ministro Moratti poche settimane prima della fine del suo mandato, Francesco Polidori potrebbe contare su una “promozione”.

A permettere il passaggio di categoria è l’articolo 6 del Decreto, che al punto “c” prevede “nelle prospettive del potenziamento della formazione a distanza presso le università non telematiche, la trasformazione delle università non statali telematiche esistenti in università non statali (non telematiche), su proposta delle interessate”. Quindi basterebbe che uno degli undici atenei telematici si proponesse per la conversione in università tradizionale per ottenere l’accreditamento. Cerri cita fonti ministeriali anonime che indicano proprio nella creatura nata da una costola del Cepu l’ateneo in pole position per la scalata.

A preoccupare è poi anche il punto “a” dello stesso articolo del Decreto, che prevede l’istituzione di nuovi atenei privati “che prevedano corsi di laurea (…) in lingua inglese, rivolti anche a studenti extracomunitari, finalizzati a soddisfare i fabbisogni formativi del mondo del lavoro” e il punto “b” che apre anche a “filiazioni italiane di università straniere”. Insomma, proprio tutti quei casi in cui, secondo la denuncia (leggi) del Cimea, l’istituto che si occupa di valutare le equivalenze accademiche, è più facile che si nasconda una laurea bufala.

L’Espresso 22.11.10

"Napoli pattumiera del nord la camorra guadagna 20 miliardi", di Roberto Saviano

Berlusconi ha detto 7 volte che l’emergenza era finita. Ma la Campania è invasa dalle ecoballe. Ci vorranno 56 anni per smaltirle tutte. Problemi dal ’94. Un’incapacità pagata 780 milioni l’anno, 8 miliardi in 10 anni.
Il monte più alto d’Europa è il Monte Bianco: 4810 metri. Il più alto del mondo è l’Everest, con i suoi 8848 metri. Ma se noi immaginassimo una montagna fatta con i rifiuti illegali supererebbe la somma dei due: qualcuno ha calcolato che avrebbe una base di tre ettari e sarebbe alta più di 15mila metri. Quest’immensa mole è una preziosa fonte di reddito per la criminalità organizzata.

Questo spiega perché in Campania la storia dell’immondizia lasciata a marcire per strada è, purtroppo, una storia infinita. Gli ispettori europei sono arrivati a Napoli e ci hanno detto quello che i napoletani sapevano già: e cioè che nulla è cambiato rispetto a due anni fa. In realtà è peggio. L’emergenza dura dal 1994. È moltissimo tempo. Vuol dire che un ragazzo che oggi ha 16 anni è cresciuto con l’idea che i sacchetti di plastica abbandonati sui marciapiedi sono la normalità, come lo è il caldo d’estate e il freddo d’inverno. I cassonetti regolarmente svuotati, invece, sono un’eccezione.

In questa terra la raccolta differenziata è un sogno. Tranne che in piccole isole felici, non viene fatta mai. Quella non differenziata dovrebbe essere – per legge – al massimo il 35%. Qui arriviamo all’84%. E pensare che erano stati per primi i Borbone a lanciare la diversificazione dei rifiuti. Sembra incredibile, ma così recita un editto di Ferdinando II: “Gli abitanti devono tenere pulita la strada davanti alla casa usando l’avvertenza di
ammonticchiarsi le immondezze al lato delle rispettive abitazioni e di separarne tutt’i frantumi di cristallo o di vetro che si troveranno riponendoli in un cumulo a parte”.

Quello che i Borbone sapevano, le giunte di centrosinistra e di centrodestra, i commissari straordinari, da Rastrelli, a Bassolino, da Bertolaso a De Gennaro, non hanno più saputo. Tutti hanno provato a risolvere il problema, ma nessuno ci è riuscito. A Napoli sembra impossibile ciò che riesce a Milano, Bologna e Genova perché la regione è prigioniera di un gigantesco circolo vizioso. Il ciclo è basato sull’occupazione del territorio: si mettono i rifiuti in una discarica, la discarica si riempie, viene chiusa o sequestrata per versamenti di materiali tossici, i camion si fermano, si cerca l’ennesima discarica, la popolazione protesta, la spazzatura resta a terra e spesso viene addirittura bruciata, con pericoli serissimi per la salute. I clan pagavano 50 euro per ogni cumulo di immondizia messo al rogo.

Si è tentato di risolvere il problema con gli inceneritori, che dovrebbero per legge produrre energia, ma per funzionare al meglio devono essere alimentati da ecoballe che nascono dalla raccolta differenziata, in cui l’umido è eliminato. Non è così, naturalmente, e la Campania è invasa dalle ecoballe, che ne hanno addirittura modificato la geografia e che sono potenziali bombe ecologiche. Ci vorranno 56 anni per smaltirle tutte. Sempre che sia possibile.

Tutta questa incapacità è costata ai cittadini 780 milioni di euro all’anno, in emolumenti, consulenze, affitti degli immobili: circa 8 miliardi di euro in 10 anni, quasi una finanziaria. Tutti hanno perso, ma qualcuno ha guadagnato, e parecchio. Nel 2009 le ecomafie hanno fatturato oltre 20 miliardi di euro: un quarto dell’intero fatturato della criminalità organizzata.

Il grande business dei clan è quello dei rifiuti tossici: hanno trasformato la Campania nel secchio dell’immondizia delle imprese del Nord. (La monnezza di Napoli è la monnezza di tutta l’Italia. Ricordiamocelo, ogni volta che il Nord chiude le porte come se fosse un problema del Sud). Smaltire un rifiuto speciale costa moltissimo, fino a 62 centesimi al chilo, i clan sono capaci di offrire un prezzo di 9/10 centesimi. Un risparmio dell’80 per cento che mette a tacere la coscienza di tanti imprenditori. Il trucco è nella bolla di accompagnamento che viene falsificata, per cui il rifiuto come per magia non è più tossico, o nel miscelare i veleni ai rifiuti ordinari, in modo da diluirne la concentrazione tossica. Il meccanismo è talmente malato che a volte il composto viene trasformato in fertilizzante: così la malavita incassa i soldi due volte con lo stesso veleno.

Decine di inchieste giudiziarie testimoniano l’avvelenamento delle terre del Sud. Ne elenco alcune: nel 2003 si scopre che ogni settimana 40 Tir ricolmi di rifiuti sversano cadmio, zinco, scarto di vernici, fanghi da depuratori, plastiche varie, arsenico e piombo nel napoletano e nel casertano; nel 2006 la Procura di Santa Maria Capua Vetere accerta che tra Villa Literno, Castelvolturno e San Tammaro, vengono scaricati i toner delle stampanti d’ufficio della Toscana e della Lombardia. Il terreno è pieno di cromo esavalente. L’inchiesta “Eldorado” del 2003 ferma un traffico illecito di rifiuti pericolosi, che da Sud sono spediti in Lombardia per essere “miscelati” con terre di spazzatura delle strade milanesi e altri materiali, per passare poi come rifiuti non pericolosi smaltiti in una discarica pugliese. La Procura di Napoli ordina nel 2007 il sequestro di 5 aziende del Nord per traffico illecito di residui di lavorazioni siderurgiche.

Così il sottosuolo della bella, dolce, fertile Campania è diventato un fango nauseabondo e pericoloso: a Giugliano della Campania,, ci sono 590 mila tonnellate di fanghi e liquami contenenti amianto e tricloruro di etilene; a Pianura tra il 1988 e il 1991 sono stati sversati i seguenti rifiuti provenienti dall’Acna di Cengio: 1 miliardo e 300 milioni di metri cubi di fanghi; 300 mila metri cubi di sali sodici; 250 mila tonnellate di fanghi velenosi a base di cianuro; 3 milioni e mezzo di metri cubi di peci nocive contenti diossine, ammine, composti organici derivanti dall’ammoniaca e contenenti azoto; nelle campagne di Acerra tra il 1995-2004 sono stati nascosti 1 milione di tonnellate di fanghi industriali provenienti da Porto Marghera e 300 mila tonnellate di solventi clorurati.

E questo solo per citare alcuni esempi. Non c’è da meravigliarsi se l’agricoltura è crollata a picco, se i frutti spuntano malati, se le terre diventano infertili. Soprattutto non c’è da meravigliarsi se aumentano malattie e tumori. È quello che succede, nel silenzio generale. Il cancro, in Campania, non è una sventura, una tragedia ineliminabile, ma il frutto di una scelta sciagurata dell’imprenditoria criminale.

Le malattie legate alla presenza di rifiuti tossici sono una piaga silenziosa, difficile da monitorare ma assolutamente evidente. Una ricerca del 2008 dell’Istituto superiore di Sanità nelle province di Napoli e Caserta certifica un aumento della mortalità per tumore del polmone, fegato, stomaco, rene e vescica e di malformazioni congenite. Questi sono più numerosi vicino ai siti di smaltimento illegale. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro in questa zona: la percentuale è più alta del 12% rispetto alla media nazionale.

Ecco, questo è lo stato in cui 16 anni di impotenza dello Stato e di potere criminale hanno ridotto la Campania. Eppure la fine dell’emergenza è stata annunciata per ben sette volte dal nostro capo del governo: era già risolta nel luglio di due anni fa.

Dopo decenni di crisi dei rifiuti, di napoletani identificati con la spazzatura, della perdita di ogni speranza di veder cambiare la propria città, mi viene in mente Eduardo che recitava: è cos ‘e niente. Ci siamo abituati a dire sempre è cos ‘e niente. Ci levano il diritto della vita, ci tolgono l’aria, e è cos ‘e niente”. Temo che a forza di sentircelo dire rischiamo di diventare anche noi cose ‘e niente.

La Repubblica 23.11.10