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"Ecco chi c’è dopo Atene e Dublino", di Raffaella Cascioli

La grande crisi dell’economia europea, con i governi che annaspano per uscirne. E ora a chi tocca? Come i dieci piccoli indiani, già due dei paesi dell’Eurozona sono state vittime degli attacchi speculativi e, volenti o nolenti, hanno dovuto chiedere l’aiuto di Fmi e Ue. Dopo la Grecia è stata la volta dell’Irlanda e, ora, c’è già chi guarda al Portogallo e, più in là, fino alla Spagna.
Se anche la cifra esatta la si conoscerà solo a fine mese, quel che è certo è che l’aiuto internazionale accordato all’Irlanda nel fine settimana si aggirerà intorno ai 90 miliardi di euro. Nonostante siano ancora da mettere a punto i dettagli del pacchetto di aiuti che Ue e Fmi hanno annunciato, non c’è dubbio che la pillola sarà amara per Dublino così e come lo è stata per Atene. Tanto che i verdi sono tornati ieri a chiedere le elezioni. E il rischio che non sia finita qui, è ormai dietro l’angolo soprattutto alla luce della tiepida reazione dei mercati. Se infatti gli europei hanno appreso la lezione greca e hanno ridotto i tempi di reazione con un pronto aiuto all’Irlanda, i rischi per l’area euro non sono finiti. Infatti le inquietudini non solo riguardano il Portogallo ma stanno arrivando vicinissime ormai a lambire la Spagna. Con tutto quello che questo comporta, visto che il Pil di Madrid è ben più pesante di quello di tutti gli altri tre paesi messi assieme.
Eppure rispetto alla tergiversazioni primaverili, stavolta le cancellerie europee hanno risposto prontamente alla richiesta d’aiuto di Dublino grazie al meccanismo varato in primavera che vanta una dotazione totale, almeno sulla carta, di ben 750 miliardi di euro. Tuttavia, sono in molti tra gli analisti a credere che sarà proprio il Portogallo il prossimo paese a sollecitare un aiuto esterno pur non avendo conosciuto in questi anni alcuna bolla immobiliare, come invece la Spagna, o alcuna crisi del sistema bancario, come invece l’Irlanda.
A preoccupare è la fragilità del debito portoghese nonostante anche ieri il primo ministro Socrates abbia voluto rassicurare i mercati che Lisbona non ha bisogno di alcun aiuto: «Non c’è alcun rapporto tra il Portogallo e l’Irlanda». Da Lisbona si insiste sulle differenze tra i due paesi, ma i tassi di rendimento dei titoli di stato portoghesi a lungo termine restano molto alti: a quota 6,56% rispetto a 6,508% di venerdì sera. In sostanza, i mercati non sembrano convinti dell’intervento di salvataggio tanto che se l’euro chiude poco sopra quota 1,36 sul dollaro, le borse hanno virato già dalla mattinata su terreno negativo.
L’impressione è che se la pressione continuerà ad essere la stessa il Portogallo sarà costretto a breve a domandare un aiuto d’urgenza, tanto più che in Irlanda la situazione è tutt’altro che sotto controllo. Ieri la Commissione europea è dovuta intervenire per cercare di minimizzare i possibili contraccolpi nell’eurozona: «La situazione irlandese è ben diversa da quella di Spagna e Portogallo», ha spiegato il portavoce del commissario europeo agli affari economici e monetari Olli Rehn. Più variegata è la posizione della Commissione nei confronti delle misure che il governo di Dublino si appresta ad assumere a cominciare dal fatto che potrebbe essere inevitabile, nel prossimo futuro, un aumento delle tasse societarie alla luce del fatto che sono le più basse d’Europa. Tuttavia, questo come hanno spiegato fonti tedesche sarà uno dei temi di trattativa tra l’Ue e il governo di Dublino ma non il principale tema di discussione dei negoziati comunitari.
Non c’è dubbio, tuttavia che il governo irlandese sarà costretto a ricorrere alla leva fiscale.
A questo punto sarà decisivo per rassicurare i mercati l’esito dell’eurovertice del prossimo dicembre da cui si capirà quanto in fretta gli europei intendono procedere sulla strada delle riforme a cominciare da quelle del patto di stabilità. In una simile situazione, l’Italia si presenterà quantomeno con le armi spuntate visto che Berlusconi sarà reduce dal voto di fiducia in parlamento. Quale che sia l’esito.

da Europa Quotidiano 23.11.10

A Bindi e D'Alema lettera di minacce

La solidarietà di Bersani, Finocchiaro e Franceschini. Napolitano: “ferma condanna”. Una lettera di minacce al presidente del Pd, Rosy Bindi, e del presidente del Copasir, Massimo D’Alema, è stata recapitata questa mattina per posta nella sede di Bari dell’Agenzia Ansa.
La lettera, in una busta rettangolare affrancata, è scritta a mano a caratteri stampatello su un mezzo foglio bianco. Recita «Rosy Bindi e D’Alema ne hanno per poco» ed è firmata da sedicenti Nuclei Rossi Armati. Poco più di un mese fa, il 13 ottobre scorso un’altra lettera minatoria era stata recapitata all’Ansa di Bari con minacce nei confronti del segretario nazionale del Pd, Pierluigi Bersani.

«Esprimo la piena solidarietà mia e del Partito Democratico a Rosy Bindi e Massimo D’Alema per le minacce ricevute – afferma il segretario del Pd Pier Luigi Bersani – . Sono segnali inquietanti e reiterati che non possono essere sottovalutati. Confidiamo nel lavoro degli inquirenti affinché gli autori di tali minacce siano presto individuati e perseguiti».

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, anche in relazione ai ripetuti atti di minacce a personalità sia della maggioranza sia dell’opposizione esprime «la sua ferma condanna di ogni forma di intimidazione politica e la sua preoccupazione per il diffondersi di tale fenomeno».

Solidarietà anche dai capigruppo di Camera e Senato, dario Franceschini e Anna Finocchiaro, dall’ex segretario Walter Veltroni e dal presidnete del Forum Giustizia Andrea Orlando, da decine di deputati e senatori del PD.

www.partitodemocratico.it

Università: presentati 400 emendamenti

Università: la maggioranza conta di approvare il provvedimento in aula alla Camera tra mercoledì e giovedì, ma gli emendamenti presentati sono più di quattrocento. Per la maggior parte provengono dal Pd, un’ottantina sono dell’Udc, ma anche il Pdl e la Lega ne hanno presentato una ventina, e una decina Futuro e Libertà.
Tra le novità, rispetto al dibattito in commissione, un emendamento della Lega che vuole legare il 10% delle risorse per le borse di studio al territorio, cioè a chi è residente. Secondo la sua presentatrice, Paola Goisis, “oggi c’è il paradosso che chi risiede in una regione non riesce ad ottenere le borse perchè deve fare spazio agli altri che spesso dichiarano redditi più bassi del reale”.

Per il Pd la deputata Manuela Ghizzoni, chiede “lo sblocco del turn over, la restituzione degli scatti stipendiali ai docenti e ai ricercatori”. I democratici presenterano anche un piano per l’assunzione di tremila associati in concorrenza con le assunzioni previste in Finanziaria. L’Idv nei suoi emendamenti propone di recuperare le risorse per le assunzioni dalla tassazione sui redditi delle banche e sulle speculazioni finanziarie”.

Futuro e libertà è ancora in bilico: chiede con forza che siano “ripristinati” gli scatti di stipendio a ordinari, associati e ricercatori, cancellati fino al 2013 dalla manovra estiva del governo.

Domani si vota sulla pregiudiziale di Costituzionalità presentata dal Pd e poi sugli emendamenti.

Tuttoscuola 23.11.10

"Dalla Dc al Pdl il marchio che divide", di Filippo Ceccarelli

Cortocircuiti simbolici e simboli che fanno cortocircuito. Anche se poi, ridotti al grado zero della loro potenza evocativa, varrà la pena di considerarli per quello che sono realmente: marchi, loghi, contrassegni, materiali da sala congressuale o da scheda elettorale.
Pdl, Fli, Berlusconi presidente, oppure Fini, in entrambi i casi con lettere enormi: stessa concezione visiva, comunque, e iper-leaderistica; stesse formule da prodotto commerciale, tra l´olio per automobili e il supermarket; stesse vaghe denominazioni, mai che manchi la parola «libertà»; stessi colori acidi, con prevalenza del blu.
Stesse linee e ombreggiature che trovano il loro degno coronamento nell´immancabile nastro tricolore, a sua volta mutuato da quel fortunatissimo rotolone di carta igienica che svolazzava dotato di autonoma spinta propulsiva.
Giù le mani dal mio simbolo! Con disarmante regolarità s´impongono all´attenzione le scaramucce sulla più controversa titolarità. Ieri i finiani, carte alla mano, hanno messo in discussione quella del Pdl rivangando presunti atti costitutivi ed elenchi di pretesi intestatari; ma appena un mese fa si è venuto a sapere che zitti zitti e quatti quatti, due sconosciuti operatori aderenti alla Dc del sottosegretario Pino Pizza, che in materia di emblemi dispone di una certa praticaccia, avevano depositato all´Ufficio Brevetti lo stemma prematuro di Futuro e libertà; e, visto che c´erano, si erano impossessati anche dell´ipotetico appellativo che a quel tempo le cronache attribuivano all´eventuale «Partito della Nazione» di Casini.
Fattosi d´oro nel 2008 con il glorioso scudo crociato, e per questo in rapporti di mutua e sperimentata gratitudine con il Cavaliere, Pizza ha tuttavia preso le distanze dall´appropriazione non si sa quanto indebitamente eseguita dai suoi seguaci. E quindi li ha sospesi dalla sua micro-Dc, sia pure in via provvisoria, o cautelare, perciò rinviando la questione al verdetto dei probiviri.
Non si ha qui il cuore di sapere come è poi finita con l´evanescente tribunale del partitino, il sospetto è che non sia ancora finita, ed è quasi un eufemismo perché questo genere di dispute di norma proseguono per anni e anni tra rinvii, diffide, pronunciamenti e ricorsi, pure d´urgenza, fino a vivere di vita propria, non di rado ben al di là delle motivazioni che le hanno originate.
Ma nel frattempo, come si nota, il processo di attorcigliamento verso il basso sta imboccando strade anche piuttosto bizzarre, oltre che lastricate di cattive intenzioni. Per cui il sospetto è che così come ieri alcuni specialisti vicini al mondo berlusconiano erano in qualche modo riusciti a fare un simbolico e preventivo dispetto ai finiani, oggi questi ultimi hanno risposto emblematicamente rendendo la pariglia ai pronti squatter del Cavaliere.
Là dove, tra i due eventi, si può notare come l´usurpazione reciproca e incrociata, lo scippo simmetrico e scambievole nonché l´inganno capriccioso a somma zero costituiscono l´unica stralunata risorsa narrativa; ma in fondo anche una rimarchevole testimonianza di come l´odierna politica possa diventare vittima del suo stesso vuoto espressivo, oltre che programmatico e ideale.
È sintomatico in effetti come l´odierno ceto politico e di governo si agiti tanto per quegli sgorbi tipografici che non hanno storia né più scaldano il cuore se non ai professionisti, ai collezionisti, ai predoni e ai copioni di marchi.
Inutile dire che un tempo non era così, e che il vecchio armamentario di scudi crociati, falci e martello, fiamme tricolori e alla fine anche garofani, forse, comunque faceva leva e traeva energia dalle componenti pre-razionali, emotive e inconsce del vincolo politico e delle stesse appartenenze ai partiti che li mettevano sulle bandiere e in casi estremi anche nella bara dei militanti e dei leader, per l´ultimo viaggio.
Le aspre e anche buffe contese sull´eredità di tali utensili occupano gli anni 90, con grandi introiti per una classe di avvocati espertissimi, e in parte si concludono al cospetto di un paesaggio simbolico che a tratti sembra ricalcare un immaginario infantile si direbbe nutrito da cartoni animati: alberi, foglie, margherite, soli che ridono, arcobaleni, guerrieri con spadoni, bimbi che fanno il girotondo, asinelli, orsetti, gabbiani.
Ma quella fase sembra superata e ormai da anni si va per simboli come all´Ikea. Un giorno Veltroni dice verde, e il Pd si fa verde, poi arriva Bersani e dice che magari si potrebbe anche cambiare, forse ritorna l´ulivo, un germoglietto, forse no perché c´è chi non vuole. E intanto Fini si mette lì dentro, enorme, nel cerchio; e Casini pure, poi si toglie, ma l´altroieri era già ritornato con caratteri rosso fuoco; e Berlusconi vuole dare un altro sogno e allora anche lui sta per cambiare; ma non c´è nulla più che venga dal basso, che sarebbe anche un po´ la realtà. E l´arbitrio della meccanica e della liturgia post-simbolica indossa i sacri, intoccabili paramenti del marketing emozionale.

La Repubblica 23.11.10

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Guerra sul simbolo tra i finiani e Berlusconi

Tra finiani e Berlusconi è guerra sul simbolo del Pdl: per il Fli il premier non può usarlo perché appartiene anche a Fini. Casini: «Voteremo la sfiducia»Come in tutti i divorzi politici che si rispettino, scatta anche la guerra del simbolo. Italo Bocchino alza la palla: «Il nome e il logo del Pdl sono in comproprietà con Fini e Berlusconi non potrà usarli in caso di elezioni». Il capogruppo di Fli alla Camera si riferisce all´ipotesi di una nuova formazione politica che il premier avrebbe in mente di creare. Nome e simboli inediti. Bocchino però avverte: «La formula “vero centrodestra” è stata depositata da noi all´ufficio brevetti di Roma».
La guerra è fatta di colpi bassi , feroci punture di spillo. Sandro Bondi la interpreta proprio così attaccando: «Bocchino fa delle provocazioni da lite condominiale». Ma nella sede del Pdl vengono spulciate le carte, consultati gli avvocati. Alla fine la “sentenza”: «L´agenzia della Unione europea sui marchi conferma la nostra posizione. Il titolare del simbolo è Berlusconi».
Forse si arriverà alle carte bollate, com´è successo in passato. È quello che teme Fabrizio Cicchitto stupito da una «polemica senza senso». Bocchino rilancia: «Conta l´atto notarile, non la Ue. Berlusconi non può usare quel nome, che è in comproprietà, fino al 2014». A sorpresa spunta il sindaco di Terzigno Domenico Auricchio: «Il simbolo è mio e il titolare è solo il premier». Ma sono schermaglie di prova in vista del 14 dicembre, giorno della doppia fiducia. Fli mette nel conto anche un voto contro la riforma Gelmini sull´università se non verranno accettati i suoi emendamenti. «Berlusconi può uscirne solo aprendo una nuova stagione altrimenti sarà sfiduciato», dice Bocchino. Pier Ferdinando Casini scioglie il mistero dopo le sue parole di domenica su un possibile armistizio. «Siamo un partito di opposizione e il 14 voteremo la sfiducia», annuncia il leader centrista. Del resto la risposta di Pdl e Lega alla sua iniziativa era stata negativa. Gianfranco Fini critica il governo da un altro versante. Al convegno sulla sicurezza, organizzato dal Forum giustizia del Pd con Andrea Orlando, Marco Minniti e Emanuele Fiano, il presidente della Camera avverte: «La percezione di insicurezza negli italiani rimane. E la lotta alla criminalità presuppone risposte articolate senza ricorrere agli spot».
Il centrosinistra evoca scenari apocalittici per il dopo Berlusconi. «Sarà una sorta di dopoguerra per il Paese – è l´opinione di Massimo D´Alema -. Il bilancio del decennio berlusconiano è catastrofico. Noi saremo chiamati a compiti di ricostruzione». Si avverte chiaramente il richiamo al Cln anti-Cavaliere su cui dovrebbe poggiare il governo di transizione. Oggi Pier Luigi Bersani incontrerà Marco Pannella. I radicali, la scorsa settimana, avevano annunciato l´apertura di un dialogo con il Pdl, proprio alla vigilia del voto sulla fiducia. Emma Bonino chiarisce: «Non abbiamo avviato nessuna trattativa per i voti dei 6 deputati radicali alla Camera. La crisi del governo mi pare manifesta. Ma sono contenta che la nostra iniziativa abbia smosso l´inerzia del Pd».
(g.d.m.)

La Repubblica 23.11.10

Discussione del disegno di legge: norme in materia di organizzazione delle università

Intervento dell’On Ghizzoni alla Camera dei Deputati
Signor Presidente, signora Ministra, onorevoli colleghe e colleghi, intervengo anche se per pochi minuti perché riterrei inaccettabile sprecare anche la più piccola occasione per argomentare il disaccordo del gruppo che rappresento e mio personale nei confronti di questo progetto, che definisco controriforma del sistema universitario.

Sia chiaro, e ci tengo a dirlo come incipit delle mie brevi considerazioni: il Partito Democratico è convinto della necessità di riformare l’università. Lo abbiamo fatto attraverso atti concreti, presentando provvedimenti, e lo faremo presentando anche le nostre proposte emendative, perché abbiamo questa convinzione: riteniamo che si debba dare un concreto slancio alla conoscenza, alla formazione, alla ricerca e al trasferimento tecnologico, cioè a quella filiera del sapere, che costituisce uno dei principali volani di sviluppo sociale ed economico del Paese. Vogliamo questo, anche per dare opportunità e crescita ai nostri ragazzi, ai nostri studenti, le cui prospettive – lo dico con molta preoccupazione – sono rinchiuse nel recinto del timore per il futuro e nel vedere soffocate le proprie aspirazioni. I dati ISTAT sulla disoccupazione dei laureati fanno riflettere e dovrebbero scuotere un Governo responsabile ad assumere azioni conseguenti, mentre invece, ci troviamo per le mani questo testo assai inadeguato. Ad esempio, nel provvedimento in oggetto, non vi è alcuna riflessione che, invece, sarebbe stata necessaria e opportuna, sull’offerta formativa e, quindi, sul cosiddetto processo di Bologna.
Sia mai che su questi temi strategici possa aprire bocca il Parlamento, cioè i rappresentanti dei cittadini italiani! La ragione è semplice e, allo stesso tempo, assolutamente non condivisibile: il Ministro ha preferito intervenire in solitudine su questi temi attraverso il decreto ministeriale del 22 settembre, n. 17, che sancisce un vero taglio – questo sì – epocale alla didattica e alla formazione universitaria. Ciò senza tenere in alcun conto – e credo che questo sia molto grave – delle conseguenze di impoverimento disciplinare di interi percorsi formativi, in particolare, e, più in generale, di decadimento scientifico e culturale.
L’aspetto più grave è che queste scelte avvengono al di fuori di una programmazione e, soprattutto, senza valutazione dei risultati conseguiti dai corsi di studio che saranno chiusi. È in aperta contraddizione con quello slogan, ripetuto ossessivamente dal lei, signora Ministra, ma anche da altri componenti del Governo, come un mantra, circa la valorizzazione del merito. Ci si affiderà, invece, al solito sistema del controllo, delle procedure e della rispondenza a requisiti numerici, con buona pace per la qualità scientifica e la didattica.
E ancora: è necessario riformare il sistema universitario per investire davvero sul valore dei giovani ricercatori e dar loro l’occasione di lavorare per il proprio Paese, inserendosi stabilmente nel sistema universitario. Mi chiedo se, al netto dei principi dell’internazionalizzazione del sapere e della mobilità dei ricercatori, su cui si sono soffermati altri colleghi, il Governo sia davvero consapevole di quanta formazione l’Italia faccia a vantaggio degli altri Paesi. Infatti, sono numerosissimi i nostri giovani che vanno all’estero, perché, naturalmente, qui li aspetta un futuro di precariato e di avvilimento.
È necessario dare fiducia e gratificazione a coloro i quali lavorano seriamente – e sono la stragrande maggioranza – e con passione all’interno del sistema universitario, perché credono nella funzione pubblica e culturale del proprio ruolo. A loro dobbiamo la dodicesima posizione mondiale per qualità e la quarta posizione per accesso nel QS World University Rankings. Sono gli stessi dati che qualche detrattore usa in malo modo per far opinione comune che nel nostro Paese la ricerca non sia di qualità: tuttavia, questi dati li smentiscono chiaramente.
A costoro, dopo averne bloccato il turnover, modificando così le legittime attese di progressione di carriera, e dopo aver congelato il loro stipendio con il provvedimento di questa estate senza possibilità di recupero, il Governo annuncia l’ennesima riforma delle modalità concorsuali e anticipa la rottamazione dei ricercatori, verosimilmente, dal 2013 al prossimo anno. In questo modo, i ruoli della docenza ricorderanno quelli dell’accordo Governo-sindacati del 1977. Non c’è che dire: un bel passo in avanti e indietro di trent’anni.
Su questi aspetti, vorrei svolgere due considerazioni velocissime. La prima fa riferimento al fatto che, a distanza di due anni, discutiamo in questa stessa Aula, nuovamente, di alchimie per il reclutamento dei professori universitari. Dati gli esiti passati e recenti dei concorsi, forse, non sarebbe stato il caso di concentrare le nostre energie e le nostre riflessioni non sulle modalità, ma sulla valutazione delle politiche di reclutamento? Questo tema, invece, sfuggirà, di fatto, alla discussione, perché è inserito nella pervasiva delega prevista all’articolo 5, il vero core del disegno di legge in oggetto.
La seconda considerazione riguarda, invece, l’anticipazione dell’abolizione del ruolo dei ricercatori. Dopo averli sfruttati gratuitamente per far fronte alle necessità didattiche, a fronte del blocco del turnover, gli si dice che non potranno mai diventare professori, sebbene, di fatto, lo siano già, poiché, nella stragrande maggioranza dei casi, associano l’attività di ricerca a quella didattica.E non ci si venga a dire che il disegno di legge di stabilità, ora all’esame del Senato, prevede le risorse necessarie per nuovi posti di professore associato, poiché – lo sappiamo – è una menzogna che le cifre hanno smascherato facilmente, come abbiamo dimostrato in questa stessa Aula non più tardi di giovedì scorso.
Ancora, riformare per dare finalmente al sistema universitario un modello di governance in grado di indicare precisamente i livelli decisionali e in capo a chi vanno le responsabilità, salvaguardando, però, il principio costituzionale dell’autonomia universitaria, che deve basarsi su un forte e autonomo sistema di valutazione per essere davvero responsabile.
Purtroppo, il Governo non si è ispirato ai principi che ho richiamato per elaborare questo provvedimento, che, a mio avviso, è iniquo, centralista, affetto da ipernormativismo paralizzante di tutte le attività, ordinarie e straordinarie. È, ancora, un provvedimento incapace di garantire pari opportunità di accesso e di frequenza degli studenti, come dimostra chiaramente l’assenza di qualsiasi risorsa appostata per il fondo che, non senza demagogia, è stato chiamato Fondo per il merito, ma con gli annunci non si mandano i ragazzi all’università.
Un provvedimento inadeguato a valorizzare la maturità scientifica e didattica del personale docente e ricercatore e che condanna a una condizione di precarietà i tanti giovani di talento che, già ora, offrono le loro competenze e il loro sapere a vantaggio degli atenei, con contratti che non prevedono alcuna tutela sociale. A costoro state dicendo, non senza cinismo, di prendere la via dell’estero o, in alternativa, di iniziare daccapo un nuovo lungo e incerto cammino di precariato, che, forse, dopo dodici anni potrà approdare alla chiamata da parte dell’università.
Signor Presidente, avremmo voluto affrontare con serenità i temi che ho appena richiamato, avremmo voluto farlo con un confronto vero, che sarebbe stato responsabilità del Ministro aprire fra tutte le forze politiche con le componenti dell’università. Così non è stato, e, soprattutto alla Camera dei deputati, il dibattito è stato compresso, concentrato in poche sedute, sottoposto alla pressione del Governo, che voleva addirittura portare in Aula il testo il 4 novembre dopo solo due settimane di esame da parte della Commissione, e che ora ha imposto la discussione prima che il disegno di legge di stabilità venga approvato definitivamente. Questo non è un punto secondario perché, a differenza di quanto afferma la Presidente Aprea, che mi permetterà di non concordare con il suo giudizio, le norme ordinamentali non sono neutre, perché producono effetti che, a mio modo di vedere, sono negativi e che solo adeguate risorse possono, almeno in parte, compensare. Mi riferisco per esempio solo per citare alcuni casi – ma credo che in questo concorderete con me – alla erogazione delle borse studio, alla possibilità di mettere a bando vere posizioni in tenure track e nuovi posti da professore. Ora, è stata esercitata dal Governo una pressione insopportabile nei confronti dei deputati, evidentemente anche in considerazione delle turbolenze che scuotono la maggioranza, e il collega Bachelet, che è intervenuto nella mattinata prima di me, ha riassunto in modo esemplare, credo, quanto accaduto nei giorni scorsi, nelle concitate sedute della Commissione bilancio e della Commissione cultura. Ma qui voglio ricordare che il Ministro giustificò l’accelerazione all’approvazione del disegno di legge e, uso le stesse parole del Ministro pronunciate in Commissione, con l’opportunità di potersi appuntare un fiore all’occhiello. Lo dico con rammarico, ma penso che l’attenzione che deve essere rivolta da chi ha responsabilità di Governo al sistema universitario, proprio per l’importanza strategica del sistema, che anche tanti colleghi della maggioranza hanno richiamato nei loro interventi, deve trovare una motivazione ben più solida che non la possibilità di aggiungere una mostrina al proprio percorso politico.

PRESIDENTE. La prego di concludere, onorevole Ghizzoni.

MANUELA GHIZZONI. Ho concluso, signor Presidente. E lo faccio ricordando ai colleghi che, pur con tempi strettamente contingentati, non rinunceremo nel prosieguo della discussione a rappresentare le molte ombre di questo testo di legge e le nostre proposte alternative, a dimostrazione del fatto che affrontare un’altra riforma dell’università non è solo possibile, ma è auspicabile per il bene della comunità scientifica e del Paese.

"Libri di testo e borse di studio: ecco l'imbroglio Gelmini", di Maria Coscia*

La finanziaria (o la legge di stabilità come si chiama ora) approvata venerdì dalla maggioranza alla camera penalizza di nuovo la scuola e le famiglie. Il governo, come solitamente fa, ha cercato di occultare i tagli che questa volta riguardano i libri scolastici e le borse di studio, da un lato raccontando sull’argomento bugie all’opinione pubblica e dall’altro, per spostare l’attenzione su altro, annunciando trionfalisticamente sulla stampa un piccolo progetto sul riconoscimento del merito degli insegnanti. Ma, approfondendo la notizia, emerge ancora una volta che ci troviamo di fronte a una nuova trovata pubblicitaria: un tema molto serio come quello del merito, dopo una assillante campagna propagandistica di due anni e mezzo, si è concretizzato in un progetto che sarà sperimentato in sole 40 scuole su oltre 10.000 istituzioni scolastiche e 42.000 plessi scolastici.

Ma andiamo con ordine sui nuovi tagli. Nei giorni scorsi il Pd, durante la discussione alla Camera del disegno di legge di stabilità, ha sollevato con forza la questione del taglio di 103 milioni destinati ai contributi alle famiglie a basso reddito per l’acquisto dei libri scolastici.

La ministra Gelmini ha replicato stizzita sulla stampa che i soldi c’erano e che erano previsti in un fondo più ampio, destinato cioè a coprire più finalità. Ma durante l’esame del provvedimento in Aula è stato svelato l’imbroglio.

Il fondo di cui parla la ministra ammonta per il 2011 a soli 250 milioni di euro e deve far fronte alle seguenti voci, costate nel 2010 603 milioni: 103 milioni per i libri scolastici, 370 per la stabilizzazione dei lavoratori socialmente utili e 130 milioni per far fronte agli impegni assunti sulla solidarietà presso banche e fondazioni estere. Questa è la realtà crudele delle cifre che sono iscritte in bilancio!

La ministra Gelmini deve ora spiegare come farà il governo a far fronte a spese pari a 603 milioni con una disponibilità di soli 250 milioni (un taglio di ben il 60%). Pensa di poter replicare il miracolo dei pani e dei pesci? Ipotesi questa evidentemente irrealizzabile. Purtroppo, non potranno che esserci dolorosi tagli per tutti a iniziare dalla gratuità, totale o parziale, dei libri di testo. A tutto questo si aggiunge il taglio di 85 milioni (ben l’80% del fondo) alle borse di studio per gli alunni con famiglie a basso reddito.

La verità drammatica è che il governo continua ad accanirsi contro le famiglie più in difficoltà, contro la scuola pubblica e il diritto allo studio di milioni di studenti.
*deputata Pd

L’Unità 22.11.10

Università: Gruppo del Pd presenta pregiudiziali di costituzionalità a Ddl

Sarà votata domani una pregiudizialità di costituzionalità al disegno di legge ‘Gelmini’ sulla riorganizzazione il sistema universitario presentata dal Gruppo del Pd alla Camera ha presentato.
Nel testo depositato si legge, tra l’altro, che, in base al disegno di legge attualmente all’esame della Camera, “la maggiore autonomia delle università non sarebbe solo condizionata al soddisfacimento dei requisiti fissati e verificati con atti ministeriali ma sarebbe anche subordinata alla stipula di specifici accordi di programma con il ministero” e questo “contrasta con quanto prevede l’articolo 33 della Costituzione, il quale dispone che le Università ‘hanno diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabili dalle leggi dello Stato.”
La pregiudiziale è stata sottoscritta da: Salvatore Vassallo, Manuela Ghizzoni, Donata Lenzi, Roberto Zaccaria, Giovanni Bachelet, Gianclaudio Bressa, Maria Coscia, Emilia De Biasi, Rosa De Pasquale, Letizia De Torre, Riccardo Levi, Giovanni Lolli, Eugenio Mazzarella, Giovanna Melandri, Luigi Nicolais, Caterina Pes, Sabina Rossa, Tonino Russo, Alessandra Siragusa.