Latest Posts

"Le due Italie di un lavoro nella crisi", di Bruno Ugolini

È forse la prima indagine che si occupa dei danni arrecati dalla crisi. È apparsa sotto il titolo “Come cambia il lavoro” (a cura di Mimmo Carrieri e Cesare Damiano, Ediesse) ed è stata costruita, sulla base delle risposte (settembre-novembre 2009) provenienti da 5.500 interpellati. È il seguito di un’altra inchiesta risalente al 2003. Che cosa è cambiato in questi sette anni? Un deterioramento della condizione materiale dei lavoratori – spiega Emilio Gabaglio, presidente Forum lavoro del Pd – e un diffuso senso di insicurezza sociale. Mentre al sindacato si chiede più che unità (forse per una sorta di avvilimento) “contrattazione, competenza”. Due parole chiave, come per dire: datevi da fare subito, magari senza perder tempo su “trattativa si, trattativa no”. C’è la dinamica negativa dei salari ma anche dell’organizzazione del lavoro (i saggi di Marcello Pedaci). Il 44,9% dei lavoratori indica un’alterazione della condizione economica della propria famiglia negli ultimi anni. È progressiva l’intensificazione del lavoro, attraverso la saturazione dei tempi, l’accorciamento delle pause, l’aumento dei ritmi. Con più ampia diffusione di stress e disturbi psicofisici. Mentre la scarsa valorizzazione del lavoratore genera demotivazione, disinteresse, noia, monotonia e quindi bassa produttività. Interessante la parte riguardante i lavori atipici e precari a cura di Elena Persano. E’ il popolo dei flessibili sottoposti alla “flex-Insecurity”. E ai quali spesso piace il lavoro che fanno ma vorrebbero diritti, arricchimento professionale e cambiamento, non marginalizzazione. Come si traduce questo stato di cose rispetto alla politica, rispetto alle opzioni del centrosinistra? Anche qui c’è stato un peggioramento, annota Mimmo Carrieri. I protagonisti dell’indagine rifiutano le posizioni estreme, ma lamentano un “riformismo fragile”. E sembrano scaturire due “Italie del lavoro”. Una che condivide, appunto, una “ragionevolezza riformista” ma con connotati di incertezza e indecisione, composta da lavoratori non sempre giovani, con titoli di studio più elevati, meno sensibili a chiusure corporative e arroccamento. Un’altra parte con caratteristiche più difensive, spesso occupati in attività più manuali e che vivono il lavoro più come problema che certezza. La prima Italia del lavoro è maggiormente attirata dal centrosinistra. La seconda dal centrodestra. È il segnale di “uno smottamento culturale ulteriore”. Emerge, osserva Carrieri, l’incapacità del centrosinistra di fare del lavoro e dei lavoratori “un asse fondamentale”. Più di un terzo degli intervistati dichiara di non essere politicamente tutelato. Un libro che i dirigenti del Pd dovrebbero tenere sul comodino. Una sferzata che si spera abbia effetto. Emilio Gabaglio sostiene che si è cominciato a fare. Ovverosia si è cominciato a “raccogliere la sfida” per avanzare “un progetto complessivo”.

L’Unità 22.11.10

******

“Un lavoro per trenta giorni. Le imprese navigano a vista”, di Luigina Venturelli

La ripresa ha il fiato corto. Le aziende si muovono con i passi piccoli e prudenti di un paziente convalescente che prova nuovamente ad affacciarsi sul mercato nonostante il timore di una possibile ricaduta nella crisi, sempre pronte in caso di necessità ad una veloce retromarcia per tornarsene al riparo dei tagli facili e dei costi flessibili. Per l’occupazione, va da sé, c’è ben poco da festeggiare. Gli ultimi dati ufficiali di Assolavoro – l’associazione nazionale di categoria delle agenzie per il lavoro – parlano di una crescita del mercato del 24-25%, ma si tratta di una crescita instabile, sensibile ad ogni spirar di vento. Almeno sul fronte dei lavoratori, che si vedono offrire contratti in somministrazione dalla durata media di 34 giorni, inferiore del 40%circa alla durata media di quelli proposti nel 2008, prima che il crack finanziario internazionale mandasse in fumo le vecchie certezze dell’economia nazionale. «Le imprese hanno asciugato tutti i costi fissi ed oggi, in caso di temporanei picchi produttivi dovuti all’incremento degli ordinativi, fanno un utilizzo massiccio della flessibilità per i livelli lavorativi di basso profilo » spiega l’amministratore delegato diManpowerItalia, Stefano Scabbio. Dipingendo un quadro che, se rassicura rispetto al recente passato visto che «per tutto il 2009 i contratti offerti si aggiravano sulle due settimane », crea non poche preoccupazioni per i mesi a venire: «La ricerca di personale qualificato di livello medio-alto, soprattutto quadri e dirigenti che abbiano anche competenze tecniche, ad esempio ingegneri con capacità di vendita, è cresciuta del 30% dallo scorso mese di luglio. E si tratta quasi sempre di contratti a tempo indeterminato. Ma per la parte più meccanica della produzione le aziende scelgono il lavoro in somministrazione».
UN MERCATO DEL LAVORO BIFRONTE La politica delle imprese italiane prefigura, dunque, una forbice sempre più allargata tra professionisti qualificati, ben pagati e inquadrati, e lavoratori generici destinati a passare continuamente da un contratto interinale ad un altro. «Le aziende pensano di aver bisogno di una flessibilità sempre maggiore per poter sopravvivere» sottolinea Marco Ceresa, direttore generale di Randstad Italia. «Per questo le loro strategie sono sempre più di breve periodo: vedono un consumatore erratico nelle proprie scelte, sensibile alle mode in cambiamento di un mondo globalizzato e iperconnesso, e cercano di agire in tempi stretti. Evitando di legarsi a costi di lungo termine». Ecco spiegato perché, nonostante la ripresa del mercato del lavoro dimostrata dagli incrementi a doppia cifra delle società di servizi per l’impiego, le migliaia di lavoratori che da mesi si trovano in cassa integrazione non sono ancora rientrati sulle linee di produzione, e presto dovranno affrontare la scadenza degli ammortizzatori sociali. «La timida crescita economica in corso non avrà purtroppo un grande impatto sull’occupazione», prevedeAndrea Malacrida, direttore commerciale di Adecco Italia, che nel terzo trimestre 2010 ha registrato un incremento dei ricavi del34%edutili per 10 milioni di euro. «Le stime per il 2011continuano ad essere positive, ma l’economia si trova ancora ben lontana dai livelli del 2007-2008. Lo dimostra il settore metalmeccanico, che pure rappresenta il 25% delle ricerche di personale attualmente in corso, soprattutto per figure specializzate, ma che certo non può dirsi stabilmente avviato alla ripresa». Per i lavoratori – su questo convergono le analisi delle società interinali e dei sindacati – l’unica strada percorribile è quella della formazione e riqualificazione professionale. Sempre che il fiato corto delle aziende offra loro sufficiente respiro per reinserirsi nel ciclo produttivo

L’Unità 22.11.10

"Le nuove sfide della democrazia nell´era della crisi economica", di Nadia Urbinati

A giudicare dal suo successo planetario, sembra di poter dire che la democrazia non abbia più nemici. Chi può dirsi oggi anti-democratico? Ma il non aver più rivali credibili esterni non significa che abbia vinto le sfide al suo interno. Una delle condizioni essenziali della cittadinanza democratica è che la società offra soddisfacenti opportunità di formazione e di riuscita e che le carriere siano aperte a tutti senza discriminazione; infine, che ci sia un´ampia classe media, un fattore quest´ultimo essenziale per la stabilità del sistema. I rischi maggiori vengono oggi dalla destabilizzazione di questo equilibrio socio-economico. Rischi classici e che si rinnovano. A scanso di equivoci, la democrazia non è governo degli economicamente eguali, ma governo nel quale le condizioni sociali ed economiche non devono valere a determinare il trattamento da parte della legge e il diritto di contribuire al processo decisionale. La democrazia consiste nell´impedire che le diseguaglianze sociali si traducano in diseguaglianze di potere politico. Il suo è un lavoro di contenimento.
A questo scopo, e proprio perché la libertà economica è fondamentale, le società democratiche moderne si sono preoccupate non solo di creare efficaci istituzioni politiche, ma anche di garantire ai loro cittadini le condizioni affinché ciascuno si formi le capacità per far sì che gli sforzi personali alla realizzazione dei propri progetti di vita non siano inutili. La democrazia non può disinteressarsi dello stato dell´eguaglianza dei suoi cittadini mentre, d´altra parte, non identifica l´eguaglianza con l´egualitarismo. Per questa ragione, le politiche sociali sono l´unico strumento che ha per difendere se stessa dal rischio permanente di erosione dell´eguaglianza.
La crisi economica sta portando alla superficie un fenomeno che è generale e riscontrabile in tutti i paesi: la crescita straordinaria del divario tra ricchi e poveri; più esplicitamente, l´assottigliamento della fascia dei veramente ricchi e quindi della classe media, con il conseguente allargamento della fascia dei meno abbienti e dei poveri. Negli Stati Uniti, per esempio, l´1% degli americani gode del 23.5% della ricchezza. In Italia, stando ai dati Istat, il 13,6% della popolazione si trova in condizioni di «povertà relativa». Queste cifre dovrebbero preoccupare chi ha a cuore lo stato di salute della democrazia.
In un recente volume dal titolo significativo Winner-Take-All-Politics, Jacob S. Hacket e Paul Pierson (un economista di Yale e uno di Princeton) sostengono che i ricchi attuano da anni una politica di conquista del potere. La dimostrazione verrebbe non principalmente dall´attuale crisi economica, ma da una strategia politica che, cominciata nella seconda metà degli anni ´70, ha favorito politiche fiscali che hanno teso a beneficiare i più abbienti. Negli Stati Uniti, a iniziare questa politica è stato il democratico Jimmy Carter, al quale si deve l´avvio della deregulation. La collusione di potere economico e potere politico che si è consolidata a partire da quegli anni, spiegano gli autori del libro, è andava verso una direzione sola, poi suggellata dalla politica fiscale del governo G. W. Bush: la deresponsabilizzazione dei più ricchi nei confronti della società, della quale usano i vantaggi ai quali contribuiscono anche i meno ricchi. La riduzione fiscale a chi guadagnava più di 200.000 dollari l´anno è stata propagandata dal governo Bush con l´argomento che ciò avrebbe incentivato la produzione e indirettamente favorito tutti. Il fatto è che coloro che hanno ottenuto le agevolazioni dallo Stato non hanno investito per creare nuovi posti di lavoro ma hanno creato un vero regime di privilegio (sul The Wall Street Journal si parla senza giri di parole di «plutocrazia»).
La storia americana è esemplare ma non unica. Come gli studiosi che si occupano del consolidamento democratico sanno, le politiche scolastiche sono tra i più importanti indicatori di successo o all´opposto di insuccesso, poiché tra le opportunità l´educazione è quella che più risente dell´influenza delle condizioni economiche e famigliari. La nostra Costituzione aveva previsto questo e si era premunita di neutralizzare questo fattore di diseguaglianza con l´Art. 33 che riconosce la libertà ai privati di istituire scuole ma «senza oneri per lo Stato», ovvero senza togliere risorse alla scuola di tutti. Eppure governi e parlamenti (di entrambe le coalizioni) negli ultimi due decenni hanno trovato il modo di aggirare questa norma e di intaccare uno dei pilastri della cittadinanza democratica.
Come si restringe paurosamente la superficie dei ghiacciai polari, così si restringe la fascia dei cittadini che godono di una sufficiente eguaglianza di opportunità. L´analogia è certamente retorica – benché sia interessante vedere come la qualità della vita ambientale e la qualità delle democrazie marcino nella stessa direzione: in discesa. Nel caso delle democrazie, un´altra analogia, questa volta non retorica, merita di essere considerata: all´aumento della diseguaglianza sociale fa seguito il declino delle opportunità politiche per la grande maggioranza dei cittadini di contare o avere voce. Un indicatore di questa trasformazione oligarchica sta nell´impiego di quantità sempre maggiori di denaro privato sia nelle campagne elettorali sia nella politica ordinaria, sia come sappiamo fin troppo bene nei sistemi di informazione: per persuadere i rappresentanti a favorire o ostacolare proposte legislative, e per controllare l´opinione pubblica in modo tale da riuscire a orientare il comportamento elettorale dei molti verso politiche che favoriscono i pochi.

La Repubblica 22.11.10

Prima gli italiani di domani

Il piano nazionale del governo per l’infanzia è tardivo e inadeguato, si sbandierano i principi e si tagliano le risorse economiche. Dal PD una proposta di Legge Quadro sull’Infanzia e Adolescenza.
Si è celebrato il ventennale dall’entrata in vigore da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite della “Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza”, approvata nel 1989 dall’Assemblea e ratificata dall’Italia con legge del 27 maggio 1991, n. 176.
E’ un trattato vincolante nell’ambito del diritto internazionale, che codifica i principi guida che gli Stati membri delle Nazioni Unite hanno accettato di considerare universali, cioè applicabili a tutti i bambini, di qualsiasi nazionalità o cultura, in qualsiasi tempo e senza alcuna eccezione, per il solo fatto di essere tutti membri della famiglia umana. Questo trattato ha ispirato modifiche a molte leggi nazionali esistenti, per tutelare più efficacemente i bambini. Ma a che punto siamo dopo quasi 20 anni?
Cecilia Carmassi, Responsabile Politiche per la famiglia della Segreteria nazionale del Pd, lancia l’allarme: “I figli iniziano ad essere un lusso che non tutti si possono permettere! In un Paese che ha bisogno di incrementare la natalità gli investimenti in servizi e misure di sostegno ai bambini e adolescenti dovrebbero essere una priorità, così come gli investimenti per prevenire il disagio dei giovani o per accogliere ed accompagnare nella crescita i bambini che non hanno una famiglia. Invece, con la legge di stabilità è stato azzerato il fondo per gli asili nido e con i fondi legati alle politiche sociali abbattuti dell’80% in 3 anni. Il Partito Democratico, al contrario, ha messo al centro delle sue politiche proprio le giovani generazioni a partire dalle politiche di riforma fiscale prevedendo un bonus di 3000 euro ogni anno per ogni figlio”.
FIRMA LA NOSTRA CAMPAGNA PER LA FAMIGLIA.

Il problema è che ci accorgiamo dell’infanzia solo per le tragedie, come è emerso dalla conferenza del Forum Infanzia e Adolescenza del Pd, “I bambini via dalla cronaca nera: rimetterli al centro”, con Anna Serafini, presidente del Forum infanzia e vicepresidente Commissione parlamentare infanzia, la stessa Carmassi, Sandra Zampa, deputato capogruppo Pd Commissione parlamentare infanzia, e Lorena Rambaudi, assessore regionale alle politiche sociali in Liguria. che ha raccolto anche l’appello del Presidente Giorgio Napolitano ad un’azione più incisiva sui diritti dei minori.
Si è parlato anche del messaggio del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, in occasione della giornata: “Ho già avuto modo di richiamare, in più occasioni, la necessità che l’azione dello Stato e degli enti territoriali in favore dell’infanzia e dell’adolescenza si imperni innanzitutto sul sostegno alle famiglie nel primo, fondamentale percorso educativo e sulla destinazione alla scuola e alla società civile di risorse economiche e culturali adeguate. E’ compito della collettività offrire al mondo dell’adolescenza, ancora fragile e impegnato in un delicatissimo cammino formativo, modelli positivi e non effimeri che riaffermino con chiarezza il primato dello studio, dell’impegno e del sacrificio nel conseguimento di ogni importante conquista individuale”.

Il richiamo del Presidente sembra andare nel senso opposto rispetto alle politiche economiche e sociali attuate dal governo Berlusconi contro il quale il Pd e le opposizioni si battono. Noi consideriamo i bambini e gli adolescenti il migliore investimento per il presente e il futuro, in quanto la crescita del Paese è legata alla loro crescita sociale e culturale. Siamo convinti che dalla crisi che attanaglia l’Italia non si esce se non si svolta anche nelle politiche a favore dell’infanzia e dell’adolescenza. Invece la risposta del governo con il ‘Piano nazionale infanzia’ presentato nei giorni scorsi è tardiva, inadeguata e priva di risorse certe, come spieghiamo nella nostra scheda. Puri principi a cui non corrispondono né azioni né risorse come spiega Daniela Sbrollini, deputata Pd componente della Commissione bicamerale per l’infanzia: “Il Governo presenta progetti bandiera, ma con la Legge di stabilità taglia le risorse e svuota le politiche. Nel prossimo triennio i fondi per l’infanzia e per le politiche giovanili subiranno una riduzione progressiva del 30% annuo – ci spiega – I numeri parlano chiaro e sono allarmanti. Si passa da 346 milioni di euro destinati nel 2008 al Fondo per le politiche della famiglia ai 52 del 2011, e addirittura i 100milioni di euro destinati al Fondo servizi infanzia del 2008 diventeranno 0 nel 2011″.
Un piano inadeguato anche per le altre opposizioni e per la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, a cui il PD offre soluzioni migliorative, come la definizione dei livelli essenziali sulle prestazioni sociali e i diritti dell’infanzia (bisogna riconoscere concretamente i bambini come soggetto di diritti e non più come oggetto) e dell’adolescenza, la riforma della giustizia minorile e l’assunzione di proposte già depositate e in parte già inserite in un iter legislativo.
Proposte che non sottovalutano il tema dell’integrazione, come ha ricordato la Serafini: “I bambini sono tutti uguali e la vera integrazione si fa a partire dai bambini che nascono e crescono in Italia da genitori stranieri: per definizione non possono essere definiti immigrati e hanno il diritto di essere italiani a tutti gli effetti”.

Ora la Proposta di legge quadro sull’Infanzia che le racchiude tutte, finanziata con un Fondo che aumenti progressivamente rispetto al Pil sarà al centro della prima conferenza nazionale del Pd sull’infanzia e adolescenza che si svolgerà a Palermo.

Insomma no alla retorica, si agli impegni, come scrive Cecilia Carmassi.

www.partitodemocratico.it

"Pd, Prodi torna in campo e pensa al Colle", di Marco Marozzi

Tutto è cominciato con una messa solenne. E adesso si parla già di miracolo, “il ritorno di Prodi”. Il luogo dove “l’ex premier tornerà ufficialmente in campo con il Pd” è un un monastero medioevale tra la val di Chiana e la val d’Orcia, l’abbazia di Spineto, a Sarteano, provincia di Siena. Giorno fissato, giovedì 25 novembre. Il Professore sarà relatore del seminario organizzato da Dario Franceschini per i deputati del Partito democratico. Raduno ufficialmente a porte chiuse, in realtà i confini sia dei partecipanti – attesi anche vari senatori – che dei temi, saranno fluidi. ”Le proposte del Pd e l’iniziativa parlamentare” è il titolo onnicomprensivo scelto per un appuntamento che si dipana fino a venerdì 26. Romano Prodi il 25 novembre alle cinque del pomeriggio parlerà su ”La globalizzazione dopo la crisi”. Di nuovo tema professoralmente asettico.

In realtà la freddezza dei toni cerca di coprire i fuochi di speranza che stanno dietro la chiamata di Prodi. Non a caso la notizia, parlando di “ritorno”, è stata diffusa da Roma. Tutto parte da un viaggio di Prodi a Ferrara: 31 ottobre, domenica, si celebrano in Duomo i 50 anni di sacerdozio del vescovo Rabitti. Prima della lunga messa, Prodi fa un salto nello studio lì accanto di Franceschini. Chiacchiere molto amichevoli, ma molto decise sulla politica italiana. “Verresti…” lancia l’ex segretario Pd. L’altro ci pensa, poi qualche giorno dopo accetta.
Lontani i tempi dell’ira anti Veltroni dopo la caduta, le divisioni delle primarie quando Prodi appoggiò Bersani contro Franceschini, stimato ma – ahilui – vice di Veltroni. Nuova fase. Anche se a Bologna ancora ieri a pranzo l’ex presidente del Consiglio di ritorno da un convegno milanese delle Acli rideva: “L’applauso più grande l’ho avuto quando ho detto che non avrei parlato di Italia”. Prodi insiste: “Con la politica attiva ho chiuso. Ora giro per il mondo a insegnare, un lavoro bellissimo”.

La presenza del fondatore dell’Ulivo nel convento sarà comunque un messaggio forte. Di rilevanza politica. Anche se calibrato, dallo stesso Prodi e da chi l’ha invitato. “E’ un’occasione fuori dai temi della cronaca. – dice Dario Franceschini – Si parlerà di politica, ma non della politica quotidiana. Si cercheranno di approfondire temi di alto respiro e Prodi porta un contributo unico ad un ragionamento sulla situazione europea e mondiale”. “E di contributi così ne abbiamo molto bisogno, – chiosa David Sassoli, capogruppo Pd all’Europarlamento – oltre tutto in un passaggio storico che potrebbe segnare la fine del populismo berlusconiano”.

Nella due giorni del Pd ci saranno Giuliano Amato, professori, giornalisti. Chiuderà Pier Luigi Bersani. Non incontrerà Prodi, ma il fatto è di importanza relativa. L’ex presidente del Consiglio e della Commissione Ue, pur godendosela a fare il pensionato globe trotter, si muove ormai da grande battitore libero nel sistema politico italiano. Parla di “processo di transizione finito in un pantano”. Di “crisi culturale, morale e politica”.

I suoi sognano una strada verso il Quirinale, se nel 2013 il quadro politico sarà meno sfavorevole. “L’obiettivo è unire e non dividere” dice lui, dipingendo in toni drammatici la crisi “politica ed istituzionale”. Rilancia un concetto di Maritain e De Gasperi che da premier gli costò molti attacchi: “cristiano adulto”. “Un cristiano sostenuto dalla fede religiosa e dalla passione per gli uomini”. Invita a trovare “i punti di evoluzione, di cambiamento, di dialogo, a comprendere le ragioni del comportamento degli altri”. Citando Benigno Zaccagnini ammonisce: “Se siamo dentro la società e siamo capaci di rinnovarci, allora sì, possiamo influire sul comportamento della gente”.

“C’è oggi bisogno di richiami forti, per un nuovo impegno, – dice – per rinnovate fedeltà alla nostra ispirazione cristiana, per nuove responsabilità storiche. Magari per sperimentare nuovamente la contraddizione tra il nostro essere testimoni e il nostro essere responsabili. C’è bisogno di un richiamo, che non sempre arriva da chi lo dovrebbe inviare, di una nuova attenzione sul piano dei valori, sul piano della coerenza personale”. Chiama a ripartire: “Costruire una buona società è ancora possibile. Risvegliare la dignità in questo nostro paese è ancora possibile. Riportare l’Italia di fronte alle sue responsabilità morali e politiche è ancora possibile”.

La Repubblica 21.11.10

"Il Governo del “non fare niente” per l’edilizia scolastica", di Manuela Ghizzoni

Il 17 novembre 2010 il sottosegretario Viceconte ha risposto ad una nostra interrogazione presentata in Settima Commissione della Camera. Il testo della medesima risposta corrispondeva sostanzialmente a quello di un comunicato del MIUR emesso il 12 dello stesso mese. Al di là di questioni formali voglio esaminare la sostanza di quelle dichiarazioni.

Noi ricordavamo che l’art. 7-bis. della legge 169/09 prevedeva che al piano straordinario per la messa in sicurezza degli edifici scolastici, formulato ai sensi dell’articolo 80, comma 21, della legge 27 dicembre 2002, n. 289, e successive modificazioni, venisse destinato un importo non inferiore al 5 per cento delle risorse stanziate per il programma delle infrastrutture strategiche in cui il piano stesso era ricompreso.

Ricordavamo che il citato comma 21 dell’art.80 prevedeva che nell’ambito del programma di infrastrutture strategiche di cui alla legge 21 dicembre 2001, n. 443, si attuasse un piano straordinario di messa in sicurezza degli edifici scolastici con particolare riguardo a quelli che insistono sul territorio delle zone soggette a rischio sismico. Il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell’istruzione, dell’Università e della ricerca, avrebbe dovuto presentare il predetto piano straordinario al CIPE(inizia in quell’occasione un processo di espropriazione delle competenze regionali che, arrivato all’appuntamento del federalismo, produce le fughe verso l’ipotesi di una Scuola SPA a cui assegnare la proprietà degli edifici e i relativi compiti di costruzione di manutenzione).
Ricordavamo che, in attuazione di tali disposizioni, un primo piano stralcio – comprendente 738 interventi a livello regionale per circa 194 milioni di euro – fu approvato dal CIPE e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’11 agosto 2005 e che un secondo piano stralcio di oltre 300 milioni per circa 900 interventi, era stato adottato con le stesse modalità e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 10 aprile 2007, n. 83;
Il Sottosegretario ha sostenuto che l’atto di indirizzo di cui all’art.2 comma 239 della legge n.191 del 23 dicembre 2009 che avrebbe dovuto individuare gli interventi di immediata realizzabilità fino all’importo complessivo di 300 milioni di euro, con la relativa ripartizione degli importi tra gli enti territoriali interessati, non si colloca, come detta tale norma di legge, nell’ambito delle misure e con le modalità previste ai sensi dell’articolo 7-bis. del decreto-legge 1° settembre 2008, n. 137, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2008, n. 169, ma bensì si riferisce al completamento dei suddetti piani stralcio nati con la legge finanziaria del 2003.
Il sottosegretario ha spiegato che, dopo nove mesi dalla scadenza inizialmente prevista dalla legge, il governo ha chiesto di ridimensionare l’atto di indirizzo entro lo stanziamento di 115 milioni di euro in quanto, conseguentemente alla delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE) n. 114 del 18 dicembre 2008, (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 14 maggio 2009), il Governo ha accantonato per la prosecuzione del piano in oggetto ulteriori 10,5 milioni di euro per quindici anni pari, ai tassi di interesse vigenti, a circa 115 milioni di euro.

Chiedevamo inoltre di conoscere lo stato di attuazione degli altri interventi previsti dal sopracitato art.7bis ma non abbiamo avuto al riguardo alcuna risposta.

Segnalavamo come fosse del tutto evidente che per individuare il 5% della somma destinata al Piano per le infrastrutture sarebbe stato necessario conoscere l’ammontare attuale del medesimo. Il sottosegretario ha sostenuto in modo non troppo esplicito( perché avrebbe segnalato l’esistenza di un Piano per le infrastrutture di soli 20 miliardi) che l’ammontare di quella quota percentuale deve identificarsi nei mille milioni previsti dalla delibera del CIPE del 6 marzo 2009, n. 3 (Gazzetta Ufficiale n. 129/2009), con la quale é stata disposta l’assegnazione di 5.000 milioni di euro dei FAS a favore del fondo infrastrutture di cui all’art. 18, lettera b), del decreto legge n. 185/2008, per interventi di competenza del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, con una destinazione di 200 milioni di euro al finanziamento di interventi di edilizia carceraria e di 1.000 milioni di euro, appunto, al finanziamento di interventi per la messa in sicurezza delle scuole.
Nell’ambito di tali 1.000 milioni di euro è stato successivamente operato lo stralcio di 358,4 milioni di euro di cui alla Deliberazione n. 32/2010) (GU n. 215 del 14-9-2010 – s.o. n.216.)
Tale delibera peraltro non stabilisce termini perentori per la stipula delle Convenzioni tra enti Locali destinatari degli interventi e il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.

Il ogni caso dalla risposta del Sottosegretario si ricava che del miliardo di euro prelevato dai FAS già destinati al MIUR, 226 milioni sono stati destinati alla ricostruzione delle scuole in Abruzzo e di essi non è noto quanti siano stati impiegati per l’allestimento dei prefabbricati che come è tristemente noto da quelle parti è cosa ben diversa dalla ricostruzione. Altri 358,4 milioni, dopo un tortuosa procedura iniziata nel marzo 2009 con una prima delibera del CIPE, sono ancora in corso di allocazione dal Ministero dello sviluppo economico a quello delle infrastrutture. Intanto le Convenzioni fra Enti locali e quest’ultimo Ministero, previste per la realizzazione dei 1700 interventi, sono ancora ferme al palo. Nessun cantiere è stato ancora aperto e ciò è tanto più grave se si ha presente che nel maggio scorso le Regioni sono state espropriate delle loro competenze programmatorie proprio in ragione dell’urgenza che veniva attribuita a tale programma. Ovviamente per l’iter relativo all’utilizzo dei residui 426 milioni, da destinare prevalentemente alle regioni dell’Obiettivo 1 non vi è alcuna certezza temporale essendo subordinato alle autonome scelte di utilizzo dei Fas da parte del ministro dell’economia. La stessa comunicazione ministeriale sul completamento dei lavori per l’allestimento dell’anagrafe per l’edilizia scolastica desta molte perplessità, circa la sua reale veridicità, non essendo ancora state comunicate ai suoi principali utilizzatori, Enti locali e Regioni, le modalità di una sua utilizzazione e del suo aggiornamento.

In ogni caso, dalla risposta alla interrogazione risulta che il Governo non è ancora in grado di chiarire una serie di questioni posta alla sua attenzione, quali quella riguardanti:
– i risultati dei più recenti monitoraggi sullo stato di avanzamento dei piani che risalgono alla legge finanziaria del 2003;
– le risultanze del piano triennale di circa 900 milioni di euro attivato, tramite una specifica intesa tra Ministero, Regioni ed enti locali, in attuazione della legge finanziaria 2007;
– il numero delle Convenzioni stipulate, in ogni regione, dopo la pubblicazione della delibera CIPE n. 32/10;
– la reale entità degli stanziamenti, riferiti ai 358,4 milioni di euro della suddetta delibera, effettivamente disponibili ed erogabili per l’anno 2010 e la loro disponibilità per gli anni successivi;
– e infine quale sia lo stato di attuazione degli obiettivi indicati ai commi da 2 a 7 dell’art. 7bis. del decreto-legge 1° settembre 2008, n. 137, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2008, n. 169(il recupero di somme stanziate in materia nel passato a favore delle Regioni e per vari motivi non spese e le 100 manutenzioni di altrettanti edifici scolastici da effettuare con una procedura straordinaria);

In questo quadro di carenze ed omissioni assume un particolare rilievo la totale confusione e indeterminatezza con cui viene trattato il tema dell’edilizia scolastica nei primi provvedimenti sul federalismo fiscale: la materia è definita, giustamente, nella legge delega come una funzione fondamentale dei Comuni e delle Province, ma per tali enti – in assenza di trasferimenti loro destinati nel bilancio dello Stato – si profila l’impossibilità di una qualsivoglia fiscalizzazione delle risorse da mettere a disposizione del soddisfacimento dei fabbisogni standard, una volta individuati nel quadro dei livelli essenziali delle prestazioni che caratterizzano tale materia. Il solo trasferimento individuato dallo Stato, peraltro per le Regioni, è quello che, nel 2008, fu previsto dal Governo Prodi nell’ambito del piano triennale conseguente al patto per la sicurezza, con una disponibilità di 100 milioni di euro.
Il governo del “fare” per l’edilizia scolastica si è dunque finora caratterizzato come il peggior governo del “fare solo chiacchiere”.

www.retescuole.net

"Nelle mani degli inquisiti. Le ombre su Governo e Pld", di Federica Fantozzi

Non è un «problema» per il governo, giura Matteoli. «De minimis…» glissa La Russa con un filo d’altezzosità. Nessuna tribolazione, assicura Berlusconi. Due ministri e un premier (troppo?) impegnati a sminare il già accidentato percorso della maggioranza derubricando il «caso Carfagna» a bega locale se non personale. Ovviamente sanno tutti che non è così. Per il Cavaliere il bel volto rabbuiato di Mara, il suo grido di dolore che «il partito è in mano agli affaristi», la tentazione di scendere in campo a Napoli non con gli amici-nemici futuristi ma (forse e peggio) con una lista civica, poneva un’alternativa del diavolo. Da un lato, il simbolo del berlusconismo del terzo secolo, la ministra sexy e competente che può sfatare la maledizione coniugal-politica delle veline uguale ciarpame.

Dall’altro, un sistema: il potente e ricchissimo Cosentino, le province e i comuni che controlla, il lucroso business di rifiuti e termovalorizzatori. Con crudezza: rischiare la titolare delle Pari Opportunità o quel manipolo di parlamentari fedeli al coordinatore campano che potrebbero costargli la sfiducia il 14 dicembre? Alla Spendibile (che non controlla divisioni) il premier ha preferito i Notabili e gli Intoccabili. In ogni caso, un gioco a perdere. Soldi e voti, affare e malaffare, cricche e inchieste. Ombre sgradevoli guizzano dietro governo e partito. Ecco perché, di fronte alle motivazioni della Corte d’Appello sulla condanna a Dell’Utri come «mediatore» tra la mafia e Berlusconi fino al 1992 consentendo ai boss di «agganciare» l’allora nascente «impero finanziario ed economico» del Biscione, il solito Matteoli sottolinea che «il caso non riguarda l’esecutivo perché il senatore non ne fa parte». Quasi a scacciare quel sospetto, rilanciato dai dipietristi, che alla fine Silvio sia stato «riacciuffato dal passato ed è l’inizio della fine».

Dell’Utri, Mangano lo stalliere-eroe, Cosa Nostra: storie vecchie, che riguardano Forza Italia che non c’è più, «trite e ritrite» si duole il bibliofilo siciliano, collezionista dei diari di Mussolini e animatore dei circoli del Buongoverno. Cosentino, la tesi dei pm che sia stato eletto dai voti dei clan camorristici, il presunto dossieraggio contro Caldoro, il passo indietro da sottosegretario: storie nuove, del PdL giovanissimo e già agonizzante. Dell’Utri e Cosentino: coinvolti (con Verdini) nell’inchiesta sulla P3 di Carboni, accusati di associazione a delinquere e violazione della legge che vieta le società segrete. Difeso a spada tratta da Berlusconi, il sottosegretario all’Economia dovette lasciare per il pressing di Fini, che aveva già archiviato la battaglia per la guida del partito e cominciava a intestarsi quella per la legalità.

Non a caso oggi il falco fliniano Granata commenta entrambe le vicende. A Carfagna dice: «Persona perbene, costretta dai vertici del PdL a vivere in ambienti discutibili nel contesto (campano) infrequentabile». A Berlusconi «imprenditore estorto», invece: «Non è un esempio di buone pratiche per gli italiani a cui chiediamo ogni giorno di non cedere e denunciare le pressioni estorsive delle mafie. Non è un esempio da seguire». Non a caso il ministro Maroni reagisce con «ferocia immotivata», parole di Saviano, al monologo televisivo in cui l’autore di Gomorra denuncia che la Lombardia è terreno di caccia per le organizzazioni criminali e «al Nord la ‘ndrangheta interloquisce con la Lega».

E se il titolare del Viminale depone le armi contro lo scrittore, Bossi non lo segue. Non a caso, quando i cosiddetti «cuffariani» di Sicilia minacciano apertamente di lasciare l’Udc in direzione PdL Casini lascia filtrare un commento sprezzante: «Mi libero di un peso. Tremavo all’idea di dover ricandidare alcuni impresentabili». Questione di immagine, non secondaria quando si teme l’avvicinarsi di una campagna elettorale: via i Totò Vasa Vasa, i Drago, i Mannino, via il partito siciliano che porta in dote guai vecchi e nuovi con la giustizia. Questione di immagine, appunto. E quella del PdL, tra bande d’affari e olezzo di munnezza e ombre tentacolari, al momento non splende.

L’Unità 21.11.10

"L'Aquila chiama l'Italia e l'Italia risponde", di Stefania Pezzopane*

L’Aquila ha chiamato l’Italia e l’Italia ha risposto, con entusiasmo e con generosità. Sorprendenti le code di tanti cittadini, per firmare la proposta di legge popolare. Una prova tangibile che una tragedia come questa non si può gestire con ordinanze o decreti, ma è necessaria una legge che stanzi risorse concrete, dia certezze sui tempi della ricostruzione e restituisca poteri agli enti locali. Dispiace constatare l’assenza, per la prima volta di alcuni gonfaloni, tra cui quello della Provincia dell’Aquila. Una mancanza di rispetto per i 25mila che hanno sfilato, anche sotto la pioggia battente. Al governo chiediamo di dare risposte alle istanze della popolazione. Non ci accontenteremo di altre vane promesse o di inutili ed estenuanti rinvii, a cui finora siamo stati costretti.

* Responsabile nazionale PD per la ricostruzione

******

L’Aquila chiama Italia: in migliaia sotto la pioggia battente per gridare il dolore della città

«Riprendiamoci la città». Uno striscione lungo oltre dieci metri è stato srotolato all’Aquila al passaggio del corteo dal ponte Belvedere, uno dei ponti simbolo della città, alle porte dellazona rossa. Il corteo, che sfila fino a piazza Duomo nel cuore del centro storico, attraversa via XX Settembre, una delle arterie più devastate dal terremoto del 6 aprile 2009. Oltre 13mila persone sotto la pioggia per la mobilitazione “L’Aquila chiama Italia”, molti con caschi da cantiere, per dire «L’Aquila è nostra», per chiedere garanzie per la ricostruzione, per gridare il dolore dei terremotati, di hi ha perso affetti, casa e lavoro. C’è anche un grande striscione in ricordo delle vittime del sisma.

Tra le prime delegazioni arrivate davanti a Piazza d’Armi sono quelle di Terzigno (Napoli) e Boscoreale (Napoli): ad accogliere i manifestanti c’è una lavatrice gigante fatta in cartone con dei panni appesi e uno striscione con la scritta «Basta speculare sui nostri panni». Non mancano le carriole, ormai diventate simbolo della protesta dei terremotati e gli striscioni con le scritte “Macerie di democrazia”.

L’arcivescovo dell’Aquila, Giuseppe Molinari, ha rivolto un appello «a tutti gli aquilani migliori di fare in modo che questa manifestazione di domani sia veramente un grido al Governo, allo Stato, per dire che L’Aquila c’è e ha i suoi problemi, ma esorto tutti a eliminare possibili infiltrazioni e strumentalizzazioni».

In concomitanza con la manifestazione nazionale «Sos: L’Aquila chiama Italia» è partita laraccolta delle 50mila firme necessarie per presentare in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare per la ricostruzione post-sisma e la messa in sicurezza di tutti i territori italiani, scritta proprio dai cittadini aquilano. Numerosi pullman sono giunti all’Aquila da tutta Italia, per sostenere la causa dei cittadini abruzzesi, che chiedono a tutti di sfilare senza bandiere di partito. Ha firmato anche il vicesegretario del Pd, Enrico Letta, giunto nel capoluogo d’Abruzzo per dare solidarietà alla mobilitazione. «È stato un anno estremamente complicato – ha commentato Letta – con tante promesse da parte del governo, e alla fine i risultati sono stati assolutamente deludenti».

In corteo le delegazioni istituzionali a partire dal Consiglio Comunale dell’Aquila che ha votato l’adesione all’unanimità. Ci sono sindacati, associazioni, l’università e la locale squadra di rugby, rappresentanze di altri Comuni del cratere, anche se i sindaci di sette amministrazioni (Barete, Cagnano Amiterno, Capestrano, Capitignano, Caporciano, Carapelle Calvisio, Poggio Picenze) hanno deciso di rinunciare visto che la manifestazione è stata, a loro dire, «strumentalizzata dal centrosinistra per criticare il Governo». Per il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, queste assenze sono «un errore molto grave perchè è una manifestazione che nasce dalla società civile, dal sindaco e dai comitati cittadini e le istituzioni devono stare al loro fianco. È un errore strategico anche per l’immagine che diamo complessivamente».
Sono presenti le segreterie di buona parte dei partiti di opposizione: Pd, Radicali, Sel, Prc, Sinistra critica, Psi, Comunisti italiani e Italia dei Valori.. «L’Aquila ci chiama – ha detto Di Pietro – perché da troppo tempo viene presa in giro, perché è stata cinicamente usata come vetrina propagandistica per una falsa ricostruzione, perché il centro storico e i comuni vicini sono ancora seppelliti da tonnellate e tonnellate di macerie che né Berlusconi né Bertolaso hanno pensato di sgombrare». Questo Governo, ha commentato Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista e Federazione della sinistra, «ha tramutato il terremoto in uno spot, ma dietro lo spot non c’è niente. Pieno sostegno alla proposta di una legge di iniziativa popolare, unica strada per la ricostruzione». Per l’esponente di sinistra la vergogna di questo Governo è anche «i soldi per le grandi opere, per i caccia bombardieri e non per le ditte che stanno lavorando per la ricostruzione aquilana».

Il Sole 24 Ore 20.11.10

******

L’Aquila c’è Ma l’Italia dov’è?

Oltre 20mila persone hanno partecipato alla manifestazione organizzata dal Comitato 3.32. Stufi del “catastrofe show”, in attesa di una ricostruzione che non arriva, gli aquilani hanno presentato una legge d’iniziativa popolare

di Sara Picardo
foto di Sara Picardo (immagini di foto di Sara Picardo)
L’Aquila chiama Italia. E l’Italia risponde. Dai No Tav torinesi alle mamme di Terzigno, dai terremotati irpini ai genitori dei piccoli morti dopo il crollo della scuola di San Giuliano Marche. Dalla vicina Capitale alla lontana Sicilia. Oltre 20mila persone sono giunte alla manifestazione organizzata dai cittadini aquilani per ricordare che il capoluogo abruzzese, dal tragico sisma delle ore 3.32 del 6 aprile 2009, è una città morta, abbandonata a se stessa, sotto “macerie di democrazia” appunto, come recita il titolo scelto dai promotori della giornata.

Anche il cielo ha pianto insieme a parenti e amici delle vittime, accompagnando il corteo partito da piazza d’Armi alle 2 del pomeriggio sotto una pioggia battente. Un numeroso spezzone si è allontano dal percorso stabilito, entrando nella zona rossa, nessun ostacolo sul cammino, ai lati un cimitero di palazzi abbandonati, i resti di una città fantasma. Quasi 12mila case totalmente danneggiate nei centri storici per cui non sono ancora cominciati i lavori.

“Il progetto C.A.S.E. accoglie 14.205 persone, non 30mila, come aveva dichiarato ad agosto del 2009 il nostro premier Silvio Berlusconi e da gennaio molto probabilmente dovranno tornare a pagare l’affitto, mentre ci hanno fatto la carità di prorogarci il pagamento delle tasse per altri 6 mesi”, racconta una ragazza del Comitato 3.32, promotore insieme ad altri della manifestazione. Mentre parla indica i negozi chiusi e mezzo crollati lungo la strada. Solo un bar è rimasto aperto.

“Quasi 7mila persone vivono nei Moduli Abitativi Provvisori, 1.410 alloggiano in appartamenti in affitto concordato con la Protezione civile, quasi 3mila vivono ancora in albergo, per lo più anziani. E dei single non si sa più niente. Ormai la gente lascia L’Aquila, non c’è più lavoro né futuro”, le fa eco Angelo, di Epicentro Solidale. “Nessuno vuole più venire qua, ma noi vogliamo restare”.

Sono stufi, non ce la fanno più di passerelle mediatiche, del “catastrofe show” inventato per il pubblico del consenso, di commissari straordinari ‘spreconi’, di ordinanze di Protezione civile in deroga a ogni legge, (ben 40 dall’inizio del sisma) di affaristi e speculatori ridanciani. Per questo gli aquilani hanno presentato una legge di iniziativa popolare, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale il 17 novembre scorso. “Da oggi parte la raccolta delle 50mila firme necessarie per la presentazione del testo in Parlamento. Per questo, adesso, ci serve l’Italia, quella solidale, che ci è stata vicino fin dal primo momento”, commenta Elena, sfollata del progetto Case, che da quel giorno d’aprile non ha più rimesso piede nella sua vecchia abitazione.

“La nostra legge l’abbiamo scritta noi cittadini dopo centinaia di assemblee utilizzando la piattaforma informatica open source e collaborativa “Wiki””, racconta uno studente universitario, che dopo il terremoto non ha ancora una mensa dove mangiare.

“Con questa legge chiediamo che avvenga subito la ricostruzione socio economica del cratere del sisma e che il compito sia affidato, non alle ordinanze di protezione civile, bensì agli Enti locali competenti”, spiega Marco, del comitato dei parenti delle vittime della casa dello studente.

“L’Aquila non è solo una città piena di macerie e dimenticata da tutti – racconta Umberto Trasatti, segretario provinciale della Cgil de L’Aquila – ma anche una città che sta morendo sotto il punto di vista lavorativo. Prima del terremoto, a causa della crisi del comparto informatico, c’erano 850mila cig, ora ce ne sono 7milioni e 250mila, il 736,1% in più!”.

Dietro di lui le lavoratrici e i lavoratori della Vibac: 280 persone in cassintegrazione. Li seguono i lavoratori dell’Abruzzo Engineering: 193 persone che verranno licenziate a gennaio. “Siamo noi che abbiamo lavorato, prima del terremoto, al famoso rapporto dal titolo ‘Censimento per il rischio sismico’ che censiva edifici pubblici a rischio, tra cui la casa delle studente. Nessuno ci ha ascoltato, ora ci licenziano”, dice una donna bionda, con le lacrime agli occhi e una foto appesa al collo. Le sta vicino una dei 50 co.oo.co della Giunta regionale che da gennaio non avrà più un lavoro. “Sono precaria da 10 anni, non ho più una casa, vivo in albergo, la scuola di mia figlia è crollata e dove va ora non ha più una palestra e deve farsi ogni mattina un’ora di provinciale in mezzo al traffico, perché nessuno ha pensato, mentre faceva le C.A.S.E., che doveva fare pure le strade. Che Paese le sto lasciando, mi domando? Per questo voglio che la nostra legge passi, così non succederà più quello che è successo qui da noi, in nessun posto”.

“Ti offro un caffè?”, scherza una signora indicando un palazzo transennato e mezzo distrutto, mentre uno spezzone del corteo passa per la zona rossa del centro. La facciata è crollata, si vede il bagno e la camera da letto. I quadri sono ancora tutti appesi lì.

Quando il corteo arriva davanti al Duomo nessun politico sale sul palco, solo cittadini e istituzioni locali. Un minuto di silenzio per le vittime. Poi partono le penne, sotto il tendone accanto al palco: -59 giorni all’ora X per ottenere ben 50mila firme. L’Aquila chiama Italia. L’Italia risponda.

da Rassegna.it