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"La rivolta dello spettacolo che nessuno ascolterà", di Natalia Aspesi

I litigiosi al governo hanno ben altro da pensare, e ben altro da finanziare, piuttosto che lo spettacolo e la cultura. Con la cultura e forse anche con lo spettacolo, non solo non si mangia, ma non si fanno neppure affari, soprattutto se sporchi. Non risulta infatti che mafie e camorre se ne siano mai interessate.
Alla vigilia dello sciopero del settore, ancora non si è alzata la voce querula e comunque inascoltata dell´apposito ministro Bondi, per scongiurare l´ennesima, pacifica, e per ora improduttiva, rivolta: per ottenere dal governo qualche elemosina e magari un minimo di considerazione per se stesso. Ma perché il governo, che spende ogni anno 780 milioni per l´emergenza rifiuti in Campania, dovrebbe impietosirsi per lo sciopero dei lavoratori dello spettacolo che pure sono almeno 250 mila? Alla Scala il premier si concesse una sola volta e gli bastò, a teatro perché andare se raccontano cose diverse dalle barzellette, al cinema, la classe politica se non ride si addormenta, inutile frequentare il balletto se scarso di pelo (femminile e maschile), ai concerti, vade retro, al circo poi e perché perder tempo se certo ci si diverte di più alle feste supercafonal? Ma allora cosa vogliono questi fannulloni che scioperano in un momento così tumultuoso per il paese, che anche la devota Carfagna non ne può più? Lavorare? Assicurare buon cinema, buon teatro, buona musica, buona cultura ai milioni di italiani che li ritengono vitali, al mondo che ancora si aspetta da noi talento e genialità? Dal 2005 al 2011 i contributi dello Stato sono scesi di 400 milioni. E, sempre pensando alla cultura, mentre alla scuola pubblica sono stati sottratti 8 miliardi di euro, la scuola privata ha ricevuto quest´anno 533 milioni: il tentativo di decurtarne il finanziamento di 245 milioni è stato subito sventato: quasi la stessa cifra destinata all´immenso mondo del nostro spettacolo per il 2011, 288 milioni di euro. L´allegra, commovente occupazione del tappeto rosso alla recente inaugurazione del Festival del cinema di Roma da parte di centinaia di autori, attori, lavoratori del cinema, era stata bellissima, piena di speranza e senso di appartenenza. E poi? Lunedì si sciopera. E poi?

La Repubblica 21.11.10

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“Domani sale chiuse e artisti in piazza contro i tagli”, di ANNA BANDETTINI

Chiuse le sale da concerto, i cinema, i circhi. I teatri – solitamente di riposo il lunedì – cancellano prove e organizzano presidii come il Petruzzelli, i set cinematografici si fermano. Più di 250mila lavoratori dello Spettacolo domani incrociano le braccia per protestare contro il governo che impone misure draconiane e nella manovra finanziaria annunciata riduce il contributo statale (Fus) a 288 milioni di euro, minimo storico, con un taglio che sfiora il 40 per cento in un settore dove nell´ultimo biennio si sono già perse 150mila giornate di lavoro.
Lo sciopero di domani, organizzato dai sindacati confederali (Slc-Cgil, Fist-Cisl e Uilcom-Uil) è clamoroso per l´adesione unanime, comprese Agis e Anica (le due associazioni che potrebbero essere la Confindustria del settore) e perchè arriva (dopo le proteste dei giorni scorsi) alla vigilia dell´importante incontro al Quirinale di martedì di tutto il settore con il presidente Napolitano per i premi De Sica. Varie le forme della protesta: un´assemblea alle 10.30 al cinema Adriano a Roma, dove l´attrice Sabrina Impacciatore dirà in una conferenza stampa che «la cultura è un nutrimento per l´anima. Non siamo una falla del sistema, ma una potenzialità enorme»; a Genova Zubin Mehta terrà un concerto al Carlo Felice a sostegno del teatro e dello sciopero. «Qualcuno ha detto che con la cultura non si mangia – ha ironizzato il maestro con riferimento alle dichiarazioni del ministro Tremonti – Ma il pubblico partecipe di un´esperienza artistica migliora il suo modo di essere un cittadino. Per favore, Italia, cambia direzione sulla cultura, e guarda cosa fanno, anche con la crisi, gli altri Paesi d´Europa»; a Milano dalle 15 alla Camera del Lavoro parleranno Stephane Lissner, sovrintendente della Scala, Sergio Escobar, direttore del Piccolo, Andrèe Ruth Shamah, Renato Sarti. Toni Servillo, che ha cancellato per domani i Memoires di Goldoni al Piccolo, sarà con loro: «Lo Spettacolo è un patrimonio artistico che attira risorse, a cominciare dal turismo. Ed è un´impresa che dà lavoro soprattutto a giovani e donne». Con lo sciopero si chiede il reintegro del Fus, il ripristino delle agevolazioni fiscali, la legge dello Spettacolo dal vivo e lo stop alla delocalizzazione delle produzioni cineaudiovisive (in Rai hanno fatto perdere in un anno 400mila ore di lavoro). «Portano al depauperamento economico e artistico – dice Stefano Rulli, sceneggiatore a nome dei Centoautori – Il ministro Bondi ha promesso che le cose cambieranno. Bene, siamo qui per vedere se accadrà davvero».

La Repubblica 21.11.10

Da solo non ti salvi. Il 27 novembre in piazza per cambiare (insieme) l’Italia

La questione sociale diventa con sempre maggiore evidenza, nel nostro Paese, una questione generazionale. Si riducono le aspettative di benessere delle nuove generazioni, crescono le divaricazioni tra i destini sociali dei giovani e tornano ad essere come un tempo determinanti le eredità familiari e geografiche nello sviluppo della personalità.

La crisi e le politiche finalizzate a contrastarne gli effetti hanno drammaticamente peggiorato la condizione giovanile, mettendo a nudo l’insostenibilità del nostro squilibrato modello sociale, perseguito più o meno lucidamente negli ultimi vent’anni con responsabilità diffuse. Un mercato del lavoro duale, che espelle i lavoratori con contratto precario e a termine lasciandoli privi di tutele in tempo di crisi – gli stessi che “sottoimpiega” e precarizza nei momenti di “crescita” -, che mostra una cronica incapacità di impiegare produttivamente la generazione più qualificata della storia della repubblica, e che contribuisce alla crescita della diseguaglianza dei redditi.

Chi non può contare sulla protezione familiare è esposto al rischio povertà con livelli allarmanti nel Mezzogiorno, dove si concentrano inoccupazione, precarietà, sottoinquadramento, abusi, nero e economia criminale. Si assiste ad un ritorno della disoccupazione di massa, all’estendersi della sottoccupazione e di quel grave fenomeno di inattività “totale”, per cui si stima che oltre due milioni di giovani italiani non siano inseriti né in un percorso formativo né nel mercato del lavoro. Gli effetti sul modello di sviluppo sono chiari: si sacrificano le forze più innovative, contribuendo a definire il destino di un paese più iniquo e meno dinamico.

Dove, per la prima volta dal dopoguerra, la condizione dei figli rischia di essere peggiore di quella dei padri. La precarietà non si riduce alla sola dimensione lavorativa e non si esaurisce nel rapporto tra singolo lavoratore e datore di lavoro, ma investe l’intera sfera delle scelte di vita degli individui. Una precarietà “esistenziale” che mina le potenzialità espressive e creative di ciascuno, alterando persino i tempi “biologici”: dalla scelta di formare nuove famiglie e famiglie “nuove”, all’affermazione dell’autonomia e della responsabilità individuale. Basta con “i giovani disposti a tutto” pur di sopravvivere! Adesso siamo disposti a tutto pur di cambiare e migliorare questo Paese!

Chiediamo rispetto, dignità, pieni diritti sul lavoro e autonomia dalla famiglia! Nell’attuale modello di sviluppo, l’etica del lavoro sembra aver perso ogni significato. La nostra generazione è rimasta intrappolata in un sistema dominato dalla logica della cooptazione, impossibile da combattere individualmente. Istituzioni e organizzazioni collettive non sono riuscite a contrastare efficacemente questi modelli, e spesso hanno finito per assecondarne i meccanismi clientelari e familistici. D’altra parte, essere dipendenti dalla famiglia d’origine in Italia non significa solamente la possibilità o meno di avere una casa o di accedere a quei servizi che un inefficiente e imperfetto sistema di welfare non e’ in grado di offrire, ma anche che sarà la rete di legami sociali familiari a consentire di trovare un lavoro, bloccando spesso qualsiasi forma di mobilità sociale e anche di creatività e rinnovamento nei più diversi settori economici e anche nelle aree più ricche del Paese.

Un’immobilità che è fattore determinante del declino. In questa fase di crisi, le forze sociali e collettive devono avere il coraggio e la forza di invertire la rotta, promuovendo la valorizzazione del merito, il rispetto delle regole, le garanzie di trasparenza: mutamenti nel costume necessari per combattere l’ingiustizia sociale e restituire libertà alle nuove generazioni. Vogliamo affermare una rinnovata etica nei comportamenti pubblici e privati, come base della difesa dei diritti individuali e collettivi, per un diverso modello di sviluppo che comporti nuovi investimenti, nuove scelte economiche e nuove tutele sociali.

Alla nostra generazione è stato detto che formarsi avrebbe comportato maggiore “occupabilità”, più libertà di scegliere tra diversi lavori, maggiore reddito, più possibilità di districarsi in un mercato del lavoro altamente flessibile. La realtà è un’altra: un’intera generazione ha studiato, ha conseguito lauree, specializzazioni, master e dottorati per poi scoprire che il sistema produttivo italiano non riesce ad aprirsi alle nuove competenze, ed essere troppo spesso costretta a cercare altrove le possibilità di una realizzazione individuale all’altezza delle proprie ambizioni e aspettative. Anche la rigida distinzione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale è ormai fuorviante e superata: è evidente che, nei processi di lavoro, entrambi vengono penalizzati dalla scarsa qualità dell’organizzazione del lavoro e dei beni e servizi prodotti, dalla mancata valorizzazione del lavoratore e delle sue conoscenze, dal basso grado di dialogo sociale.

Oggi la crisi economica si combina con scelte politiche miopi, volte a restringere ulteriormente le opportunità di esercitare professioni intellettuali: da un lato vengono introdotte ulteriori misure corporative per l’accesso alle “professioni protette” e dall’altro si continua a disconoscere l’universo delle “professioni non regolamentate”. Il quadro è drammaticamente aggravato dai continui tagli all’università, alla ricerca, alla scuola, all’informazione, all’editoria, alla cultura, al cinema, agli archivi, ai musei, al patrimonio culturale, artistico e ambientale. Una politica lungimirante dovrebbe investire proprio su questi settori, affinché il Paese trovi all’uscita dalla crisi le condizioni di uno sviluppo migliore rispetto a quello perseguito in precedenza. Non vogliamo rassegnarci al pessimismo e al disincanto irresponsabile che viene predicato con fare paternalistico e spesso interessato: non lo accettiamo per noi ma soprattutto non lo accetteremo per i nostri figli!

Chiediamo che si affronti con decisione la “questione generazionale” che sta maturando, forse ancora inconsapevolmente e silenziosamente, nel Paese. Il Futuro è dei giovani e del lavoro. Diritti e più democrazia, cosi’ recita lo slogan della manifestazione che la Cgil ha convocato per il prossimo 27 Novembre. Chiediamo una riforma degli ammortizzatori sociali che sappia rispondere ai cambiamenti del mercato del lavoro e alle trasformazioni della società italiana.

Chiediamo misure immediate per contrastare il precariato e la disoccupazione giovanile. Chiediamo che la flessibilità non sia sinonimo di precarietà e solitudine del lavoratore ma sia accompagnata da misure di regolazione e di protezione sociale. Affrontare di petto la questione generazione oggi significa dare una speranza e un futuro al nostro paese. Occorre una decisa politica dello sviluppo che sposti risorse dalle rendite agli investimenti produttivi per un modello economico innovativo e sostenibile; occorre dare diritti e tutele a tutto il mondo del lavoro, a prescindere dalla tipologia d’impiego;

Chiediamo che il Sindacato allarghi la propria base di rappresentanza a tutto il mondo del lavoro, estendendo la contrattazione collettiva alle forme di lavoro non subordinato, chiediamo al Sindacato di promuovere nuove politiche sociali che favoriscano una maggiore autonomia e mobilita’ delle persone, a partire dalle nuove generazioni. E’ un impegno rivolto al futuro, che potrà essere onorato solo se la nostra generazione contribuirà direttamente ad una nuova stagione di mobilitazione e di conquiste sociali. Troppo spesso, negli ultimi anni, abbiamo commesso l’errore di cercare risposte individuali a problemi collettivi. Ma ormai si é infranta per sempre l’illusione della salvezza individuale: senza un’azione collettiva e diretta dei giovani, anche in presenza di una nuova attenzione delle organizzazioni sociali, non si produrranno i necessari profondi cambiamenti di cui ha bisogno la società italiana.

Per questo, il 27 novembre, saremo affianco ad una Cgil che vorremmo sempre al nostro fianco, occuperemo lo spazio pubblico, per affermare attraverso la nostra libera partecipazione la soggettività di una generazione che non fugge e non diserta, ma che anzi vuole essere protagonista di un nuovo patto sociale tra le generazioni e di una nuova stagione per l’Italia.

Promotori: Salvo Barrano, 34 anni, archeologo free-lance Martina Di Simplicio, 32 anni, psichiatra, dottoranda di ricerca presso l’Universita’ di Oxford Emanuele Toscano, 34 anni, e’ ricercatore a tempo determinato in Sociologia all’Universita’ La Sapienza di Roma Mattia Toaldo, 32 anni, e’ assegnista di ricerca in Scienze Politiche all’Universita’ di Roma III Peppe Provenzano, 28 anni, ricercatore presso lo Svimez.

L’Unità 21.11.10

"L'insostenibile leggerezza della manovra Tremonti", di Eugenio Scalfari

Se il 14 dicembre ci sarà la crisi di governo e che cosa accadrà dopo è ancora terreno incognito, non lo sanno né Fini né Casini né Bersani né Veltroni né Vendola e non lo sanno neppure Berlusconi e Bossi.
Un tempo si diceva che il futuro è sulle ginocchia di Giove e questa è appunto la situazione attuale, solo che non si sa chi sia Giove e ci sono anche forti dubbi sulla sua esistenza.
Ma in attesa che si sollevino le nebbie su quanto accadrà tra una ventina di giorni, parliamo di questioni più certe e più concrete che interessano da vicino quella moltitudine di italiani che debbono tutti i giorni guadagnarsi una vita decente e spesso non ci riescono. Parliamo delle risorse che non si trovano, del lavoro che scarseggia, dei salari e delle pensioni che scendono al di sotto dei livelli di sussistenza; parliamo delle tasse e del potere d´acquisto, delle diseguaglianze paurose, di giovani che a trent´anni cercano ancora un lavoro e anzi non lo cercano più. Parliamo della legge di stabilità finanziaria all´esame del Parlamento. Anzi cominciamo proprio di lì: la legge di stabilità 2011 che porta il sigillo di Giulio Tremonti, ministro dell´Economia, anzi dittatore dell´Economia e possibile successore del Cavaliere.
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Il presidente della Repubblica ha ottenuto, con l´accordo dei presidenti delle Camere, che le forze politiche si impegnino ad approvare la legge finanziaria entro il 10 dicembre rinviando al 13 l´esame della crisi politica e al 14 la votazione delle mozioni di fiducia e sfiducia nei due rami del Parlamento.
La stessa questione si era presentata sedici anni fa, nel novembre del 1994, all´epoca del primo governo Berlusconi messo in crisi dalla Lega e il presidente Oscar Luigi Scalfaro l´aveva risolta nello stesso modo. Sembra preistoria, ma i problemi erano i medesimi allora ed oggi.
Che cosa ha spinto lo Scalfaro di allora e il Napolitano di oggi ad entrare a gamba tesa nella zona riservata al Parlamento e ai partiti? Non certo la bontà d´una legge, sul cui merito essi non hanno alcun titolo per intervenire, ma il fondato timore che una crisi di governo eccitasse la speculazione e provocasse una crisi finanziaria e valutaria di tale gravità da scardinare l´economia italiana la cui fragilità era evidente allora e lo è ancor di più oggi.
Sedici anni fa c´era ancora la lira, moneta debole e sballottata da continue svalutazioni; oggi c´è l´euro e da questo punto di vista la situazione è certamente migliore nonostante che anche l´euro ondeggi sull´ottovolante di una depressione mondiale che è la più grave dal 1929 ai giorni nostri.
Ma la fragilità della nostra economia reale è nel frattempo aumentata: abbiamo perso competitività, siamo agli ultimi posti nella crescita, ai primi posti nell´evasione fiscale e nel debito pubblico, la domanda interna registra un diagramma piatto, la disoccupazione effettiva è arrivata all´11 per cento, quella giovanile al 20 con punte oltre il 30 nel Mezzogiorno.
Una speculazione agguerrita potrebbe utilizzare una crisi di governo di difficile soluzione come un trampolino di lancio ideale per travolgere i titoli di Stato italiani e metterci nella condizione della Grecia, dell´Irlanda e del Portogallo.
Questa è stata la preoccupazione che ha travagliato il Capo dello Stato e lo ha indotto ad intervenire. Il suo intervento ha avuto successo, la crisi politica è stata rinviata di un mese, nel frattempo la legge Tremonti procede speditamente e senza intoppi. Ma c´è un risvolto negativo: la legge Tremonti è una cattiva soluzione della situazione finanziaria ed economica del paese. Anzi: non è affatto una soluzione. Non risolve nulla, semmai aggrava. Non elimina gli sprechi perché i tagli lineari abbassano indiscriminatamente le spese correnti e quelle destinate agli investimenti con effetti deflazionistici sull´intera situazione. Non migliora le prestazioni dei servizi pubblici, anzi le rende ancora più fatiscenti. Non rilancia le infrastrutture, anzi le deprime ulteriormente. Non stimola le imprese. Rinvia a tempo indefinito la riforma fiscale. Fa lievitare le imposte locali. Non aiuta la competitività e l´innovazione. Accresce le diseguaglianze. Mortifica la ricerca e la cultura.
Questa è la legge Tremonti. Il risvolto negativo della “moral suasion” del Capo dello Stato consiste nell´aver attenuato le critiche che questa pessima legge avrebbe meritato nella sede appropriata del dibattito parlamentare. Ha impedito, quella “moral suasion”, che la speculazione si scatenasse e questo è un risultato prezioso; ma ha spianato la strada ad una politica economica che avrebbe dovuto mettere la crescita allo stesso livello di priorità dei saldi contabili ma non l´ha mai fatto da quando il ministro Tremonti guida il super ministero dell´Economia, cioè da quasi nove anni con il breve intervallo di due anni durante il travagliatissimo governo Prodi del 2006/2008.
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Giulio Tremonti ha perfettamente ragione quando, a proposito della crisi irlandese, ha detto che l´Italia non è il problema ma è parte della soluzione del problema. Nel caso specifico le cose stanno così. Ha dimenticato però di dire che in altri casi l´Italia non è parte della soluzione del problema ma è il problema di cui l´Europa si deve far carico. Ne indico due di rilevantissime dimensioni.
Il primo è quello della criminalità organizzata. Un aspetto riguarda l´ordine pubblico e non è di competenza del ministro dell´Economia, ma l´altro aspetto, di gran lunga più rilevante, lo riguarda invece direttamente e consiste nel riciclaggio dei fondi di origine mafiosa e nell´infiltrazione delle mafie nel tessuto economico nazionale ed europeo. Il contrasto dello Stato all´espandersi di questo fenomeno è stato finora debolissimo e inefficiente.
Il secondo problema è il debito pubblico italiano che si è attestato al 118 per cento del Pil nel 2010 ed è previsto al 120 per cento nel 2011.
Il debito pubblico italiano fa parte integrante del debito pubblico dell´Unione europea, come tutti i debiti pubblici espressi in euro. La Germania e la Francia hanno fatto approvare in Commissione l´obbligo di rientro dei debiti eccedenti il 60 per cento del Pil entro due anni a partire dal 2012. Questa delibera della Commissione dovrà essere approvata dal Parlamento di Strasburgo. Potrà forse essere attenuata ma non di molto. Se fosse integralmente ratificata comporterebbe per noi una manovra nel 2012 di 45 miliardi solo per ottemperare a quell´obbligo e altrettanti per l´anno successivo. Se sarà attenuata dal Parlamento europeo potrebbe scendere a 30 miliardi, 60 nei due anni, ma non certo al di sotto.
Credo di non dover spiegare che cosa rappresentino manovre di queste dimensioni per un paese già stremato da una stasi nella crescita che dura da vent´anni. In questi due casi specifici noi siamo il problema dell´Europa, ma il governo si è finora guardato bene dall´informarne il Parlamento e il paese.
Che il 14 dicembre ci sia la crisi del governo o non ci sia e che ad essa segua un governo alternativo o le elezioni è certamente importante. Resta però il fatto che – indipendentemente dalle vicende strettamente politiche – i due problemi sopraindicati pesano come macigni su tutti gli altri sopraelencati, quelli che riguardano le famiglie, i lavoratori, gli imprenditori, i consumatori, i giovani.
Sarebbe necessario che l´opposizione sollevasse queste questioni di fondo e che il governo ne rispondesse al Parlamento e al paese. In fondo si tratta della nostra vita quotidiana. Vi sembra poco?

La Repubblica 21.11.10

"A gennaio in pensione a 61 anni. Poi il governo punta a 67", di Laura Matteucci

Arriva il doppio scalino per i lavoratori che vogliono andare in pensione: da gennaio bisognerà aver compiuto almeno 61 anni, a meno di averne lavorati almeno 41. Ed è per questo che, nei primi dieci mesi del 2010, si è registrato unboom di pensioni di anzianità: chi ha potuto, se n’è già andato. Ma il vero allarme lo lancia il vicepresidente del parlamento europeo Gianni Pittella (Pd), che informa dell’intenzione del governo «di mettere ulteriormente le mani sulle pensioni con un progetto di riforma che va oltre i provvedimenti già dolorosi che scatteranno da gennaio». In altri termini: «Secondo quanto esposto in un capitolo titolato “La riforma delle pensioni” del Programma nazionale presentato all’Unione europea e approvato dal Consiglio dei ministri, dal 2012 l’aspettativa di andare in pensione supererà i 66 e per molti sfiorerà i 67 anni, nonostante i conti dell’Inps siano largamente in attivo», spiega Pittella. Si parte, intanto, da gennaio 2011. La normativa è nota: entreranno in vigore sia le nuove regole per l’accesso alla pensione di anzianità previste dalla riforma del 2007 (l’età minima per uscire passa da 59 a 60 anni per i lavoratori dipendenti a fronte di almeno 36 anni di contributi), sia quelle sulla «finestra mobile» per l’uscita decise dalla manovra di luglio (12 mesi di attesa una volta raggiunti i requisiti per i dipendenti, 18 per gli autonomi). Per gli autonomi quindi l’età per l’anzianità si alza ancora (a 62 e mezzo) visto che ai 61anni minimi si aggiungono 18 mesi di attesa della finestra. I12mesi di attesa dal raggiungimento dei requisiti valgono anche per la pensione di vecchiaia (65 anni gli uomini, 60 le donne) portando l’età minima a 66 per gli uomini e a 61 per le donne (62 per le statali che si troveranno di fronte anche all’inasprimento delle condizioni per il pensionamento di vecchiaia). «Provvedimenti così sono un danno per il sistema, non un vantaggio – commenta la segretaria generale Cgil, Susanna Camusso – Ed è ovvio che ci sia un boom di richieste nel2010: chi ha maturato i diritti giustamente cerca di ottenere il prima possibile l’assegno di pensione». Il punto, secondo Camusso, è «smetterla di fare pasticci: togliamo la norma dei 12 mesi in più e variamo unsistema nel quale le persone siano libere di decidere in un range nel quale vi sia una flessibilità di rendimento» dell’assegno di pensione in base al tempo lavorato.

DATI INPS Nel frattempo, il numero delle pensioni di anzianità è aumentato del 54% in meno di un anno. Tra gennaio e ottobre 2010 le uscite anticipate rispetto all’età di vecchiaia sono state 155.440 a fronte delle 100.880 pensioni liquidate nel 2009. E la gran parte delle uscite per anzianità del 2010 è dovuta ai lavoratori dipendenti (97.559 a fronte delle 56.963 pensioni liquidate nell’intero 2009, con un aumento del 71%). «Il dato – sottolinea il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua – risente del calo per le pensioni di anzianità del 2009 ed è dovuto alla maturazione dei requisiti per l’uscita dal lavoro di un aparte rilevante di persone bloccate dall’aumento dello scalino a luglio del 2009 (da 58 a 59 anni). Nel 2011 – avverte – ci si attende un nuovo calo con uscite per anzianità sotto le 100mila unità». L’aumento delle pensioni di anzianità nel 2010 era atteso dall’Istituto. Anzi: le previsioni parlavano di 160.300 pensioni liquidate nei primi10 mesi, 4.860 in più rispetto a quelle effettive. Scostamento nelle previsioni soprattutto nel fondo dipendenti con un numero di assegni molto superiore a quello atteso (97.559 contro i 76.800 stimati), mentre nelle altre gestioni si erano previsti rialzi ancora maggiori. Nel fondo coltivatori diretti le pensioni liquidate sono state 11.243 (9.943 nell’intero 2009), nel fondo artigiani sono state 28.676 (22.035 nel 2009), e nel fondo commercianti 17.962, anch’esse in aumento. Per il 2011, l’Inps si attende un miglioramento dei conti con un avanzo finanziario di 1,2 miliardi a fronte dei 706 milioni del bilancio assestato 2010.

L’Unità 21.11.10

"Cgil e Cisl in pressing su Marchionne", di Paolo Griseri

Camusso:”La testa Fiat verso gli Usa”. Bonanni:”Basta gioco al massacro con la Fiom” Marcegaglia: preferiamo la Fiat cruda che sta sul mercato a quella dei sussidi. Marchionne «non può giocare al massacro infilando le banderillas sul dorso della Fiom». E´ Raffaele Bonanni ad esprimersi così aggiungendo che «se a Marchionne interessano gli investimenti in un clima di corresponsabilità, deve dare garanzie di trasparenza e serenità». Una posizione abbastanza inattesa quella del numero uno della Cisl che in questi mesi non aveva mancato invece di attaccare la Fiom difendendo le posizioni del Lingotto. Che cosa è accaduto negli ultimi giorni?
La posizione della Cisl lascia intravedere una certa preoccupazione dell´organizzazione di Bonanni per la piega che rischia di prendere la trattativa sul futuro di Mirafiori. Perché è difficile immaginare che nella fabbrica torinese si possa replicare semplicemente lo schema di Pomigliano. Alcuni dettagli fanno temere una drammatizzazione. Il primo è il fatto che Marchionne abbia annunciato di voler chiudere la trattativa «entro Natale» quando in realtà la Fiat non ha ancora convocato i sindacati: «Ci attendiamo una convocazione entro 8 giorni», dice Bonanni facendo capire che il tempo sta trascorrendo troppo rapidamente. Il rischio è che la trattativa diventi in realtà un prendere o lasciare con scarsi margini di discussione. E che, anzi, al tavolo dell´incontro la Fiat possa presentarsi senza fornire quei chiarimenti sui prodotti da realizzare a Torino che tutti i sindacati chiedono da tempo. «Quel che io temo – spiega ancora Bonanni – è il rischio del polverone, della rissa mediatica tra la Fiat e la Fiom. Mi interessa invece discutere nel merito. Torino è uno stabilimento importante perché lì si dovranno fare le auto di lusso, le ammiraglie. Vogliamo sapere dalla Fiat che cosa vuole fare e a quali condizioni. Poi decideremo».
Con la mossa della Cisl i due principali sindacati italiani sembrano tornare in sintonia nella richiesta di chiarimenti: «La Fiat sta perdendo quote di mercato – dice il segretario della Cgil, Susanna Camusso – fa quasi più cassa integrazione che ore di lavoro e non si può far finta di non vedere che sta spostando la testa negli Stati Uniti». Il timore della Cgil è per la notizia di alcuni trasferimenti di progettisti da Torino a Detroit. Camusso chiede «alla Fiom di non rimanere sull´Aventino», in sostanza di non isolarsi. Ma fa sue molte delle preoccupazioni dei metalmeccanici della Cgil.
A difesa del Lingotto si schiera Emma Marcegaglia, presidente degli industriali italiani: «Preferiamo la Fiat cruda di Marchionne ma che sta sul mercato o la Fiat del passato che prendeva sussidi e andava a fare impianti decotti in giro per il mondo? Io non ho dubbi». Mai fino ad ora un presidente di Confindustria aveva espresso un giudizio tanto duro sul passato della Fiat. A Marcegaglia risponde Giovanni Centrella, segretario dell´Ugl: «Non vogliamo la Fiat dei sussidi, ma neanche una Fiat poco presente in Italia».

La Repubblica 21.11.10

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“L’ultimatum di Bonanni al Piano Fabbrica Italia”, di Luigi Grassia

Bonanni dà gli 8 giorni a Marchionne: «Chiediamo di aprire una discussione su Mirafiori, è da lì che si capiranno le intenzioni della Fiat sul progetto Fabbrica Italia. Se dovesse produrre un’auto di fascia medio-alta o un’auto di lusso non può che farlo a Torino. Basta con questo balletto mediatico. Vogliamo sapere entro 8 giorni che cosa vuol fare Sergio Marchionne in quel sito e negli altri, che cosa vuole investire». In sostanza il segretario generale della Cisl, che parlava all’assemblea dell’Udc a Milano, chiede di conoscere i particolari del piano dell’amministratore delegato della Fiat per investire 20 miliardi di euro in Italia.
Per quanto la posizione della Cisl su molti temi sia distante da quella della Fiom-Cgil, Bonanni invita il Lingotto anche ad allentare la tensione con il più antagonista dei sindacati: «Basta con il gioco al massacro tra Fiat e Fiom», dice il numero uno della Cisl. «Basta con la plaza de toros, con le banderillas piantate sul dorso della Fiom, che fanno il gioco degli estremisti e non l’interesse dei lavoratori. Se a Marchionne interessano gli investimenti, in un clima di corresponsabilità la Cisl è al fianco di questo disegno, e siamo convinti che lo sia anche la Uil, però Marchionne deve dare garanzie di trasparenza e serenità. Abbiamo un contratto nazionale, i chiarimenti sulla produttività vanno fatti in quell’ambito».
Anche Susanna Camusso chiede spiegazioni alla Fiat: la segretaria generale della Cgil vuole sapere «che cosa è in concreto Fabbrica Italia, cioè che cosa vuol dire in termine di modelli, produzione, cose da fare, e dunque quanto lavoro». A una domanda su un eventuale incontro con Marchionne, la Camusso risponde che «un dirigente sindacale non deve staccare un bigliettino per incontrarlo. È proprio l’impostazione che è sbagliata. Noi vorremmo che la Fiat aprisse una discussione vera sul piano industriale, e in quest’ambito ha senso una discussione con noi. Ma questo continua a mancare, per le scelte di Marchionne e perché non c’è una politica di governo che sia in grado di interloquire con le imprese sui temi della politica industriale». La Camusso si augura «che gli stabilimenti della Fiat in Italia non siano a rischio, e penso che non ci siano ragioni per cui lo siano, però è difficile dirlo finché non sappiamo qual è il piano industriale, sia sul versante carrozzerie, sia su quello stabilimenti-motori».
Dal fronte di Confindustria la presidente Emma Marcegaglia pone una domanda ai sindacati: «Preferiamo la Fiat cruda di Marchionne ma che sta sul mercato, o la Fiat del passato che prendeva sussidi e andava a fare impianti decotti in giro per il mondo? Io non ho dubbi: preferisco la Fiat che riesce a stare sul mercato».

La Stampa 21.11.10

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Bonanni: otto giorni a Marchionne

Una risposta che «entro otto giorni» chiarisca quali saranno gli investimenti di Fiat in Italia. Ha tutto il sapore di un ultimatum la richiesta che il leader della Cisl Raffaele Bonanni rivolge all’amministrato delegato del Lingotto Sergio Marchionne dal palco dell’Assemblea dell ’ U d c . E mma Mar c e g a g l i a ascolta in silenzio l’affondo di Bonanni e alla fine spende parole di apprezzamento per il ruolo che la casa torinese sta giocando sul mercato e conferma allo stesso tempo al segretario della Cisl l’impegno di Confindustria per la «condivisione» degli obiettivi di uscita dalla crisi. La Fiat at ha detto che vuole investire 20 miliardi in Italia — scandisce Bonanni —. Noi abbiamo chiesto in queste ore di aprire una discussione su Mirafiori, e da lì che si capiranno le intenzioni; se dovesse produrre un’auto di fascia medio-alta o un’auto di lusso non può che farlo a Torino. Noi vogliamo sapere immediatamente dalla Fiat cosa vuol fare in quel sito, e anche negli altri siti». Il segretario della Cisl dice sì a una «cabina di regia» del governo per verificare l’avanzamento del piano Fabbrica Italia, ma chiede «subito» a Marchionne «una verifica sito per sito, a partire da Torino». Il capo di Fiat-Chrysler, poi, «farebbe bene a misurare di più le parole» anche perché, sbotta alla fine Bonanni «è ora di smetterla con il gioco al massacro, quello di infilare le banderillas sul dorso della Fiom: abbiamo costruito un sistema contrattuale partecipativo, facciamo tutto dentro il contratto nazionale. Se a Marchionne interessa fare investimenti in un clima di serenità Cisl e Uil sono al suo fianco, ma deve dare segnali di serenità perché a me non interessa la Plaza de Toros». Nelle stesse ore anche la leader della Cgil Susanna Camusso è tornata a chiedere trasparenza sul piano industriale. «Cos’è davvero Fabbrica Italia? — si chiede Camusso — La Fiat fa più ore di cassa integrazione che di lavoro e non si può far finta di non vedere che sta spostando la testa negli Usa». A sera l’ex numero della Cisl, Sergio D’Antoni parla «di un importante passo avanti verso l’unità di azione delle organizzazioni sindacali. A questo punto — dice — di fronte alla responsabilità del mondo del lavoro il Lingotto ha il dovere di passare dalle parole ai fatti, chiarendo come intenda concretizzare gli investimenti».

Messe in fila, le dichiarazioni misurano quanto profonde siano incertezza e irritazione. «Preferiamo la Fiat cruda di Marchionne ma che sta sul mercato o la Fiat del passato che prendeva sussidi e andava a fare impianti decotti in giro per il mondo?» chiede Marcegaglia che tuttavia conviene con Bonanni su più di una questione. Dalla «condivisione degli obiettivi tra lavoratori e imprese fondamentale per superare la crisi», al «conflitto fine a se stesso che fa male soprattutto ai lavoratori». «Dobbiamo ragionare con serenità dentro alle regole, che sono regole flessibili — avverte la presidente degli industriali — è lavorare con responsabilità».

La Stampa 21.11.10

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Bonanni: stop al gioco al massacro anche da Marchionne

L’affondo arriva all’improvviso, mentre Emma Marcegaglia e Raffaele Bonanni stanno parlando del ruolo delle parti sociali nell’affrontare la situazione economica dell’Italia. Nell’auspicio condiviso che la Cgil possa condividere le scelte. La necessità di flessibilità e di più produttività da parte delle imprese, come ha dimostrato il caso Fiat di Pomigliano, è uno degli argomenti.
Ed è Bonanni che solleva la questione, con toni duri nei confronti dell’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, mai usati prima: «È ora di smetterla di infilare le banderillas sul dorso della Fiom, come si fa con le corride in Spagna. A me non interessa la Plaza de Toros: così si fa solo il gioco degli estremisti Fiom e di chi non ha a cuore l’interesse dei lavoratori». E ancora: «Basta con questo gioco al massacro sul sociale. Abbiamo creato un sistema contrattuale partecipativo. Se a Marchionne interessa fare investimenti, la Cisl e credo anche la Uil sono al suo fianco. Ma deve dare segnali di serenità e di trasparenza». E quindi definire meglio il piano da 20 miliardi di euro di investimenti, partendo da Mirafiori: «Entro otto giorni vogliamo sapere cosa vuol fare di quel sito. Se la Fiat vuole fare realizzare auto di gamma alta, deve farle a Torino. Basta con il balletto mediatico».
Abbassare i toni, quindi, per recuperare il dialogo con Cgil e Fiom, puntando sulle componenti più moderate. Un percorso unitario sollecitato anche dalla presidente di Confindustria: «Auspichiamo che la Cgil possa seguire il percorso di modernizzazione che abbiamo intrapreso. Non è nostra intenzione che esca dal tavolo della crescita», ha detto la Marcegaglia, sottolineando che i rapporti con la nuova leader, Susanna Camusso, sono buoni: «È una persona che stimo, è positiva la sua decisione di andare avanti nelle trattative». Ma c’è un «piccolo problema con la Fiom, che fa più politica che sindacato».
E sulla Fiat la Marcegaglia affronta il tema ponendosi una domanda: «Preferiamo quella cruda e rude di Marchionne che sta sul mercato o quella del passato che prendeva sussidi? Io non ho dubbi», ha affermato la presidente di Confindustria, con un inciso, riferendosi al numero uno del Lingotto: «Con i toni magari può anche esagerare».

Resta il fatto che, sottolinea la presidente di Confindustria, «non si può fermare il treno della modernizzazione. Possiamo anche rallentare, per aspettare che qualcuno maturi le proprie scelte, ma non fermarci. Non è questa la mia Confindustria». Il riferimento è alla Cgil e alla Fiom: «Il lavolo è sempre aperto, ma bisogna essere in due a volerlo. Non possiamo restare ancorati a chi guarda al passato». Ed anche Bonanni è in sintonia: «Viva l’unità con la Cgil se produce risultati».

Il Sole 24 Ore 21.11.10

"Caccia al tesoro per la riforma dell'università", di Roberto Ciccarelli

Per il governo la riforma dell’università deve passare, costi quello che costi.
Per il governo la riforma dell’università deve passare, costi quello che costi. Solo che, almeno nella versione licenziata ieri dalla commissione bilancio della Camera, questa riforma non costa nulla. E’ un «provvedimento ordinamentale», il reperimento delle risorse viene affidato alla legge di stabilità che contiene solo 800 milioni per finanziare il fondo ordinario di finanziamento (Ffo), 100 milioni di credito d’imposta a favore della ricerca nelle imprese e altri 100 milioni per il fondo per i prestiti d’onore e le borse di studio. Nessun fondo per i concorsi, come invece era stato annunciato urbi et orbi.

Preso atto del taglio di 276 milioni rispetto ad un fabbisogno di 1,76 miliardi di euro, la commissione Bilancio ha respinto la norma che prevedeva l’assunzione dei professori associati e non ha recepito quella che recuperava il taglio degli scatti stipendiali stabilito dalla manovra estiva. Lo scontro in commissione tra Lega, Pdl, Futuro e Libertà e Pd è stato duro: la mozione Pd che chiedeva di fermare l’iter parlamentare è stata respinta con un voto di scarto. Tutto è stato rimandato a lunedì prossimo quando la riforma Gelmini verrà discussa a Montecitorio e votata entro giovedì 26.

Nel fine settimana, il governo dovrà dunque trovare 70 milioni di euro per rimediare al taglio degli stipendi dei docenti (e soprattutto dei giovani ricercatori) disposto dalla finanziaria estiva di Tremonti e 850 milioni per l’assunzione di 4500 professori associati in tre anni – questo è l’ultimo numero estratto sulla ruota della legge di stabilità – senza i quali Fli proporrà il rinvio del voto a dopo il 10 dicembre. «Secondo me non li trovano – sostiene Fabio Granata (Fli), prima di imbarcarsi su un areo diretto in Sicilia – Abbiamo bisogno di una vera riforma, senza fondi è meglio non farla».

Più che una ricerca, una caccia al tesoro. La fretta di portare in aula una riforma senza copertura finanziaria ha spinto il governo ad eliminare tutte le modifiche al Disegno di legge Gelmini proposte da Pd e Fli. Una decisione che ha costretto entrambi a ripresentare più di trenta emendamenti.
Le possibilità di un nuovo rinvio della riforma per mancanza di fondi, dopo quello di metà ottobre, ha fatto cambiare posizione ai finiani. Dopo che Giuseppe Valditara, già relatore del Ddl al Senato e strenuo difensore del recupero dei tagli agli stipendi, ha ribadito la fiducia al ministro Gelmini, Fli ha capito che sta rischiando grosso. Così anche l’Udc di Casini che si è subito smarcata dall’intesa raggiunta con Gelmini solo due giorni fa: «Se le risorse necessarie non ci sono – conferma Renzo Lusetti – meglio rinviare la discussione».
Il cedimento dell’ultima diga parlamentare a difesa della riforma ha convinto anche Emma Marcegaglia a rompere gli indugi. Da Modena, la presidente di Confindustria si è detta ieri «delusa perchè il maxiemendamento non supporta la ricerca e l’innovazione. Il governo deve investire e non può dire che non ci sono soldì».

A poche ore dal voto, il fronte che ha promosso la riforma rischia nuovamente di rompersi. Per questo il governo cerca di bruciare sul tempo l’approvazione della legge di stabilità al Senato. La maggioranza è divisa su tutto e rischia di scegliere un rimedio che è peggiore del male che vuole evitare. «La verità è che oltre ai problemi economici non ci sono le condizioni politiche per discutere un provvedimento dagli impatti così dirompenti» afferma Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd alla commissione cultura della Camera.

Nel frattempo i ricercatori della Rete 29 aprile, insieme ai professori associati del CoNPAss, ai ricercatori precari (Cpu) e agli studenti di Link e Udu chiedono alle opposizioni di ricorrere all’ostruzionismo e di unirsi alle mobilitazioni che durante la prossima settimana convergeranno tutte su Montecitorio. Tutto è pronto per la difesa contro la «malizia o la matta bestialitate» dell’attacco all’istruzione pubblica. Così ieri lo storico Carlo Ginzburg, insignito dal Presidente della Repubblica Napolitano del premio Balzan, ha descritto l’inizio della battaglia.

Il Manifesto 201.11.10

"La legge Gelmini è peggiorata" di Walter Tocci

IL PD: “non potete approvare la legge sull’università prima che il Senato concluda la sessione di bilancio”. PDL e Lega stravolgono le regole parlamentari e cancellano perfino i miglioramenti già approvati dalla commissione Cultura.
Si è appena conclusa una brutta pagina di vita parlamentare. Vi racconto in sintesi i fatti. Alle 13,30 la Camera ha approvato col nostro voto contrario la legge finanziaria, ora denominata di stabilità . Mezz’ora dopo PDL e LEGA hanno imposto la ripresa della discussione del ddl Gelmini in commissione Bilancio, dove si era bloccata qualche settimana fa’. E’ stata una chiara violazione delle regole parlamentari. Infatti, non si possono approvare leggi di spesa durante la sessione di bilancio. Questa si concluderà solo quando anche il Senato avrà approvato il provvedimento finanziario. Di conseguenza il PD in Commissione Bilancio si è battuto perché non si desse corso al parere. Per un soffio non è passata la nostra mozione che ha raccolto 20 voti (partecipazione al 100% dei nostri deputati) contro i 21 voti di PDL e LEGA. Se anche i tre finiani avessero votato contro si sarebbero rispettate le regole e avremmo bloccato l’iter del provvedimento.

Quella regola non è solo una formalità, ma è ispirata a criteri di buon senso e di ordine delle discussioni. Infatti, la sua violazione ha condotto lo stesso governo in una situazione imbarazzante in cui ha dovuto smentire se stesso e cancellare una serie di norme che avrebbero avuto bisogno della conclusione della sessione di bilancio.

Pur di mettere il suo pennacchio sull’approvazione della legge la Gelmini ha disatteso gli impegni presi in pubblico ed è arrivata a eliminare perfino alcuni miglioramenti che erano stati introdotti dalla commissione Cultura. Le esigenze della propaganda per il ministro vengono prima dei diritti degli studenti, dei ricercatori e dei professori.

A seguire si è riunita la commissione Cultura e abbiamo assistito a una scena penosissima. I deputati della maggioranza hanno dovuto fare una sorta di abiura approvando ben 34 emendamenti abrogativi di norme che essi stessi avevano votato solo qualche settimana fa’. A questo si riduce la vita parlamentare quando a comandare è uno solo.

Riassumo di seguito i contenuti più importanti di tali emendamenti. Solo chi muove da un radicato disprezzo verso l’università può portare all’approvazione i seguenti peggioramenti:

– eliminazione del ripristino degli scatti di anzianità per i giovani ricercatori sbandierato dalla Gelmini in tante televisioni (art. 5 bis del testo approvato in commissione Cultura)

– definanziamento degli incentivi per l’internazionalizzazione del sistema universitario e in particolare per insegnamenti o corsi di studio che si tengono in lingua straniera (art. 2, comma 2, lettera l)

– possibilità di assorbimento da parte del ministero dei risparmi generati da eventuali fusioni di atenei, dopodiché non si capisce con quali incentivi si realizzeranno tali processi (art. 3, comma 3)

– soppressione del trasferimento dei beni demaniali in uso agli atenei (art. 3bis)

– obbligo di restituzione dei buoni studio anche da parte degli studenti che hanno ottenuto il massimo dei voti (art. 4, comma 1, lettera b)

– cancellazione nella definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) per il diritto allo studio dei seguenti obiettivi: borse di studio, trasporti, assistenza sanitaria, ristorazione, accesso alla cultura, alloggi; dopodiché non si capisce che cosa rimanga (art. 5, comma 6, lettera a)

– nei passaggi di livello eliminazione dell’aggancio alla classe quarta per la rivalutazione iniziale che era stato introdotto a parziale compensazione della mancata ricostruzione di carriera (art. 8, comma 3, lettera b)

– definanziamento della retribuzione integrativa per i ricercatori che svolgono didattica o attività gestionali (art. 9 comma 01)

– eliminazione della soglia minima di 20 mila euro annui per gli assegni di ricerca (art. 19, comma 6)

– ammissione che non si tratta di una vera tenure track poiché la conferma di ruolo è condizionata con norma esplicita alla disponibilità delle risorse (art. 21,comma 5)

– mancato riconoscimento delle prestazioni dei contratti a tempo determinato ai fini del trattamento di quiescenza e previdenza (art. 25, comma 10quater)

– cancellazione della norma relativa ai concorsi per associato che non ha copertura finché non viene approvata al Senato la legge di stabilità.

La perla finale è il commissariamento del ministro Gelmini contenuto nell’ultimo emendamento (art. 25, comma 11 bis). Il ministro dell’Università, secondo la norma introdotta, “provvede” al monitoraggio degli atenei e “riferisce” al ministro dell’Economia il quale interviene “con proprio decreto” per modificare gli stanziamenti in bilancio a favore dell’università. E’ un linguaggio mai utilizzato nella legislazione italiana. Mai prima d’ora, infatti, erano state introdotte norme che subordinano un ministro rispetto a un altro, dal momento che la Costituzione ne stabilisce la parità di rango. Se fosse solo un problema personale potremmo dire che la Gelmini se l’è cercata e non saremo certo noi a compiangerla. Ma qui è in gioco una questione istituzionale che riguarda in ultima istanza la libertà universitaria. Doveva essere una riforma epocale. Oggi non è più neppure un disegno di legge. E’ una doppia ordinanza di commissariamento. Gli atenei sotto il comando del ministero dell’Università e questo sotto il ministero dell’Economia.

Ma non finisce qui. Utilizzeremo gli strumenti parlamentari per impedire questo scempio delle regole.

Lunedì inizia la discussione in aula, entro le ore 12 si presentano gli emendamenti e martedì mattina cominciano le votazioni. La battaglia non è perduta. L’opposizione parlamentare farà sentire la sua voce e avanzerà le proposte per una vera riforma dell’università italiana