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Motivazioni sentenza: «Dell'Utri mediatore tra mafia e premier», di Claudia Fusani

Il senatore Marcello Dell’Utri è stato «il mediatore» tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Uno «specifico canale di collegamento ma solo fino al 1992» tra il patron di Fininvest e il re del mattone di Milano 2, di Milano 3 e di Brugherio e i capitali e gli affari dei clan di Cosa Nostra che avevano bisogno, ieri come oggi, di trovare canali di investimento al nord. Lo scrivono i giudici della Corte d’Appello di Palermo presieduta da Claudio Dell’Acqua nelle 641 pagine delle motivazioni della sentenza con cui il 29 giugno scorso il senatore è stato condannato a sette anni in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Un reato che i giudici scrivono essere «certamente configurabile».

Dell’Utri, si legge ancora, «ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso». Non solo, l’imputato avrebbe consentito ai boss di «agganciare» per molti anni Berlusconi, «una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico». I sospetti che per quattordici anni hanno accompagnato la parabola politica di Berlusconi allungando dubbi e ombre sui rapporti e sui capitali che ne hanno permesso l’ascesa e hanno ipotecato le cronache giudiziarie e politiche dal 2 gennaio 1996 – giorno in cui fu ufficializzata dalla procura di Palermo l’apertura di un’inchiesta sul creatore di Publitalia prima e Forza Italia poi -, diventano da ieri una verità certificata dai motivi della sentenza d’appello.

Una notizia che ha il potenziale del tritolo in un momento in cui il paese è nei fatti nel pieno di una crisi di governo e Berlusconi in netta difficoltà politica all’interno del partito e con gli alleati. I giudici sembrano essere molto attenti a isolare il ruolo di Dell’Utri rispetto a quello di Berlusconi che sembra quasi costretto a subire quei rapporti ed è descritto come «imprenditore estorto». Dell’Utri, si legge nelle conclusioni della motivazione, «non ha svolto un ruolo di collaborazione con l’imprenditore estorto al fine esclusivo di trovare soluzione ai suoi problemi ma ha invece coscientemente mantenuto negli anni amichevoli rapporti con coloro che erano gli aguzzini politici del suo amico e datore di lavoro».

Dell’Utri infatti ha «consapevolmente sfruttato quell’amicizia e quel rapporto (con Berlusconi, ndr) che gli consentivano di porsi in diretto collegamento con i vertici della potente mafia siciliana». Il Cavaliere assume, a leggere il documento, il ruolo di imprenditore ricattato ma non complice e comunque il tutto «prima che si determinasse (da parte del Cavaliere, ndr) un suo impegno personale in politica». Il mafioso Vittorio Mangano, ad esempio, fu assunto su intervento di Dell’Utri come «stalliere» nella villa di Arcore non certo per accudire i cavalli ma per garantire l’incolumità di Berlusconi e della sua famiglia. Mangano doveva servire ad avvicinare Berlusconi «imprenditore milanese in rapida ascesa economica e destinato a diventare uno dei più importanti esponenti del mondo economico e finanziario del paese» e garantire la sua incolumità «avviando un rapporto parassitario protrattosi per quasi due decenni».

Berlusconi, infatti, avrebbe pagato «ingenti somme di denaro in cambio della protezione alla sua persona e ai familiari». Non solo, altre somme sono state pagate negli anni ottanta «per consentire alla Fininvest di trasmettere anche in Sicilia dove aveva acquistato alcune emittenti televisive private». Vari pentiti hanno spiegato in aula di 200 milioni l’anno versati a Totò Riina dal gruppo Fininvest per la salvaguardia delle antenne tv. I giudici hanno creduto al collaboratore Francesco Di Carlo che ha ricostruito il sistema di «relazioni» di Dell’Utri con ambienti di Cosa nostra. Ha un ruolo chiave il racconto della riunione che si è svolta a Milano nel 1975 «negli uffici delle Edilnord di Berlusconi» a cui parteciparono, oltre a Dell’Utri, i boss Gaetano Cinà, Girolamo Teresi e Stefano Bontade, all’epoca il vertice di Cosa Nostra.

Limitando l’accusa a Dell’Utri fino al 1992 («mancano per il periodo successivo al 1992 prove inequivoche di concrete e consapevoli condotte di contributo materiale») i giudici non solo sembrano escludere da sospetti di mafiosità la discesa in politica del Cavaliere, ma dimostrano di non credere alla testimonianza del pentito Gaspare Spatuzza, definita «sostanzialmente incosistente e e generica», che invece aveva riferito di specifici rapporti tra Berlusconi e il suo impero e la stagione stragista di Cosa Nostra. «Non sussiste – si legge- alcun concreto elemento comprovante l’esistenza di contatti diretti e indiretti tra Dell’Utri e i fratelli Graviano»

L’Unità 20.11.10

"Le buone università ci sono, costruiamo l'eccellenza", di Francesco Coniglione

Su università italiane e università americane ci sono alcuni luoghi comuni da sfatare. Non è vero che la situazione delle nostre sia così nera come si vuole a volte dipingerla. Né è vero che quelle di oltre oceano siano tutte eccellenti. La posizione dell’Italia nei ranking internazionali è del tutto adeguata al suo ruolo di settima potenza industriale del mondo. Se poi vogliamo creare anche da noi sedi di eccellenza, basta permettere la libera circolazione dei ricercatori. E aggiungere un rifinanziamento virtuoso degli degli atenei per i cosiddetti costi indiretti.

Lʼarticolo di Giovanni Abramo pone una questione importante: la valutazione del sistema universitario italiano e la necessità di costituire un polo di università di eccellenza o di “world-class universities”. Una giusta esigenza che deve essere inserita in un contesto conoscitivo circa la posizione delle università italiane e il sistema di classificazione di quelle americane, che costituiscono quasi sempre il punto di riferimento paradigmatico.

LUOGHI COMUNI DA SFATARE TRA AMERICA E ITALIA

Quando si parla di università di serie A e B si opera una semplificazione eccessiva rispetto alla realtà del sistema americano. La situazione è in realtà molto più articolata: vi sono tipologie di università molto differenti (ben trentatré per la Carnegie Foundation for the Advancement of Teaching), che vanno dalle “very high research activity” ai “Tribal colleges”. E quelle al top sono solo novantasei in tutto. Siamo quindi in presenza di un sistema di eccellenza che risponde a criteri ed esigenze funzionali diverse, in base ai servizi resi, alla qualificazione del personale docente, al tipo di titoli rilasciati, al numero di dottorati e così via.
In secondo luogo, la valutazione delle università italiane non è così disastrosa come spesso si è voluto dipingere negli ultimi tempi. Certo, in Italia i gruppi di ricerca migliori sono disseminati un poʼ qui e un poʼ là; e tuttavia non è del tutto vero che non sia possibile distinguere tra gli atenei. Secondo gli otto ranking attualmente prodotti a livello mondiale, vediamo che esiste una notevole convergenza: solo trentuno università italiane su novantacinque hanno un piazzamento in almeno due ranking (vedi figura 1). Se poi tra questi ranking vengono privilegiati quelli aventi carattere bibliometrico e che prendono in considerazione la qualità della produzione scientifica, vediamo che la performance delle università italiane migliora. Ad esempio, nellʼHeeact (Higher Education Evaluation and Accreditation Council of Taiwan) risulta che lʼItalia nel 2010 piazza ventinove atenei tra i primi 500, collocandosi al quarto posto a livello mondiale dopo Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna, migliorando la propria posizione rispetto al 2007 (vedi figura 2). Non possiamo competere con le irraggiungibili trentacinque università americane che si collocano tra le prime cinquanta; e tuttavia rispetto alle altre nazioni del mondo la performance dellʼItalia è del tutto adeguata al suo ruolo di settima (o ottava) potenza industriale del mondo. Ciò conferma che se, da una parte, non ci sono punte di eccellenza paragonabili a quelle americane, tuttavia abbiamo un buon rendimento medio. Osserviamo infine, a beneficio di coloro che ritengono che solo le università private possano esser le depositarie dellʼeccellenza, che le università italiane presenti in tutti e otto ranking internazionali sono statali, ad eccezione della Cattolica di Milano: nessuna delle “prestigiose” università private è inclusa tra le prime 500.
Per quanto riguarda il problema del riconoscimento del merito, è importante notare che buona parte di quello che in Italia è il Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) è costituito nelle università americane dai finanziamenti alla ricerca, dei quali una percentuale sino al 40-50 per cento viene indirizzata ai cosiddetti “costi indiretti”, ovvero allʼateneo, per mantenere strutture, laboratori, biblioteche e personale di supporto (oltre a dare una retribuzione aggiuntiva ai docenti). In tal modo, le università che hanno i ricercatori più bravi e sono in grado di assicurarsi più contratti per ricerca scientifica, hanno anche maggiori risorse. Ciò favorisce anche una politica di accaparramento dei migliori ricercatori da parte delle università. Inoltre, a differenza di quanto di solito si sostiene in merito alla predominanza dellʼintervento privato e industriale nel finanziamento della ricerca scientifica, di fatto solo il 6 per cento dei fondi proviene dellʼindustria (vedi figura 3).

PER LA LIBERA CIRCOLAZIONE DEI RICERCATORI

E così veniamo al problema di come favorire anche in Italia una maggiore concentrazione di talenti nelle università migliori. Piuttosto che mediante una procedura dallʼalto, pilotata ministerialmente con la gemmazione di nuove università dove far convergere i migliori, la soluzione potrebbe essere una sorta di selezione naturale: permettere ai ricercatori migliori di migrare nelle università che, già da ora, sono in grado di offrire condizioni più vantaggiose per la ricerca e lʼavanzamento di carriera (e la retribuzione). Oggi ciò è impedito dal vincolo che lega il docente allʼateneo attraverso lo strumento del budget: chi vuole trasferirsi in unʼaltra università deve lasciare il proprio budget in quella di provenienza e quindi costringe la sede che lo accoglie a mettere a disposizione risorse aggiuntive. La mobilità risulta così impossibile e sono disincentivate le università che vogliono qualificarsi e migliorare i propri standard facendo vere e proprie “campagne acquisti” dei docenti e ricercatori migliori, assicurando loro “condizioni al contorno” più gratificanti. Con un meccanismo di “libera circolazione dei ricercatori” le università migliori verrebbero “votate con i piedi” non solo dagli studenti, ma anche dai docenti, mentre le peggiori sarebbero progressivamente abbandonate: si avrebbe una selezione darwiniana spontanea. Ciò potrebbe avvenire col semplice riassegnamento del corrispettivo budget del Ffo all’ateneo di accoglienza. Si potrebbe addirittura stabilire un “premio di attrattività” per gratificare con fondi aggiuntivi le università in grado di attrarre ricercatori. E ciò dovrebbe essere accompagnato da un “rifinanziamento virtuoso” delle università che, spostando i fondi aggiuntivi sui contratti di ricerca, dia loro più risorse mediante i “costi indiretti”, analogamente a quanto avviene nel sistema americano. Nel giro di qualche anno si verrebbero a formare in modo naturale delle università “di eccellenza”, senza discutibili operazioni verticistiche. A tale scopo è indispensabile la creazione di unʼagenzia indipendente per la valutazione dei progetti di ricerca da finanziare, in modo da evitare le solite camarille che ancora oggi sono di largo corso.
Due misure, non difficili da realizzare, che favorirebbero la qualificazione del sistema della ricerca verso poli di eccellenza, senza infliggere ulteriori traumi da riforme onnicomprensive a un sistema universitario già sotto stress da alcuni decenni.

qui tabelle e figure citate nell’articolo

Università, il Pd: “Il governo mente, non ci sono risorse in più”

L’on. Manuela Ghizzoni: “Velleitario parlare di un emendamento per ulteriori assunzioni di personale perché ci sono appena le risorse per pagare gli stipendi del personale di ruolo”. L’on. Manuela Ghizzoni del Pd smentisce, cifre alla mano, che ci siano risorse in più per l’Università, come annunciato dal governo. Ecco la sua nota.
«Nei giorni scorsi la propaganda del Governo ha comunicato al Paese che, grazie al maxiemendamento della settimana scorsa, sono stati dati un miliardo in più
all’università e risorse al disegno di legge Gelmini. E’ una menzogna, non c’è alcun miliardo in più a favore dell’università e non ci sono risorse per la presunta riforma. Anzi, al netto degli 800 milioni che sono stati iscritti nel maxiemendamento, il Fondo di finanziamento ordinario per il prossimo anno 2011 registra ancora un segno meno, meno 276 milioni, dato che il disegno di legge di stabilità varato dal Consiglio dei Ministri il 15 ottobre aveva previsto un taglio su questo fondo di un miliardo e 76 milioni di euro.

Si fa presto a raggiungere questa cifra, basta sommare il taglio lineare di 126 milioni con i 550 milioni del cosiddetto Fondo Padoa-Schioppa-Mussi che il governo ha soppresso e i 400 milioni recuperati quest’anno con lo scudo fiscale che, ovviamente, per il prossimo anno non ci sono più. È facile fare la somma: 126 più 550 più 400 fanno 1 miliardo e 76 milioni di euro tagliati al Fondo di finanziamento ordinario.

È certamente positivo, quindi, che con il maxiemendamento il governo abbia stanziato 800 milioni, ma non si tratta di risorse in più, si tratta, semmai, della restituzione parziale di risorse che erano state sottratte. Con la disponibilità che il fondo raggiunge in questo modo siamo a 6 miliardi e 900 milioni; si pagano a malapena gli stipendi di coloro che sono iscritti nei ruoli dell’università, dato che è a tutti noto che per questo scopo occorrono 6 miliardi e 800 milioni. Ed è velleitario parlare di un emendamento per ulteriori assunzioni di personale perché ci sono appena le risorse per pagare gli stipendi del personale di ruolo».

Gli immigrati sulla gru prima ingannati poi cacciati dall’Italia

A malincuore dobbiamo raccontarvi che fine hanno fatto alcuni degli stranieri che per 17 giorni sono rimasti sulla gru a Brescia. Due di essi, egiziani, di 20 e 29 anni che, secondo la Questura, avrebbero organizzato la protesta, sono stati espulsi dal nostro paese. Insomma li hanno fatti scendere con l’inganno e li hanno espulsi con un ulteriore inganno. Sopraffazione e beffa, insieme. Ma prima che il caso Brescia sparisca dalle cronache italiane – perché, lo sappiamo, abbiamo la memoria corta proviamo a spiegare il danno prodotto dalle decisioni governative a quanti speravano di uscire dall’anonimato con la sanatoria per colf e badanti. Nel 2009 gli italiani che avevano assunto stranieri “in nero”, utilizzandoli nel lavoro domestico, potevano regolarizzarli presentando una domanda di assunzione all’Ufficio Immigrazione della prefettura della provincia di residenza. Cio’ attraverso il versamento nelle casse erariali di 500 euro. Un’operazione che ha fruttato allo Stato circa 154milioni di euro. Ma quei soldi, a che cosa sono serviti? Pare che la metà sia stata destinata ad un fondo rimpatri che finanzia le procedure di espulsioni di stranieri privi di documenti. Questo significa che i soldi versati per la regolarizzazione, quando è stata ottenuta o quando non è stata ottenuta, finanziano il rimpatrio dei non regolari. Compresi i due egiziani. I quali lasciano l’Italia chiedendo a tutti gli uomini di buona volontà di mettersi nei loro panni. Almeno questo. Resta un interrogativo: cosa fareste se uno stato straniero vi offrisse di uscire allo scoperto rassicurandovi e garantendovi un permesso di soggiorno per vivere e lavorare – perché di questo si tratta – e poi, dopo avervi imposto una tassa, vi desse la caccia per espellervi?

L’Unità 20.11.10

«La piazza del Pd argine contro la deriva del berlusconismo», di Pier Luigi Bersani

Oggi, in tutta Italia, i militanti e i simpatizzanti del PD sono in piazza per parlare con i propri concittadini. Migliaia di democratici sono impegnati a spiegare le proposte programmatiche che il PD sta mettendo a punto per dare un futuro all’Italia, a ricordare i fallimenti e le bugie del governo, a invitare tutti alla manifestazione nazionale che il PD terrà l’11 dicembre a Roma, in piazza San Giovanni.
Questa mobilitazione, che abbiamo chiamato porta a porta perché è destinata a portare la politica tra le persone, non è solo uno sforzo organizzativo. Al contrario, è un’iniziativa che ha un obiettivo politico fondamentale ai fini della democrazia, oltre a testimoniare la rivendicazione del ruolo che il PD ha avuto nella spinta per voltare pagina.
Non dobbiamo dimenticare che il PD ha capito per primo che cosa stava accadendo nel paese, ha visto per primo la possibilità di lavorare per far maturare una crisi del centrodestra, ha indicato da molto tempo una strategia capace di provocare il cambiamento ed è riuscito a imporre i temi da mettere al centro dell’agenda politica per il bene dell’Italia. Senza tacere le difficoltà e, se si vuole, anche le debolezze che pure ci sono state, il PD può rivendicare che ciò che sta accadendo è per non poca parte frutto della propria iniziativa.
Molti di coloro che oggi danno lezioni e consigli come fossero il CT di una nazionale di calcio che ha vinto ogni torneo, criticarono, come fosse un’idea fuori dal mondo, la linea indicata dal PD di fare argine a una deriva populista invitando ad un comune senso di responsabilità, se necessario, tutte le forze che tengono alla Costituzione. Il PD incontrò uno scetticismo forte quando disse che la crisi economica sarebbe stata lunga e profonda e quando indicò nella riforma della legge elettorale il passaggio necessario per garantire la democrazia. Lo stesso accadde quando il PD previde la rottura della maggioranza; una previsione che non si basava sulle case di Montecarlo o sui divertimenti diurni e notturni del premier, ma sul fatto che questo centrodestra non era e non è in grado di incrociare i problemi reali del paese, a cominciare da quello del lavoro. E’ per questa consapevolezza che da tempo diciamo che è utile un governo di transizione per affrontare subito alcuni temi urgenti: una nuova legge elettorale che ridia il potere di scelta in mano ai cittadini, una riforma del fisco e alcune misure urgenti per l’occupazione.
Il fatto che la maggioranza di centrodestra sia entrata effettivamente in crisi e che, tranne la Lega e il Pdl, tutti affermino oggi che la legge elettorale attuale costituisce un problema per la democrazia, non significa tuttavia che la partita sia finita. L’astro di Berlusconi è in declino, ma il presidente del Consiglio ha ancora potere. Lo userà per i propri interessi: i problemi marciscono, ma a lui importa solo di restare a galla. E in caso di sconfitta il suo motto sarà: “Muoia Sansone con tutti i filistei”. Berlusconi, nato come fenomeno politico dal discredito della politica, oggi rischia di concludere il suo ciclo portando al discredito la politica.
Alcuni sondaggi danno oggi il centrosinistra sopra al centrodestra, con in mezzo le forze di centro. Ma sbaglia chi presta ogni giorno attenzione al punto in più o in meno nei sondaggi. Il dato importante è un altro: il 40 per cento degli elettori non vuole più andare a votare. C’è tensione e paura per il futuro, perché la crisi morde. Ma non ci si fida più della politica.
Ecco dunque il senso della mobilitazione di questi giorni e della manifestazione nazionale dell’11 dicembre: rompere il muro del silenzio che si è creato tra la politica e la società, andare fra i cittadini, spiegare che è possibile cambiare, far capire che c’è una politica positiva la quale, pur con i suoi limiti, si sforza di dare risposte per il bene di tutti. E solo il PD può svolgere questa missione.
Il PD è l’unica forza politica presente in tutto il paese. E’ l’unico partito i cui militanti sono capaci di organizzare oltre duemila feste politiche. E’ l’unico partito che, pur con tutti i limiti, elegge i propri dirigenti, a cominciare dal segretario nazionale, con il metodo delle primarie. E’ il PD la testimonianza che la democrazia è difficile, perché presuppone la libertà di parola, di critica, di organizzazione, perfino di contesa nei gruppi dirigenti, ma è anche la strada più efficiente e più giusta per affrontare i problemi che abbiamo di fronte, con l’occhio al bene della collettività.
Noi soli possiamo farlo. Con la nostra passione, siamo l’unico partito che fa della democrazia la sua bandiera anche interna. Noi il presidio nelle piazze d’Italia della democrazia.
L’orgoglio, la responsabilità, la pazienza, la tenacia in questa battaglia lunga non fanno difetto ai militanti del PD. Mettiamole in campo e chiediamo a tutti di venire con noi a Roma l’11 dicembre per voltare pagina, per dare all’Italia un futuro migliore.

L’Unità 20.11.10

Ma quale miliardo in più per l'Università? Meno 276 milioni

Intevento dell’on Ghizzoni alla Camera dei Deputati per illustrare emendamento a sua firma a incremento del Fondo di finanziamento ordinario per l’università

Signor Presidente, approfitto dell’illustrazione del nostro emendamento soprattutto per fare chiarezza sulla reale disponibilità del Fondo di finanziamento ordinario per l’università. Nei giorni scorsi la propaganda del Governo ha comunicato al Paese – non nego – con una certa efficacia che, grazie al maxiemendamento della settimana scorsa, sono stati dati un miliardo in più all’università e risorse al disegno di legge Gelmini.
Questa è una menzogna, non corrisponde a verità, non c’è alcun miliardo in più a favore dell’università e non ci sono risorse per la presunta riforma. Anzi, al netto degli 800 milioni che sono stati iscritti nel maxiemendamento, il Fondo di finanziamento ordinario per il prossimo anno 2011 registra ancora un segno meno, meno 276 milioni, dato che il disegno di legge di stabilità varato dal Consiglio dei Ministri il 15 ottobre aveva previsto un taglio su questo fondo di un miliardo e 76 milioni di euro. Si fa presto a raggiungere questa cifra, basta sommare il taglio lineare di 126 milioni con i 550 milioni del cosiddetto Fondo Padoa-Schioppa-Mussi che avete soppresso e i 400 milioni che avevate recuperato per quest’anno, con lo scudo fiscale, e che, ovviamente, per il prossimo anno non ci sono più. È facile fare la somma: 126 più 550 più 400 fanno 1 miliardo e 76 milioni di euro che avete tagliato al Fondo di finanziamento ordinario.
È certamente positivo, quindi, che con il maxiemendamento abbiate stanziato 800 milioni, ma non si tratta di risorse in più, si tratta, semmai, della restituzione di risorse che avevate sottratto. Colleghi, vi chiedo, soprattutto a quelli della maggioranza, un attimo di attenzione, perché con la disponibilità che il fondo raggiunge in questo modo siamo a 6,9 miliardi; si pagano a malapena gli stipendi di coloro che sono iscritti nei ruoli dell’università, dato che è a tutti noto che per questo scopo – e si tratta di spese obbligatorie – occorrono 6,8 miliardi. È falso e demagogico affermare che all’università sono state date risorse in più. Le rassicurazioni del Ministro Gelmini sulla possibilità di trovare altre risorse – rassicurazioni che sono state riprese ieri in una dichiarazione del senatore Valditara e, oggi, da un famoso quotidiano economico-finanziario – sono solo parole, parole al vento. Adesso noi, che stiamo discutendo il disegno di legge di stabilità, abbiamo bisogno di fatti, di cifre scritte nero su bianco, mentre quelle finora iscritte a bilancio presentano un segno rosso in quanto hanno un segno meno, e questo deve essere chiaro.
PRESIDENTE. Deve concludere, onorevole Ghizzoni.
MANUELA GHIZZONI. Signor Presidente, ritengo di avere ancora un minuto. In queste condizioni, quindi, è ideologico e velleitario, peraltro, parlare di un emendamento per ulteriori assunzioni di personale. Non le potete fare perché vi sono appena le risorse per pagare gli stipendi di quelli che sono di ruolo.
Signor Presidente, lo so che questa disposizione, inserita nel maxiemendamento, che parla, appunto, di assunzioni teoriche di personale, di professori associati è la modalità per camuffare l’impossibilità del Ministro di assumere un impegno e una promessa fatta, che era quella di assumere 9 mila associati in sei anni. Questa è una promessa inadeguata, che ho spiegato essere demagogica, ma, soprattutto, è una promessa mancata, è l’espressione più chiara del vostro modo di governare, cioè promesse demagogiche e promesse non mantenute (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

"Sui rifiuti il governo è impotente, chiede aiuto alla Ue e alle regioni", di Gianni Del Vecchio

Lunedì un pool di esperti europei arriva a Napoli su esplicita richiesta dell’esecutivo.
Gli indizi che provano il fallimento del governo nella gestione dell’emergenza rifiuti a Napoli si fanno giorno dopo giorno più numerosi. Il primo è emerso giovedì mattina: il decreto legge varato dal consiglio dei ministri sconfessa completamente il piano Bertolaso, adottato non più tardi di due anni fa e che doveva essere la soluzione di tutti i mali. Il secondo è saltato fuori sempre giovedì ma in serata, quando il ministro Fitto ha detto senza mezzi termini che dal caos munnezza si può uscire solo se le altre regioni italiane collaboreranno e accetteranno una parte dell’immondizia campana. Il terzo è arrivato ieri: l’Unione europea ha fatto sapere che invierà degli esperti nella città partenopea su esplicita richiesta del governo italiano. Insomma, tre indizi che provano come Berlusconi non sappia più che pesci pigliare, travolto da una situazione ormai fuori controllo.
La destra quindi si appella a Bruxelles. «Il governo italiano ci ha chiesto tutto l’aiuto o l’assistenza e consigli che possiamo fornire in questo caso», ha fatto sapere Joe Hennon, portavoce del commissario all’ambiente Janez Potocnik, e per questo «mandiamo diversi esperti della direzione generale ambiente in Campania». Un aiuto “tecnico”, che si va ad aggiungere a quello economico già concesso, seppur indirettamente. Si tratta dei 150 milioni di euro sbloccati giovedì scorsi dal consiglio dei ministri per il ciclo integrato dei rifiuti, i quali fanno parte dei cosiddetti fondi Fas, soldi che Bruxelles versa alle aree meno sviluppate d’Europa. A ricordarlo è la stessa Regione Campania che ha diffuso una nota in cui precisa come quelle risorse siano di natura comunitaria e non nazionale, come erroneamente più di un giornale ha riportato.
Oltre che all’Unione, il governo ha chiesto l’ausilio delle altre regioni italiane per smaltire la munnezza campana, almeno per un mese. Lo ha fatto il ministro Fitto, che ha convocato per mercoledì prossimo un tavolo ad hoc, al quale parteciperanno non solo le regioni ma anche altri enti coinvolti, come le province e i comuni campani, la Protezione civile e il ministero dell’ambiente. Fitto s’è però beccato subito il niet leghista, con Castelli e Salvini che hanno messo in chiaro le cose: nessun sacchetto napoletano verrà mai portato al Nord. Concetto ribadito anche dai vertici della Lega.
Per Umberto Bossi «senza una legge non si riesce a spostare i rifiuti da una regione all’altra», mentre il ministro Roberto Maroni invita a capire «chi dice “io sono autosufficiente e non voglio accogliere i rifiuti degli altri”». Il governatore lombardo Roberto Formigoni invece se la prende con il governo, che prima massacra di tagli le regioni e poi vuole che le stesse gli tolgano le castagne dal fuoco. «Noi siamo sempre stati pronti a dare una mano in tutte le occasioni ma, quando si chiede una mano come fa il governo, deve esserci un’altra che è pronta a tendersi e a sostenere. Tutto questo mi sta portando a perdere la pazienza. Sì, mi sono proprio rotto le scatole e, se uno equilibrato e moderato come me arriva a usare queste espressioni, è perché la situazione è proprio al di là di ogni limite».
Intanto, mentre Berlusconi chiede aiuto a destra e a manca, Napoli continua a riempirsi inevitabilmente di cumuli di rifiuti. Sui marciapiedi restano ancora 2.400 tonnellate non raccolte, nonostante nel corso della notte siano state raccolte circa 1.800 tonnellate di immondizia, che sono state trasferite in parte presso la discarica di Chiaiano, in parte negli impianti di tritovagliatura. La situazione, però, potrebbe nuovamente peggiorare già dalla giornata di oggi, visto che scade la possibilità di conferire piccole quantità di spazzatura nelle discariche di Savignano Irpino (in provincia di Avellino), nello Stir di Battipaglia (in provincia di Salerno), e nel sito di San Tammaro nel casertano. L’accordo stipulato con le tre province campane, infatti, è limitato a cinque giorni. Preoccupato per la situazione è l’assessore Paolo Giacomelli, responsabile dell’igiene nel comune di Napoli. «Da domani (oggi, ndr) avremo come unico sito dove sversare la discarica di Chiaiano che, al massimo, può contenere 650 tonnellate al giorno. Una situazione – ha aggiunto – davvero critica dal momento che se non ci sarà una proroga degli accordi con le altre province campane non sapremo dove andare a sversare i nostri rifiuti». Nel frattempo a Napoli ci sono alcune zone parzialmente pulite ed altre ancora invase da sacchetti dell’immondizia non raccolti.
Con la situazione che è ulteriormente peggiorata per via delle piogge e del vento degli ultimi giorni, che non solo hanno appesantito i sacchetti di immondizia ma anche sparpagliato la spazzatura sulle strade.

da Europa Quotidiano 20.11.10