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"Il premier sotto ricatto", di Giuseppe D'Avanzo

Inaspettatamente in un solo giorno, anzi in poche ore, emergono dal passato e dal presente le relazioni pericolose di Silvio Berlusconi con le mafie. La liaison allontana da lui anche la fedele e fidata Mara Carfagna. Annuncia altri sismi per il suo governo. Apre nuove crepe nella già compromessa affidabilità del capo del governo. Le cose, a quanto pare, vanno così.Infuriati per la nomina a commissario per i rifiuti di Stefano Caldoro, governatore della Campania, decisa dal Consiglio dei ministri, due politici indagati per mafia Nicola Cosentino e Mario Landolfi si presentano a Palazzo Grazioli. Affrontano Silvio Berlusconi a brutto muso minacciandolo di non votare la fiducia se non avesse annullato il decreto legge che, assegnando alla Campania 150 milioni di euro, consente al governatore anche l´adozione di “misure che prevedono poteri sostitutivi” nei confronti degli enti inadempienti. Il capo di governo che, entro il 14 dicembre, ha bisogno di voti in Parlamento come dell´aria che respira li rassicura. Promette una rapida retromarcia. La notizia si diffonde e il ministro Mara Carfagna – molto si è data da fare per quel decreto legge che sottrae l´emergenza all´opacità dei potentati locali – annuncia che, dopo la fiducia, lascerà il governo e il partito del presidente.
Così dunque stanno le cose. La ricattabilità del premier è di assoluta evidenza. La sua debolezza politica – e ormai di leadership – lo espone a ogni pressione, alle più imbarazzanti coercizioni, a umilianti inchini dinanzi a personaggi non solo discussi, ma decisamente pericolosi.
È imbarazzante l´imposizione che il capo del governo subisce da Nicola Cosentino, 51 anni, da Casal di Principe, salvato dall´arresto per mafia solo dal voto della maggioranza. L´uomo ha il controllo pieno di quattro delle cinque Province campane (Napoli, Caserta, Salerno, Avellino). Sono queste istituzioni che amministrano i flussi della spazzatura e governano le società di gestione che hanno sostituito i consorzi infiltrati da ogni genere di illegalità, malaffare, prepotenza criminale (il consorzio di Caserta è costato fino all´aprile scorso, 6,5 milioni di euro al mese). Tutta la parabola politica di Cosentino si può spiegare e raccontare dentro l´emergenza rifiuti. Quelle crisi – indotte e cicliche – hanno convogliato in quella disgraziata regione un fiume di denaro (dal 2001 al 2009 tre miliardi e 546 milioni di euro) e proprio nei consorzi – e oggi nelle società di gestione – la politica ha incontrato il potere mafioso e ha messo a punto la distribuzione di benefici, rendite, utili, organizzando un “sistema della catastrofe” che, da quella rovina, ha spremuto influenza, consenso e ricchezza. A farla da padrone la camorra, a cominciare dalla camorra dei Casalesi. Hanno guadagnato e guadagnano sull´affitto delle aree destinate a discarica e dei terreni dove vengono stoccate le ecoballe. Lucrano sul noleggio dei mezzi e soprattutto nei trasporti.
Nicola Cosentino rappresenta il punto di equilibrio – oscuro e ambiguissimo – di questo “sistema” che oggi appare sfidato, dentro il Popolo della Libertà, dall´asse Caldoro-Carfagna e, dentro la maggioranza, da Futuro e Libertà, in Campania diretto da Italo Bocchino. Il decreto legge che assegna al governatore poteri commissariali può essere considerato il successo di questo schieramento. Il passo indietro di Berlusconi ripristina ora le gerarchie di un “sistema” che ha in Cosentino il leader e nel potere intimidatorio della camorra la sua forza. Si sapeva che l´uomo di Casale di Principe ha sempre avuto un´arma da puntare alla tempia del governo. In qualsiasi momento poteva far saltare gli equilibri che hanno permesso a Berlusconi di rivendicare le capacità tecnocratiche di eliminare i rifiuti dalla Campania con un miracolo che ha liquidato quella disgrazia con una magia. L´illusionismo manipolatorio aveva in Cosentino il suo garante. Un garante di cui oggi Berlusconi non può liberarsi. Per due motivi: Cosentino gli farebbe mancare i suoi voti il 14 dicembre e, peggio, nella prossima e vicina campagna elettorale seppellirebbe l´immagine del Cavaliere sotto l´immondizia e i miasmi.
Come non può fare oggi a meno di Cosentino, il Cavaliere non ha potuto liberarsi in passato di quel Marcello Dell´Utri che, si legge nelle motivazioni della Corte d´Appello che lo ha condannato a sette anni di reclusione, fu “mediatore” e “specifico canale di collegamento” tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi. Dell´Utri, scrivono i giudici, è l´uomo che ha consentito ai mafiosi delle “famiglie” di Palermo di “agganciare” “una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico”.
È questa allora la scena che abbiamo sotto gli occhi. Un capo del governo che, nella sua avventura imprenditoriale, è stato accompagnato – per lo meno fino al 1992 – dalla presenza degli uomini di Cosa Nostra e, oggi, per proteggere la maggioranza che sostiene il governo deve chinare il capo dinanzi alle pretese del politico considerato dalla magistratura il più compromesso con gli interessi dei Casalesi. È uno stato di dipendenza, di oscurità, di minorità politica che nessun arresto di latitante, confisca di bene miliardario, statistica e classifica di successi dello Stato potrà ribaltare. Le vittorie dello Stato contro le mafie non riescono a diventare il riscatto personale di Berlusconi – e della sua storia – da quei poteri criminali con cui egli si è intrattenuto negli anni della sua impresa economica e ancora oggi si deve tener vicino per sopravvivere nel suo crepuscolo politico.

La Repubblica 20.11.10

"Pd, attento a quei due", di Franco Monaco

Anche noi addetti ai lavori, malati di politica, quasi non ci raccapezziamo più dentro una crisi oscura e dagli esiti incerti. Per non smarrire totalmente la bussola merita fissare tre elementi utili a un giudizio.
Il primo è di natura morale prima ancora che politico.
Oserei dire etico e persino estetico. Si può ancora chiamare in causa la morale in sede politica senza essere tacciati di moralismo? Alludo ovviamente allo spettacolo indegno della compravendita di parlamentari. Perché di questo manifestamente si tratta. Non c’entra nulla il nobile, liberale principio della non imperatività del mandato fissato in Costituzione. Neppure c’entra la politica, come quando un partito o un gruppo, in corso di legislatura e dentro una democrazia parlamentare, decide di entrare o di uscire dalla maggioranza che sostiene un governo. Devono esserci ragioni buone e forti per mutare collocazione rispetto a quella a suo tempo proposta ai cittadini elettori e “consacrata” dal loro mandato. Ma non si può escludere che il tempo e le situazioni possano prescrivere una decisione pur così impegnativa. Fa parte di quell’indice di flessibilità del sistema che rappresenta uno dei pregi della democrazia parlamentare. Ma lo spettacolo cui assistiamo in questi giorni è altra cosa. Non a caso i nomi che ricorrono, oggetto di corteggiamenti e di lusinghe, in buona parte sono sempre gli stessi. Veri e propri professionisti del mercimonio politico.
Vogliamo dirla tutta? Il barometro cambia quasi ogni ora: a questa ora (tra un’ora non so), Berlusconi, che pareva votato a soccombere, ha ripreso il suo preminente potere attrattivo. Lui dispone di mezzi ingentissimi di varia natura, economici e di potere. Come dimenticare – sono state aperte indagini giudiziarie sul punto – che sulla caduta di entrambi i governi Prodi, nel 1998 e nel 2008, aleggia a dir poco l’ombra del mercimonio? Ma, per essere sinceri con noi stessi, dobbiamo confessare che quando, nelle scorse settimane, si dava per probabile l’ipotesi di un governo tecnico a valle della sfiducia a Berlusconi, anche dalle nostre parti, al senato si faceva affidamento su qualche transfuga dalla destra, attratto dal mero calcolo della sopravvivenza della legislatura e dunque della propria. Non il massimo del buon esempio, specie in un tempo in cui spira impetuoso il vento dell’antipolitica.
Il secondo spunto di riflessione è genuinamente politico e riguarda Fini. Abbiamo apprezzato la sua battaglia per una destra democratica e costituzionale, gli abbiamo giustamente offerto una sponda con il proposito di propiziare la crisi del governo e soprattutto la chiusura della lunga stagione politica posta sotto il segno del populismo berlusconiano. Ma, per amore di verità, non possiamo tacere alcune vistose contraddizioni: le innegabili forzature istituzionali connesse al suo doppio ruolo di presidente della Camera e di leader politico artefice di uno strappo; ma soprattutto la responsabilità di un lungo connubio nel quale è difficile credere che Fini e i suoi non avessero inteso che Berlusconi è Berlusconi, lui sì sempre coerente con sé stesso: in tema di legalità, di concezione della democrazia, di idea del partito, di conflitto di interessi. Solo ora Fini ha misurato su di sé la virulenza corrosiva delle campagne comunicative, il vero e proprio killeraggio condotto dai media di famiglia del premier, ma egli dovrebbe considerare che, quel trattamento, è stato sistematicamente adottato contro gli avversari politici e Fini è tra coloro che a lungo ne ha tratto vantaggio senza battere ciglio. Sarebbe lecito chiedergli un’aperta, pubblica autocritica a proposito di quel che rappresenta assai più che un semplice errore, oserei dire una corresponsabilità storico-politica. Sul punto il discorso andrebbe esteso a Casini. Entrambi oggi formulano su Berlusconi e sul berlusconismo un giudizio che quasi coincide con il nostro. Con la piccola differenza che noi lo abbiamo sempre contrastato e che loro ci hanno a lungo e organicamente cooperato. Di più (su questo il risentimento del Cavaliere vanta qualche ragione): senza Berlusconi i due sarebbero stati politicamente ai margini o addirittura scomparsi.
Infine, la terza osservazione, anch’essa politica e che riguarda noi. È francamente ingeneroso chi si accanisce sul Pd denunciandone la relativa marginalità dentro una crisi i cui attori-protagonisti stanno altrove: appunto, nell’ordine, Fini e Casini. Era ed è nelle cose. Così pure penso che siano state ragionevoli e giuste le due scelte recenti del Pd: il no alle elezioni subito con la proposta di un governo di transizione e l’ipotesi, nel caso si precipitasse verso elezioni ove la posta in gioco fosse la rottura costituzionale con il corollario di Berlusconi al Quirinale, di un’alleanza larga di stampo democratico-costituzionale quale risposta emergenziale a una situazione di oggettiva emergenza, per una legislatura, magari non intera, ma atta a riscrivere le regole della competizione politica dentro una “democrazia normale”. Tuttavia ora dobbiamo prendere atto di quanto siano improbabili quegli esiti. Perché Fini sta facendo un mezzo passo indietro e comunque ha chiarito che il perimetro della sua azione è tutto interno al centrodestra. Al più, se obbligato da elezioni ravvicinate, orientato a convergere su terzo polo centista. E perché Casini, a breve, non esclude un Berlusconi bis per noi irricevibile; nel medio periodo, in caso di elezioni, mira a capeggiare un polo centrista; a lungo termine, nel dopo-Berlusconi, anch’egli investe su un nuovo centrodestra finalmente “normale”.
Conclusione: con il cerino in mano, non della crisi ma della strategia politica, che conta di più, rischia di restare il Pd. Esaurita questa fase di necessità consegnata alla tattica, urge che il Pd si applichi alla strategia che, naturalmente, a monte, ripropone la questione basica della sua identità e missione dentro il sistema politico italiano. Si tratta di costruire il cantiere di una nitida alternativa al centrodestra di oggi e di domani. Per quel che mi riguarda, mi atterrei alla rotta fissata a settembre da Bersani: un nuovo centrosinistra imperniato su un nuovo Ulivo proposto alle forze che hanno fatto una esplicita scelta di campo e con le quali stringere un rapporto impegnativo e di lunga lena. Con le autocorrezioni necessarie e stringenti regole di convivenza. Poi il nuovo Ulivo potrà e dovrà proporre alle forze centriste un patto di governo per la prossima legislatura. Ma consapevole che esse, al momento, pensano ad altro.
Non è saggio tutto scommettere sul rapporto con chi dichiaratamente coltiva una prospettiva strategica altra e diversa dalla nostra.

da Europa Quotidiano 20.11.10

"L'Italia che stringe la cinghia", di Rossella Bocciarelli

Un paese in cui aumentano le tempie grigie e si diventa madri da “primipare attempate”, dove il tasso di occupazione, già basso, appare in ulteriore riduzione, e dove i laureati impiegano non meno di tre anni per trovare un lavoro. Anche se, poi, la vita di tutti i giorni procede bene, se non altro perchè si può contare sulla crescita del gruzzolo in banca (90 miliardi di depositi in più) e sulla casa di proprietà (ne dispone il 74,3% degli abitanti). l’Italia statisticamente scolpita dall’Istat nel suo annuario 2010 è così: un paese ancora agiato (tanto che un italiano su due si dichiara soddisfatto della sua condizione economica) ma non molto friendly verso i giovani.
La fecondità ha subito un stop. I dati demografici, sulla base dei quali i residenti in Italia italiani sono 60 milioni 340mila 328 e uno su cinque ha più di 65 anni, dicono anche che per la prima volta dal 1995, anno in cui aveva ricominciato a crescere, il tasso di fecondità interrompe il ciclo crescente, attestandosi nel 2009 a 1,41 figli (1,42 nel 2008). All’interno dell’Unione europea a 27 Paesi(dati 2008), Irlanda e Francia sono in cima alla graduatoria con rispettivamente 2,1 e 2,0 figli per donna mentre l’Italia, pur posizionandosi nella parte bassa, è comunque sopra Germania (1,38) e Portogallo (1,37) e alcuni paesi dell’Est europeo (Polonia, Ungheria e Romania). Ma in Italia le donne diventano madri più tardi: 31,1 è l’età media al parto nel nostro Paese, il valore più alto dell’Ue27. Ci si sposa di meno, anche se si continua a preferire il rito religioso (62,5%); in compenso ci si lascia spesso: ogni 1000 matrimoni ci sono 286 separazioni e 178 divorzi. In un anno, tra il 2007 e il 2008, i divorzi (54.351) sono aumentati del 7%, mentre le separazioni (84.165) sono cresciute del 3,4%.
In generale le famiglie italiane risentono della crisi: tirando la cinghia, la spesa media mensile è ammontata a 2.442 euro, 43 euro in meno del 2008. Poichè tale dato, si legge
dati sui comportamenti degli italiani riservano anche qualche inattesa novità: per esempio, sono più di 12 milioni gli “internauti”, per la maggior parte concentrati nel Nord Ovest e, a sorpresa, nel Mezzogiorno, che batte Centro e Nord Est. A livello territoriale, si legge nel rapporto, si contano 3,6 milioni di utenti della rete nell’Italia nord-occidentale, pari al 29,7% del totale, 3,3 milioni nel Mezzogiorno (27,6%) e 2,7 milioni nell’Italia centrale (22,3%). Ultima ripartizione geografica per numero di amanti della rete è l’Italia del Nord Est, con 2,4 milioni di utenti internet, pari al 20,4%. Buone notizie anche dal mondo giovanile: in un quadro generale di scarsa propensione alla lettura da parte di papà e mamme, i teen ager divorano libri e il 71,3% dei ragazzini tra gli 11 e i 14 anni è da considerare un “lettore forte” (12 libri e più letti in un anno).
Intanto, però, flette l’occupazione: nel 2009 sono 23.025.000 gli occupati rilevati dall’Istat, in calo, per la prima volta dal 1995, di 380.000 unità rispetto all’anno precedente (-1,6%). Questo risultato é la sintesi di una riduzione marcata della componente italiana, controbilanciata dall’aumento di quella straniera (+147.000 unità), il cui ritmo di crescita é comunque inferiore rispetto agli anni precedenti. La quota di lavoratori stranieri sul totale degli occupati raggiunge l’8,2% (7,5% nel 2008). La flessione più marcata (-2%) riguarda gli uomini, ma anche le occupate risultano in calo (-1,1%), interrompendo un andamento sempre positivo negli ultimi dieci anni. Aumentano, poi, le persone in cerca di occupazione, sono infatti 1.945.000, 253.000 in più rispetto al 2008. Il tasso di disoccupazione sale al 7,8% dal 6,7%, quello di inattività al 37,6% dal 37% di un anno prima.
Lo scorso anno, inoltre, è aumentata per effetto della crisi anche la spesa per la protezione sociale: quasi 424 miliardi (il 93,5% della spesa totale per questa funzione) sono stati spesi dalle amministrazioni pubbliche, annota l’Istat e destinati per 402 miliardi alle prestazioni per i cittadini, il 4,3% in più dell’anno precedente, con un’incidenza sul pil del 26,5%, quasi due punti percentuali in più rispetto al 2008. Quasi due terzi di questa spesa peraltro, sono stati destinati alla previdenza: come ha sottolineato ieri il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, il grande tema di policy sarà ora come riqualificare la spesa per la protezione sociale «in modo da sostenere le famiglie numerose e l’occupabilità delle persone».

Il Sole 24 Ore 20.11.10

"Come si dissolve una crisi", di Marcello Sorgi

Nessuno ancora è disposto a dirlo a voce alta, ma è chiaro lo stesso: la crisi di governo è finita prima di cominciare, anche se le turbolenze del caso Carfagna vengono a ricordarci quanto provvisoria sia la sopravvivenza del governo. A meno di un mese dall’appuntamento alle Camere il 14 dicembre, Berlusconi, non si sa come, ha di nuovo la maggioranza e Fini è libero di decidere se tornare all’ovile o andare all’opposizione con la sua pattuglia di temerari. La cosa più incredibile è che, a cominciare da Berlusconi, non c’è chi sia in grado di dare una spiegazione razionale, politica, di come la rottura più sanguinosa mai vissuta nel centrodestra dalla sua nascita all’improvviso sia rientrata.

E non perché, diversamente da settembre, il «calciomercato» dei deputati incerti abbia sortito risultati migliori. Semplicemente, per averla vinta, a Berlusconi è bastato resistere, forzare la liturgia istituzionale che avrebbe richiesto le sue dimissioni due settimane fa, al solo annuncio dell’uscita dal governo della delegazione di Futuro e libertà, e far capire che, pur ridotto come è ridotto, lui è un osso più duro di come se lo immaginavano i finiani e l’opposizione.

La crisi di governo è finita per questo: perché anche prima che gli ambasciatori berlusconiani, rischiando di fare la solita confusione, dessero il via alla compravendita dei «sì» per il voto a rischio del 14 dicembre, la fila degli onorevoli disposti a concedersi gratuitamente, anche solo per evitare di perdere il seggio, s’è allungata dietro la porta del presidente del Consiglio. Uno dopo l’altro, si sono fatti vivi i componenti del gruppo misto quasi al completo. Più sommessamente, in tono quasi supplichevole, e sperando alla fine di non essere costrette alla conta, le cosiddette colombe finiane hanno dato un colpo al cerchio del loro leader e un altro alla botte del presidente del Consiglio. A un certo punto è comparso anche Pannella, con i suoi sei deputati alla Camera, cercando di intavolare un «dialogo costruttivo». Poi, di ora in ora, ha cominciato a ingrossarsi la fila dei singoli obiettori di coscienza.

Se Berlusconi davvero puntava alle elezioni, e se non vorrà, su suggerimento di Bossi, fare come il Fanfani d’antan che si dimise egualmente malgrado la fiducia ritrovata, non potrà che prendere atto che la situazione è mutata e gli tocca continuare a governare. Ma se veramente, a meno di colpi di scena (e tra le scosse d’assestamento, significativo ieri è stato l’endorsement del ministro Maroni a Tremonti come futuro premier) di qui al 14 dicembre, questa sarà la conclusione di una delle crisi più pazze della storia repubblicana, fin d’ora se ne possono ricavare alcune non trascurabili conclusioni. La prima non è una novità: è il fattore «c», la fortuna innata, chiamiamola così, di Berlusconi, anche in questo avanti di un bel po’ a Prodi, che pure ne menava vanto. Ciò che ha tolto il sonno all’intera Europa, la recrudescenza della crisi economica, con l’area euro messa a rischio dal precipitare di Paesi come Irlanda, Portogallo e presto, sembra purtroppo, anche Spagna, per il Cavaliere s’è trasformato in atout. Il solo rischio che un’Italia sgovernata, e proiettata verso elezioni incerte più di altre volte, potesse essere contagiata in modo grave dal virus irlandese, ha di colpo modificato tutte le riflessioni sulla partita elettorale, a cominciare da quelle del Capo dello Stato, già contrario, ma che s’è esposto pubblicamente ed esplicitamente per spingere tutti verso un atteggiamento più responsabile.

Il videomessaggio e il ripensamento di Fini di giovedì sono nati così. La seconda è più che altro una constatazione: non è stato né affrontato né risolto nessuno dei problemi alla base della crisi, dai rapporti personali tra Berlusconi e Fini a quelli politici tra i loro due partiti, al riequilibrio necessario, dopo la nascita e il riconoscimento di Futuro e libertà come terza gamba della coalizione di centrodestra, dell’asse Pdl-Lega, a una comune visione di tutti i punti del programma su cui esiste dissenso, vedi legalità, immigrazione, sicurezza, Sud, pubblica istruzione, giustizia, oltre ovviamente al punto dolente per eccellenza del controverso salvataggio di Berlusconi dai suoi problemi giudiziari. Al momento, non è manco chiaro se alla fine del percorso i finiani, tutti o in parte, resteranno membri della coalizione, o se la maggioranza assumerà una diversa connotazione, con l’asse B-B al suo centro e una miriade di piccoli partiti satelliti, o anche singoli parlamentari, reclutati per la bisogna.

La terza conclusione è conseguenza delle altre due: se non sceglierà di incassare la fiducia come provvisoria salvezza, in attesa di andare egualmente alle elezioni un altr’anno, Berlusconi si troverà a governare, nel momento in cui le scelte di governo diventeranno più difficili, con una maggioranza numerica e politicamente ectoplasmica, costruita su conversioni personali e convergenze trasformistiche, che lui magari cercherà di strutturare alla meglio, e alla sua maniera, in un nuovo partito, di cui si sente dire che sta già cercando nome e simbolo per rottamare il Pdl. Non è un gran risultato. E se a crisi finita si potrà dire che Fini ha voluto scherzare con il fuoco ed è rimasto bruciato, è evidente che, se le cose non cambiano, Berlusconi avrà vinto anche stavolta, ma rimane seduto su un vulcano.

La Stampa 20.11.10

‘Ndrangheta in cattedra per i parenti dei boss esami e test "regalati", di Attilio Bolzani

Reggio Calabria, 15 indagati in ateneo . Così i rampolli delle cosche si laureavano senza aprire un libro. “Ho passato nove materie in 41 giorni”. La mafia calabrese sale in cattedra e detta legge anche all´Università. «Senti, ma come si chiama la materia?», chiede Antonio Pelle, rampollo di una delle famiglie influenti di San Luca al professore che lo deve raccomandare con il collega di Arboricoltura Generale. Dopo qualche ora lo zio Domenico s´informa con il nipote: «Quanto hai preso?». Il ragazzo gongola: «Trenta! Trenta!». E lo zio: «Alla faccia: e che materia era?». Il quasi laureato Antonio Pelle balbetta, non sa cosa rispondere: «Agro.. agro…agricoltura?».
Indagando sui crimini e gli intrecci dei Pelle della Locride, i carabinieri del Ros si sono spinti negli Atenei fra la Calabria e la Sicilia scoprendo che all´Università di Reggio – ad Architettura – c´è un mercato di esami con la complicità «di docenti e del personale amministrativo» e che in almeno altre due facoltà – Medicina a Catanzaro e a Messina – i boss e i loro eredi trafficano per «condizionare l´andamento dei test d´ingresso».
È uno scandalo tutto in odore di mafia comprovato da telefonate molto esplicite e da cattedratiche firme ritrovate sui libretti degli studenti, carte false e carte aggiustate, mezze intimidazioni e mezze lusinghe, piccole e grandi prepotenze addolcite anche da regali in natura: «maialini» e «agnellini» portati in dono ad illustri accademici per le feste comandate. La prima parte dell´inchiesta è stata chiusa ieri dal procuratore capo Giuseppe Pignatone e dai suoi vice Michele Prestipino e Nicola Gratteri con 15 indagati. Sono docenti, ricercatori, c´è il capo della segreteria degli studenti di Architettura a Reggio Roberto Catalano – «una vera e propria eminenza grigia», scrivono i carabinieri – e c´è soprattutto quell´Antonio Pelle che, grazie al peso del suo nome malandrino, è diventato «il punto di riferimento» di tutte le schifezze che combinavano dentro quelle università.
Intanto presentiamo lui, poi racconteremo gli esami fasulli che pilotava. Figlio di Salvatore, capo storico del clan, Antonio, 24 anni, scarpe di coccodrillo da 1300 euro comprate da Gucci in via Condotti («Il direttore le ha fatto uno sconto del dieci per cento, cosa che non facciamo mai, vista la sua amicizia però», gli confida un commesso), auto di grossa cilindrata, barche, lussuose vacanze e un reddito dichiarato di poco più di 500 euro al mese che gli ha permesso di beneficiare di borse di studio – ecco, una delle schifezze – per oltre 5 mila euro «grazie ai parametri economici e a quelli di merito»: cioè agli esami che ha superato con il trucco. I carabinieri ne hanno contati almeno 22.
Il rampollo di San Luca ha i numeri dei cellulari di quasi tutti i professori di Architettura. E anche quello del segretario Catalano, che chiama prima di ogni prova. «Antoniuccio bello», lo saluta il segretario. «Ho l´esame», taglia corto lui. E Catalano contatta i professori. Quando a farlo non è direttamente Antonio Pelle.
Una volta parla con Giuseppe Fera, docente di Progettazione Urbanistica. «Professore carisssimo…». E Fera: «Ti volevo ringraziare, ma non c´è bisogno che ti devi disturbare». Un´altra volta con il ricercatore Francesco Morabito. «Il 21 c´è l´esame, è scritto? È a risposta multipla?». E Morabito: «Ci vediamo qua a Reggio». Un´altra volta ancora con il professore Martino Milardi o la professoressa Maria Concetta Fiorillo o il professore Sebastiano Nucifora. Chiede per sé ma anche per gli altri studenti. Amici. Parenti.
Il 10 marzo del 2010 telefona alla Fiorillo: «La chiamo fra dieci minuti e le faccio i nominativi di quei ragazzi». La professoressa: «Sì, mi dai i dati così io faccio quella correzione che mi avete detto». Il 19 aprile ritelefona al professore Fera per un´amica, Eliana: «Alle nove c´è l´esame o è più tardi?». E Fera: «Ma tu l´hai fatto l´esame, che vuoi?». E Antonio, deciso: «L´ho fatto io, ma c´è una collega che lo deve fare». Favori che non si possono rifiutare.
Il nome di Eliana viene segnalato a una docente e la ragazza supera l´esame di Diritto Urbanistico («La professoressa mi ha detto: “Lei sta entrando nel panico, mi sta simpatica, ma più di 18 non le posso mettere”») ma non è contenta e torna da Antonio Pelle. Il figlio del boss mette a posto le cose con i suoi compari dell´Università: il 18 diventa 25. Come accerteranno i carabinieri controllando i registri universitari, una manina modifica orario di esami e voto.
L´indagine svela anche le mosse per intrallazzare nei test di ammissione alle facoltà di Medicina di Catanzaro e Messina. Questa volta è una microspia a casa di Giuseppe Pelle, zio di Antonio, che descrive l´imbroglio. Due uomini, cognati fra di loro, lo incontrano e gli portano il saluto del vecchio capo dei capi della ‘ndrangheta Domenico Oppedisano. Dopo i convenevoli, uno dei due spiega che il figlio vorrebbe entrare a Medicina a Messina ma l´anno precedente «gli hanno cambiato il test e lui è rimasto un poco male». Pelle prima lo tranquillizza su Messina: «Un dottore, un amico nostro, ha i figli che stanno in quell´Università». Poi gli consiglia: «Fatelo iscrivere a Catanzaro, abbiamo trovato un amico… quando esce il test ve ne andate voi insieme a loro, al professore, lo corregge lui stesso… sono cose già impiantate». Ma è sempre nella facoltà di Architettura a Reggio – anno accademico 2009/2010 – che Antonio si dà da fare per far entrare i suoi cugini Ciccio e Antonietta. Briga come al solito con il capo della segreteria Catalano e riesce ad avere 15 delle 80 soluzioni dei test di ammissione alla facoltà. Ciccio e Antonietta scavalcano molti altri candidati. E Giuseppe Pelle – intercettato – parlando di suo figlio Ciccio, orgogliosamente confessa: «L´abbiamo fatto entrare ad Architettura, l´abbiamo fatto entrare tramite mio nipote». Il nipote prediletto, Antonio, il quasi architetto con le scarpe di coccodrillo.

La Repubblica 20.11.10

Ritorno sull'isola dei cassaintegrati

Bersani all’Asinara per risolvere i problemi dell’industria chimica: “Sulle proposte di acquisto della Vinysl, mi propongo di parlare con il ministro dello sviluppo economico e con il governo per vedere come accelerare questa situazione”
Il segretario del Pd Pierluigi Bersani ha incontrato sull’isola dell’Asinara i lavoratori della Vinysl che occupano l’ex carcere da più di 260 giorni nella cosiddetta isola dei cassaintegrati. Un insolito pranzo di lavoro per parlare con chi vive la crisi sulla propria pelle e si vede sempre più abbandonato nell’impasse governativa che non pensa al futuro.

Dopo l’incontro del 7 maggio scorso a Torre Aragonese, Bersani ha voluto mantenere l’impegno preso di tornare all’Asinara tra i cassaintegrati del Vinysl per dare risposte concrete ai problemi che stanno affossando l’industria chimica. A tale proposito il leader democratico ha voluto rispondere alla proposta avanzata dal segretario della Cgil di Sassari, Antonio Rudas di sostituire i vertici dell’Eni nell’ipotesi che, con il nuovo turno elettorale, il centrosinistra fosse tornato a governare il Paese. ”Il primo atto – ha detto Bersani – deve essere quello di riconvocare il tavolo della chimica e pretendere attenzione sui temi industriali. I dirigenti dell’Eni, che hanno le loro scadenze e i loro rinnovi, devono sentire la voce dell’azionista davanti a scelte dirimenti. Si tratta di vedere in che modo vediamo la chimica in questo Paese. La prima cosa che si deve fare – ha ribadito – è riunire il tavolo della chimica, naturalmente con l’Eni”.

Quanto all’approfondimento chiesto dal ministero ai commissari della Vinyls sulle proposte di acquisto, Bersani ha sottolineato che “il Governo deve accelerare queste verifiche, bisogna capire, interessando i commissari ma non solo, la credibilità di queste proposte. Bisogna assicurarsi che Eni, nel caso di proposte serie, sia pienamente adempiente rispetto agli impegni che ha preso. Fatti gli incontri con i lavoratori – ha concluso il segretario del Pd – mi propongo di parlare con il ministro dello sviluppo economico e con il governo per vedere come accelerare questa situazione”.

Bersani ha voluto anche commentare il Patto di Stabilità (ex Finanziaria) appena approvato dalla Camera: “non si può dire – ha criticato il leader del Pd – che sia uno strumento di politica economica, ma un banale aggiustamento della finanza pubblica che Tremonti aveva detto che non ci sarebbe stato e che non ce n’era bisogno, invece si è coperto qualche buco. Ma sostanzialmente lì dentro non c’è niente di significativo per i problemi seri che abbiamo”.

Sulla crisi di governo “è inutile – ha continuato Bersani – fare i meteorologi della situazione ogni giorno. Guardiamo il punto di fondo: il Governo ha perso il rapporto col Paese, è andato in difficoltà politica perché non ha avuto la capacità di rispondere ai problemi”.

“Io non sto tutti i giorni a vedere cosa pensa di fare Fini – ha ribadito il leader dei Democratici -. Io mi sto occupando, per esempio, di organizzare una grande manifestazione nazionale a Roma l’11 dicembre, dove il Pd dirà la sua in termini non solo di critica, ma anche di proposte, di progetto per un cambiamento, perché è ora di cambiare. Dopo di che sono sicurissimo che questo Governo ha una crisi politica di fondo, che mettere cerotti, chiunque li metta, non risolve il problema. Tuttavia – ha concluso Bersani – sono un osservatore abbastanza distaccato di queste micro manovre”.

www.partitodemocratico.it

Sì della Camera alla Finanziaria. Il ddl passa al Senato

Dichiarazione di voto contrario dell’on D’Antoni per il Partito Democratico.
Signor Presidente, a nome del gruppo del Partito Democratico preannunzio il nostro voto contrario sulla legge di stabilità. La vostra crisi politica, la crisi politica della maggioranza – ricordiamo che una componente della maggioranza si è ritirata dal Governo, sembra che ve lo siete scordati – non è il frutto di dissidi e personalismi, è il frutto di una crisi economica, sociale e morale pesante che non siete in grado di affrontare. In questa situazione si addensano sull’Europa nubi consistenti, in qualche caso piove. Proprio per questa ragione l’opposizione, il Partito Democratico, ha consentito che questa legge venisse approvata in tempi brevi per dare sicurezza ai mercati, ai nostri conti, per dare sicurezza al nostro Paese in Europa. Noi siamo i veri responsabili di questo Parlamento in questo Paese. Noi siamo italiani che amano l’Italia e fanno gli interessi dell’Italia: infatti quando siamo di fronte a situazioni come quelle che stiamo attraversando, non ci sono problemi di parte. Ricordo il richiamo forte del Capo dello Stato che noi in questa circostanza ringraziamo per l’intervento, la puntualità, la capacità di richiamare tutti al senso comune e al benessere comune. Anche voi dovreste ringraziarlo ma purtroppo non lo fate, anzi lo fate solo quando vi conviene. Noi invece lo facciamo sempre perché il grande valore della democrazia è riconoscersi nelle proprie istituzioni. Noi abbiamo consentito in tempi brevi, attraverso una procedura veloce, all’approvazione di questa legge di stabilità che non condividiamo. È stranissimo che voi che siete sempre stati quelli dei tempi brevi scoprite tempi più lunghi al Senato. Volete una maggiore possibilità di approfondimento. Avete bisogno di un mese al Senato per valutare questa legge sbagliata in tutti i suoi dettagli. È veramente strano. C’è da chiedersi che cosa vi succede. Forse vi succede qualcosa. Dover rinviare la sfiducia al 14 dicembre vi ha portato a cambiare tutte le vostre abitudini, compresa quello di fare decreti e fiducia in tre giorni. In questa occasione ve lo siete scordati. Ora proprio per questa situazione, proprio perché l’interesse del Paese viene prima dell’interesse di ciascuno di noi dobbiamo farvi riflettere, dobbiamo far riflettere il Paese. Veniamo da due anni di decrescita, superiore al 6 per cento. Quest’anno, se ci va bene, cresceremo dell’1 per cento. Ora lo sappiamo tutti, lo sa il Ministro Tremonti, lo sa chiunque si occupa di questi problemi, lo sanno tutti gli italiani: senza crescita, senza una crescita consistente non solo non si può risanare il debito pubblico italiano ma non si può distribuire, non si può fare giustizia sociale. Senza crescita le distanze aumenteranno, senza crescita questo Paese è condannato ad una minorità. Dunque bisogna concentrarsi sulla crescita, bisogna fare in modo che questo Paese riprenda il suo cammino, crei ricchezza, la distribuisca, metta in moto un processo positivo. Invece in questi due anni e mezzo è accaduto l’esatto contrario. Si dice: ma c’è la crisi mondiale. Sì, la crisi c’è per tutti ma noi quest’anno cresceremo dell’1 per cento mentre la Germania crescerà del 3,5 per cento. Si dice: ma quelli sono tedeschi. Come se l’essere tedeschi rappresentasse una superiorità.
No: loro fanno la politica economica giusta, quella che bisogna fare, quella che punta alla crescita e alla domanda interna, quella che punta a mettere in moto processi di investimento pubblici e privati, esattamente quello che in questi due anni e mezzo non avete fatto voi. In questi due anni e mezzo, le poche risorse che avevate, le avete distribuite male, perché le avete date a chi aveva, le avete date ai forti di questo Paese, a partire dall’abolizione dell’ICI sulle case di lusso. Non aumentando di niente i consumi, avete sbagliato politica economica. Avete continuato con l’eliminazione della tracciabilità nella lotta all’evasione fiscale. Poi vi siete pentiti di questo errore clamoroso che avete fatto e avete calcolato che, reintroducendo la tracciabilità, è possibile recuperare 10 miliardi in due anni. E nei due anni passati? Questi 10 miliardi li abbiamo perduti, li abbiamo regalati all’evasione. Questo è quello che dovreste ammettere e non fate, perché questo ha portato poi all’altro errore, quello di fare uno scudo fiscale, cioè un condono tombale sul rientro di capitali di tutte le nature, anonimo e a basso prezzo. Io vorrei chiedere qui al Ministro Tremonti quanti di questi capitali anonimi rientrati a basso prezzo sono in Italia e servono alla produzione, allo sviluppo, agli investimenti e quanti sono rimasti dove erano. Sarebbe una bella risposta per capire quali errori avete fatto in questi due anni e mezzo nella conduzione della politica economica e sociale (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Ma vi è di più: avete continuato e avete abbandonato le zone deboli, i ceti deboli. Avete trasferito ogni risorsa dovunque vi fosse necessità, senza preoccuparvi di ripartire da lì. Diciamolo una volta per tutte: la Germania in vent’anni ha integrato 20 milioni di tedeschi dell’est e oggi ha una forza di domanda interna, oltre all’esportazione, che l’Italia non può avere, perché negli ultimi sette anni che governate (su nove anni) avete abbandonato un’intera parte del popolo italiano, convinti che così avreste salvato quelli più forti. È l’esatto contrario: se crescono le zone deboli, anche le zone forti hanno futuro, se le zone deboli restano bloccate anche le zone forti si fermano (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Ma non volete capire che è una questione essenziale? Il sud importa 80 milioni di merce ogni anno dal nord: se non ha altri soldi per consumare, questi 80 miliardi dove vanno? Diventeranno disoccupazione al nord come sono disoccupazione al sud. Ma vi rendete conto che se amiamo l’Italia, l’Italia deve crescere, da Milano a Palermo, da Bari a Torino, altrimenti non vi è speranza per l’Italia (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà)? Questo è quello che vi deve entrare in testa e che non capite. Invece continuate così, come ieri ha fatto il CIPE: 21 miliardi di stanziamenti, al sud 60 milioni. Bella impresa! E poi dite: ma vi sarà il piano. E quando vi sarà il piano? È da un anno e mezzo che aspettiamo questo piano. Ci sarà quando vi dovrete dimettere, esattamente quando non servirà più questa propaganda incredibile, che prende in giro gli italiani e i meridionali in particolare.
Allora, ripartiamo da lì, ripartiamo dal lavoro, ripartiamo dalle cose essenziali. Un pericoloso sovversivo catastrofista e di sinistra, cioè il governatore della Banca d’Italia Draghi, vi ha detto che la disoccupazione italiana è all’11 per cento. Da due anni ci dite che siamo sotto la media europea. Ma quale sotto? Siamo sopra abbondantemente e siamo in una fase nella quale questo dato è destinato a crescere. E voi vi baloccate. Abbiamo un tasso di occupazione del 56 per cento, con una media del 40 per cento al sud e del 60 per cento al centro-nord. L’Europa ci dice che dobbiamo arrivare al 75 per cento. In questa crisi chi paga il prezzo sono i giovani e le donne.

PRESIDENTE. La prego di concludere onorevole.

SERGIO ANTONIO D’ANTONI. Signor Presidente, ho dieci minuti!

PRESIDENTE. Però ha già parlato 9 minuti e 40 secondi, non è colpa mia, quindi fra 20 secondi le tolgo la parola.

SERGIO ANTONIO D’ANTONI. Ma proprio per questa ragione voi avete definito quei dati esoterici e ansiogeni. Io credo che un po’ esoterici ed ansiogeni siate voi, un giorno dite…

PRESIDENTE. Deve concludere, onorevole.

SERGIO ANTONIO D’ANTONI. … che i conti sono a posto e l’indomani dite che invece siamo a rischio Grecia. Mettetevi d’accordo, una volta per tutte, se i conti sono a posto o se siamo a rischio come la Grecia. Soprattutto, però, siamo rischio di non crescere, perché la vostra crisi ha prodotto nel Paese una crisi consistente e forte. Per questa ragione, non solo voteremo «no», ma vi indichiamo anche che non c’è strada… (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Congratulazioni).