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"Le nomine di fine regime", di Massimo Giannini

Ci sono due possibili chiavi di lettura, per decrittare il pacchetto di nomine varato dal Consiglio dei ministri ai vertici di Consob, Antitrust e Authority per l´energia. Può essere un atto di fine regime.
la spartizione finale di un potere al crepuscolo, che un esecutivo al capolinea consuma in un clima da ultimi giorni di Pompei, nel quale il crollo della casa dei gladiatori anticipa simbolicamente l´autodafé della casa del Cavaliere. Oppure può essere un atto di rifondazione dell´establishment: il nuovo inizio di una maggioranza che si credeva ormai in liquidazione, e che invece rilancia la ditta con la protervia e la sicurezza di aver «ricomprato» i numeri giusti al mercatino di Montecitorio, in vista dell´ordalia parlamentare del prossimo 14 dicembre. In tutti e due i casi, le scelte compiute dal governo sono pessime, per non dire indecenti. Nel merito e nel metodo.
C´è prima di tutto una questione di merito. Cominciamo dalla Consob. Era già di per sé uno scandalo che l´organo di vigilanza sulla Borsa e sui mercati finanziari fosse da quasi cinque mesi senza presidente (dopo la scadenza del mandato di Lamberto Cardia a fine giugno) e da nove mesi senza il quarto commissario (dopo le dimissioni di Paolo Di Benedetto a inizio marzo). Ora questa intollerabile «vacatio» viene finalmente colmata. Ma la toppa è quasi peggiore del buco. Il nuovo presidente Giuseppe Vegas, viceministro al dicastero dell´Economia con Tremonti, è persona seria e credibile. Ma ha vasta esperienza di finanza pubblica, e poca dimestichezza di finanza privata. E poi è stato pur sempre senatore di Forza Italia per ben due legislature e mezza, tra il 1996, il 2001 e il 2006. Lo definiscono un «tecnico», in realtà è a tutti gli effetti un «politico». E questa non è una buona cosa, per un´istituzione che dovrebbe esprimere il meglio della tecnocrazia di un Paese.
Il nuovo quarto commissario (che affiancherà Vittorio Conti, Luca Enriques e Michele Pezzinga) è Paolo Troiano. E qui la scelta è ancora peggiore. Consigliere di Stato, Troiano è stato nominato vicesegretario generale della presidenza del Consiglio nel corso della seconda legislatura berlusconiana 2001-2006. Già citato (suo malgrado) nelle intercettazioni telefoniche dell´inchiesta sullo scandalo napoletano e poi romano di Alfredo Romeo, il ras degli appalti, Troiano è salito agli onori delle cronache ai tempi della legge Gasparri sul sistema radio-televisivo, una delle tante «leggi-vergogna» e «ad aziendam», servita a blindare lo strapotere di Mediaset dentro lo schema del falso duopolio televisivo con la Rai. All´epoca, era il 2004, si disse che proprio Troiano fosse uno dei due grand commis che avevano scritto materialmente quella legge, in nome dell´allora ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri e per conto dell´allora premier Silvio Berlusconi.
Veniamo alle nomine nelle altre authority. All´Autorità per l´energia, liquidata la stagione felice di Alessandro Ortis che in questi anni l´ha gestita da solo con grande coraggio e con troppa autonomia, il governo trasferisce Antonio Catricalà, che lascia così l´Antitrust. Al suo posto, al vertice dell´organo di vigilanza sulla concorrenza e sui monopoli, assurge Antonio Pilati, attuale membro «anziano» della stessa Authority. Ma Pilati non è famoso per la tenacia con la quale in questi anni ha «marcato» i grandi trust, a beneficio dei consumatori e a vantaggio del libero mercato. È invece più noto per essere il secondo grand commis ad aver redatto di suo pugno, insieme al già citato Troiano, la Legge Gasparri. Ricapitolando: un politico ex forzista sulla poltrona della Consob, e due «apparatciki» promossi sul campo (alla stessa Consob e all´Antitrust) per meriti acquisiti nel core business del Cavaliere.
C´è poi una questione di metodo. Ancora una volta, dopo mesi di colpevole attesa nel riorganizzare e ridefinire gli organigrammi di istituzioni di garanzia decisive per il buon funzionamento di tutti i mercati, quello che prevale è il «Sistema-Letta». In tutte le grandi democrazie economiche, le autorità amministrative indipendenti sono preziosi custodi dei principi di uguaglianza delle regole e di bilanciamento dei poteri. Chi vi entra, per scelta di governi consapevoli, deve avere rigorosissimi requisiti di autorevolezza, professionalità, indipendenza. In Italia non funziona così. In questi gangli vitali per il controllo delle società quotate in Borsa, dei grandi gruppi industriali e dei colossi dell´elettricità e del gas, la scelta dei nomi viene fatta secondo il collaudato rito lettiano, cattolico, apostolico e romano. Il bacino degli «eletti» è sempre lo stesso: la nomenklatura che orbita intorno alle magistrature pubbliche capitoline (Tar, Consiglio di Stato, Corte di Cassazione, gabinetti ministeriali) sulle quali il sottosegretario di Palazzo Chigi esercita da sempre il suo dominio assoluto e incontrastato. È un sistema chiuso e autoreferenziale, che si riproduce per partenogenesi e che ormai si sposta dall´una all´altra istituzione con un meccanismo di «porte girevoli» (il caso Catricalà insegna). Un sistema che controlla poteri e apparati, e che talvolta purtroppo è anche finito al centro delle inchieste della magistratura, per il modo in cui può pilotare le sentenze e dirottare gli appalti.
Questo metodo è anti-democratico e pre-moderno. Non è degno di un Paese che si immagina ancora come la quinta potenza mondiale dell´Occidente. Un Paese che chiede regole, efficienza, competitività. E che sulle poltrone dei regolatori si ritrova ogni giorno a fare i conti con i cavalli scelti dall´ultimo Caligola di un impero comunque in declino.

La Repubblica 19.11.10

"Questioni di famiglia", di Il Polemista

Bondi può dimenticarsi di Pompei. Ora dovrà rispondere sul perché ha assunto il figlio della sua fidanzata al ministero. È nata l’architettura cinematografica? Che il sistema Italia abbia tra i suoi connotati il clientelismo e il nepotismo è, purtroppo, un triste dato di fatto. Mesi fa il “desaparecido” ministro Brunetta, quello che ogni giorno aveva una trovata nuova contro il sistema dei fannulloni e dei raccomandati, provò a combattere a suon di slogan questo sistema. Oggi, nonostante tutto, il gioco non è stato interrotto e a fare i conti con questo strano spoil system è il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi.

“É davvero un’ingiustizia se il bravo ministro il prossimo 29 novembre sarà oggetto della sfiducia al Parlamento. Del resto il coordinatore del Pdl, ministro a tempo perso e poeta romantico non ha colpe se un vecchio rudere a Pompei crolla. Sono sempre 4 pietre messe l’una sopra l’altra! Mica possono essere protette dalla pioggia! E poi, chi si lamenta della Cultura? Da quando in qua la cultura è stata importante? Meglio il Bingo dei teatri che poi sono troppo cari e pieni di abbonati che non ci sentono tanto bene. Il cinema italiano? Che palle sempre le stesse storie dove alla fine quello senza lavoro (in realtà è un attore ricchissimo, io lo so) si ammazza perché… non mi ricordo…ma alla fine si ammazza. Molto meglio guardare il nuovo Vacanze di Natale 3000 fatto da gag irresistibili, io a quelli gli darei tutte le sovvenzioni del mondo!”. Polemista populista.

“Non sono d’accordo. Tu sei il solito qualunquista che non vuole migliorare. A teatro io ci vado spesso a vedere delle retrospettive sulle danze tribali di marionette afghane. Ovviamente in lingua originale altrimenti non sarebbe la stessa cosa. Anzi domani mi aspettano per l’inaugurazione di un cinema d’essai con film di critica e protesta cino-russo-vietnamita. Quattro ore e mezza di visioni imperdibili”. Polemista alternativo ma radical-chic.

No niente di tutto questo. Bondi è sì responsabile dell’incuria che ha portato al crollo della Domus dei gladiatori a Pompei o del fatto che il figlio della sua compagna è stato contrattualizzato dal ministero dei Beni culturali ma non è questo il punto della sua possibile sfiducia. Bondi per mancanza di forza e volontà o per ordini di scuderia ha dimenticato l’importanza che la Cultura ricopre per il benessere, il grado di civiltà e le prospettive di futuro dell’Italia. Una gestione orientata al va dove ti porta il cu…ore è arrivata al traguardo senza benzina: a consumarla sono stati Tremonti e Berlusconi che sapevano bene dove tagliare. Nella scelta su cosa fare a meno l”istruzione non era il solo obiettivo del berlusconismo. C’era anche la cultura.

È certo che Bondi dovrà rispondere del contratto ministeriale di Fabrizio Indaco, figlio della sua fidanzata (compagna non si può usare troppo!) Manuela Repetti, deputata del Pdl. Il ministro e il direttore generale della sezione Cinema del ministero, Nicola Borelli dovranno chiarire del perché si sono avvalsi del lavoro di un laureando in Architettura per il centro sperimentale di cinematografia. Qual è il legame? Architettura cinematografica? Le “Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche” all’articolo 7 comma 6 dicono che per esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio, le amministrazioni pubbliche possono conferire incarichi individuali ad esperti di provata competenza, determinando preventivamente durata, luogo, oggetto e compenso della collaborazione.

Ora tocca solo provare che Indaco sia un esperto di provata competenza. Per quanto riguarda invece i legami familiari si può pure chiudere un occhio.

Insomma Bondi si presenterà davanti ai colleghi della Camera con l’aria sdegnata di chi, seppur con la coscienza apposto, si vede incastrato da un’opposizione che pur di mandare a casa Berlusconi sarebbe in grado di vendere la propria mamma. Ma sempre che ne sia stata certificata la provata competenza di essere mamma. Perché, in fondo, ogni scarrafone è bello a mamma soja!

Il Polemista

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Per Matteo Orfini, responsabile Cultura della segreteria del Pd, “nel settore cultura lavorano più di 500 mila persone. Sono quasi tutti precari che non hanno nemmeno la possibilità di accedere alle protezioni sociali. In questi mesi hanno vissuto più di altri la crisi: parliamo di archeologi e storici dell’arte, di restauratori, di musicisti, autori, attori, sceneggiatori, lavoratori del cinema e dell’audiovisivo. Per queste persone e per le loro famiglie il governo non ha fatto assolutamente nulla. Anzi, Bondi, Brunetta, e Tremonti li hanno quotidianamente insolentiti raccontandoli come parassiti spreconi. Oggi al danno si aggiunge la beffa: le notizie apparse sui giornali, se vere, aggraverebbero ancora di più una già insopportabile situazione: mentre lavoratori competenti e seri soffrono per colpa del governo, al ministero si trovano posti per amici e parenti privi peraltro di ogni qualificazione. Bondi e l’onorevole Repetti smentiscano al più presto le incredibili dichiarazioni riportate da Il Fatto e chiariscano questa situazione”.

Della stessa opinione Emilia De Biasi, deputata del Pd e componente della commissione Cultura della Camera. “La deputata Repetti non se la prenda, non ce nulla di personale: è una questione etica, di buona amministrazione della cosa pubblica e di buon gusto. Ed è per questo che abbiamo appena depositato un’ interpellanza urgente al ministro Bondi per sapere se non ritenga eticamente inammissibile un commistione fra legami privati e incarichi pubblici non importa se stabili o temporanei, quali azioni intenda intraprendere per impedire che vi possano essere sospetti di canali privilegiati di accesso ai finanziamenti per il cinema, quali sono le ragioni che portano all’interruzione della convenzione con il Centro sperimentale di cinematografia visto che il personale ETI si è sempre occupato di Teatro, se non ritenga scandaloso assumere i finanziamenti del FUS decurtato del 36,6% per il 2011, il figlio di un deputato”.

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Questo l’articolo di Malcom Pagani tratto dal Fatto Quotidiano che ha riportato l’accaduto

Possibile che Fabrizio Indaco, figlio di Manuela Repetti, deputata del Pdl e compagna di Sandro Bondi, lavori per il ministero dei Beni culturali nella direzione generale del cinema in Piazza S. Croce in Gerusalemme a Roma?

E possibile, come si sussurra, che rassicuri i giovani produttori, prometta felici finalizzazioni di progetti, spenda la parentela per farsi strada in quella giungla che è il mondo del cinema romano? Per verificare l’ipotesi, una commistione di lunare nepotismo e inopportunità feudale, basta chiamarlo nel tardo pomeriggio al telefono del Mibac a lui intestato.

Risponde al secondo squillo: “È lei Fabrizio Indaco?” “Certo”, “Volevamo chiederle se è davvero figlio dell’onorevole Repetti”. È qui, che il giovane Indaco, laureando in Architettura (corso iniziato
nel 2002, qualche lentezza nel percorso), viene assalito da un’amnesia, la sindrome Scajola: “Stavo proprio per andare via, se vuole ne parliamo domani”. Insistiamo: “Indaco, ci aiuti a non scrivere inesattezze”. Balbetta qualcosa e poi in un lampo, tronca a tradimento la conversazione. Ci viene qualche dubbio che proviamo a fugare parlando con la donna che gli ha dato i natali. In Parlamento è una giornata uggiosa. Votazioni, truppe asserragliate. Nonostante questo Manuela Repetti da Novi Ligure, non si nasconde. “Fabrizio è mio figlio certo”. Come mai lavora nel ministero diretto dal suo compagno?”. Qualche secondo di pausa: “Eh, come mai, ci lavora, ecco”.. Sbanda ma non crolla, Repetti. Ha fiducia nel prossimo: “Ha un contratto interinale, in scadenza, se vuole qualche informazione in più lo chiedo direttamente a lui”. “Con noi non ha voluto parlare”, spieghiamo: “Eh vabbè poverino, va capito, cerchi di comprendere”.

Con tutta l’umana empatia del caso, non possiamo fare a meno di domandare ancora: “Onorevole, per quale ragione un ragazzo laureato in Architettura lavora alla direzione generale cinema, non le sembrano campi d’applicazione inconciliabili?”. Repetti dice di parlare come una qualunque madre preoccupata per il futuro della propria prole. “Non si è laureato, ha finito gli esami, sta preparando la tesi e come tutti i ragazzi, prova a fare qualche cosa. Il suo contratto al centro sperimentale di cinematografia, che è un ente autonomo, sta per scadere”. Il Csc, vive grazie ai soldi del Fus.
Quasi 10 milioni di euro l’anno, non proprio un ente autonomo dal ministero, in ogni caso. “Non so quanto duri l’assunzione temporanea e forse era sua intenzione tornare a Novi Ligure e cercare un mestiere nel suo ramo. Mentre studia, cerca di guadagnare qualcosa, non c’è niente da nascondere”. Si irrigidisce, Repetti, solo se le parli di etica: “Non mi ponga domande come se mi trovassi davanti
all’inquisizione”. La rassicuriamo: “Le pare appropriato, mentre il suo compagno dirige il ministero, offrire nello stesso un posto di lavoro a suo figlio?

Milioni di ragazzi, un regalo simile non lo avranno mai” e lei traballa: “Bè, ma intanto non sarebbe opportuno se lui non lavorasse, ma mio figlio trotta, come potrebbe essere per tanti ragazzi nella sua
posizione, non ci vedo nulla di male o di strano. Se non facesse nulla o approfittasse della situazione (sic) sarebbe grave. Non penso abbia potuto avere facilitazioni”. Il ministro non si è mai preoccupato? “Non vedo come una stranezza che un ragazzo lavori”. Pausa: “Ho capito che è il ministero suo (sic), ma è una combinazione, non è vietato, non vedo sinceramente non capisco, è uno studente come tanti altri, ha fatto una sua esperienza lavorativa, tutto qui”. È affranta. Stesso
tono di voce quando a tarda sera interloquiamo con Nicola Borrelli, direttore generale del ministero, sezione cinema. “Indaco lavora fisicamente da noi, ha un contratto con il centro sperimentale di cinematografia, con loro abbiamo una convenzione e gli chiediamo una serie di servizi. Con le difficoltà di personale che abbiamo non ce la facciamo. Alcune attività specifiche sono nella mani di ragazzi come Indaco”. Quali esattamente, direttore? “Fabrizio affianca i servizi della direzione generale per la realizzazione della piattaforma on line per la presentazione delle domande di finanziamento che sarà messa in Rete entro fine mese”. Trasecoliamo. Presentazione delle
domande? Magari di film sulla ricostruzione de L’Aquila o invisi al governo?

Si parla di soldi erogati dallo Stato, di fondi di garanzia? “Esattamente, per accedere ai vari contributi e alle istanze amministrative”. Anche a Borrelli, chiediamo della opportunità: “Le devo dire la verità, io gestisco le persone che arrivano dal centro sperimentale e se le dicessi che non sapevo nulla della parentela di Indaco, sarei ridicolo. Il centro sperimentale è una nostra eccellenza
e nell’apporto a questo progetto, lavorano in parallelo Fabrizio e un’altra persona. il suo lavoro è stato prezioso, però non ha questo grandissimo contratto e le preannuncio che dopo aver rilevato l’Eti, non rinnoveremo la convenzione con i ragazzi del Centro Sperimentale”. Un’altra buona notizia, per una realtà che lentamente, sta morendo.

www.partitodemocratico.it

Un altro annuncio del Governo: soldi ai docenti più bravi. Con quali criteri?

“Ai prof più bravi un mese di stipendio in più”, di Corrado Zunino
Il giorno dopo la grande contestazione di piazza il ministro dell´Istruzione Mariastella Gelmini convoca i sindacati e regala tre promesse pesanti alla scuola (fin qui non finanziate): ai professori meritevoli già nel 2011 sarà corrisposto un mese di stipendio in più, una quattordicesima sui risultati. Quindi, alle scuole migliori saranno assegnati finanziamenti speciali, fino a 70 mila euro. Infine, e qui la promessa si va facendo concretezza, per il triennio 2010-2012 saranno ripristinati gli scatti d´anzianità. Nell´ultimo caso i sindacati – tutti – applaudono, e rivendicano meriti.
Siamo in una fase progettuale, per ora. Lo stipendio in surplus inizialmente riguarderà venti scuole di Torino e Napoli: si calcola toccherà un quinto del corpo docente. E il bonus alle scuole eccellenti – dovranno dimostrare di aver migliorato i livelli di apprendimento dei loro studenti e raggiunto standard internazionali – si sta valutando nelle scuole medie delle province di Pisa e di Siracusa (per la durata dell´intero triennio). Questo basta al ministro Gelmini per parlare di giorno storico: «Finalmente si iniziano a valutare i professori e le scuole su base meritocratica: premi ai migliori e non soldi legati solo all´anzianità di carriera». Questo progetto è nato da un lavoro portato avanti dal Comitato tecnico scientifico, insediato a febbraio al ministero.
I soldi, al solito, sono il punto. La questione di una scuola a cui sono stati tolti 8 miliardi in tre anni. Le sperimentazioni, assicura il ministro, saranno finanziate con una parte del 30% dei risparmi ottenuti dalla razionalizzazione della spesa. La Cgil non si fida: «La Gelmini ancora una volta non ha dato le cifre sulle risorse disponibili né chiarimenti sulla validità giuridica dell´esperimento», ha detto il segretario Flc Mimmo Pantaleo. «Le intenzioni del ministro sono comunque un fatto positivo», ha migliorato il giudizio il segretario Cisl, Francesco Scrima.
Chi deciderà quali sono i prof da premiare? E chi le scuole da finanziare extra budget? Gli insegnanti, intanto, potranno aderire volontariamente alla sperimentazione e per loro in ogni scuola sarà costituito un nucleo di valutazione composto da preside, due professori eletti dal Collegio dei docenti, presidente del Consiglio di istituto (in veste di osservatore). La valutazione terrà conto sia del curriculum vitae che del documento di valutazione. Avrà un peso anche il giudizio espresso da genitori e studenti. I top professor saranno premiati entro maggio 2011.
Per quel che riguarda le scuole da finanziare, gli istituti saranno singolarmente valutati prendendo in considerazione il livello di miglioramento degli studenti affidati. Lo si comprenderà attraverso i test Invalsi, sempre più utilizzati per definire i livelli della nostra scuola e dei suoi scolari, e attraverso una serie di indicatori generali: il rapporto scuola-famiglia, il rapporto con il territorio, la gestione delle risorse, i livelli di abbandono. Il verdetto sarà affidato a un team di osservatori esterni composto da un ispettore e due esperti indipendenti. Alla fine una Commissione tecnica regionale stilerà una graduatoria e le scuole alte in classifica (il 15%) potranno ricevere i premi e distribuirli ancora tra gli insegnanti che hanno preso parte al progetto.

La Repubblica 19.11.10

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“Arrivano gli aumenti al merito (ed è già protesta)”, di Reginaldo Palermo

L’annuncio lo ha dato il Ministro nel corso dell’incontro con i sindacati. Due i progetti sperimentali: uno prenderà avvio a Pisa e Siracusa e un altro a Torino e a Napoli. Nascono i “nuclei di valutazione” interni alle scuole. Sulla valorizzazione del merito, sembra che questa volta si farà sul serio.
Le intenzioni, almeno, ci sono.
L’annuncio è stato dato dal ministro Mariastella Gelmini nel corso dell‘incontro svoltosi il 18 novembre con i sindacati.
A breve verranno avviati due progetti distinti.
Il primo consentirà di effettuare la valutazione delle scuole e, trattandosi di una iniziativa sperimentale, riguarderà solamente le scuole medie delle province di Pisa e Siracusa.
Le scuole saranno valutate prendendo in considerazione non solo i risultati dei testi Invalsi ma anche una serie di indicatori (rapporto scuola-famiglia, rapporto scuola-territorio, gestione delle risorse, livelli di abbandono…) che saranno verificati da un team di osservatori esterni composto da un ispettore e da due esperti indipendenti che, al termine delle attività, proporranno una relazione complessiva. Al termine della rilevazione una Commissione tecnica regionale predisporrà una graduatoria finale.
Alle scuole che si collocheranno nella fascia più alta sarà assegnato un premio (fino ad un massimo di 70mila euro) da destinare al personale effettivamente impiegato nell’istituto durante il periodo di sperimentazione.
Un secondo progetto sperimentale sarà finalizzato a premiare i docenti migliori o, per usare le parole del comunicato ufficiale, “ad individuare metodi e criteri per premiare gli insegnanti che si distinguono per le capacità e la professionalità dimostrate”.
Questo progetto riguarderà i docenti delle scuole di Torino e Napoli.
La valutazione sarà affidata ad un “nucleo” di cui faranno parte il dirigente scolastico, due docenti eletti dal collegio dei docenti e dal presidente del consiglio di istituto in qualità di osservatore.
Il “nucleo” avrà il compito di valutare i docenti che hanno aderito volontariamente alla sperimentazione.
La valutazione sarà riferita al curriculum vitae e a un non meglio precisato “documento di valutazione”.
Il nucleo dovrà però tenere in considerazione anche i risultati di specifiche indagini realizzate per rilevare l’apprezzamento dei docenti da parte dei genitori e degli studenti.
Il progetto dovrebbe concludersi entro aprile/maggio 2011.
Il Ministro parla con entusiasmo del progetto: “E’ un giorno storico, finalmente si iniziano a valutare i professori e le scuole su base meritocratica”.
Adesso si attendono le reazioni di sindacati e movimenti. Certo è che avviare la sperimentazione della valutazione dei docenti a Torino e a Napoli, non sembra un’idea vincente: Torino è una delle raccoforti di CUB e Flc-Cgil che sicuramente ostacoleranno il progetto in tutti i modi (quando la partecipazione ai test Invalsi era facoltativa proprio a Torino si erano registrate le più basse percentuali di adesione); a Napoli è invece molto vivace il movimento dei precari che non staranno a guardare in silenzio: il CPS (Coordinamento precari scuola) cittadino, per esempio, sta predisponendo un modello di dichiarazione con cui i docenti potranno sottoscrivere una sorta di “obiezione di coscienza” rifiutando l’attribuzione di eventuali premi di produttività.

da Tecnica della Scuola 19.11.10

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“Il professore più bravo guadagna di più”, di Flavia Amabile

Il progetto del ministro Gelmini: ai professori migliori una mensilità in più e agli istituti un contributo. Si comincia da Torino e da Napoli. Può funzionare? Ed ora, assicura il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, chi è bravo guadagnerà di più. Da quest’anno prende il via una sperimentazione. Gradualmente si estenderà a tutta l’Italia, ma per il momento porterà premi solo ad alcuni prof di Torino e Napoli ed alcune scuole medie di Pisa e Siracusa.
Ai professori particolarmente meritevoli verrà assegnato un mese di stipendio. Il riconoscimento avrà validità triennale per il periodo 2011-2013, e corrisponderà ad una sorta di quattordicesima. I fortunati a poter aspirare al premio già quest’anno saranno i docenti di 20 scuole del capoluogo piemontese e di quello campano. Chi è interessato ad accedere al premio dovrà fare apposita domanda.
Anche gli istituti scolastici considerati nel loro insieme, come una squadra, avranno la l’opportunità di rimpinguare le casse: se dimostreranno, infatti, di aver migliorato i livelli di apprendimento degli studenti e raggiunto certi standard riceveranno un contributo fino a un massimo di 70 mila euro. Le scuole interessate dovranno esprimere la loro candidatura, dopo che il collegio dei docenti avrà dato il suo assenso attraverso apposita delibera.
Anche in questo caso si comincerà in via sperimentale, dalle scuole medie delle province di Pisa e Siracusa (per la durata dell’intero triennio). Saranno la Fondazione Agnelli e la Fondazione per la Scuola della Compagnia San Paolo con l’Associazione TreEllle a valutare gli effetti all’interno delle scuole di questi due progetti, rispettivamente quello sugli istituti e quello sui professori.
Per il ministro Gelmini si tratta di un «giorno storico» e ha sottolineato come per la prima volta parta un’iniziativa concreta per introdurre il merito nel sistema d’istruzione italiano. «Finalmente – ha detto – si iniziano a valutare i professori e le scuole su base meritocratica. Premi dunque ai migliori e non soldi legati solo all’anzianità di carriera che, comunque, grazie allo sforzo del governo, sono stati garantiti a tutto il settore».
E’ stata proprio la Gelmini ad annunciare ieri, in un incontro, il decreto interministeriale che consente il pagamento degli scatti d’anzianità maturati dal personale della scuola.
Le sperimentazioni messe in campo saranno finanziate con una parte del 30% dei risparmi ottenuti grazie alla razionalizzazione della spesa, ma soltanto sulla base di quanto resterà dopo aver mantenuto la promessa di pagare il recupero degli scatti.
Lo scorso febbraio il ministro ha istituito un Comitato Tecnico Scientifico (CTS) che ha l’obiettivo di proporre l’istituzione di un sistema nazionale di valutazione e di miglioramento della didattica. E il Comitato ha proposto al ministro i due progetti illustrati oggi.
Quello relativo alle scuole prevede che esse vengano valutate prendendo in considerazione il livello di miglioramento degli apprendimenti degli studenti individuato attraverso i test Invalsi, ma anche una serie di indicatori che vanno dal rapporto scuola-famiglia alla gestione delle risorse, ai livelli di abbandono. Il verdetto è affidato a un team di osservatori esterni composto da un ispettore e due esperti indipendenti.
Sulla base dei risultati verrà quindi formulata da una Commissione tecnica regionale una graduatoria. Alle scuole che si collocheranno nella fascia più alta sarà assegnato un premio, fino ad un massimo di 70mila euro.
Per il progetto destinato agli insegnanti, che aderiranno volontariamente alla sperimentazione, in ogni scuola verrà costituito un «nucleo» di valutazione composto dal preside, da due professori eletti dal Collegio dei docenti e dal presidente del Consiglio di Istituto (in qualità di osservatore). La valutazione terrà conto di curriculum vitae e documento di valutazione. Ma non solo. Il «nucleo» dovrà considerare anche il giudizio sui docenti espresso da genitori e studenti. Gli insegnanti meritevoli saranno premiati entro aprile/maggio 2011.

La Stampa 19.11.10

"Stragi italiane, l'ignoranza dei negazionisti", di Michele Brambilla

L’altra sera alla Camera l’onorevole Viviana Beccalossi, ex missina oggi pidiellina, ha commentato a modo suo (e purtroppo non solo suo, come vedremo) la sentenza con cui martedì la Corte d’Assise di Brescia ha assolto gli ultimi imputati per la strage di piazza della Loggia. «Non condivido – ha detto – chi definisce quella strage come una strage di destra. Le indagini sono state indirizzate solo verso la destra estrema, ma questa direzione si è rivelata sbagliata».

Naturalmente non è mancata, nel discorso, la parola chiave con cui si usa delegittimare il lavoro degli inquirenti: teorema. La convinzione che quella strage fu opera di estremisti neri, secondo la Beccalossi, è frutto di «un teorema». Lo stesso concetto lo abbiamo letto su alcuni giornali, per i quali a furia di indagare su una parte sola, che sarebbe poi stata la parte sbagliata, i veri colpevoli l’hanno fatta franca.

Simili portavoce di questo negazionismo diciamo «di destra» forse non si rendono conto di mettersi sullo stesso piano di altri negazionisti che tanti danni hanno prodotto nel Paese: quelli «di sinistra», che nei primi anni Settanta gabellavano i brigatisti rossi per fascisti o poliziotti travestiti; e che ancora oggi, quando parlano degli assassini di Moro, di Bachelet, di Alessandrini, di Rossa e di tanti altri, concludono sospirando: «Ah, chissà chi c’era, dietro di loro».

Va detto che se i negazionisti di sinistra non hanno altri argomenti che il proprio pregiudizio ideologico, quelli di destra possono farsi forti di tutta una serie di sentenze che negli anni hanno mandato assolti i neofascisti imputati di strage. Ma il loro difetto – se non sono in malafede – è l’ignoranza, per ignoranza intendendo la mancata conoscenza di quanto avvenuto nei processi per le stragi. Ad esempio, forse non sanno che in quei processi ci sono state, accanto alle assoluzioni, condanne per depistaggio di dirigenti dei servizi segreti: Maletti e Labruna per piazza Fontana; Pazienza, Musumeci e Belmonte (oltre a Gelli) per la stazione di Bologna. Se tanti colpevoli «l’hanno fatta franca» è perché settori deviati dello Stato li hanno protetti: e la certezza di queste avvenute coperture è una conferma, non una smentita, che le piste seguite erano quelle giuste. Lo sa Viviana Beccalossi – che pure è bresciana e dovrebbe essersi informata – che al controspionaggio di Padova c’erano informative scritte che annunciavano la strage di Brescia, e che ne attribuivano la preparazione a ordinovisti veneti? E lo sa che queste informative non furono trasmesse ai giudici? Se lo sa, si è mai chiesta perché?

Delle sentenze, poi, non si può prendere per buono solo il dispositivo, cioè lo stringato comunicato con cui si annunciano le assoluzioni o le condanne. Vanno lette anche e soprattutto le motivazioni. Lo sanno questi nuovi negazionisti che nelle motivazioni dell’ultima sentenza su piazza Fontana è scritto che, con gli elementi oggi a disposizione, Freda e Ventura sarebbero stati condannati? E che ormai non erano più condannabili solo perché già giudicati in un precedente processo?

La sentenza ultima di Brescia assolve per insufficienza di prove. Leggeremo le motivazioni. Ma è evidente che per i giudici l’impianto accusatorio non era campato per aria. Semplicemente non erano dimostrabili le responsabilità individuali, e siccome la responsabilità penale è personale, e non di gruppo, bene ha fatto la Corte a non condannare. Ma da qui a dire che la sentenza ha dimostrato che la pista non era quella dell’estrema destra, c’è di mezzo più che il mare.

Forse non sanno neppure, i negazionisti, che ai processi gli stessi estremisti di destra non hanno mai nascosto che nel loro ambiente c’era gente che metteva le bombe. Certo ci si chiede quale interesse avrebbero avuto nel metterle. Dopo ogni strage, la destra – tutta la destra, anche quella non violenta – invece di progredire finiva sempre più chiusa in un ghetto. Chi non capisce il «cui prodest?», insomma, non difetta di ragionevolezza. Ma erano i bombaroli, a difettarne. Anche i brigatisti rossi sapevano che sparando non aiutavano la sinistra: eppure sparavano.

Inutile tentare di entrare nella testa dei terroristi: i loro ragionamenti non appartengono al mondo della ragione. E poi come diceva Alexis Carrell, premio Nobel per la Medicina, «poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore; molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità». Basta osservare la realtà, e magari leggere qualche carta, per capire che ogni negazionismo su quegli anni è, oltre che assurdo, un oltraggio alla nostra storia.

La Stampa 19.11.10

Voti. "Generano paura e vergogna non servono all´educazione"

Le idee di Daniel Pennac, tra i promotori dell´iniziativa
Il bambino Daniel Pennac, quanti brutti voti. «Io sono stato un alunno con enormi problemi. E molte inibizioni me le porto dietro ancora oggi. Ma ho incontrato dei professori che mi hanno salvato. Sono stati quelli che mi volevano conoscere e volevano che mi appassionassi alla loro materia. Non quelli che volevano valutarmi, mettermi un voto».
Lo ha raccontato in Diario di scuola, un libro che è stato messo in scena anche in Italia dal Teatro dell´Archivolto.
«È un testo sulla paura. La paura che prende l´alunno che entra in una scuola. La paura di non saper rispondere bene alle domande che gli farà un adulto. Questa paura si ripete, e genera la vergogna nell´allievo: il ragazzo si fa prendere dalla rabbia. Un furore insopportabile che meccanicamente tira fuori: contro il professore, contro sé stesso, contro i genitori».
Come un effetto domino.
«I genitori fanno loro questa paura. E la proiettano, aggravando quella presente. Oggi è così, ma domani sarà peggio: questo si dicono. Nonostante il futuro sia in realtà imprevedibile. Il padre se la prende con la compagna: è colpa tua perché non lo educhi come si deve, mentre io devo pensare al nostro avvenire. La madre si sente due volte colpevole».
E l´insegnante?
«L´insegnante deve riuscire a comunicare con l´allievo in quel preciso momento. E basta. Deve stare con lui. Ma non può farlo, se attraverso la valutazione genera un meccanismo di paura, di sospetto. Così finisce per perdere il ragazzo e per perdersi lui stesso: non è più là, in quel momento, perché sta già pensando di non esserci più. È la paura preventiva».
Che condiziona tutta la società.
«Abbiamo un mito moderno. L´immagine. Io allievo, io insegnante, io scrittore e giornalista che intervisto lo scrittore. Tutti temiamo la valutazione, perché vogliamo salvaguardare la nostra immagine. Allora vale la pena di partire dalla scuola: che deve formare, non formattare. Che deve formare persone intelligenti, e non clienti. La scuola pubblica e non quella privata, che è una vittoria sfacciata della società consumistica. Basta con la scuola che forma clienti, e certe università-chic che formano venditori».
Comincia tutto con le interrogazioni.
«L´interrogazione genera il sospetto. Le domande sono legate alla capacità dell´altro di comprendere. Le faccio per valutare chi mi sta di fronte, non per conoscerlo. Il sospetto è non credere più alla presunta immagine che ho di me stesso. Invece io devo prendere la domanda per quello che è. Devo avere la forza di rispondere: “Non ne so nulla”, perché so che il mio interlocutore non mi valuterà. Perché non mi darà un voto».
Meno voti, più buoni insegnanti.
«Ma è pieno di buoni professori. Sono quelli che hanno interesse per la materia che insegnano, e che hanno il desiderio di trasmettere la loro passione. Risvegliando la coscienza dei bisogni fondamentali, avvicinandoli alla solitudine e alla riflessione gratuita, sviluppando una capacità critica verso una società che vuole sempre più clienti e meno persone intelligenti. In Francia ci sono 12 milioni di studenti e un milione di insegnanti. A quel milione si chiede di essere eccezionale, ma non è possibile. Però, ogni studente può trovare un professore eccezionale. Perché è pieno, di buoni insegnanti. In Francia, in Italia. Di giovani straordinari, che fanno il loro lavoro. Normalmente».

La Republblica 19.11.10

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“In Francia Daniel Pennac ne chiede l´abolizione alle elementari. In Italia è stato reintrodotto. Ma il tema divide maestri, genitori e pedagogisti”, di VERA SCHIAVAZZI

Basta con i 4 e i 5 alla scuola elementare, meglio giudizi che «non umiliano» i bambini, troppo piccoli per reggere stress e competizione. L´appello arriva dalla Francia (lo hanno già firmato scrittori come Daniel Pennac, politici come l´ex primo ministro Michel Rocard, psichiatri come Boris Cyrulnik), il Nouvel Observateur lo ha pubblicato integralmente e in rete giungono centinaia di adesioni di insegnanti e genitori. Ma la notizia che giunge da Parigi è un balsamo per il vasto e eterogeneo fronte degli oppositori italiani di Mariastella Gelmini, il ministro che due anni fa reintrodusse il voto numerico alle elementari dopo oltre trent´anni dalla sua non rimpianta scomparsa.
«L´ossessione della classifica (al voto in ventesimi, in Francia, si accompagna come negli Stati Uniti la graduatoria dell´intera classe, ndr) crea una fortissima pressione e discrimina gli allievi, è contraria al principio dell´égalité», hanno scritto gli intellettuali sfavorevoli al voto, ai quali il ministro Luc Chatel ha già risposto ribadendo di volerlo mantenere. Ma quel numeretto, magari scritto con la penna rossa, sulle prime e incerte prove di conto e di scrittura di piccolini di sei o sette anni non è mai piaciuto neppure ai pedagogisti più esperti e moderati, come Giorgio Chiosso, docente all´Università di Torino e membro del board della Fondazione per la scuola della Compagnia di San Paolo, che ogni anno analizza e sostiene centinaia di progetti per migliorare gli standard formativi nel ciclo dell´obbligo.
«Sono sempre stato perplesso sulla decisione di reintrodurre i voti – spiega Chiosso, che in passato è stato consulente delle riforme scolastiche proposte da diversi ministri – L´obiettivo della scuola elementare non è certo quello di discriminare, ma di promuovere. La valutazione non si può abolire, perché serve a bambini e genitori a stabilire un rapporto con la realtà, ma parlare di “merito” a 6 o 8 anni non ha molto senso». C´è però un altro lato della medaglia: «L´Italia, nonostante avesse abolito i voti fin dal 1977, non si è mai davvero abituata al sistema dei giudizi – spiega Chiosso – tanto è vero che io stesso sono stato più volte interpellato per preparare “tabelle di conversione”. La scuola è andata avanti esprimendosi in un linguaggio esoterico, con formule misteriose difficili da interpretare». La legge che, nel 2008/2009, ha fatto riapparire come per incanto i voti numerici fin dai primi anni di scuola venne accolta, non appena approvata, da un coro di proteste: contrari i dirigenti scolastici, contrari gli studiosi e gli analisti dei diversi sistemi scolastici, più propensi ad usare invece i “livelli” stabiliti dall´Ocse, l´organizzazione mondiale per lo sviluppo economico, ritenuti più oggettivi e in grado di far progredire non solo i singoli ma l´intero sistema. Poche le voci fuori dal coro, come quella della scrittrice Paola Mastrocola, autrice di duri pamphlet contro il “buonismo” italiano (La scuola raccontata al mio cane, Guanda, 2004). «Sono stata e sono favorevolissima ai voti, che sono più chiari, più trasparenti, più democratici e meno ipocriti dei giudizi che li hanno preceduti – dice Mastrocola – Grazie al voto, i bambini si abituano a distinguere tra una cosa fatta bene e un´altra che non lo è. E capiscono benissimo, così come recepiscono il senso della sfida: oggi ho preso 4, ma domani potrei prendere 8 se raggiungerò questi obiettivi». Umiliazioni? Stress? Fobia da scuola? «Perché un´insufficienza dovrebbe umiliare? Certo, anche i genitori non devono percepirla in questo modo, né commettere l´errore, purtroppo sempre più frequente, di far capire ai figli che è l´insegnante a essere cattivo o in torto». Il problema dei criteri di valutazione appassiona esperti di tutto il mondo: negli Stati Uniti si usano le lettere, in Romania i giudizi, in Germania voti dall´1 all´8, mentre proprio l´Ocse ha fissato in 6 diversi livelli i gradi di apprendimento di bambini e ragazzi, elaborando tabelle a prova di simpatie e antipatie personali. Ma se è vero che bocciare un bambino alle elementari è (quasi) impossibile, è vero anche che classificare i più piccoli con dei semplici numeri potrebbe impedire di aiutarli a crescere, rinunciando così al compito sociale e educativo proprio di un´istituzione che non a caso ha scelto di essere obbligatoria.
«Parliamoci chiaro – dice Domenico Pantaleo, segretario nazionale della Cgil Scuola – i voti numerici rappresentano per i docenti un risparmio di tempo e di fatica. Ciò nonostante, come sindacato, siamo contrari. Pensiamo che a essere valutata non debba essere la singola prova di ogni bambino, ma il successo formativo del gruppo, della scuola stessa. E che aiutare i singoli a superare le proprie difficoltà debba essere un obiettivo condiviso, e affidato alla professionalità e alla capacità di giudizio anche personale dei docenti». L´”aiutino” per alzare il voto, del resto, è previsto in Italia da fior di circolari ministeriali sui cosiddetti “incrementi”, gli stessi che consentono di promuovere chi ha 5. Ma qual è il giusto equilibrio tra l´ansia delle madri e dei padri, le paure dei bambini (il 34 per cento, secondo una ricerca francese, ha accusato almeno una volta, durante le elementari, il classico “mal di pancia da scuola”), l´esigenza di migliorare il livello qualitativo della scuola e il vento nostalgico che, a tratti, soffia sull´Europa? In Finlandia, paese al primo posto nella classifiche europee sulla scuola, alle elementari si usano le faccine: sorriso o tristezza per informare sull´andamento scolastico, insomma, lo stesso metodo che il ministro Renato Brunetta ha proposto per esprimere il gradimento dei cittadini sugli sportelli pubblici. L´investimento sul ciclo dell´obbligo (da sempre fino ai 16 anni) del paese nordico è 12 volte superiore a quello italiano, mentre le statistiche nostrane rivelano come i voti tendano ad alzarsi nelle zone dove le difficoltà sociali e culturali di base degli allievi sono più forti. Si boccia di più nei grandi licei del Nord che negli ex istituti professionali del Sud, insomma, mentre anche nella scuola dell´obbligo la valutazione finale è più generosa in Campania e in Calabria, meno in Piemonte, Lombardia e Veneto. E se in Francia l´appello della “gauche” intellettuale e liberale sembra destinato a non essere accolto dal governo Sarkozy, ma avrà senz´altro il merito di costringere a una riflessione su un sistema scolastico fortemente meritocratico e centralizzato, in Italia il “numeretto” resuscitato da Gelmini sembra destinato a restare. Tanto più, come ha precisato nella circolare applicativa lo stesso ministro, i docenti che lo desiderano possono continuare a scriverci accanto anche i giudizi.

La Repubblica 19.11.10

Ddl Stabilità, Pd: con questa finanziaria addio a libri di testo gratuiti

Coscia e Ghizzoni: governo fa gioco delle tre carte e imbroglia famiglie.
“Sulla gratuità dei libri di testo scolastici, il governo fa il gioco delle tre carte e imbroglia centinaia di migliaia di famiglie che il prossimo anno non avranno il contributo dello stato per sostenere le spese per i libri di testo (solo a Roma sono più di 100 mila!). Il fondo che finanzia queste spese è Stato infatti più che dimezzato, da 603 milioni a 250 milioni di euro, ed è evidente che non sarà più possibile accontentare tutti gli aventi diritto che finora hanno ricevuto i contributi. E’ un imbroglio, il governo alimenta così una guerra tra poveri e fa ricadere la sua incapacità di fare scelte eque sulle tasche dei più deboli”.Così le deputate democratiche componenti della commissione Cultura della Camera, Maria Coscia e Manuela Ghizzoni.

Rifiuti a Napoli, blitz di Bersani a Palazzo Chigi durante il Consiglio dei Ministri

“Misure urgenti in materia di rifiuti”. E’ il decreto per lo smaltimento dei rifiuti in Campania il punto all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri di oggi. E’ anche terreno di scontro tra il Pdl e il Pd ed è la ragione per cui il segretario Pier Luigi Bersani, con un vero e proprio blitz, si è recato di persona a Palazzo Chigi.

Accolto con sorpresa dal ministro dell’Interno Roberto Maroni, Bersani ha detto la sua sull’insostenibile situazione che brutalizza la zona di Napoli e dintorni in particolare, e la Campania in generale.

“Ho sentito in coscienza – spiega Bersani – il dovere di salire le scale a Palazzo Chigi per dire una cosa. E l’ho detta attraverso il ministro Maroni che ha avuto la bontà di uscire dal Cdm e di ascoltarmi. Ora noi presenteremo una nostra proposta sui rifiuti in Campania”.

Una proposta nettamente diversa dalla exit strategy del governo. Proprio il segretario PD ha messo in guardia il ministro “contro la cosidetta provincializzazione dei termovalorizzatori, non è il modo di uscire dall’emergenza e non è il modo di sottrarre la questione dall’illegalità. Siamo contrari alla decisione di affidare alle province i termovalorizzatori di Napoli e Salerno. Il comune di Salerno è perfettamente in grado di fare in proprio il termovalorizzatore. Maroni mi ha detto che ne avrebbe parlato in Consiglio dei Ministri”.

Il blitz del segretario stupisce i funzionari di Palazzo Chigi e lo stesso Maroni, che questa volta però è costretto ad ascoltare le proposte dell’opposizioni. Il ministro dell’Interno parla di incontro “irrituale, una cosa nuova”, ma si dice disposto a riferire al CDM in programma in mattinata, le proposte di Bersani.
E sarà presentata oggi, alle 14.30 presso la Sala stampa di Montecitorio, la proposta di legge del Pd sulla gestione dei rifiuti in Campania.

Parteciperanno Dario Franceschini, presidente gruppo alla Camera, Luigi Zanda vicepresidente gruppo Senato, Stella Bianchi responsabile Ambiente della Segreteria nazionale, Alessandro Bratti responsabile Politiche per la gestione dei rifiuti, il deputato Fulvio Bonavitacola, il senatore Vincenzo De Luca, Enzo Amendola segretario regionale Pd Campania e Giuseppe Russo capogruppo Pd in Consiglio regionale.

Il leader PD, dal canto suo, risponde ai giornalisti che chiedono se il Governo si sia convinto: “Non so facciano quel che vogliono, ma si assumano la responsabilità di questa scelta”.

“Il Governo si appresta ad affidare ai presidenti di provincia la gestione commissariale dei rifiuti in Campania. La responsabilità alle province è già prevista dalla legge e si è dimostrata un totale fallimento. Errare humanum est, sed perseverare diabolicum” afferma Ermete Realacci, responsabile green economy del Pd.

E il presidente dell’Assemblea Provinciale del PD Massimiliano Manfredi afferma iImportante gesto di Bersani ora Governo si assuma le proprie responsabilità e scopra le carte. Sarà pure irrituale, come ha detto il Ministro Maroni, ma il gesto compiuto stamane dal nostro Segretario Nazionale Pierluigi Bersani dimostra chiaramente per l’ennesima volta il senso di responsabilità del PD e soprattutto che il nostro partito, pur essendo all’opposizione di Regione, Provincia e del Governo nazionale ha da proporre proposte concrete per uscire da questa drammatica emergenza che sta mettendo in ginocchio Napoli e la sua Provincia e che non sembra avere una via d’uscita. Mi auguro che il Governo Nazionale, con il CDM di oggi, segua anch’esso la via della responsabilità e soprattutto della concretezza, anche perché gli spot elettorali non tolgono le oltre 7mila tonnellate presenti sulle strade del nostro territorio mentre le situazione diventa di ora in ora sempre più insostenibile”.

Iv.Gia.

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