Ghizzoni: siamo al lifting monumentale. “Bondi dica se è normale che in violazione della normativa vigente il celebre gruppo marmoreo prestato a Palazzo Chigi, che ritrae Marco Aurelio e la moglie Faustina innestati sui corpi degli dei dell’Olimpo, sia stato sottoposto a un vero e proprio intervento di chirurgia estetica su volere personale del Presidente del Consiglio”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, che aggiunge: “ancora una volta siamo davanti ad un ufficio ministeriale che si piega ai capricci e alle manie del premier, inclusa quella del ‘ritocco’ estetico che questa volta viene imposto a delle vestigia del passato che, contrariamente ad altri, mai si sono lamentate del naturale trascorrere tempo”.
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Manuela Ghizzoni commenta lo sciopero del 17 novembre e le proteste degli studenti
“Non ci possiamo rassegnare al declino a cui ci costringe questo Governo: dobbiamo ridare speranza e futuro al mondo della conoscenza e della scuola”
Ieri si è svolto lo sciopero generale per tutti i settori della conoscenza proclamato dalla FLC-CGIL e centinaia di studenti sono scesi in Piazza per protestare contro la Gelmini. Le proteste sono legittime e del tutto condivisibili. Non possiamo rassegnarci al declino a cui ci costringe questo Governo. Il mondo della conoscenza, della cultura e del sapere è stato utilizzato per fare cassa dal Governo, che ha impoverito il sistema educativo e della conoscenza. Dietro al bisogno di innovazione e di riforme del nostro sistema della conoscenza, è stata nascosta e giustificata una mera operazione di riduzione di risorse, che non fa fare al nostro Paese un passo in avanti nella competizione globale e toglie fiducia e speranza nel futuro ai nostri giovani.
C’è una domanda di fondo alla quale il Governo non ha mai voluto rispondere: i capitoli di spesa che riguardano la scuola, il sapere, la ricerca, la formazione e l’università devono essere considerati, da uno Stato che ha l’ambizione di posizionarsi nella fascia alta delle economie mondiali, come costi o benefici? Sono una spesa o un investimento? Perché se prescindiamo dalla consapevolezza che si tratta di un investimento essenziale per sostenere la crescita sociale ed economica a lungo termine del Paese e il futuro dei nostri giovani, allora la politica di tagli del centrodestra potrà essere spacciata come una scelta tutto sommato comprensibile, soprattutto in un momento di crisi dell’economia. Ma non è così. Il sapere è la leva della crescita e l’unico investimento che ci potrà fare riagganciare la ripresa. Mentre gli altri stati investono nella scuola e nell’università, l’Italia rinuncia alla sfida del futuro. Noi non ci dobbiamo invece rassegnare al declino e le iniziative di protesta di questi giorni promossi dalla Cgil e da altri soggetti vanno in questa direzione.
Continueremo in Parlamento, come fatto in questi anni, a batterci contro la precarizzazione del sistema del sapere, a difesa di una scuola pubblica e di qualità e per un sistema universitario che premi il merito, ma che garantisca al contempo pari opportunità e diritto allo studio e che valorizzi e fornisca garanzie e certezze ai nostri giovani ricercatori, insomma, un sistema all’altezza di un Paese moderno che vuole competere sullo scenario globale.
"´O Ninno, il boss bambino che studiava da manager", di Roberto Saviano
Finalmente è stato arrestato. Era il viceré. Ma ormai i viceré dopo dieci anni diventano quasi re. E infatti lui e l´altro latitante Michele Zagaria sono i due capi che, dopo l´arresto di Sandokan Schiavone, hanno diviso il clan in una sorta di diarchia. ´O Ninno, il bambino, perché con il suo viso da fanciullo era arrivato giovanissimo ai vertici del clan.
Perché le organizzazioni criminali hanno un grande vantaggio rispetto all´economia legale italiana: sono meritocratiche. Un merito identificato nella severità d´azione, nella spietatezza, nel saper gestire gli imprenditori, comprare la politica e saper ammazzare. Iovine, uomo della borghesia camorristica, è stato potente sulla piazza di Roma. È stato proprietario della discoteca più prestigiosa della capitale e l´edilizia è sempre stato, come per ogni capo casalese, il suo ambito privilegiato. Investimenti nel settore immobiliare in ogni angolo d´Italia e in molta parte dell´est Europa, ma cantieri, movimento terre, subappalti, forniture di cemento, noli a caldo e noli a freddo, alta velocità, gallerie. Tutto ciò che è cemento aveva l´interesse di Antonio Iovine e delle sue imprese. La droga, un tabù per i boss casalesi, che potevano trattarla ma mai direttamente nei loro territori, ´o Ninno riesce a farla accettare, riesce a creare sacche di tolleranza. Il suo clan aveva escogitato uno strumento infallibile per trasportare coca: usavano le macchine dei vigili urbani e i vigili stessi come corrieri.
Antonio Iovine non ha affatto il profilo dei vecchi boss che lo hanno preceduto, come Antonio Bardellino o Francesco Bidognetti. Non si presenta come un bufalaro, che la ricchezza criminale ha reso potente signorotto. ´O Ninno ha imparato da Schiavone ad agire come un manager e ad uccidere come i casalesi sempre dicono, “per legittima difesa”, ossia solo persone che si mettono contro i tuoi affari o “compari” di clan nemici o amici, ma comunque camorristi e quindi pronti a dare e perdere la vita. Iovine ha gestito il clan con prudenza e ha portato ovunque i suoi affari, spesso anche all´estero. I suoi parenti si sono trovati in posti chiave. Carmine Iovine, suo cugino, è stato direttore dell´Asl di Caserta. Riccardo Iovine, fratello di Carmine, è stato arrestato per aver dato ospitalità al killer in latitanza Giuseppe Setola.
La fortuna della sua famiglia è dipesa dalla sua inflessibilità, dal suo essere un capofamiglia severo, talvolta spietato. Come nei riguardi di sua cognata, Rosanna De Novellis, vedova di suo fratello Carmine ucciso per ritorsione contro di lui. Rosanna, dopo la morte del marito prende a frequentare altri uomini, ma non sono mai relazioni stabili. Questo la famiglia può tollerarlo (purché resti tutto in segreto), perché nessuno deve prendere il posto del defunto marito. Rosanna però si innamora e decide di sposarsi con un uomo lontano dal clan e dagli affari di famiglia, senza chiedere parere e approvazione. Ma soprattutto Rosanna pretende di mantenere gli agi e i lussi concessi alle vedove rispettose nonostante avesse perso ogni privilegio perché in casa faceva comandare un estraneo. Era questo che la famiglia pensava e per questo si decise di allontanarla definitivamente. Antonio Iovine con lei fu inflessibile, rispose una sola volta alla preghiera di sua cognata con una lettera lapidaria in cui le intimava di non cercarlo mai più e che a giudicarla sarebbero stati i suoi figli maschi. Rosanna De Novellis fu allontanata, per lei niente più stipendio mensile, niente più pagamento del mutuo e il divieto assoluto di poter portare persino un fiore sulla tomba del defunto marito.
Così si comanda un clan. Così si incute timore e si ottiene rispetto: essendo inflessibili prima di tutto con la propria famiglia. Non facendo sconti a nessuno. Così si ottiene la possibilità di poter trattare stupefacenti, contravvenendo a una legge non scritta ma da sempre rispettata. Iovine, che rappresenta le nuove generazioni camorriste, costruite nel ciclo dei rifiuti e riciclando in quello del cemento, è cresciuto nel periodo delle faide che causavano come quella tra bardelliniani e casalesi centinaia di morti all´anno.
L´arresto di Antonio Iovine è una vittoria, ma lo sarà davvero se non si lascerà che altri lo sostituiscano. È una vittoria ogni qual volta ci si rende conto di aver fatto un passo in avanti, ogni volta che la legalità ha sottratto terreno alla criminalità organizzata. E dell´arresto di Antonio Iovine anche il Nord deve gioire perché non è immune da queste dinamiche che sempre più ne regolano affari e geografie. Antonio Iovine è divenuto potentissimo proprio al Nord. Ha i suoi affari, che continuano ad essere floridi, in Emilia Romagna, in Lombardia, in Piemonte e in Liguria. Il risultato messo a segno dalla Squadra mobile di Napoli è fondamentale ed è stato possibile raggiungerlo grazie alle inchieste dei giovani pm da sempre in prima linea contro il clan. Antonello Ardituro e Alessandro Milita coordinati dal pm Federico Cafiero De Raho, simbolo della lotta al clan dei casalesi, l´uomo che ne è la memoria storica.
Ma se la battaglia finisce con le manette per i boss ci saranno i sorrisi, come quelli mostrati dal Ninno. Sorrisi come a dire, in carcere vado a comandare, tutto questo l´avevo già previsto. Vi ho fatto il regalo così vi sentite tutti più efficienti e buoni tanto fuori restano i miei capitali. È il Nord il centro degli investimenti mafiosi, casalesi come calabresi e siciliani. Un Nord troppo aperto a prenderne i capitali e a divenire cassaforte sicure del reinvestimento. Un Nord dove le mafie cercano di interloquire con chi comanda in politica, un Nord che si crede immune e invaso quando invece sempre più spesso è complice e connivente. Quello lanciato dalla Dia sul condizionamento della politica dell´economia e dei servizi da parte delle organizzazioni criminali in Lombardia dovrebbe essere un allarme prioritario per tutto il Paese. Ieri è stato un bel giorno, ma da non far tramontare. A Sud si nascondono in tuguri e case di campagna da cui cercare di scappare dalla finestra, al Nord costruiscono palazzi come nel centro di Milano in via Santa Lucia.
La Repubblica 18.11.10
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“Al Sud comandano con le armi qui hanno saputo mimetizzarsi” Marco Alma, ex pm e consulente della Commissione parlamentare antimafia
Nei confronti dei partiti hanno un approccio soft, fornendo una sorta di appoggio esterno. Marco Alma oggi è consulente della Commissione parlamentare antimafia, per la quale segue l´evoluzione della criminalità organizzata al Nord. Da pm si è occupato delle prime indagini sulle mafie in Lombardia, in tre processi storici – Wall Street, Count Down e Operazione Europa – e nelle inchieste sulla presenza di Stidda e Cosa Nostra nell´hinterland milanese.
Com´è cambiata la mafia in Lombardia?
«Negli anni Novanta c´erano vari gruppi, ognuno con le sue caratteristiche di radicamento sul territorio. I gelesi, ad esempio, preferivano la rotazione dei propri membri sul territorio. I calabresi erano più stanziali. Col tempo, hanno cominciato a creare microcomunità nelle quali tutti provenivano dalla stessa area geografica, dallo stesso paese. E si sono evoluti».
In che modo?
«I vecchi ‘ndranghetisti, pur gestendo il narcotraffico, continuavano a gestire le loro attività legali. Franco Coco Trovato era dietro la cassa del suo ristorante, il boss Papalia guidava il suo escavatore. Ora non li vedi più: comprano partecipazioni azionarie, come hanno fatto con la Perego Strade di Lecco, oppure gestiscono appalti. Si mimetizzano, sono timonieri occulti. E stringono legami con la politica».
Candidandosi?
«No: il loro è sempre “un appoggio esterno”. Quando si presentano dall´amministratore hanno la faccia politica, non portano certo con loro il fucile a canne mozze. Anzi, si mostrano molto amichevoli. Un approccio soft, al quale è difficile dire di no. Fanno favori e poi è normale che i loro interlocutori dovranno disobbligarsi».
La commissione parlamentare antimafia ha chiesto le liste dei candidati in odor di mafia a tutte le prefetture. Ma da Milano ci sono state difficoltà a ottenere i dati. Sono state superate?
«Parzialmente sì. Poi sarà il presidente a fare le sue valutazioni».
Quali sono i partiti più contaminati?
«Non ce n´è uno in particolare. Non ho letto negli atti particolari legami tra criminalità e questo o quel partito. È chiaro che se ho bisogno di un appalto mi rivolgo a chi può decidere, a chi amministra».
La ‘ndrangheta al Nord è stata sottovalutata?
«Un tempo la criminalità era visibile, sparava. Oggi, in tutto il Nord, i mafiosi si sono inabissati. E gli amministratori faticano a contrastare un fenomeno invisibile che per di più non viene percepito dagli elettori. Un po´ di formazione nei confronti della classe politica non guasterebbe».
(da. c.)
La Repubblica 18.11.10
"Bersani blinda il Pd sul governo con Fli e Udc", di Simone Collini
Vertice del leader Pd con gli altri dirigenti. Decisa la road map per dare la spallata al governo e dar vita a un «governo di responsabilità nazionale», che si dovrà occupare anche di riforma fiscale e manovre economiche. Si sono incontrati alle otto e mezzo del mattino e hanno discusso la road map per mandare a casa Berlusconi, il 14 dicembre. Ma hanno preparato anche il terreno per il dopo, se l’operazione dovesse riuscire. E concordato sul fatto che in una fase delicata come questa vanno evitate divisioni interne, scivoloni sulle primarie, confuse discussioni sulle alleanze.
Bersani ha riunito attorno al tavolo D’Alema, Veltroni, Franceschini, Finocchiaro, Bindi, Marino e i due incaricati di discutere con Fli e Udc di legge elettorale, Violante e Bressa. Il segretario del Pd sa che nei giorni che mancano al voto di fiducia Berlusconi si giocherà il tutto per tutto pur di garantirsi la maggioranza (il leader dell’Idv Di Pietro parla esplicitamente di «mercato delle vacche aperto in Parlamento»), e che solo con un partito unito e con un patto blindato con Fli e Udc si può arrivare alla crisi e poi alla creazione di «un governo di responsabilità nazionale». «Non c’è ancora la Costituzione di Arcore», scuote la testa Bersani quando gli riferiscono che qualche esponente del centrodestra già parla di urne per il 27 marzo. Ma per evitare un voto anticipato che anche Casini definisce «da irresponsabili», bisogna evitare passi falsi e tentennamenti.
Per questo agli altri dirigenti del Pd Bersani ha assicurato che ogni decisione verrà presa negli organismi dirigenti, ma che poi bisogna evitare distinguo in altre sedi. E ieri, prima di partecipare insieme a Casini a un incontro in cui si è evocata una “Grosse Koalition” in salsa italiana («è possibile e auspicabile», ha detto Bersani, sarebbe «un fatto virtuoso», ha detto Casini) il leader del Pd ha chiesto il sostegno di tutti non solo sul governo di transizione insieme a finiani e centristi, ma anche su quelli che dovranno essere i pilastri su cui questo dovrà reggersi per almeno un anno.
NUOVA LEGGE ELETTORALE
Il via libera è arrivato da Veltroni e dagli altri, anche su una legge elettorale che prevede il voto di maggioranza solo per chi dovesse raggiungere il 45%, una quota proporzionale degli eletti del 45% e del 55% con collegi uninominali. Un testo che ora Violante e Bressa discuteranno con finiani e centristi, ma che già nei giorni scorsi era stato discusso con Bocchino (per la precisione nel giorno in cui Bossi incontrava Fini per cercare un accordo). Ma all’incontro di ieri si è raggiunta l’intesa anche sul fatto che il governo «di responsabilità nazionale» in circa un anno dovrà approvare una riforma fiscale (sull’innalzamento delle tasse per le rendite finanziarie c’è già convergenza con Fini e Casini) e una serie di manovre economiche e per l’occupazione.
Se su questo c’è stata unanimità, Bersani ha invece dovuto far fronte alle preoccupazioni espresse da Veltroni sulla strategia delle alleanze. Non c’è solo da chiarire il rapporto con Di Pietro e con Sinistra e libertà, secondo l’ex segretario. Il Pd, ha detto Veltroni, deve evitare lacerazioni tra chi vuole allearsi con Casini e chi con Vendola, e per farlo c’è un solo modo: investire su se stesso, rilanciare il profilo riformista, presentare una propria piattaforma programmatica e solo dopo discutere con le altre forze di un’eventuale alleanza. Bersani non ha contestato il discorso, ma ha anche fatto notare che se non si lavora per unire tutti quelli che oggi fanno opposizione a Berlusconi, difficilmente si riuscirà a mandarlo a casa. Così come sul tema delle primarie, Bersani ha bloccato sul nascere sia chi vorrebbe rivederle a Bologna, Napoli e Torino, sia chi vorrebbe mantenere così com’è questo strumento: «Va data un’aggiustata ma non rinunceremo mai alle primarie», è la rassicurazione data ad ambo le parti.
Ma tutti nel Pd si rendono conto che il primo passo è far cadere il governo. E che sarà possibile se si seminerà il terreno, da qui al 14, di quelle che Franceschini definisce «mine». Per questo c’è stata l’accelerazione sulla mozione di sfiducia a Bondi il 29, che tra l’altro arriva dopo una settimana di passione per il centrodestra, visto che il 22 si voterà la mozione di Fli su Rai e pluralismo e quella dell’Idv per la «revoca di deleghe» a Calderoli.
L’Unità 18.11.10
«La strage di Brescia, mia madre e la verità». Il racconto di Alfredo Bazoli, di Antonio Quaglio
«Né verità né giustizia? No, ora la verità, la verità storica c’è». Alfredo Bazoli alterna amarezza personale e speranza civile, parlando con Il Sole 24 Ore all’indomani della sentenza della Corte d’Assise di Brescia sulla strage di Piazza della Loggia. Dopo 36 anni nessuna condanna: né per Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte e Delfo Zorzi, gli attivisti di Ordine nuovo per i quali il pm aveva chiesto l’ergastolo; né per l’ex generale dei carabinieri Francesco Delfino, accusato di concorso, né per Pino Rauti, padre storico del movimentismo neo-fascista. Articolo 530, comma 2 del codice di procedura penale: formula dubitativa.
Il 28 maggio del 1974 la bomba “nera” falciò – assieme ad altre sette – la vita di Giulietta Banzi Bazoli, 34 anni. Era la mamma di Alfredo (che allora aveva quattro anni), Guido (sei) e Beatrice (otto e mezzo). Era un’insegnante di francese al liceo classico «Arnaldo», nel cuore di Brescia. Era la figlia di un dinastia imprenditoriale, un nome nella borghesia cittadina fin dall’inizio del ‘900. Non per caso era la moglie di Luigi Bazoli, nipote e omonimo di un fondatore dei Partito Popolare con De Gasperi e don Sturzo; e fratello di Giovanni, che nei primi anni 70 era un giovane giurista della Cattolica, non ancora il presidente di Intesa Sanpaolo. Quella mattina maledetta in Piazza della Loggia, però, la professoressa Banzi non stava passeggiando in centro con le amiche.
Era lì – vicino al cestino portarifiuti imbottito di esplosivo – come attivista di Avanguardia operaia e dirigente-fondatrice della Cgil Scuola: perché quella mattina erano stati i sindacati e il Comitato antifascista di Brescia a riempire la piazza «contro il terrorismo neofascista». Vicino a lei Alberto e Clementina Trebeschi, altri due insegnanti cigiellini. E poi Livia Bottardi Milani: scuola, Cgil, Aied, Circolo del cinema. E un professore di applicazioni tecniche originario di Foggia: Luigi Pinto, 25 anni. Infine: Vittorio Zambarda, un muratore comunista appena andato in pensione; l’ex partigiano Euplo Natali e Bartolomeo Talenti, un sindacalista della Flm.
Per la loro causa insanguinata, tre processi: il primo nel ’79, portò alla condanna di alcuni esponenti dell’estrema destra bresciana e all’assassinio in carcere di Ermanno Buzzi da parte di Mario Tuti e Pierluigi Concutelli). Tre processi e «nessuna giustizia». «Non mi sono mai fatto nessuna illusione – dice Alfredo Bazoli, che oggi fa l’avvocato come il padre, il nonno e lo zio ed è consigliere comunale per il Pd a Brescia – Condanne per un reato così grave esigevano un quadro probatorio solidissimo e a quasi quarant’anni di distanza era arduo costruirlo». Però «ora gli italiani sanno che l’inquinamento delle prove, i depistaggi investigativi, le connivenze degli apparati dello stato con l’eversione neofascista erano parte di una vita democratica incompiuta e minacciata».
Bazoli attende ora le motivazioni della sentenza: non ancora riconciliato con «un’esistenza amputata» (il padre Luigi, tra l’altro, morì tragicamente nel 1996); ma convinto che dalle pagine dei giudici bresciani emergerà un volume su una delle tante “notti della Repubblica” che centinaia di udienze hanno comunque illuminato a giorno. E che ora sono autentica «memoria collettiva»: quella che già nel 1975 un liceo scientifico di Lecce cominciò a onorare intitolandosi a Giulietta Banzi Bazoli.
Il giorno dopo il funerale della professoressa Banzi Bazoli all’ombra di una semplice bandiera rossa, i suoi allievi tennero un’assemblea e votarono una mozione: «Di fronte al tentativo di mistificare i connotati politici di questi caduti, facendoli passare per individui casualmente coinvolti nella strage, è necessario testimoniare l’impegno politico che li ha portati al sacrificio».
Il Sole 24 Ore 18.11.10
"Le statue truccate di Palazzo Chigi", di Carlo Alberto Bucci
Venere ha riacquistato entrambe le mani. Marte, insieme alla destra, anche il pene perduto da tempo. Miracolo a Palazzo Chigi. Per espressa volontà di Silvio Berlusconi. E in barba alle regole del restauro che vietano ripristini e falsi storici che alterino l´autenticità dell´opera d´arte.
l celebre gruppo marmoreo, con i ritratti romani di Marco Aurelio e della moglie Faustina innestati sui corpi “greci” degli dei dell´Olimpo, è stato sottoposto a un intervento di chirurgia estetica che rischia di avere pesanti riflessi negativi sulla scultura del 175 dopo Cristo. E sull´immagine della scuola dei restauratori italiani nel mondo. Così, dopo le polemiche per lo spostamento dal Museo delle Terme di Diocleziano a Palazzo Chigi, una nuova bufera sta per abbattersi sui preziosi 1.400 chili di marmo.
Su espressa richiesta del presidente del Consiglio, e su insistenti pressioni del suo architetto Mario Catalano, il ministero dei Beni culturali ha portato a termine un´operazione di “risarcimento” delle parti mancanti della scultura classica che, ritrovata nel 1918 a Ostia, si trova da quest´anno in prestito nella sede del governo. Una scelta che contrasta con la virtuosa via italiana al restauro filologico. E che cozza con l´attuale regime di austerity che il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi e quello dell´Economia Tremonti hanno imposto alla tutela del patrimonio artistico (-46% i fondi per il 2011): è vero che le spese per il restyling sono a carico della presidenza del Consiglio, ma quei 70mila euro potevano tamponare un intervento di massima urgenza nell´Italia delle mille Pompei che franano invece di essere spesi per un maquillage.
«Perché in Cina le sculture appaiono come nuove mentre alle nostre mancano braccia e teste? Completate quelle statue» avrebbe detto il premier all´architetto Catalano dopo essersi visto consegnare, il 25 febbraio, il Gruppo di Marte e Venere, la Statua di Ercole con cornucopia e la Statuetta femminile panneggiata e velata, provenienti dall´aula V del Museo delle Terme di Diocleziano a Roma, già ripuliti in vista del prestito. È stato così che, mentre la “Velata” andava ad abbellire l´appartamento del presidente del Consiglio a palazzo Chigi, il marmo d´età antonina veniva esibito nel cortile d´onore durante la visita del premier cinese Wen Jiabao del 7 ottobre e facendo finta che il tempo non è passato sui corpi delle due imperiali divinità, mutilandole.
Da anni i restauratori italiani tengono lezioni e laboratori in Cina sulla conservazione delle opere d´arte così come arrivano da secoli di storia. Nel caso di Marte e Venere, è come se il maestro si fosse lasciato deviare dall´allievo. Gli arti, i genitali del dio della guerra e le altre parti posticce realizzate in plastilina e marmo, aderiscono quasi senza soluzione di continuità al corpo originario della scultura: traggono così in inganno lo spettatore e contravvengono alle regole del restauro italiano che prevede di “dichiarare” la differenza tra antico e moderno. Con la versione di Marte e Venere voluta da Berlusconi sembra di essere tornati ai secoli in cui i cardinali di Roma facevano completare agli scultori barocchi le statue acefale e monche ritrovate tra le vigne della Città Eterna, anche se oggi nessuno si sogna più di usare perni metallici per sostenere le protesi. Indubbio invece che il cielo azzurro messo come fondale sia frutto del gusto hollywoodiano dell´architetto Catalano: una scenografia che nulla ha a che vedere con la storia, lo stile e il decoro del cinquecentesco edificio appartenuto ai Chigi.
Autorizzato dall´ex soprintendente di Roma Giuseppe Proietti, il “reintegro” ha costretto al lavoro una dozzina di esperti del Collegio romano. Nel tentativo di limitare il falso storico, i tecnici del ministero hanno eseguito studi sulla forma e le misure delle parti mancanti attraverso confronti metrici su statue analoghe: qual è la posizione delle dita di Venere che sfiorano Marte e quanto deve essere lungo il suo membro?
La permanenza del gruppo alto 228 centimetri a palazzo Chigi è però appesa al filo della crisi di governo. E di conseguenza le aggiunte sulla bella dea e il virile compagno. Nel nulla osta del 29 marzo 2009 l´allora soprintendente di Roma Angelo Bottini – preso atto della richiesta giunta dalla presidenza del Consiglio dei ministri dopo che un anno prima il premier era rimasto folgorato dalle statue – disponeva infatti che “il prestito durerà fino alla fine della legislatura”. Una volta rientrati alle Terme di Diocleziano, dove si spera finiscano in fretta i lavori di ristrutturazione delle sale, Marte e Venere verranno probabilmente liberati dalle parti reversibili. Nessun museo accetta infatti nelle sue collezioni mani finte e attributi posticci.
La Repubblica 18.11.10
"L'audace taglio del solito Tremonti", di Pietro Greco
Fondi e burocrazia. Così muore l’università. I ricercatori italiani sono scesi di nuovo in piazza ieri aRoma per protestare contro il nuovo attacco del governo Berlusconi all’autonomia della scienza. Il ministro Gelmini ha infatti ha sottratto la gestione degli Enti pubblici di ricerca ai presidenti o ai direttori – in genere scienziati di chiara fama – per affidarla a direttori amministrativi, nominati senza vincolo dal ministro, che avranno l’ultima parola persino nella formulazione degli indirizzi scientifici degli Enti. Il rischio è che la ricerca italiana, già priva di risorse, sia gestita con un approccio burocratico e, insieme, politico. Sarebbe la sua fine. A proposito di risorse. Da qualche giorno il ministro Giulio Tremonti va sostenendo che, con i provvedimenti contenuti nella legge di stabilità in votazione al Parlamento, aumenterà gli investimenti per l’università nel 2011 di un miliardo di euro. Si tratta, né più e né meno, di una grossa bufala. Propinata con destrezza. Come infatti ha prontamente rilevato Walter Tocci, deputato del Pd ed esperto di politica della ricerca e dell’alta formazione, la verità è che il prossimo anno le università subiranno un taglio sostanzioso rispetto al 2010: di 276 milioni di euro. Non un miliardo in più, dunque,ma un altro quarto di miliardo in meno. Le cose stanno così. L’emendamento voluto da Tremonti alla legge di stabilità da lui stesso elaborata Contiene un contributo aggiuntivo per il Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) dell’università di 800 milioni di euro (non di un miliardo, dunque). Nello stesso decreto emendato proposto alle Camere è previsto, tuttavia, un taglio, per così dire, ordinario di 126 milioni. Cosicché i soldi aggiuntivi a disposizione scendono a 674 milioni. Ma intanto il governo non rifinanzierà la legge con cui il governo Prodi aveva sostenuto l’Ffo (550 milioni di euro) e non reitererà l’una tantum di 400 milioni ottenuti lo scorso anno col rientro dei capitali dall’estero. In pratica, con un “sforbiciata alla chetichella” le università perderanno 950 milioni che aveva lo scorso anno. Mentre otterranno 674 milioni con l’emendamento Tremonti. Risultato: un taglio secco rispetto al già magrissimo 2010 di 276 milioni. Per questo Tremonti chiede e, probabilmente, otterrà di essere ringraziato. Avremo così, in questa sempre più incredibile Italia di fine regime, quello che Walter Tocci ha chiamato un “taglio con l’applauso”. Il guaio è che ad applaudire non ci sono stati solo i media più distratti. Ma anche molti docenti e qualche rettore. Forse nella speranza (nell’illusione) che applaudendo con forza il manovratore qualcuno riesca a salvarsi individualmente dalla “sforbiciata con destrezza”.
L’Unità 18.11.10
