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"L´Ulivo sorpassa il Pdl e Fini raggiunge l´8%", di Ilvo Diamanti

Silvio Berlusconi non ha mai pensato di aprire la crisi, in queste condizioni. Venire “sfiduciato” dalla Camera, per chi è stato eletto con una larghissima maggioranza, appena due anni fa.
Come spiegarlo agli elettori? Ma c´è un problema ulteriore e forse maggiore. Aggiungere alla sfiducia della Camera quella dei cittadini. Anche se Berlusconi continua a dire che il 60% degli italiani “è con lui”, a noi – e non solo a noi – risulta un dato assai diverso: 32%. Meno di un terzo degli italiani. È ciò che emerge dal sondaggio dell´Atlante Politico di Demos, condotto negli ultimi giorni. Un grado di fiducia inferiore a quello di Bersani, ma anche di Tremonti, Casini, Fini. Solo Bossi è meno “amato” di lui. Ma il leader della Lega è, da sempre, uomo di “fazione” e di “frazione”. Più che unire, divide.
Si tratta, per Berlusconi, del livello più basso negli ultimi due anni. Dalle elezioni politiche che lo hanno visto trionfatore, a capo del centrodestra. Per questo la prospettiva della crisi lo preoccupa. Teme la trappola dei “governi tecnici” e delle “larghe intese”. Anche se invoca nuove elezioni, in caso di crisi, in realtà non le vuole. Non per ora, almeno. Le ritiene rischiose. A ragione, viste le stime elettorali di Demos. Che vedono il Pdl ridotto al 26%. (Meno di Forza Italia – da sola – nel 2001.) Mentre la Lega frena, pur superando il 10%. Insieme il centrodestra supererebbe di poco il 37%. Mentre il Pd, fermo alla soglia del 25%, insieme all´Idv, Sel (entrambe intorno al 7%) e alle altre formazioni di sinistra (Rc e Pdci), toccherebbe il 40%. Con questa legge elettorale, quindi, un centrosinistra “formato Ulivo” potrebbe perfino vincere (grazie al cedimento altrui), conquistando la maggioranza assoluta dei seggi. Alla Camera, almeno. Un´ipotesi, fino a poco tempo fa, comica più che irrealistica.
Al Senato, invece, il sistema elettorale non permetterebbe a nessuna coalizione di ottenere la maggioranza dei seggi. Vista l´ampiezza raggiunta, secondo le stime elettorali, dal Polo di Centro. Circa il 16%, contando, oltre all´Udc, il partito di Fini (e altre formazioni minori: Mpa e Api). Fli, in particolare, continua a crescere. Oggi è intorno all´8%. A (e con) dispetto del Cavaliere e dei suoi uomini. Soprattutto, i reduci di An. Fini, il “traditore”. In grado di ridimensionare il Pdl e l´attuale – presunta – maggioranza. I dubbi sull´esito del voto, peraltro, si fanno strada anche fra gli elettori. Benché il 50% ritenga ancora probabile la vittoria del centrodestra e solo il 34% quella del centrosinistra. Un divario di 16 punti. Ma due mesi fa la distanza era ben più ampia: 33 punti (e gli elettori che scommettevano sul successo del Centrodestra erano il 57%).
Naturalmente, i sondaggi non sono elezioni. Ma, in effetti, Berlusconi li sa interpretare – e usare – molto bene. Magari li comunica “a modo suo”. D´altronde, siamo in tempi di campagna elettorale permanente. E i sondaggi, oltre a rilevare le opinioni, talora le orientano. Ma oggi gli consigliano di attendere. Cercando di riconquistare la maggioranza. Intanto alla Camera, attraverso una pressante campagna acquisti. Poi, anche presso gli elettori. Preoccupati dall´andamento dell´economia. Delusi dai risultati del governo. Il federalismo annunciato e non ancora ottenuto. I “fatti” annunciati – senza grandi effetti. Le immondizie a Napoli: sparite in dieci giorni. E ricomparse dopo altri cinque. La ricostruzione dell´Aquila. Di cui i residenti non sembrano essersi accorti. E poi, la passione di Berlusconi per le donne e le ragazzine, ammessa senza scuse. Ma, anzi, rivendicata con un certo orgoglio (e un cenno di intesa. Come dire: in fondo voi siete come me, anche se non avete il coraggio di ammetterlo). I due terzi degli italiani la considerano un elemento di debolezza, per un leader. Anzi: il Leader. Il presidente del Consiglio.
Per questo, Berlusconi cerca di tirare avanti. Di allontanare – di un mese – la prova della verifica parlamentare, E spostare il voto a primavera, almeno. Intorno alla sua maggioranza, ormai minoritaria, le opposizioni si preparano. E lavorano: alla ricerca di alleanze e di leadership. Nel centrosinistra – soprattutto nel Pd – è ampia la voglia di ampie intese. Da sinistra fino al centro. Una Santa Alleanza per cacciare il tiranno. Ma, dovendo scegliere, fra gli elettori prevale nettamente l´ipotesi di ricostruire l´Ulivo. Cioè: di allearsi con le sinistre. In particolare con la Sel di Nichi Vendola. La maggioranza degli elettori di centrosinistra (30%), peraltro, vorrebbe il governatore della Puglia leader della coalizione. Un po´ più ridotto (25%) il gradimento per Bersani, il quale resta, comunque, il leader di gran lunga preferito dalla base del Pd. L´alleanza privilegiata con il polo di Centro – secondo i dati dell´Atlante Politico – appare, invece, scarsamente apprezzata dagli elettori di Centrosinistra. Reciprocamente, gli elettori di Centro non sembrano attratti da un´intesa con il Centrosinistra. Preferiscono di gran lunga l´autonomia. Correre da soli. Fare il Terzo Polo. Alla guida di Casini oppure di Fini. In misura molto più limitata, di Luca Cordero di Montezemolo (apprezzato, anche da una quota significativa di elettori del Pd).
Insomma, il sistema politico appare incerto e aperto, come mai lo era stato negli ultimi anni. Almeno dal 1994-96. Tutto appare in movimento. Le alleanze, le leadership e di conseguenza anche gli elettori. Un po´ disorientati, di fronte a un´offerta politica fluida e instabile. Dove i partiti maggiori, due anni fa perni di un bipolarismo bipartitico, appaiono più provati degli altri. Il Pdl, fiaccato dalla defezione di Fini e dai dolori del (sempre) giovane Berlusconi. Mentre il Pd è in preda a una crisi deleteria, in parte incomprensibile. È troppo impegnato a macerarsi all´interno, a logorare ogni leader possibile, presente e futuro. A coltivare la propria eterna vocazione minoritaria e perdente. Così non si accorge che potrebbe diventare maggioranza e – perfino – vincere.

La Repubblica 18.11.10

"La generazione 2.0 vive anche in piazza", di Fabrizia Bagozzi

Non era il davvero troppo facile Bunga Bunga (presente ma tutto sommato in modica quantità), ma futuro il termine più citato ieri dai 200mila studenti medi e universitari che hanno manifestato ieri in tutta Italia. E che il ministro dell’istruzione Gelmini ha liquidato come mantenitori dello status quo che «ripropongono vecchi slogan». Il variegato plotone in età scolare che ha popolato per un giorno le piazze italiane (e, al netto degli estremismi dei soliti quattro gatti che cercano di monopolizzare l’attenzione, in modo pacifico) chiedeva non già investimento nella scuola pubblica – parolaccia – ma almeno non disinvestimento, un minimo di garanzie di formazione, opportunità e merito. Tromboni immobilisti. E per di più (il copyright è del ministro della gioventù Meloni) manipolati da «sindacati, baroni e partiti».
Se tutto questo è un déjà vu – mai comunque più del grembiulino e del cinque in condotta – forse è solo perché roba che risale al paleozoico è ancora lì, irrisolta. A dispetto delle famose “tre i” berlusconiane (ricordate? Quella sì sembra un’altra era geologica), inglese internet, impresa.
Loro, i duecentomila tromboni immobilisti manipolati l’hanno buttata sul concreto, come da tratto generazionale. Concedendosi qualche parolaccia, un po’ di situazionismo, una dose omeopatica di antipolitica e quella retorica del futuro che, data l’età e lo stato dell’arte, quasi non sembra tale.
E hanno dato vita a una mobilitazione che è partita da un’occasione istituzionale – la giornata mondiale del diritto allo studio – e si è giocata tutta fra piazza reale e piazza virtuale, in un rimbalzo continuo e in diretta fra strada, radio studentesche, web e social network. Con visibilità massima nei luoghi di socializzazione della generazione 2.0. E con forme di protesta che hanno tenuto insieme il vecchio e il nuovo. Di rigore il corteo, il sit in, il concerto, qualcuno si è poi inventato una rappresentazione teatrale (Pane e Divina Commedia, in polemica con lo slogan tremontiano la cultura non si mangia a Messina), qualcun altro una Camminata dei diritti (da Pesaro a Urbino). Ad Avellino c’era chi consegnava mele davanti alle scuole (con cartelli Siamo alla frutta). A Napoli chi ripuliva le piazze all’insegna dello slogan Riprendiamoci la città.
Duecentomila giovani di cui certo molti di sinistra ma anche tanti di destra. Oltre ai tanti, tantissimi che non saprebbero o comunque non vorrebbero definire un’appartenza, ma invece scelgono di marcare pubblicamente bisogni esigenze, obiettivi. Vincendo – a modo loro e non c’è dubbio che non sia l’unico – la rassegnazione a cui ti spinge quasi inerzialmente la constatazione che le cose non cambiano e se cambiano richiano di peggiorare. E che ti porta a cercare, quando ne hai la possibilità, scorciatoie facili. A seguire la logica del privilegio che per definizione riguarda pochi.
Dalle piazze di ieri è arrivato un segnale – magari parziale – di vitalità della generazione 2.0 che definire vecchio, questo sì, è ideologico.
E anche un tantino trombone.

da Europa Quotidiano 18.11.10

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200mila giovani in piazza. Per Gelmini sono «vecchi»
Gli studenti in tutto il Paese hanno gridato i loro no alla riforma che uccide la scuola pubblica”, di Gioia Salvatori

«Governo precario, generazione precaria: vediamo chi cade», «Gelmini e Tremonti appesi a un filo, lasciamoli cadere» recita uno striscione dei collettivi link all’ateneo di Bari. La sfida degli studenti all’esecutivo ieri è stata uguale a cento piazze: quelle in cui, in occasione della giornata mondiale per il diritto allo studio, medi e universitari hanno manifestato contro il ddl Gelmini e non solo. Cavalcando la crisi di governo. Non a caso a Roma, dove i cortei sono stati tre, un gruppo di studenti ha superato i confini del percorso autorizzato per finire sotto le finestre di Camera e Senato e urlare alla maggioranza parlamentare e al governo che è ora di «Dimissioni». «È solo l’inizio, non ci fermeremo qui», dicono i manifestanti scesi in piazza con Rds (Rete degli studenti), Link, UdS e UdU, per nulla fiaccati da un mese di mobilitazioni, occupazioni e cortei. Ieri hanno rilanciato manifestando in 200mila in tutta Italia con cortei a Milano, Palermo, Bologna, Napoli, Venezia, Firenze, Ancona. Non solo sfilate ma anche nuove occupazioni: a Torino è stata la volta della facoltà di matematica con l’occupazione di palazzo Campana,uno dei luoghi simbolo del ’68; nel capoluogo torinese i cortei sono stati due e gli studenti medi hanno anche occupato per un paio d’ore i binari a Torino Porta Nuova. Aroma continuano le occupazioni di quattro storici licei del centro (tra cui Virgilio e Manara), a Catania universitari, studenti e precari della scuola hanno occupato l’ex monastero dei benedettini che ospita Lettere e Lingue. A Trieste corteo e festa: le occupazioni hanno convinto la Provincia a stanziare fondi per l’edilizia scolastica. A Pisa occupato il polo Carmignani, in pieno centro città. A galvanizzare la protesta il rischio chiusura di una mensa universitaria visto il buco di bilancio di 11 milioni nelle previsioni 2011 dell’azienda regionale per il diritto allo studio della Toscana. Sempre a Pisa ieri una ragazza è rimasta contusa durante una carica di alleggerimento contro un gruppo di studenti medi che tentava di oltrepassare i confini del corteo autorizzato per manifestare sotto confindustria. Alla fine sono state uova contro le banche, così come a Milano dove è stata danneggiata una sede della Fideuram. A Milano gli studenti si sono recati anche in via Imbonati in solidarietà ai tre immigrati in protesta alla ex Carlo Erba contro la sanatoria truffa. Nessuno scontro a Roma dove parte degli universitari ha lasciato il corteo principale per finire sotto Montecitorio e un gruppo di liceali delle scuole occupate del centro storico ha bloccato il lungotevere con flash mob e corteo non autorizzato. «Solo vecchi slogan», ha detto Gelmini agli studenti, che hanno replicato definendo «accanimento terapeutico » che il ministro dell’Istruzione dopo tutte le proteste ancora non si dimetta. Le parti degli studenti sono state prese da Pd, IdV, Sel. Altre manifestazioni ci saranno nei prossimi giorni.

L’Unità 18.11.10

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La rabbia degli studenti: sfilano in 200mila. La Gelmini: “Ho ascoltato vecchi slogan di chi non accetta il cambiamento”, di Corrado Zunino

Settanta cortei. Binari occupati a Torino, rotte le vetrine di una banca a Milano. In duecentomila si sono presi settanta tra città e paesi, perché la protesta degli studenti è già tracimata in provincia. “Riprendiamoci il futuro”, era per tutti il coro-manifesto. Solo a Roma tre cortei separati poi confluiti in piazza Venezia. Almeno ventimila ragazzi a Torino, dove in serata una folla ha occupato la facoltà di matematica dell´università, il luogo dove nacque il ´68 cittadino. Undici sfilate di protesta in Puglia, tre lungo le strade di Gravina, Altamura, Monopoli, agglomerati di Bari. Dieci cortei in Sicilia, anche a Patti e Vittoria. Manifestazioni a Oristano e Siniscola in Sardegna, a Imperia, Udine e Cesena, ad Asti, Biella, Verbania. A Palermo gli “studenti indisponibili” ispirandosi alla Pantera dei tardi Ottanta hanno formato un coordinamento «senza bandiere di partito». A Bari hanno distribuito banconote con la faccia del ministro Gelmini (gli otto miliardi di tagli in tre anni) e recitato poesie: «Conoscenza contro la violenza». Per esserci, ad Ancona, cinque studenti di Urbino sono partiti cinque giorni prima: cento chilometri a piedi. Allo storico VII Circolo Montessori di Roma i docenti hanno realizzato un asino alto quattro metri riciclando 4.000 bottiglie di plastica: «A forza di tagli trasformeremo i nostri bambini in somari». E a L´Aquila in mille sono arrivati sotto le finestre della Regione dopo aver attraversato – era la prima volta – le strade più importanti della città ferita: “Eppur ci siamo”, diceva lo striscione.
Duecentomila studenti italiani in piazza nella giornata mondiale del diritto allo studio. Hanno tentato di ricollegarsi alle proteste parigine e londinesi, addirittura al dibattito delle associazioni africane e latino-americane. Alle nostre latitudini – e l´Italia da due anni è il centro mondiale della protesta scolastica – tra i settanta cortei (quaranta al Sud) ci sono stati momenti di tensione: ad Ancona e Pisa, a Torino dove hanno occupato i binari della stazione di Porta Nuova, a Palermo con un lancio di uova su un´agenzia del Banco di Sicilia e soprattutto a Milano, dove un gruppo di incappucciati ha sfondato la vetrina di una banca. «Danni per 150mila euro», ha denunciato il vicesindaco Riccardo De Corato mettendo nel conto saracinesche imbrattate e straordinari del reparto celere. Molte aree sono rimaste a disposizione il pomeriggio: piazza Navona a Roma per la Cgil. Diversi i concerti – Roma, Napoli, Salerno, Caserta, Ragusa – i reading letterari, le lezioni all´aperto dei “prof” solidali.
Le manifestazioni anti-Gelmini degli ultimi tre mesi si stanno trasformando in una nuova ondata di occupazioni: ieri è toccato a due facoltà di Catania, Lettere e Lingue, quindi Pisa, un paio di licei romani, Palazzo Campana a Torino e la Statale di Milano. Genova, Trieste e tutta la Toscana hanno decine di istituti in assemblea permanente. Gli studenti medi e universitari, dopo gli incontri con la Fiom e i comitati per l´acqua pubblica, ieri hanno accettato di farsi affiancare da Amnesty international, Legambiente, dai comitati precari. Sono convinti di portare la loro ribellione nella società e, contemporaneamente, chiedono trasporti accessibili: un biglietto unico da 18 euro in tutta la Campania per i fuori sede delle università.
«Ho ascoltato vecchi slogan di chi non accetta il cambiamento», ha liquidato il tutto Mariastella Gelmini, ministro dell´Istruzione che dalla prossima settimana dovrà affrontare lo scivoloso decreto di riforma universitaria. Oggi si torna alla commissione Bilancio della Camera: Tremonti ha promesso un miliardo (per ricercatori e borse di studio), ma per ora la copertura non c´è. La prossima settimana riparte la discussione: l´Udc potrebbe votare con Pdl e Lega, i finiani restano all´opposizione. “Governo precario, generazione precaria: vediamo chi casca”, dice l´ultimo striscione

La Repubblica 18.11.10

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In 200 mila contro la riforma La Gelmini: «Slogan vecchi»
Cortei di studenti in 100 città. Torino, occupati i binari

Il 17 novembre è da sempre una data simbolica per i movimenti studenteschi. Proprio quel giorno, nel 1973, i carri armati presero a cannonate il Politecnico di Atene per soffocare la rivolta contro la dittatura militare, mentre nel 1989, a Praga, la carica della polizia sugli studenti in piazza san Venceslao segnò l’inizio alla rivoluzione di velluto. Anche per questo il 17 novembre è diventata la giornata internazionale di mobilitazione per il diritto allo studio che ieri, in Italia, ha portato in piazza 200 mila fra studenti, ricercatori e precari. Più di 100 città sono state attraversate dai cortei nello stesso giorno dello sciopero proclamato dalla Flc Cgil per l’intero settore della conoscenza, dagli asili agli enti di ricerca. Manifestazioni e sciopero si aggiungono alle occupazioni che in questi giorni si moltiplicano da Nord a Sud, sempre con lo stesso obiettivo: dire ancora una volta no alle riforme fatte in questi due anni e mezzo nella scuola e soprattutto basta con la politica dei tagli seguita dal governo.

Milano

Come già in passato il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini sceglie di minimizzare: mentre vengono diffusi i dati ufficiali sull’adesione allo sciopero, 3,8%, lei dice che «vengono riproposti i vecchi slogan di chi vuole mantenere lo status quo, di chi è aprioristicamente contro qualsiasi cambiamento». Parole alle quali risponde Francesca Puglisi, responsabile scuola Pd: «Di vecchio c’è solo la sua idea di scuola dei grembiulini e 5 in condotta, gli edifici non a norma e le aule senza tecnologie». La protesta è stata promossa da diverse organizzazioni, dalla Rete degli studenti all’Unione degli universitari, dal Link alla Federazione degli studenti, passando per i Giovani democratici. Quasi sempre sigle vicine alla sinistra, è vero, ma sarebbe riduttivo considerare quella di ieri una protesta soltanto politica o generazionale. Il disagio nelle scuole e nelle università c’è e si è visto ancora una volta. I cortei sono stati tranquilli e pacifici. Momenti di tensione a Milano, dove la vetrina di una banca in corso di Porta Romana è stata presa a colpi di mazza, e a Pisa dove i manifestanti hanno provato a forzare il blocco per raggiungere la sede di Confindustria, con una carica degli agenti che ha fatto due feriti. A Torino gli studenti hanno occupato i binari della stazione di Porta Nuova e Palazzo Campana, storica sede universitaria dove cominciò il movimento del ’68. Qualcuno ha studiato iniziative ad effetto, come nelle Marche dove gli universitari della Carlo Bo sono andati a piedi da Urbino ad Ancona, una scarpinata di 100 chilometri durata cinque giorni. Gli studenti napoletani hanno lavorato di fantasia con lo slogan «Noi non pagheremo i bunga bunga del governo», mentre la Flc Cgil ha chiuso la giornata a Roma con un dibattito a più voci in piazza Navona, dove sono stati proiettati alcuni brani del film «La scuola è finita».

Non è la prima protesta di questo caldo autunno studentesco, e probabilmente non sarà nemmeno l’ultima. La prossima settimana arriva in Aula alla Camera un’altra riforma Gelmini, quella dell’università, nonostante la crisi politica e i problemi di copertura finanziaria che l’avevano fermata un mese fa. Gli studenti e ricercatori che hanno manifestato ieri non hanno ancora trovato un nome comune, come fu con l’Onda e con la Pantera. Ma è probabile che scenderanno di nuovo in piazza.

Il Corriere della Sera 18.11.10

"Un´identità da ristudiare", di Francesco Merlo

E se dovessimo ancora farlo, il Risorgimento? Contro Bossi, che lavora per dividere l´Italia imputando al Sud lo Stato che dal Nord è nato. Contro i “neoterroni”, che gli forniscono alimento immaginando un´altra Cassa del Mezzogiorno, un partito del Sud. Contro la riforma della Gelmini, che concentra nella scuola a cui si deve l´unità d´Italia i più vieti e rancorosi luoghi comuni antiunitari.
A partire da Gramsci, tutti gli storici hanno raccontato il Risorgimento come il piccolo movimento militare di un grande gioco internazionale, alla fine del quale i contadini del sud diventarono briganti, periferia senza storia e senza patria e dunque illegale e mafiosa; la Lombardia, che era europea, fu annessa al Piemonte; le altre realtà statali furono unificate con un artifizio da un gruppo di notabili che parlavano francese. L´Italia che ne nacque fu, per tre quarti di secolo, malata: a Nord infestata da pellagrosi e cretinici per via della dieta a base di mais, al sud da contadini devastati da quella malaria che uccise anche Cavour. Nel 1882 il senatore Luigi Torelli imputò il dilagare della malattia – pensate – all´espansione delle ferrovie: «Ci sono troppi ristagni d´acqua negli scavi laterali alle strade ferrate!». Anche il pessimismo verghiano, da cui discenderanno a catena Pirandello, Brancati, Tomasi di Lampedusa e Sciascia, ha il filo conduttore nella malaria «che vi entra nelle ossa col pane, e se aprite la bocca per parlare, e mentre camminate lungo le strade soffocanti di polvere e sole…».
E sono tutte controverse le figure del Risorgimento, che fu passione letteraria e non interesse sociale, mentre è unitaria l´idea antiunitaria di «Roma ladrona», vecchia pulsione vandeana e semplificatoria, la stessa che ispirava il qualunquista Giannini e a sinistra divenne «capitale corrotta / nazione infetta», sino a «la vera mafia sta a Roma». Ed è bene ricordare l´omelia ai funerali del generale Dalla Chiesa: «Dum Romae consulitur Saguntum expugnatur».
Possiamo fare un Risorgimento? Ci siamo uniti soprattutto costruendo una scuola contro il regionalismo, i dialetti, le culture premoderne e localistiche, contro il delitto d´onore, contro la “mafia Robin Hood”… Avevamo storie separate rispetto a quella cosa fragile che era la nazione. Ed è vero che il federalismo, ideale risorgimentale, avrebbe potuto unirci in maniera più intelligente invece di disunirci in maniera stupida come ora vuole Bossi. Ma se l´Unità l´abbiamo fatta a scuola è a scuola che dobbiamo cominciare a rifarla. Invece il governo ha coltivato il pregiudizio razzista dello studente meridionale ignorante e raccomandato, e del professore terrone che va cacciato dal Nord perché «dequalificato», «non conosce la matematica», «non parla il dialetto della regione dove insegna». E il ministro Brunetta vorrebbe guidare una spedizione garibaldina: mille fantuttoni del Nord contro i fannulloni del Sud. Sottocultura? Folclore? O magari quella onagrocrazia di cui parlava Croce, il potere dei somari.
Ecco: la scuola può ridefinire l´identità italiana, adattare storia, geografia, lingua e religione nell´epoca delle migrazioni. Risorgimento significherebbe edifici scolastici, strumenti di didattica, nuovi stipendi e strategie formative, aprirsi al mondo per restare nel mondo. A che servono le cerimonie se il governo lavora – non ci stancheremo di denunziarlo – per una scuola parteno-siculo-borbonica, un´altra brianzola-austriacante e una papalina-tiberina? Solo la scuola riformata e unitaria può dirozzare leghisti e sicilianisti. E bocciarli.

La Repubblica 18.11.10

"I clan stanno con chi comanda", di Francesca La Licata

Una nota stonata, il rumore di fondo delle polemiche Saviano-Maroni. Specialmente nel giorno della cattura di Antonio Iovine. Il successo delle forze dell’ordine, frutto di lavoro e sacrifici di tanti poliziotti e magistrati, in sostanza dello Stato, avrebbe dovuto placare il clamore provocato dal monologo dell’autore di Gomorra.
Colpevole», a giudizio del ministro dell’Interno, di aver «ideologizzato» la lotta alla mafia screditando la Lega Nord, cioè il partito di appartenenza del titolare del Viminale.
Diceva Giovanni Falcone che la lotta alla mafia non è, non dovrebbe essere, né di destra né di sinistra. E i successi dello Stato sono successi di tutti, perché ogni sconfitta delle cosche è una vittoria del bene comune. Così dovrebbe essere, ma così non è e non è mai stato, sin dagli albori della «questione mafiosa» che è antecedente all’Unità d’Italia. Un’autolesionistica vocazione alla rissa ha portato spesso il Paese a dividersi puntualmente, proprio quando – invece – sarebbe stata utile coesione e superamento delle diversità per combattere le mafie.

Cos’è accaduto nelle ultime ore? Un intellettuale tra i più amati dal grande pubblico ha raccontato in tv come la ‘ndrangheta calabrese abbia piano piano, nell’indifferenza generale, conquistato i territori del Nord, e in particolare la Lombardia, fino a ripetere un copione già collaudato nel tempo da tutte le mafie: la ricerca di interlocutori politici per meglio invadere il nuovo territorio e realizzare profitti. Come esemplificazione, esercitando una forzatura, ma sottolineando con onestà che nessuna conseguenza giudiziaria si era verificata, ha citato l’incontro fra un consigliere regionale lombardo della Lega Nord e un mafioso indicato come il capo di un gruppo criminale ben saldo in quella regione. È stata, questa, la miccia che ha fatto esplodere non una polemica ma una «Santabarbara», amplificata da una successiva intervista di Saviano che, con un’uscita infelice, accostava la reazione del ministro a quella del suo nemico giurato Francesco Schiavone, detto «Sandokan». Chiaro che, in simile clima, risulti davvero difficile mantenere la rotta giusta.

Ed è un peccato, perché il monologo di Roberto Saviano avrebbe potuto funzionare come punto di partenza per una riflessione necessaria, specialmente dopo l’esito delle indagini avviate da Ilda Boccassini (Milano) e Giuseppe Pignatone (Reggio Calabria). Un’inchiesta che fotografa una realtà pericolosissima, come sottolinea la relazione semestrale della Dia al Parlamento. «Si è visto – scrive la Direzione Investigativa, riferendosi alla situazione criminale in Lombardia – il coinvolgimento di alcuni personaggi, rappresentati da pubblici amministratori locali e tecnici del settore, che, mantenendo fede ad impegni assunti con talune significative componenti, organicamente inserite nelle cosche, hanno agevolato l’assegnazione di appalti ed assestato oblique vicende amministrative».

Nessuno, ovviamente, vuol dire che la Lega è collusa con la mafia e meno che mai si può mettere in discussione l’impegno antimafia del ministro, tra l’altro sotto gli occhi di tutti. Ma non si deve perdere di vista la vocazione delle mafie ad entrare in relazione coi gruppi politici che amministrano il territorio. Anche stavolta ci sorregge il pensiero di Falcone che metteva in guardia: «Attenzione, la mafia non ha ideologia. Sta o cerca di stare con chi comanda e amministra». Nulla di eccezionale, dunque, che ci provi anche con forze politiche lontane dalla cultura mafiosa. Ecco, in questo senso l’allarme di Saviano non può essere antitetico al senso di responsabilità del governo, come confermato dallo stesso Maroni, laddove dichiara di conoscere perfettamente i tentativi di infiltrazione al Nord compiuti dai gruppi criminali del Sud. Lo scontro frontale, al contrario, risulterebbe perdente nel lungo tempo. In Sicilia si negò per decenni l’esistenza della mafia e i partiti difesero contro ogni evidenza le mele marce che avevano al loro interno. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

La Stampa 18.11.10

Il Pd con gli studenti in piazza in 100 città italiane. Firma la nostra proposta

Giornata di mobilitazione contro i tagli della manovra economica, per una scuola pubblica libera, partecipata e di qualità. In piazza anche Fausto Raciti, segretario dei giovani democratici.
Agli studenti italiani la riforma Gelmini non piace, così hanno manifestato in 100 piazze del Paese, uniti dal pacifico grido: “Il futuro è adesso, riconquistiamolo!”, sull’onda di un movimento mondiale per il diritto allo studio. Un movimento che si sta diffondendo a macchia d’olio in varie capitali europee.

Fra le principali piazze italiane: Venezia, Padova, Torino, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Ancona, Napoli, Lecce, Palermo, Catania, Bari, Reggio Calabria, colmedi giovani studenti, circa 200000, con l’obiettivo di collaborare tutti insieme per formulare proposte atte a riformare l’istruzione pubblica e rilanciare la ricerca, ottenere fondi per l’Università e la Scuola pubblica da investire nell’edilizia scolastica e sulle borse di studio.

Le manifestazioni di oggi sono scaturite da mesi di proteste, assemblee, sit-in, cortei ma soprattutto occupazioni e autogestioni di scuole ed università, contro i tagli del ministro Gelmini, contenuti nella Manovra economica di Tremonti. L’esasperazione ha raggiunto il culmine dopo l’ultimo, sconcertante aumento dei fondi alle scuole e agli atenei privati, approvato nel maxiemendamento.

Il Partito democratico è a fianco degli studenti, degli insegnanti, dei precari della scuola e delle famiglie, che stanno lottando per ottenere un diritto che in un Paese civile quale il nostro si definisce, dovrebbe essere ormai assodato: avere una scuola libera e partecipata, per creare una società emancipata e democratica.
Firma la campagna del PD con le proposte per una scuola pubblica di qualità approvate dall’Assemblea nazionale.

Per il Capogruppo Pd in Commissione Istruzione a Palazzo Madama, Antonio Rusconi “la motivata protesta, non solo fra gli studenti ma anche tra i docenti e i genitori, nasce dall’effettivo impoverimento dell’offerta educativa e formativa e dal bisogno di invertire la rotta. D’altra parte Gelmini – se si è fatta svaligiare le sue risorse dal Ministro Tremonti e oggi non è in grado di offrire alle famiglie italiane una scuola a tempo pieno come richiesto, nonché le supplenze necessarie, e tante altre cose fondamentali – non può dare la colpa agli studenti che scioperano o all’opposizione. Dopo tre anni di malgoverno e una serie di provvedimenti, frutto solo di scelte economiche ispirati al risparmio, la scuola italiana ha perso posizioni e credibilità nelle classifiche europee e dell’Ocse. Nello sport un allenatore sarebbe già stato licenziato. La Gelmini è fortunata. Forse Berlusconi la toglierà dall’imbarazzo”.

E il ministro Gelmini, come reagisce a questo fiume di giovani che protestano per le sue politiche inadeguate e dannose? “Slogan vecchi. Avanti con la riforma”, dice serafica alle telecamere.

Immediata la reazione di Fausto Raciti, Segretario nazionale dei Giovani democratici. “La risposta del Ministro Gelmini alle manifestazioni degli studenti di oggi è semplicemente ridicola. A lei, che chiede il coraggio di cambiare, chiedo a mia volta: e i soldi per cambiare la scuola, dove stanno? L’unico atto di coraggio dovrebbe già averlo fatto lei dimettendosi di fronte ad un governo che ha cancellato scuola, università e ricerca dall’agenda e dalle voci di bilancio. E’ ancora in tempo per un atto che salverebbe almeno la sua dignità e che costa poco, dato che il 14 dicembre questa pagina di storia dell’Italia sarà chiusa”.

Anche Michele Grimaldi, Responsabile Saperi dei Giovani Democratici, ha commentato le dichiarazioni del Ministro dell’Istruzione “La Gelmini sembra un disco rotto. Le chiediamo un gesto di dignità: visto che non riesce a cambiare la scuola e l’università almeno cambi il suo ‘spin doctor’, in quanto gli oltre cento cortei di stamani, sono la dimostrazione del fallimento totale, politico e legislativo, del Governo Berlusoni”. Quindi ha proseguito il giovane democratico: “Basta con i tagli di Tremonti, basta col progetto conservatore della Gelmini: gli studenti del nostro Paese chiedono un sistema dei saperi moderno e solidale, più servizi, migliore qualità della didattica, fondi veri per il diritto allo studio. Fortunatamente per la nostra generazione dal 14 Dicembre inizierà un’altra Italia”.

“Gli studenti vogliono prendere nelle loro mani il futuro che li riguarda. E questo andrebbe salutato con soddisfazione”, ha ribadito la senatrice del Pd Vittoria Franco della Commissione Cultura a Palazzo Madama. “La ministra Gelmini e altri esponenti della maggioranza sanno invece solo stigmatizzare….Tagli e solo tagli, punizione, meno ore di studio, meno materie, classi più numerose. Altro che premiare il merito!”. Ha concluso Franco: “Finalmente qualcuno alza la voce per far sentire che la pazienza è finita”.

Ci sembra palese che la scelta di questo governo di tagliare sull’istruzione pubblica celi l’intenzione ben precisa di eliminare l’alternativa culturale e il pensiero critico nel nostro Paese, ma il Partito democratico si batte contro questa precisa volontà, alla Camera al Senato, nelle piazze, tra la gente. Perché il Pd, ha come fondamenta proprio l’affermazione del diritto allo studio, del diritto ad avere pari opportunità tra i cittadini proprio ciò che questa riforma vuole cancellare.

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Pompei: PD, bene lettera soprintendenti, Bondi fuori da realtà

“Che i soprintendenti perdessero definitivamente la pazienza era prevedibile e bene hanno fatto a scrivere al ministro Bondi esponendo in una lettera le ragioni di un disagio divenuto ormai insostenibile”, afferma Matteo Orfini,
responsabile Cultura e Informazione del Partito Democratico.
“Stretti tra tagli di bilancio, riduzioni di personale, un sistema di contabilità dello Stato che risale agli inizi del secolo scorso, esautorati delle proprie funzioni tecniche dalla nomina dei commissari straordinari e paralizzati da regole farraginose – aggiunge Orfini – gli mancava solo di vedersi addossare la colpa del degrado del patrimonio culturale”.

Per Antonio Rusconi, capogruppo Pd in commissione Cultura del Senato, “questa lettera ci sembra, al contrario di quanto pensa il ministro, un atto di responsabilità da parte di chi, tutti i giorni, si trova a combattere contro il degrado, a garantire la tutela dei beni culturali e a tentare di migliorare la fruibilità dei siti senza, però, avere gli adeguati mezzi finanziari e materiali a sostegno del proprio lavoro”.
La capogruppo Pd in commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, sottolinea come “ormai da tempo appare chiaro che Bondi vive in una dimensione lontana dalla realtà, nella quale c’è abbondanza di finanziamenti per la tutela dei beni culturali, in cui i soprintendenti sono felici di essere commissariati e in cui un ministro si può limitare a tagliare, oltre ai finanziamenti, anche i nastri delle inaugurazioni senza doversi mai prendere le responsabilità delle sue decisioni politiche che, lo informiamo, hanno anche conseguenze dirette sull’operatività della amministrazione della tutela. Ho chiesto – conclude Ghizzoni – alla commissione Cultura di audire una rappresentanza dei soprintendenti autori della lettera”.

Università, Pd: grave 'no’ a rinvio ddl Gelmini Ghizzoni: governo non ha maggioranza e usa università come merce di scambio politico

“È sbagliato che un governo che non ha più la maggioranza in parlamento proceda come se nulla fosse con la discussione di un provvedimento che scardina il sistema universitario italiano. Oltre al merito, che contrastiamo, sarebbe bene che la maggioranza prendesse atto che la legge di stabilità non prevede risorse aggiuntive per l’università così come tenta di far credere il ministro Gelmini, perché, al netto delle risorse recuperati dal maxiemendamento, nel fondo di finanziamento ordinario resta il taglio di 276 milioni rispetto all’anno corrente. Pertanto la disponibilità del fondo permetterà solo di far fronte alle spese obbligatorie incomprimibili, cioè agli stipendi e qualche bolletta”.

Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.