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"Saviano non fa politica: è politica. Da Fazio è nato qualcosa di nuovo", di Daniele Bellasio

«Nel momento in cui ognuno di noi non fa il male sta facendo arretrare loro e sta forse (sospiro, ndr) sognando un’Italia diversa» dice Roberto Saviano. Nella duratura e in fondo amorevole convivenza molto italiana tra televisione e politica la trasmissione di Saviano e Fabio Fazio è un piatto che si rompe e una porta che si sbatte, qualcosa di nuovo. Sembra il finale de La febbre del sabato sera, con John Travolta, soltanto che questa volta dietro al protagonista che esce per strada sorridente, dicendo di voler andare a conquistare il mondo, c’è il 30% di share. Commentarla con gli strumenti della critica televisiva sarebbe come far spiegare un’azione di Ibrahimovic a un professore di glottologia. No, il suo italiano non è fluente, quello di Ibra, s’intende, ma il risultato che conta è un altro.

Vieni via con me è un avvenimento politico, non una trasmissione televisiva, anzi è il primo avvenimento politico post televisivo. Perché «tutti i grandi eventi di verità sono politici», spiega Angelo Guglielmi, critico letterario e storico direttore di Raitre. Il segreto è «avere un grande raccontatore alle prese con la realtà del nostro presente. Anche prima serpeggiava una consapevolezza sull’oggi – continua Guglielmi – ma per la prima volta questa consapevolezza viene manifestamente e serenamente espressa. Tutto questo sorprende un telespettatore abituato a un linguaggio coperto o che dice sempre altro».

Certo, i tempi non sono perfetti per la tv, anche perché semmai il tentativo è quello di fare del teatro in televisione, ma esiste scelta di tempo migliore per portare tutto ciò in prima serata? Sembra che non sia la trasmissione ad adeguare ospiti e idee alla crisi politica, quanto piuttosto viceversa. «E chi di televisione ferisce – dice Alessandro Campi, politologo vicino al presidente della Camera, Gianfranco Fini – di televisione perisce. Mi scuso per la battutaccia, ma siamo di fronte al contropotere antiberlusconiano che si è organizzato in forma efficace. La novità è che non è la solita trasmissione antiberlusconiana, ma una narrazione che ha molto a che fare con il clima di svolta dell’oggi e che catalizza le masse».

Così se Fini e Pierluigi Bersani sono scrutati con gli occhi del critico appaiono ovviamente impacciati, il presidente della Camera che si tocca gli occhiali nervoso e il segretario del Pd che ormai senza maniche arrotolate sembra appena stato a un matrimonio o, visti i subbugli interni al partito, a un funerale. Sono impacciati perché sono leggitori di elenchi tra leggitori di elenchi, cittadini comuni: nemmeno primi tra pari, pari e basta, anche se non è così fuori di lì. Sono come dentro la cabina delle primarie: dove un voto è un voto, è un voto… Anche l’avvocato Giuliano Pisapia, del resto, non ha grandi tempi televisivi.

Il problema della lentezza è quindi, come si suole dire, fuori tema. Vieni via con me è, fin dal fatto che mancano perfino le sedie – come ha notato Paolo Rossi – figuriamoci le poltrone, l’anti Porta a porta. Se la trasmissione di Bruno Vespa è la terza camera, se Anno zero di Michele Santoro è l’arena dove duellano i politici azzannati dalle piazze in collegamento, gli elenchi di Saviano e Fazio sono come le primarie: loro leggono liste, tu scegli che cosa portarti nel futuro. Sono come le primarie, ovviamente con un’affluenza ben maggiore, anche nella composizione del pubblico: con il 50% e passa di spettatori tra i 35 e i 54 anni, e il 57% tra i laureati, però anche con picchi del 34% tra chi ha tra i 20 e i 24 anni. Poi al bar e in metropolitana ne parlano tutti e sul web impazza il numero dei commenti (vedi www.ilsole24ore.com).

Anche se Fazio ironicamente lo dice soltanto dopo 55 minuti di diretta: «Adesso parliamo di politica…», la novità è che non parlano di politica, lo sono. «È proprio così, sono talmente d’accordo – dice Carlo Freccero, direttore di Rai Quattro – che ho scritto un articolo per l’Espresso per spiegarlo: un programma vince perché risponde alle esigenze del paese». Politica post televisiva, chi non è lì è come se non fosse in politica. C’è perfino lo sberleffo di Cetto Laqualunque, Antonio Albanese, a confermarlo: «Io sono la realtà, voi la fiction».

Il Sole 24 Ore 17.11.10

Lavoro Italia, il PD incontra le parti sociali

La crisi economica non può aspettare il governo. “Abbiamo presentato alle forze sociali le nostre proposte su fisco, lavoro, patto di stabilità e abbiamo espresso le nostre preoccupazioni sullo stato dell’economia, delle imprese e dell’occupazione. E abbiamo raccolto la stessa preoccupazione anche da parte delle forze sociali e una forte esigenza di governabilità e di governo”. Così Pier Luigi Bersani, segretario del Pd al termine di un incontro con le parti sociali a cui hanno partecipato, tra gli altri, Emma Marcegaglia e i segretari di Cgil, Cisl e Uil.

“Viene fuori con grande acutezza – ha aggiunto il leader democratico – che in questo momento c’è un’assenza di governo e se la instabilità politica porta ad una fase elettorale avremo per mesi una situazione molto complicata”.

Un chiaro segnale d’allarme che è stato condiviso da tutte le parti sociali: prima si esce da questa impasse-crisi politica e prima si potrà riavere un governo stabile capace di dare nuovi impulsi alle politiche industriali economiche e fiscali e far ripartire l’economia.

All’incontro dove il Pd ha esposto le proprie proposte per una riforma del fiscale hanno partecipato la presidente di Confindustria, Emma marcegaglia, i segretari di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, il presidente di Rete imprese, Carlo Sangalli e quelle di Confcooperative Luigi Marini, oltre ai rappresentati di Abi, Anna Finocchiaro e Dario Franceschini, capigruppo Pd di Camera e Senato e il responsabile economico Pd Stefano Fassina.

Un governo di transizione è per il Pd la possibile soluzione per uscire dalla «palude» nella quale si è impantanato il governo. È il momento di un patto sociale basato su nuove norme sul lavoro, tutele per i lavoratori precari (“perché un’ora di lavoro precario non può costare meno di un’ora di lavoro stabile”), un salario minimo garantito per chi non è tutelato dal contratto nazionale e una legge sulla rappresentanza.

Il Pd si batterà nei prossimi giorni per il ripristino dello sgravio del 55% per gli investimenti destinati alla green economy. Un obiettivo condiviso anche dal neo segretario della Cgil, Susanna Camusso che ha commentato “c’è stato un giudizio comune sulla necessità che nella manovra ci siano strumenti per la crescita come l’eco bonus”. Per Raffaele Bonanni “la crisi purtroppo non è finita, anzi ci sono segnali preoccupanti. Si fa sentire la mancanza in Europa di un governo politico. La politica sia pronta a fare la sua parte con nuova legge elettorale e indichi una strada al Paese contro i populismi di destra e di sinistra». Angeletti ha posto l’accento sulla necessità di aver un governo capace di guidare l’Italia fino al 2013 “oppure è meglio andare a elezioni”. Per la Marcegaglia è necessario “fare presto per perché il Paese non può vivacchiare. L’appello è sempre lo stesso: occuparsi dei problemi dell’economia e dell’occupazione, trovare una soluzione che permetta a questo paese di essere veramente governato.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

Rifiuti, allarme della commissione ecomafie "Napoli va verso il disastro ambientale", di Patrizia Capua

Napoli verso il «disastro ambientale». Oltre 10 mila tonnellate di rifiuti in tutta la provincia, poco più di 3.500 in città. A lanciare l´allarme è Gaetano Pecorella del Pdl, presidente della commissione parlamentare sulle ecomafie, dopo una fitta giornata di audizioni in prefettura con le autorità locali. Disastro ambientale perché, spiega Pecorella, «le 10 mila tonnellate in meno di un mese potrebbero diventare 60 mila se non si deroga subito dalla gestione provinciale dei rifiuti».
Per la crisi, la situazione igienica continua a peggiorare, a rischio ospedali e scuole. Caos in gran parte dei Comuni dell´area vesuviana. A Ercolano cumuli di spazzatura vicino agli scavi archeologici. La commissione ha sorvolato alcune aree tra Taverna del Re e il Vesuvio, «vedendo – dice Pecorella – discariche esaurite, montagne di rifiuti, gabbiani in volo e milioni di ecoballe». Assenti all´audizione i deputati campani del Pdl. Per gli esponenti Pd della commissione, Vincenzo De Luca, Stefano Graziano e Alessandro Bratti, «è una situazione ben più grave di quella ereditata due anni fa dal governo Berlusconi che disse di aver risolto tutto». Furioso il sindaco Rosa Iervolino, parla di «governo fantasma». Per il procuratore Giandomenico Lepore non si tratta di camorra, «piuttosto di inefficienza che dura ormai da 20 anni». L´assessore regionale all´Ambiente, Giovanni Romano rivela: «Sono in corso trattative per inviare rifiuti in Svezia, Finlandia e Norvegia». L´emergenza di Napoli è sotto gli occhi del mondo. Ad Amburgo, al congresso dell´International Solid Waste Association, sulle strategie per lo smaltimento dei rifiuti, Daniele Fortini, l´ad di Asia, l´azienda del Comune, è bombardato di domande: «Vogliono sapere dov´è lo Stato in questa emergenza, capire come mai una città considerata meravigliosa si trovi di nuovo sull´orlo del baratro». E lunedì arrivano gli ispettori della Ue.

la Repubblica 17.11.10

"Saviano e il nervo scoperto di Maroni", di Gianni Del Vecchio

C’è del marcio in Lombardia: ecco perché il titolare del Viminale si scaglia contro il programma di Fazio.
Una sfuriata in piena regola. La nottata non ha calmato il ministro dell’interno, Roberto Maroni, che in mattinata ha caricato a testa bassa Roberto Saviano, reo di aver raccontato la sera prima a nove milioni di telespettatori la “connection” fra ‘ndrangheta lombarda e amministratori leghisti. Per il capo del Viminale, il monologo dello scrittore casertano a Vieni via con me si fonderebbe su «accuse false e infamanti, animate da un evidente pregiudizio nei confronti della Lega». E la Rai, mandandolo in onda, si sarebbe comportata «come un tribunale d’inquisizione». Ma le parole che più evidenziano il rabbioso stato d’animo del ministro leghista sono quelle che chiudono la lettera di protesta indirizzata al cda di viale Mazzini: «Vorrei un faccia a faccia con lui per vedere se ha il coraggio di dire quelle cose guardandomi negli occhi». Un atteggiamento sopra le righe, che ha stupito in primis lo stesso Saviano. Lo scrittore è caduto dalle nuvole, ricordando di essersi solamente limitato a raccontare fatti già noti, frutto di un’inchiesta giudiziaria dell’Antimafia di Milano e Reggio Calabria. Ma Maroni non ne ha voluto sapere, dicendosi pronto a chiamare in causa il presidente Napolitano pur di avere un contraddittorio. Intanto, un primo risultato lo ha ottenuto: oggi il cda Rai si occuperà della questione ed è probabile, viste le prese di posizione dei consiglieri di maggioranza, che qualche decisione verrà presa.
Tuttavia l’isterica reazione del ministro mostra come Saviano abbia toccato un nervo scoperto del movimento leghista. E cioè la consapevolezza che la repentina crescita elettorale degli ultimi due anni abbia portato nel partito di Bossi del personale politico non all’altezza e, nel peggiore dei casi, con frequentazioni tutt’altro che cristalline. Lo dimostra il misterioso caso Ciocca. È la nottata elettorale del 30 marzo 2010, e a via Bellerio sono tutti sorpresi per l’incredibile affermazione di uno sconosciuto assessore provinciale di Pavia. Angelo Ciocca fa il pieno di voti, diventando il consigliere regionale lombardo più votato della Lega: quasi 19mila voti, cinquemila in più di pezzi grossi del calibro di Renzo Bossi e Davide Boni. Un risultato stupefacente, che lo lancia a pieno titolo nel firmamento leghista. Ma la stella si eclissa qualche mese dopo, quando Ciocca finisce nell’inchiesta sulla ‘ndrangheta in Lombardia. Pur non essendo indagato, spunta fuori una foto in cui incontra Pino Neri, presunto boss pavese. Un incontro in cui, secondo gli inquirenti, si sarebbe discusso, fra l’altro, della candidatura di un uomo vicino a Neri. Il caso Ciocca esplode subito, con diversi esponenti leghisti che consigliano un passo indietro al giovane collega. Ma misteriosamente per Ciocca si spende in prima persona tutta la famiglia Bossi, Umberto e Renzo, in nome di un garantismo che certo non fa parte della cultura leghista. Sta di fatto che Ciocca si salva, e oggi continua tranquillamente a rappresentare la Lega al Pirellone. Cosa che non sconvolge, però, un esperto di ‘ndrangheta come Enzo Ciconte, secondo cui la Lega ormai preferisce convivere con la criminalità, proprio «come ha fatto per anni la vecchia Dc in Sicilia».
La “convivenza” però ha un effetto dirompente, se a scoprirla sono nove milioni di italiani. E Maroni sa bene che una storia come questa politicamente fa male tre volte: alla Lega, che s’è sempre spacciata per unica paladina capace di difendere la sua gente; all’esecutivo, la cui lotta alle mafie è l’unico fiore all’occhiello di due anni e mezzo di governo; allo stesso ministro, che sa di essere un papabile per un eventuale esecutivo post-Berlusconi.
Quindi meglio sviare l’attenzione, alzare i toni e prendersela con Saviano.

da Europa Quotidiano 17.11.10

"L'Italia del sottosuolo", di Barbara Spinelli

Sono settimane ormai che l´annuncio è nell´aria: il governo Berlusconi sta finendo, anzi è già finito. Il suo regno, la sua epoca, sono morti. È sempre lì sul palcoscenico, come nelle opere liriche dove le regine ci mettono un sacco di tempo a fare quel che cantano, ma il sipario dovrà pur cadere. Anche i giornali stranieri assistono al funerale, nei modi con cui da sempre osservano l´Italia: il feeling, scrive l´Economist, la sensazione, è che la commedia sia finita. Burlesquoni è un brutto scherzo di ieri.
In realtà c´è poco da ridere, e il ventennio che abbiamo alle spalle è infinitamente più serio. Non siamo all´epilogo dei Pagliacci, e non basta un feeling per spodestare chi è sul trono non grazie a sentimenti ma a una macchina di guerra ben oleata. Per uscire dalla storia lunga che abbiamo vissuto – non 16 anni, ma un quarto di secolo che ha visto poteri nati antipolitici assumere poi il comando – bisogna, di questo potere, averne capito la forza, la stoffa, gli ingredienti. Non è un clown che si congeda, né l´antropologia dell´uomo solitario aiuta a capire. I misteri di un´opera sono nell´opera, non nell´autore, Proust lo sapeva: «Un libro è il prodotto di un io diverso da quello che manifestiamo nelle nostre abitudini, nella società, nei nostri vizi». Sicché è l´opera che va guardata in faccia, per liberarsene senza rompersi ancora una volta le ossa.
Chi vagheggia governi tecnici o elezioni subito, a sinistra, parla di regime ma ne sottovaluta le risorse, la penetrazione dei cervelli.
Un regime fondato sull´antipolitica – o meglio sulla sostituzione della politica con poteri estranei o ostili alla politica, anche malavitosi – può esser superato solo da chi è stato detronizzato. Nessun tecnico potrà resuscitare le istituzioni offese. Può farlo solo la politica, e solo se essa si dà del tempo prima del voto.
Capire il regime vuol dire liberare quello che esso ha calpestato, e quindi non solo mutare la legge elettorale. Non è quest´ultima a rendere anomala l´Italia: se così fosse, basterebbe un gesto breve, secco. Quel che l´ha resa anomala è l´ascesa irresistibile di un uomo che fa politica come magnate mediatico. Berlusconi ha conquistato e retto il potere non malgrado il conflitto d´interessi, ma grazie ad esso. Il conflitto non è sabbia ma olio del suo ingranaggio, droga del suo carisma. La porcata più vera, anche se tabuizzata, è qui. La privatizzazione della politica e dei suoi simboli (non si governa più a Palazzo Chigi ma nel privato di Palazzo Grazioli) è divenuta la caratteristica dell´Italia.
Proviamo allora a esaminare i passati decenni, oltre l´avventura iniziata nel ´94. L´avventura è il risultato di un´opera vasta, finanziata torbidamente e cominciata con l´idea di una nuova pòlis, un´altra civiltà. Un progetto – è Confalonieri a dirlo – che «ha contribuito a cambiare il clima grigio e penitenziale degli anni ´70, ed è stato un elemento di liberazione. Ha portato più America e più consumi, più allegria e meno bigottismo». Più America, consumi, allegria: la civiltà-modello per l´Italia divenne Milano2, una gated community abitata da consumatori ansiosi di proteggersi dal brutto mondo esterno, di sentirsi più liberi che cittadini. E al suo centro una televisione a circuito chiuso, che intrattenendo distrae, occulta, manipola: nel ´74 si chiama Milano-2, diverrà l´impero Mediaset. Quando andrà al potere, il Cavaliere controllerà tutte le reti: le personali e le pubbliche.
Tutto questo non è senza conseguenze: cadendo, il Premier non lascia dietro di sé una società sbriciolata. Il paese in briciole è stato da principio sua forza, sua linfa. Non si tratta di profittare di subitanei sbriciolamenti, ma di far capire agli italiani che su questo sfaldamento Berlusconi ha edificato la sua politica. Che su questo ha costruito: sul maciullamento delle menti, non sull´individualismo. Su un´Italia che somiglia all´Uomo del sottosuolo di Dostojevski: un´Italia che rifiuta di vedere la realtà; che «segue i propri capricci prendendoli per interessi»; che giudica intollerabile che 2+2 faccia 4. Un´Italia che «vive un freddo e disperato stato di mezza disperazione e mezza fede, contenta di rintanarsi nel sottosuolo». Un´Italia arrabbiata contro chiunque vorrebbe illuminarla (la stampa, o Marchionne, o i magistrati) così come l´America arrabbiata del Tea Party il cui ossessivo bersaglio è la stampa indipendente.
Correggendo solo la legge elettorale si banalizza la patologia. Altre misure s´impongono, che permettano agli italiani di comprendere quanto sono stati intossicati. Esse riguardano il controllo di Berlusconi sull´informazione e il conflitto d´interessi. La profonda diffidenza verso una società bene informata (per Kant è l´essenza dei Lumi) caratterizza il suo regime. «Non leggete i giornali!» – «Non guardate certi programmi Tv!»: ripete. Gli italiani devono restare nel sottosuolo, eternamente incattiviti. Altro che allegria. È sulla loro parte oscura, triste, che scommette. Qualsiasi governo che non si proponga di portar luce, di riequilibrare il mercato dell´informazione, fallirà.
Per questo è importante un governo di alleanza costituzionale che raggiusti le istituzioni prima del voto, e un ruolo prioritario è riservato non solo a Fini ma alle opposizioni. Fini farà cadere il Premier ma l´intransigenza sul conflitto d´interessi spetta alla sinistra, nonostante gli ostacoli esistenti nel suo stesso seno. Del regime, infatti, il Pd non è incolpevole. Fu lui a consolidarlo con un patto preciso: la conquista di suoi spazi nella Rai, in cambio del potere mediatico del Cavaliere. Tutti hanno rovinato la tv, pur sapendo che il 69,3 per cento degli italiani decide come votare guardandola (dati Censis).
A partire dal momento in cui fu data a Berlusconi l´assicurazione che l´impero non sarebbe stato toccato, si è rinunciato a considerare anomali la sua ascesa, il conflitto d´interessi. E i responsabili sono tanti, a sinistra, cominciando da D´Alema quando assicurò, visitando Mediaset nel ´96: «Non ci sarà nessun Day After, avremo la serenità per trovare intese. Mediaset è un patrimonio di tutta l´Italia». La verità l´ha detta Luciano Violante, il giorno che si discusse la legge Frattini sul conflitto d´interessi alla Camera, il 28-2-02: «L´on. Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena – non adesso, nel ´94 quando ci fu il cambio di governo – che non sarebbero state toccate le televisioni. Lo sa lui e lo sa l´on. Letta… Voi ci avete accusato nonostante non avessimo fatto la legge sul conflitto d´interessi e dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni… Durante i governi di centrosinistra il fatturato Mediaset è aumentato di 25 volte!». Il programma dell´Ulivo promise di eliminare conflitto e duopolio tv, nel ´96. Non successe nulla. Nel luglio ´96, la legge Maccanico ignorò la sentenza della Consulta (Fininvest deve scendere da tre a due tv). Lo stesso dicasi per l´indipendenza Rai. È il centrosinistra che blocca, nell´ultimo governo Prodi, i piani che la sganciano dal potere partitico. A luglio Bersani ha presentato un disegno di legge che chiede alla politica di «fare un passo indietro». Non è detto che nel Pd tutti lo sostengano. Una BBC italiana è invisa a tanti.
Se davvero si vuol uscire dall´anomalia, è all´idea di Sylos Labini che urge tornare: all´ineleggibilità di chi è titolare di una concessione pubblica, secondo la legge del 30 marzo ´57. D´altronde non fu Sylos a dire che l´ineleggibilità è la sola soluzione. Il primo fu Confalonieri, il 25-6-2000 in un´intervista a Curzio Maltese sulla Repubblica. Sostiene Confalonieri che l´Italia, non essendo l´Inghilterra della Magna Charta, non può permettersi di applicare le proprie leggi. Forse perché il paese è sprezzato molto. Forse perché c´è chi lo ritiene incapace di uscire dal sottosuolo, dopo una generazione.

La Repubblica 17.11.10

Studenti, corteo e sciopero tutto il giorno

Torna la protesta degli studenti con un corteo per lo sciopero studentesco organizzato dal C.A.S. (Collettivo Autonomo Studentesco), che partirà stamattina alle 9 da largo Sant’Agostino. La manifestazione proseguirà in via Emilia, via Farini e via Belle Arti, per poi tornare in S.Agostino.
La spinta più forte della protesta è la cosiddetta ‘riforma Gelmini’, già in vigore nelle superiori soltanto per le prime e le seconde classi, e che entrerà a pieno regime su tutte le classi dal 2013. Gli studenti contestano il risparmio vantato dal governo a spese del settore dell’istruzione perchè misurano a proprie spese il peggioramento delle condizioni d’insegnamento.
«Un altro obbiettivo – dichiarano gli organizzatori – sarà quello di portare la solidarietà allo spazio antagonista Guernica, al centro in questi ultimi mesi di numerose proteste e che ancora si trova senza una sede dove potersi stabilire definitivamente». «Noi del C.A.S facciamo parte del Guernica – dice uno dei membri del C.A.S che stamattina sarà in testa al corteo – lo abbiamo voluto e costruito, e per questo vogliamo che resti in città».
Sempre oggi sciopero della prima ora di lezione proclamato dal sindacato Flc/Cgil e appoggiato da Sinistra per Modena.
Le motivazioni? Uguali a quelle degli studenti per i tagli nei finanziamenti oltre alle proteste contro contro il blocco degli stipendi e dei contratti, il licenziamento dei precari e la scomparsa dei ricercatori universitari: «A questi ultimi – dice Francesco Ricci (SpM) – dovrebbe essere riconosciuto il ruolo di docenti a ogni effetto».
Allo sciopero Cgil aderisce pure Manuela Ghizzoni, deputata Pd e capogruppo in Commissione Cultura. «Non possiamo rassegnarci al declino – scrive in una nota – a cui ci costringe il governo: senza investire in conoscenza non c’è futuro».
Dal canto suo il Coordinamento Precari Scuola si schiera a fianco degli studenti “senza se e senza ma”. «I tagli alla scuola – dicono in buona sostanza – lasciano a casa docenti che lavorano da anni. Per questo riteniamo insufficienti le modalità della protesta di oggi della Cgil, poco più che simbolica».

La Gazzetta di Modena 17.11.10

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Bologna: Scuola: scioperi e cortei. La parola torna alla piazza
Dagli studenti medi all’Università: concentramento alle 10,30 in piazza san Francesco

Dagli insegnanti agli studenti, dalla scuola all’università, fino ai conservatori, alle accademie e ai centri di ricerca: tutto il mondo della conoscenza oggi si ferma e sciopera. la manifestazione, promossa tra gli altri dal Coordinamento degli studenti medi, incassa appoggio e solidarietà non solo dai sindacati, in prima fila Flc-Cgil, ma anche dall’Idv in Regione e dal Cassero di Bologna. L’occasione è quella dell’International students day, la giornata internazionale di mobilitazione degli studenti che commemora quel giorno, nel 1939 in Cecoslovacchia, che vide i nazisti massacrare i giovani scesi in piazza contro la guerra. La causa scatenante della manifestazione di oggi è però la difesa delle conoscenza.

Lo sciopero vede lo stop nella prima ora di servizio o l’ultima del turno pomeridiano per la scuola, la formazione professionale, le accademie e i conservatori. Mentre docenti, ricercatori, personale tecnico e amministrativo delle università e degli enti pubblici di ricerca si fermano le prime quattro ore. Lo stato di agitazione indetto da settembre dalla Flc-Cgil ha già visto lo sciopero ad intermittenza, circa ogni 15 giorni, dei lavoratori della scuola. Ora è la volta, in particolare, dell’università e della ricerca.

In tutte le città dell’Emilia-Romagna, dunque, ci saranno cortei, dibattiti, iniziative, volantinaggi. A Bologna il concentramento è in piazza San Francesco alle 10 e dopo il corteo c’è un presidio in piazza Roosevelt. Qui alle 11,30 una delegazione sarà ricevuta dal prefetto al quale si chiederà di riferire al Governo l’insostenibilità dei tagli. Il corteo dovrebbe poi riprendere e dirigersi in zona universitaria dove in tarda mattinata è previsto un incontro di una delegazione della Cgil con il rettore Ivano Dionigi.

Alla manifestazione partecipano in massa anche i collettivi universitari e il centro culturale Bartleby, mobilitato da giorni e autore tra l’altro del flash-mob sotto le Due Torri di lunedì pomeriggio. Non sono esclusi blocchi del traffico in punti strategici della città. «Bloccheremo le università e le città, assedieremo chi intende imporre tagli e ddl nefasti— recitano i comunicati che girano in Rete —. Organizzeremo flash mob, azioni comunicative e riappropriazione delle facoltà, perché finché il ddl non verrà ritirato le università non saranno pacificate». Partecipa anche la Sinistra univesitaria con un programma originale. Si comincia in piazza Verdi, dove dalle 13 alle 15 sarà distribuito pane e nutella. Subito dopo, e fino alle 17, saranno proiettate alcune slide in piazza per spiegare «agli studenti gli effetti negativi della riforma Gelmini». Infine, alle 19, via all’aperitivo «per il diritto allo studio» al bar Belmeloro

Corriere della Sera/Bologna 17.11.10

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Scuole e atenei, giornata di mobilitazione. Manifestazioni a Udine e Trieste. Anche a Gorizia è scattata l’occupazione

Oggi sarà una giornata di protesta per il mondo dell’istruzione. La mobilitazione internazionale studentesca, infatti, si intreccia con uno sciopero proclamato dalla Flc-Cgil (ma anche da altre sigle minori come l’Usi e il Sisa). Una concomitanza che favorisce iniziative comuni tra sindacato e movimenti studenteschi. La manifestazione contro il disegno di legge Gelmini, promossa dalla Flc-Cgil, riguarderà a 360 gradi tutto l’ambito della conoscenza, coinvolgendo il mondo della scuola, dell’università e della ricerca, compresa la formazione professionale.
Aumentano intanto le occupazioni, dalle scuole di Gorizia a Roma. Nella Capitale ieri è stata la volta dei licei Virgilio e Mamiani.
Scendiamo in piazza – ha spiegato la Flc-Cgil – per ribadire che «la conoscenza è il motore dello sviluppo e della modernità, per superare il precariato che uccide i nostri settori, per il rinnovo dei contratti e per avere stipendi come nel resto d’Europa». Senza dimenticare il diritto allo studio, la ricerca e, più in generale, la qualità del sistema formativo: dalla scuola d’infanzia agli atenei.
Per quanto riguarda l’astensione dal lavoro, sarà articolata per settori e territori: le università e gli enti di ricerca incroceranno le braccia per 4 ore o per l’intera giornata; scuole, accademie, conservatori e istituti professionali sciopereranno per 1 ora. La mobilitazione studentesca si tradurrà in manifestazioni e cortei in oltre 90 città italiane. Tra queste anche Udine e Trieste.
Nella capitale lo scenario di Piazza Navona farà da sfondo alla manifestazione indetta dalla Flc-Cgil: dalle 16.30 alle 20.30 l’agenda dell’evento prevede spettacoli, musica e una tavola rotonda con il sociologo Paolo De Nardis, l’economista Paolo Leon e la scrittrice Lidia Ravera.
Il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, sarà invece a Padova insieme al segretario generale della Flc Mimmo Pantaleo. Forte anche la presenza del Cnru, il Coordinamento nazionale ricercatori universitari che ha deciso di aderire alla protesta chiedendo profonde modifiche al ddl di riforma dell’università o in ultima istanza il suo ritiro.
Intanto, per l’esame del ddl di riforma dell’Università alla Camera è previsto uno slittamento, probabilmente alla prossima settimana. Lo ha annunciato la relatrice del provvedimento in Commissione Cultura Paola Frassinetti (Pdl) aggiungendo che la data precisa verrà stabilita dai capigruppo nella prossima riunione

da Il Messaggero Veneto 17.11.10

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“Tutti in corteo contro la Gelmini. La scuola contesta i tagli: in città anche Susanna Camusso”, di Simone Varrotto

Scuole superiori, università, mondo della ricerca: tutti insieme per il diritto allo studio. Stamattina alle 9 centinaia di studenti e di ricercatori si ritroveranno in piazza Antenore, di fronte alla Prefettura, per manifestare contro i tagli all’istruzione e la riforma Gelmini. La data di oggi non è casuale: il 17 novembre si celebra la giornata internazionale delle studentesse e degli studenti, in ricordo della protesta dei giovani cecoslovacchi, repressa nel sangue dai nazisti nel 1939, perché si opponevano alla guerra, e degli studenti greci massacrati dal regime dei colonnelli nello stesso giorno del 1973. Per il mondo della formazione italiano la mobilitazione nazionale arriva alla vigilia della discussione del ddl Gelmini alla Camera dei Deputati, che si aprirà domani. La votazione del testo è invece prevista per il 25 novembre. Oltre alla riforma, preoccupa il taglio del 90% del fondo per il diritto allo studio annunciato dal ministro Tremonti: da 246 milioni di euro nel 2007 a 26 milioni di euro per il 2011. Circa 200 mila studenti rischierebbero di perdere la borsa di studio, che il governo vorrebbe sostituire con i prestiti d’onore. La manifestazione di oggi è organizzata dalla Flc-Cgil. In città sarà presente anche il nuovo segretario nazionale Cgil Susanna Camusso, che interverrà al centro Altinate-San Gaetano. In corteo per le piazze del centro ci saranno tutte le componenti di scuola università, ricerca, Afam (alta formazione artistica e musicale) e formazione professionale
Studenti ancora in piazza contro il governo
manifestazioni in oltre cento città per la giornata mondiale del diritto allo studio. Scuole e università protestano contro la mancanza di risorse per l’istruzione pubblica. In corteo anche i ricercatori, mentre il sindacato Flc-Cgil ha indetto uno sciopero e diversi intellettuali hanno firmato un appello pro mobilitazione

IL Mattino Padova 17.11.10

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Studenti ancora in piazza contro il governo

manifestazioni in oltre cento città per la giornata mondiale del diritto allo studio. Scuole e università protestano contro la mancanza di risorse per l’istruzione pubblica. In corteo anche i ricercatori, mentre il sindacato Flc-Cgil ha indetto uno sciopero e diversi intellettuali hanno firmato un appello pro mobilitazione.
“I tagli a scuola e università sono un taglio al nostro futuro”. Lo denunciano gli studenti di scuole superiori e università. Che ornano in piazza con manifestazioni in oltre cento città. “Abbiamo lanciato lo slogan ‘ladri di futuro’ – spiega Roberto Iovino, portavoce dell’associazione studentesca Rete della Conoscenza – perché convinti che i tagli all’istruzione, all’università e all’industria culturale messi in atto anche nell’ultima finanziaria siano un furto non solo a noi giovani, ma al futuro di tutto il Paese”. Mobilitazioni in tutto il mondo ricordano il 17 novembre 1939, quando una protesta all’università di Praga fu repressa dagli occupanti nazisti, che condannarono a morte nove ragazzi. Nel nostro Paese la giornata internazionale per il diritto allo studio assume il significato di una protesta contro le politiche del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini e i tagli del ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Diversi intellettuali hanno firmato un appello diffuso in Rete dagli studenti, che sfileranno insieme ai ricercatori. E a quei lavoratori del settore che aderiranno allo sciopero indetto dal sindacato Flc-Cgil.

Alle manifestazioni parteciperanno diverse sigle, da Link-coordinamento universitario all’Unione degli universitari, dalla Rete degli studenti medi all’Unione degli studenti. A Roma gli universitari partiranno alle 9 da piazzale Aldo Moro e raggiungeranno gli studenti delle superiori in piazza Repubblica alle 9.30. Poi tutti insieme si dirigeranno verso piazza Navona, dove nel pomeriggio si terrà una tavola rotonda con il sociologo Paolo de Nardis, l’economista Paolo Leon e la scrittrice Lidia Ravera. A Milano il ritrovo è alle 9.30 in piazza Cairoli, mentre nel primo pomeriggio si riunirà all’università Statale un’assemblea regionale di atenei ed enti di ricerca. Alla manifestazione di Padova parteciperà il neo segretario generale della Cgil Susanna Camusso. In molte città i cortei saranno seguiti da flash mob e altre iniziative. A Perugia il giornalista Riccardo Iacona incontrerà gli studenti alle 18.30 all’ex Borsa delle Merci. In serata saranno organizzati concerti a Bologna, in piazza Scaravilli, e a Napoli, davanti all’università Orientale. A Cesena una fiaccolata a sostegno dell’istruzione pubblica percorrerà il centro e sarà seguita da lezioni notturne nelle aule dell’ateneo cittadino.

Per gli studenti delle superiori la giornata è l’occasione per protestare contro la riforma Gelmini che è stata attuata all’inizio di quest’anno scolastico. “Già si vedono le prime conseguenze negative di provvedimenti sbagliati come il taglio delle ore di laboratorio – denuncia Roberto Campanelli, rappresentante dell’Unione degli studenti –. Le manifestazioni di domani contro l’assenza strutturale di fondi per la scuola si vanno ad aggiungere alle occupazioni che in questo momento sono in atto in una trentina di istituti”.

Gli studenti delle università denunciano il taglio ai fondi per le borse di studio. “Sarebbe irresponsabile non mobilitarsi, nel momento in cui chi ha un reddito basso rischia di essere espulso dal sistema dell’istruzione”, commenta Claudio Riccio, portavoce di Link- coordinamento universitario. Non ha placato il malcontento l’annuncio di settimana scorsa del miliardo di euro che sarà stanziato in finanziaria per l’università. “La protesta non si ferma, finché quelle risorse non saranno sicure – assicura Cristian Trovato, rappresentante alla facoltà di Ingegneria di Cesena –. Non vogliamo che Tremonti faccia lo stesso giochino del 2008, quando fece promesse e poi non mantenne nulla”.

Secondo Alessio Branciamore, membro dell’esecutivo nazionale dell’Unione degli universitari, “quest’anno la giornata mondiale degli studenti assume un valore aggiunto perché la situazione politica è complessa e fra pochi giorni il contestato disegno di legge Gelmini sull’università ricomincerà il suo percorso in aula”. Ed è proprio questo a preoccupare anche i ricercatori, a cui il progetto di riforma non è mai piaciuto. “Se il ddl passa e il governo cade prima dell’approvazione dei decreti attuativi, l’università rimarrà completamente bloccata”, spiega Alessandro Ferretti, rappresentante dell’organizzazione di ricercatori Rete29Aprile, che aderisce alle proteste di domani. Così come aderiscono il Coordinamento nazionale dei ricercatori universitari e il Coordinamento nazionale dei professori associati, che si è costituito ufficialmente proprio ieri, con l’approvazione del manifesto nell’assemblea nazionale di Roma. Alle proteste si aggiungeranno quei dipendenti del comparto istruzione che si asterranno dal lavoro: la Flc-Cgil ha infatti indetto uno sciopero dalle quattro alle otto ore nelle università e negli enti di ricerca e di un’ora nelle scuole, nelle accademie e nei conservatori.

Gli studenti che sfileranno nelle piazze italiane avranno anche il sostegno dello scrittore Erri de Luca, dell’attore Toni Servillo, del regista Ettore Scola, dell’artista Moni Ovadia, del musicista Caparezza, del direttore di Micromega Paolo Flores d’Arcais e degli altri esponenti del mondo della cultura che hanno aderito all’appello diffuso su Internet dalla Rete della conoscenza per denunciare “la deriva culturale del nostro Paese di cui i tagli a scuola e università sono la rappresentazione politica”.

Il Fatto Quotidiano 17.11.10

"La giustizia negata", di Adriano Prosperi

Per la strage di Piazza della Loggia non ci sono colpevoli. Dopo due anni di dibattimenti e una lunghissima serie di udienze con una interminabile sfilata di testimoni, i giudici della Corte d´Assise di Brescia hanno mandato assolti i cinque imputati.Erano il generale dei carabinieri Francesco Delfino, l´ex deputato, senatore e segretario dell´Msi Pino Rauti, il medico Carlo Maria Maggi, l´imprenditore Delfo Zorzi, l´ex militante missino e informatore del Sid Maurizio Tramonte, detto in codice «Tritone». Leggiamo allibiti e increduli la notizia. Chissà quanti giovani oggi saprebbero dire di che cosa si parla quando si ricorda quella strage del 28 maggio 1974. Da allora il nome di Piazza della Loggia è entrato nella mappa italiana della politica del terrore.
Quel giorno ci fu in quella bellissima piazza di Brescia una manifestazione pacifica per reagire alla violenza fascista. Andare in piazza era una reazione istintiva alle trame occulte di forze invisibili che volevano uccidere con le stragi il diritto e la voglia di fare politica. Scoppiò una bomba, morirono otto persone, ci furono più di cento feriti. Il sangue fu ripulito subito e, con singolare sollecitudine, si fecero scomparire i detriti della bomba. Lo ricordava su questo giornale Benedetta Tobagi: una figlia degli anni di piombo, orfana per terrorismo. Per lei si tratta di un dato storico ascoltato, conquistato, rivissuto con fatica e dolore. Ma anche per la generazione che fu quella del padre suo non è facile ricordare. I ricordi sbiadiscono, si perdono: si fa uno sforzo per riportare a galla la memoria di quell´Italia in un paesaggio come quello attuale.
Ma una cosa è certa: se il paesaggio italiano è quello depresso e deprimente che abbiamo sotto gli occhi è proprio perché è mancata la giustizia. Non si è fatto quel che era necessario per riconciliare gli italiani col loro paese. Si parla spesso a sproposito di riconciliazione, di costruzione di quella che viene definita una memoria condivisa. Ma non è con la chirurgia estetica di qualche mago delle illusioni che potranno sparire le rughe e le fratture del corpo del paese. Che sono profonde. Sulle piazze del nostro paese quel che accadde in quegli anni lontani suggerisce un confronto per differenza con Ground Zero. In Italia l´attacco fu portato con uno stillicidio di attentati stragisti, per l´azione sotterranea di un nemico interno. E il confronto con quello che è accaduto oltre Oceano aiuta a capire perché oggi la tenuta morale e politica della società italiana appare tanto più fragile, tanto più esposta ai pericoli della demagogia e alle logore magie di avventurieri politici rispetto a quella degli Stati Uniti. Se l´evento terroristico di Ground Zero ha saldato quel paese proiettandolo nell´avventura della guerra contro un nemico esterno, in Italia è accaduto il contrario. Il nemico interno è rimasto sconosciuto e, anche se, non ci sono incertezze nel giudizio storico e politico – come ha detto Paolo Corsini – è un fatto che con questa sentenza si chiude la ricerca giudiziaria della verità.
Di questa sentenza attendiamo naturalmente di leggere le motivazioni: ma colpisce intanto il fatto che la Corte abbia fatto riferimento all´articolo 530 comma 2. In parole povere si tratta di insufficienza di prove. Chi ha cancellato, nascosto, fatto mancare le prove? Ogni volta, davanti all´argomento della insufficienza delle prove, ci si chiede a che cosa siano serviti o chi abbiano realmente servito quei servizi che da noi si chiamano di sicurezza.
Nei commenti a caldo il primo pensiero è andato ai morti rimasti senza giustizia: così ha detto Manlio Milani, il presidente dell´associazione dei familiari delle vittime della strage. In Italia ci sono diverse associazioni di questo tipo. C´è in questo qualcosa di singolare che dovrebbe far riflettere: che padri e madri, mogli e mariti, figli e figlie, siano costretti a diventare un soggetto collettivo e a dedicarsi assiduamente al perseguimento della giustizia è giusto e inevitabile. Ma è la lunga durata dell´impegno di queste associazioni, che va ormai al di là delle vite dei singoli: la persistenza di quell´impegno nel tempo lungo appare mostruoso e intollerabile e fa risaltare per contrasto la debolezza se non la totale assenza di un impegno dello Stato nelle sue autorità e nei suoi ultimi terminali al fine di assicurare la consegna alla giustizia e all´opinione pubblica dei responsabili e soprattutto dei mandanti. Davanti al banco di prova della saldezza del vincolo che lega una società alle sue istituzioni, che fa di un insieme di individui un corpo di cittadini unito dal rispetto di regole comuni, quello che è mancato è stato proprio lo Stato italiano.
C´è oggi una evidente e drammatica questione della giustizia in Italia: ma non è quella conclamata da chi vuole sfuggire alle sue responsabilità indebolendo l´opera della magistratura. La giustizia che ci manca è quella che deve far luce sulla storia recente del paese. C´è stato in Italia un protagonista nascosto che con le stragi di cittadini inermi ha cercato di far deragliare dai suoi binari la vita del paese . Ha cercato e in una certa misura vi è riuscito: perché se la società italiana oggi si disgrega in accozzaglie casuali e se appare sempre più incerta la prospettiva del futuro, se i principi del patto costituzionale nato dalla resistenza al fascismo vengono messi in dubbio o negati, è perché lo Stato italiano ha mostrato ambiguità e incertezze intollerabili nel reagire alle voglie golpiste delle forze attive dietro le stragi. È mancato all´appuntamento di quella verifica del rapporto di lealtà e di fiducia tra istituzioni e cittadini senza il quale una società si disgrega in accozzaglia casuale e il patto politico entra in crisi. Ma senza la verità non può esserci giustizia, senza giustizia non può esserci riconciliazione. La nebbia che circonda i nemici della Repubblica impedisce di fare chiarezza sulla strada che abbiamo davanti, allontana i cittadini dalla responsabilità delle scelte che li attendono-

La Repubblica 17.11.10

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“Trentasei anni tra spie e depistaggi il cuore nero della strategia della tensione”, di Benedetta Tobagi

Cinque fasi istruttorie e otto di giudizio, ma nessuna condanna in via definitiva. Nel terzo processo, il cui primo grado si è concluso ieri, c´erano proprio le “veline” del Sid
La vicenda giudiziaria (lunga ormai 36 anni) relativa alla strage di Piazza della Loggia è un labirinto composto di 5 fasi istruttorie e 8 fasi di giudizio. Nessun colpevole è stato condannato in via definitiva, ma le sentenze hanno via via sedimentato un patrimonio di conoscenza circa uno degli episodi più gravi della strategia della tensione.
Innanzitutto, inquadriamo il contesto: la strage avvenne in un momento politico delicatissimo – poco dopo la sconfitta del fronte conservatore nel referendum per il divorzio – e in un quadro di profonda instabilità politica (la formula di governo di centro-sinistra è ormai quasi del tutto esaurita). Altre inchieste giudiziarie hanno rivelato come in quell´anno 1974 si agitassero nell´ombra trame golpiste: dalla vicenda della “Rosa dei venti” al cosiddetto “Golpe Bianco” di Edgardo Sogno. La bomba del 28 maggio colpì al cuore una manifestazione antifascista indetta per protestare contro una serie di attentati di marca fascista, culminati nella morte del giovanissimo terrorista di destra Silvio Ferrari, legato al gruppo “La Fenice”, nella notte tra il 18 e il 19 maggio 1974, ucciso dall´esplosivo che lui stesso stava trasportando in motorino nel centro di Brescia, a Piazza del Mercato.
Il giudice istruttore Giampaolo Zorzi (infelice omonimia con l´ordinovista Delfo), che ha lungamente indagato sulla strage dagli anni Ottanta, ha usato per descrivere la progressione delle cinque istruttorie l´immagine dei cerchi concentrici prodotti da un sasso gettato nell´acqua: dal primo filone investigativo, incentrato su figure del neofascismo locale, le indagini si sono allargate, fino a inserire l´azione bresciana in una rete operativa eversiva ben più ampia, inquadrando compiutamente la strage bresciana nel contesto della “strategia della tensione” da piazza Fontana (dicembre 1969) all´attentato sul treno Italicus (agosto 1974).
Il primo filone d´indagine (prima e seconda istruttoria) inizia nel 1974 e si conclude con la sentenza di Cassazione del settembre 1987; si focalizza principalmente su una pista locale: s´indagano piccoli delinquenti e giovani estremisti di destra della Brescia-bene, sulla base di dichiarazioni e confessioni. Figura chiave dei processi della “pista bresciana” fu Ermanno Buzzi, un oscuro personaggio che si muoveva tra criminalità comune, traffico di opere d´arte ed estremismo di destra. Condannato in primo grado, alla vigilia del processo d´appello (aprile 1981) Buzzi fu trasferito al carcere speciale di Novara, dove, nel giro di ventiquattr´ore, fu assassinato dai noti terroristi neri Pierluigi Concutelli e Mario Tuti. Un´esecuzione feroce: lo strangolano coi lacci delle scarpe e gli schiacciano gli occhi.
Un secondo filone d´indagine parte nel 1984 con la terza istruttoria, alimentata da informazioni provenienti da pentiti e dall´ambiente carcerario, e si conclude nel 1993 con la sentenza-ordinanza emessa dal G. I. Gianpaolo Zorzi.
Imputato per strage nel secondo processo fu Cesare Ferri, estremista di destra collegato al gruppo ordinovista milanese della Fenice di Giancarlo Rognoni e alle S. A. M. (Squadre armate Mussolini) di Giancarlo Esposti. Ferri fu accusato principalmente sulla base del riconoscimento da parte di un sacerdote che affermò di averlo visto in una chiesa a Brescia la mattina del 28 maggio.
I cerchi si allargano fino ad attingere, nella quinta istruttoria, una rete eversiva molto più ampia: la cabina di regia della strage viene individuata nella cellula mestrina dell´organizzazione eversiva neofascista Ordine Nuovo (la stessa di piazza Fontana), in collegamento al gruppo milanese della Fenice di Rognoni. Tale istruttoria ebbe origine da una “coda” del processo a Cesare Ferri: il giudice Zorzi identificò nel giovane missino Maurizio Tramonte la fonte “Tritone” (che era l´informatore dietro una mole di documenti emersi dagli archivi del Sid a partire dalla fine degli anni Ottanta). Nel 1995, Tritone-Tramonte comincerà a collaborare con i ROS dei Carabinieri.
Alla base del terzo processo, il cui primo grado si è concluso ieri pomeriggio, c´erano proprio le “veline” del SID e le dichiarazioni di Tramonte in veste di collaboratore, insieme ai copiosi materiali provenienti dall´istruttoria del G. I. Salvini per la strage di piazza Fontana (centrali anche nel processo di Brescia le dichiarazioni del pentito Carlo Digilio, alias “zio Otto”, l´armiere di Ordine Nuovo, unico condannato nell´ultimo processo per la strage di piazza Fontana). A partire da “Tritone” e Digilio, l´imputazione per concorso in strage è stata infatti estesa ai vertici mestrini di Ordine Nuovo (Maggi e Zorzi), a Pino Rauti e al generale dei carabinieri Francesco Delfino, che fu incaricato delle indagini alla base della prima istruttoria.
È facile comprendere che provare in sede penale “al di là di ogni ragionevole dubbio”, secondo la celebre formula, coinvolgimenti così gravi e insieme delicati, documentare quale sia stato effettivamente il ruolo di un generale dei Carabinieri senza potersi giovare, ad esempio, della documentazione del centro di controspionaggio di Padova (dove operava il Maresciallo Felli, che gestiva la fonte Tritone), che è stata interamente distrutta, è molto, molto arduo. In attesa delle motivazioni, per figurarsi come mai si sia arrivati, dopo due anni di dibattimento e migliaia di pagine di verbali, a delle assoluzioni, “perché la prova manca, è insufficiente o contraddittoria” (art. 530 comma 2) è fondamentale andare a rileggere quella sentenza-ordinanza del 1993, dove il giudice istruttore Zorzi descrive un quarto livello di responsabilità, “non concentrico – scrive – ma intersecantesi con gli altri e quindi sempre presente, come un comune denominatore: quello dei sistematici, puntuali depistaggi”, dal lavaggio della piazza dopo l´eccidio, alla misteriosa scomparsa di Ugo Bonati, figura chiave nel primo processo, all´omicidio che ha chiuso per sempre la bocca a Buzzi; depistaggi che sono arrivati persino a sabotare la rogatoria in Argentina per impedire l´interrogatorio di Gianni Guido, criminale legato all´estrema destra e latitante.
I depistaggi hanno ostacolato il raggiungimento di una verità processuale. Fuori dall´aula, però, non potranno ostacolare la ricerca degli storici, né cancellare la memoria dei cittadini bresciani che ieri hanno visto nuovamente frustrato il loro bisogno di giustizia.

La Repubblica 17.11.10

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“Spioni, fascisti ed esaltati. Più chiare le colpe storiche”, di
Michele Brambilla

Siccome in Italia l’impunità dei bombaroli non è una sorpresa ma una tragica routine, la lettura della sentenza non provoca più né lo stupore né la rabbia di tanti anni fa. In aula solo un’anziana signora pronuncia, anzi sussurra un quasi timido «vergogna» prima di scoppiare in lacrime: chissà chi ha lasciato, quel 28 maggio 1974. C’è amarezza. Ma non sorpresa. Nessuno si faceva illusioni. Troppo tempo è passato perché si potesse ricostruire la verità «al di là di ogni ragionevole dubbio», come il Codice impone. Troppi depistaggi, troppe omertà, troppe ritrattazioni avevano reso l’inchiesta un puzzle impazzito e non più ricomponibile. Ma proprio quei depistaggi, quelle omertà e quelle ritrattazioni, se da una parte impediscono di arrivare a una verità giudiziaria, dall’altra consentono di giungere a una verità storica.

E cioè che per piazza della Loggia, così come per quasi tutte le altre stragi, uomini dello Stato hanno coperto, nascosto, deviato. Al di là delle assoluzioni, un quadro fosco di connivenze e intrecci inconfessabili sembra fissato per essere consegnato, se non ai giudici, agli storici. La formula scelta ieri dalla Corte d’assise per assolvere equivale alla vecchia insufficienza di prove. Vuol dire che le prove non bastano, ma almeno in parte ci sono. Non le prove delle responsabilità personali degli imputati; ma quelle del folle agitarsi di un mix di vecchi nostalgici del fascismo, di giovani ed esaltati estremisti, di spie, di ufficiali infedeli. E’ lo scenario che vede al centro Maurizio Tramonte, 58 anni, l’unico degli imputati a prendersi il disturbo di venire almeno qualche volta in aula a rispondere alla Corte.

Tramonte è l’uomo che ha dato il la al processo. Nei primi anni Settanta bazzicava la sede del Msi di Padova, tanto frequentata da teste calde da indurre Almirante a chiuderla. Per teste calde si intendono gli aderenti a Ordine Nuovo, un’organizzazione con due livelli, uno palese e uno clandestino. Così come tanti altri della sua risma, anche Tramonte era, oltre che un militante di estrema destra, anche un confidente dei servizi segreti: in codice, la «fonte Tritone».
Al centro di controspionaggio padovano mandava informative tenute in gran conto, se è vero che proprio in questo processo l’ex generale del Sid Gianadelio Maletti (già condannato per depistaggio per la strage di piazza Fontana) ha raccontato che Tramonte è stato, dal ’72 al ’76, «una fonte molto attendibile». Dunque che cosa dicevano quelle informative di Tramonte? Che si stava preparando un grosso attentato al Nord. Attenzione alle date.

Nel mese di maggio del 1974 a Brescia c’è tensione, ci sono piccoli attentati, qualche pestaggio. Il 19, alle tre di notte, Silvio Ferrari, un estremista di destra, salta in aria in città dilaniato da una bomba che stava trasportando sulla sua moto. Il 21 maggio ci sono tafferugli ai funerali di Ferrari e il Comitato antifascista annuncia una manifestazione per il giorno 28. Lo stesso giorno, 21 maggio, al Giornale di Brescia viene inviato un volantino firmato dal «Partito Nazionale Fascista, sezione Silvio Ferrari» in cui si dice che «l’ora è giunta… le bombe e i mitra faranno sentire la loro voce» e si avverte la popolazione di non frequentare «tutte le fogne in cui hanno sede i gruppuscoli rossi in genere». La questura e la prefettura decidono di non rendere pubblico questo volantino per non creare allarme. E veniamo a Tramonte.

Il 23 e il 25 maggio 1974 ordinovisti veneti si riuniscono in un albergo di Abano Terme e decidono di passare all’azione. Tramonte lo riferisce al controspionaggio: ci sarà un grosso attentato. Quando e dove? Non è specificato. Ma la manifestazione del 28 maggio in piazza della Loggia a Brescia, come abbiamo visto, era già stata fissata e annunciata. Un «obiettivo sensibile», diremmo oggi. Eppure il 28 maggio, un martedì, i carabinieri di Brescia sono a Mantova per un corso di formazione che di solito si svolgeva il sabato; il comandante del loro nucleo operativo, il capitano Francesco Delfino, è in Sardegna. In piazza della Loggia a dirigere l’ordine pubblico c’è un vice brigadiere della questura. E quando, a massacro appena consumato, la piazza viene lavata – eliminando possibili indizi sull’esplosivo – al sindacalista Franco Castrezzati che chiede spiegazioni viene risposto: «Lei pensi a fare il suo mestiere».

Prove di un depistaggio già partito o solo coincidenze? Il capitano Delfino era tra gli imputati di questo processo ma è stato assolto. Restano tante ombre. Ad esempio. Perché le informative di Tramonte restano nascoste per diciassette anni? Le troverà nel 1991 il giudice milanese Guido Salvini nell’archivio del Sismi di Padova. Perché non furono trasmesse subito ai giudici? La «fonte Tritone» viene identificata nel 1993. Tramonte comincia a parlare e conferma tutto. Ma nel 2000 ritratta in gran parte. La Cassazione non gli crede e così parte il processo. Nel frattempo però, muoiono alcuni testimoni importanti. Ci fermiamo qui. Questo è solo un piccolo spaccato di un’inchiesta con millecinquecento testimoni e novecentomila pagine di verbali.

Il processo conclusosi ieri è quasi certamente l’ultimo sulle bombe di quella stagione. Almeno per le stragi che vanno da piazza Fontana (dicembre 1969) al treno Italicus (agosto 1974), l’ambiente finito sotto la lente dei giudici è sempre stato questo: estrema destra e servizi segreti. La magistratura ha alzato ieri, forse definitivamente, bandiera bianca. Ma non è colpevole del fallimento. Anzi la sua impotenza richiama altre responsabilità che ora solo la politica potrebbe smascherare, se ne avrà voglia.

La Stampa 17.11.10

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Strage di Brescia, processi e servizi segreti

A distanza di 26 anni ancora nessun colpevole per la strage di Piazza della Loggia a Brescia: tutti i processi condotti in questi anni non hanno infatti portato ad alcuna condanna definitiva.
L’attentato fu rivendicato da Ordine Nero e negli anni ci furono depistaggi. Si sono susseguite diverse istruttorie:

LA PRIMA ISTRUTTORIA
La prima portò alla condanna nel 1979 di esponenti dell’estrema destra bresciana. Uno di loro, Ermanno Buzzi, in carcere in attesa d’appello, fu strangolato il 13 aprile 1981 da Pierluigi Concutelli e Mario Tuti. In secondo grado, nel 1982, la sentenza venne annullata e le condanne mutate in assoluzioni poi confermate nel 1985 dalla Corte di Cassazione.

LA SECONDA ISTRUTTORIA
La seconda istruttoria, iniziata nel 1984, accusò altri esponenti dell’estrema destra fra cui Mario Tuti, che nel 1972 aveva fondato il «Fronte rivoluzionario armato». Nel 1987 tutti gli imputati di questo filone di indagini furono assolti per insufficienza di prove e prosciolti nel 1989 con formula piena. La Cassazione confermerà.

LA TERZA ISTRUTTORIA
La terza istruttoria è quella che riguarda la sentenza odierna. Il 19 maggio 2005 la Corte di Cassazione confermò la richiesta arrestare Delfo Zorzi (oggi cittadino giapponese, non estradabile, con il nome di Hagen Roi) per il coinvolgimento nella strage.
Il 15 maggio 2008 sono stati rinviati a giudizio i sei imputati principali: Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Pino Rauti, Francesco Delfino, Giovanni Maifredi. I rinviati a giudizio Zorzi, Maggi e Tramonte erano all’epoca militanti di Ordine Nuovo, gruppo neofascista fondato nel 1956 da Pino Rauti, organismo più volte coinvolto in indagini su attentati e stragi. Ordine Nuovo fu sciolto nel 1973 dal ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani con l’accusa di ricostituzione del Partito Fascista.
Delfino è invece un ex generale dei carabinieri Francesco Delfino, all’epoca responsabile – con il grado di capitano – del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Brescia. Maifredi, allora era collaboratore del ministro Taviani. Il 21 ottobre scorso, i pubblici ministeri hanno chiesto l’ergastolo per Tramonte, Maggi, Zorzi e Delfino, con l’accusa di concorso in strage. Per Rauti hanno chiesto l’assoluzione per insufficienza di prove, pur sottolineandone la responsabilità morale e politica per la strage.

SOSPETTI E DEVIAZIONI: SERVIZI SEGRETI
In tutta la vicenda è sempre aleggiato il forte sospetto che i Servizi segreti o apparati deviati dello Stato abbiano fatto di tutto per depistare le indagini. Molte le stranezze. Ad esempio gli esperti ricordano che poche ore dopo l’esplosione qualcuno – non identificato – ordinò ai pompieri di ripulire la piazza, cancellando così indizi. All’ospedale poi sparirono reperti prelevati dai corpi dei feriti e dei morti. E di recente una perizia antropologica ordinata dalla Procura di Brescia su una fotografia di 28 maggio rivelerebbe che nella piazza c’era Maurizio Tramonte.

L’Unità 17.11.10

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Brescia, assolti i cinque imputati per la strage di piazza della Loggia

Assolti per insufficienza di prove i cinque imputati per la strage di piazza della Loggia a Brescia. Alla fine del processo i giudici della Corte d’assise di Brescia hanno assolto Pino Rauti, Maurizio Tramonte, Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Francesco Delfino, per i quali i pm avevano chiesto l’ergastolo. E’ stata revocata la misura cautelare nei confronti dell’ex ordinovista Delfo Zorzi che vive in Giappone. Nello sconcerto della città c’è chi – come Manlio Milani, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime – punta il dito verso il Parlamento e le leggi sul segreto di Stato.

Il 21 ottobre scorso i pm Roberto Di Martino e Francesco Piantoni avevano chiesto l’assoluzione con formula dubitativa per l’ex segretario del Movimento sociale italiano Pino Rauti e l’ergastolo per il collaboratore dei servizi segreti Maurizio Tramonte, per i militanti di Ordine Nuovo Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi, e infine per il generale dei carabinieri Francesco Delfino, accusati di concorso in strage e omicidio. A Maurizio Tramonte è stata riconosciuta la responsabilità per il reato di calunnia ai danni di un funzionario della questura, ma i giudici hanno disposto il non luogo a procedere per prescrizione dei termini in relazione al reato di calunnia.

Non ha nascosto la sua delusione il procuratore Di Martino dopo l’assoluzione. Il magistrato, che con il collega Piantoni ha seguito la lunga e complessa inchiesta, ha voluto spiegare che “il limite di questo processo non è stato il nostro impegno ma nel materiale che c’era”: “A fronte dell’impegno che abbiamo messo in campo ci aspettavamo un risultato che invece non è venuto”. Il difensore di Delfo Zorzi, Antonio Franchini, si aspettava una sentenza di assoluzione del suo assistito di fronte “a prove carenti” e in particolare a una “fonte inattendibile e infida” come Carlo Digilio.

“Questo processo, nonostante le assoluzioni di tutti, ha permesso il raggiungimento di un risultato: anche se le evidenze emerse non sono state considerate sufficienti, ciò non vuol dire che non vi fossero delle prove”. A parlare, con gli occhi pieni di lacrime, è Arnaldo Trebeschi, fratello di Alberto, una delle 8 vittime, morto a soli 37 anni. “Le prove di un depistaggio iniziato ben prima della strage ci sono – ha detto -. Le veline di Maurizio Tramonte ai servizi segreti risalgono a giorni prima della strage. Quelle veline invece di essere mostrate subito agli inquirenti vennero occultate. Già all’epoca, se quelle informazione fossero state rese note, si potevano rintracciare i colpevoli”.

La strage di piazza della Loggia avvenne il 28 maggio 1974. Quel giorno, nella piazza sede del Comune di Brescia, si stava tenendo una manifestazione contro il terrorismo neofascista. Alle 10 e 12 una bomba nascosta in un cestino della spazzatura esplose uccidendo otto persone e ferendone oltre cento. “L’unica cosa che a cui penso in questo momento sono quegli otto morti. Eravamo in piazza quella mattina…”, ha detto Milani, presidente dell’associazione familiari delle vittime della strage di Piazza della Loggia. “In questo processo le cose che mi hanno colpito sono state le reticenze, le falsità che hanno raccontato – ha aggiunto -. Stiamo ancora combattendo con un Parlamento che ti dice che sull’applicazione della legge sul segreto di Stato, a quattro anni dalla sua approvazione non ci sono ancora i regolamenti applicativi. Non c’è volontà di affrontare quegli anni”.

Provo un ”sentimento di impotenza” per la città di Brescia: “La città voleva due cose: verità e giustizia – ha detto il sindaco di Brescia, Adriano Paroli – ma non si è riusciti a raggiungerle. La città continuerà comunque a cercarle”. “E’ un insulto irreparabile a quanti quella mattina sono caduti in piazza, ai loro familiari, un’offesa che umilia la città e rischia di spegnere un ansia di verità e giustizia che la ricerca storica e il giudizio politico hanno invece da tempo appagato”, ha detto Paolo Corsini, deputato del Pd ed ex primo cittadino.

da Il Fatto Quotidiano 17.11.10