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"Una partita a scacchi di 27 giorni", di Marcello Sorgi

La conferma che, d’intesa tra Napolitano, Fini e Schifani, il dibattito nei due rami del Parlamento, al Senato sulla mozione di sostegno al governo, e alla Camera su quella di sfiducia, si svolgerà e si concluderà con i rispettivi voti contemporaneamente, il 13 e il 14 dicembre, non esclude che alla fine il governo si ritrovi con la maggioranza espressa da Pdl e Lega a Palazzo Madama e vada invece sotto, senza i finiani, a Montecitorio.

Berlusconi avrebbe preferito una sfalsatura temporale dei due dibattiti, sia per ottenere prima il voto favorevole del Senato e farlo pesare nella ricerca di una maggioranza anche solo numerica tra i deputati. E sia per presentarsi al Quirinale, al momento delle dimissioni, con solo una mezza sfiducia, o se si preferisce con una fiducia e una sfiducia insieme. Secondo il premier questo dovrebbe bastare al Capo dello Stato ad escludere il tentativo di dar vita a un altro governo, con qualsiasi formula, che si troverebbe sicuramente in minoranza al Senato per l’opposizione dello stesso asse Pdl-Lega che si prepara a sostenere ad ogni costo Berlusconi. Un ragionamento del genere, va da sé, reggerebbe anche se i due voti contrastanti di Camera e Senato fossero espressi nello stesso giorno, e non uno dopo l’altro.

Ma che questo basti a condizionare le scelte di Napolitano e ad imporgli subito lo scioglimento, è da vedere. Non perché il Presidente della Repubblica sia orientato a promuovere la nascita di un nuovo governo anche a dispetto dei santi. Tutt’altro. Napolitano, come ha già fatto in circostanze del genere, si atterrà ai risultati delle consultazioni, e se da un certo numero di partiti verrà la richiesta di fare il tentativo, c’è da attendersi che il Presidente lo farà solo se emergerà la possibilità che un’eventuale nuova maggioranza si possa ritrovare, oltre che in un governo, attorno a un programma chiaro e condiviso.

Tuttavia la semplice espressione del voto a favore di Berlusconi da parte del Senato non è detto che basti al Capo dello Stato per escludere con una ragionevole certezza la possibilità di un nuovo governo. Napolitano in altre parole potrebbe avere la necessità di verificare che tra i senatori che dovrebbero schierarsi a maggioranza con il Cavaliere non esista la disponibilità ad appoggiare successivamente, anche se temporaneamente, un esecutivo diverso, prima di andare ad elezioni. Un tentativo analogo a quello che su praticato dopo la caduta di Prodi, e ovviamente carico di insidie per Berlusconi. Ma che potrebbe rivelarsi indispensabile se dalle consultazioni dovesse venire un’indicazione in questo senso.

La Stampa 17.11.10

"Sostegno: L'integrazione difficile", di Pippo Frisone

Lo Stato italiano spende 3 Mld. all’anno, più d’ogni altro Paese d’Europa e dell’OCSE, per l’integrazione degli alunni diversamente abili nelle scuole. Sono 70mila gli psicologi e 14mila i pediatri impegnati nell’integrazione mentre i docenti di sostegno da 35mila che erano quindici anni fa per 108mila alunni H, son passati nel 2009/10 a 90mila per 181mila alunni H, con una media di 1docente ogni 2 alunni H. Sono 5mila gli alunni H. in più rispetto all’anno precedente (fonte –TuttoScuola). Lo squilibrio si riflette soprattutto nella distribuzione geografica: col 52% di posti al Sud, i docenti di ruolo qui sono l’84% (in Basilicata gli stabilizzati sono il 91%, in Sardegna e Campania l’89%) mentre al Nord gli stabilizzati sono appena il 57% e in Lombardia il 56%. La media nazionale degli stabilizzati di ruolo è del 70%, secondo quanto prevede la legge. Il rapporto alunni H /docenti di sostegno è più alto in Lazio con 2,36 per docente, in Lombardia col 2,31 mentre in Campania è al 1,75 ed in Basilicata scende addirittura all’1,62. I posti attualmente funzionanti in Lombardia (as10/11) dopo le ultime due deroghe concesse, ammontano complessivamente a 12.154 contro i 5.086 dell’organico di diritto.
A Milano i posti funzionanti sono 4.897 di cui 368 nell’Infanzia, 2.198 nella Primaria, 1.621 nella Media e 710 alle Superiori. La dotazione dell’organico di diritto è stata di 2.747 posti.
Nell’Infanzia le 189 Scuole hanno in media 1,94 posti di sostegno per scuola, con punte di 7,5 posti al 2°Circolo di Abbiategrasso, 6,5 all’ICS Vimodrone e 5,5 al 2°Circolo di Rozzano. Nella Primaria le 313 scuole hanno in media 7,02 posti per scuola, con punte di 21,5 in via dell’Arcadia-Mi , 20 in via dei Narcisi-Mi e ben 67 scuole con più di 10 posti per scuola. Nella Secondaria di 1° grado le 288 scuole hanno in media 5,6 posti per scuola con punte di 25 alla Luini di Rozzano, 21,5 all’Arcadia Pertini- Mi, 20,5 Allende di Paderno D., 20 in via Salerno –Mi e altre 4 scuole con 20 posti.
Nelle Superiori i 167 istituti hanno in media 4,2 posti, con punte di 31 posti all’IP Oriani-Mazzini- Mi, 30,5 all’IP Cavalieri-Mi, 29,5 all’IP Frisi-Mi, 26 all’IPALB C.Porta-Mi e altri 6 istituti con oltre 20 posti. Il problema di fondo però rimane, oltre alla concentrazione eccessiva in alcuni istituti professionali, quello della specializzazione e professionalità dei docenti di sostegno, sia a Milano che in Lombardia.
La chiusura delle SISS, voluta dalla Gelmini ha azzerato la formazione degli specialisti soprattutto nella secondaria, aumentando cosi il gap tra posti coperti da docenti specialisti stabilizzati (56%) e posti coperti da personale precario non specializzato, in particolare nella scuola primaria. Questo è un problema che deve essere immediatamente affrontato e risolto con la riapertura dei corsi ordinari semestrali di specializzazione all’Università per i precari provvisti di abilitazione. Altra questione è la riconversione sul sostegno del personale di ruolo in situazione di esubero. Non è più tollerabile che sul 40% dei posti di sostegno venga annualmente assegnato casualmente personale precario non specialista, destinato a cambiare sede anche più volte nello stesso anno scolastico e senza alcuna garanzia di continuità didattica sugli alunni diversamente abili.
Una seria riforma della formazione iniziale degli insegnanti non può lasciare irrisolto questo annoso e delicato problema.
Occorre riqualificare le risorse che annualmente vengono destinate a questo settore. La politica di “tagliare di meno sul sostegno” non basta più.
Occorre, invece, investire di più e meglio nella formazione degli insegnanti da specializzare, migliorando la professionalità di quanti lavorano nell’integrazione degli alunni diversamente abili affinché l’inserimento nelle classi di questi ultimi si traduca al più presto e per tutti in un inserimento vero e qualificato e non rimanga , come lo è ahimè ancora per tanti, un semplice parcheggio custodito.

da Scuola Oggi 17.11.10

E' scontro tra Bondi e i soprintendenti. Granata: "Il peggior ministro di sempre"

In una lettera 17 responsabili del patrimonio archeologico accusano il titolare del dicastero di aver fatto della “salvaguardia della cultura” un “concetto mediatico”, mentre i tagli rendono impossibili gli interventi. La replica: “Lettera gravissima”. L’esponente Fli: “La crisi di governo lo salverà dalla sfiducia individuale”.
“Solo la crisi di governo salverà Sandro Bondi dalla sfiducia individuale”. Quasi come un presagio, la considerazione dell’esponente Fli Fabio Granata si abbatte sul ministro dei Beni Culturali proprio nel giorno in cui 17 soprintendenti lo attaccano frontalmente. E lo fanno sottoscrivendo una lettera in cui lo si accusa di aver fatto della “salvaguardia della cultura” un “concetto mediatico”, mentre i suoi tagli privano il settore di quelle risorse e quel personale che servono a una salvaguardia vera dei beni archeologici. Quel lavoro, per intenderci, che avrebbe evitato il crollo della Scuola dei Gladiatori 1. Piccata la replica del ministro, che in una nota considera “gravissima” una lettera che “accredita una responsabilità politica” nel cedimento della struttura nel sito di Pompei.

La lettera dei 17 soprintendenti. La missiva a Bondi, che annovera tra i suoi 17 firmatari Jeannette Papadopoulos, dai primi di ottobre responsabile ad interim della soprintendenza di Pompei, parte dalle dichiarazioni rilasciate dal ministro a un quotidiano all’indomani del crollo della Schola Armaturarum. Intervista, ricordano i funzionari, in cui Bondi puntava il dito sui soprintendenti e sulla loro mancanza di managerialità. La replica arriva oggi e sottolinea i “pesanti tagli che soprattutto a partire dalle leggi degli ultimi anni hanno aggredito e ridotto un bilancio complessivo già inadeguato”. Tagli, rimarcano, “accompagnati da riduzioni del personale e blocco delle assunzioni, compresi i tecnici di alta qualificazione; nonché dal contestuale appesantimento di normative e procedure di spesa in tutti i settori del pubblico impiego – e massimamente nel settore dei beni culturali”. Emblematico proprio il caso di Pompei, dove “l’incidenza dei tagli ha prodotto i suoi effetti” insieme alla decisione di commissariare il sito archeologico con “figure professionali diverse dai tecnici specializzati (prima un prefetto in congedo, poi un funzionario della Protezione Civile)”.

“Commissariamento non incrementa managerialità”. I soprintendenti ammettono che nelle loro strutture c’è un problema di spesa, che l’introduzione delle direzioni regionali non ha risolto. I commissariamenti però, dicono, “non comportano necessariamente un incremento della managerialità, tanto più se disgiunta dalla tecnicità (altra cosa è l’affidamento di incarichi speciali a tecnici specialisti del settore)”. Deve esserci, concludono i soprintendenti, “un quadro di miglioramento dell’attività di tutela nel suo complesso, che non esautori i dirigenti tecnici del Ministero, ma ne ascolti le difficoltà e le proposte, nell’unico interscambio possibile per migliorare le condizioni del patrimonio culturale del nostro Paese”.

“Stop alla cultura dell’emergenza”. “E’ ora – si legge infine – che la cultura dell’emergenza ceda il passo a quella della manutenzione, ordinaria e straordinaria, a cura delle strutture e degli staff tecnico-scientifici che quei monumenti, quei siti, quei musei conoscono e tutelano”. “La valorizzazione come concetto mediatico – sottolineano al ministro i soprintendenti – non può sostituirsi al paziente e faticoso lavoro di monitoraggio, consolidamento e restauro, che per definizione è poco visibile e quindi poco mediatico”.

Bondi: “Lettera gravissima”. La replica del ministro è affidata alla seguente nota: “La lettera resa pubblica da parte di alcuni soprintendenti è gravissima per tre ragioni: in primo luogo perché alimenta e cerca di accreditare la convinzione di una responsabilità politica nel cedimento di una ricostruzione in cemento armato a Pompei; in secondo luogo perché i fondi a Pompei ci sono sempre stati ed è mancata la capacità di spenderli in maniera adeguata; infine perché i commissari hanno sempre operato in totale sintonia con i soprintendenti”.

Granata: “Bondi, il peggiore di sempre”. “Solo la crisi di governo salverà Bondi dalla sfiducia individuale” afferma l’esponente di Futuro e libertà, argomentando così il suo giudizio: “Ciò che va emergendo dalle inchieste e dalla ricostruzione dei fatti conferma la sua pesante e diretta responsabilità politica. In Italia il patrimonio e le attività culturali non possono essere lasciate ancora nelle mani di Bondi, oggettivamente il peggior ministro di sempre. Per fortuna, la nuova fase politica che si apre ce ne libererà”.

La Repubblica 16.11.10

"Università, cancellati i tagli ma solo per gli atenei privati", di Salvo Intravaia

Dopo le proteste di alcuni rettori, nel maxiemendamento al ddl stabilità tornano i fondi che erano stati cancellati negli ultimi tre anni. Il governo dice che il provvedimento riguarda anche le statali, ma l’opposizione attacca: “E’ un trucco contabile”. Mentre l’università pubblica si arrabatta tra tagli, scioperi, riforme “epocali” e “giochi delle tre carte”, a quella privata il governo cancella i tagli degli ultimi tre anni. Nell’ultima versione del maxiemendamento alla legge di stabilità (ex Finanziaria) approvato dalla commissione Bilancio della Camera spunta anche un finanziamento di 25 milioni per “le università non statali legalmente riconosciute”. E’ bastato che alzasse la voce uno dei rettori “privati” più potenti d’Italia per fare capire al governo che non era cosa di insistere sulla strada del rigore anche per gli atenei non statali.

Di fronte ad un taglio che dal 2007 ad oggi aveva decurtato le somme destinate agli atenei privati del 45 per cento, il rettore dell’università Cattolica del Sacro cuore di Milano, Lorenzo Ornaghi, è venuto allo scoperto. “Gli effetti perversi dei provvedimenti dei governi dal 2007 a oggi – dichiarava pochi giorni prima della marcia indietro dell’esecutivo – stanno colpendo in maniera irragionevolmente dura, con diversi ‘tagli tecnici lineari’, le università non statali più di quelle statali, e fra tutte le non statali la nostra più delle altre”.

“Dopo che – chiosava Ornaghi – ci sono stati tolti 12 milioni di euro (dai 55 del 2007 siamo passati ai 42,9 del 2009), dal prossimo anno ci vedremo privati di ulteriori 13 milioni di euro, così attestandosi il finanziamento statale a quasi la metà di quello che era nel 2007 (da 55 milioni a 30,1)”. Anche per le statali, si potrebbe obiettare, il governo ha allargato i cordoni della borsa: con 800 milioni in più per il 2011, 500 per il 2012 e altrettanti per il 2013. Ma la deputata del Pd, Rosa De Pasquale, componente della commissione Cultura della Camera, spiega che si tratta di un trucco e che gli atenei italiani continueranno ad arrancare.

“Il ministro Tremonti – spiega la De Pasquale – presentando in commissione Bilancio la proposta di finanziamento dell’università è stato costretto a scoprire le carte prima di quanto aveva previsto. E nel merito – prosegue la deputata democratica – permane un forte taglio alle risorse per l’università, anche se il ministro cerca in tutti i modi di nasconderlo restituendo solo una parte del maltolto”. Vediamo perché. Secondo la De Pasquale quello degli 800 milioni è un trucco. “L’emendamento del governo effettivamente contiene la cifra in positivo, ma la legge di stabilità per il 2011, su cui opera l’emendamento, conteneva già un taglio per l’Università di 126 milioni di euro”.

La Repubblica 16.11.11

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Commisisone VII in occasione della discussione della legge di stabilità: nero su bianco i tagli previsti, solo in parte compensati dal maxiemendamento presentato dal Governo

Tabella n. 7: Stato di previsione del Ministero dell’istruzione, università e ricerca per l’anno finanziario 2011.
PROPOSTA DI RELAZIONE ALTERNATIVA PRESENTATA DAI DEPUTATI GHIZZONI, LEVI, LOLLI, BACHELET, COSCIA, DE BIASI, DE PASQUALE, DE TORRE, MAZZARELLA, MELANDRI, NICOLAIS, SIRAGUSA, ROSSA, PES E RUSSO

La VII Commissione permanente della Camera dei Deputati,
esaminato per le parti di propria competenza il disegno di legge A.C. 3778 recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2011)» e il disegno di legge A.C. 3779 recante «Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2011 e bilancio pluriennale per il triennio 2011-2013» (Tab. 7),
…

considerato inoltre che:
per l’ambito universitario, il Governo persevera nella politica dei tagli indiscriminati inaugurata con i decreti-legge n. 93 e n. 112 del 2008 e confermata nei due anni trascorsi di legislatura, da ultimo con l’approvazione della recente manovra estiva (DL 78 del 2010). Essa dispiegherà i propri deleteri effetti prociclici per il triennio 2010-2013, colpirà con particolare durezza le retribuzioni del personale universitario e dimezzerà la possibilità di attivare contratti a tempo determinato, con grave pregiudizio per il futuro dei titolari di detti contratti, prevalentemente giovani ricercatori «precari»;

rilevato negativamente che:
lo stanziamento complessivo per la missione Istruzione universitaria è pari a 7.103,4 milioni di euro, con una riduzione di ben 821 milioni di euro (pari al 10,4 per cento) rispetto all’assestato 2010;
in particolare, il programma 2.3 Sistema universitario e alla formazione post universitaria, è ridotto di 726,9 milioni di euro rispetto all’assestamento 2010 sebbene in esso rientrano prevalentemente le risorse volte a garantire i finanziamenti alle università, compresa l’edilizia universitaria. Tale riduzione è distribuita in particolare su alcuni capitoli di spesa; in particolare, sul Fondo di Finanziamento Ordinario (che attiene al funzionamento degli Atenei e comprende le spese per il personale e per la ricerca scientifica, nonché quelle per la manutenzione ordinaria) è previsto un taglio di 126,1 milioni di euro, che porta la dotazione a 6.130,3 milioni di euro, corrispondente all’ammontare previsto per il 2001, mentre nel 2008 si assestava a 7.422,8 milioni! Ma alla suddetta riduzione, occorre aggiungere quelle previste dalle seguenti due disposizioni, che incidono – di fatto – sulla dotazione complessione dell’FFO. Innanzitutto la soppressione del Fondo da destinare all’incremento dell’efficienza e dell’efficacia del sistema universitario statale, istituito dalla legge finanziaria per il 2008 (articolo 2, commi 428-429), con una dotazione pari a 550 milioni di euro, per ogni anno del triennio 2008-2010, destinati ad incrementare le disponibilità del FFO per sostenere prioritariamente le spese derivanti dagli adeguamenti retributivi del personale docente e dai rinnovi contrattuali del personale non docente degli atenei. Al contempo, la legge di stabilità reitera la previsione di 550 milioni di euro destinati al suddetto Fondo per il solo anno 2012: l’allocazione di tali risorse dimostra la «necessità» della dotazione oltre alla incapacità del Governo di garantirne la copertura per il prossimo anno. Si sottolinea, inoltre, che per il 2011 il FFO non potrà disporre dei 400 milioni di euro derivati dal cosiddetto «scudo fiscale», come disposto dall’articolo 2 comma 250 della legge finanziaria 2010 a parziale compensazione per il taglio previsto di 700 milioni dell’FFO per il 2010. Ne consegue, che per il prossimo anno il Fondo di Finanziamento Ordinario subirà una riduzione di stanziamento pari a 1.026 milioni di euro. Anche il Fondo per la programmazione dello sviluppo del sistema universitario subisce una decurtazione di 20, 3 milioni che porta la dotazione disponibile a 44,8 milioni; data la finalità del suddetto Fondo (a sostegno di iniziative, attività e progetti, incluse quelle didattiche), il taglio appare nella sua durezza, anche in considerazione del fatto che nel 2007 fu autorizzata una spesa di 117 milioni. Anche i contributi alle università e agli istituti superiori non statali sono ridotti di 28,2 milioni di euro;
anche il programma Diritto allo studio nell’istruzione universitaria viene ridotto di ben 96,4 milioni di euro rispetto all’assestamento 2010, vale a dire di oltre della metà della dotazione. In particolare è il Fondo di intervento integrativo da ripartire tra le regioni per la concessione dei prestiti d’onore e l’erogazione delle borse di studio a subire il maggior taglio di risorse, pari a 74 milioni, così che la dotazione di spesa si assesta a soli 25,7 milioni. Inoltre i contributi a favore dei collegi universitari legalmente riconosciuti, pari a 13,8 milioni di euro, sono ridotti di 13,6 milioni di euro, mentre quelli per gli alloggi e residenze per gli studenti universitari (ora allocati su due capitoli distinti) vengono tagliati di 5,6 milioni di euro. Questi tagli risultano particolarmente insopportabili poiché deprimono l’esigibilità del diritto all’istruzione superiore per i giovani meritevoli e con bassi redditi, contravvenendo al dettato costituzionale. Tale scelta è peraltro coerente con l’impianto culturale del velleitario «fondo per il merito», disposto dal DDL Gelmini di riforma del sistema universitario: esso, infatti, è finalizzato all’erogazione di borse di studio per il merito, senza relazione dalla fascia reddituale, e di prestiti d’onore ai quali – è facile prevedere – i giovani e le famiglie in condizioni disagiate non faranno ricorso, preoccupati dall’incertezza di restituire il debito accumulato;
considerato pertanto che:
i dati tabellari della legge di stabilità e del bilancio dello Stato – richiamati precedentemente – dimostrano che, per il settore universitario, il Governo non si è limitato a «registrare» le disposizioni del citato DL 78, ma ha provveduto a definire ulteriori tagli su molti capitoli di spesa. Il complesso di tali decurtazioni pregiudicherà la stessa erogazione delle spese fisse per personale nonché la funzionalità del sistema, che sconta anche i massicci pensionamenti associati al blocco del turn over. Altresì, smentisce le rassicurazioni più volte espresse dai ministri Gelmini e Tremonti sulla volontà del Governo di garantire le risorse necessarie;
mentre i principali Paesi europei, dalla Francia alla Germania, per uscire dalla crisi hanno programmato nuovi investimenti di miliardi di euro in formazione e sapere, l’Italia intraprendente la strada opposta e, sebbene il nostro Paese sia già fanalino di coda tra i paesi OCSE, sottrae risorse indispensabili al sistema universitario;
valutato altresì che:
dopo aver fatto mancare l’adeguata copertura finanziaria agli emendamenti, approvati in Commissione Istruzione della Camera, al già citato DDL Gelmini – sui cui contenuti continuiamo ad esprimere un giudizio molto negativo – si osserva che nemmeno nei provvedimenti in parola sono allocate le risorse adeguate a sostenere il disegno di riordino del sistema universitario; tale assenza, oltre a pregiudicare la credibilità di qualsiasi intervento strutturale del sistema, testimonia la volontà del Governo di non sostenere realmente tale iniziativa;
rilevato altresì sfavorevolmente che:
lo stanziamento complessivo per la missione Ricerca e innovazione, pari a 2.227,2 milioni di euro, è ridotto di 71,6 milioni di euro (-3,1 per cento) rispetto al bilancio assestato 2010;
in particolare, il programma Ricerca per la didattica riporta una riduzione di 2,5 milioni di euro alla ricerca per la didattica, ripartita tra le spese per la realizzazione delle attività affidate all’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema di istruzione e formazione ed all’Agenzia Nazionale per lo sviluppo dell’autonomia scolastica, in aperto contrasto con le dichiarazioni del responsabile del Dicastero a sostegno della valutazione e del merito, ed i contributi ad Enti ed istituti operanti nel settore dell’istruzione, dotato di 1,6 milioni di euro, con una riduzione di 1,3 milioni di euro;
altresì, è ridotto di 99,7 milioni di euro il programma Ricerca scientifica e tecnologica di base, a causa, in particolare, della diminuzione di 94,6 milioni del Fondo ordinario per gli enti e le istituzioni di ricerca;
considerato inoltre che:
non si può non rilevare come tali scelte si discostino vistosamente da quanto perseguiti dagli altri Governi dei Paesi economicamente avanzati, che hanno l’obiettivo di valorizzare il sistema della ricerca in quanto risorsa per la crescita economica e sociale del Paese;

Newsweek, vergogna Berlusconi "Disinteresse e cultura dell'harem"

Il nuovo numero del settimanale americano dedica quattro pagine al presidente del Consiglio. “Escort, minorenni e ballerine che saltellano intorno a un 74enne”. Critiche pesanti per la discriminazione femminile, “ha inculcato negli italiani l’idea che la donna sia solo un oggetto sessuale”. Durissimo anche il Guardian: “Che cosa deve ancora fare per essere cacciato?”. “Berlusconi’s girl problem”, Berlusconi e il problema-donne. Ecco il titolo che campeggia sulla copertina del numero del 22 novembre del settimanale americano Newsweek. Illustrato da un paio di gambe femminili con scarpe dal tacco a spillo. Quattro pagine dedicate alle vicende italiane. E un ritratto impietoso dell’Italia berlusconiana, di quella che viene definita “la cultura dell’harem che sta minando l’economia italiana e il suo stesso governo”.

Le donne, gli scandali, la televisione, l’incuria nei confronti dei beni culturali del Paese. Una serie di vergogne, quelle passate in rassegna dal settimanale americano. “Per Berlusconi, l’eguaglianza di genere è una barzelletta”, titola l’articolo di Barbie Nadeau; “Silvio si fa buttare giù, ma l’ultimo scandalo sessuale è solo uno dei suoi problemi” è invece il pezzo firmato da Jacopo Barigazzi. In un articolo si ripercorrono le recenti vicende italiane, partendo dal crollo di Pompei. “Il ministro in carica (Bondi, ndr), quando gli hanno chiesto se si sarebbe dimesso, ha risposto che non era responsabile. E’ così che funziona il governo in italia. Nessuna responsabilità. Nessuna vergogna. Nessuna attenzione a un paese che si sbriciola”. E ancora: “Per quasi vent’anni l’Italia praticamente non è cresciuta e nessuno accetta la colpa”.

Un altro articolo di Newsweek è invece dedicato al ruolo delle donne nel nostro Paese. Con una paginata fotografica di ragazze seminude in televisione e la descrizione – imbarazzante – di Striscia la notizia: “Due uomini di mezz’età in piedi sotto i riflettori, uno fa penzolare da una cintura una treccia d’aglio dalla forma vagamente fallica. Una ragazza striscia sul pavimento, indosso ha un costume di paillette, la scollatura a V profondissima e un perizoma. Prende la treccia d’aglio in mano e se la strofina sul viso mentre l’altro conduttore – si legge sul settimanale – le dice ‘dai, girati, fammi dare un’occhiata’, e le tocca il sedere. Questo è il prime time in Italia. Una parata di temi pruriginosi, un’espressione del marciume evidente proprio ai vertici del governo, un riflesso del problema più profondo della società rispetto al ruolo delle donne. Una storia senza fine di modelle minorenni, escort a pagamento, ballerine del ventre marocchine che se la spassano con un 74enne presidente del Consiglio”.

E ancora, osserva l’articolo di Newsweek: “Proteste e lamentele sono rare, e se ci sono, pochi le ascoltano”. Una situazione che Berlusconi “potrebbe aver creato” grazie al fatto che “il 95% del mercato televisivo è sotto il suo controllo” e per questo “è difficile fare una stima di quanto gioco abbia la sua influenza nel modo in cui le donne sono viste e vedono loro stesse. E mentre altri Paesi europei promuovono attivamente l’uguaglianza di genere come un pilastro della prosperità nazionale, Berlusconi ha guidato la carica nella direzione opposta, relegando le donne con la creazione di un modo di vederle solo come oggetti sessuali”. E conclude: “E’ chiaro che la caduta di Berlusconi, se avverrà, indebolirà la commistione negativa fra politica, media e discriminazione di genere. Ma perché ci siano reali progressi bisognerà riprogrammare il modo di pensare degli italiani, uomini e donne. E non basterà cambiare canale”.

Con il premier oggi non è tenero neppure il Guardian. In un lungo articolo a firma di Tobias Jones, ci si chiede come sia possibile che Silvio Berlusconi sia ancora al potere. “Diventa sempre più difficile capire che cosa debba fare ancora Silvio Berlusconi per essere cacciato. Nella maggior parte dei Paesi, soltanto uno delle decine di scandali che lo hanno visto coinvolto sarebbe bastato per finirlo politicamente. Ogni volta che ne esplode uno nuovo, più sordido e incredibile del precedente, viene da pensare che questa volta non riuscirà a scamparla. Si pensa, speranzosi, questa volta non riuscirà a sopravvivere ad una sentenza che afferma che ha corrotto un avvocato perché testimoniasse il falso. O a scrollarsi di dosso la montagna di prove a sostegno del fatto che organizza con regolarità orge con escort a pagamento, nelle sue residenze private e ufficiali. Invece è ancora al potere, ancora il leader di uno dei paesi più colti ed importanti d’Europa. Dopo tutti questi anni, continua a sembrare incredibile”, si legge nella dura analisi sul quotidiano britannico. Che ripercorre tutti gli scandali, dalla scalata a Mondadori al caso Mills, passando per lo stalliere Mangano e la Banca Rasini, dedicando ampio spazio al problema “prostitute”. La conclusione è che “l’unico modo per liberare la politica italiana dalla sua immensa e deleteria influenza sarebbe che morisse, oppure che il Paese subisse una completa e programmatica deberlusconizzazione, nel tentativo di tornare alla normalità dopo 20 anni di lavaggio del cervello televisivo”. Fra le due è più probabile la prima, si legge sul Guardian, “anche se appare molto lontana”.

La repubblica 16.11.10

Opposizioni unite per il bene del Paese

Tutte le opposizioni, “raccogliendo il richiamo del Presidente Napolitano al senso di responsabilità repubblicana, si impegnano a far si che la Legge di Stabilità venga licenziata dal Parlamento entro la fine di novembre”: questo è quanto richiesto in una lettera che tutti i capigruppo di opposizione e delle componenti del gruppo misto di Camera e Senato (Pd, Idv, Udc, Api, Ld) hanno inviato ai Presidenti della Camera e del Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani.

Ha dichiarato il Segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani: “Con la lettera dei capigruppo si è reso chiaro il senso di responsabilità delle forze di opposizione. Ci aspettiamo da parte del governo e della maggioranza altrettanta responsabilità, affinché non si usi la legge di stabilità per protrarre strumentalmente una insostenibile melina che lascia sgomento un Paese che sta vivendo mille problemi. E’ chiaro che se questa assunzione di responsabilità non ci fosse, ognuno avrebbe mani libere nella conduzione della battaglia parlamentare”.

“Siamo di fronte a una maggioranza che non vuole rendere atto che la crisi politica c’è e che non si possono allungare i tempi di discussione del ddl stabilità sulla pelle degli italiani e dell’economia del Paese”. Lo ha detto il capogruppo del Pd, Dario Franceschini, respingendo così ogni tentativo della maggioranza di allungare i tempi sul ddl all’esame dell’aula di Montecitorio. “Sarebbe solo uno stratagemma” per posticipare il voto sulla mozione di sfiducia. L’opposizione ha garantito l’impegno a far approvare entro la fine di novembre la manovra: “Pur mantenendo tutta la nostra contrarietà e infatti voteremo contro, abbiamo dato la disponibilità ad accorciare i tempi perché il ddl venga approvato entro il 30 novembre. E subito dopo caleremo il sipario sul governo Berlusconi”.

Si legge nella lettera: “I Presidenti dei gruppi parlamentari di opposizione e delle componenti del gruppo misto di Camera e Senato, valutata la situazione politica venutasi creare a seguito delle dimissioni dal governo dei rappresentanti di Fli e dell’Mpa, che prefigurano di fatto una crisi della maggioranza parlamentare che sostiene il governo Berlusconi confermano nel merito la loro contrarietà ai documenti di bilancio proposti dall’attuale governo. Tuttavia, raccogliendo il richiamo del presidente Napolitano al senso di responsabilità repubblicana, e ricordando le scadenze inderogabili per il Paese, si impegnano a consentire la conclusione dei lavori parlamentari, per l’esame della legge di Stabilita’ e di Bilancio, entro il mese di novembre”.

“Una crisi politica irresponsabilmente negata, o tenuta aperta per lungo tempo – viene ribadito nella lettera – può essere causa di ulteriori gravissime conseguenze interne ed internazionali. Per scongiurare tale rischio, il nostro senso di responsabilità ci impone un atto di responsabilità costituzionale, pur nella dichiarata e manifesta volontà di opporsi alle scelte economiche e finanziarie contenute nella Legge di Stabilità, inadeguate a risolvere lo stato di crisi che il Paese ed i suoi cittadini stanno vivendo”.

A seguire le firme di Dario Franceschini ed Anna Finocchiaro, Pier Ferdinando Casini e Giampiero D’Alia (Udc), Massimo Donadi e Felice Belisario (Idv), Bruno Tabacci e Giacinto Russo (Api) e Daniela Melchiorre (Ld).

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Scesi dalla gru

Dopo 17 giorni di proteste, tensioni e tanto freddo sono scesi dalla gru i 4 immigrati arrampicati dal 30 ottobre. Il Pd presenta proposta di legge per la regolarizzazione della immigrazione. Sono scesi, finalmente scesi. Dopo diciassette giorni fatti di pioggia, di freddo, di cariche e di arresti, i 4 lavoratori immigrati sono scesi dalla gru dove in segno di protesta si erano accampati fin dal 30 ottobre. Chiedevano un permesso di soggiorno e una sanatoria “per gli immigrati che lavorano”. Non gli è stato promesso nulla ma dopo la mediazione di Cgil, Cisl e la Diocesi bresciana hanno ottenuto almeno la disponibilità a discutere con la prefettura di tutte le truffe ai danni degli immigrati nella speranza di ottenere un permesso di soggiorno per lavoro.

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La tensione non accenna a diminuire tra i 4 immigrati, accampati sopra una gru a Brescia, le forze dell’ordine e la popolazione solidale alla loro causa, radunata nei pressi del cantiere della metropolitana. Sono saliti spontaneamente il 30 ottobre sul mezzo meccanico e non vogliono lasciare la loro postazione, per richiamare l’attenzione del Paese sulla necessità che ci sia il rispetto dei più semplici diritti fondamenta li che un Paese quale il nostro dovrebbe tutelare: il lavoro regolare per chi contribuisce all’economia del Paese, quindi il permesso di soggiorno, per avere un minimo di garanzia di sicurezza nello svolgimento di compiti spesso pesanti e pericolosi, che gli italiani sempre meno vogliono svolgere.

“La protesta degli immigrati di Brescia è la spia di un disagio che è troppo diffuso in Italia. Dobbiamo fornire ai cittadini italiani e immigrati che vivono e lavorano nel nostro Paese gli strumenti per farlo in modo regolare”. Così si è espressa Livia Turco, Responsabile Politiche sociali e immigrazione del PD.

“Il Pd – ha proseguito Turco- ha depositato una proposta di legge per favorire l’emersione dal lavoro irregolare dei lavoratori impiegati in settori fondamentali per la crescita economica dell’Italia. Una proposta di legge che vuole fare tesoro dell’esperienza positiva del provvedimento adottato nel 2009, che ha permesso la regolarizzazione di centinaia di migliaia di lavoratori impegnati nell’assistenza alle famiglie. I settori produttivi maggiormente interessati dal processo di emersione saranno scelti di volta in volta dal Ministero del Lavoro di concerto con quello dell’Interno, al fine di evitare provvedimenti inutili o sanatorie generalizzate2.
“Il provvedimento di legge che ho presentato – ha spiegato la Responsabile Politiche sociali e immigrazione del PD.- si avvale anche dell’Art 18 della legge Turco – Napolitano, che prevede il riconoscimento del permesso di soggiorno umanitario per chi denuncia lo sfruttamento. Non vogliamo più che l’esasperazione degli immigrati finisca sulle gru”.

D’altronde, insistere con la Bossi-Fini, che non contempla ingressi regolari, che prevede l’espulsione dopo sei mesi senza contratto di lavoro e che ha portato solo un aumento di clandestinità, significa continuare a causare gravi danni sociali ed economici al Paese. Per questo, oltre a questa proposta di legge, il Partito democratico anche preparando una grande iniziativa che chiameremo “Tutti al lavoro. Una alleanza tra italiani e immigrati per la legalità e la dignità del lavoro”, per ribadire il nostro no allo sfruttamento e al lavoro nero e il nostro sì ad un lavoro regolare e sicuro”.

“Riguardo a quanto sta accadendo a Brescia, con sei immigrati che sono da diversi giorni sulla gru a 40metri di altezza, il primo e più importante valore da salvaguardare è quello della loro incolumità.
Bisogna riaprire un dialogo perché, a prescindere dall’applicazione della legge, a Brescia la situazione può sfociare in una tragedia”, ha evidenziato allarmato in una nota Emanuele Fiano, Responsabile sicurezza del Pd. Fiano ha chiesto da parte del Pd, un ‘tempestivo intervento del governo, affinchè affronti immediatamente la situazione, salvaguardando l’incolumità delle persone interessate ed espletando con la massima celerità le loro pratiche di regolarizzazione”.

Nei giorni scorsi ci sono stati diversi scontri a Brescia durante la manifestazione in sostegno degli immigrati, che dimostrano come il problema della regolarizzazione dei lavoratori senza permesso di soggiorno possa diventare una vera e propria bomba a orologeria. Lo ha ribadito anche Jean Leonard Touadi, parlamentare PD: “La violenza di alcuni infiltrati estremisti nel corteo che ha provocato le cariche e gli scontri con le forze dell’ordine, nulla ha che fare con la protesta pacifica dei lavoratori che pongono al Governo una questione seria sull’efficacia della sanatoria del 2009 che restringeva alle sole colf e badanti la possibilità di una regolarizzazione. Inoltre la crisi economica, anche nelle ricche zone industriali del nord, ha lasciato a casa moltissimi immigrati prima regolari, con la conseguenza di aver reso ancora più drammatica la situazione di queste persone”.

“La protesta deve sempre essere pacifica, ma bisogna rivedere le normative sul permesso di soggiorno che non possono escludere alcune categorie che richiedono di rientrare all’interno della legge per continuare il loro percorso di integrazione nella società italiana – ha concluso Touadi – l’appello degli immigrati bresciani al presidente Napolitano di qualche giorno fa ne è una chiara testimonianza”.

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