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La lista di “sinistra”: con gli occhi dei deboli per un mondo migliore, di Pierluigi Bersani

La sinistra è l’idea che se guardi il mondo con gli occhi dei più deboli, puoi fare davvero un mondo migliore per tutti.
Abbiamo la più bella Costituzione del mondo. La si difende ogni giorno. Il 25 aprile si fa festa.
Nessuno può stare bene da solo. Stai bene se anche gli altri stanno un po’ bene. Se pochi hanno troppo e troppi hanno poco l’economia non gira: l’ingiustizia fa male all’economia.
Ci vuole un mercato che funzioni. Ma ci sono beni che non si possono affidare al mercato: la salute, l’istruzione, la sicurezza.
Il lavoro non è tutto, ma questo può dirlo chi il lavoro ce l’ha. Il lavoro è la dignità di una persona. Sempre. E soprattutto quando hai trent’anni e hai paura di passare la vita in panchina. Ma chiamare flessibilità una vita precaria è un insulto. E un’ora di lavoro precaria non può costare meno di un’ora di lavoro stabile.
Chi non paga le tasse mette le mani nelle tasche chi è più povero di lui; e se 100 euro di un operaio, di un pensionano o di un artigiano pagano di più dei 100 euro di uno speculatore, vuole dire che il mondo è capovolto.
Davanti a un problema di salute non ci può essere né povero né ricco, né calabrese né lombardo né marocchino.
L’insegnante che insegue un ragazzo per tenerlo a scuola è l’eroe dei nostri tempi. Indebolire la scuola pubblica è rubare il futuro ai più deboli.
La condizione della donna è la misura della civiltà di un Paese. Calpestarne la vita è l’umiliazione di un Paese.
Dobbiamo lasciare il pianeta meglio di come l’abbiamo trovato perché non abbiamo il diritto di distruggere quello che non è nostro. E l’energia va risparmiata e rinnovata sgombrando la testa da fanta-piani nucleari.
Il bambino figlio di immigrati che è nato oggi, non è né immigrato né italiano. Dobbiamo dirgli chi è: un italiano.
Se devo morire attaccato per mesi a mille tubi, non può deciderlo il Parlamento. Perché un uomo resta un uomo con la sua dignità anche nel momento della sofferenza.
C’è un modo per difendere la fede di ciascuno, per garantire le convinzioni di ciascuno, per riconoscere la condizione di ciascuno. Questo modo irrinunciabile si chiama laicità.
Per guidare un’automobile, che è un fatto pubblico, ci vuole la patente, che è un fatto privato. Per governare, che è un fatto pubblico, bisogna essere persone perbene, che è un fatto privato.
Infine chi si ritiene di sinistra, e progressista deve tenere vivo il sogno di un mondo in pace, e combattere contro la pena di morte, la tortura e ogni sopraffazione fisica o morale.
Alla fine, essere progressisti significa combattere l’aggressività che ci abita dentro; quella del più forte sul più debole, dell’uomo sulla donna, di chi ha potere su chi non ne ha. È prendere la parte di chi ha meno forza e meno voce.

L’Unità 16.11.10

"Ripartire dallo sviluppo", di Raffaella Cascioli

Il Pd parla alle forze produttive del paese. Imperterrito, cocciuto e fors’anche irremovibile il Pd continua a parlare dei problemi – e non sono pochi – di chi ogni giorno, in Italia, lavora e produce. Nonostante la crisi politica che sta paralizzando l’Italia. Anzi, oltre la crisi politica. O meglio per far fronte a una crisi economica, che è anche sociale e di rappresentanza, oggi il Pd incontrerà le parti sociali.
Un faccia a faccia, in programma da tempo, tra una delegazione guidata dal segretario Pierluigi Bersani – composta dal vicesegretario Enrico Letta, dai capigruppi del Pd alla camera e al senato Dario Franceschini e Anna Finocchiaro, dal responsabile economico Stefano Fassina – e le associazioni di imprenditori e lavoratori. Un pomeriggio per parlare di lavoro e nuovo patto sociale, di riforma del patto di stabilità interno e di riforma del fisco. Ma, anche, inevitabilmente, di una Finanziaria che non guarda al paese: a cominciare dall’incapacità dell’esecutivo di riconfermare l’annunciata proroga del 55 per cento dell’ecobonus sulle spese per le ristrutturazioni edilizie volte al risparmio energetico. Oltre al mancato stanziamento dei 300 milioni di euro promessi per quanti, nelle regioni alluvionate, hanno perso il lavoro o avuto i macchinari danneggiati. All’incontro parteciperanno, tra gli altri, il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, di Rete impresa Italia Carlo Sangalli, di Legacoop Giuliano Poletti, di Confcooperative Luigi Marino, i rappresentanti dell’Abi, e i tre segretari confederali Susanna Camusso (Cgil), Raffaele Bonanni (Cisl) e Luigi Angeletti (Uil).
Di fronte a un mondo produttivo che chiede certezze ma anche responsabilità, il Pd spiegherà in quale direzione serve una ripartenza. Ripartenza che può e deve essere anche inclusione e non divisione. A cominciare da un nuovo patto sociale che per Bersani & Co. deve poter declinare una nuova stagione di confronto tra tutti i soggetti. «Stiamo cercando – ha spiegato Stefano Fassina – di contribuire a ricomporre un quadro di relazioni industriali che, con l’assenza del governo, è giunto finora ad ottimi risultati visto che ai tavoli si sono raggiunte intese interessanti». Dall’opportunità di una ricomposizione dell’unità delle forze produttive a proposte alternative per una stagione di sviluppo. Infatti, il Pd guarda anche e soprattutto alla necessità di rilanciare una nuova politica industriale (che riprenda la direzione di Industria 2015) e a rimuovere il vantaggio di costo della precarietà.
La necessità di una riforma complessiva sui temi del lavoro che vada in una direzione diversa dallo statuto dei lavori di Sacconi sarà al centro dell’intervento di Bersani di oggi. Un segretario che opporrà alla precarietà la flessibilità, che sottolineerà la necessità di arrivare a definire una legge della rappresentanza, che insisterà sul nuovo modello contrattuale, che porterà la discussione sulla necessità di riformare il patto di stabilità interno e sull’opportunità per i comuni virtuosi di rilanciare quella miriade di piccole opere in grado di creare occupazione. E sulla riforma fiscale Bersani insisterà sulla necessità di rifondare i rapporti tra amministrazione finanziaria e cittadini-contribuenti secondo la formula del 20-20-20 che vede nell’aliquota del 20 per cento il riferimento per la tassazione di tutti i redditi.
In un momento in cui la preoccupazione delle forze produttive del paese (Marcegaglia in testa: «È un momento difficile e il paese deve essere governato») è massima e in cui i conti pubblici fotografati da Eurostat mostrano tutta la vulnerabilità del Belpaese di fronte alla crisi dei debiti sovrani, la necessità di mantenere la barra dritta c’è. Il Pd non si tira indietro e come forza responsabile, temporaneamente all’opposizione, cerca il confronto per interpretare il futuro del paese.

Da Europa Quotidiano 16.11.10

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“Gli audaci contro i bari”, di David Sassoli

Nel fumoso saloon Italia, dove la tensione è palpabile, ogni mossa non passa inosservata e in tanti sono pronti a mettere mano alle pistole, è in corso una grande partita. Una di quelle di cui si parlerà a lungo. Miguel Gotor, domenica sul Sole 24 Ore, ha descritto bene la scena e le psicologie dei giocatori.
Vincerà il baro o il più audace? Perderà chi rilancia oppure finirà pari e patta con la posta che resterà sul tavolo in attesa del prossimo giro?
Con le dimissioni dal governo delle delegazioni di Futuro e libertà e dell’Mpa la crisi è ormai certificata, un ciclo politico ha consumato l’idea di un bipolarismo nato male, e siamo entrati in una fase di passaggio che potrebbe consentire un sistema più maturo e condiviso.
Nel nostro paese, i cambiamenti delle stagioni politiche hanno alcuni tratti in comune fin dall’alba della repubblica. Li ritroviamo, ad esempio, nelle scelte avvenute al congresso di Napoli della Dc nel 1962 e in quella stagione di svolta, nella seconda metà degli anni Settanta, passata sotto il nome di solidarietà nazionale.
La storia naturalmente non si ripete e i “cicli” sono molto diversi fra loro. Ogni volta, però, si è trattato di passaggi stretti, nel tentativo di riuscire a dare forma a prospettive nuove, usando con realismo il materiale a disposizione senza pregiudizi e condizionamenti. Se si fosse andati al voto prima della nascita del centrosinistra, l’accordo fra Dc e Psi non sarebbe avenuto. Il dissenso dei “centristi” – in questo vi è una straordinaria analogia con l’attuale situazione politica – riguardava l’alleanza con un partito che si era mostrato il più “radicale” nello schieramento frontista del dopoguerra.
Il ricordo di un Partito socialista che non aveva votato, a differenza del Pci, l’articolo 7 della Costituzione sul Concordato era ancora vivo nel mondo cattolico e in larghi settori imprenditoriali.
Anche oggi le forze che concordano sul cambiamento arrivano da percorsi lontani, fino a ieri inconciliabili. D’altronde, soltanto l’incontro con chi è stato più lontano può consentire l’apertura di una fase nuova.
Cos’altro implica la laicità in politica, se non l’incamminarsi con compagni di strada a cui non chiedere loro da dove arrivano, ma solo dove vogliono andare? La metafora del tavolo da poker, in questo caso, rischia di far sembrare la soluzione della crisi del governo Berlusconi alla pari di un normale scontro parlamentare e di una lotta di palazzo.
Non vi è solo tattica, invece, in questo autunno del berlusconismo ma, al contrario, la possibilità di abbandonare quell’anomalia di sistema per ristabilire la centralità costituzionale. È come il risveglio da un sogno che ci aveva fatto credere di essere diventati un paese normale, perché anche noi, al pari degli altri, avremmo potuto dire di avere una destra e una sinistra, partiti meno ingombranti e una democrazia compiuta. Così non è stato e ora occorre ricominciare, con la consapevolezza di aver scomposto senza essere stati capaci di ricomporre, ritrovandoci con un “bipolarismo zoppo” che ha consegnato il paese a una destra populista e padronale.
Berlusconi è stato la continuità di questa lunga stagione, non l’anomalia. Anche vasti settori delle élite democratiche ne portano la responsabilità, convinti che fosse sufficiente organizzare il proprio campo per condizionare lo schieramento avverso. Con una destra populista e non europea, invece, il bipolarismo italiano si è popolato di cowboy svelti di mano e di pistola. Lo strappo avvenuto nel centrodestra con la nascita del terzo polo è ora la condizione per avviare una nuova fase costituente. Lo diciamo non senza rimpianti, ma con la consapevolezza che la vita della repubblica, la condizione sociale del paese, la ricostruzione a cui i democratici sono chiamati ad impegnarsi non consentono subordinate. Ecco perché la soluzione della crisi va ben al di là di un consueto passaggio parlamentare.
Senza enfasi, questa stagione è davvero il termometro della nostra responsabilità. E l’occasione per il paese di uscire da una lunga transizione per riuscire a vivere una stagione bipolare all’insegna di regole comuni. Occorre avere chiaro cosa dipende da noi e cosa dipenderà dagli altri. Al Pd l’incontro con le aspirazioni che sono emerse nel centrodestra, di liberarsi dalla deriva populista e dalle nostalgie autoritarie, imporranno capacità di tenuta sui valori ideali e una sapiente duttilità. Sarà un vero esame di maturità.
Come altre volte è accaduto, i passaggi sono delicati e pieni di insidie, perché in quel saloon fumoso e carico di tensione potrebbe anche accadere che qualche pistolero decida di non giocare più e sia tentato di rovesciare il tavolo. Nei film quando il cattivo è in difficoltà finisce così…

da Europa Quotidiano 16.11.10

Da Fazio destra e sinistra del dopo-Cavaliere. Saviano: "Al Nord le cosche cercano la Lega", di Goffredo De Marchis

Bersani: abbiamo la Costituzione più bella del mondo Difesa del lavoro e no alla precarietà. Fini: la destra onora i militari, ha senso dello Stato, etica pubblica. Alle dieci di sera, ecco Fini e Bersani in diretta a Vieni via con me. Tre minuti a testa per raccontare la loro visione del mondo. La destra e la sinistra, oggi. In un ipotetico Paese deberlusconizzato. La Rai voleva cancellarli, fermarli oppure affiancarli con altri leader di partito. Invece no. Sono loro due gli ospiti politici del programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano. Ma c´è altra politica nella narrazione dello scrittore campano. Saviano spiega la ‘ndrangheta come una didascalia. Dettagli, episodi grandi e piccoli per far arrivare il messaggio: «Parafrasando Tolstoj, non si batte il male con il male». Dalla Calabria, Saviano trasloca le famiglie in Lombardia: «Dove si sviluppa il più alto tasso d´investimenti criminali. Milano è la capitale degli affari ‘ndranghetisti. Non è roba da terroni. Al Nord le cosche parlano con la Lega, vogliono incontrare un consigliere leghista. Del resto, Gianfranco Miglio voleva costituzionalizzare le mafie…».
In fondo, quella tra Pier Luigi Bersani e Gianfranco Fini è una vera sfida. Alla faccia di un possibile governo tecnico che li potrebbe mettere insieme. Ci si gioca molto davanti a un pubblico infinitamente più vasto di una tribuna elettorale o di un talk show. Il segretario del Pd è emozionato. Impietrito quasi nel vestito grigio. Fini più sciolto, come al solito freddo al momento di una nuova svolta. Ripete spesso la parola destra, per dire dove sta. «Malgrado tutto, è bello essere italiani. Anche nel 2010. Amare l´Italia per la destra significa onorare i militari italiani che in Afghanistan ci difendono dal terrorismo». La destra di Fini «è senso dello Stato, etica pubblica, rispetto delle istituzioni». Come dire un´Italia diversa da quella del premier. Ma non lo dice. «Falcone e Borsellino sono degli eroi, se un giorno avremo un Paese più pulito sarà merito loro. Questo va insegnato nelle scuole». Sottinteso: Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore, condannato per omicidio, non fa parte del Pantheon. «Essere di destra – dice Fini – vuol dire avere fiducia negli italiani». E italiani sono anche i figli degli immigrati che hanno studiato qui, che sono cresciuti qui. L´elenco di Bersani è più schematico. La parola sinistra è all´inizio, alla fine c´è progressisti per tenere dentro un partito, e un popolo, che la sinistra la sentono lontana.
C´è il lavoro, nel testo di Bersani. «Il lavoro non è tutto ma questo può dirlo solo chi ce l´ha. Chiamare flessibilità una vita precaria è un insulto». Il segretario del Pd parla per primo. Entra a passi lenti in uno studio che deve apparirgli gigantesco. «Abbiamo la Costituzione più bella del mondo. La si difende ogni giorno. Il 25 aprile si fa festa». Chiaro, no? C´è Berlusconi, mai nominato, anche nel suo breve discorso. «Chi non paga le tasse mette le mani in tasca a chi è più povero di lui». L´eroe? «L´insegnante che insegue un ragazzo per tenerlo a scuola». Indebolire «la scuola pubblica vuol dire rubare il futuro ai più deboli». Sms a Maria Stella Gelmini. Nessuno cita il caso Ruby. Ma Bersani lo prende alla lontana. Vita privata? «Per governare, che è un fatto pubblico, bisogna essere persone perbene, che è un fatto privato». La sinistra, come è scritto nel suo dna, deve cercare il sogno, l´universalità. «Essere progressisti, alla fine, significa combattere l´aggressività che ci abita dentro – recita Bersani -. Quella del più forte sul più debole, dell´uomo sulla donna. È prendere la parte di chi ha meno forza e meno voce».
Qui finisce il nuovo caso intorno a Vieni via con me. Può darsi che Mauro Masi voglia riaprirlo in consiglio di amministrazione. Ieri il direttore generale ha incassato un sondaggio favorevole sulla sospensione a Santoro. Ma Fazio lo ha preso in giro leggendo un elenco di decine di partiti e partitini che dovrebbe invitare in nome di un´assurda par condicio. «Io ho solo due puntate», ha ironizzato. Il clou della puntata è stato la narrazione “dal vivo” di come si entra nelle ‘ndrine, di come le famiglie si muovono al Nord fatta da Saviano Per il direttore di Raitre la fetta di programma davvero a rischio di polemica. Paolo Ruffini è salito fino a Milano per vigilare di persona. I riferimenti alla Lega saranno oggetto di un attacco, senza dubbio. Il resto è stato racconto italiano. Beppino Englaro ha letto un elenco dei pensieri di Eluana. La figlia di due immigrati albanesi, sbarcati con le navi sovraccariche in Puglia vent´anni fa, ha detto perché considera casa Treviglio con un marcato accento lombardo che neanche Gadda. Antonio Albanese, Cristiano De Andrè, Ligabue, Paolo Rossi, una precaria, una maestra hanno anche loro una storia. Oggi, secondo le leggi della tv, si guardano gli ascolti e le curve. Poi, via libera alle solite reazioni.

"Il disprezzo delle regole e del merito", di Walter Passerini

Vi sono 52 modi per chiedere un permesso e per autorizzare un’assenza sui luoghi di lavoro, ma nessuno di essi è stato utilizzato nei casi che la cronaca ha portato alla ribalta a Brindisi, Caserta e Perugia. Anzi, la formula più gettonata è la numero 53, la regola che non c’è e la più praticata, che dall’autorità giudiziaria viene rubricata come truffa, danno erariale e grave rottura della clausola della fiducia.

Non siamo di fronte a quello che gli esperti chiamano micro-assenteismo, assenteismo fisiologico, solitamente inferiore al 3-4%, tutto sommato sostenibile. Ma nel caso dei fatti di cronaca citati è evidente la truffa ai danni della pubblica amministrazione. Ma se non vogliamo sparare sulla solita croce rossa, non è solo un problema di pubblico impiego.

Anche se gli ultimi dati dell’Ocse ci dicono che il costo dell’assenteismo è di 2,5 volte superiore al costi dei sussidi di disoccupazione, in questi mesi di crisi l’assenteismo, soprattutto nel privato, si è ridotto in modo significativo, per la paura di perdere il posto di lavoro, per l’ansia di tenere la situazione sotto controllo, perché esserci di persona è sempre meglio che non esserci, soprattutto se non ve ne è alcuna ragione. È così che vengono segnalati problemi anche opposti, di presenteismo, l’altra faccia delle assenze ingiustificate, che abbassa gli stessi indici di produttività e si traduce paradossalmente in un danno per le stesse imprese. L’essere presente non sempre coincide con una prestazione performante.

Le indagini Eurofound-Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro segnalano tassi di assenze medi dal 3% al 6%, una quota del 2,5% sul Pil dei 27 Paesi europei. Ma mettono in luce anche possibili rimedi. Per esempio, l’utilità di orari flessibili concordati, una maggior trasparenza nei permessi per visite mediche e malattie di congiunti, figli, familiari disabili, una gestione degli orari basata sulle banche delle ore, che modulano i tempi di lavoro durante l’arco di un anno o di una quota superiore della vita di lavoro, ma soprattutto una politica più attenta nella gestione delle risorse umane, basata sul coinvolgimento e la motivazione.

Tutte le indagini sottolineano anche, insieme alla presenza di maggiori controlli, le controindicazioni di atteggiamenti stupidamente vessatori, che creano solo ritorsioni e anomie, per puntare su modelli partecipativi e di welfare aziendale, per attutire inutili conflitti, creare un clima più positivo e compensare le carenze del welfare statale.

Nel sistema italiano, al di là degli stereotipi spesso dannosi e contradditori sui fannulloni, l’assenteismo è figlio di una cultura che disprezza le regole, ma che è anche l’altra faccia dell’assenza del merito. Se non c’è valutazione non c’è controllo, se non c’è valorizzazione non c’è sanzione, se non ci sono premi non vi sono nemmeno punizioni. Ed è figlio anche di capi, dirigenti e graduati che per amor di consenso non fanno il loro lavoro. È così che un certo lassismo diventa figlio dell’opacità dell’organizzazione e della discrezionalità della gestione.

Certo, i casi di cronaca di questi giorni confermano che in Italia vi è un allarme rosso nel pubblico impiego, che non è un settore che premia il merito e che spesso ottiene quel che si merita. Non è in ogni caso questa la sostanza degli episodi di oggi, che non ammettono discussione né colpevoli comprensioni. Episodi come quello dell’uso dei pianisti del tornello, dei «badge-raiser», per poi trovare gli assenti nelle vie dello shopping o addirittura indaffarati a svolgere un altro lavoro non ammettono assoluzione e vanno stroncati senza esitazione. Salvo poi fare i conti con una giustizia orba, a maglie larghe, che a volte copre i colpevoli, danneggiando gli onesti. L’ultimo miglio dell’assenza di regole e di culture quotidiane, dove, al di là degli effetti-annuncio, non si riescono a scalfire le leggi del merito né quelle, gemelle, dell’impunità.

La Stampa 16.11.10

"La scuola torna il piazza. Registi e scrittori con gli studenti", di Maristella Iervasi

Domani l’intero mondo della Conoscenza invaderà tutte le piazze d’Italia. Cento i cortei studenteschi, da Milano a Palermo. Mentre il sindacato Flc-Cgil ha indetto lo sciopero della prima ora di lezione in tutte contro i tagli.
Il «regalo» alla scuole paritarie, le borse di studio con il contagocce, le supplenze affidate alla buona sorte, le gite scolastiche che rischiano di saltare per i fondi all’osso. La scuola ha perso la esse maiuscola per il disinteresse del ministro «unico» dell’Istruzione alla quale preoccupa solo l’«effetto Bocchino» sul Pdl. Ma al declino della scuola nessuno si rassegna. La Gelmini si rassegni. Domani l’intero mondo della Conoscenza invaderà tutte le piazze d’Italia. Cento i cortei studenteschi, da Milano a Palermo. Mentre il sindacato Flc-Cgil ha indetto lo sciopero della prima ora di lezione in tutte contro i tagli.

GIORNATA INTERNAZIONALE DELLO STUDENTE
Il sindacato guidato da Susanna Camusso e in prima fila con manifestazioni, assemblee e dibattiti. A Roma in piazza Navona, dalle 16.30 alle 20.30, ci sarà un presidio della Flc e delle associazioni degli studenti: spettacoli, musica e una tavola rotonda a cui parteciperanno Paolo de Nardis (sociologo), Paolo Leon (economista), Lidia Ravera (scrittrice). Il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, sarà, invece, a Padova insieme al segretario generale della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo.

«LADRI DI FUTURO»
Il 17 novembre è un giorno simbolico per il mondo studentesco. Il 17 novembre del 1939 gli occupanti nazisti uccisero 9 studenti all’università di Praga e i loro insegnanti. E ancora: il 17 novembre del 1973 un carro armato abbattè il Politecnico di Atene per reprimere la rivolta studentesca contro la dittatura militare. Il 17 novembre 1989 in Cecoslovacchia la commemorazione del ’39 divenne l’inizio della rivolta contro il regime. Domani, mercoledì 17 novembre saranno in piazza l’Uds (l’Unione degli studenti), che presenterà la sua alternativa di riforma, l’Udu (Unione degli universitari), la Rete degli studenti con lo slogan «Il futuro è adesso… riconquistiamolo!». Tra le richieste comuni, il ritiro dei tagli alla scuola e all’università e maggiori investimenti sul diritto allo studio.

CENTO CORTEI: APPELLO DELLA CULTURA
Artisti, associazioni ed esponenti del mondo della cultura si schierano al fianco degli studenti che mercoledì prossimo sfileranno in oltre 100 cortei in tutta Italia. Un appello contro «la deriva culturale del nostro paese di cui i tagli a scuola e università ne sono la rappresentazione politica» sta circolando in rete in queste ore (www.retedellaconoscenza.it) ed è stato firmato tra gli altri da Erri de Luca (scrittore), Toni Servillo (attore), Ettore Scola (presidente onorario fondatore Cinemovel), Moni Ovadia (artista), Ascanio Celestini (artista), Caparezza (musicista), Andrea Rivera (artista) e Paolo Flores d’Arcais (direttore Micromega).

«Abbiamo lanciato lo slogan ‘Ladri di futuro’? – sottolinea Roberto Iovino, portavoce della Rete della Conoscenza – perchè convinti che i tagli all’istruzione, all’università e all’industria culturale messi in atto anche nell’ultima finanziaria da Gelmini e Tremonti siano un furto non solo a noi giovani ma al futuro di tutto il nostro paese. È la stessa logica dell’attacco generalizzato ai diritti dei lavoratori». L’appello è stato sottoscritto anche da numerosi rappresentanti del mondo dell’associazionismo e del sindacato da sempre impegnati nella difesa della scuola e dell’università pubblica: tra questi firmatari Nando Dalla Chiesa (presidente onorario Libera), Vittorio Cogliati Dezza (pres. nazionale Legambiente), Paolo Beni (pres. nazionale Arci), Flavio Lotti (Coordinatore Tavola della Pace), Paolo Patanè (presidente Arcigay), Alex Zanotelli (missionario comboniano), Giulio Marcon (portavoce Campagna Sbilanciamoci), Gabriella Stramaccioni (coordinatrice nazionale Libera), Maurizio Landini (Segr. Gen. Fiom/Cgil), Fernando D’Aniello (segretario Associazione Dottorandi Italiani), Alessandro Ferretti (ricercatore Rete 29 Aprile), Marco Bersani (Attac Italia), Roberto Morrione (direttore Liberainformazione.org), Peppe Ruggiero (co-autore Biutiful Cauntri, giornalista).

L’Unità 16.11.10

"La Costituzione privatizzata", di Gustavo Zagrebelsky

Dopo un esplicito voto di sfiducia di una Camera (irrilevante è che l´altra abbia, prima o dopo, votato la fiducia), il Governo deve dunque «rassegnare» le dimissioni nella mani del Presidente della Repubblica: dimissioni che quest´ultimo non può respingere. Un Governo che restasse in carica contro la volontà del Parlamento (anche solo di una sola Camera), sostenuto dalla volontà del Presidente (quello che nella storia costituzionale si chiama «governo di lotta» antiparlamentare) sarebbe un sovvertimento della Costituzione e della democrazia. Nel solo caso di crisi di governo “extraparlamentare”, cioè in assenza di un voto, il Presidente può (o forse deve) rinviare il Governo alle Camere perché si pronuncino sulla fiducia con un voto. Ma se vi è un voto è negativo, le dimissioni non possono essere respinte.
Una volta date le dimissioni, entra in gioco il Presidente della Repubblica, il cui compito non è quello di favorire o di ostacolare i disegni di questo o di quel raggruppamento politico, ma di garantire l´integrità e la funzionalità del sistema. Qui si aprono diverse possibilità. Non c´è una strada obbligata. La scelta non è dettata dall´arbitrio o dal capriccio, ma dipende dal fine costituzionale che è – si ripete – l´integrità e la funzionalità del sistema.
La prima possibilità è la formazione di un nuovo governo che disponga del sostegno della maggioranza in entrambe le Camere. «Prima possibilità» sia in senso temporale, sia in senso logico. Se esiste questa possibilità, da verificare per prima, non deve potersi passare alla seconda, lo scioglimento delle Camere. Sarebbe una prevaricazione politica anticostituzionale sciogliere Camere che siano in condizione d´esprimere maggioranze a sostegno di un governo. La legislatura ha una durata prefissata costituzionalmente, che non può essere accorciata se non quando siano le Camere stesse a darne motivo.
Solo dopo avere constatato l´impossibilità per le Camere di portare a termine la legislatura tramite la formazione d´un nuovo governo, dopo quello dimissionario – constatazione che spetta al Presidente della Repubblica sulla base delle indicazioni dei gruppi politici presenti in Parlamento – si apre lo scenario dello scioglimento anticipato e delle nuove elezioni. Solo a questo punto, ove vi si arrivi e non prima, si può porre la questione dello scioglimento di entrambe le Camere o di una sola. Potrà piacere o non piacere, ma è la logica del governo parlamentare che è previsto dalla Costituzione.
Lo scioglimento «anche di una sola Camera», invece che di entrambe, è espressamente previsto dall´art. 88 della Costituzione. Anche qui, dunque, si aprono possibilità, ma anche qui la scelta tra l´una e l´altra non dipende dall´arbitrio o dal desiderio di favorire o danneggiare questa o quella forza politica: deve dipendere, ancora una volta, dall´obbiettivo di garantire imparzialmente l´integrità del sistema. Ora, lo scioglimento della sola Camera che abbia espresso la sfiducia al Governo sarebbe un atto palesemente partigiano, che discrimina tra le due Camere, cioè tra le eventuali diverse maggioranze che esistano nell´una o nell´altra. Sarebbe una sorta di abnorme sanzione costituzionale contro la Camera indocile al Governo e, all´opposto, di avallo politico della Camera docile. Ma la docilità parlamentare non è un valore costituzionale. In effetti, quando tra le due Camere si manifesti un così radicale conflitto politico, non si saprebbe quale delle due sciogliere. Il fatto che vi sia un Governo sostenuto dalla fiducia di una non è un motivo per sciogliere l´altra, se questa è in condizione di sostenerne uno diverso. Una scelta del Presidente tra questa o quella sarebbe palesemente una discriminazione, in un sistema in cui il “bicameralismo” è “paritario”.
Inoltre, lo scioglimento di una sola Camera, nelle condizioni date, rischia di contraddire la finalità dello scioglimento, finalità che – si ripete ancora una volta – è l´integrità e la funzionalità del sistema. Che succederebbe se la Camera nella nuova composizione fosse disomogenea rispetto all´altra? Bisognerebbe ricorrere ancora alla scioglimento, ma di quale delle due? O forse di tutte due? Ci si potrebbe permettere di entrare in questo percorso da incubo? Ma, anche l´ipotesi fortunata che le elezioni ristabilissero l´omogeneità non sarebbe senza insolubili problemi. La nuova Camera dovrebbe durare cinque anni, ricreandosi quella sfasatura nel tempo rispetto all´altra, che la riforma costituzionale del 1963 ha inteso eliminare per prevenire i rischi d´instabilità politica – cioè di disintegrazione e d´inefficienza – insiti nell´elezione distanziata nel tempo. Oppure, si dovrebbe pensare che la Camera sciolta una prima volta anticipatamente nasca col destino segnato d´essere sciolta una seconda volta prima della scadenza naturale, in concomitanza con la scadenza dell´altra. Un´evidente aberrazione, contraria alla pari posizione costituzionale delle due Camere.
Eppure, si dirà, la possibilità dello scioglimento d´una Camera e non dell´altra è ben prevista dalla Costituzione. Si, ma è stata pensata quando era stabilita una durata diversa delle due Camere e se ne è sempre e solo fatto uso (nel 1953, nel 1958 e nel 1963; mai dopo l´equiparazione delle durate) per rendere contemporaneo il rinnovo dei due rami del Parlamento, non per il contrario. Cioè, se ne è fatto sempre uso per equipararne, non per differenziarne le durate. Nel contesto originario, lo scioglimento “anche di una sola Camera” serviva dunque alla coerenza del sistema; oggi, servirebbe all´incoerenza.
Si diceva all´inizio dei fantasisti della costituzione. Sono coloro che fondano le loro richieste su una costituzione che, per ora, non c´è: una costituzione nella quale un capo eletto direttamente dal popolo sia autorizzato a passare sopra le prerogative degli altri organi costituzionali per assicurarsi a ogni costo la perduranza del potere. La costituzione che hanno in mente è anch´essa ad personam. La bizzarria della richiesta di scioglimento d´una sola Camera, oltretutto senza passare attraverso vere dimissioni e senza l´esplorazione delle possibilità di formare un diverso governo, si spiega con la speciale e triste condizione costituzionale materiale del nostro Paese. Siamo un Paese dove al governo c´è gente che altrove sarebbe politicamente nulla; dove il Governo è tenuto insieme da un uomo solo e dove questa persona è uno che, per ragioni di natura giudiziaria, per non perdere la protezione di cui gode non può permettersi di allontanarsene nemmeno per un pò, facendosi da parte quando le condizioni politiche generali lo richiederebbero. Come l´ostrica allo scoglio. Gran parte delle perturbazioni istituzionali di questi tempi dipende da questa semplice, abnorme e disonorevole per tutti, condizione in cui viviamo.

La Repubblica 16.11.10

"La missione del successore di Bertolaso", di Angelo Chianale*

Dunque, come preannunciato, il nuovo capo della Protezione civile è Franco Gabrielli, carriera in polizia, già direttore del Servizio segreto civile. Si chiude così l’era Bertolaso: dieci anni costellati dalla continua espansione degli interventi di Protezione civile. Il nuovo capo ha le capacità e, si spera, l’appoggio politico per normalizzare l’attività dell’istituzione.
Però il nuovo capo dovrà anche avere la sensibilità di allontanare la Protezione civile dal delicato campo del controllo dell’ordine pubblico. Pochi sanno che dal 2003 esiste l’emergenza del terrorismo internazionale, dichiarata dal Governo in maniera illegittima, perché senza i limiti temporali e territoriali imposti dalla legge. Il capo della Protezione civile qui gode di inusitati poteri: può ottenere dalle società di trasporto (aereo, navale, ferroviario, stradale) l’elenco dei passeggeri; e può creare un proprio archivio di informazioni, che ogni altra autorità statale (forze di polizia, esercito, servizi) è tenuta a fornirgli. E’, questo, un esempio di competenze in materia di pubblica sicurezza affidate alla Protezione civile, saltando i ministeri interessati (Interno, Difesa). Per altre emergenze la Protezione civile può monitorare il territorio con «sistemi elettro-ottici di visione e ripresa».

Con l’andare del tempo le regole per gli interventi di emergenza hanno delineato un sistema di difesa civile, fortemente gerarchizzato, guidato dal capo della Protezione civile, e soggetto soltanto alle direttive del presidente del Consiglio. Durante le emergenze il capo della Protezione civile, installato in una centrale operativa creata due anni or sono, coordina e dirige anche le varie forze di polizia e l’esercito. I commissari di protezione civile hanno già guidato la polizia nello sgombero di un campo rom, a Roma, e nella crisi dei rifiuti in Campania. E le emergenze comprendono le difficoltà del traffico urbano, il contrasto all’immigrazione clandestina, la gestione dei campi nomadi, il controllo di eventi con grande afflusso di persone (sino ad oggi di tipo religioso o istituzionale, ma domani, chissà, potrebbero rientrarvi manifestazioni politiche o sindacali, sempre per il superiore interesse della salvaguardia dell’incolumità personale e dei beni!). Tutto sfugge a controlli del Governo e degli altri ministri, del Capo dello Stato, del Parlamento: le ordinanze del premier (in spregio all’art. 77 della Costituzione) hanno sostituito il ricorso ai decreti legge. Si aggiunga che talvolta gli interventi di Protezione civile sono pure coperti dal regime di segretezza, per la tutela della sicurezza dello Stato (ad esempio è avvenuto per i lavori del G8 a La Maddalena ed a L’Aquila).

L’ex capo del Sisde, ora al timone della Protezione civile, potrà agire in modo da fugare i timori che quella istituzione sia in grado di operare come «polizia personale» del presidente del Consiglio. Oppure potrà dimostrare che questi timori non sono infondati, ed allora spetterà alla politica intervenire senza esitazioni.

*professore di diritto privato e commerciale alla facoltà di Economia e Commercio di Torino e autore del libro «Emergenza Protezione Civile e democrazia»

La Stampa 16.11.10