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Addio terzo settore

Il maxiemendemento alla legge di stabilità 2011 si dimentica dell’importanza del terzo settore e lo taglia completamente. Dalla maggioranza capace di strumentalizzare anche le parole di Napolitano, arriva un altro tassello nella strategia di togliere a chi ha più bisogno
“Con i tagli al 5 per mille il Governo ha messo un altro tassello nella sua strategia di togliere a chi ha più bisogno. Prima c’è stato il dimezzamento dei fondi per le politiche sociali e oggi l’ennesimo colpo della scure di Tremonti è caduto sul terzo settore”. Questo è stato il primo commento di Rosy Bindi, Presidente dell’Assemblea nazionale del Pd sul maxiemendamendo alla legge di stabilità per il 2011 (ex legge finanziaria).

Per Rosy Bindi “mettere solo 100 milioni di euro sul fondo destinato al 5 per mille, ovvero quattro volte meno dell’anno scorso, è offensivo perché nessuna associazione potrà portare avanti i progetti di stampo sociale o di ricerca condotti in questi anni e nessuno di conseguenza potrà beneficiarne. Non è con l’elemosina che si può parlare di sussidiarietà. Ed è una decisione che appare tanto più incomprensibile e ingiustificabile quando sono gli stessi ministri Tremonti e Sacconi che affermano ogni piè sospinto che serve meno Stato più società”.

“Se il Governo abdica a una delle sue funzioni principali e si occupa di sostenere i più deboli – ha concluso la Bindi – come può allo stesso tempo togliere i fondi al terzo settore, ovvero a coloro che lavorano proprio per colmare le carenze dello Stato? Mi pare non vi sia alcuna strategia e nessuna logica alla base delle decisioni dell’esecutivo”.

Dello stesso parere anche Cecilia Carmassi, responsabile Associazionismo e Terzo settore del Pd: “dopo tanta retorica intorno al Terzo settore e alla strategia dell’aiutare chi aiuta, il Governo cala la maschera e riduce di tre quarti le risorse destinate al 5 per 1000”.

“Non più tardi di qualche settimana fa Maurizio Lupi aveva garantito, di fronte alla platea del Convegno Cisl e Forum associazioni familiari, la stabilizzazione per legge del 5 per 1000 strappando grandi applausi e così, a più riprese, altri esponenti di Governo”.

“Oggi il maxi emendamento Tremonti – ha proseguito la Carmassi – svela la realtà: il Terzo settore è chiamato ad essere protagonista senza risorse, di fronte ad uno stato che arretra sulle politiche dirette (azzeramento sostanziale di tutti i fondi per politiche sociali e per la famiglia) ed ora con un taglio al 5 per 1000 colpisce ulteriormente i progetti sociali, culturali e di ricerca.”

Che il governo non ci sia più e che si stia cercando solo di allungarne l’agonia è testimoniato dalle strumentalizzazioni che Maurizio Gasparri ha fatto delle dichiarazioni del Capo di Stato, Giorgio Napolitano. In una nota del Quirinale si legge che “diversamente da quanto affermato dal senatore Maurizio Gasparri (“tutti dicono che non bisogna fare tagli”), il presidente della Repubblica non ha mai sostenuto che non bisogna fare tagli alla spesa pubblica partecipando a questo esercizio, sottolineando come, al contrario, il presidente abbia invitato a un’assunzione di responsabilità nel fare delle scelte e stabilire delle priorità”.

“Gasparri non strumentalizzi le parole del presidente della Repubblica. Sa benissimo che gli interventi sulla spesa non hanno nulla di deterministico”. Così Stefano Fassina, responsabile economico del Pd.
“Un governo serio avrebbe portato avanti la spending review, evitato di cancellare le misure antievasione per doverle reintrodurre dopo due anni e mezzo, evitato immorali condoni, evitato di perdere 3 miliardi su Alitalia. Si poteva salvare la scuola pubblica, se la destra avesse avuto un minimo di attenzione al futuro del paese e delle generazioni più giovani”.

Per Davide Zoggia, responsabile Pd per gli Enti locali “il governo oramai è finito, non riesce a rispettare neanche accordi presi meno di un mese fa. Il tradimento degli impegni assunti con l’Anci
testimoniano non solo la totale assenza di programmazione economica del governo ma anche come oramai i conti siano completamente fuori controllo. Non passa giorno in cui i dati relativi all’andamento della nostra economia peggiorino ed il governo sia costretto e rimangiarsi le esili promesse fatte. E’ una situazione insostenibile, da cui bisogna uscire al più presto. Nel rivolgere un plauso all’Anci che si è confrontata i sempre in maniera costruttiva non si può che stigmatizzare la l’atteggiamento che è arrivato addirittura a mentire alle controparti”.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

"L'abuso mediatico delle donne", di Giovanni Valentini

Fra i tanti abusi di potere commessi da Silvio Berlusconi sul palcoscenico o dietro le quinte dei suoi scandali sessuali, dal caso Noemi al caso D´Addario fino al più recente caso Ruby, il più grave o comunque il più odioso è quello perpetrato contro le donne. Non solo e non tanto ai danni delle fanciulle, più o meno giovani e avvenenti, delle quali è stato – per usare un´espressione assai infelice del suo avvocato Nicolò Ghedini – l´«utilizzatore finale». Quelle, cioè, che gli hanno concesso le proprie grazie o hanno ceduto alle sue lusinghe in cambio di denaro, regali, favori o magari promesse, poi peraltro non sempre mantenute.
Ma piuttosto di tutte le donne: adulte e minorenni, sposate e nubili, belle e brutte, alte e basse, bionde, brune e rosse, che costituiscono l´universo femminile e quindi un soggetto sociale collettivo. Insomma, le nostre madri, mogli, fidanzate, sorelle, figlie o nipoti. L´«altra metà del cielo», come le definiva Mao.
L´abuso di potere contro le donne è innanzitutto quello che, sul piano mediatico, la televisione – e non solo quella commerciale – consuma da 25 anni a questa parte: dal “Drive In” al bunga-bunga. E fa dire a un top manager italiano, con una lunga esperienza di lavoro all´estero, di non aver mai visto in nessuna tv del mondo tante donne mezze nude, nei panni succinti delle vallette o delle veline, perfino nei programmi della fascia pomeridiana.
Già questa è un´offesa all´immagine e alla dignità delle donne. Perché strumentalizza e mercifica il loro corpo. Le usa e ne abusa, appunto, al limite dello sfruttamento.
Ma produce anche un danno sociale diffuso perché, come osserva Richard Layard nel suo libro intitolato Felicità, la televisione «ci porta ad alzare i nostri standard di confronto e valutazione, modificando i criteri di cui ci serviamo per giudicare il nostro reddito o anche il nostro coniuge». Rispetto ai parametri o ai modelli proposti da questa «fabbrica dei sogni», non basta più niente, tutto si riduce a una realtà più modesta e insoddisfacente: dal denaro al sesso, appunto.
È una forma di violenza strisciante che trasforma la donna, da compagna da corteggiare e magari da conquistare, prima in oggetto del desiderio e poi in merce da comprare o addirittura in preda da catturare. A qualsiasi costo. Con i soldi, con le promesse o i ricatti sul lavoro e nei casi più estremi con la violenza, come purtroppo accade perfino nella cerchia familiare.
Evidentemente, le responsabilità non sono soltanto della televisione commerciale. Vanno distribuite fra tutti i mass media, giornali, pubblicità, cinema e anche Internet. E ognuno di noi, operatori della comunicazione, è chiamato – per la parte che lo riguarda – a fare autocritica.
Ma il peggior abuso contro le donne Berlusconi lo consuma verso la collettività femminile quando esercita il proprio potere – istituzionale, mediatico ed economico – per cercare di ottenere i loro favori o le loro prestazioni sessuali. Con l´autorità carismatica del capo del governo, incarna così un modello (negativo) per chissà quanti capi o capetti che si sentono autorizzati o legittimati a seguire il suo (cattivo) esempio, pretendendo altrettanto dalle loro segretarie, impiegate e collaboratrici o aspiranti tali. O addirittura, a insidiare le compagne dei loro dipendenti.
È il paradigma di un malcostume diffuso che certamente non comincia oggi e non comincia né finirà con Berlusconi; ma trova in lui un demiurgo, un profeta, un protagonista assoluto proprio a causa del potere abnorme che si concentra nelle sue mani. Manca solo di tornare a quello “ius primae noctis” in forza del quale il feudalesimo attribuiva al Signore di turno, in occasione del matrimonio di un servo della gleba, il diritto di consumare la prima notte di nozze con la sposa. E dire che, nell´Italia del berlusconismo in agonia, tutto ciò si fa in nome del cosiddetto “partito dell´amore”.

"Il Pd accelera: ora Fini si decida", di Rudy Francesco Calvo

Offensiva dem: mozione di sfiducia in parlamento, porta a porta in giro per l’Italia
La mozione di sfiducia adesso c’è. Dopo averla annunciata, il Partito democratico e l’Italia dei valori l’hanno depositata ufficialmente ieri a Montecitorio e martedì in conferenza dei capigruppo ne chiederanno al più presto la calendarizzazione in aula, subito dopo l’approvazione della legge di stabilità. La giornata di ieri ha visto un reciproco rincorrersi tra Pd e Pdl sull’asse Montecitorio-palazzo Madama, con i berlusconiani che annunciano una mozione di sostegno al governo al senato e i dem che a quel punto decidono di rompere gli indugi e mettere agli atti il loro testo, costringendo la controparte a fare altrettanto.
Ma più che al Pdl, la pressione del Pd è rivolta ovviamente a Gianfranco Fini: «Mi aspetto coerenza da parte di tutti quelli che dicono che questa fase è finita», dice a chiare lettere Bersani. Con Di Pietro (e Vendola) alle calcagna e Berlusconi asserragliato a palazzo Chigi, i dem ora vogliono che la crisi arrivi in parlamento al più presto. Su questa linea, hanno ricevuto anche l’assenso di Casini, che ha assicurato la propria sponda sulle “mine” disseminate finora a Montecitorio, a partire dalla sfiducia individuale al ministro Bondi, per finire con quella rivolta all’intero governo. Anche se Cesa, sul merito, frena: «Concerteremo con i gruppi parlamentari di Fli e Api la posizione da tenere».
Ecco allora la domanda chiave: cosa faranno i finiani? Al Nazareno non si illudono: difficilmente Fli deciderà di far cadere Berlusconi su una mozione presentata da altri. È più probabile, piuttosto, che gli uomini del presidente della camera adottino la medesima strategia, uscendo dall’aula in occasione di tutti e tre i voti di fiducia che sono alle viste (quello sulla Finanziaria e le mozioni del Pd alla camera e del Pdl al senato). Il ritorno d’immagine, certo, non è dei migliori, in quanto il governo incasserà comunque tre risultati a favore e il Pd tre contro, ma dal Nazareno si guarda soprattutto alla sostanza: sarà evidente che la maggioranza politica non esiste più. A quel punto, o Berlusconi ne prenderà atto e salirà al Quirinale con la lettera di dimissioni in mano, o a dargli il colpo definitivo sarà lo stesso Fini, con una mozione di sfiducia sottoscritta dallo stesso gruppo di Fli, insieme all’Udc e magari anche alle altre forze d’opposizione.
«Non c’è problema, gliela firmiamo pure noi», ha già garantito Di Pietro. Con i tempi che rischiano di prolungarsi ulteriormente e Pdl e Lega che continuano a vedere, almeno pubblicamente, il voto come unica alternativa a questo esecutivo, le possibilità che si riesca a dar vita a un governo di transizione sembrano diminuire. Bersani ne è consapevole e prepara la macchina del Pd. Ieri ha ufficializzato le nomine, attese da tempo, di Antonello Giacomelli in segreteria (si occuperà dell’ufficio elettorale), di Sergio D’Antoni come coordinatore delle aree che gestiscono la presenza del partito sul territorio e di Roberto Montanari all’ufficio enti locali. La “promozione” dei tre esponenti di AreaDem consolida l’asse del segretario con Franceschini, che in questa fase delicata sta già peraltro curando personalmente i rapporti con gli interlocutori degli altri partiti a Montecitorio.
Oggi parte inoltre in tutto il paese il primo weekend della mobilitazione porta a porta (Bersani sarà a Roma, in zona Pietralata), che porterà fino alla manifestazione dell’11 dicembre. Nonostante le polemiche sollevate da Masi, il leader dem dovrebbe essere poi ospite lunedì sera di Fazio e Saviano a Vieni via con me, a rappresentare i valori della sinistra (come controparte, per la destra ci sarà Fini), mentre il giorno dopo incontrerà pubblicamente i rappresentanti delle forze sociali, per discutere di lavoro e fisco. E potrebbero essere già assaggi di campagna elettorale.

da Europa Quotidiano 13.11.10

"Tra furori e Bagaglino l´epilogo immaginario della favola berlusconiana", di Filippo Ciccarelli

Il filosofo dell´Udc Buttiglione chiede che non gli si lasci “fare la fine di Bettino Craxi”. Per placare le smanie di Silvio pare che Dell´Utri citi Petrarca: “Vuoi la gloria? Muori”. Il senso della fine sta tutto dentro una domanda: e ora, si sente chiedere da ogni parte con sintomatica e crescente ostinazione, e ora come andrà a finire? Inutile dire che nessuno lo sa.
Ma a voler essere pignoli, è così da un anno e più. Nell´autunno scorso la casa editrice Noubs lanciò un concorso dal bando invero piuttosto malaugurante: «La notte in cui morì Silvio Berlusconi»; così come, a parziale riequilibrio, nel mese di di novembre sul palcoscenico del Salone Margherita Pippo Franco e il Bagaglino misero in scena «Il Silvio sparito», farsa costruita appunto attorno alla improvvisa scomparsa del premier, con tutto quel che ne seguiva, compreso il suicidio di Emilio Fede. (Per la cronaca: Berlusconi andò a vederlo, trovò chiuso, riandò il giorno appresso e poi fece pure lo spiritoso: «Scusate, ho fretta, devo fare le valigie, scappo a Panama»).
Brusco salto cronologico, ma nemmeno troppo logico: l´altroieri la rivista di Cl Tempi ha pubblicato in copertina un fotomontaggio del Cavaliere vestito da turista che su un adeguato sfondo marino e tropicale salutava allegramente: «Sapete cosa vi dico?». Però il giorno dopo, cioè ieri, sul possibile epilogo del berlusconismo spirava già un´arietta meno simpatica: piazzale Loreto, e qui, sull´archetipo tutto italiano del furore di piazza, vale fare un attimo punto.
Perché in realtà all´inizio viene fuori proprio dal mondo berlusconiano, l´immagine dello scempio del capo, precisamente da Fedele Confalonieri, che risulta averla ripetuta nel 2006, sia pure con evidente funzione d´esorcismo. Mentre per placare in modo iper-coltivato le smanie di Silvio pare che Dell´Utri, altro amico, gli citi quanto Petrarca consigliò a Tommaso da Messina: «Vuoi la gloria? Muori». Fatto sta che con intenzioni opposte nel febbraio scorso in un paesino dell´appennino reggiano Montecavolo di Quattro Castella, furono appesi illegalmente dei manifesti con il volto di Berlusconi e la scritta: «Appuntamento a piazzale Loreto».
E comunque ieri sia Giuliano Ferrara, sul Foglio, che il Secolo d´Italia, trattavano l´uno del «partito» e l´altro della «tentazione» di piazzale Loreto. Il quotidiano finiano ha anche intervistato in proposito Giordano Bruno Guerri, storico del fascismo, che si è augurato una «transizione morbida». Leggi: senza «fare la fine di Craxi» ha tradotto da Trieste il filosofo dell´Udc Buttiglione.
Ma il punto resta pur sempre quello della fine della fabula berlusconiana, secondo Veltroni arrivata «ai titoli di coda». In proposito i collezionisti d´immaginario sono obbligati a trafficare materiali molto, ma molto eterogenei nel loro ovvio distacco dalla realtà. Per cui, ad esempio, rispetto al fantasticatissimo epilogo del Cavaliere, Di Pietro può un giorno richiamare l´impiccagione di Saddam Hussein e un altro (cioè ieri) una festosa sfilata di majorettes.
In tutti i casi, e a prescindere dalla soluzione biologica che Franco Cordero ha elegantemente definito «il fendente di Atropo», l´impressione è di un esito all´altezza di ciò che l´ha preceduto e anche determinato. In questo il cinema, il teatro e la storia sono d´indubbio ausilio. Per la sceneggiatrice de Il Caimano, Heidrun Schleef, l´imperatore potrebbe ritirarsi nella sua Sant´Elena con il sogno di farne una repubblica sociale del berlusconismo, ma nessuno lo segue. E così come l´ossessione del bunga bunga oltre a far ridere può evocare le atmosfere di Salò o le 120 giornate di Sodoma, l´ultimo terribile film di Pasolini, c´è chi, Antonio Polito sul Riformista, ha richiamato il dramma di Bennet La pazzia di re Giorgio (Adelphi, 1992), per ventilare l´eventualità di una reggenza imposta a un sovrano ormai fuori di testa.
Intanto i media stranieri, da Le Monde all´Economist, la buttano sugli antichi romani in un ragionevole sfolgorio di toghe, pugnali, incendi da basso impero. E se il consigliere culturale di Fini, professor Campi, lavora sull´ipotesi di una successione del sangue, Marina probabilmente; il segretario Pd Bersani, che alle spalle ha studi biblici, mette in conto la soluzione «Muoia Sansone con tutti i filistei». Visione quant´altre mai temibile, e in fondo pure ingiusta. O almeno: basta intendersi su chi siano i filistei – fermo restando che quando ci si chiede troppo come una cosa andrà a finire, forse è già finita, e i nostri occhi non sono ancora pronti a riconoscerlo.

La Repubblica 14.11.10

"L'Italia nel mezzo di due crisi", di Mario Deaglio

Una crisi di governo al buio nel bel mezzo di una crisi economica mondiale al buio: è questo il rischio che correrà l’Italia se la classe politica continuerà ad occuparsi soprattutto delle proprie questioni interne. L’Italia si trova infatti – e continuerà a trovarsi nelle prossime settimane – a un poco invidiabile crocevia tra la grande tempesta economico-finanziaria mondiale e le bufere politiche interne. Per quanto riguarda il quadro internazionale, la riunione del G20 chiusasi ieri a Seul pone la parola fine alle speranze di un’uscita «facile» dalla crisi.

Quelle speranze che erano state accese dalla riunione del G20 di Londra della primavera 2009. Allora tutti sembravano andare d’accordo su una ricetta di marca anglo-americana che comportava il sostegno alle grandi banche in difficoltà, una considerevole iniezione di liquidità nell’economia degli Stati Uniti e in quelle di buona parte d’Europa, nella diffusa convinzione che in questo modo l’economia sarebbe ripartita e tutto sarebbe tornato come prima.

Come ben sappiamo, le cose non sono andate così: la realtà ha tradito le speranze, la ripresa è risultata asfittica, sta rallentando invece di accelerare, come mostrano anche i dati sul prodotto lordo italiano resi noti ieri. Nei Paesi ricchi ha lasciato sul terreno alcune decine di milioni di posti di lavoro, con poche prospettive concrete di poter riassorbire questa nuova disoccupazione, e con un peggioramento delle condizioni di molte categorie di lavoratori e delle prospettive dei giovani. Un vasto e disordinato dissenso comincia a emergere, con gli scioperi francesi di ottobre, le elezioni americane di Midterm e fenomeni come la devastazione, alcuni giorni fa, della sede centrale del partito conservatore inglese.

Di fronte a queste difficoltà, gli Stati Uniti hanno reagito come in altre crisi, ossia ponendo il resto del mondo di fronte a un fatto compiuto. Senza consultare nessuno hanno infatti deciso di mettere in circolazione – mediante la sottoscrizione di titoli governativi da parte della banca centrale – un’enorme quantità di dollari. Questa grande iniezione di liquidità potrebbe rilanciare l’economia americana ma anche far cadere il cambio del dollaro, penalizzando i Paesi come la Cina che ne posseggono enormi quantità. Gli Stati Uniti mostrano così un’incapacità culturale, prima ancora che economica, a comprendere che il mondo è cambiato e che gli altri Paesi non accettano più senza reagire quanto viene stabilito a Washington.

E infatti, dietro ai sorrisi e alle buone parole dei comunicati di Seul, gli Stati Uniti hanno dovuto incassare il «no» della Cina a una drastica rivalutazione della propria moneta. La stessa Cina, insieme a Taiwan, adotterà misure restrittive per evitare l’afflusso di capitali americani, cosa che il Brasile, dal canto suo, ha già fatto, mentre anche la fedelissima Corea del Sud ha respinto un accordo commerciale con gli Stati Uniti e l’Europa ha preso garbatamente ma decisamente le distanze. Prevale, quindi, un clima non solo di confusione ma anche di divisioni, di contrasti. Il che lascia purtroppo prevedere, per l’insieme dei Paesi ricchi, un altro periodo di crescita stentata, in un clima di incertezza e senza alcun riassorbimento dell’occupazione.

Questo quadro fosco chiama in causa soprattutto i Paesi europei gravati da posizioni debitorie difficilmente sostenibili, come la Grecia e l’Irlanda che – quali che siano le colpe passate delle loro politiche economiche – si trovano impegnati in sforzi sovrumani per rimettere a posto i loro conti pubblici. E qui dal ciclone dell’economia mondiale si arriva alle tempeste, più moderate ma molto serie, di un’Italia, affetta da una cronica e grave ampiezza del debito pubblico che, come è stato annunciato ieri, ha toccato un nuovo massimo anche a seguito dello scarso gettito, conseguenza della debolezza della ripresa. Non si può trascurare che ieri il «rischio Italia» ha fatto momentaneamente capolino nelle quotazioni del debito pubblico italiano quando il differenziale di rendimento tra i titoli pubblici italiani e tedeschi ha toccato un massimo storico, per poi fortunatamente ripiegare. E che i movimenti delle quotazioni possono dipendere non solo dalla situazione economico-finanziaria ma anche dalla situazione politica.

È un campanello d’allarme: non solo è necessario approvare la legge finanziaria, come ha ricordato il presidente Napolitano, ma è indispensabile che, quale che sia la configurazione politica che emergerà dall’attuale tormentato periodo, il rispetto degli accordi europei sul rientro dagli attuali livelli di deficit e di debito deve essere assicurato. Questo significa che, nella nuova situazione, la Finanziaria non potrà essere riscritta e che qualsiasi allentamento su un capitolo di spesa dovrà essere controbilanciato da un inasprimento su un altro capitolo. Al voto di fiducia parlamentare, il futuro governo dovrà aggiungere un voto di fiducia della finanza internazionale; dovrà quindi apparire credibile e sostenibile non solo alle Camere ma anche alle Borse, chiamate a rifinanziare, per centinaia di miliardi di euro, i titoli pubblici italiani in scadenza.

La Stampa 13.11.10

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“Berlusconi blinda Palazzo Madama, è pronto all’ultima battaglia”, di AMEDEO LA MATTINA

Questa porcheria che lor signori stanno preparando non passerà nel Paese. E se ci saranno senatori che tradiranno, verranno inseguiti come untori». Berlusconi si sta preparando alle elezioni, affila armi e parole che rovescerà addosso a Fini e ai compagni del «ribaltone». Non è un caso il riferimento ai senatori, perché è lì che la sua battaglia (come anticipato dalla Stampa qualche giorno fa) ha il suo perno. Infatti, prima di dare il via libera alla mozione di sostegno al governo (dovrebbe essere votata tra il 10 e il 15 dicembre, alla fine dell’iter della Finanziaria), il premier da Seul ha chiamato Gasparri e Quagliariello e alcuni senatori che contano. Ed è stato rassicurato che non ci saranno smottamenti, che in questo ramo del Parlamento la maggioranza reggerà. Mentre alla Camera la strada è segnata: il governo andrà sotto. Ora si tratta di vedere se questo avverrà sulla base della mozione di sfiducia presentata ieri da Pd-Idv o da quella che hanno in canna Fli-Udc-Mpa-Udc. Fini, Casini, Lombardo e Rutelli stanno valutando come muoversi, ma è sicuro che non intendono accodarsi al carro della sinistra e pensano ad una propria mozione di sfiducia da votare solo dopo l’approvazione della Finanziaria (cioè attorno al 23 novembre).

Comunque, a quel punto il premier dirà al Capo dello Stato che le elezioni sono inevitabili perché in Parlamento non ci sono i numeri per un nuovo esecutivo. Una mossa tatticamente utile qualora la situazione precipitasse e nessuno ha più dubbi che precipiterà. La Russa anticipa che se la fiducia ci sarà solo al Senato, Napolitano potrebbe sciogliere sola la Camera: «E’ questo ciò che chiederemo al Capo dello Stato». Intanto i finiani fanno presente che una cosa è la mozione di sfiducia prevista dalla Costituzione, tutt’altra cosa la mozione di sostegno al governo che il Pdl presenterà al Senato. «La loro iniziativa – osserva Italo Bocchino – ha solo un valore politico e basta. Quindi il loro giochino non funziona». Macché, replica Osvaldo Napoli: «E’ ovvio che la sfiducia alla Camera porta dritti alle urne e delle urne Fini e l’opposizione ne hanno una paura matta». Il senatore Andrea Augello spiega che Berlusconi è stato eletto dal popolo. E «se dovesse avere una maggioranza politica a Palazzo Madama e una contraria a Montecitorio, il presidente della Repubblica, come garante del voto popolare, dovrebbe prenderne atto e sciogliere il Parlamento. E tutti dovrebbero ricordare che Berlusconi dà il meglio di sè in campagna elettorale quando è in difficoltà, come è accaduto alle Regionali. E’ come il Milan di Nereo Rocco: perdeva con la Spal e poi vinceva con il Real Madrid».

Dietro questa battaglia parlamentare c’è il destino politico di Berlusconi. Il quale non molla, è pronto a giocarsi il tutto per tutto contro la «porcheria» che Fini sta montando. Ha sentito Bossi al telefono prima di partire da Seul, che gli ha assicurato lealtà. Ha incassato pure la lealtà di Tremonti che non è disposto a farsi strumento della sinistra. Ha blindato il partito. Frattini ci mette la mano sul fuoco che la Lega non si staccherà dal Pdl: «Non credo possibile l’alternativa a Berlusconi: sarebbe l’alternativa alla volontà degli elettori. Bisogna chiedere agli elettori se per caso abbiano cambiato idea e io non credo. La crisi è un teatrino da Prima Repubblica. Si va in Parlamento e ognuno si assume le proprie responsabilità». Il Cavaliere è al giro di boa finale. Di fronte a Fini che non prende in considerazione nemmeno un Berlusconi-bis, Berlusconi non ha nemmeno il problema di dover rispondere alle sollecitazioni che gli sono venute da una parte del Pdl: cioè dimettersi e puntare a un ricarico. Ipotesi che non ha mai contemplato. Ora vuole vedere di quale arsenale dispone Fini. E vuole vedere i finiani votare la sfiducia alla Camera insieme a Bersani e Di Pietro. Il premier poi non crede al tradimento dei suoi senatori. Anche perché sta mettendo i sacchi davanti alle finestre. Ha 10 poltrone da elargire tra ministri, viceministri e sottosegretari che lasceranno gli esponenti del Fli e dell’Mpa, considerando anche le caselle del governo che non sono state riempite negli ultimi mesi.

La Stampa 13.11.10

"Il momento della verità", di Claudio Tito

Il tempo delle trattative è ormai finito. La crisi politica del governo, conclamata da tempo, adesso si trasferisce rapidamente sul piano parlamentare. Le aule di Camera e Senato sanciranno formalmente e in modo inequivocabile chi avrà la meglio nello scontro tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. La spaccatura che si è consumata a luglio scorso nel maggior partito italiano, il Pdl, ha prima provocato una pesante scissione. Poi ha prodotto una fase di sostanziale paralisi nell´attività dell´esecutivo.
Ora porta il Berlusconi IV a prendere atto che la maggioranza uscita dalle elezioni del 2008 sta ormai venendo meno.
Nei prossimi giorni, infatti, l´aula di Palazzo Madama e quella di Montecitorio saranno chiamate a votare rispettivamente una mozione di sostegno al Cavaliere ed una di sfiducia. Due appuntamenti che con ogni probabilità decreteranno la fine del centrodestra nelle forme in cui si è presentato agli elettori negli ultimi anni. Il partito di Fini, Futuro e Libertà, non confermerà il sostegno a Berlusconi. Raccogliendo così la sfida lanciata dal presidente del Consiglio: «Mi sfiduci in Parlamento», aveva detto. Bisogna “parlamentarizzare” la crisi aveva invocato lo stato maggiore del Pdl. Un percorso divenuto inevitabile dopo l´ultimo stop di Umberto Bossi alla trattativa per coinvolgere anche l´Udc di Casini nella costruzione di una nuova maggioranza. Tutti hanno dovuto prendere atto che non esistono al momento spazi per una mediazione. Anche perché il Senatur in questa fase non può incrinare il rapporto di lealtà con il premier, né accettare una situazione in cui la Lega perda il baricentro della coalizione e venga retrocessa a terza gamba dell´alleanza.
La prossima settimana, allora, il partito del premier chiederà di votare al Senato un documento di “sostegno”. Un voto da fissare rapidamente o al massimo dopo l´approvazione della legge di stabilità, la Finanziaria. Non si tratterebbe di una vera e propria fiducia, ma di una formula per dimostrare che Berlusconi può ancora contare – almeno a Palazzo Madama – sui numeri per andare avanti. È anche una battaglia sui tempi con il Pd. Una mossa studiata per anticipare il voto sulla mozione di sfiducia che le opposizioni hanno presentato alla Camera. Un escamotage per non presentarsi disarmato davanti al presidente della Repubblica: la fiducia del Senato dimostrerebbe che un altro esecutivo è impossibile. E che quindi in caso di crisi di governo le soluzioni possibili sarebbero solo due: elezioni generali anticipate o scioglimento della sola Camera dei deputati. Un evento, quest´ultimo, senza precedenti ma che l´asse Pdl-Lega intende sbattere con forza sul tavolo del confronto con Giorgio Napolitano.
La vera partita, però, si gioca a Montecitorio. Dove i finiani sono determinanti. Il Pd e i dipietristi hanno depositato lì la sfiducia al Berlusconi quater. A breve verrà formalizzata anche la mozione del “terzo polo” composto da Fli, Udc, l´Api di Rutelli e l´Mpa del siciliano Lombardo. Insieme sono in grado di aprire formalmente la crisi di governo. Dopo meno di trenta mesi di vita, il governo si trova dunque dinanzi al bivio decisivo. Al passaggio che non solo segnerà il destino dell´esecutivo, ma che potrebbe rivoluzionare la fisionomia dell´attuale centrodestra. Uno scenario che si materializza proprio mentre si consuma l´ennesimo conflitto istituzionale di questa legislatura. Con il presidente della Camera e quello del Senato che – come già accadde qualche settimana fa sull´esame della riforma elettorale – danno vita ad una corsa su chi debba avere la precedenza nel dare la fiducia o la sfiducia.
Sta di fatto, che il voto dei deputati sarà comunque decisivo. E se le previsioni saranno confermate – in queste ore è però scattata la nuova compravendita di voti sia tra i senatori che nei corridoi di Montecitorio in grado di compromettere i pronostici – il Cavaliere sarà obbligato a salire al Quirinale per rassegnare le dimissioni. A quel punto, gli schemi che finora hanno guidato la legislatura cambieranno completamente. E tutti quei parlamentari che considerano una sciagura il ricorso alle elezioni anticipate – come il pidiellino Beppe Pisanu – o chi non intende mettere in pericolo il seggio per i prossimi due anni, potrebbe optare per l´appoggio ad un nuovo governo, senza il Cavaliere e senza il Pdl. Se il patto tra Berlusconi e Bossi si rinnoverà nella richiesta del voto in primavera, allora l´ultima chance per salvare la legislatura sarà rappresentata dal blocco formato dall´attuale minoranza insieme agli uomini di Futuro e libertà. Esattamente la condizione che il presidente del consiglio vuole scongiurare. Ma, appunto, la “parlamentarizzazione” della crisi fa venire al pettine tutti i nodi. Anche quelli che stringono il Cavaliere dinanzi alla prospettiva di lasciare Palazzo Chigi e di rivedere tutte le sue aspettative politiche.

La Repubblica 13.11.10

Il PD con i migranti per dire “no” al razzismo

Il Partito Democratico dell’Emilia-Romagna sostiene la manifestazione regionale dei migranti in programma domani, sabato 13 novembre, a Bologna. Il Partito Democratico dell’Emilia-Romagna sostiene la manifestazione dei migranti che avrà luogo domani, sabato 13 novembre, dalle ore 14.30, in Piazza XX Settembre a Bologna.
La manifestazione, che vedrà la partecipazione del Forum Regionale Immigrazione e della responsabile Immigrazione del PD regionale, Cécile Kyenge, si propone di richiamare all’attenzione dei cittadini il tema della lotta al razzismo e della difesa dei diritti. “Il sostegno del PD dell’Emilia-Romagna all’iniziativa” ha dichiarato Kyenge, “si inserisce nel solco delle politiche promosse dal partito a livello nazionale relativamente a questo tema. I nostri parlamentari sono in prima linea per difendere i diritti dei migranti e, proprio in questi giorni, hanno presentato una interpellanza alla Camera riguardo le condizioni dei lavoratori stranieri nel nostro Paese”.