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"Pompei, metafora nazionale", di Gian Enrico Rusconi

Il telegiornale tedesco informa con sobria soddisfazione come Angela Merkel, al G20, abbia trattato da pari a pari con i Grandi del mondo. Poi, dopo alcuni istanti, sullo stesso schermo il panorama muta drasticamente: un amaro servizio dall’Italia parla di Pompei che si sbriciola, metafora della società italiana che si sfalda. L’accostamento mediatico dei due eventi colpisce. Dopo la fase della critica, dello sdegno, del sarcasmo verso il nostro Paese, è rimasto soltanto lo stupore che chiede – invano – spiegazioni. Chi avrebbe immaginato l’abisso che nel giro di pochi anni si sarebbe creato tra Germania e Italia, a livello di opinione e di immagine pubblica? Chi poteva prevedere l’attuale indifferenza reciproca delle classi politiche?

E l’enorme fatica dei rapporti culturali? La stagione dei rapporti costruttivi tra Germania e Italia – al di là delle ovvie differenze -, la stagione politica degli Andreotti e dei Genscher, per citare due testimoni viventi, sembra preistoria.

Conosco le irritate reazioni degli alti funzionari ministeriali a quanto sto dicendo: elencano i comunicati degli incontri bilaterali italo-tedeschi, rituali e sempre più rari. O l’elenco delle manifestazioni di arte e spettacolo. O le cifre degli ottimi rapporti commerciali tra i due Paesi. Certo, gli affari vanno bene e l’arte italiana attira sempre. Ma è nettissima la percezione che si è rotto qualcosa di profondo.

Conosciamo le ragioni storiche oggettive di quanto è accaduto nell’ultimo quindicennio: il mutato equilibrio geopolitico in Europa che ha portato la Germania verso un nuovo ruolo continentale e ha spinto l’Italia alla periferia Sud-europea. L’allargamento dell’Ue, che ha declassato l’Italia tra le nazioni di media rilevanza. Ma dietro queste spinte e fatti oggettivi ci sono uomini e politiche di governo che hanno la loro responsabilità.

Da un lato c’è la Germania della Merkel che sta orientando autorevolmente di fatto la politica europea senza pretendere di comandarla. Dall’altro c’è l’Italia (post) berlusconiana che arranca per non precipitare nel vuoto. Ma non è più soltanto un problema di prestazione economica, bensì di tenuta spirituale (se mi è consentito questo impegnativo termine, diventato obsoleto).

Non è colpa di un solo uomo ma della compartecipazione di una classe politica, di un ceto dirigente e della complicità di una parte consistente della società civile. Ora l’edificio si sta sfaldando?
La metafora di Pompei-Italia, diventata mediaticamente potente, merita di essere presa sul serio.

Mettiamoci nei panni dello spettatore tedesco che guarda con doloroso stupore all’accaduto. Gli viene detto che la colpa è del governo che ha tagliato indiscriminatamente i fondi per il mantenimento del patrimonio artistico; viene messo sotto accusa il ministro dei Beni culturali, che si difende in modo maldestro e patetico; si denuncia la incompetenza delle autorità locali preposte. Ma lo stato d’abbandono e di degrado dell’area di Pompei (messa impietosamente in luce dai media ma da tempo ben nota ai visitatori) mostra un livello di indecenza e di diseducazione civica che va ben oltre la responsabilità dei singoli amministratori. È la metafora della società italiana – indifferenza e inciviltà alla base, incompetenza nell’amministrazione, incapacità della politica.

Da che parte incominciare per invertire la rotta? Dal vertice? Se si cambia un governo rivelatosi incapace, si rimette tutto a posto? L’eccesso di personalizzazione che ha caratterizzato la politica di Berlusconi rischia di trasformarsi in un boomerang di aspettative eccessive per un suo ipotetico allontanamento.

Per questo l’opinione pubblica tedesca è sconcertata. Non riesce a capire che cosa sta succedendo a Roma e si chiede se è davvero pronta una nuova classe politica capace e competente per un dopo-Berlusconi frettolosamente preannunciato. Questa nuova classe politica può uscire dalla composizione attuale del Parlamento? O saranno necessarie nuove elezioni? E se invece tutto si ricompattasse come prima?

Il pubblico tedesco è in attesa. In altri tempi la solidarietà tra le «famiglie politiche» europee – democristiana, socialista e anche verde – avrebbe portato spontaneamente a forme di consultazione e sostegno reciproco. Ora non è più così. Gli italiani sono soli. E sotto scettica osservazione.

La Stampa 14.11.10

"Ici, scudo fiscale e cedolare sugli affitti tutti gli aiuti del governo ai superbenestanti", di Marco Ruffolo

Quanto ha risparmiato il proprietario di tre case in Italia e una all´estero- Ecco la cronaca di due anni e mezzo di manovre e del loro impatto sui ricchi contribuenti. Il signor X è un benestante, diciamo pure un superbenestante. È anche piuttosto pignolo ed è solito annotare su un diario le notizie economiche più rilevanti per se stesso e per la sua famiglia. Questa è la storia di un caso emblematico, il caso di quegli italiani – non molti ma neppure pochissimi – che hanno un ottimo reddito e un cospicuo patrimonio, magari in parte nascosto al fisco. È la storia delle sorprese, tutte piacevoli, riservate loro, nonostante la peggiore crisi del dopoguerra, dagli ultimi due anni e mezzo di manovre. E puntualmente ricostruite in un immaginario ma realistico diario di famiglia.
Superbenestante, dicevamo. Il signor X possiede, oltre a un buon numero di obbligazioni e di azioni, tre appartamenti in Italia e uno all´estero. Su quest´ultimo non ha mai versato un euro al fisco. Sugli immobili italiani, invece, ha sempre pagato le tasse. Un carico pesante come pesante è il timore che un giorno o l´altro possa essere scoperta la sua evasione sulle attività oltreconfine: si troverebbe a pagare l´intera imposta, più gli interessi, più le sanzioni.
Poco importa dove lavora X, se sia un libero professionista, un manager o un commerciante. Basterà sapere che guadagna più di 75 mila euro, soglia oltre la quale si applica l´aliquota massima. Residenza: Roma. Abitazione signorile in pieno centro: salone, cucina, 3 camere, 2 bagni, ingresso e ripostiglio per lui sua moglie e i suoi due figli. Sempre a Roma, X è proprietario di altri due appartamenti: un bilocale in periferia affittato a 750 euro al mese e un´abitazione di 80 metri quadri in zona semicentrale affittato a 1.300 euro. Cinque anni fa, consigliato da due amici stranieri, X ha anche comprato un delizioso immobile nel centro di Parigi al prezzo di 500 mila euro per darlo in affitto. Gli amici, – uno inglese e uno statunitense – hanno fatto altrettanto comprando altri due immobili di identico valore nello stesso stabile della capitale francese.
È il 29 maggio 2008. Appena tre settimane fa si è insediato il quarto governo Berlusconi. Il signor X scrive sul diario: «Oggi è entrato in vigore il decreto che abolisce del tutto l´Ici». Breve antefatto per capire la questione: il governo Prodi aveva cancellato l´Ici al 40% dei proprietari di case, in gran parte con redditi medio-bassi. Il nuovo esecutivo Berlusconi ha esteso l´esenzione a tutti gli altri. Continua il signor X: «Facciamo un po´ di conti. Sulla mia abitazione finora io pagavo il 4,6 per mille e quindi versavo 790 euro l´anno. Ora non li pagherò più. Un bel risparmio».
Arriva l´autunno. Sul diario del signor X è evidenziata una nuova data: 2 ottobre 2009. Seguita da un commento: «Sono passate appena le 13,30, il Tg1 ha dato una notizia tranquillizzante: “Sì della Camera al decreto sullo scudo fiscale”. Si pagherà solo il 5% delle attività detenute all´estero e tutto sarà regolarizzato. Niente imposte pregresse, niente sanzioni, niente interessi, e soprattutto pieno anonimato». «Facciamo due conti – continua X – il mio appartamento a Parigi vale 500 mila euro. Applicando il 5% mi trovo a dover pagare solo 25 mila euro e stop. Molto peggio andrà ai miei amici stranieri: anche loro possono usufruire dello scudo ma con costi di gran lunga maggiori. L´inglese si troverà a pagare il 10% (il doppio) ma dovrà aggiungervi tutte le imposte dovute per cinque anni, più gli interessi maturati. Conti ancora più salati per il mio amico americano: costo iniziale del 20% (100 mila euro) più imposte e interessi. E poi c´è un´altra differenza di non poco conto: io conservo l´anonimato, loro no».
Passano i mesi: la primavera 2010 porta con sé una bufera economica di proporzioni giganti. È la crisi dell´euro. Tutto sembra precipitare: i paesi europei preparano feroci finanziarie taglia-deficit. Il signor X scrive: «Il governo di Londra ha già alzato dal 40 al 50% l´aliquota massima, quella che si applica ai superbenestanti. Portogallo e Spagna prendono analoghe misure. Persino Sarkozy, accusato di favorire i ricchi, annuncia l´aumento della loro aliquota dal 40 al 41%. Qui in Italia, invece, nessuno pensa di chiedere qualcosa a chi guadagna di più. Neppure le proposte di opposizione, sindacati e Confindustria di aumentare le tasse sulle rendite finanziarie, oggi ferme al 12,50%, vengono prese in considerazione. Eppure altrove si paga molto di più sugli interessi: il 20% in Gran Bretagna, il 25% in Germania, il 27% in Francia. La manovra di Tremonti è passata e io mi trovo a non aver pagato neppure un euro».
C´è ancora una pagina fondamentale scritta sul diario del signor X, forse la più importante. E una data: 4 agosto 2010. «Oggi il governo ha approvato uno dei decreti sul federalismo fiscale e ha introdotto, a partire dall´anno prossimo, la cedolare secca sugli affitti. In sostanza, chi dà in affitto un´abitazione, invece di pagare l´aliquota Irpef, che per noi benestanti arriva al 43%, pagherà solo il 20%. Quasi nullo, invece, il risparmio per chi ha redditi bassi: dal 23 al 20%. Ecco allora cosa cambia per me e per la mia famiglia: dai due appartamenti che affitto ricavo 24.600 euro l´anno. Con il vecchio regime Irpef pagavo circa 9 mila euro di tasse. Con la cedolare ne pagherò 5 mila. Risparmio: 4 mila euro l´anno».
Riassunto finale: il signor X risparmia quasi 5 mila euro l´anno sulle attività immobiliari in Italia, regolarizza quelle all´estero pagando solo il 5%, non versa un euro in occasione della manovra taglia-deficit, e continua a poter contare su una tassazione di favore sul proprio tesoretto finanziario. Una manna dal cielo. Anzi da Palazzo Chigi.

La Repubblica 14.11.10

"La Cig oltre quota un miliardo di ore", Gabriele Dossena

La Grande Crisi colpisce ancora. Il termometro della cassa integrazione, uno degli strumenti più veritieri per misurare lo stato di salute del nostro sistema economico, indica che la febbre è ancora alta. E peggio, continua a salire. Tanto che le ore di cassa integrazione autorizzate dall’Inps a fine ottobre hanno addirittura sfondato la soglia di un miliardo.

Un dato, questo, che non risparmia alcun settore: dalla meccanica al commercio, passando per l’edilizia e la tabacchicoltura. Che mette inesorabilmente in piena luce le principali cause che ne stanno all’origine, come il boom delle crisi aziendali, cresciute del 141%, e l’impennata dei fallimenti, saliti del 105%. E che allo stato attuale vede ancora coinvolti stabilmente in cassa integrazione (nelle sue diverse forme) circa 600 mila lavoratori, che complessivamente hanno subito un taglio netto del reddito per poco meno di quattro miliardi (3 miliardi 963 milioni di euro, per la precisione).

I dati, contenuti nel rapporto di ottobre dell’Osservatorio Cig della CGIL, evidenziano un incremento del 44,2% del monte ore (1.026.479.655) di cassa nei primi dieci mesi dell’anno, rispetto allo stesso periodo del 2009. Anche se va fatto qualche distinguo all’interno di queste cifre: c’è stato per esempio un calo nel ricorso alla cassa integrazione ordinaria, scesa del 36,9% tra gennaio e ottobre, a fronte di una impennata della cassa straordinaria (+159,6% le ore autorizzate nei dieci mesi) e di quella in deroga, la Cigd (78 milioni di ore solo in Lombardia dall’inizio dell’anno, con un balzo del 202%; 45,7 milioni di ore in Emilia Romagna, +1.110%).

A proposito di cassa integrazione in deroga, il segretario confederale della CGIL Vincenzo Scudiere denuncia un’allarmante «tendenza all’aumento per ora inarrestabile». E aggiunge: «Ormai finiscono in Cigd non solo i lavoratori delle aziende che non rientrano nella normativa vigente, ma anche quelli che hanno concluso i periodi concessi sotto altre forme». Cita poi casi concreti, «come la Fiat di Pomigliano, dove avrebbero ancora a disposizione periodi di cassa integrazione speciale coperti da risorse economiche Inps, mentre viene invece attivata la cassa in deroga con risorse economiche che non ci sono e che aggravano il conto del bilancio pubblico».

Il leader della Cisl Raffaele Bonanni, è comunque fiducioso: «Speriamo che la crisi si esaurisca, perché sono già due anni che usiamo strumenti straordinari di ammortizzazione. Per ora abbiamo retto, speriamo di reggere ancora in seguito». Non si placano intanto le polemiche sindacali sulla questione dello stabilimento Fiat di Pomigliano. Una nota della Fim Cisl accusa la Fiom di comportarsi da Cobas, «e alla fine rischia di diventarlo davvero».

Corriere della Sera 14.11.10

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Cassa integrazione oltre 1 miliardo di ore e le tredicesime restano ferme al 2009

Quota un miliardo. La Cassa integrazione guadagni ha superato il tetto di un miliardo di ore nei primi dieci mesi dell´anno, in aumento del 44,2% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La “cassa” riguarda tuttora e stabilmente 600 mila persone, gran parte delle quali (250.000 lavoratori, oltre il 40% del totale) metalmeccanici. La diminuzione complessiva del reddito supera i 3,9 miliardi di euro, pari a 6.750 euro a testa.
La Cgil, che ha reso noti i dati relativi alla cassa, ha sottolineato come il primato di un miliardo di ore di Cig sia stato raggiunto nonostante la lieve diminuzione (-2,3%) di ore registrata in ottobre rispetto al mese precedente. Non solo, continua a pesare come un macigno sul quadro occupazionale «la costante e inarrestabile» crescita della cassa integrazione in deroga (che abbraccia anche quelle imprese e quei lavoratori che non possono accedere alla Cig ordinaria o straordinaria, o che abbiano già esaurito quelle risorse): da gennaio ad ottobre questo strumento ha registrato un incremento del 295,9%, mentre solo nel mese scorso il monte ore di cassa in deroga è salito del 6,36%, per un totale di 34,3 milioni di ore.
A livello settoriale, hanno fatto registrare gli incrementi maggiori nel ricorso alla cassa in deroga i lavoratori del settore edile, anche se in assoluto il monte-ore più corposo è quello della piccola industria meccanica. A livello geografico invece l´area più interessata è la Lombardia, seguita dall´Emilia Romagna. Dati allarmanti per quanto riguarda la cassa in deroga, commenta la Cgil, «frutto di un allargamento ulteriore delle difficoltà del comparto manifatturiero». Per Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl «per adesso abbiamo l´energia sufficiente per reggere le centinaia di migliaia di lavoratori che si trovano in cassa integrazione, speriamo di reggere anche in seguito e che la crisi si esaurisca».
Proprio per i cassintegrati, la Cgia di Mestre ha avanzato la proposta di detassare completamente le tredicesime: un´iniziativa che porterebbe per chi è in “cassa” circa 350 euro in tasca, e che costerebbe per lo stato tra i 200 e i 250 milioni. Chi, invece, un posto di lavoro ce l´ha ancora, troverà tredicesime praticamente uguali a quelle dello scorso anno: in termini reali (al netto quindi dell´inflazione) secondo la Cgia di Mestre ci saranno solo 8 euro in più in busta per un operaio e 10 per un impiegato.

La Repubblica 14.11.10

"Bondi inutile e dannoso. L’uomo-disastro dei Beni culturali", di Vittorio Emiliani

Prono ai diktat di tutti, da Tremonti a Berlusconi. Gli hanno tolto risorse e lui ha sempre taciuto. Assente a L’Aquila, assente su Pompei. Su Sandro Bondi, ministro per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC) pende la sfiducia richiesta da Pd e Idv e avallata probabilmente da un’area assai più vasta di Montecitorio. Il detonatore sono stati sicuramente i crolli di Pompei, ma i capi di accusa contro questo evanescente ministro, sono ben altri e ben più pesanti.Come si capì fin dalla «decapitazione» del vertice del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, a partire dal suo presidente Salvatore Settis e con grande peso attribuito alla sorella archeologa dell’avvocato-deputato Ghedini.
Al Collegio Romano, dal 1975, si sono avvicendati fior di personaggi (Spadolini, Biasini, Ronchey, Paolucci, Veltroni), ma anche personaggini (la vedova Parrino o Facchiano). I quali però non hanno mai assunto quell’incarico «a mezzo servizio» con altre incombenze.
Sandro Bondi invece – per supponenza, per sottovalutazione
o per consapevole volontà di indebolire tutto l’apparato della tutela – ha dedicato sicuramente più tempo a coordinare il sempre più crivellato Partito della Libertà, unitamente a Verdini e a La Russa, che non a dirigere la difficile, pericolante barca del suo ministero, dal quale dipendono (e ho detto poco) cultura e spettacolo, con un patrimonio strepitoso, sterminato,
insidiato, e con mezzi scarsi, sempre più scarsi.
Mai il Ministero dei Beni Culturali è stato così prono alle decisioni
del collega dell’Economia, lasciandogli usare per i tagli a capitoli di spesa già all’osso, la sega elettrica, non l’accetta. Con risultato che musei, biblioteche, archivi sono alla canna del gas. Di più: di fronte ad una vera e propria emergenza, nulla ha fatto di concreto per mantenere in servizio dirigenti di alto valore internazionale messi fuori invece, inesorabilmente, a 67 anni o, ancora peggio, grazie ad uno sciagurato quanto cieco decreto-Brunetta con quarant’anni di anzianità, quindi, in più di un caso, ad appena 62 anni chi era entrato nell’amministrazione
subito dopo la laurea (Pittarello in Piemonte, Fornari a Parma-Piacenza, ecc.). Risultato: un ministero denutrito e disossato,
privato di ottimi quadri centrali (Proietti, Lolli Ghetti, ora De
Caro) e periferici (Guzzo a Pompei, presto Martines in Puglia). Col dilagare di gestioni “ad interim” affannate e ovviamente deboli o debolissime Sandro Bondi ha dimostrato subito di essere subalterno al «ghe pensi mi» di un premier che del resto adora e del suo braccio operativo Bertolaso. Ha di buon grado spalancato le porte ai commissariamenti della Protezione Civile pur sapendo che così il suo ministero veniva privato di pezzi fondamentali di competenze e di funzioni. Non si è opposto al commissariamento dell’archeologia di Roma e Ostia Antica, nonostante la sollevazione di tutti gli archeologi (inzialmente affidato a Bertolaso poi passato all’Aquila). Né alla nomina di un vice «attuativo» nella persona dell’assessore capitolino alla pianificazione.
Anche nella dolorosa vicenda di Pompei ha seguito l’altro adoratore di Berlusconi, Mario Resca, nello svalutare i propri tecnici, gli archeologi in particolare (stimati ovunque come i nostri direttori di musei).
Quando si è verificata la tragedia dell’Aquila con la distruzione
di quel centro storico mirabile e di tanti altri abitati antichi, si pensava che – come in tutti i precedenti terremoti – il MiBAC assumesse la regìa degli interventi su città,monumenti, ecc.. Quando all’Aquila si è presentato da privato cittadino (perché appena pensionato) il coordinatore
dei restauri della Basilica di San Francesco in Assisi, Giuseppe
Basile, munito di una sua assicurazione e portando il contributo dell’Associazione Cesare Brandi, lo stesso è stato subito rimandato a casa, non serviva. Così come sono state rifiutate altre offerte qualificatissime di collaborazione.
Lo stesso strutturista che aveva salvato San Francesco in Assisi, Giorgio Croci, noto in tutto il mondo, è stato chiamato una quindicina di giorni dopo il sisma per Collemaggio e con una dotazione di fondi irrisoria rispetto ad Assisi. Dove Veltroni aveva riversato risorse importanti e, con la regìa dell’allora direttore generale del Ministero, Mario Serio, mobilitato quadri interni ed esterni del più alto valore: Antonio Paolucci, Maria Luisa Polichetti, l’appena citato Basile, Marisa Dalai, Bruno Toscano e tanti altri. Coi risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Come all’Aquila…
La cultura? Deve rendere. È stato un caposaldo della «filosofia» del governo Berlusconi, che ha trovato un fedele esecutore in Bondi. Difatti è stato inserito a forza, nonostante
i rilievi più sensati, quale direttore generale alla valorizzazione, poi anche come commissario a Brera (con lautissima remunerazione, contro stipendi indecorosi,nemmeno 2.000 euro, per i direttori di musei), l’ex ad di McDonald’s e presidente
del Casinò di Campione, Mario Resca, che non sapeva nulla del
settore, che ha accumulato banalità.
Con loro il MiBAC avrebbe privilegiato i musei maggiori, quelli che possono «rendere».
Come se arte e cultura non fossero valori «in sé e per sé», da diffondere, da spiegare, da far capire e amare nelle scuole (qualcuno sa dov’è finita la didattica?), ma merci, hamburger, bibite gassate, da vendere profittevolmente. Come se i
grandi musei del mondo non fossero spesso gratuiti o comunque non ricevessero (il Louvre all’80%) iniezioni di denaro pubblico.
Paesaggio addio. Sull’attuazione del Codice per il Paesaggio Bondi ha dato il meglio di sé, nel senso che ne ha lasciato marcire per mesi e mesi l’attuazione, non curandosi minimamente di avviare la tanto attesa co-pianificazione MiBAC-Regioni. Col risultato che – come ha dimostrato la recente accurata indagine di Vezio De Lucia e Maria Pia Guermandi per Italia Nostra – i piani sono di là da venire mentre speculazione privata e abusivismo riprendono vigore,
in attesa di nuovi condoni, di nuove licenze di «fare da sé» senza passare dalle maglie della tutela.
Che fino a pochi anni fa all’estero ci invidiavano e di cui dovremopresto piangere l’estinzione.

L’Unità 14.11.10

Aung San Suu Kyi è libera!

Rilasciata dopo 7 anni di prigionia la leader birmana. Bersani: “Una bella notizia per tutti i democratici”. Fassino: “Ora liberino tutti i prigionieri politici”. «Dobbiamo lavorare insieme, all’unisono, per raggiungere il nostro obiettivo». Sono per le migliaia di sostenitori che hanno pazientemente atteso davanti alla sua abitazione le prime parole pronunciate da una Aung Suu Kyi raggiante e commossa. L’icona della lotta per la democrazia in Birmania, è stata liberata oggi dopo oltre sette anni consecutivi agli arresti domiciliari: affacciata all’ingresso della sua casa di Rangoon è ha salutato la folla che da ore cantava messaggi di di sostegno al Premio Nobel per la Pace. «Lunga vita e tanta salute». Gente comune, giornalisti, esponenti di partito e osservatori diplomatici, tutti frementi in attesa del verdetto. «È un momento emozionante», ha dichiarato una delle persone presenti, con indosso la maglietta con lo slogan «Stiamo con Aung Suu Kyi», sventolando un poster con il ritratto della leader democratica. Domani la dissidente terrà il primo discorso ufficiale, per ora la festa del «suo» popolo. «C’è un tempo per il silenzio e un tempo per parlare».
(tratto da lastampa.it)

“La liberazione di Aung San Suu Kyi e’ una bella notizia che non puo’ che essere salutata con soddisfazione da tutti i democratici del mondo. Ci attendiamo adesso che siano liberati i 2000 prigionieri politici e si compiano altri passi sulla via della transizione democratica” commenta il segretario del PD, Pier Luigi Bersani.

“Dopo anni di isolamento ingiusto e ingiustificato, finalmente il Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi e’ stata restituita alla sua famiglia e al suo popolo. Ci auguriamo adesso che a questo atto, che deve rimanere libero da qualsiasi limitazione, altri essenziali ne seguano: la liberazione di tutti i prigionieri politici, la fine di ogni ostilita’ verso le minoranze etniche, l’avvio di un processo di riconciliazione nazionale. – dichiara Piero Fassino, inviato speciale dell’Unione Europea per Birmania/Myanmar e presidente del forum Esteri del Pd –
E’ tempo adesso che in Myanmar si avvii realmente una transizione democratica fondata sul dialogo e sul coinvolgimento di tutte le componenti della societa’ birmana”.

Albertina Soliani, sentarice PD presidente dell’Associazione
interparlamentare Amici della Birmania, è tra le prime a commentare la bella notizia: ““Da molti anni ormai, come Associazione, seguiamo con partecipazione la vicenda
politica e umana di Aung San Suu Kyi, così come forte è la nostra attesa e speranza per una svolta democratica in Birmania. Oggi, salutando colei che ha resistito, senza mai cedere, per libertà del suo popolo, ricordiamo l’appello
che Aung San Suu Kyi fece anni fa: usate la vostra libertà per promuovere la nostra. Ora, appena liberata, c’è da essere sicuri che lei metterà a disposizione del suo popolo la propria libertà, fintanto che non si determinerà
quel cambiamento così indispensabile in Birmania, dopo la farsa delle elezioni.
Per quanto ci riguarda, noi dell’Associazione continueremo a sostenerla,impegnando l’Italia e la Ue a vigilare su quanto avviene in quel Paese”.

"Il maxiemendamento elettorale", di Tito Boeri

Ha un marcato odore di campagna elettorale il maxiemendamento alla Legge di stabilità. Perché la spesa aumenta (e in non pochi casi si tratta di incrementi destinati a rimanere nel tempo) mentre i finanziamenti sono rappresentati per lo più da entrate una tantum o aleatorie. Ci sono inoltre poste che trasferiscono oneri sugli esercizi futuri. Insomma, sembra un maxiemendamento pre-elettorale. Che, senza sviluppo, toglie ulteriormente al rigore.

Rigore sì, sviluppo no. Questo, in sintesi, il giudizio sin qui prevalso tra molti commentatori sulla politica economica del Governo. Ma siamo davvero sicuri che si possa parlare di rigore? Il dubbio affiora guardando al maxiemendamento alla legge di stabilità e ai dati sulle entrate tributarie.
Il maxiemendamento prevede maggiori spese per circa 5,8 miliardi, non poche di natura strutturale, finanziate in gran parte con entrate una tantum.

LE SPESE IN PIÙ

Partiamo dalle spese aggiuntive. I capitoli più importanti sono un allentamento al patto di stabilità dei Comuni che vale circa 500 milioni, trasferimenti alle Regioni per sanità, trasporti locali e politiche sociali per quasi un miliardo, un altro miliardo per l’università (800 milioni di finanziamento del FFO e 200 per concorsi di associati), 750 milioni per il rifinanziamento per sei mesi delle missioni internazionali, un miliardo e mezzo per gli ammortizzatori in deroga, 100 milioni di voucher per le imprese che finanziano la ricerca e una serie di altri interventi, tra cui spiccano i 245 milioni per le scuole private e rivoli di altri interventi del valore di 375 milioni che saranno gestiti direttamente dalla presidenza del Consiglio durante la campagna elettorale (sono previsti stanziamenti fino a giugno). In non pochi casi si tratta di incrementi di spesa destinati a rimanere nel tempo. Pensiamo agli ammortizzatori sociali in deroga: sono soldi dati per finanziare riduzioni di orario in imprese che non pagano contributi a fronte delle prestazioni di cassa integrazione. È un rubinetto destinato a non chiudersi, dato che permette consistenti riduzioni del costo del lavoro per le imprese beneficiarie. Del resto le ore di cassa in deroga continuano ad aumentare nonostante si sia superata la fase più critica della crisi. Oppure le missioni internazionali: c’è un piano che ci fa ritenere che queste spese si interromperanno a giugno 2011? E ancora, come si fa ritenere una tantum i 200 milioni dati per i concorsi di associato nelle università?

MA COME VERRANNO FINANZIATE?

I finanziamenti sono invece rappresentati per lo più da entrate una tantum o aleatorie. Il piatto forte è rappresentato dai 2,4 miliardi che dovrebbero provenire dall’asta per le frequenze delle Tv digitali, chiaramente una fonte di entrate temporanea. Altre entrate dovrebbero venire dall’intensificazione delle misure contro l’evasione. Non si capisce come si potrebbero addirittura aumentare le entrate dalla lotta all’evasione quando mancano all’appello, come riconosciuto dalla stessa Decisione di finanza pubblica a pagina 29 e dalla stessa relazione del ministero sulle entrate tributarie, circa 3 miliardi di entrate preventivate. Mentre il Centro studi Confindustria, a pagina 37 del rapporto allegato denuncia un forte incremento del lavoro sommerso, aumentato di più del 20 per cento in un anno.

CLIMA DA CAMPAGNA ELETTORALE

Ci sono poi poste che trasferiscono oneri sugli esercizi futuri, come l’allentamento dei vincoli al prepensionamento di lavoratori che esauriscono la cassa integrazione. Si continua anche a chiudere un occhio sulla pratica di trasformare i tagli alle università in maggiore spesa pensionistica. Gli atenei mandano i docenti in pensione e offrono loro contratti temporanei. I docenti interessati, che sono ancora nel sistema retributivo, ci guadagnano: tra pensione e contratto hanno redditi più alti di prima. Gli atenei riducono il costo del lavoro, dato che pagano solo il contratto e non più lo stipendio pieno. Chi paga è il contribuente che si ritrova alla fine a sborsare, tra contratto e pensione, più di prima. Basterebbe una norma per cancellare questa pratica.
Insomma ci sembra un maxiemendamento pre-elettorale. Che, senza sviluppo, toglie ulteriormente al rigore. E rischiamo di vederne di peggio con il “milleproroghe” di fine anno, nonostante i dati deludenti sulla crescita nel terzo trimestre ci dicano che le previsioni del Governo sulle entrate sono troppo ottimistiche: se il Pil quest’anno crescesse solo dello 0,9 per cento come acquisito sin qui, avremmo un altro miliardo e mezzo di entrate in meno. Ma le elezioni incombono.

Rapporto Confindustria

www.lavoce.info

"Se l'Italia spegne i motori", di Cesare Damiano

I fatti di questi giorni, anzi di queste ore, invitano a tornare nuovamente sulle parole pronunciate giorni fa da Marchionne in tv. Perché dietro a quelle parole non c’era “solo” il futuro della Fiat, ma anche il destino della politica industriale e i rischi a cui questo governo sta inutilmente esponendo l’intero paese.
Andiamo con ordine. Sergio Marchionne, quando ha accusato gli stabilimenti italiani del gruppo – e quindi i lavoratori – di essere poco produttivi e per nulla redditizi, ha mostrato di avere poca memoria. Si è infatti dimenticato che i risultati conseguiti dal Lingotto nel mondo, Brasile in primis, sono il frutto, specie nel campo dei motori, di una tecnologia all’avanguardia che è in tutto e per tutto Made in Italy. Cioè frutto dell’intelligenza e del lavoro di progettisti, tecnici e operai italiani.
Ha poi dimenticato che se i bilanci sorridono e gli azionisti brindano agli utili – nonostante la gravissima crisi che stiamo attraversando – lo si deve anche ai sacrifici che in questi ultimi anni hanno dovuto sopportare i lavoratori italiani, costretti a lunghi periodi di cassa integrazione con conseguente decurtazione del reddito.
Nel mercato globale la sfida della competitività è continua. Chi oggi ha i conti in ordine domani può ritrovarsi coi bilanci in rosso e viceversa. Proprio per questo, però, non può essere condivisa una logica che allude a un potenziale taglio di rami secchi basato unicamente su un risultato di conto economico.
Noi siamo per accettare la sfida che Marchionne ha lanciato col piano industriale 2010–2014, ma non alle sue condizioni. Siamo perché il progetto di «Fabbrica Italia», annunciato in aprile in uno squillar di fanfare, finalmente decolli. Non condividiamo però la filosofia che sembra sottendere. Le imprese devono fare profitti per avere un futuro,ma hanno anche una responsabilità sociale. Mentre la realtà ci dice che molti di quegli stabilimenti italiani da cui si pretendono utili sono praticamente fermi.
Il problema però non sono solo le affermazioni di Marchionne. Mentre la Fiat si internazionalizza e guarda sempre più all’America, il governo dorme. Tutti i paesi industrialmente avanzati si sono dotati, per i propri settori strategici, di politiche industriali in grado di sostenere innovazione e ricerca. Noi no. Berlusconi e i suoi ministri, su questo fronte, continuano a non dare segni di vita. Al contrario, e come se non bastasse, Sacconi annuncia lo Statuto dei Lavori, che rappresenta il compimento del disegno controriformatore del governo sui temi del lavoro.
Il Pd continuerà a incalzare il governo perché sostenga, con incentivi mirati, lo sviluppo di quelle tecnologiem che sono state finora alla base dei successi dell’industria italiana. Dopo la cura dei tagli, è ora di passare, nei fatti, agli investimenti e a una nuova politica industriale.

L’Unità 13.11.10