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"Musei, è il giorno della serrata. Il 22 stop di cinema, teatri e fiction", di Ste.Mi.

La frana della casa di Pompei è simbolo della “catastrofe culturale” in corso in Italia. Lo scrive oggi il quotidiano francese Le Monde, a cui neanche l’attuale inquilino di Palazzo Chigi potrà dire di essere comunista. La fotografia è impietosa ma realistica. Lo scrive nel giorno in cui molti musei cittadini, siti archeologici chiudono i battenti per la giornata o per qualche ora, aprono ma informano i cittadini, fanno entrare gratis. Contro la politica culturale del governo e contro l’ultima pensata di Tremonti: impedire ai Comuni sotto i 30mila abitanti di partecipare a società per cui li taglia fuori da imprese di cultura e dall’allestimento di mostre e quant’altro. La protesta si chiama «Porte chiuse, luci accese sulla cultura», la firmano Federculture, Anci e Fai , Fondo per l’ambiente italiano.

Cinema, teatro e fiction, stop il 22
E la protesta dilaga a macchia d’olio: il 22 novembre scioperano cinema, teatri, produzioni e postproduzioni televisive e cinematografiche. Slc-Cgil, Fist-Cisl e UilCom-Uil hanno proclamato la protesta e hanno ottenuto l’adesione di Anica e Agis e del sindacato degli attori. Silvano Conti della Cgil ricorda che «la situazione è molto grave, quest’anno gli stanziamenti per il Fondo Unico dello Spettacolo potrebbero scendere a 262 milioni di euro, contro i 408 del 2010 e questo porterebbe ad una crisi non più controllabile nella della musica, nel cinema e nel teatro».

Radiotre e Arci a fianco dei musei in lotta
Tra i tanti atti di solidarietà c’è l’ottima Radiotre rai che per tutta la giornata apre “finestre” informative da ogni angolo del paese. E l’Arci ha promosso decine di iniziative insieme ai circoli cinematografici Ucca e ha esposto drappi neri a lutto nella sede nazionale a Roma e in altre.

Fermare questa Finanziaria
La protesta è generalizzata e contro i tagli non solo spietati, ma applicati senza discernere né scegliere. Si taglia e basta e non si pianifica nulla. A Firenze il museo di Palazzo Vecchio chiude per venti minuti; ai visitatori viene consegnato un volantino con le ragioni della protesta, lo stesso che sarà distribuito negli altri musei comunali, nell’archivio e nelle biblioteche cittadine. Federculture e Anci, hanno fatto il punto all’Ara Pacis a Roma dichiarando di ricevere «centinaia di adesioni da enti tra comuni, associazioni, fondazioni, biblioteche, aziende culturali che, per la prima volta, indipendentemente dalle appartenenze culturali e politiche. Unico l’intento: modificare le norme della manovra finanziaria (legge 122/2010) che penalizzano il settore culturale e riaffermare il diritto alla cultura per tutti i cittadini».

Beni culturali dissanguati
Un diritto, annotiamo, che è tra quelli fondamentali in una qualsiasi democrazia degna di questo nome. E il problema non è solo dato dai tagli , ma anche dal continuo dissanguamento di risorse e di personale dal ministero dei beni culturali; dal clima di umiliazione a cui molti storici dell’arte, architetti e archeologi sono sottoposti. Converrà ricordare le soprintendenze che devono esaminare centinaia di progetti sul paesaggio e non hanno minimamente le forze, che non hanno soldi per verificare scavi, opere d’arte, chiese in campagna, lo stato dell’arte, insomma tutto quello che fa dell’Italia l’Italia ma che si dimentica al di là di retoriche vuote.

L’Unità 12.11.10

PD e IDV presentano la mozione di sfiducia al Governo

Franceschini e Donadi firmano la mozione. Il capogruppo PD chiede la convocazione della capigruppo. E’ stata presentata dal Partito Democratico e dall’Italia dei Valori una mozione di sfiducia al governo alla Camera. L’hanno firmata i due capigruppo Dario Franceschini e Massimo Donadi, dopo aver informato il leader Udc, Pierferdinando Casini.
“La Camera, preso atto che il governo non ha più il compiuto sostegno dell’originaria maggioranza, considerato che la permanenza in carica dell’esecutivo non consente di affrontare e risolvere alcuno dei gravi problemi del Paese, esprime, ai sensi dell’articolo 94 della Costituzione, la propria sfiducia al governo”
Il capogruppo Pd ha anche scritto al presidente della Camera Gianfranco Fini per chiedere l’immediata convocazione della conferenza dei capigruppo per la calendarizzazione della mozione.

www.partitodemocratico.it

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Mozione di sfiducia di Pd e Idv
Bersani: “Adesso Fini deve decidere”
L’iniziativa dell’opposizione alla Camera. Al Senato c’è invece quella del Popolo della libertà. In precedenza Cicchitto aveva parlato di una verifica parlamentare al termine della sessione di bilancio. Guerra di mozioni in Parlamento. Alla Camera Pd e Idv (dopo aver informato il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini) ne presentano una di sfiducia al governo. Contemporaneamente, al Senato, il Pdl reagisce con una mossa analoga ma a sostegno dell’azione dell’esecutivo, chiedendone la calendarizzazione in tempi che non intralcino l’approvazione del documento di bilancio e della legge di stabilità. Il capogruppo Pd alla Camera, Dario Franceschini ha anche scritto al presidente Gianfranco Fini per chiedere l’immediata convocazione della conferenza dei capigruppo per la calendarizzazione della mozione: la capigruppo si terrà martedì, ma calendario alla mano la mozione verrà esaminata dall’aula, molto probabilmente, dopo la Finanziaria. “La mossa al Senato è solo traccheggiamento. A Montecitorio c’è già una mozione di sfiducia. Io voglio credere che si eserciti la coerenza di tutti quelli che pensano che questa fase è finita e questa è un’occasione per dimostrarlo” afferma il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani con chiaro riferimento ai finiani. Secca la bocciatura di governo Berlusconi bis: “E’ ad un passo dal delirio”.

I nuovi sviluppi arrivano il giorno dopo il confronto tra Bossi e Fini 1, un colloquio che avrebbe dovuto favorire un chiarimento sul futuro della maggioranza, ma che si è risolto con un nulla di fatto.

L’annuncio delle due mozioni è stato preceduto dalle dichiarazioni con cui il capogruppo del Pdl a Montecitorio Fabrizio Cicchitto ha prospettato l’apertura di una vera e propria verifica parlamentare al termine della sessione di bilancio: “Il chiarimento vero verrà dopo la Finanziaria. L’andare avanti e il recarsi in Parlamento sono le due facce della stessa medaglia. Faremo una verifica parlamentare, al Senato e alla Camera e lì si vedrà quale sarà l’orientamento della maggioranza di deputati e senatori”. “Se sarà un orientamento favorevole al governo – ha aggiunto – si andrà avanti. Qualora ci fosse un atteggiamento diverso per noi è chiaro che l’unico sbocco democraticamente possibile è tornare davanti al popolo sovrano”.

Sul fronte opposto Antonio Di Pietro chiama a raccolta “tutti quei parlamentari di Camera e Senato che fino ad ora hanno detto che la politica di Berlusconi è una politica fatta male, negli interessi solo suoi e non degli italiani. Oggi siano coerenti e lo sfiducino o gli neghino la fiducia”.

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Lavoro, politica carriera, donne sempre ultime Il Pd: «Cambiamo», di Jolanda Bufalini

Oggi l’assemblea «verso la conferenza delle donne». Il percorso
previsto dal partito democratico che si faranno iniziative in tutte
le città e i comuni per arrivare, a fine gennaio, alla conferenza nazionale. Il mantra di politici e analisti: il problema non è etico, non ci interessa la vita privata del premier. Eppure, quelle minorenni alla corte di Arcore sollevano anche una questione morale, altrimenti perché Berlusconi avrebbe rinunciato a presentarsi al pubblico delle famiglie? «Certo che esiste un problema morale, questo anche Bersani lo ha detto, “non
sono mica noccioline”», protesta Roberta
Agostini che, per la segreteria del Pd, sta preparando la Conferenza delle donne. «Quel suo comportamento privato ha un profilo pubblico.
Lui dice che ama le donne ma, in realtà, quell’idea delle donne come riposo del guerriero, le offende. Il vecchio e ricco presidente del consiglio che si circonda di ragazze trasmette
un messaggio tremendo e credo che anche molte donne che hanno votato per il centro destra ne siano avvilite».
In realtà, pensa Agostini, «in Italia c’è ancora un gigantesco lavoro culturale da fare, insieme alle proposte concrete sul lavoro e la dignità delle donne, perché c’è un nesso fra quel messaggio che Berlusconi trasmette, le condizioni reale delle donne e alcune scelte politiche fatte o non fatte». È uno dei temi che Agostini affronterà oggi nell’assemblea «verso la conferenza delle donne».
La Conferenza è un organo permanente previsto dallo Statuto del Pd insieme alla norma paritaria del 50%. Il percorso prevede che da oggi si faranno iniziative in tutte le città e i comuni per arrivare, a fine gennaio, alla conferenza nazionale.
Esempi di scelte politiche: è stata cancellata la legge, fatta dal centro sinistra, che proibisce la lettera di dimissioni in bianco che le aziende custodiscono in previsione di una gravidanza
indesiderata (dall’azienda); oppure la nuova legge sui consultori della regione Lazio, con il calvario, per la donna che scelga l’aborto, di dover sottostare a un esame della commissione bioetica. E ancora, l’aumento dell’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego senza alcuna compensazione, «né di carriera né di sostegno alla maternità ».E ancora, «il piano anti-violenza totalmente privo di risorse come senza risorse e senza definizione di tempi e obiettivi sono le politiche sull’occupazione femminile».
Mentre le condizioni reali emerse dai dati Istat presentati alla conferenza delle famiglie ci raccontano, insiste Agostini, che «le donne non ce la fanno più, infatti i tre quarti del lavoro familiare delle coppie, il 76,2%, pesa sulle loro spalle» e, se non bastasse la scarsa quantità di collaborazione, si deve guardare alla qualità: gli uomini giocano con i bambini e fanno la spesa ma non stirano e non puliscono. I dati sulle coppie giovani, precisa l’esponente Pd, per fortuna ci dicono una cosa diversa: «Nei ragazzi è più radicato e forte il piacere di condividere i compiti familiari, è il modello a cui si ispira la destra che è arretrato». Poi c’è il capitolo dolente, anche per il Pd, delle donne nella politica. Basta un giro per i siti dei consigli regionali: nel Lazio su 14 eletti Pd non c’è nemmeno una donna, in Toscana (una delle situazioni migliori) su 24 eletti ci
sono 5 donne; in Veneto c’è la capogruppo Laura Puppato, la
scorsa consiliatura le donne era pari a zero; in Campania le donne elette sono 3 su14(ha fatto meglio il centro destra che ha 8 consigliere su 21).
Le leggi elettorali non sono indifferenti, dal punto di vista della
rappresentanza femminile che, spesso, non è espressione di poteri costituiti e forti. Da questo punto di vista la situazione più difficile èquella della preferenza unica che produce un «cannibalismo interno alla lista», ci vuole in questi casi,
almeno «la doppia preferenza».

L’Unità 12.11.10

"Il tramonto del demiurgo", di Guido Crainz

È sempre più diffusa la consapevolezza di esser di fronte non solo al declino di un leader o di una proposta politica ma all´esaurirsi di una fase intera della storia del Paese, iniziata già prima della discesa in campo di Silvio Berlusconi.
Ma quando era iniziata, cosa ha significato nel vivere collettivo, quali sono i rischi e le opportunità che il suo declinare ci pone di fronte?
Alla lunga distanza appare sempre più chiaro il significato fortemente simbolico della cerimonia funebre in onore di Aldo Moro, nel maggio del 1978: venne forse sepolta allora un´intera stagione della Repubblica. Terminò forse allora la fase in cui gli aspetti positivi del “sistema dei partiti”, il loro essere protagonisti reali dello sviluppo nazionale avevano sostanzialmente prevalso su quelli negativi. Avevano in qualche modo offuscato o lenito i processi distorsivi che si erano delineati già negli anni sessanta e settanta. Nella stretta degli anni di piombo, e nel contemporaneo venir alla luce di gravi processi di corruzione e di degenerazione delle istituzioni, quella fase stava volgendo ormai al termine e nella sua agonia prendevano sempre più corpo nuovi modi di essere della politica e della società. Nello scenario che allora si aprì Bettino Craxi fu l´alfiere più deciso e consapevole di una trasformazione destinata a coinvolgere largamente il sistema dei partiti, in sintonia profonda con pulsioni presenti nell´insieme del Paese. E non capiremmo né il “craxismo” né il suo legame con ciò che è venuto dopo senza por mente alla più generale mutazione degli orizzonti e dei comportamenti collettivi che si delinea negli anni ottanta. Quegli anni ci appaiono non tanto espressione e simbolo della nostra modernità –come spesso si dice- quanto della pessima qualità etica e civile di essa. Vedono il prepotente diffondersi di un modo di “essere italiani” che è sempre più debolmente contrastato da altri modelli, da altri modi di intendere l´appartenenza nazionale, pur presenti e operanti. E´ nell´insieme della società che viene sempre più erosa l´idea di “bene comune”: a questo rinviano sia l´impetuoso irrompere della Lega delle origini sia l´esteso verminaio che le indagini di “Mani Pulite” rivelano.
Anche allora, anche agli inizi degli anni novanta la riflessione sulle tragedie e sulle macerie di un sistema politico e di un Paese fu presto accantonata, nel diffondersi di nuovi miti e di nuove illusioni. Nella aspettativa, se non nella certezza, di un nuovo “miracolo italiano” destinato a fiorire su quella macerie. La demonizzazione della “prima repubblica” permetteva di rovesciare sul sistema dei partiti ogni responsabilità del disastro mentre la discesa in campo di Silvio Berlusconi offriva riferimento e approdo a quei modelli di egoismo sociale e di sprezzo delle regole, a quelle modalità di affermazione individuale, a quelle visioni di sé e del mondo che si erano consolidate negli anni ottanta. Non aveva dunque radici fragili l´Italia che si strinse attorno al Cavaliere, e naturalmente la sua ampiezza e il suo spessore sono fortemente cresciuti in questi anni. Nonostante i limiti e il profilo non eccelso del premier, nonostante il periodico offuscarsi del suo carisma.
Non riusciamo a spiegare il lungo permanere di questa egemonia solo con le inadeguatezze (enormi) dello schieramento che gli si è contrapposto. Solo con l´incapacità del centrosinistra di contrapporre modelli di “buona politica” al dilagare di un populismo senza regole. Nel momento in cui la crisi del “berlusconismo” appare irreversibile non andrebbe ignorato che per un´ampia parte degli italiani –piaccia o non piaccia– Silvio Berlusconi era apparso come il demiurgo di una nuova fase. Aveva annunciato una nuova era, riproponendo quell´ (irresponsabile) ottimismo degli anni ottanta alla cui ombra erano stati erosi pilastri essenziali del modo di essere e della legalità del Paese. Di nuovo una illusione, certo. Una nuova, rassicurante ideologia che ha dato ulteriore alimento ad alcuni dei modi peggiori di “essere italiani”. Una illusione sinceramente condivisa, però, da consistenti settori sociali che hanno poi visto crollare progressivamente quelle aspettative e sono esposti ora al disincanto se non al rancore, e alla ulteriore chiusura negli egoismi individuali e di ceto.
Un “crollo delle aspettative” di diversa natura ma altrettanto profondo segna anche quella parte del Paese che a lungo ha tentato di opporsi allo “spirito del tempo”. Quella che ha sperato in un diverso futuro e per esso si è mobilitata più volte, in differenti e molteplici forme. E ogni volta ha visto andare deluso quell´impegno, ha visto scolorire la speranza che il centrosinistra sapesse raccogliere adeguatamente quella volontà e quella spinta. Sapesse proporre un´alternativa credibile. Non è paradossale allora che al declinare della maggioranza non corrisponda oggi una crescita di consensi per l´opposizione, né che appaiano sfuocate tutte le ipotesi e le formule politiche che sono state evocate in questo periodo.
Per tentare di uscire dal fango attuale, per rimettere in moto energie positive, occorre indubbiamente una larga alleanza, convergente su alcuni obiettivi essenziali (in primo luogo il ripristino delle regole e uno sviluppo equilibrato, con priorità a istruzione e lavoro), ma su quali basi? È stata evocata una “unità da Cln”, ma al di là di ogni altra considerazione il paragone è fuorviante: quei partiti erano legittimati dalla Resistenza, quelli attuali sono il risultato di anni di involuzione politica. Per iniziare a porvi argine dovrebbero dare fortissimi segnali di coraggio, di lungimiranza e di discontinuità. Cominciando ad esempio col riconoscere l´esigenza di una leadership autorevole – un candidato premier e una possibile squadra di governo da lui scelta, come vuole la Costituzione- caratterizzata da un programma condiviso ma largamente autonoma dai loro quotidiani veti e vincoli. Certo, sarebbe un colpo d´ala oggi quasi impensabile, ma senza un grande colpo d´ala sarà molto difficile vincere un confronto elettorale non lontano. Soprattutto, sarà molto difficile convincere realmente il Paese. Infondergli la fiducia, le motivazioni e le speranze necessarie per invertire una lunga deriva. Per riprendere il cammino.

La Repubblica 12.11.10

"Le regioni: no al maxiemendamento", di Roberto Turno

Una manovra 2011 e un maxiemendamento «profondamente insoddisfacenti» che rischiano di far saltare il banco con tagli «a servizi fondamentali per le persone, per le famiglie e per le imprese». I governatori muovono nuovamente all’attacco della legge di stabilità che, con la manovra estiva, crea «una situazione insostenibile» per le regioni e, affermano, non allenta affatto il patto di stabilità interno.
Hanno atteso inutilmente una convocazione del governo e così ieri, al termine del loro parlamentino per il parere sul federalismo fiscale (entrate regionali e costi standard sanitari), i presidenti di regione hanno ribadito il loro allarme. Chiedendo ancora un incontro a palazzo Chigi, ma anche ai presidenti di Camera e Senato e a tutti i capigruppo per illustrare le proprie ragioni. La speranza è di riuscire a trovare ascolto nel tempo (e negli spazi finanziari) che restano dell’iter parlamentare della manovra. «Sappiamo che il momento è complicato – ha detto il rappresentante dei governatori, Vasco Errani – ma lavoriamo per la piena collaborazione tra i diversi livelli istituzionali». Anche perché, ha aggiunto Roberto Formigoni, «noi continuiamo a credere nel federalismo fiscale, ma se i tagli rimangono quelli di luglio, per le regioni la situazione diventa insostenibile».
Trasporto pubblico locale e sanità sono i due capitoli più delicati e più pesanti. Due vere e proprie mine da disinnescare nei bilanci del 2011, con potenziali pesanti ricadute sociali da affrontare già dall’inizio dell’anno, anche a dispetto dell’incremento (200 milioni) del fondo per le politiche sociali. Sul piatto c’è ad esempio il finanziamento per soli 347,5 milioni dei fondi per la copertura del superticket per la specialistica (vale 834 milioni l’anno): basterà per 5 mesi, dopo di che le regioni o provvedono con le proprie forze, o dovranno ingegnarsi con ticket locali. Non bastano insomma le rassicurazioni della relazione tecnica governativa al maxiemendamento, secondo cui «il reperimento delle risorse restanti» è rinviato a «successivi provvedimenti». Il taglio al trasporto pubblico locale resta intatto, senza alcuna novità sostanziale rispetto al testo iniziale della legge di stabilità. E a nulla vale per i governatori la precisazione che i fondi Fas andranno per l’85% al sud e al 15% al centro-nord.

Insomma, stallo totale: le lancette nei rapporti col governo – presidenti di regione leghisti a parte – tornano al grande freddo di luglio. Con qualche concessione però alle regioni commissariate o sotto piano di rientro per i debiti sanitari, dalla parziale disapplicazione del blocco del turn over alla conferma assai poco gradita per imprese e fornitori in credito: il blocco dei pignoramenti varrà per tutto il 2011.

Il Sole 24 Ore 12.11.10

"Lenta fine di un governo inutile", di Marina Sereni

L’incontro tra Bossi e Fini non ha sortito alcun esito: siamo di fronte al declino di un leader, all’agonia di un governo. Il Pd compie un atto di responsabilità presentando una mozione di sfiducia per provocare più rapidamente possibile, approvata la Legge di Stabilità, la crisi formale di questo esecutivo il cui “non fare”, il cui “mal fare” sta producendo danni irreparabili. Le ragioni di questo tracollo non sono nelle inimicizie personali: l’emendamento presentato in queste ore dal governo alla Legge di Stabilità è, nel suo piccolo (appena cinque miliardi!), lo specchio della politica adottata in questi due anni dal centrodestra. Berlusconi ha fallito la prova del governo, resa più complessa dalla crisi economica nellaquale l’Italia avrebbe dovuto affrontare con serietà e ambizione punti di debolezza antichi: bassa crescita, alto debito pubblico, arretratezza infrastrutturale, inefficienza del sistema pubblico, bassa produttività.
Il governo non ha voluto né saputo creare le condizioni per un nuovo “patto sociale” tra imprese e lavoratori, per un nuovo “patto istituzionale” tra Stato centrale, Regioni ed Enti Locali, per un confronto civile e costruttivo tra maggioranza e opposizione. La crisi ha fatto da detonatore per il vaso incrinato del “berlusconismo”. Intendiamoci, il “berlusconismo” è stato una cosa seria: ha interpretato una crescente spinta alla personalizzazione della politica, usato in maniera moderna la potenza dei mezzi di comunicazione per “plasmare” l’opinione pubblica, utilizzato a manbassa le paure prodotte dalla globalizzazione proponendo un impasto originale di liberismo, statalismo e populismo che è riuscito a influenzare per una lunga fase la vita politica del Paese. Ma oggi il corpo del leader, come scrive intelligentemente Calise nel suo Il partito personale, è divenuto un ostacolo insormontabile.
Il populismo è servito alla destra ancora due anni e mezzo fa per ottenere consenso elettorale ma non è servito e non può servire per governare facendo le scelte necessarie a far ripartire il Paese. Questo dato va oltre i demeriti della destra, dovremo tornarci a riflettere come Pd: la richiesta fortissima che viene dai cittadini di una riforma della politica non può essere interpretata dai progressisti attraverso scorciatoie plebiscitarie e populiste perché alla prova dei fatti e dei problemi
reali dell’Italia (e del mondo si potrebbe dire!) queste soluzioni non consentono di governare. Sabato scorso due platee diverse, l’assemblea dei circoli a Romae la convention di Renzi a Firenze, hanno mostrato una grande vitalità della base del Pd e una ricchezza che molti sottovalutano. Mai come in questo momento l’obiettivo che il gruppo dirigente del Pd – tutto –
dovrebbe porsi è quello di unire fisicamente e politicamente quelle due platee, motivarle perché l’11 dicembre sia una grande giornata, per parlare all’Italia spaesata di oggi e indicare una strada alternativa

L’Unità 12.11.10

Napolitano: "Finanziaria, buio sulle scelte", di Roberto Petrini

“Non va tagliato tutto”. Protestano Comuni e Regioni. È ancora scontro sull´Ambiente. Prestigiacomo: fondi insufficienti, bastano solo per gli stipendi. Fli rivuole l´eco-bonus. Il monito del Quirinale arriva a poche ore dalla presentazione in Commissione Bilancio del maxiemendamento del governo: «C´è una grande confusione, un grande buio, il vuoto sulle scelte e sulle priorità nella destinazione delle risorse pubbliche», dice il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, intervenendo all´assemblea dei medici per l´Africa. «Dobbiamo contenere la spesa pubblica. Ma non dobbiamo tagliare tutto. L´arte della politica consiste proprio nel fare delle scelte».
Un richiamo, quello del Colle, che ha trovato eco nelle reazioni negative alle nuove misure. «Perseverare è diabolico, portare le risorse da 7 a 5 miliardi è una scelta miope», ha detto Susanna Camusso, leader Cgil. Il segretario della Cisl Bonanni ha chiesto «tagli equilibrati». Proteste anche da Regioni, Comuni e Province.
Critiche e rilievi che hanno convinto il governo a ulteriori interventi: con un nuovo emendamento al ddl Bilancio sono arrivati 130 milioni in tre anni per l´ambiente (per i parchi e la ricerca), ma dal ministero della Prestigiacomo si esprime disappunto e si fa notare che queste risorse servono appena per pagare gli stipendi. Aumenta anche la dotazione a ristoro dell´Ici dei Comuni da 280 a 344 milioni. Nel pacchetto 30 milioni per l´ammodernamento delle auto dei carabinieri e 346 milioni per i contratti ferroviari di servizio. A conti fatti, per ora, il maxiemendameto sale a 5,7 miliardi sull´indebitamento netto e a 6,1 sul saldo netto da finanziare. Tiene la scena e accende lo scontro il mancato rinnovo del bonus energetico sulle ristrutturazioni: lo reclamano i finiani («Il governo riconsideri la sua decisione», ha detto Della Vedova), l´Udc, la Confindustria e i sindacati. Non placa le proteste il viceministro Vegas che assicura di sanare la questione, nei prossimi giorni, in sede di «milleproroghe».
Ad aumentare l´attesa per il voto di oggi ci sono così 100 sub-emendamenti che possono mettere il governo a rischio: uno dell´Mpa, una decina Fli (e tra questi l´eco-bonus sulle ristrutturazioni); 25 emendamenti dell´Udc e circa 80 da parte del Pd. Tra gli ostacoli che ha dovuto superare il maxiemendamento durante una giornata di serrato confronto, lo scoglio della ammissibilità e il «giallo» del fondo da 800 milioni. Il vaglio di ammissibilità, sul quale ha preso una decisa posizione anche il presidente della Bilancio, il leghista Giorgetti, ha provocato la cancellazione di una serie di norme «ordinamentali» presentate dal governo e non in linea con la nuova Legge di Stabilità: saltano l´arbitrato nei contratti pubblici, frodi assicurative, semplificazioni in materia di appalti, norme urbanistiche ed edilizie. «Spiace lo stop alle misure», ha commentato il ministro Calderoli. Sotto il fuoco delle opposizioni, un tema sollevato da Massimo Vannucci (Pd), anche il fondo da 800 milioni, riservato a Palazzo Chigi, e non chiaro nei dettagli. Anche in questo caso si è sentito l´intervento di Giorgetti e in serata è giunto l´ok del governo che si è impegnato a fornire un elenco preciso delle voci.

La Repubblica 12.11.10

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“La Finanziaria dei rattoppi”, di Raffaella Cascioli

La manovra non soddisfa nemmeno regioni e comuni ma la coperta è corta.
In un’atmosfera da fine impero la commissione bilancio della camera si appresta a votare da oggi la legge di stabilità alla luce del maxiemendamento del governo e dei subemendamenti presentati ieri dalle forze parlamentari. L’ultima mossa di Tremonti, che per calmare gli animi della maggioranza ha riversato il pacchetto sviluppo nella Finanziaria cambiandone i connotati con misure per 5,5 miliardi di euro, non sembra aver allentato le tensioni della vigilia. Anzi, ha aumentato le fibrillazioni di quanti si attendevano quanto meno una parziale inversione di rotta del governo. A cominciare dalle regioni e dagli enti locali che, fortemente penalizzati dalla manovra di luglio, bocciano senza mezzi termini la Finanziaria come si va configurando, senza contare che per l’opposizione e parti della stessa maggioranza il maxiemendamento «non risolve » la grave situazione che si è venuta a creare.
Tanto più che le coperture – dalla lotta all’evasione agli stimati proventi dell’asta delle frequenze digitali per 2,4 miliardi – appaiono quantomeno scricchiolanti. Per il capogruppo del Pd in commissione bilancio, Pier Paolo Baretta, si tratta dell’ennesima soluzione pasticciata visto che parte del maxiemendamento «non è ammissibile perché di carattere ordinamentale» oltre al fatto che molte misure presentano una copertura insufficiente.
E così mentre ieri in commissione si è provveduto a respingere come inammissibili alcune parti del maxiemendamento, come la riforma degli appalti, dall’altra «sono rimasti i capitoli di spesa e con una forzatura abbiamo lasciato la parte relativa ai giochi nonostante i dubbi sull’ammissibilità». In ogni caso il Pd ha presentato un pacchetto di emendamenti che rimpinguano raddoppiandolo l’esiguo finanziamento riservato da Tremonti all’editoria pari a 60 milioni di euro per il triennio che così com’è metterebbe a rischio chiusura oltre 100 testate; prevedono il bonus del 55% per le ecoristrutturazioni, cancellato dal ministro; si impegnano a garantire per la cooperazione allo sviluppo le stesse risorse del 2010.
Sulla Finanziaria una condanna nel merito e sul metodo è stata espressa dal presidente delle regioni, Vasco Errani che ha bollato come un errore il mancato incontro con il governo chiesto dai governatori che puntavano a raggiungere «un accordo partendo dall’insostenibilità della manovra in relazione ai tagli e con particolare riferimento al trasporto pubblico locale e alla sanità». Dall’altro ha definito il maxiemendamento del tutto insoddisfacente, soprattutto, perché non prevede alcun allentamento del patto di stabilità. E se perplessità sono state espresse dal governatore della Lombardia Formigoni e della Basilicata De Filippo, da quest’ultimo sui fondi sociali o sulla parziale abolizione del ticket sulla diagnostica (che ha una copertura di 5 mesi), Errani ha condannato l’insostenibilità della manovra sul trasporto locale visto che si sono dirottati sulle infrastrutture ferroviarie delle tratte locali alcuni fondi previsti per il trasporto e si sono previsti anche aumenti tariffari per i pendolari.
Il presidente dell’Anci Chiamparino ha lamentato l’assenza dello sblocco dei residui passivi e ha spedito ai capigruppo della commissione bilancio e al ministro Fitto un sub emendamento con le richieste dei comuni. Se infatti gli enti locali giudicano positivamente la parziale restituzione dei rimborsi Ici sulla prima casa, attesa da due anni, denunciano di fatto che il genio di Tremonti si nasconde nei dettagli ovvero in quei 260 milioni sui 350 attesi dai comuni e in quei 480 milioni per l’allentamento dei vincoli del patto di stabilità in parte dirottati su Expo 2015. Particolare che ha fatto saltare la mosca al naso al sindaco Alemanno che si ritrova con niente in mano visto che il decreto su Roma capitale era vuoto mentre quello che avrebbe dovuto contenere le risorse è di fatto saltato.

da Europa Quotidiano 12.11.10

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“Napolitano, memento per Giulio”, di Mariantonietta Colimberti

Perché il Quirinale è intervenuto con tanta durezza sulla legge di stabilità? Cosa ha in mente?
«In Italia esiste un patrimonio fatto di generosità, dedizione, spirito di sacrificio. Anche questa, per fortuna, è l’Italia. Quando ci interroghiamo sull’oggi e sul futuro, non dobbiamo dimenticarcelo». Alla vigilia di un passaggio parlamentare e politico delicatissimo, il presidente della repubblica, nella due-giorni veneta, sceglie di marcare il suo ruolo di custode dei valori della Costituzione facendosi al contempo testimone e guida dell’Italia migliore, ma anche critico severo delle insufficienze della politica e del governo.
Non diversamente da così può essere interpretata la sequenza delle “cose” dette da Napolitano ieri, in visita a Padova e a Vicenza, accolto e inseguito dagli applausi delle popolazioni colpite dall’alluvione, dei loro sindaci, dei giovani volontari, anche immigrati, ai quali ha rivolto apprezzamenti convinti («Sono qui per dirvi grazie. Avete dimostrato che non state ad aspettare l’aiuto dello stato. Nessuno qui si è vergognato di usare la scopa»), dei ricercatori, dei giornalisti del Mattino.
Perché Napolitano ha detto “cose” forti, irrituali persino, destinate sicuramente a pesare nell’immediato. «C’è una grande confusione, un grande buio, il vuoto sulle scelte e sulle priorità nella destinazione delle risorse pubbliche. Esiste un imperativo della solidarietà, che è uno dei fondamenti della nostra Costituzione, un patto che ci lega come italiani». La platea è quella del Cuamm, l’associazione dei medici per l’Africa, la prima organizzazione non governativa in campo sanitario riconosciuta in Italia, che celebra il sessantesimo anniversario dalla sua nascita. «Abbiamo un debito pesante sulle spalle – dice il presidente – e dobbiamo contenere la spesa pubblica. Ma non sono concepibili sordità e assurdità cosicché con un tratto di penna si cancellano gli aiuti allo sviluppo. L’arte della politica consiste proprio nel fare delle scelte».
Il riferimento diretto è, evidentemente, al dimezzamento del fondo per la cooperazione previsto nella legge di stabilità, ma il tono, durissimo, e la denuncia della mancanza di «riflessione » e di «confronto» sui tagli lasciano intendere che per il capo dello stato la misura è colma. Appena quattro giorni fa il Quirinale aveva richiamato l’attenzione, con un comunicato ufficiale, alle scadenze «inderogabili», l’approvazione in parlamento della legge di stabilità e della legge di bilancio. Ieri è arrivato il giudizio di merito sui provvedimenti in campo. E non è stato certo un giudizio lusinghiero.
Non sarebbe difficile attribuire alle parole del capo dello stato un significato politico che va oltre una critica alla finanziaria e investe direttamente il ministro dell’economia, colui che in solitaria dà e più spesso toglie, senza accedere a confronto alcuno. Una sorta di sbarramento preventivo a qualsiasi ipotesi di costruendo governo Tremonti. Non sarebbe difficile, anche se non ci sono elementi che autorizzino questa interpretazione.
Del resto, il monito sulla finanziaria non è stato l’unico della giornata di ieri. Il presidente ne ha avute anche per la stampa, colpevole di non fare più giornalismo di inchiesta («a quando risale l’ultima inchiesta sulle alluvioni? al 1966?» ha detto rivolto ai giornalisti del Mattino) e di occuparsi troppo di gossip.
L’impressione è piuttosto quella che Napolitano, forte del consenso popolare, stia accentuando, tanto più in una difficile temperie come l’attuale, quel profilo di autorità morale che in questi anni, e sempre più negli ultimi mesi, lo ha caratterizzato, esercitando di fatto un ruolo di supplenza di fronte alla caduta di autorevolezza e di credibilità della politica.

da Europa Quotidiano 12.11.10