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"Articolo 18, adesso ci riprova Sacconi a distruggere i diritti", di Luigina Venturelli

Il governo chiede mano libera per cancellare sessant’anni di storia repubblicana. Questa è la sostanza del disegno di legge che il ministro Sacconi ha inviato alle parti sociali per fare un nuovo Statuto dei lavori: una delega piena e senza limiti, se non quelli di un ristretto nucleo di diritti indisponibili di rilevanza costituzionale, per spazzare via il vecchio Statuto dei lavoratori. Articolo 18 compreso. Anche il divieto di licenziare senza una giusta causa, come tutte le altre previsioni di legge in materia di lavoro, sarà infatti derogabile da parte della contrattazione: l’intesa tra le parti, anche se raggiunta senza l’accordo unanime di tutti i sindacati, diventerà più forte della volontà popolare impressa nella legge.
LA DEROGABILITÀ COME NORMA La bozza presentata ieri da Maurizio Sacconi, infatti, contiene una delega all’esecutivo per emanare «un testo unico in materia di lavoro denominato Statuto dei lavori», che raggiunga «l’obiettivo di ridurre almeno del50%la normativa vigente ». Aria nuova che dovrebbe «incoraggiare una maggiore propensione ad assumere e un migliore adattamento tra le esigenze del lavoro e quelle della impresa». Per arrivarci, il ministro del Welfare ha anche chiesto la “copertura” dei sindacati, nella forma di «un avviso comune delle parti» sulla bozza che preceda la consegna in Consiglio dei ministri e in Parlamento. Mala sostanza del disegno legislativo lascia ben poche speranze al progetto, nonostante l’avviso comune non debba essere necessariamente unanime. La filosofia, ha spiegato Maurizio Sacconi, è infatti quella di distinguere tra una parte di «diritti inderogabili» riconosciuti a tutti i lavoratori e un’area di tutele «con possibilità per la contrattazione collettiva di una loro modulazione nei settori, nelle aziende, nei territorio anche in deroga alle norme di legge, valorizzando il ruolo e le funzioni degli organismi bilaterali». Ovvero: tutto ciò che non sarà previsto nella prima parte, nella quale confluiranno i diritti sanciti dalla Costituzione e dalla Carta dei diritti dell’uomo, sarà alla completa disponibilità delle parti, in meglio come in peggio. Dipenderà – si legge nella bozza – dall’andamento economico dell’impresa, del territorio o del settore, dalle dimensioni dell’impresa, dall’anzianità di servizio e dalla professionalità del lavoratore. «Si può andare in tutte le direzioni » ha precisato il ministro. Compresa quella di cancellare lo Statuto dei lavoratori e l’articolo 18, sul cui destino Sacconi preferisce lavarsi le mani: «Non lo so, non decido io, dipende dalle parti», che potranno intervenire su di esso visto che «non è tra i diritti fondamentali, tant’è che non si applica a tutti i lavoratori». Una bomba ad orologeria pronta ad esplodere in campo sindacale, dunque, con un sostanziale taglio lineare ai diritti dei lavoratori italiani. Resta da chiedersi per quale ragione il governo la presenti proprio ora che le sue sorti sono quanto mai incerte.
LO SGAMBETTO AL CONFRONTO Solo pochi anni fa tre milioni di persone scesero in piazza contro una simile ipotesi, ed oggi meno che mai l’esecutivo di Berlusconi avrebbe la forza politica per esercitare una delega di tali proporzioni. «L’accordo tra le parti non scade con la legislatura, qualsiasi governo non potrà non tenerne conto » ha azzardato il ministro. Ma non così la pensa la Cgil: «Questa bozza ha un unico evidente motivo, tentare di far saltare il tavolo di confronto tra le parti sociali, introducendo elementi di divisione » ha commentato il segretario confederale Fulvio Fammoni, riconoscendo nei contenuti della delega «una concezione d’impresa svincolata da obblighi sociali e di un lavoro sempre meno considerato come valore ma mero fattore della produzione», in cui saranno penalizzate soprattutto i lavoratori delle imprese più piccole e dei territori più deboli. Duro anche il commento del democratico Cesare Damiano: «Un conto è il decentramento contrattuale, un altro è far nascere sindacati corporativi di comodo, non solidali, e generare così una corsa al ribasso dei diritti e delle retribuzioni dei lavoratori».

L’Unità 12.11.10

"Eco-incentivi, indietro tutta", di Roberto Della Seta e Francesco Ferrante

Se non vi saranno novità, dal prossimo gennaio gli italiani non potranno più contare sul credito d’imposta del 55% per le ristrutturazioni di appartamenti e condomìni a fini di miglioramento energetico. Il centrodestra aveva promesso il rinnovo dell’incentivo, introdotto 4 anni fa dal governo Prodi.
E nei giorni scorsi circolava l’ipotesi che la proroga venisse inserita nel maxiemendamento alla Finanziaria: così non è stato, e ormai siamo decisamente in “zona-Cesarini”. Questa scelta, o non-scelta, è al tempo stesso stupefacente e comprensibilissima.
Da una parte, questo governo e questa maggioranza hanno sempre guardato all’ambiente come ad un optional, tanto più irrilevante in tempi di crisi economica. Per loro, come disse qualche mese fa Berlusconi, «occuparsi d’ambiente quando c’è la recessione è come andare dal parrucchiere con la polmonite». Così, di Finanziaria in Finanziaria, sono stati più che dimezzati i fondi per i parchi, per la lotta al dissesto idrogeologico, per la difesa della biodiversità. E però, la decisione di far morire gli eco-incentivi alle ristrutturazioni delle case è ancora un passo oltre questa idea generale così arretrata delle politiche ambientali: è una decisione incredibile, quasi surreale. Il 55% è la dimostrazione palmare di come un incentivo fiscale intelligente possa far bene al tempo stesso all’ambiente, all’economia, persino alle casse dello stato. In quattro anni è stato utilizzato per 843mila interventi – coibentazioni, doppi vetri, caldaie ad alto rendimento, infissi a tenuta, sistemi di gestione elettronica degli impianti di riscaldamento e climatizzazione –, per un fatturato superiore agli 11 miliardi, un effetto occupazionale pari ad almeno 150mila posti di lavoro, un risparmio energetico di 4.500 Gw. Inoltre, queste decine di migliaia di piccoli cantieri hanno rappresentato un grande volano per migliaia di aziende artigianali e di piccole imprese, in particolare in settori ad alta innovazione (domotica, fonti rinnovabili, nuovi materiali).
Tutti gli osservatori e gli addetti ai lavori hanno più volte sottolineato l’utilità degli eco-incentivi anche dal punto di vista delle casse dello stato, visto che senza credito d’imposta la gran parte degli interventi non si sarebbe realizzata o sarebbe avvenuta in nero, e dunque il fisco avrebbe perso il relativo gettito Iva e Irpef. Oltretutto, è da osservare che mentre la deduzione fiscale per i contribuenti è spalmata su 5 anni, le entrate Iva e Irpef per lo stato sono immediate.
Per sostenere queste ottime ragioni, l’associazione degli Ecologisti democratici insieme al Pd promuoverà fino a domenica più di cento iniziative in altrettante città, per chiedere che il governo torni sui suoi passi e decida, sia pure in extremis, il rifinanziamento degli eco-incentivi. Sarebbe un’autentica follia se l’Italia, mentre fatica più di tutti a riavviare dinamiche di sviluppo, rinunciasse per la cecità della destra a questa misura virtuosa che è utilissima all’ambiente, all’economia ed indispensabile anche per raggiungere gli obiettivi assegnatici dall’Europa nel campo della lotta ai cambiamenti climatici.
Abbiamo scelto per queste giornate un titolo – “Non si interrompe una rivoluzione” – che ci pare renda bene l’idea: proprio la crisi economica sta convincendo il mondo a camminare con più vigore verso l’economia sostenibile, l’Italia non può e non deve muoversi contromano

da Europa Quotidiano12.1.10

"La scuola della disuguaglianza", di Marina Boscaino

Mentre tutti i 26 Paesi dell’Unione Europea si attrezzano per sostenere l’avanzamento dell’obbligo scolastico, per fare in modo che i ragazzi stiano il più a lungo possibile a scuola (il nostro – il 27° – è l’unico ad avere l’obbligo sotto i 15 anni); mentre – mancato il programma di Lisbona 2010 – i Paesi europei si sono ridati per il 2020 l’obiettivo di aumentare il numero dei giovani tra i 20 e i 24 anni con un diploma di scuola superiore; mentre fior di ricerche dimostrano i costi sociali della dispersione, nonché i vantaggi economici a lungo termine di un aumento della scolarizzazione; mentre accadono queste ed altre cose, nella nostra sgangherata Italia, nell’Italietta che vive alla giornata, o meglio al minuto, si segna una delle pagine più nere delle politiche dell’istruzione da sempre fino ad oggi e si compie un enorme passo avanti verso la demolizione del progetto di innalzare l’obbligo scolastico a 16 anni.
La Camera ha infatti approvato il ddl Lavoro, che introduce – in sostituzione dell’ultimo anno di biennio – la possibilità di svolgere formazione in azienda. Qui da noi, cioè, un anno di apprendistato ha lo stesso valore di anno di scuola (professionale, tecnico, scientifico, in un’allucinante controtendenza rispetto al mondo civile. Ecco un esempio davvero eloquente del significato che coloro che ci governano attribuiscono alla scuola. Del resto, non ci stupisce, considerando il trattamento riservato al nostro sistema di istruzione negli ultimi due anni. Ma si tratta di un esempio ancor più significativo del modo in cui concepiscono i diritti fondamentali. E non solo quello all’istruzione, ma soprattutto quello che vorrebbe analoghi trattamenti per tutti i cittadini del nostro Paese. Si accettano scommesse: chi pensate sarà coinvolto da questo lungimirante ripristino delle caste? I figli dei professionisti, o anche dei commercianti? Coloro che possono contare su condizioni socioeconomiche favorevoli? Quelli che – per abitudine culturale o per moda sociale – dispongono di libri in casa, come si trattasse di un bene primario? O coloro che galleggiano in precarie condizioni sociali, economiche e culturali? Faranno ricorso a questo sconvolgente passo indietro sul piano della democrazia, dell’inclusione, delle pari opportunità e del diritto di vivere la prima parte dell’adolescenza lontano dal lavoro i nati bene o i nuovi italiani, i figli di un dio minore per razza, colore, religione, latitudine?
Continuiamo a spendere parole belle, parole alte; continuiamo ad esprimere concetti per un altro mondo. Forse ci parliamo addosso, senza rendercene conto. Perché in questo mondo, quello in cui viviamo, scuola inclusiva, emancipante, educazione, conoscenza, socializzazione, relazione educativa, uguaglianza, cittadinanza, sono formule vuote, che non emozionano più quasi nessuno. Che non producono reddito immediato, e perciò non interessano. La disuguaglianza sociale non rappresenta più un disvalore per nessuno. Tranquillamente, in barba a don Milani, facciamo parti diverse tra diversi.

www.flcgil.it

«Macerie di democrazia»: l'Italia a L'Aquila il 20 novembre

Diciannove mesi dopo le 3.32 del 6 aprile 2009 gli aquilani fanno duramente i conti con una ricostruzione che non c’è, non è mai iniziata e non si vede all’orizzonte. Si sentono all’«epicentro della crisi» che coinvolge il paese intero e chiamano a raccolta tutti gli italiani per una grande manifestazione indetta per il 20 novembre nel martoriato centro del capoluogo abruzzese. Doppia è infatti la piattaforma delle rivendicazioni: una strettamente inerente agli immensi problemi degli abitanti del bacino colpito dal sisma, lasciati soli nonostante la propaganda del governo.

«Solo per fare un esempio – dice Annalucia del comitato “L’Aquila Anno 1” – il Governo ci fa tornare a pagare la tutte le tasse, saremmo trattati meglio se fossimo stati evasori, che riportano il capitale in patria con il 5%». L’altra piattaforma fa appello al resto del paese, «perché la situazione dell’Aquila – dice ancora Annalucia,– non è solo un problema locale ma è il paradigma di tutte le crisi italiane, il denominatore comune sono le emergenze gestite con le deroghe, con i commissariamenti, con gli appalti della Protezione Civile fuori ad ogni controllo democratico e costituzionale». A questo si lega indissolubilmente, secondo gli aquilani, il discorso sullo scempio dei territori.

«All’Aquila , a fronte di un centro storico abbandonato, c’è stata un’enorme speculazione edilizia e ancora rischiamo opere inutili, ma anche nel resto d’Italia in nome di un presunto sviluppo si devastano interi paesi, vedi il ponte sullo Stretto, mentre l’unica vera opera pubblica che servirebbe è la messa in sicurezza del territorio per far si che non avvengano più tragedie». Un accenno poi alla precarietà che «devasta l’Italia ma che è drammatica all’Aquila».

«Aumentano solo affitti, cassa integrazione e speculazione – si legge nel manifesto – vogliamo politiche pubbliche per non emigrare». Infine il capitolo chiamato “propaganda e censura”. «L’Aquila è stata teatro di una grossa operazione mediatica che ha nascosto la realtà, ha sbandierato un’efficienza che non c’era (era tutto a posto così come sono spariti i rifiuti a Napoli, no?) e ha soffocato il dissenso», commenta ancora Annalucia portando a conforto i dati dei tg nazionali che hanno «oscurato tutte le nostre manifestazioni tra cui quella del 16 giugno dove hanno partecipato tutte le istituzioni locali e la curia e che quando non ci oscurano ci criminalizzano come è successo con gli incidenti del 7 luglio a Roma, dove siamo stati manganellati senza motivo».

«Noi crediamo – sintetizzano insomma i comitati dei cittadini che hanno indetto la manifestazione – che L’Aquila sia l’esempio di quel che il governo stia facendo all’Italia tutta per questo abbiamo voluto chiamare il corteo del 20 “Macerie di democrazia”». Durante la manifestazione comincerà la raccolta delle 50 mila firme necessarie alla presentazione della proposta di legge di iniziativa popolare elaborata dai cittadini dell’Aquila per una ricostruzione della città trasparente e partecipata che trasformi la “politica dell’emergenza” in una “politica della prevenzione” in tutta Italia e per tutti i disastri ambientali e naturali.

L’Unità 12.11.10

"Basso Impero", di Michele Brambilla

Non è detto, non è affatto detto che l’impero di Silvio Berlusconi sia arrivato al capolinea: l’uomo ha più di sette vite e lo ha già dimostrato tante volte.
Magari rivincerà le elezioni e non farà prigionieri. Ma in questi giorni il clima è un clima da fine impero, e quando finisce un impero si scatenano gli istinti più bassi, la ribalta è degli ex fedelissimi che tradiscono e dei nemici che infieriscono, e questa è una delle cose peggiori perché non c’è niente di più vile che infierire su chi cade.

Sono giorni già tante volte vissuti in questo Paese, i giorni del «mai stato fascista, io» e del «mai stato craxiano, io». Pare si attenda da un momento all’altro un’immancabile apocalisse, forse anche una catarsi, crescono da una parte la voglia anzi la necessità di riciclarsi e dall’altra quella del regolamento di conti. Per un po’ sarà il caos, come dopo il 25 aprile: si starà alla finestra, un po’ di qua e un po’ di là in attesa di capire come va a finire. Un vecchio collega raccontava di quel che accadde al suo paese, in Veneto, dove l’ex podestà, diventato primo sindaco provvisorio dopo la Liberazione, stava – con un fazzoletto rosso al collo – nella piazza principale a fianco del parroco: un cittadino si presentò davanti ai due sollevando contemporaneamente entrambe le braccia, la destra per il saluto romano e la sinistra per il pugno chiuso, esclamando: «Sia lodato Gesù Cristo».

Ogni fine impero è però preceduto dal basso impero, il cui tratto distintivo è lo scadimento della corte. Successo dopo successo, il re si convince di essere invincibile e soprattutto infallibile, così da non avere bisogno di consiglieri saggi ma di chi gli dà sempre ragione. Mussolini cominciò con Giovanni Gentile e Alfredo Rocco e finì con Achille Starace. A chi lo metteva in guardia dicendogli «Duce, Starace è un cretino», lui rispondeva: «Lo so, ma è un cretino obbediente».

Lungi da noi fare paragoni di persone e di sistemi politici – l’equiparazione tra berlusconismo e fascismo è una via di mezzo tra una barzelletta e una bestemmia storica – ma è innegabile lo sconcerto provato, anche fra tanti elettori di centrodestra, nel vedere quale sia il livello del materiale umano che pare il più vicino a Berlusconi in questi ultimi tempi. Lo sconcerto ad esempio nell’aver visto i filmati – messi in rete dal settimanale «Oggi» – che documentano il trasporto delle ragazze di Lele Mora a casa Berlusconi. «Mi piacciono le donne», ha detto Berlusconi, ma ci si chiede se abbia bisogno di andare a una festa a Casoria, di frequentare Gianpaolo Tarantini e Patrizia D’Addario, di spacciare una disinvolta minorenne per la nipote del Presidente egiziano per tirarla fuori da una camera di sicurezza.

Quello che sta venendo fuori sulla corte di Berlusconi è difficilmente difendibile anche dai berlusconiani antemarcia. Lele Mora ed Emilio Fede sono indagati per favoreggiamento della prostituzione, e con loro Nicole Minetti, una ragazza di 25 anni che il presidente del Consiglio ha conosciuto come igienista dentale quando è stato ricoverato per la statuetta del Duomo tiratagli in faccia, e che poi è stata catapultata alla Regione Lombardia nel listino bloccato: eletta consigliere, cioè amministratrice dei lombardi, senza neanche passare per l’incognita del voto. Per quali meriti? Leggiamo poi che una tale Perla Genovesi, già assistente di un senatore di Forza Italia e arrestata nel luglio scorso con l’accusa di traffico di droga, tra il 2003 e il 2007 ha avuto 48 contatti telefonici con la residenza privata di Berlusconi ad Arcore; leggiamo che sempre questa Perla ha avuto 500 contatti con una sim intestata a Sandro Bondi e che un non precisato «assistente di Formigoni» l’aveva avvisata di avere il telefono sotto controllo. Poi c’è un’altra presunta escort (adesso si chiamano così perché il politicamente corretto ha ribattezzato perfino il meretricio) che risponde al nome di Nadia Macrì e che sostiene di avere avuto rapporti «con il presidente Berlusconi tramite Lele Mora per cui lavoravo» e anche con il ministro Brunetta, che ha smentito.

Leggiamo tutto questo e ci chiediamo: è davvero così la corte dell’ultimo Berlusconi? Ieri Fabrizio Corona ha detto che dei festini ad Arcore ci sono pure le foto. E Fabrizio Corona, di cui Lele Mora ha assicurato essere stato l’amante, è già stato condannato: eppure in questa Italia è un idolo di tante ragazze e sulle reti Mediaset è andato spesso a fare il maître à penser.

Forse tra vent’anni diremo: ma com’è stato possibile tutto questo? Alcuni tra i vecchi amici e consiglieri di Berlusconi sotto voce spiegano: «Ha voluto sostituire Gianni Letta con Daniela Santanchè e Fedele Confalonieri con Lele Mora». Vero o falso? Ferdinando Adornato, in un intervento alla Camera, ha rimproverato a Berlusconi di aver cambiato gli «intellettuali di riferimento» passando «da Lucio Colletti» (e si potrebbero aggiungere Marcello Pera, Paolo Del Debbio, Piero Melograni, Giuliano Ferrara) a giornalisti che parlano alla pancia della destra più becera e usano la tastiera come un manganello.

Ieri con un’intervista a Luca Telese del «Fatto» anche Vittorio Feltri ha preso le distanze. Ha detto che «tanta gente di destra si è rotta le balle di tutte le veline di Berlusconi», che il caso Ruby non gli è piaciuto, che Berlusconi «non doveva andare a Casoria», che «è stanco, confuso, non ha fatto tante cose che doveva fare»; ha distinto la posizione del direttore del «Giornale» Alessandro Sallusti, che è per fare quadrato attorno al Cavaliere, dalla sua, che è per la libertà di critica. Ha fatto capire, forse addirittura annunciato, che se ne andrà dal «Giornale» per fondare un altro quotidiano. Anche Maurizio Belpietro di «Libero», uno dei più agguerriti, nei giorni scorsi ha dedicato al premier un editoriale intitolato «È dura aiutarlo se non inizia ad aiutarsi da sé».

Segnali che l’impero è davvero al crepuscolo? Nelle aziende del Cavaliere, Mediaset e Mondadori in testa, la preoccupazione si tocca con mano. Perché ci si chiede: come sarà il dopo? Lasceranno in pace il Berlusconi non più premier? O ci sarà la vendetta? Di sicuro, se vendetta sarà, avrà il contorno di tante tricoteuses, tra cui molti adulatori dei tempi beati. Perché questa è l’Italia. Non c’è nulla di male nel cambiare idea, anzi. Ma va distinto chi se ne va quando il capo è ancora potente da chi se ne va quando la barca affonda. Come cantava Francesco Guccini: bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà.

La Stampa 12.11.10

Finanziaria, Pd: da maxiemendamento fondi insufficienti per rilancio università

Ghizzoni: marcia in dietro su tagli a borse di studio dimostra che ministro ha mentito. “Non si capisce proprio di che cosa gioisca il ministro Gelmini visto che gli 800 milioni di euro per il fondo di funzionamento ordinario delle università permetteranno a mala pena di pagare gli stipendi e non consentiranno alcun rilancio del sistema universitario né l’attivazione di un presunto piano straordinario per i ricercatori”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni replica al ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini che oggi, commentando il contenuto del maxiemendamento ha detto che se verranno confermate le cifre di cui è a conoscenza, si potrà far fronte all’ordinaria amministrazione e al diritto allo studio. “Con queste cifre non si riesce neanche ad annullare l’effetto devastante dei tagli della finanziaria. Sulle borse di studio prendiamo atto del passo in dietro del Governo, avevamo quindi ragione a denunciare il taglio nonostante il ministro abbia voluto nasconderlo per settimane”.

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UNIVERSITA’, PD: RISORSE INADEGUATE. BASTA CON I TRUCCHI

Dichiarazione congiunta di Marco Meloni, responsabile Università e ricerca segreteria PD, Maria Chiara Carrozza, presidente del Forum Università e ricerca PD e Manuela Ghizzoni, capogruppo del PD nella Commissione Istruzione della Camera dei Deputati.

Niente di nuovo sotto il sole: il governo con una mano sottrae all’università 1 miliardo e 200 milioni di euro, cui si devono aggiungere 200 milioni di ulteriori tagli alla ricerca, e con l’altra ne restituisce una parte, appena sufficiente ad assicurare le spese obbligatorie degli Atenei, a ridurre parzialmente il vergognoso tentativo di abolire il diritto allo studio e a finanziare per il primo anno una norma assai sbagliata, quella che si limita ]all’immissione in ruolo di poche migliaia di professori, mentre molti più sono i docenti che vanno in pensione e aumenta lo spazio del precariato senza prospettive.

Questa misura è del tutto inadeguata. La realtà è che il governo è arrivato al capolinea e non ha più alcuna legittimazione per affrontare l’esame di un provvedimento, quello di riforma [dell’università, di per sé sbagliato e che avrebbe bisogno di un anno e mezzo di normative di attuazione, senza le quali l’Università sarebbe bloccata.

Il PD chiede al Parlamento di utilizzare la Legge di stabilità per ripristinare integralmente i tagli all’università e alla ricerca e per dare spazi aperti alla selezione, fondata sul merito, di una nuova generazione di docenti universitari, dando opportunità, fondate sul merito, ai ricercatori strutturati e precari.

Su questa base finanziaria minima sarà possibile voltare pagina, e discutere della vera riforma dell’Università di cui il Paese ha bisogno: regole e qualità al sistema, opportunità e mobilità sociale per gli studenti, merito e ringiovanimento nella carriera docente, la ricerca come motore della ripresa dello sviluppo.

Un progetto di riforma vera, contenuto già nelle proposte avanzate in sede parlamentare, che continueremo a presentare al mondo universitario nel nostro tour negli Atenei italiani, che nelle prossime tre settimane toccherà le principali sedi universitarie.

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“Tremonti riduce il taglio ai fondi di funzionamento degli atenei. Gelmini: risorse sufficienti” di Claudio Tucci

Tremonti riduce il taglio al fondo di funzionamento degli atenei. Nel 2011, per effetto della manovra estiva, era in cantiere una sforbiciata di circa 1,3 miliardi rispetto allo scorso anno, mentre ora nel maxiemendamento al Ddl di Stabilità è previsto un recupero di parte di questi fondi: 800 milioni, che fa scendere quindi a 500 milioni la sforbiciata alle risorse per il funzionamento degli atenei imposta da via XX Settembre. Soddisfatta il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini che, nel corso di una conferenza stampa, a palazzo Chigi, sullo sport nelle scuole, rispondendo a una domanda del Sole24ore, ha sottolineato come «ora ci sia a disposizione della riforma universitaria un miliardo di euro». Cifra, ha aggiunto, ritenuta sufficiente «per far fronte alle spese ordinarie, al piano di assunzione triennale per i ricercatori e per garantire il diritto allo studio».

Oltre agli 800 milioni in più rispetto ai precedenti tagli per il fondo di finanziamento ordinario, infatti, il ministro fa riferimento al recupero, sempre per il 2011, di 100 milioni per le borse di studio e di altri 100 milioni per i voucher all’inglese alla ricerca, contenute sempre nel maxiemendamento. Il testo presentato ieri sera dal Governo prevede anche, dal 2012, a regime, un incremento del fondo di funzionamento degli atenei di 500 milioni annui. «Soldi insufficienti», commenta la capogruppo Pd in commissione Cultura a Montecitorio, Manuela Ghizzoni, che aggiunge: «siamo alle solite di un governo che non mantiene gli impegni e che mette a repentaglio la conoscenza e il sapere».

Il recupero invece di nuove risorse per l’università è commentato con favore dalla pidiellina Paola Frassinetti, relatrice del Ddl Gelmini, come si ricorderà in stand bye alla Camera per mancanza di fondi, che auspica ora che il provvedimento riprenda speditamente il cammino parlamentare. «Mi auguro – ha detto – che ciò possa accadere il 23 novembre, al termine della sessione di bilancio».

Tuttavia gli 800 milioni in più recuperati dal governo per il 2011 e i 500, a regime, dal 2012, serviranno anche per rilanciare il piano di concorsi per associato, targati Frassinetti, che, nella versione originale, prevedeva la promozione di 9mila ricercatori fino al 2016, con costi per 1,7 miliardi. Come annunciato dal ministro Gelmini, i concorsi si faranno, ma solo però per i prossimi tre anni. E se il contingente di posti resterà fermo a quota 1.500 l’anno, con le nuove risorse in più sarà possibile “promuovere” ad associato 4.500 ricercatori, la metà della previsione iniziale.

Il Sole 24 Ore 12.11.10

Dossier su Pompei

“Da Seul, Berlusconi dice di aver qualche difficoltà. Beh gli esprimiamo solidarietà umana ma qui non si parla delle sue difficoltà ma di quelle di un Paese”. Così il segretario Pier Luigi Bersani ha introdotto la conferenza stampa di presentazione del dossier Pd sulle responsabilità e la cattiva gestione da parte del ministro Bondi sui crolli agli scavi di Pompei.
“Non si può più tirare avanti sulle increspature e i traccheggiamenti. Non c’è più un briciolo di fiducia nel Paese. Siamo davanti ad una crisi conclamata: il centro destra è in crisi perché ha sbagliato il rapporto con il Paese nella più grande crisi economica e sociale dal dopoguerra. Si percepisce il fallimento del governo e delle sue azioni limitate ai processi personali del capo”.

“C’è bisogno di una ripartenza del Paese” ha continuato Bersani. “Non perdiamo tempo, usciamo da questa sbornia. Il primo passo è la riforma della legge elettorale per mettere in sicurezza la democrazia”.

“Bondi dice che dovrebbe vergognarsi chi chiede le sue dimissioni? Siamo al surreale. Non è vero che il ministero non ha responsabilità su quanto accaduto a Pompei. Sono venute meno le politiche culturali. Il ghe pensi mì ha portato all’idea di semplificazione della politica ovvero di dare tutto in mano alla Protezione Civile. E non ha funzionato”.

Il dossier (in allegato) sulle responsabilità e le gravi carenze del ministero dei Beni culturali è stato presentato da Matteo Orfini, responsabile Cultura del Pd. “È stato un crollo preannunciato. Bondi non ha voluto ascoltare né il nostro allarme lanciato un anno fa né quello del mondo scientifico. Il nostro dossier parte con l’eruzione del Vesuvio del 79dc che seppellisce Pompei: forse l’unico caso in cui sarebbe stato necessario un intervento della Protezione civile!”

Molte sono le responsabilità che possono essere attribuite al ministro Bondi a partire dal fatto che non c’è mai stata un’urgenza reale tale da richiedere il commissariamento di Pompei sotto la Protezione civile. E poi, dichiarata l’emergenza, l’impegno del governo è stato nullo con zero risorse assegnate. Alla fine tutti gli investimenti fatti non hanno giovato alla tutela del sito ma sono stati catalogati in “opere altre”.

“Ci sono stati sprechi di risorse e di servizi.Il Portale WEB PompeiViva: è online ma è piuttosto il sito del Commissario ed in gran parte (testi ed immagini) replica o meglio copia interamente i contenuti dell’esistente www.Pompeiisites.org , istituzionale e che costa solo 6.000 € all’anno di hosting e manutenzione”.

Lo stesso si dica per “l’Interfaccia web per una Banca dati dei beni archeologici vesuviani. Esiste da anni presso il SIAV di Boscoreale un progetto finalizzato a ciò (riprende anche il vecchio progetto Neapolis) al quale ultimamente ha lavorato anche la Normale di Pisa”.

“Impianto di videosorveglianza. Gli Scavi di Pompei e tutti gli altri siti sono già da anni dotati un impianto di videosorveglianza la cui manutenzione ed assistenza è stata assegnata con gara pubblica e copre le 24 h per 7 giorni. Gli impianti di telecamere sono posti lungo il perimetro della città antica per evitare di sconvolgere i siti con pali e cablaggi”.

Il restauro del Complesso dei Teatri è costato oltre 6 milioni di euro. Il progetto preparato dalla Soprintendenza e aggiudicato con bando di gara prevedeva una spesa di € 730.000.

La Carta di Venezia (ICOMOS – UNESCO): le aggiunte non possono essere tollerate se non rispettano tutte le parti interessate dell’edificio, il suo ambiente tradizionale, l’equilibrio del suo complesso ed i rapporti con l’ambiente circostante.

Questa la cronologia dei crolli più importanti solo nel 2010:

* Incidenti verificatisi lungo il tratto di Via dell’Abbondanza tra la Casa dei Casti Amanti e la Schola armatorarum;
* 23 gennaio Smottamento alla Casa dei Casti Amanti (il cantiere con la gru)
* Fine settembre crollo di alcune travi alla Casa di Polibio ( da qui una somma urgenza anche per l’irrigimentazione delle acque meteoriche)
* Ottobre smottamenti in Domus Trebio Valente
* Fine ottobre a seguito delle piogge torrenziali si verifica una frana di lapillo nella casa dei Casti Amanti
* Inizio novembre, crollo di un muto nel vicolo di Ifigenia ( a fianco della Schola)
* 6 novembre Crollo della cd. Caserma dei Gladiatori (Schola)

Guarda in allegato l’intero dossier

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Molto critico sull’operato del ministro Bondi anche il professore Pietro Giovanni Guzzo, ex sovraintendente archeologico di Pompei. “Non è vero che non esistevano elementi di monitoraggio dello stato degli scavi. Dal 1997 a Pompei viene fatta una recensione sul grado di rischio per i monumenti. È stata aggiornata fino al 2006 quando la legge 41 promossa da Buttiglione ne ha tagliato i fondi. Basta pensare che nel 1996 solo il 14% dei 44 ettari di Pompei era stato messo in sicurezza. Nel 2009, pur lavorando a fari spenti, avevamo raggiunto il 31%”.

“Niente faceva presumere l’allarme? Il crollo è la conseguenza degli scoli delle acque piovane creati dai lavori fatti. Il crollo dello scorso gennaio era un chiaro segnale di allarme. Qualunque tecnico lo avrebbe saputo. Ora Bondi vuole creare una commissione di esperti sullo stato del degrado. Come detto prima, si fa una recensione dal 1997, basterebbe aggiornare quella interrotta nel 2006 e risparmiare risorse per crearne una ex novo”.

A.Dra

qui Dossier su Pompei

www.partitodemocratico.it