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"L'abuso di potere", di Giuseppe D'Avanzo

Il pubblico ministero dei minori, di turno nella notte tra il 27 e il 28 maggio, non ha intenzione di accettare la verità raffazzonata dal questore, dal ministro dell´Interno, dalla procura della Repubblica di Milano. Questa “verità ufficiale” la si può dire con le parole di Roberto Maroni: la giovanissima amica di Silvio Berlusconi, Karima El Mahroug, “Ruby”, 17 anni, accusata di furto, priva di documenti, in fuga dalla famiglia e scappata da una comunità, viene affidata – come ripetutamente pretende il capo del governo quella notte – a Nicole Minetti, una persona di sua fiducia.
Per tre ragioni. Le illustra il ministro dell´Interno in Parlamento. 1. “Il funzionario di turno alla centrale operativa accerta che non vi sono posti disponibili nelle comunità della zona”. 2. Nicole Minetti “riferisce di conoscere la ragazza e assicura la propria disponibilità a prendersene cura”. 3. Il verbale di affidamento è redatto “sulla base delle indicazioni del pubblico ministero di turno presso il tribunale dei minorenni”.
Di questa “verità” ufficiale già si sono potute apprezzare le contraddizioni. Non è vero che non ci sono posti disponibili nelle “comunità della zona” (ce ne sono in quattro comunità). Non è vero che la Minetti conosca la ragazza (Nicole lo confessa). Non è vero che voglia prendersene cura (una volta ottenuto l´affido, Nicole lascia in strada Ruby in compagnia di una prostituta brasiliana, Michelle, intima del premier al punto da averne il numero di telefono privato).
Ora a questo tableau già danneggiato si aggiunge una mossa ufficiale che può comprometterlo definitivamente. Il pubblico ministero dei minori intende rivolgersi al Csm per ripristinare “il rispetto della legalità e delle istituzioni” perché – dice Anna Maria Fiorillo, il magistrato di turno la notte del 27 maggio – “le parole del ministro Maroni, che sembrano in accordo con quelle del procuratore Bruti Liberati, non corrispondono a quella che è la mia diretta e personale conoscenza del caso”. Detto in chiaro, il pubblico ministero non autorizza l´affido di Ruby, l´amica minorenne di Berlusconi, all´altra sua amica, Nicole. Al contrario, ordina che la ragazza trascorra la notte in questura nel caso in cui non ci siano a Milano comunità disponibili ad accoglierla.
Si può dire dunque che il colpo di spugna che si è voluto dare agli interrogativi sulle condotte dei funzionari della questura di Milano, come frutto avvelenato dell´abuso di potere di Berlusconi, è stato quanto meno prematuro. La fretta ha fatto i gattini ciechi e ora tutte le questioni controverse riemergono lasciando in fuorigioco il quietismo istituzionale della procura di Milano; un´imprudente sfida del ministro dell´Interno; la manipolazione dei corifei del Cavaliere. E quel che più conta: lascia emergere con evidenza una menzogna di Berlusconi e del suo avvocato, Niccolò Ghedini.
Sorprende e non poco, il 2 novembre, il procuratore della Repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati quando conclude che “procedure di affidamento della minorenne sono state correttamente eseguite e non sono previsti ulteriori accertamenti sul punto”. Poche parole per chiudere un capitolo della storia. È un risultato che rende compatibile l´incompatibile. Come conciliare le dichiarazioni del funzionario della questura (l´affido fu autorizzato dal pm) con le parole del pubblico ministero (non ho mai autorizzato quell´affido)? Ignorare quest´opposizione stupisce anche perché Bruti Liberati fa sapere che “non sarà sentita il procuratore dei minori Anna Maria Fiorillo” mentre la funzionaria di polizia lo è stata. Perché non ascoltare anche il magistrato?
Il disequilibrio rende ancor più precaria la soluzione accomodata, anche se incautamente sulle poche parole del procuratore saltano il ministro dell´Interno e i ventriloqui del capo del governo. “Dopo le parole di Bruti Liberati, la bolla mediatica costruita intorno al ‘caso Ruby´ comincia a sgonfiarsi”, strepitano subito i portavoce del Cavaliere, stretto dall´urgenza di uscire dall´angolo in cui si è cacciato da solo con quella pressione indebita sui funzionari della questura. Sfoggia un´aggressività non usuale (è un uomo pacatissimo) anche Roberto Maroni. “Oggi – dice – c´è l´autorevole conferma della Procura che la questura di Milano ha agito correttamente. Prima si accerterà la verità sul caso Ruby, poi si procederà contro chi ha gettato fango, come Repubblica, a tutela della credibilità e del buon nome della polizia”.
Naturalmente – in questo caso – il buon nome della polizia non è mai stato in discussione e Repubblica ha soltanto dato conto delle pressioni abusive del capo del governo, di testimonianze in contraddizione, di verità incoerenti; insomma di una storia che, quietismi a parte, ha già molti punti fermi. Uno soprattutto: la menzogna del presidente del Consiglio. Berlusconi in affanno sostiene di non sapere quasi nulla di Ruby. Non sa che è minorenne. Non sa dove è nata. Quindi, non può aver detto che “è la nipote di Mubarak”. Il Cavaliere dice al Giornale: «Non ho mai detto che fosse la nipote di Mubarak. Era lei che aveva raccontato di essere egiziana e di avere una parentela con Mubarak”. Raccontato a chi? A Silvio nei loro incontri di febbraio/marzo o, quella notte, ai poliziotti in questura? A sciogliere il dubbio provvede Niccolò Ghedini. Nello studio di Annozero sostiene: “Fu la ragazza a dire ai poliziotti di essere la nipote del presidente egiziano”. È un racconto che il ministro dell´Interno si incarica di smentire.
Nel suo resoconto in Parlamento, così Maroni ricostruisce la questione: “Il presidente Berlusconi chiede informazioni in merito all´accompagnamento presso la questura di una ragazza di origine nordafricana, che gli sarebbe stata in precedenza segnalata come parente del presidente egiziano Mubarak”. Ci sono ancora da chiarire le responsabilità penali in quest´affare, ma una responsabilità politica è stata già accertata. Per tutti i protagonisti della vicenda, dal funzionario di turno in questura al ministro, quella notte, il capo del governo ha abusato del suo potere e ha mentito sapendo di mentire.

La Repubblica 11.11.10

Finanziaria, Pd: maxiemendamento? Le parole del sottosegretario Vegas inquietano il mondo universitario

Ghizzoni: fondi insufficienti. “Il miliardo per le università non era neanche sufficiente a restituire completamente agli atenei quanto sottratto dalla legge di stabilità. Se poi in questo miliardo dobbiamo considerare anche il voucher per le imprese che investono in ricerca, come ha annunciato Vegas, bhè, allora siamo alle solite di un governo che non mantiene e che mette a repentaglio la conoscenza e il sapere”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta le cifre del maxiemendamento annunciate dal sottosegretario all’economia, Giuseppe Vegas.

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Ddl stabilità, Vegas: ”Il maxiemendamento vale tra i 5 e i 5,5 mld”

l ddl stabilità scende a 5-5,5 miliardi. Le principali misure saranno tuttavia mantenute nel maxiemendamento, anche se alcune voci saranno finanziate per sei mesi. Lo spiega il viceministro dell’Economia, Giuseppe Vegas, al termine dell’incontro della maggioranza per limare gli interventi che saranno contenuti nel provvedimento, depositato in serata in commissione bilancio.

Nel pacchetto di misure che saranno inserite del ddl, spiega, resta il finanziamento degli ammortizzatori sociali per 1,5 miliardi di euro, le risorse per l’università pari a un miliardo e per il salario di produttività a cui andrebbero altri 800 milioni. Per l’allentamento dei vincoli del patto di stabilità interno per comuni e regioni vengono confermati 1,2 miliardi di euro. Nel maxiemendamento dovrebbe entrare anche la proroga dell’abolizione del ticket sanitario per le prestazioni specialistiche, che costerà 400 milioni circa, ma solo per sei mesi.

Finanziamenti ‘ridotti’, invece, dovrebbero interessare alcune voci come le missioni all’estero, che avranno 800 milioni per il primio semestre. Anche il 5 per mille dovrebbe avere un finanziamento semestrale e ”forse ci sarà qualcosa” anche per l’editoria, spiega Vegas.

Escluse invece alcune misure, che in mattinata sembrava potessero trovare spazio nel ddl, come l’agevolazione fiscale del 55% per le ristrutturazioni edilizie che consentono il risparmio energetico e l’esenzione Iva per gli immobili invenduti. Verrà inoltre inserita la richiesta, fatta in particolare dall’Mpa, di scrivere nero su bianco che le risorse prese dai Fas per finanziare l’edilizia straordinaria andranno per l’85% al sud e per il restante 15% al resto del territorio.

Sul fronte delle entrate, sono previsti 2,4 miliardi in arrivo dalla vendita all’asta delle frequenze televisive liberate grazie al passaggio al digitale terrestre, di cui 240 andranno al Mse.

Ma sul ”miliardo per le università”, la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, dice: ”Non era neanche sufficiente a restituire completamente agli atenei quanto sottratto dalla legge di stabilità. Se poi in questo miliardo dobbiamo considerare anche il voucher per le imprese che investono in ricerca, come ha annunciato Vegas, beh, allora siamo alle solite di un governo che non mantiene e che mette a repentaglio la conoscenza e il sapere”.

Adakronos

"Il crollo di un Paese", di Francesco Merlo

Anche la scuola, che era stata malamente puntellata, collassa sotto il peso dei tagli della Gelmini. E la stessa sorte tocca alle case editrici, al cinema, alle canzoni, al teatro. C´è più scienza del restauro e più tecnica della conservazione nel viso rifatto di Berlusconi che nei ruderi di Pompei. E crolla, con la casa dei gladiatori, anche il sesso italiano, e non solo perché aumentano, per contagio, i vecchi ricchi pieni di desideri fuori tempo, ma soprattutto perché Ruby e Noemi sono prototipi. Le minorenni scoprono di avere nel loro corpo una miniera e si sgretola, come a Noto il barocco, il romanticismo nazionale, il dolce stil nuovo, il corteggiamento, la poesia, l´italianissima idea che la verità di un grande uomo sono gli occhi di una donna.
Le macerie di Pompei confermano che il danaro del turismo non basta a rendere eterna la rovina mummificandola. E ci voleva un rovinoso leghista come Zaia per degradare Pompei a «quattro sassi», ben al di là dell´ignoranza che un tempo riusciva ancora ad accompagnarsi ad un certa fierezza, come testimonia Trilussa: «Pe´ Roma le rovine so´ un ristoro / pe´ l´inglesi che viengheno a guardalle; / noi nun ce famo caso, invece loro / cianno pure er libretto pe´ studialle». Oggi persino l´ignoranza è guastata dal razzismo leghista. Che popolo è quello che nelle rovine non vede le vestigia? E che cultura amministra un ministro che, sepolto sotto le rovine, non ha il coraggio di dimettersi, fosse pure per protesta?
Anche la scuola, che era stata malamente puntellata, crolla sotto i tagli della Gelmini e non è più per snobismo che gli italiani mandano i figli negli istituti francesi, tedeschi e angloamericani. Forse bisognerebbe affidare all´Europa la Magna Grecia, un po´ come accade ad Efeso, dove si rimane senza fiato davanti a quella specie di New York dell´antichità, spolverata, lucidata e accarezzata dai più raffinati tecnici del mondo che sono come i viaggiatori del settecento: un´aristocrazia dello Spirito, in Asia Minore o tra le vestigia azteche o attorno alla Muraglia cinese, unico monumento della Terra che si vede dalla Luna.
In Italia collassano le case editrici e diventano rovine pompeiane il cinema, il teatro e le canzoni. Crolla l´occupazione. E la famiglia è il laboratorio dei più feroci delitti. Non c´è immagine della decadenza più plastica di quella foto del Papa che, pur travolto dallo scandalo della pedofilia, in Spagna sordamente rilancia il “diritto naturale” mentre due gay, calvi ed anzianotti, mettono in scena il bacio di protesta.
Basta un viaggio in Egitto per scoprire attorno alle Piramidi quello stesso controllo occhiuto che c´era sulla piazza Rossa ai tempi del comunismo e che in Italia non c´è nelle banche, nelle istituzioni, nel governo: «I secoli ci guardano» . «Io, Imperatore dei francesi, dico a voi: io sono musulmano» fu l´incipit del discorso egiziano di Napoleone, poi copiato da Kennedy a Berlino.
Anche lo sport va in rovina per malaffare e violenza. Avessimo negli stadi le arrabbiate milizie in alta uniforme che custodiscono gli antichi templi indosaraceni! È vero che pure in India, come a Pompei, folle di miserabili si propongono come guide. Ma almeno sono miserabili poliglotti mentre a Napoli sono fermi al «paisà», e sono pure tombaroli.
A Roma la reggia di Nerone è chiusa per crolli perché nessuno investe in ciò che non si vede. Proprio come nel Veneto dove quelli che si vantavano d´essere i migliori non avevano mai investito nel territorio: ora sono, come i sarnesi, nelle mani del dio della pioggia e, come all´Aquila, della demagogia di Berlusconi. Davvero nei crolli di Pompei c´è l´Italia intera, il paese dove va in rovina la rovina.

La Repubblica 11.11.10

"Il Pd accelera, con la testa al voto", di Mariantonietta Colimberti

Al Nazareno il confronto tra i big su crisi e alleanze elettorali. E sabato Bersani dà il via al porta
a porta.
«Il gioco non è tutto nelle nostre mani, dobbiamo vedere cosa si mette in moto. L’unica cosa prevedibile sono le elezioni». Sta in questa chiara e lapidaria descrizione della situazione affidata ad Europa da un autorevole esponente del Pd il senso di quello che in queste ore si sta muovendo nel principale partito di opposizione e anche delle scelte che farà nelle prossime settimane.
Perché la consapevolezza che è in atto una accelerazione il cui punto di caduta non è – e non potrebbe essere – nelle mani del Pd va di pari passo con la convinzione della necessità di essere pronti agli scenari possibili, elezioni ravvicinate comprese. «Allo stato dei fatti – prosegue nella sua analisi il nostro interlocutore – Berlusconi ha la maggioranza al senato. È possibile che, a crisi aperta, si mettano in moto condizioni numeriche diverse. E allora, se il presidente della repubblica volesse verificare la strada dell’esistenza di una maggioranza parlamentare per formare un esecutivo di responsabilità nazionale, il Pd dovrà porre come condizione che non si ricostruisca un governo con Berlusconi. Ma se così non fosse, è chiaro che l’unica strada che resta è quella del ricorso alle urne».
Lo sbocco elettorale è stato il convitato di pietra della riunione del coordinamento democratico di martedì sera. Tra i big del Nazareno è aleggiato il fantasma del ‘94, quando la “gioiosa macchina” progressista si schiantò contro la giovane armata berlusconiana e il centro popolare, che si era presentato da solo, raccolse un terzo dei consensi della Dc. Preoccupazione, quella del ripetersi di quello scenario, che una settimana fa era stata espressa dal vicesegretario Enrico Letta e da Walter Veltroni durante la presentazione di un libro di Sergio Chiamparino. Preoccupazione che l’altra sera è tornato a esprimere Veltroni, trovando una insolita sponda nel vicepresidente dei senatori, Nicola Latorre. Entrambi si sono detti contrari ai gruppi unici, evocati dal segretario una decina di giorni fa, con l’Idv di Antonio Di Pietro e Sel di Nichi Vendola, che riproporrebbero lo “schema ‘94”, e auspicherebbero (specie l’esponente dalemiano) piuttosto un “recupero” di Pierferdinando Casini, da strappare alle sirene neocentriste.
Avendo sullo sfondo lo scenario elettorale e le sue incognite, il Pd ha premuto il piede sull’acceleratore dell’offensiva parlamentare, senza trascurare la forte iniziativa nel paese che culminerà con la manifestazione dell’11 dicembre a Roma. Le «mine» con cui Dario Franceschini aveva promesso di «disseminare il percorso parlamentare » del governo sono diventate delle bombe: oggi verrà presentata la mozione di sfiducia contro Sandro Bondi ed è stata avviata la raccolta delle firme per quella contro il governo, che verrà lanciata dopo l’approvazione della finanziaria. «Il nostro obiettivo è quello di formalizzare la crisi in parlamento» ha detto ieri Pierluigi Bersani.
E sabato prossimo a Pietralata, una delle dodici borgate storiche di Roma, il segretario darà inizio al “porta a porta”, che proseguirà per i successivi due week end in tutta Italia. L’imponenza dello sforzo organizzativo profuso (10 mila gazebo, 6.800 circoli aperti, 7 milioni e mezzo di brochure) e lo slittamento dell’assemblea nazionale che si sarebbe dovuta tenere il 4 dicembre a Napoli risponde all’esigenza di mobilitare il paese e l’elettorato in vista di scadenze importanti. Per l’11 dicembre è prevista una grande partecipazione: ci saranno sicuramente i “rottamatori”, ma hanno chiesto di partecipare, se l’appuntamento sarà «unitario», anche Oliviero Diliberto e Nichi Vendola. «Se Vendola vuole venire – ha tagliato corto Massimo D’Alema – è il benvenuto».

da Europa Quotidiano 11.11.10

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“Pronta la tagliola per Bondi per il parlamento è già un ex”, di Fabrizia Bagozzi

Il Pd presenta la mozione di sfiducia con il via libera di Fini e Casini. Si comincia con Sandro Bondi. Poi, probabilmente dopo la Finanziaria, la sfiducia al governo per la quale il segretario del Pd Bersani ha annunciato l’avvio della raccolta delle firme. In mezzo, un infilata di mine da innescare per arrivare quanto prima a uno sbocco parlamentare della crisi.
E così, se, come è più che prevedibile, oggi al senato il ministro dei beni culturali non annuncerà le dimissioni, il Pd presenterà la mozione di sfiducia individuale nei suoi confronti, stringendo l’assedio attorno a una maggioranza che, mentre Berlusconi è in Corea per partecipare al G20, ormai ogni giorno vive il suo Vietnam (il copyright è di Enrico Letta). Anche se, dopo l’incontro di questa mattina fra Fini e Bossi e a dispetto delle ambasce di Gianni Letta, la situazione può ormai precipitare da un momento all’altro e comunque ben prima che la sfiducia a Bondi venga calendarizzata alla camera, dove realisticamente potrà essere votata non prima di una quindicina di giorni.
In una Montecitorio in pieno fermento da grandi manovre – folti capannelli di deputati, un colloquio sul da farsi fra Bersani, Franceschini e Casini, una probabile telefonata in aula fra Fini e il leader dell’Udc – ieri i democratici hanno deciso per il via libera alla sfiducia individuale dopo l’intervento di Bondi e dei gruppi parlamentari. Un dibattito in cui sia Futuro e libertà sia l’Udc hanno lasciato la porta decisamente aperta alla censura al ministro.
Dopo un intervento non certo tenero, il finiano Fabio Granata cita le dimissioni di Lattanzio (ai tempi del rapimento di Kappler) e dice a Bondi: «Non chiedo le dimissioni ma un atto di coraggio per assumersi fino in fondo le sue pesanti responsabilità politiche». «Un passo indietro » che il ministro dei beni culturali e coordinatore del Pdl non ha alcuna intenzione di fare: «Se Granata vuole, presenti una mozione di sfiducia» controbatte. L’udiccino Enzo Lusetti rilancia: «Non vogliamo un capro espiatorio, ma nessuno si assume mai una responsabilità politica forte e se non lo fa un ministro chi lo deve fare? Prendiamo atto dell’invito formulato dal gruppo di Futuro e libertà e non possiamo che associarci». Convergenza che più chiara non si può. Come del resto dichiara in serata apertis verbis Enzo Carra (Udc): «Il clima in cui si è svolto il dibattito ha spinto Fli chiedere le dimissioni del ministro e sulla stessa posizione si sono ritrovate Pd, Idv e Udc».
In realtà i Futuristi non pronunciano mai la parola dimissioni e parlano di «passo indietro» (Bondi dovrebbe rimettere il mandato a Berlusconi). Ma se nicchiano è perché, come nota Granata: «Da qui a ventiquattr’ore ci sono parecchie cose in ballo». Ventiquattro ore in cui le cose possono arrivare a un punto di caduta – e qui il falco finiano fa sapere che «se non succede nulla di nuovo, ritireremo la delegazione dal governo» – a prescindere dai movimenti futuristi sulla sfiducia a Bondi. Che potrebbe essere superata dai fatti.
Nel suo intervento in aula Bondi accusa: «Chiedere le mie dimissioni non sarebbe politicamente e moralmente giusto», E si difende: «Il crollo di un edificio non può cancellare i risultati del lavoro fatto in due anni. Niente faceva presagire l’allarme». Spiega il ministro che ciò che è accaduto a Pompei non è legato alla mancanza di fondi, ma alla necessità di «assicurare una gestione capace di investire al meglio le risorse». E, dopo che i buoi sono scappati, annuncia la messa a punto di linee guida per la costituzione di una Fondazione per Pompei: «Sovrintendenti e manager devono lavorare insieme». Un comitato di esperti, guidato dal presidente del consiglio superiore dei beni culturali Andrea Carandini affiancherà il lavoro della sovrintendenza.
Controbatte per il Partito democratico Walter Veltroni: «Le chiediamo le dimissioni non per una circostanza specifica, ma per lo stato di abbandono della cultura italiana. Non è vero che non fosse annunciato ciò che è accaduto, la verità è che non si è fatto e non si fa quanto si deve per il restauro. Quel crollo è una metafora dello sfarinamento del paese».

da Europa Quotidiano

"Marchionne: no al tavolo Fiat. Industria, la crisi non è finita", di Luigina Venturelli

Al governo erano bastate piccole variazioni decimali per allontanare l’incubo della crisi e salutare la ripresa ormai in corso. Ma le rilevazioni Istat non lasciano spazio alle illusioni: la produzione industriale a settembre è calata del 2,1% rispetto ad agosto, il maggior ribasso congiunturale degli ultimi diciotto mesi, interrompendo una serie positiva che durava dall’inizio del 2010 e a cui si erano attaccate le speranze degli ottimisti di professione. Anche peggio è andata la produzione di autoveicoli, crollata dell’8,3% rispetto a settembre 2009. Un dato che chiama in causa direttamente la Fiat, ma di questo l’azienda non parlerà con il governo. L’ha assicurato Sergio Marchionne, declinando la ventilata proposta di un tavolo con l’esecutivo sui progetti del Lingotto.
IL MIRAGGIO DELLA RIPRESA Intanto la sospirata fase finale della crisi economica ha ancora da venire. I sindacati l’avevano facilmente predetto. «L’Italia non aggancia la ripresa perchè il governo ha passato due anni a raccontare che la crisi non c’era e che eravamo i migliori del mondo, senza sviluppare politiche di crescita» ha commentato il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. «E sbagliano quanti pensano di aggirare l’ostacolo individuando nella sola produttività del lavoro la ragione di questi dati negativi, perchè in questo modo non si costruisce una prospettiva credibile per il nostro paese» le ha fatto eco Vincenzo Scudiere, dirigente del sindacato di Corso d’Italia. Ma toni altrettanto perentori sono arrivati anche dalla Cisl, secondo cui «non è più possibile pensare ad una ripresa spontanea e lineare dell’industria anche se lenta e graduale ». Per questo il segretario confederale Luigi Sbarra ha chiesto al governo di «assumere decisioni concrete sulla politica industriale» per «favorire la crescita e lo sviluppo di reti qualificate d’imprese». Le previsioni al rialzo del Centro studi di Confindustria, secondo cui ad ottobre ci sarà un recupero della produzione industriale dello 0,9% su settembre, non bastano infatti a rasserenare gli animi sul futuro a breve termine dell’economia nazionale. «La crescita attesa negli ultimi tre mesi del 2010 sarà complessivamente molto moderata» ha confermato anche l’Istituto di studi e analisi economica (Isae).

MARCHIONNE PARLANTE Non stupiscono, dunque, le parole allarmate dell’amministratore delegato Fiat Sergio Marchionne, uomo attento a numeri e dati tendenziali, che a settembre hanno visto la produzione industriale di autoveicoli crollare dell’8,3% rispetto allo stesso mese del 2009. Arrivato ieri a Bruxelles per una riunione sulla competitività del settore delle quattro ruote, ha osservato laconico che «l’industria automobilistica europea non è messa bene per quanto riguarda le sue condizioni di competitività», soprattutto se «dall’Ue si cerca di imporre ai costruttori d’auto nuove regole, soprattutto in campo ambientale». Ancora più preoccupante la situazione in ambito nazionale, dove all’incertezza economica si somma pure quella politica, causata dalle dubbie sorti del governo in carica. «L’incertezza» è la condizione che «crea più danno, la stabilità è essenziale per tutto, abbiamo bisogno di tranquillità per gestire le aziende» ha commentato il manager del Lingotto. Ma questo bisogno, secondo l’amministratore delegato, mal si concilia con l’ipotesi di un tavolo tra governo e parti sociali per affrontare i problemi della Fiat: «Non so cosa dobbiamo fare con il tavolo. Noi abbiamo già raggiunto l’accordo a Pomigliano, c’è la proposta di lavorare sul tavolo di Mirafiori» ha tagliato corto Marchionne. «Il problema Fabbrica Italia va avanti a pezzi, portiamolo avanti e cerchiamo di non creare altri problemi, è molto più semplice». Il tavolo, il governo «lo faccia fare alle parti». Un’indisponibilità che certo non sarà piaciuta all’esecutivo. E che la Cgil ha definito senza mezzi termini «inquietante».

L’Unità 11.11.10

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“Non serve un tavolo con il governo” Marchionne boccia l´idea della Cgil, di Paolo Griseri

Le ipotesi della Fismic sulla distribuzione dei modelli nei vari stabilimenti. Un tavolo con il governo su Fabbrica Italia? «Non so che cosa dobbiamo farne. Abbiamo raggiunto un accordo a Pomigliano, c´è la proposta di lavorare sul tavolo di Mirafiori. Il progetto Fabbrica Italia va avanti a pezzi, non aggiungiamo altri problemi». Da Bruxelles Sergio Marchionne risponde in questo modo alla richiesta della Cgil e della Fiom di aprire un tavolo di discussione con Fiat e sindacati che riguardi tutti e cinque gli stabilimenti italiani. Il Lingotto preferisce dunque giocare a carte coperte senza impegnarsi in anticipo mettendo nero su bianco quali modelli intende produrre nei diversi siti italiani. La logica della trattativa-spezzatino, quella che affronta i nodi stabilimento per stabilimento, è sostenuta da Cisl, Uil e Fismic. «Per la Fiat il governo non può fare nulla – dice Paolo Pirani della Uil – non ci sono soldi per aiutarla e anche se ci fossero noi non saremmo d´accordo». «Sono d´accordo con Marchionne – aggiunge il segretario della Fim, Giuseppe Farina – un tavolo con il governo oggi non aggiungerebbe e non toglierebbe nulla». La Cgil giudica invece «inquietante» la posizione di Marchionne, l´idea, dice Vincenzo Scudiere, «che sia inutile qualsiasi tavolo possa servire a riavviare quel dialogo necessario al futuro del gruppo automobilistico nel nostro paese». Sarcastico il leader della Fiom, Maurizio Landini: «E´ singolare che Marchionne consideri inutile l´aiuto del governo italiano quando accetta quelli generosi dei governi serbo e polacco». E´ chiaro che la Cgil spera in una trattativa su tutti gli stabilimenti per chiarezza e perché teme la replica di tanti casi Pomigliano. Ipotesi quest´ultima che non spiace ai sindacati firmatari dell´accordo separato nello stabilimento campano. E non sembra spiacere nemmeno al governo. Il ministro Sacconi sta alla finestra: «Sono le parti che decidono i tavoli. Il governo è disposto a convocare se le parti lo vorranno».
Ma qualche indiscrezione sul piano di Marchionne emerge da un opuscolo diffuso in questi giorni dalla Fismic ai suoi delegati. Una ipotesi di distribuzione dei futuri modelli che prova a tradurre in realtà lo schema generico presentato dall´ad del Lingotto ad aprile. Così, confermata la produzione della Panda a Pomigliano, per Mirafiori si confermerebbe quella dell´attuale Mito e anche della sua erede cui si aggiungerebbe un Suv di piccole dimensioni destinato alla vendita sui mercati di tutto il mondo. Secondo questa ricostruzione il piccolo Suv e la Mito potrebbero portare la produzione di Mirafiori a circa 300 mila auto all´anno giustificando addirittura un aumento dell´attuale occupazione. Molti nuovi modelli di segmento C e D (le auto medio-alte) sarebbero prodotti a Cassino. A Melfi verrebbe prodotta l´erede della Grande Punto. Ieri il leader della Uilm, Rocco Palombella, ha provato a mettere in discussione questa distribuzione proponendo che a Melfi venga trasferita da Torino anche la produzione della Mito. Imbarazzo nella Uilm torinese: «Spostare un modello da una parte all´altra non è che mi appassioni», dice il segretario Maurizio Peverati.

La Repubblica 11.11.10

"Il modello perduto", di Luciano Gallino

La rivolta degli studenti inglesi e le manifestazioni di massa contro i tagli delle pensioni in Francia o quella promossa dalla Fiom a Roma in difesa del lavoro possono essere lette come un primo tentativo di difendere dall’Europa il modello sociale europeo.

Un´espressione che suona un po´ astratta, ma è ricca di significati concreti. Essa vuol dire infatti pensioni pubbliche non lontane dall´ultima retribuzione; un sistema sanitario accessibile a tutti; scuola pubblica gratuita e università a costo minimo; un esteso sistema di diritti del lavoro, e molte altre cose ancora. Negli ultimi cinquant´anni il modello sociale europeo ha migliorato la qualità della vita di decine di milioni di persone ed ha permesso loro di credere che il destino dei figli sarebbe stato migliore di quello dei genitori.
Ora il modello sociale europeo è sotto attacco nientemeno che da parte dell´Europa. Tutti sostengono che è necessario tagliare tutto: pensioni, sanità, scuola, università, salari, diritti. Il motivo lo ha spiegato il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet. In un articolo apparso sul “Financial Times” nel luglio scorso, il cui titolo suonava “è tempo per tutti di stringere la cinghia”, egli scriveva che per sostenere la “sfera finanziaria” è stato accollato ai contribuenti Ue il rischio di dover sborsare 4 trilioni di euro (cioè quattromila miliardi: quasi tre volte il Pil dell´Italia) tra ricapitalizzazioni, garanzie e acquisto di titoli tossici.
Il “sillogismo di Trichet” dice: voi cittadini vi siete indebitati per trilioni di euro al fine di salvare dalla crisi il settore finanziario; chi contrae debiti deve ripagarli; dunque voi dovete rinunciare a trilioni di spesa pubblica per consolidare il bilancio degli stati. Il che significa tagliare pensioni, sanità, scuola, università, diritti. Già un mese prima il nuovo governo liberal-conservatore del Regno Unito aveva deciso di ridurre del 60 per cento gli investimenti governativi, di tagliare 600.000 posti nel settore pubblico e triplicare le tasse universitarie (portandole da 3.000 a 9.000 sterline).
I governi d´Europa danno la colpa a un´accoppiata infernale: il deficit crescente dei bilanci pubblici indotto dai costi eccessivi dello stato sociale, e la parallela diminuzione delle entrate fiscali causata dalla crisi. Nessuna delle due giustificazioni sta in piedi. Il deficit medio dei bilanci pubblici nei paesi della zona euro era appena dello 0,6 per cento del Pil nel 2007. Nel 2010 risulta aumentato di 11 volte, toccando il 7 per cento. Colpa di un eccesso di spesa sociale? Certo che no. Nel periodo indicato essa è stabile o in diminuzione. Semmai colpa della crisi finanziaria. Quanto alle entrate, sono diminuite prima della crisi a causa della forte riduzione delle tasse di cui hanno beneficiato soprattutto i patrimoni e i redditi più alti. In Francia, ad esempio, un rapporto presentato all´Assemblea a fine giugno 2010 lamentava che a causa delle “massicce riduzioni” delle imposte, susseguitesi dall´anno 2000 in poi, le entrate fiscali del bilancio dello stato hanno subito perdite valutabili tra i 100 e i 120 miliardi di euro.
Nel quadro dell´attacco che i governi di destra d´Europa – magari con etichetta socialista, come quello di Zapatero – stanno portando al modello sociale europeo, il governo italiano appare del tutto allineato e coperto. Taglia alla grossa la spesa sociale in modi diretti e indiretti, tra cui la drastica riduzione dei trasferimenti agli enti locali. Per di più il paese Italia è messo assai peggio degli altri. Gli italiani non possono infatti contare su sussidi di disoccupazione che toccano l´80% della retribuzione e possono durare per anni, o su ampi e solidi servizi alle famiglie, come avviene in Danimarca. Né su un reddito minimo garantito come hanno i francesi. E tantomeno ricevono gli alti salari inglesi o tedeschi, che almeno quando uno lavora permettono di reggere meglio le riduzioni dei servizi sociali.
L´attacco dell´Europa al proprio modello sociale non è soltanto iniquo. è pure cieco, perché apre la strada a una lunga recessione. Meno scuola e meno università significano avere entro pochi anni meno persone capaci di far fronte alle esigenze di un´economica innovativa e sostenibile. Infrastrutture sgangherate costano miliardi solo in termini di tempo. Servizi sociali in caduta libera vogliono dire meno occupazione sia tra chi li presta, sia tra chi vorrebbe disporne per poter lavorare. A una generazione intera la quale va incontro a pensioni che per chi ha la fortuna di decenni di lavoro stabile stanno scendendo verso la metà dell´ultima retribuzione, è arduo chiedere di pagare la crisi una seconda volta. Ma l´attacco al modello sociale europeo è anche peggio della vocazione al suicidio economico che tradisce. Significa ferire gravemente uno dei maggiori fondamenti dell´identità europea, quello che forse giustifica più di ogni altro l´esistenza della Ue.

La Repubblica 11.11.10

"L'incubo della politica in stallo", di Michele Ainis

Proviamo a figurarci un’esperienza surreale, come quelle che talvolta capita d’attraversare in sogno, specie dopo una cattiva digestione. Proviamo a immaginare un mondo immobile: nessun aereo in volo, i treni fermi alle stazioni, un lungo corteo d’autovetture inchiodate sull’asfalto. Proviamo infine a declinare questa stessa condizione nei palazzi del potere. Lì c’è un partito al contempo dentro e fuori la maggioranza di governo: vota regolarmente la fiducia verso l’esecutivo, però non vota i suoi provvedimenti. Sicché zero leggi, zero decisioni, zero riforme economiche e sociali.

A propria volta il premier inarca un sopracciglio, ma tira dritto come se nulla fosse. Allora quel partito ritira i suoi ministri dal governo, con l’intenzione di farlo cascare giù per terra. Invece il premier si rialza, rimpiazza i dimissionari con qualche faccia nuova, inarca il secondo sopracciglio, ma infine resta incollato alla poltrona. L’opposizione avrebbe l’opportunità di tirargli uno sgambetto, presentando una mozione di sfiducia in Parlamento.

Opportunità sulla quale tuttavia esita per mesi, un po’ perché i suoi leader sono altrettanti cacadubbi, un po’ perché temono che alla prova del nove il partito bicefalo si schiererà dall’altra parte. Sotto sotto sperano che li cavi dall’impaccio il capo dello Stato, ma lui è a sua volta ostaggio di questa situazione: mica può dimettere d’autorità il governo, non ha i poteri di Carlo Alberto di Savoia. Nel frattempo il governo c’è ma non si vede, la maggioranza si vede ma non c’è, l’opposizione non c’è e non si vede, e così via per tutti i secoli a venire.

Per tirarci fuori da quest’incubo, proviamo allora a chiamare in soccorso codici e pandette, dovrà pur esserci una regola per gli sregolati. Articolo 94 della Costituzione, primo comma: «Il governo deve avere la fiducia delle Camere». Ma quella ce l’ha, nessuno gliel’ha tolta. Quantomeno in apparenza, poi di fatto il partito bicefalo ha più fiducia in Vanna Marchi. Quarto comma: «Il voto contrario di una o di entrambe le Camere su una proposta del governo non importa obbligo di dimissioni». Giusto, altrimenti il minimo incidente parlamentare scatenerebbe una crisi di governo. Ma se i voti contrari sono tre, com’è successo l’altro ieri? E se ogni giorno si moltiplicano per tre? Nessuna norma detta la risposta. C’è soltanto il secondo comma, che reclama una formale mozione di sfiducia per far chiudere bottega al premier con tutti i suoi ministri.

Succede tuttavia (nella realtà e nell’incubo, ormai non fa troppa differenza) che un soprassalto di coraggio spinga il maggior partito dell’opposizione a raccogliere le firme in calce a un documento di benservito. Finalmente un’occasione di chiarezza? Non è detto. In primo luogo il partito bicefalo potrebbe ripetere la scelta con cui il 3 agosto scorso ha impedito la sfiducia su Caliendo, o con cui il 29 settembre s’è opposto alla sfiducia a Berlusconi. In secondo luogo perché mai dovrebbe marciare a traino? Se avesse già deciso di staccare la spina, la mozione di sfiducia l’avrebbe presentata in prima persona: più redditizio, più altisonante dinanzi agli elettori. In terzo luogo votare la sfiducia senza una soluzione di ricambio comporta il rischio d’anticipare le elezioni anticipate, e magari le truppe non sono ancora pronte. Ma c’è un accordo fra questi carissimi nemici sulla legge elettorale? Se esiste, è il segreto meglio conservato della nostra vita pubblica. Se non esiste, difficilmente il capo dello Stato aprirà ad altri la cassaforte del governo.

Sicché all’orizzonte si profila la perpetuazione dello stallo, un’aria ferma come quella che precede un temporale. Ecco, il temporale. Se i macchinisti che dovrebbero guidare il nostro treno collettivo restano immobili come statue di sale (per dirla in chiaro: se Berlusconi non va a dimettersi con le proprie gambe, se Fli gli rinnova la fiducia contrastandone però l’azione in Parlamento, se l’opposizione non trova l’intesa per giustificare un altro esecutivo), allora meglio un diluvio d’acqua, che tolga via lo sporco e sciolga pure il sale di cui sono fatti lorsignori. Significa che a quel punto Napolitano potrà ben sciogliere le Camere, anche in assenza d’una crisi formale. Dopotutto il suo mestiere – come ha scritto una volta Gaetano Silvestri – è d’operare “ut scandala eveniant”, di tirar fuori la polvere da sotto i tappeti.

La Stampa 11.11.10