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"Fattore famiglia a misura di donna", di Alessandra Casarico

Come mostrano i dati Ocse, l’Italia è poco generosa nei confronti delle famiglie. Spendiamo l’1,3% del Pil in politiche famigliari, solo Spagna e Grecia dedicano meno risorse del nostro paese. Rafforzare il sostegno alle famiglie è un obiettivo generalmente condiviso dalle diverse forze politiche. Come questo obiettivo possa essere raggiunto, quale equilibrio debba esserci tra fisco e servizi, tra agevolazioni fiscali e trasferimenti monetari sono invece questioni molto più controverse. La Conferenza delle famiglie che si è chiusa ieri a Milano ha dato un segnale di novità nel dibattito sulla rimodulazione del nostro sistema tributario nella direzione di una maggiore attenzione alle famiglie.
Dopo mesi di dibattito sull’opportunità d’introdurre nel nostro paese il meccanismo del quoziente famigliare seguendo l’esempio francese, si è cominciato a parlare di fattore-famiglia. Perché è una novità e non semplicemente un cambio di etichetta? Perché il fattore-famiglia, al di là delle modalità specifiche d’implementazione, che ancora sono da precisare nei dettagli, diversamente dal quoziente famigliare non è una modalità di tassazione del reddito su base famigliare, in cui cioè l’unità impositiva è la famiglia nel suo complesso e la base imponibile è il reddito cumulato dei soggetti che la compongono, bensì su base individuale, come il sistema attualmente in vigore. Rimodulazioni della no tax area commisurate al numero di componenti fiscalmente a carico sono lo strumento individuato per ridisegnare un fisco più a misura di famiglie.
A noi sembra un importante cambio di direzione. È importante finalmente riconoscere che la tassazione su base individuale non è in discussione e che uno strumento fiscale che aiuti le famiglie non può scoraggiare la partecipazione femminile al mercato del lavoro, come avrebbe fatto il quoziente famigliare.
Si è sottolineato molto nel dibattito di questi giorni come il fattore-famiglia, a differenza del quoziente, non abbia conseguenze redistributive indesiderate. Meno si è detto invece sui suoi effetti sul lavoro delle donne. Forse perché il fattore-famiglia non è pensato esplicitamente come strumento fiscale a favore delle famiglie con due percettori di reddito e con carichi famigliari, ma piuttosto come agevolazione generale per le famiglie con carichi di cura, che comprendono coniuge a carico, figli a carico, anziani non autosufficienti. Misure più specifiche per agevolare le spese sostenute dalle famiglie con bambini in cui entrambi i genitori lavorano potrebbero essere forme di detrazione o trasferimento mirate a queste tipologie di contribuenti (si veda Casarico, Ceriani, Profeta, Econpubblica Short Note n. 1/2010, Bocconi, Igier).
Anche se forse non è obiettivo della proposta del fattore-famiglia coniugare le scelte di fecondità con la presenza di due percettori di reddito, è opportuno sottolineare che in questo modo stiamo per lo meno evitando di creare disincentivi pericolosi. È noto infatti che dove le donne partecipano di più, la fecondità è più elevata; che dove la spesa per le famiglie è maggiore, sia la partecipazione femminile al mercato del lavoro sia la fecondità sono più elevate; che nelle famiglie con doppio percettore di reddito l’incidenza della povertà è inferiore. Un maggior benessere per le famiglie e per la società nel suo complesso passa anche attraverso una maggiore inclusione delle donne nel mercato del lavoro.
Ignorare questo aspetto nel ridisegno del fisco sarebbe pericoloso, ancora di più in assenza di una rete di servizi, in particolare alla prima infanzia e agli anziani. In Francia infatti il sistema del quoziente famigliare coesiste con un’elevata spesa per servizi che da noi manca.
Sarebbe stato singolare introdurre come prima misura in un contesto in cui le carenze sono tante uno strumento, come il quoziente famigliare, che ha un evidente effetto disincentivante sul lavoro femminile. Essere ritornati a parlare di tassazione individuale dunque è un buon segnale.

Il Sole 24 Ore 11.11.10

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Tutto sulle spalle della donna il carico di lavoro in famiglia

Secondo l’Istat persiste una forte discrepanza nella divisione del carico di lavoro familiare tra i partner. L’asimmetria è trasversale a tutto il Paese, anche se nel Nord raggiunge livelli più bassi. La terza e ultima giornata della Conferenza nazionale sulla famiglia, a Milano, si apre nel segno della disuguaglianza di genere. L’Istat, infatti, pubblica una serie di dati secondo cui nel 2008-2009 il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne, valore di poco più basso di quello registrato nel 2002-2003 (77,6%). Persiste dunque una forte discrepanaza nella divisione del carico di lavoro familiare tra i partner.

L’asimmetria nella divisione del lavoro familiare è trasversale a tutto il Paese, anche se nel Nord raggiunge sempre livelli più bassi. Le differenze territoriali sono più marcate nelle coppie in cui lei non lavora. L’indice assume valori inferiori al 70% solo nelle coppie settentrionali in cui lei lavora e non ci sono figli, e nelle coppie in cui la donna è una lavoratrice laureata (67,6%). Rispetto a sei anni prima, l’asimmetria rimane stabile nelle coppie in cui la donna non lavora (83,2%).

Cala, invece, di due punti percentuali nelle coppie con donna occupata, passando dal 73,4% del 2002-2003 al 71,4% del 2008-2009. Una diminuzione, questa, che riguarda sostanzialmente le coppie con figli: in presenza di due o più figli l’indice passa, infatti, dal 75% al 72,2%.

Meno tempo libero. Uomini e donne in coppia, con figli o senza, hanno rinunciato negli ultimi anni a molto tempo libero. Secondo l’Istat il tempo dedicato al lavoro retribuito cresce tra le madri occupate di 17′, esattamente quanto cala il lavoro domestico. La riduzione del tempo di lavoro familiare non si traduce, dunque, in un incremento del tempo libero, ne’ di quello fisiologico, che restano sugli stessi livelli del 2002-2003. Anche tra le donne occupate senza figli emerge qualche cambiamento, per lo piu’ di segno negativo, il tempo libero diminuisce di 19′ a fronte di una forte crescita del tempo per gli spostamenti, mentre per le donne non occupate non si registrano variazioni di rilievo. Per quanto riguarda gli uomini, tra quanti vivono in coppia senza figli si registra un aumento di 35′ del tempo per il lavoro retribuito (da 5ore e 44′ del 2002-2003 a 6 ore e 19′ del 2008-2009). Per gli uomini in coppia con figli non ci sono differenze significative nel tempo dedicato al lavoro. E’ generalizzata, invece, la tendenza ad una ulteriore diminuzione del tempo libero rispetto a quella gia’ rilevata tra il 1988-1989 e il 2002-2003. Questo calo riguarda tutti gli uomini in coppia (-10′), ma e’ piu’ marcato (-21′) tra i partner in coppia senza figli, a causa del maggiore investimento nel lavoro retribuito appena descritto.

Donne in cucina. Oltre 9 donne su 10 sono ancora ‘relegate’ in cucina. Scendendo nel dettaglio delle attività che compongono il lavoro domestico, si nota che l’impegno di tutte le tipologie di donne analizzate spazia indifferentemente tra tutti i tipi di attività: dalla preparazione dei pasti, alla pulizia della casa e della biancheria, sebbene, come già visto per il lavoro domestico nel complesso, le occupate in un giorno medio dedichino meno tempo e siano meno impegnate delle non occupate in tutte queste attività. Le donne, infatti, non possono esimersi dal cucinare: in un giorno medio tali attività sono svolte dal 90,5% delle occupate e dal 97,8% delle non occupate. Anche le attività di pulizia della casa impegnano l’82,7% delle occupate, per arrivare a quote del 94,8% tra le non occupate. Le attività di apparecchiare/sparecchiare e lavare i piatti sono svolte dal 66,3% delle occupate e dal 76,5% delle non occupate. Il 35,7% delle occupate in un giorno medio lava o stira, quota che sale al 49,2% per le non occupate. Infine, rispettivamente il 44,4% delle occupate e il 66,2% delle non occupate acquista beni e servizi. Gli uomini sono più selettivi nel tipo di contributo che forniscono: in un giorno medio della settimana tra i partner di donne occupate il 41,7% cucina , il 31,4% partecipa alle pulizie della casa, il 29,9% fa la spesa, il 26,6% apparecchia e riordina la cucina, mentre quasi nessuno lava e stira i panni. Tra gli uomini che hanno una partner che non lavora, tutte le frequenze di partecipazione si dimezzano, ad eccezione degli acquisti (27,2%).

La Repubblica 10.11.10

Il Vietnam parlamentare

Hanno la fiducia rinnovata da un mese ma ogni giorno Futuro e Libertà smonta i provvedimenti del governo. Nonostante questo Berlusconi si ostina a negare la crisi e così il Parlamento diventa un vero Vietnam.
Oggi Bondi su Pompei ha ricevuto l’ultimatum del PD: dimissioni o sfiducia, il governo è andato sotto in Commissione Politiche Europee e Roberto Maroni ha balbettato poche parole riferendo sulle telefonate di Berlusconi in Questura per liberare Rubi, finendo subito smentito dal magistrato del Tribunale dei Minori. Se questa vi pare una maggioranza solida ditecelo voi.
La giornata comincia con Bondi che si autodifende alla Camera: “È comodo addossare responsabilità a me o al governo per i pochi investimenti. Dobbiamo avere tutti il senso della misura ed evitare strumentalizzazioni di carattere politico. – prosegue – Chiedere le mie dimissioni non sarebbe politicamente e moralmente giusto, non lo merito, sarebbe un segno di incattivimento della lotta politica in Italia. Se devo esplodere come una mina, come dice d’Urso, non è problema che riguarda il patrimonio”. Certo come se nel 79 dopo Cristo fosse successo qualcosa di simile…

Dario Franceschini, capogruppo dei democratici alla Camera risponde con un aut aut: o Sandro Bondi si dimette o il Pd presenterà una mozione di sfiducia perché il dibattito su Pompei “ha mostrato che quattro gruppi parlamentari hanno chiesto le dimissioni del ministro. I ministri restano in carica se hanno la maggioranza, Bondi prenda atto che la maggioranza dei gruppi ha chiesto un gesto di responsabilità e rassegni le dimissioni: se non avverrà dovremmo prendere le iniziative conseguenti per portare in Aula una mozione di sfiducia”..
“La maggioranza della Camera lo ritiene direttamente responsabile dell’accaduto. Non prenderne atto dimostrerebbe solo che il governo Berlusconi ha a cuore la tutela dei propri posti di potere più che la tutela del nostro patrimonio” conclude Matteo Orfini della segreteria del Pd, responsabile Cultura e Informazione. Orfini gli ricorda che “la situazione a Pompei è semplice: da due anni il sito è commissariato dal governo, i commissari li ha scelti Bondi, che ne ha ripetutamente difeso l’operato. Sono state spese molte risorse non per mettere in sicurezza il sito, ma per spettacolarizzarne in modo piuttosto pacchiano la fruizione. Il tutto mentre una lunga serie di crolli, smottamenti, dissesti segnalavano il rischio di eventi piu’ gravi. Un luogo delicatissimo e preziosissimo e’ stato invaso da ruspe, gru e attrezzature che lo hanno irreparabilmente danneggiato ma quel che e’ avvenuto non era inevitabile. E’ semplicemente scandaloso che si annunci l’istituzione di una commissione di cosiddetti esperti per studiare il cambio della governance e che in quella commissione vengano coinvolti alcuni dei principali responsabili di questo disastro: Carandini, che aveva difeso la scelta di affidare alla Protezione civile il sito di Pompei, dimenticandosi quanto egli stesso ha scritto e insegnato per anni. Proietti- continua- che ha condiviso, nei ritagli di tempo dedicati a Pompei, le responsabilità del commissario. La professoressa Ghedini, il cui ruolo di consigliere del ministro di certo non garantisce terzieta’ di giudizio. Cio’ che piu’ sconcerta e’ che Bondi, persona di indubbia esperienza politica, finga di non comprendere quanto successo in Parlamento.

In precedenza Walter Veltroni in aula definiva il crollo di Pompei «una metafora» dello sfarinamento del Paese e della chiusura di un «ciclo», quello del Governo: “Quel crollo racconta come una metafora lo sfarinamento del nostro Paese. Non siamo a chiederle un atto di responsabilità per un episodio specifico, le si chiede un atto di responsabilità per lo stato di abbandono della cultura italiana: il cinema, la lirica, la serrata dei musei… Noi le chiediamo le dimissioni, si è chiuso un ciclo. Si dice che bisogna spegnere la luce. La luce è già spenta».
Intanto nel PD c’è chi propone “Mille giovani per salvare Pompei”. Lo fa Luisa Bossa, deputata ed ex sindaco di Ercolano: “Serve un grande piano di energie, risorse, intelligenze per garantire agli scavi archeologici più importanti del mondo, manutenzione e cura costanti. Una catena umana, solidale e competente, che coinvolga i giovani. Questa è la proposta che faccio al Ministro Bondi, che oggi, in aula, ha fornito risposte insufficienti e non adeguate sul crollo della Casa dei Gladiatori . mille giovani, prelevati dalle università, dalle scuole specialistiche, per un servizio competente e solidale nei siti culturali, per eseguire manutenzioni e valorizzazioni, per salvare i siti archeologici e culturali di questo Paese”.
Intanto un bello schiaffo al governo arriva dalla commissione Politiche europee sul Piano Europa 2020: volevano imporre tempi strozzati al dibattito e non hanno ottenuto la maggioranza dei voti per andare avanti. Sandro Gozi, capogruppo Pd in commissione Politiche europee della Camera chiede al ministro competente, Andrea Ronchi di “rendere conto alle autorità europee, che ci chiedono un parere entro il 12 novembre, delle modalità superficiali che il governo Berlusconi ha adottato in merito al piano nazionale di riforma per l’attuazione della strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, noto come ‘Europa 2020’. Un confronto più aperto e serio con l’opposizione -conclude il deputato Pd- avrebbe potuto far evitare al governo l’ennesima brutta figura in Europa”. ma così non è stato e il voto si aggiunge a quello sui trattati Italia-Libia di ieri
In mattinata alla Camera c’è stato anche il dibattito sull’informativa del ministro degli Interni, Roberto Maroni, sulla telefonata del presidente del Consiglio alla Questura di Milano per liberare Ruby.
Stessa linea di Bondi, tutto in ordine e governo immacolato. Per Maroni l’operato della polizia di Milano è stato «corretto ed equilibrato, non c’è stata frettolosità o superficialità, avendo gli uffici della questura di Milano rispettato tutte le procedure previste dalle leggi, dai regolamenti e dalla prassi”. E anche sulle incredibili scuse del premier non c’è nulla da rilevare: “Il presidente (Berlusconi, ndr) chiedeva informazioni al capo di gabinetto della questura di Milano in merito all’accompagnamento presso la questura di una minore di origine nordafricana che gli sarebbe stata segnalata come parente del presidente egiziano Mubarak», ha spiegato Maroni, che ha concluso rendendo noto che sul caso non ci saranno altre indagini.
Parole che hanno fatto infuriare il pm dei Minori Anna Maria Fiorillo, che si rivolgerà al Csm “in quanto le parole del ministro Maroni non corrispondono a quella che è la mia diretta e personale conoscenza del caso”. Il Pm si occupò quella notte della vicenda della marocchina Ruby, portata in questura ed ha aggiunto: “Io non dico più niente, parlerò eventualmente dopo, quando il Csm sarà intervenuto. Penso però che sia importante soprattutto il rispetto delle istituzioni e della legalità cosa a cui ho dedicato la mia vita e cosa in cui credo profondamente. Proprio per questo rispetto della legalità e della giustizia – ha concluso -, quando le vedo calpestate parlo, perchè altrimenti non potrei più guardarmi allo specchio come un essere umano”.
Per il PD Antonello Soro intervenendo nell’Aula di Montecitorio bocciava Maroni: “Ci ha deluso e sorpreso. Ci ha colpito l’incredibile tono burocratico e distaccato con cui ha letto la relazione frettolosa, banalizzante ed elusiva su fatti gravi che rappresentano plasticamente il crepuscolo personale e politico dell’uomo che guida il Paese. Le questioni – ha proseguito Soro rivolto a Maroni – sono altre, e sono gravi, ma lei le ha eluse tutte. Vi è una questione di abuso di potere del presidente del Consiglio che da palazzo Chigi, nel cuore della notte, interferisce con la normale attività di una Questura in favore di una minorenne accusata di furto e per chiederne l’affidamento a una singolare collaboratrice che qualche minuto dopo, senza il minimo scrupolo, abbandona la ragazza al suo destino. E per fare questo ricorre alla menzogna, affermando che la minorenne è parente del Presidente Mubarak”.

“Poi c’è la questione che riguarda la sicurezza del premier – ha continuato l’esponente democratico -. Lo stile di vita di Berlusconi, di cui egli è orgoglioso, lo rende vulnerabile. Se i suoi numeri di telefono privato circolano nel mondo della prostituzione, egli è ricattabile. Su questo lei avrebbe dovuto riferire come anche sui filmati che circolano in questi giorni nei quelli si vede un personaggio, un selezionatore di giovani donne in carriera e inquisito per favoreggiamento della prostituzione, entrare nella residenza del premier senza alcun controllo. Anche sulle funzioni della scorta del Presidente del Consiglio lei è rimasto in silenzio. Non ha niente da dire se personale incaricato della sicurezza del premier viene impiegato per l’accompagnamento delle giovani frequentatrici delle notti presidenziali e per regolare l’accesso di giovani di ogni mestiere nelle ville e nelle residenze del Presidente? A questi uomini delle forze dell’ordine va tutta la nostra solidarietà. L’onorevole Berlusconi ha detto di essere orgoglioso del suo stile di vita. Noi no, gli italiani no. Proviamo un altro sentimento misto di pena e di indignazione per le ossessioni patetiche di un Capo di governo in avanzata età geriatrica che trasforma la sua casa in un palcoscenico della prostituzione, che trascorre le notti con giovani donne, spesso minorenni, convocate a pagamento dai suoi miserevoli cortigiani. L’articolo 54 della Costituzione obbliga chi ha cariche pubbliche di onorare l’Italia. Ma Berlusconi oggi la disonora Italia”.

Giornate come questa dimostra che la politica non è tutta uguale, PD e PDL sono ben diversi come ha ricordato bene il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, sabato scorso all’Assemblea dei Circoli.

www.partitodemocratico.it

Camera dei Deputati: informativa urgente del Ministro Bondi sul crollo della scuola dei gladiatori presso gli scavi di Pompei. Intervento di Walter Veltroni

Signor Presidente, un autorevole esponente del suo Governo ha detto: la cultura non si mangia. È vero, la cultura non si mangia: la cultura si respira, è come l’aria e dalla qualità di quest’aria dipende la qualità della vita di un Paese, anche di coloro che non hanno mai messo piede a Pompei e non hanno visto le meraviglie di quel luogo. È la qualità di quest’aria che rende al nostro Paese la possibilità di essere ciò che esso storicamente è stato. È la qualità di quest’aria che fa l’identità italiana e che sancisce la nostra unicità.
Signor Ministro, prima, nella sua esposizione, ha affermato che esiste una storica sottovalutazione da parte delle classi dirigenti del tema relativo alla cultura. Posso risponderle come si dice nella mia città: «Parli per lei». Infatti, in tempi duri e difficili, quando doveva essere realizzata la manovra per l’Europa e il Ministro Ciampi e il Presidente del Consiglio Prodi chiesero al Paese un sacrificio di 30 miliardi di euro, le spese per la cultura raddoppiarono: si passò, infatti, da 900 milioni a 2 miliardi di euro. I Governi di centrosinistra, nel corso degli anni, anche successivi ai primi due della loro esperienza, aumentarono le spese per la cultura.
Perché quella per la cultura è una spesa che è investimento, che è anticiclica, produce occupazione, genera turismo, produce una ricchezza diffusa sui territori dell’immenso, e diffuso in tutto il Paese, patrimonio artistico e culturale.
Pompei è il gioiello di tutto questo. Uno dei tanti gioielli di un Paese che, per fortuna, ha visto nel corso di questi anni crescere l’attività di restauro. Tanti beni – penso a Venaria Reale e a tanti altri – sono tornati a essere fruibili grazie al fatto che c’è stato, in questo Paese, chi ha ritenuto che questa fosse una priorità, che la cultura si respirasse e che poi non si mangiasse, ma potesse anche dare da mangiare.
Per Pompei, come lei sa, nel 1997 approvammo una legge, che il suo collega Malgieri giudicò un felice passo in avanti. Una legge che stabilì alcune novità. La prima era quella di consentire alla sovrintendenza di incassare direttamente le risorse disponibili e che fece passare da 4 milioni annui a 20 milioni di euro gli incassi disponibili per Pompei; introdusse una figura di manager che si affiancava al sovrintendente, al quale restava la sovranità scientifica della definizione degli interventi; fu approvato un piano programma che praticamente triplicò il numero delle aree messe in sicurezza.
Cosa è successo dopo? Dopo è successo che si sono ridotti i fondi e che è saltata la governance: 30 milioni di euro sono saltati nel 2006, 40 milioni nel 2008. Nei due anni in cui lei è Ministro ci sono stati tre sovrintendenti, due dei quali ad interim; e poi, non manager culturali, ma un prefetto in pensione; e poi, la protezione civile chiamata anche ad esercitare un ruolo all’interno di Pompei, uno dei luoghi culturali fondamentali del Paese.
Non è vero che non fosse annunciato quello che è accaduto. A gennaio di quest’anno il muro della «casa dei casti amanti», a 100 metri dalla «casa dei gladiatori», è crollato; poche settimane fa il «vicolo di Ifigenia», che costeggia ad est la «casa dei gladiatori», ha subìto un crollo.
La verità è che non si è fatto e non si fa quanto si deve per il restauro, perché si è spostato tutto sulla cultura della valorizzazione, che pure è una cultura necessaria e che io, per primo, considero essere la seconda parte di un progetto culturale, e i soldi per i restauri, la percentuale di investimenti per i restauri si è ridotta al 25 per cento.
Il crollo di Pompei ha fatto il giro del mondo, e lei oggi ci ha detto che va tutto bene, che tutto è stato fatto perfettamente e che anzi ci sono risultati mirabili, salvo poi dirci che sono previsti altri crolli. Una frase che non può che gettare tutto il Paese e la comunità internazionale – è di ieri l’appello dell’Unione europea – in una condizione di assoluta preoccupazione.
Quel crollo racconta come una metafora lo sfarinamento del nostro Paese. E anche la sua trasformazione: crolla Pompei e si immagina di fare una gara di «Formula uno» nel cuore della città di Roma.
Vede, questa vicenda non è qui in quest’Aula, e noi non siamo a chiederle un atto di responsabilità per un episodio specifico. Lei ha ragione: ci sono stati in tante circostanze – lo può dire chi ha governato – momenti nei quali si viene chiamati a rispondere anche di cose di cui non si ha responsabilità immediata e diretta. No, le si chiede un atto di responsabilità per lo stato di abbandono della cultura italiana: il cinema, la lirica, il patrimonio culturale, la serrata dei musei, la riduzione permanente e costante dei fondi (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).
Signor Ministro, in quattro anni i fondi del suo Ministero passeranno, per leggi da lei votate e da lei sostenute, da 1.718 milioni di euro a 1.417 milioni di euro, con buona pace della tutela del patrimonio.
Concludo dicendo questo: noi le chiediamo le dimissioni per tutto questo, non per una circostanza specifica.
Credo che tutti voi sappiate, perché siete persone responsabili, che si è chiuso un ciclo. Si dice che bisogna spegnere la luce: la luce è già spenta e c’è un buio fitto. Cerchiamo di fare in modo che questo Paese possa uscire da questo tunnel (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).

(qui) l’intervento del Ministro Bondi

"Una tradizionale famiglia italiana", di Daniela Del Boca e Chiara Saraceno

Per ora è solo un documento di intenti, ma “Verso un piano nazionale per la famiglia” indica gli strumenti per fornire un sostegno a chi ha figli o ha famigliari non del tutto autosufficienti: riforma del fisco, espansione dei servizi, costruzione di reti di solidarietà locali. Senza però far cenno a risorse o priorità. E in una visione tutta ideologica della famiglia, riconosciuta come tale solo quando è eterosessuale e basata sul matrimonio, mentre rimane indifferente di fronte ai cambiamenti e alla pluralizzazione dei modi di fare famiglia.

“Verso un piano nazionale per la famiglia”, presentato in questi giorni a Milano, alla Conferenza nazionale per la famiglia, è, per ora, solo di un documento di intenti, preparato dall’Osservatorio nazionale sulla famiglia. Per diventare un vero documento programmatico dovrà, con eventuali emendamenti a ogni passaggio, passare al vaglio e alla approvazione delle varie istituzioni coinvolte: ministeri, Conferenza Stato-regioni, probabilmente anche Anci, prima di arrivare al Consiglio dei ministri ed eventualmente al Parlamento. Nel corso di questi passaggi, dovranno anche essere stabilite priorità e modalità di copertura finanziaria, al momento del tutto assenti.

QUALE FISCO PER LE FAMIGLIE

Stando così le cose, si può solo cercare di coglierne la logica, vedere quali sono gli strumenti almeno idealmente individuati per fornire un sostegno a chi ha figli o ha famigliari non del tutto autosufficienti. Questo, e solo questo, è infatti il perimetro degli obiettivi formulati dal piano. All’interno di un’esposizione spesso farraginosa, carica di inglesismi inutili, con una tendenza alla costruzione di macchine burocratiche a ogni passaggio, possiamo individuare sostanzialmente tre direzioni di intervento: a) una riforma del fisco e dei trasferimenti di reddito alle famiglie che privilegi quelle con figli (purché i genitori siano sposati, però, il che apre una questione non solo di equità, ma di legittimità costituzionale dal punto di vista dei diritti dei figli); b) l’espansione dei servizi per primissima infanzia e per gli anziani non autosufficienti; c) l’attivazione di reti di solidarietà locali.
La prima è sicuramente la proposta più innovativa, anche se non del tutto definita. Vengono infatti proposte tre alternative: riforma degli assegni al nucleo contestualmente a un aumento delle deduzioni di imposta, deduzioni fiscali corrette e quoziente famigliare corretto. Viene espressa una preferenza per la terza, nonostante comporti, tra l’altro, la necessità di passare dal sistema di tassazione individuale al sistema di tassazione famigliare, con i rischi di disincentivazione che ciò comporta per il secondo percettore di reddito, di solito la moglie. (1)
Non è chiaro, inoltre, il rapporto tra queste tre proposte e quella avanzata dal Forum delle famiglie, che pure fa parte dell’Osservatorio che ha redatto il documento. Il Forum propone il cosiddetto Fattore famiglia, ovvero un livello di reddito non imponibile oltre il quale l’imposta viene calcolata partendo dall’aliquota dello scaglione cui comunque appartiene il reddito dichiarato, unitamente a una imposta negativa per i redditi incapienti. Il Fattore Famiglia potrebbe, ma non è affatto chiaro, coincidere con la seconda alternativa, le deduzioni famigliari corrette. Rimandiamo alle puntuali osservazioni di Claudio De Vincenti e Ruggero Paladini su www.nelmerito.it per una analisi dei rischi contro-distributivi di questo approccio. (2)

PASSO AVANTI SUI SERVIZI

Per quanto riguarda la proposta di espansione dei servizi, il documento rappresenta un indubbio passo avanti sia rispetto al Libro bianco sul welfare, che rispetto al documento Carfagna-Sacconi “Italia 20-20”, sulla conciliazione. Non ci si limita infatti a evocare la solidarietà intergenerazionale, una alleanza tra madri e figlie che vivendo vicine si aiutano vicendevolmente. Al contrario, soprattutto nel caso dei bambini in età pre-scolare, si insiste sulla necessità di una espansione dei servizi. L’espansione, tuttavia, specie in mancanza della individuazione di risorse certe, è di fatto lasciata tutta al mercato, in varie forme: nidi aziendali, micro-nidi, nidi in famiglia o condominiali, educatrici famigliari e accompagnatrici e così via, più o meno sostenuti da voucher distribuiti dalle Regioni (anche qui, non è chiaro con quali fondi).
Manca, per altro, l’indicazione che i servizi per l’infanzia dovrebbero rientrare nei livelli essenziali dei servizi e manca, soprattutto, una riflessione sulla qualità e la dimensioneeducativa dei servizi per la prima infanzia, che non può essere garantita nello stesso modo da questo insieme variegato di servizi. È una riflessione avviata da tempo dall’Ocse, dalla Unione Europea e anche in Italia, di cui qui non vi è traccia. (3)
Forse perché si vuole, come è scritto, “investire sulla famiglia”, non sugli individui, in primis i bambini. Bambini le cui necessità di cura, sorveglianza, organizzazione del tempo, per altro scompaiono una volta superati i tre anni. In particolare, nulla si dice degli orari delle scuole dell’obbligo, forse per non entrare in rotta di collisione con il ministro Gelmini.(4)
Ancora più problematico il discorso per quanto riguarda la non autosufficienza. Mentre si dà atto che le famiglie non possono essere abbandonate a sé stesse, sembra che i servizi vadano organizzati solo per quelle persone non autosufficienti che non hanno una famiglia su cui contare. I famigliari con responsabilità di cura, invece, potranno contare al massimo su qualche consulenza, magari psicologica e qualche giorno o settimana di “ricovero di sollievo”. Più ancora della cura dei bambini, la cura degli anziani rimane un “affare di famiglia”, o meglio di donne nella famiglia.
Viene infine mutuata dall’Unione Europea (e prima ancora dalla Germania che fu la prima ad attivarle) l’indicazione di costituire “alleanze locali per le famiglie”. O meglio, nella versione italiana, “per la famiglia”, al singolare, tanto per ribadire che secondo questo documento ne esiste un solo tipo legittimo e gli altri tipi possono accedere alle politiche e ai sostegni solo se “bisognose” o in difficoltà. Si tratta di creare reti di attori locali, pubblici e privati, che cooperano sul piano organizzativo per costruire un ambiente favorevole a chi ha responsabilità famigliari. Forse quest’ultima direzione è l’unica del piano che ha qualche possibilità di essere realizzata, se esistono a livello locale le necessarie disponibilità culturali, politiche, organizzative, dato che non impegna finanziariamente né Stato né Regioni. Ne esistono già esempi, al di là di quello trentino segnalato dal piano. Il rischio è che, come su altre cose, ci siano Italie non solo a diversa velocità, ma che vanno in direzione opposta.

UNA SOLA FAMIGLIA

All’apertura della conferenza, nei discorsi di Maurizio Sacconi (ministro del Welfare) e Carlo Giovanardi (sottosegretario alla Famiglia) il target di queste politiche si chiarisce e si delimita: solo coppie regolarmente sposate con figli. Una visione tutta ideologica della famiglia, che la riconosce solo quando è eterosessuale e basata sul matrimonio e rimane indifferente di fronte ai cambiamenti e alla pluralizzazione dei modi di fare famiglia, anche con figli, documentata anche in Italia dai dati statistici: coppie di fatto etero e omosessuali, genitori soli, famiglie ricostituite in cui i figli non sono, o non tutti, della coppia con cui vivono e talvolta pendolano tra una famiglia e l’altra. Una visione che tratta tutte queste altre famiglie come devianti, non come modi legittimi di esprimere amore e solidarietà e di farsi carico di altri, perciò meritevoli di sostegno.

(1) C. Saraceno, “Alcune considerazioni in tema di quoziente famigliare”.
(2) C.DeVincenti e R.Paladini, “Al di là del quoziente familiare”.
(3) Si veda, rispettivamente, Oecd, “Starting Strong: Curricula and pedagogies in Early Childhood Education and Care”, Paris, Oecd. E Del Boca D. Pasqua S. “Esiti scolastici e comportamentali, famiglia e servizi per l’infanzia”. Rapporto Fondazione Agnelli forthcoming 2010.
(4) Saraceno C., “Non è solo questione di maestro unico”.

www.lavoce.info

Camera dei Deputati: informativa urgente del Ministro Maroni sui fatti accaduti alla questura di Milano (caso Ruby). Replica di Antonello Soro PD

Signor Presidente, signor Ministro, ieri abbiamo preso atto che i funzionari e gli agenti della questura di Milano in quella circostanza hanno rispettato la legge. È per questo che siamo ancora più grati e solidali a quegli agenti, a quei funzionari e a tutte le forze dell’ordine che, non solo a Milano, svolgono l’ordinario esercizio del dovere con la straordinaria fatica di conciliare fedeltà alle leggi e ai regolamenti con il condizionamento di un potere di Governo, con una pressione intrusiva e arrogante di un politico che invade il campo della pubblica sicurezza, che ignora il confine tra il pubblico e il privato, che ignora la distinzione dei poteri, che non possiede il senso dello Stato.
Signor Ministro, lei ci ha deluso questa volta e ci ha sorpreso. Ci ha colpito l’incredibile dissociazione fra il tono burocratico, distaccato, da mattinale della sua relazione frettolosa, banalizzante, elusiva, e il senso comune degli italiani per una vicenda che incrocia plasticamente il crepuscolo personale e politico di un uomo che guida il Paese con il fallimento della prova di Governo di una classe dirigente che, per la terza volta in sedici anni, ha mancato l’appuntamento con il dovere di trasformare il consenso elettorale in politiche di Governo.
Le questioni, signor Ministro, sono altre, sono gravi, e lei le ha eluse. Vi è una questione di abuso di potere. Se il Presidente del Consiglio dei ministri da palazzo Chigi, nel cuore della notte, interferisce con la normale attività della questura in favore di una minorenne accusata di furto, se il Presidente del Consiglio dei ministri con più interventi in un clima incredibile e innaturale di eccitazione, chiede non informazioni, ma chiede e ottiene l’affidamento della minorenne a una singolare collaboratrice, la consigliere regionale Minetti, che qualche minuto dopo l’affidamento abbandona la ragazza al suo destino senza il minimo scrupolo, un destino prossimo agli ambienti della prostituzione (come tutti sappiamo), se per ottenere questo il Presidente del Consiglio dei ministri ricorre all’inganno della disinvolta menzogna, affermando che la minorenne è parente del Presidente Mubarak con l’obiettivo di intimidire un funzionario di polizia, se il Presidente del Consiglio dei ministri con questo inganno mette in difficoltà i rapporti diplomatici con l’Egitto, se tutto questo avviene, è avvenuto, questo ha un nome: è abuso di potere.
Poi c’è una questione che riguarda la sicurezza del Capo del Governo che, come lei sa, signor Ministro, è la sicurezza nazionale.

Lo stile di vita dell’onorevole Berlusconi, quello di cui lui è orgoglioso, la sua vita disordinata lo rende vulnerabile, debole, ricattabile. Se i suoi numeri di telefono privato circolano nel mondo della prostituzione, sappiamo che questo mondo è prossimo ad altri mondi ed anche oggi gli organi di stampa riportano notizie in questa direzione. Se, in occasione delle sue notti di svago, si entra e si esce nelle sue residenze pubbliche o private, la distinzione e il confine tra pubblico e privato è stato cancellato dal Premier e non può essere invocato in questa occasione come un fattore dirimente, allora si pone un problema di sicurezza di cui lei, signor Ministro, avrebbe oggi dovuto riferire.
Noi non diciamo cose generiche. Oggi è in circolazione nella rete – lo sanno tutti, lo hanno visto tutti – un filmato che riprende l’ingresso in una delle residenze del Presidente del Consiglio di un noto personaggio, un selezionatore di giovani donne in carriera, che porta questi giovani donne a palazzo Chigi e nelle residenze private del Presidente del Consiglio. In quel filmato, questo signore, un certo Mora, inquisito per favoreggiamento della prostituzione, entra nella villa del Presidente senza nessun controllo.
Vi è inoltre un’altra questione di cui lei avrebbe dovuto parlare: quali sono le funzioni della scorta del Presidente del Consiglio dei ministri. È vero e normale che vengono affidati agli agenti di scorta, personale dei servizi segreti, compiti di accompagnamento delle giovani frequentatrici delle notti presidenziali, nonché il compito non esaltante di regolare l’accesso di giovani di ogni mestiere nelle ville e nelle residenze del Presidente del Consiglio dei ministri?
Avremmo apprezzato, signor Ministro, qualche parola in tal senso, ma non rinunceremo a richiedergliene ancora.

L’onorevole Berlusconi ha detto di essere orgoglioso del suo stile di vita. Noi no, gli italiani no! Non è per un giudizio moralistico se proviamo un altro sentimento misto di pena e di indignazione per le ossessioni patetiche di un Capo di Governo in avanzata età geriatrica che trasforma la sua casa in un palcoscenico della prostituzione, che trascorre le notti con giovani donne, spesso minorenni, convocate a pagamento dai suoi miserevoli cortigiani.
Le ricordo, signor Presidente del Consiglio, che l’articolo 54 della Costituzione ci obbliga, la obbliga a tenere conto dell’onore dell’Italia. Lei, Presidente del Consiglio, oggi disonora l’Italia

"A L´Aquila percorso blindato il premier dribbla la protesta", di Antonello Caporale

Il presidente del Consiglio mancava da 9 mesi. Il popolo delle carriole tenuto a distanza. Anche a L´Aquila piove, anche qui la fastidiosa parola d´ordine, bunga bunga!, risuona davanti ai poliziotti che difendono l´accesso alla caserma di Coppito, il luogo blindato dove Silvio Berlusconi è atteso. È un ritorno frettoloso e chiuso ai cittadini. Il premier per altre ventinove volte è giunto in città, e in decine di occasioni ha salutato e abbracciato, baciato, pianto e sorriso. Non è tempo, fuori piove. La platea è ordinata secondo le gerarchie militari, nel senso proprio del termine. Militi che attendono il conferimento della medaglia d´oro della Protezione civile. Coppito è un comando sorvegliato oltre la misura e anche la forza dei dimostranti che arrestano il passo a tre chilometri di distanza.
L´acqua e il fango e le carriole mostrano il segno della tormenta politica. Ne fa le spese chi capita a tiro. E a tiro, cioè in auto, giunge il vicecommissario delegato alla ricostruzione, dottor Cicchetti. Nomina tra le più infelici e contestate, figura opaca e assai discussa in ragione di un passato giudiziario piuttosto burrascoso. Il bunga bunga lo fanno a lui. Coriandoli di euro falsi coprono la sua auto, spintoni e urla («non ci rappresenti, sciacallo») costringono l´autista al fermo tecnico. Il delegato del governo si salva solo quando i rinforzi della polizia raggiungono l´auto che viene fatta rinculare verso la caserma.
Berlusconi premia. Esercito, marina, naturalmente vigili del fuoco, guardie forestali e persino carcerarie. Solo la polizia viene esclusa dal medagliere (e due poliziotti usciranno dalla sala bofonchiando: «A noi nemmeno un grazie») ricco della virtù dei protagonisti che sono stati in città nelle drammatiche ore dell´emergenza.
È anche l´ultima volta di Guido Bertolaso con la maglietta tricolore. Chiude la sua altalenante vicenda abruzzese con le lodi del sindaco della città e i mugugni di chi adesso, pur cercandola, non trova casa. Eppure i soldi ci sono. Berlusconi, con a fianco Gianni Letta, i spiega (ma Tremonti lo sa?) che esistono 14 miliardi di euro pronta cassa destinati a L´Aquila. Aggiunge di ritenere «di aver degnamente rappresentato il popolo italiano». Si è fatta sera. E appunto si accomiata con i versi tristi de “La sera” di Giovanni Pascoli: «… la nube nel giorno più nera fu quella che vedo più rosa nell´ultima sera».

La Repubblica 10.11.10