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"Le cifre dell’ambiente In tre anni fondi tagliati di più della metà" di Alessandro Arachi

Perso un miliardo di euro, parchi e ricerche a rischio. I bilanci sono decisamente disastrati. Sotto la soglia della sopravvivenza. Dal 2008 a oggi, infatti, è stato tagliato quasi un miliardo di euro, circa i due terzi della somma totale a disposizione del ministero dell’Ambiente. Non solo. Da qui al 2013 sono in previsione ulteriori tagli, oltre 200 milioni di euro nel complesso. Sui parchi l’ultimo allarme è stato lanciato ieri, dal ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo: «Dopo i tagli che sono stati fatti ai fondi per i parchi, sarò costretta a chiuderne almeno la metà».

ROMA Sui parchi l’ultimo allarme è stato lanciato ieri, con disperazione. Ma già più e più volte il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo aveva avvisato, cercando di attirare l’attenzione: dopo i tagli che sono stati fatti ai fondi per i parchi, sarò costretta a chiuderne almeno la metà.
La verità, tuttavia, è che a dare un’occhiata ai bilanci del dicastero dell’Ambiente usciti dalla manovra economica, si può vedere come i parchi siano soltanto la punta dell’iceberg della disperazione.
I bilanci sono decisamente disastrati. Sotto la soglia della sopravvivenza. Dal 2008 ad oggi, infatti, è stato tagliato quasi un miliardo di euro, oltre la metà della somma totale a disposizione del ministero dell’Ambiente. Non solo. Da qui al 2013 sono in previsione ulteriori tagli, oltre 200 milioni di euro nel complesso.
Per capire meglio: si è partiti nel 2008 da un miliardo e 649 milioni si è arrivati oggi a 738 milioni, si punta al 2013 ad un cachet di poco più di 500 milioni. Tradotto: in certi casi non si riesce neanche a pagare le bollette. Il taglio per il 2011 riguarda diverse voci.
Come nel caso dei parchi, sicuramente. Dai 57 milioni di euro a disposizione si è tagliato quasi il 40% arrivando a 35 milioni. I conti sono facili: oltre 29 milioni di euro servono solamente per pagare gli stipendi. Rimangono 7 milioni per tutto. E tutte le bollette non si pagano di certo.
Andando avanti a sbirciare il bilancio, la situazione non è certo più rosea. Avete presente l’Ispra? L’istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale? Quello che si occupa un po’ di tutto quanto avviene nel nostro Paese in tema di ambiente dal punto di vista scientifico, dal capodoglio che si spiaggia al fiume che esonda?
Anche per l’Ispra vale il discorso dei parchi: i tagli dei fondi lo portano sotto la soglia di sopravvivenza. Già prima si barcamenava al limite con 87 milioni di euro, di cui 80 andavano tutti a coprire le spese del personale. Ora di milioni gliene sono rimasti solamente 79 e, oltre a non pagare gli stipendi, l’Ispra deve dire addio anche a tutte le convenzioni esterne. Quelle che, alla fine, permettevano di operare più di tutti sul nostro territorio.
Arrivati alla voce dei Fondi Fas (Fondi aree sottosviluppate), bisogna guardarla e riguardarla più volte per credere alle cifre scritte. In bilancio sono rimasti solamente i 900 milioni di euro per il disastro idrogeologico, tagliati comunque di oltre il 20%. Niente altro.
Le bonifiche? C’erano a disposizione 3 miliardi di euro in questa voce. Ora? Zero. Non c’è nemmeno un centesimo. Tradotto, semplicemente: lo Stato non può più pagare bonifiche. Punto. Azzerate anche le risorse per il progetto della Valle del Po (180 milioni) e tutto quello che riguarda le risorse naturali e culturali per lo sviluppo (265 milioni).
E le sorprese non sono finite. Con questi tagli entro due anni viene messa a rischio qualsiasi attività di controllo e di intervento in mare.
Adesso, infatti, sta per entrare in attività il contratto di Castalia, la società preposta a questi controlli. Ma una volta terminato questo i fondi rimasti non lasceranno spazio ad altri contratti.
C’erano, infatti, 23 milioni di euro alla voce di monitoraggio marino costiero. Nel 2011 ce ne saranno 16 milioni. E anche in questo caso: stipendi, bollette, spese correnti. La sopravvivenza non viene garantita.
Il ministero dell’Ambiente, insomma, potrebbe anche chiudere i battenti.

Il Corriere della Sera 10.11.10

"Se Cittadinanza e Costituzione non ha il voto", di Franco Labella*

Una rivista diffusa e prestigiosa nel mondo dell’istruzione come Tuttoscuola dà rilievo, nel numero on line questa settimana, ad una apparente “non notizia”.
La non notizia è che Cittadinanza e Costituzione, la nuova disciplina annunciata qualche anno fa , con enfasi mediatica, dal Ministro Gelmini ma mai introdotta nelle scuole come disciplina autonoma, da quest’anno non potrà avere alcuna valutazione sulle pagelle degli studenti italiani delle superiori riordinate.
In realtà non avendo un monte ore proprio ed essendo stata affidata, quasi prevalentemente, come complemento al programma di Storia, Cittadinanza e Costituzione, oggi, altro non è che la riedizione della mai rimpianta Educazione civica.
Chiediamo da tempo, come Coordinamento nazionale dei docenti di Diritto e Economia, che gli studenti italiani abbiano un insegnamento di Cittadinanza e Costituzione non fittizio ma rigoroso anche sul piano scientifico e , quindi, valutato autonomamente.
L’educazione alla legalità senza le leggi, che è lo slogan lanciato da Marco Bruschi, il consigliere politico del Ministro Gelmini per il quale anche lo studio della Resistenza era un di più, è solo uno slogan e come tale non serve alla scuola italiana.

*Coordinamento nazionale dei docenti di Diritto e Economia

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“Via la Costituzione delle scuole”, di Salvo Intravaia

Il dietrofront in una circolare del ministero: non sarà oggetto di specifica valutazione. “Cittadinanza e Costituzione” resta una materia di serie B. Esattamente come è stato per oltre 50 anni con l´Educazione civica, compressa nei programmi di Storia. Eppure il ministro Gelmini era stata chiara: Cittadinanza e Costituzione sarà una materia con una propria dignità e avrà un voto dedicato. Ma la circolare del 28 ottobre la smentisce clamorosamente. “Cambiare tutto per non cambiare niente”, per dirla con le parole del principe di Salina nel Gattopardo? O a mettersi di traverso è stata la Lega, che non ha mai visto di buon occhio l´iniziativa del ministro di Leno? Sta di fatto che, nonostante i proclami di inizio legislatura, Cittadinanza e Costituzione non avrà un voto e neppure delle ore di lezione ad essa destinate, la conferma è arrivata poco più di una settimana fa. Il primo agosto del 2008 il ministro Gelmini annunciava: «Dal prossimo anno scolastico, nel primo e nel secondo ciclo di istruzione, sarà introdotta la disciplina Cittadinanza e Costituzione, che sarà oggetto di specifica valutazione» e per la quale «sono previste 33 ore annuali di insegnamento». La novità in materia di studio della Carta costituzionale e di diritti e doveri dei cittadini arrivava al termine di un movimentato Consiglio dei ministri che approvava il ritorno al voto di condotta e l´introduzione della Carta dello studente. Ma che faceva anche registrare la protesta dei ministri leghisti Bossi e Calderoli che giudicavano come “roba superata, lontana dagli studenti” lo studio dell´Educazione civica. Adesso, la gattopardiana circolare numero 86, misteriosamente sparita dal sito del ministero subito dopo essere stata pubblicata, pur spiegando che Cittadinanza e Costituzione è “un insegnamento con contenuti propri che devono trovare un tempo dedicato per essere conosciuti e gradualmente approfonditi”, precisa che “si colloca nell´ambito del Sé e l´altro nella scuola dell´infanzia, nell´area storico-geografica della scuola primaria e della scuola secondaria di primo grado, nell´ambito dell´area storico-geografica e storico-sociale della scuola secondaria” superiore. Non è quindi una materia con un orario ad hoc. E che “tale insegnamento rientra nel monte ore complessivo delle aree e delle discipline indicate”. Per poi ammettere che “non è una disciplina autonoma e dunque non ha un voto distinto” e che “la valutazione trova espressione nel complessivo voto delle discipline delle aree storico-geografica e storico-sociale di cui è parte integrante”. Lo studio dell´Educazione civica è stato introdotto nelle scuole superiori nel lontano 1958. Ma già nel 1955 i sussidiari della scuola elementare contenevano elementi di Educazione civica. Poi venne la Moratti che introdusse l´Educazione alla convivenza civile e dopo la collega Gelmini che, tagliando l´orario settimanale, la chiamò Cittadinanza e Costituzione.

La Repubblica 10.11.10

Alluvione in Veneto. Letta «C'è grande rabbia», di Maria Zegarelli

«Due cose mi hanno colpito particolarmente: la rabbia della gente verso lo Stato – e quindi verso il governo – e il lavoro straordinario che i volontari, italiani e immigrati insieme, stanno facendo ancora in queste ore nelle zone devastate dall’alluvione». Enrico Letta, numero due del Nazareno, ieri mattina è andato in Veneto, prima a Vicenza, la città più colpita, poi a Verona, «perché il Pd sta preparando gli emendamenti alla Finanziaria ed era necessario rendersi conto di persona dell’entità dei danni».
Insieme ai dirigenti locali del Pd, al sindaco di Vicenza – Achille Variati che ieri ha telefonato al Presidente della Repubblica – ieri ha incontrato tutte le categorie economiche alla Camera di Commercio. «C’è una grande tensione – racconta mentre corre verso l’aeroporto – e una grande preoccupazione perché ci sono intere zone devastate, colture di pregio, come i vitigni, ormai andate in malora, aziende fuori uso, abitazioni invase dal fango».

Letta, ha sentito la novità? Dopo il vertice Lega-Pdl, Berlusconi e Bossi hanno annunciato che domani (oggi per chi legge, ndr ) saranno a Varese.

«Vadano a chiedere scusa ai veneti. È stupefacente che non siano andati il giorno dopo a verificare di persona, insieme al governatore della Regione, con gli stivali ai piedi, cosa era successo, o l’entità dei danni. Stupefacente e scandaloso, poi, che il governatore dopo una settimana ancora non si sia fatto vedere a Vicenza, il comune più colpito. Berlusconi e Bossi vanno sull’onda di una protesta nazionale e perché si sono resi conto che lì, proprio nel Veneto, rischia di accadere qualcosa di molto grave che può sfuggire di mano alla stessa Lega…».

Si riferisce alla minaccia di non pagare le tasse? «

La Lega sta al governo nazionale e a quello regionale, non può certo minacciare la rivolta fiscale. Sono loro a dover trovare i fondi necessari e invece fino ad ora c’è stata una grave sottovalutazione nei confronti di questa vicenda. Aver stanziato 20 milioni per quattro regioni vuol dire non aver capito l’entità dei danni. Aggiungo che se scatta la rivolta fiscale è la fine dello Stato e neanche la Lega potrà controllarla perché adesso è proprio il Carroccio sul banco degli imputati».

Sacconi ha detto che i fondi ci sono e che l’unica cosa da fermare sono gli “sciacalli” che speculano sull’alluvione.

«Sacconi e il governo saranno chiamati alla prova della Finanziaria. Noi presenteremo degli emendamenti, è per questo che sono andato in Veneto, perché il Pd vuole dare risposte concrete. Vedremo la prossima settimana cosa farà in Aula la maggioranza, se voterà le nostre proposte oppure lasceranno tutto come è».

Che cosa chiederete?

«Quattro cose: la sospensione dei tributi e dei mutui perché non si può chiedere alle aziende attualmente inagibili di pagare le tasse; la deroga al patto di stabilità per i comuni alluvionati; una cassintegrazione straordinaria per le aziende alluvionate dal momento che quella ordinaria non è più sufficiente e infine i soldi per i risarcimenti. Chi ha avuto la propria casa o la propria azienda distrutta deve poter contare su dei contributi per ricostruire. Venti milioni per quattro Regioni sono una cifra assolutamente inadeguata».

Il cardinal Bagnasco chiede un piano di messa in sicurezza del territorio. Un altro segnale dell’assenza di azione del governo a cui ormai più nessuno fa sconti?

«Questo è un governo avvitato su se stesso, imprigionato in una crisi a cui non vuole dare lo sbocco naturale, cioè le dimissioni del premier. Finora hanno proceduto soltanto con i tagli, lineari, senza rendersi conto delle conseguenze. La mancanza di un piano di messa in sicurezza è stata la denuncia che sindaci, imprenditori, commercianti e semplici cittadini mi hanno fatto. Lo vogliamo capire che quanto sta accadendo è il frutto dell’abbandono di ogni politica di prevenzione? La natura si ribella ai tagli: la conformazione del territorio del nostro Paese non perdona ritardi e mancanza di interventi. I fatti di questi ultimi giorni stanno lì a ricordarcelo».

L’Unità 09.11.10

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Dopo l’alluvione al Veneto spiccioli e illusioni
Enrico Letta visita le zone alluvionate: “Bossi e Berlusconi qui arrivano tardi. Chiedano scusa al Veneto per l’indifferenza e la disattenzione con cui hanno seguito la crisi”. Dal PD emendamenti per la sospensione delle tasse, allentamento dei vincoli di bilancio e risarcimenti. Realacci: “E’ il governo ad aver tagliato i fondi per la difesa del territorio”.
A una settimana dalla piena del Bacchiglione del Retrone e di tanti altri corsi d’acqua il Veneto è ancora immerso sotto un metro di fango. Se l’Italia affonda è il governo che se ne deve andare a casa (scarica il manifesto)perché i danni sono quantificati in un miliardo di euro e lo stanziamento di Berlusconi, Bossi e Tremonti è di appena 20 milioni di euro. L’auspicio della responsabile ambiente della segreteria Pd, Stella Bianchi, di un segnale postivo da parte del governo con lo sblocco immediato di tutte le risorse da destinare alle popolazioni e alle imprese colpite dall’alluvione in Veneto purtroppo non ha avuto seguito. Le imprese sono in ginocchio e gli imprenditori minacciano di non pagare le tasse, l’unico fatto che è riuscito a bucare il muro di gomma dei media sulla catastrofe che ha portato a 4.500 persone evacuate solo nella provincia di Padova. Tanta preoccupazione anche per il Veneto, dove Enrico Letta ha incontrato il sindaco di Vicenza, Achille Variati, ed ha tenuto una conferenza stampa per richiamare l’attenzione sulla catastrofe che ha colpito la città e tantissimi comuni.
“L’Italia deve chiedere scusa al Veneto per l’indifferenza e la disattenzione con cui ha seguito la crisi dell’alluvione” ha detto il vicesegretario PD dopo un giro tra le province di Vicenza e Verona. Il Pd presenterà un pacchetto di emendamenti su tre aspetti: 1) sospensione dei tributi e dei pagamenti, 2) esenzione per i comuni dai vincoli del patto di stabilità; 3) risarcimenti per i danni.
“Zaia e Berlusconi fino ad ora sono stati disattenti. Zaia non è ancora nemmeno andato a visitare Vicenza – attacca Letta – Alla Lega si chiedono stavolta fatti e non parole”.
A sera il premier annuncia l’arrivo assieme a Bossi per oggi. Letta al termine di un incontro a Verona con le categorie economiche per fare il punto sui danni dell’alluvione boccia l’annuncio come “tardivo. Avviene sull’onda di una protesta nazionale. La prima cosa che Berlusconi e Bossi devono fare qui in Veneto è chiedere scusa ai veneti. Ci aspettiamo poi che trovino i soldi per la sospensione delle tasse, per l’esenzione dal patto di stabilità dei comuni alluvionati e per i risarcimenti. La settimana prossima in aula, sugli emendamenti alla legge di stabilità si vedranno i fatti e non le parole”.

Ma Bossi e Berlusconi non hanno chiesto scusa e sono stati fischiati come ha ricordato anche Michele Ventura, vicepresidente vicario dei deputati: “Il defilé in Veneto non è andato come previsto e la folla che gridava “noi il bunga bunga non lo vogliamo” ha rovinato la passeggiata a Berlusconi che, accompagnato da Bossi, era arrivato nelle zone alluvionate per promettere risorse. Non è andata meglio all’Aquila: “Tu bunga-bunga, noi macerie”, si leggeva sui cartelli di alcuni manifestanti che non hanno gradito l’arrivo del presidente del Consiglio. Berlusconi si rassegni: la sua maggioranza non c’è più in Parlamento, com’è dimostrato dal fatto che il governo è andato più volte sotto durante le votazioni sulle mozioni riguardo al trattato Italia-Libia, mentre le sue promesse hanno stancato gli italiani. Si dimetta”.

Per il PD si era invece già recata nei luoghi alluvionati, subito dopo il disastro, la senatrice Maria Pia Garavaglia che raccontava di scene simili allo tsunami: “paesi allagati, infrastrutture distrutte, agricoltura e paesaggio devastati. Il governo stanzi i finanziamenti necessari per evitare che si ripetano annualmente delle catastrofi”.
Mentre la Lega proprio non si vede se non per lamentarsi come ricorda il responsabile Enti Locali del PD, Davide Zoggia: “La Lega fa sempre finta di niente quando vengono tirate in ballo le sue responsabilità, e in Veneto ci sono e sono evidenti, perché ciò che è accaduto dipende dalla mancata opera di tutela del territorio. Il centrodestra e le Lega governano il Veneto da più di due legislature. Zaia non può far finta di essere estraneo a ciò che accaduto e, ispirato dall’esempio di Bondi, lavarsene le mani. Le risposte vanno date subito poiché qui è in gioco il futuro occupazionale di migliaia di persone e di imprese”.

Serve invertire subito la rotta e “ripristinare le risorse per la prevenzione e la tutela del territorio che questo Governo ha massacrato – ricorda Ermete Realacci, responsabile green economy del Pd – tagliando le risorse per la prevenzione dal dissesto idrogeologico di oltre un quinto rispetto a quelle già scarse stanziate dal precedente esecutivo di centro sinistra. I fondi sono passati dal 510 milioni del 2008 ai 93 del 2011. Bisogna agire da subito e recuperare nella legge di stabilità per il 2011 in discussione alla Camera le risorse necessarie per far fronte a questa grave emergenza. Sono queste le priorità del paese: la manutenzione ordinaria del territorio, gli interventi per mettere in sicurezza quella gran parte di Italia che risulta a rischio frane, alluvioni e smottamenti. Bisogna fare molto di più per un paese fragile, reso ancor più insicuro dall’incuria, da decenni di cementificazione selvaggia, dall’abusivismo edilizio e da eventi meteorologici che per effetto dei mutamenti climatici stanno diventando sempre più estremi”.

Il senatore del Pd Paolo Giaretta intanto scrive ai ministri Sacconi, Brunetta e Galan: “Convocate una riunione di tutti i parlamentari veneti, vediamo insieme le strade da percorrere per ottenere subito ciò che ci spetta. Ognuno facendo la propria parte. Evitando che chi sta al Governo a Roma e a Venezia faccia finta di stare all’opposizione”. Li invita a far valere la folta rappresentanza dei veneti nel governo: “Con i fatti. Con il sostegno dell’opposizione. Siamo pronti”.
Giaretta nella lettera sottolinea come “la tragedia è grande. Occorre che nel cuore del Governo si abbia esatta conoscenza dei danni che il nostro territorio ha subito e sta subendo. E’ come un terremoto. I morti sono stati tre, e per fortuna la contabilità si è fermata lì. Ma quanto alle sofferenze di tante persone, ai danni di proprietà pubbliche e private, alla rovina per tante aziende industriali, artigianali, commerciali, agricole, ad un degrado generale del territorio siamo di fronte ad una calamità della stessa portata. Non c’è tempo e non bastano i provvedimenti tampone. I primi pochi milioni stanziati non basteranno neppure a pagare ciò che i Sindaci hanno anticipato per conto dello Stato, talvolta di tasca propria (nel civile Veneto succede anche questo).
Occorre un provvedimento legislativo immediato (…)Occorre anticipare interventi di sussidio per imprese e famiglie per consentire almeno i primi interventi nelle case e il riavvio delle attività economiche. Vogliamo farla insieme questa battaglia? Ce lo chiede la dignità del nostro Veneto. Tutti i parlamentari veneti saranno pronti”, conclude Giaretta.

Eppure il governo si appresta a nominare il veneto meno adatto, Luca Zaia, a commissario straordinario per l’emergenza. La presidente del forum Politiche Ambientali PD, Laura Puppato, boccia il presidente della regione: “Ha condiviso nell’ultimo decennio le scelte scellerate del centrodestra in materia urbanistica e di sgoverno del territorio. È come mettere delle volpi di guardia ai pollai. I proclami del governatore Luca Zaia sull’emergenza alluvione lasciano allibiti. Zaia sa benissimo che la strada dell’acconto Irpef è impraticabile, sia per i tempi che per le modalità di legge. Per rispetto ai tanti cittadini del Veneto che in questi giorni stanno facendo i conti con un disastro che ha pochi precedenti sarebbe bene utilizzare le dichiarazioni con molta parsimonia. Un Commissario è indispensabile, ma è paradossale che di tale ruolo sia investito proprio da Zaia, che ha condiviso nell’ultimo decennio le scelte scellerate del centrodestra in materia urbanistica e di sgoverno del territorio. Meglio sarebbe un Commissario con competenze tecniche, in grado di dare risposte in tempi rapidi. Di questo, ora, ha bisogno il Veneto. Zaia deve invece cominciare a governare questa regione, recuperando il tempo perduto negli ultimi anni in tema di difesa del suolo, di prevenzione idrogeologica e di pianificazione del territorio”.

Il nostro timore è quello di una gestione dell’emergenza di stampo propagandistico come accaduto con il terremoto dell’Aquila e con i rifiuti in Campania, mentre come ha dichiarato Bersani la scorsa settimana,“serve un piano di messa in sicurezza dei territori: un piano complessivo di interventi di riqualificazione e potenziamento del sistema idrogeologico, un impegno prioritario per le nostre comunità e per lo sviluppo del nostro Paese. Il Governo intanto è chiamato a restituire il diritto ad una vita normale alle migliaia di famiglie sfollate in Veneto, a porre rimedio agli ingenti danni che questa Regione ha subito a tutti i livelli e a garantire immediatamente certezze anche a tutti gli artigiani, piccoli imprenditori, commercianti che vedono a rischio le loro attività”.

Alessandra Moretti, il vicesindaco di Vicenza, ci racconta di una mobilitazione straordinaria. Da lunedì scorso sono oltre 2.500 i volontari, per l’80% giovani dai 15 ai 25 anni, con molti immigrati, organizzati con le loro associazioni coordinati dalla Protezione Civile di Vicenza e da un nucleo operativo con tutti gli assessori. “Ognuno di noi aveva una zona da coordinare con tutte le forze: ma i danni sono ingentissimi, 1 metro e 80 d’acqua che ha colpito tutta la zona degli argini. Parliamo di case, imprese, uffici, commercianti e artigiani che hanno perso milioni di euro, magazzini e corte da buttare”. Il vicesindaco spiega le ragioni dello sciopero fiscale minacciato da Confindustria: “Il Veneto garantisce almeno 1,5 miliardi di euro di gettito. Adesso con lo stato di crisi si può sforare il Patto di stabilità ma la quantificazione dei danni è difficilissima, ci sono 9.000 persone alluvionate e 2.000 capannoni industriali a mollo, ma è ancora tutto da quantificare il danno del fermo dell’attività produttiva, specie per aziende con decine e decine di lavoratori. I problemi sono tanti: si stanno smaltendo 700 tonnellate di rifiuti al giorno contro i 90 attuali. Ci stanno mettendo a dura prova, ci siamo rimboccati le maniche ma adesso devono arrivare fondi importanti. Invece ci sono appena 20 milioni dal governo e 2 dalla regione, che serviranno solo a coprire parte delle spese sostenute”.

Gli imprenditori sono infuriati: “Se il sostegno alle imprese e ai cittadini vicentini non ci sarà da parte dello Stato, noi non pagheremo le tasse”. Non usa mezzi termini, a Radio 24, il vicepresidente degli industriali vicentini, Luciano Vescovi, parlando dei danni causati in Veneto dal maltempo: “Una critica voglio farla anche a Zaia – continua Vescovi – che ancora non si è fatto vedere qui a Vicenza. Il manifatturiero è in ginocchio, dobbiamo ricomprare le macchine e la produzione è ferma. Se lo Stato non ci aiuta, con un sostegno serio, verrà colpita una parte sana dell’economia italiana. Il manifatturiero vicentino esporta più della Grecia e tiene su una buona parte dell’economia italiana. Il sostegno per noi è un sostegno per l’economia del paese. Se venendo qui lo Stato vedrà le strade ripulite dal fango e dirà bravi vi siete arrangiati, ebbene noi ci arrangeremo con le tasse. Perché questa volta siamo veramente stufi e questa considerazione che faccio è apolitica e non leghista”.

Insomma al Veneto spiccioli e illusioni perché il Governo dopo aver dichiarato lo stato di emergenza venerdì scorso ha erogato appena 20 milioni. Paola De Micheli responsabile Piccole e medie imprese del PD chiede “un intervento straordinario in difesa delle imprese locali e dell’occupazione. Oltre un miliardo di danni rischiano di mettere in ginocchio per mesi il tessuto produttivo veneto, e i 20 milioni stanziati dal governo sono una cifra ridicola se non offensiva. Serve allentare il patto di stabilità interno consentendo agli enti locali di usare le risorse disponibili per interventi d’urgenza a favore del settore produttivo e infrastrutturale. Serve l’immediato pagamento dei crediti che le imprese locali vantano nei confronti della pubblica amministrazione e una moratoria dei debiti che le imprese colpite dal maltempo hanno nei confronti delle banche. Debiti che sicuramente il sistema imprenditoriale veneto saprà onorare vista la forza e la vitalità che da sempre ne contraddistingue l’azione. Sono interventi d’urgenza a cui devono seguire misure strutturali: è ora che il governo passi ai fatti”.

Chiara Braga, parlamentare e responsabile Politiche per la difesa del territorio del dipartimento Ambiente del PD lancia l’allarme: non si può certo pensare di ricorrere ai fondi stanziati ormai un anno fa e non ancora assegnati (900 milioni di euro) per far fronte ad altre emergenze.
A fianco dell’emergenza, però, è essenziale che proprio in questo momento si dia finalmente corso al Piano nazionale di messa in sicurezza del territorio, come il PD chiede da tempo, individuando al più presto le risorse necessarie alla sua copertura, perché non ci si ritrovi a breve a dover rincorrere altre nuove emergenze. Insomma il governo, a partire dal ministro dell’Ambiente, diano subito un segnale di netta inversione di tendenza, ripristinando i fondi destinati alla difesa del suolo e falcidiati dalla manovra finanziaria.

“Il Veneto sommerso dall’acqua merita qualcosa di più delle chiacchiere e delle passerelle a cui ci ha ormai abituato questo governo – dichiara Debora Serracchiani, europarlamentare del Pd – Quello di un pezzo di Nord che frana per due gocce d`acqua é solo l’ultimo episodio di una politica disastrosa del centrodestra, nazionale e regionale, basata solo su annunci e misure spot: il fallimento della programmazione e della tutela del territorio in Veneto non è una sorpresa ma l’effetto di decenni di amministrazione di Pdl e Lega, a cui si é aggiunta l’accetta di Tremonti. Le responsabilità sono chiare e chi le ha deve assumersele tutte”.

Marco Laudonio

www.partitodemocratico.it

"L´inno alla miopia dei conti pubblici", di Tito Boeri

Doveva essere un documento con orizzonti lunghi, volto a illustrare “il modo con cui la politica economica intende far fronte alle priorità sul piano macro e microeconomico».
E far fronte «agli obiettivi sull´occupazione, nell´ambito di un unico strumento di programmazione». Era stato annunciato come una svolta nella programmazione economica a livello europeo in una lunga intervista del nostro Ministro dell´Economia proprio su queste colonne il 3 settembre scorso. Eppure il Programma Nazionale di Riforma licenziato dal Governo venerdì è un inno alla miopia, l´emblema di un Governo che non c´è, che non c´è più o che forse non c´è mai stato nel definire priorità e strategie di politica economica che andassero al di là del giorno per giorno.
Si tratta di un collage di resoconti burocratici, elenchi di quanto fatto sin qui dai diversi Ministeri, senza alcun tentativo di sintesi. Sembrano semplicemente incollati l´uno all´altro, senza neanche cercare di salvare le apparenze e mantenere le debite proporzioni. La parte sull´energia conta da sola quasi un quarto dell´intero documento: 10 pagine, più delle strategie dell´occupazione, delle politiche di contrasto della povertà o delle misure per assicurare la sostenibilità dei conti pubblici messe insieme. Non ci si preoccupa neanche di tradurre in italiano il gergo comunitario. Forse perché non ci si è curati di tradurre neanche cosa ci veniva richiesto: delineare strategie, dunque procedure e regole, coerenti con obiettivi fissati per il 2020.
La crisi della maggioranza non può spiegare, né tantomeno giustificare questo vuoto programmatico. Il piano offriva semmai anche a un esecutivo a fine mandato l´opportunità di prefigurare l´agenda del futuro, prendendo impegni a livello europeo. I ministri che hanno cercato di varare riforme nelle materie di loro competenza potevano fare tesoro dell´esperienza accumulata nel delineare procedure e regole in grado di rimuovere gli ostacoli che si frappongono ad ogni agenda riformatrice, anche quando varata da un Governo che conta su di una ampia maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Non c´è niente di tutto ciò nel documento.
Il fatto è che manca una classe politica in grado di immaginare cosa sarà il nostro paese fra 10 anni, riflettere su quante altre posizioni avremo perso nella gerarchia mondiale del reddito per abitante, cercare di prevedere il futuro di chi inizia oggi a lavorare, valutare quando le cicatrici della Grande Recessione si saranno davvero rimarginate, pensare alle disuguaglianze dinamiche, quelle prodotte dall´immobilità sociale. Significativo che sguardi lunghi siano stati offerti nell´ultima settimana solo da chi fa politica economica senza essere un politico. È stato Mario Draghi a richiamare l´attenzione sul problema della stabilizzazione del precariato. Avrebbe dovuto farlo il ministro del Lavoro che riceve le comunicazioni obbligatorie su tutte le assunzioni effettuate dalle imprese. Ci dicono che nell´ultimo anno la quota di assunzioni con contratti a tempo indeterminato si è ulteriormente ridotta (-30%) mentre è cresciuta quella delle assunzioni con contratti a tempo determinato (+25%) e contratti di collaborazione (+20%). Il Governatore di Banca d´Italia ha sottolineato come la stabilizzazione dei precari possa contribuire a rilanciare la produttività. In effetti oggi i lavoratori con questi contratti temporanei ricevono meno formazione sul posto di lavoro degli altri lavoratori, solo perché il loro contratto ha una scadenza prefissata. Eppure, trattandosi di lavoratori più giovani e mediamente più istruiti degli altri, potrebbero ripagare l´investimento iniziale in formazione con una maggiore produttività durante l´intero arco della vita lavorativa. È uno spreco che davvero non ci possiamo permettere. Come è intollerabile che in Italia molto più che altrove siano i risultati dei genitori a prefigurare il futuro dei figli, altro problema segnalato dal Governatore di Banca d´Italia. Avrebbe dovuto pensarci il guardasigilli Alfano a lanciare il campanello d´allarme. Invece ha dato il via libera ad una riforma dell´avvocatura che rafforza ulteriormente le barriere all´entrata. Gli ostacoli eretti di fronte all´iscrizione agli albi non servono a tutelare la qualità delle prestazione, ma a far sì che chi ha un genitore o un parente avvocato nella sua provincia diventi avvocato prima o al posto di chi avvocati in famiglia non ne ha. Ce lo documentano studi, svolti presso la Fondazione Debenedetti, sulle iscrizioni agli albi e le omonimie nella professione. Peccato solo che il Governatore nel denunciare l´immobilità sociale non abbia colto la palla al balzo per censurare il comportamento di quelle banche che concedono corsie preferenziali nelle assunzioni ai figli dei loro dipendenti.
Se la classe politica italiana oggi è così miope, se non sa guardare al 2020 è anche perché i giovani contano troppo poco sia nell´elettorato attivo che in quello passivo (solo in Italia bisogna aspettare di avere 40 anni per entrare nel ramo alto del Parlamento). L´età media dei nuovi ingressi in Parlamento è costantemente aumentata, significativamente soprattutto fra i partiti di centro-sinistra. I rottamatori hanno dunque non poche ragioni dalla loro. Le prossime elezioni offrono l´opportunità di rottamare una ampia fetta della nostra classe politica per sopraggiunti limiti di visuale, ancor prima che di età. Perché ciò possa avvenire bisogna però permettere a chi vota di scegliere chi mandare a Montecitorio e a Palazzo Madama, ampliare il voto attivo ai sedicenni spingendo i partiti a cimentarsi con più di un milione di nuovi elettori e abbassare la soglia anagrafica per entrare al Senato.

La Repubblica 10.11.10

"La rabbia dei veneti", di Ferdinando Camon

Le zone sommerse del Veneto sono tante, nelle province di Padova, Verona e Treviso l’acqua è arrivata a due metri sopra il pavimento di case, fattorie, aziende, fabbriche. Le persone evacuate sono più di tremila, intorno agli allevamenti gli animali morti galleggiano a migliaia: ma è stato così fin da subito, quando i fiumi han rotto gli argini, il giorno di Ognissanti, e allora come mai la nazione lo scopre con enorme ritardo?

Come mai Bertolaso è venuto il 7 novembre, e Berlusconi e Bossi il 9? È questo che offende e fa arrabbiare i veneti. È di questo che s’è lamentato il governatore Luca Zaia. Leggevamo i grandi giornali nazionali e sull’alluvione non trovavamo che qualche brandello di cronaca, sepolto nelle pagine interne. Guardavamo i tg e vedevamo sempre la saga di Sarah e quella di Ruby, e sulla catastrofe che faceva scappare migliaia di famiglie solo qualche cenno disinformato, o un oltraggioso silenzio. Noi ci aspettavamo di finire in prima pagina, o in apertura dei tg. Interessarsi a Ruby vuol dire divertirsi sull’eros dei potenti, e in fondo anche interessarsi a quale corda o cinghia ha strozzato Sarah è un atto di morboso voyeurismo, non venitemi a dire che è una forma di pietà cristiana. E allora la conclusione dei veneti era: noi moriamo, il paese gode. E allora: questo non è il nostro paese. Noi non facciamo parte dell’Italia, e l’Italia non ci sente come una sua parte. Noi veneti e gli altri italiani non abbiamo la stessa patria. La patria degli altri è l’Italia. La nostra patria è il Veneto.

Direte: ma l’Italia in questo momento non ha soldi, di fronte a una catastrofe il suo istinto è ignorarla o minimizzarla, quindi il silenzio dello Stato di fronte alla mega-alluvione del Veneto era una forma di autodifesa. Ma no, non è così. Perché le proteste del Veneto sono state due: la prima, l’Italia non ci vede, le nostre disgrazie non le interessano, noi anneghiamo e lei si volta dall’altra parte; la seconda, adesso che ha ben visto cosa c’è capitato, non vuole aiutarci, il governatore chiede un miliardo e la Protezione civile gli offre 20 milioni. Tra la prima protesta e la seconda è passata una settimana. Nei primi tre-quattro-cinque giorni il governatore Zaia non chiedeva soldi, chiedeva attenzione. E non l’ha avuta: l’ha avuta dopo, quando le proteste delle città son diventate un’altra notizia, che potenziava la notizia dell’alluvione. Il fatto che il Veneto non sia visto dalla capitale dipende da due ragioni, di cui una è colpa della capitale e l’altra è colpa del Veneto.

La prima: la capitale è miope, non vede fino alle Venezie. Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige per Roma sono una giungla inesplorata, piena di bestie feroci. La seconda: le Venezie hanno una miriade di giornali cittadini, ben fatti, dalla diffusione capillare, economicamente solidi, ma parlano alle proprie città, non parlano a Roma. Poco o per niente collegato alla nazione, il Veneto (e tutto il Nord-Est) non sente di farne parte. Si sente fuori. La nazione è un’entità che riscuote le tasse e basta. Una rapinatrice. Poiché una parte delle tasse del Veneto va alle regioni del Sud, il rapporto tra Veneto e Sud è brutto. È peggiore il rapporto con i meridionali che con gli immigrati. Perché gli immigrati non sono una voce delle tasse, sono anzi una voce produttiva. Adesso che il Veneto è in ginocchio, il brutto rapporto col Sud si fa ancora più brutto, in tutt’e due le direzioni: tutti quelli che hanno una carica, piccola o grande, nel Veneto lamentano che Roma guarda sempre al Centro e al Sud, ed è sempre pronta ad aiutarli, e dal Sud arrivano segnali di scherno.

In Facebook è nato un gruppo chiamato «Allaghiamo il Veneto pisciandoci sopra», dove qualcuno, dotato di spirito poetico, ha costruito un messaggio in rima: «Speriamo nell’uragano Katrina – che spazzi via ogni ridente cittadina». Il gruppo è stato subito cancellato. Ma l’odio resta. Una volta era folklore. Venivano i tifosi del Napoli a Verona, e lo stadio li sfotteva: «Benvenuti in Italia». Poi i veronesi scendevano a Napoli, e lo stadio apriva striscioni di un’irrisione colta: «Giulietta è ’na zoccola». Ma si trattava di sport, adesso si tratta di una disgrazia. Se ridi sull’amico ferito che muore, non sei un amico. Se poi quello non muore, con lui hai chiuso.

La Stampa 10.11.10

Tagli anche ai partigiani, la denuncia del Pd

Un Ordine del giorno presentato dai consiglieri democratici di Modena. “Tentativo di mettere a tacere l’antifascismo organizzato”.
Il governo ha imposto un taglio drastico di contributi statali all’Associazione nazionale partigiani d’Italia, dai 250 mila euro del 2007 ai 73 mila del 2010. La denuncia è dei consiglieri comunali del Pd che chiedono al sindaco Pighi, in un ordine del giorno, di chiedere che i tagli siano rivisti “rendendoli più consoni con il ruolo che l’Anpi svolge in difesa dei principi fondamentali della Repubblica”.

A giudizio dei consiglieri democratici la decisione del governo è un tentativo di “mettere a tacere l’antifascismo organizzato, la memoria della Resistenza e l’impegno dell’Anpi nella difesa e nella promozione della Costituzione repubblicana”. Decisione che appare particolarmente grave perché “cade nell’anno dedicato alla celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, che richiederebbe invece uno sforzo importante nella sottolineatura del ruolo della Resistenza nella storia del nostro Paese”.

L’Anpi nacque nel 1944 e si costituì come ente morale il 5 aprile 1945. Si diffuse poi in tutta Italia, anche nel sud del Paese dove gli episodi della Resistenza erano stati meno frequenti, ad opera di quei partigiani meridionali che avevano preso parte alla lotta di liberazione nel Centro-Nord e all’estero (Jugoslavia, Francia, Grecia, Albania).

Ricerca, Pd a Gelmini: ministro vuole commissariare Cnr

Ghizzoni: da Miur ancora ingerenza su libertà e autonomia degli enti di ricerca. Il partito democratico ha presentato una interrogazione parlamentare per chiedere al ministro Gelmini di correggere la “sua politica centralista sugli enti pubblici di ricerca”. Lo rende noto la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni dopo che il ministro dell’Istruzione ha inviato al Cnr e agli altri enti le osservazioni sulle bozze dei loro nuovi statuti. “Ad esempio – sottolinea Ghizzoni – introdurre la nomina politica del direttore generale del Cnr è una lesione dell’autonomia dell’istituto e dimostra la volontà di commissariarlo attraverso l’imposizione di un vero e proprio fiduciario del ministro che dovrebbe addirittura esercitare un controllo sulla gestione dell’attività scientifica: è l’ennesima ingerenza della politica di questo governo sulla libertà e sull’autonomia degli enti di ricerca”.

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Enti di ricerca: Gelmini getta la maschera
Enti di ricerca ultimo round. I presidenti degli enti di ricerca sono stati convocati dal ministro giovedì scorso per essere informati di una sostanziale riduzione del fondo ordinario per il 2011. Si parla di taglio del 15-20% in meno rispetto al 2010, un valore insostenibile per la maggior parte degli enti di ricerca che non hanno un margine di investimento oltre ai costi fissi del personale e del funzionamento, e fortemente penalizzanti per gli enti come l’ INFN e l’ ASI che hanno una frazione significativa del bilancio destinata all’ investimento esperimenti e infrastrutture di ricerca.
Un anno fa il governo approvava il decreto legge 198-2009 relativo al riordino degli enti di ricerca. Questa legge prevedeva tra l’altro che a partire dal 2011 il 7 % del fondo ordinario fosse trattenuto dal Ministero per favorire la realizzazione di grandi progetti proposti dagli enti, ad esempio i progetti bandiera del PNR, che comunque avrebbero dovuto essere realizzati con risorse addizionali, per esempio provenienti dal CIPE, in quanto il valore complessivo dei progetti bandiera è pari a 1600 M€, assolutamente irrealizzabile con il fondo ordinario che è sostanzialmente dedicato alla copertura dei costi fissi di funzionamento (salari,costi strutturali). Questo ha obbligato gli enti di ricerca a pianificare nel corso del 2010 il bilancio del 2011 riducendo in maniera sostanziale le risorse destinate alla ricerche approvate attraverso le normali procedure interne. Nel frattempo le risorse addizionali CIPE non si sono viste: si corre quindi il rischio che si mettano in cantiere progetti che non hanno copertura economica per gli anni a venire e rimangano incompleti o vengano realizzati assorbendo tutte le risorse dedicate ai progetti ordinari gettando gli enti nel caos.
Ora il Ministro vuole controllare una frazione ben maggiore del 7 % mandando all’ aria la programmazione scientifica degli enti nel 2011, in barba ad ogni forma di autonomia. A proposito di autonomia: sempre nel decreto di riordino, in nome dell’ autonomia statutaria è stato richiesto agli enti di ricerca di proporre dei nuovi statuti che ne regolassero il funzionamento attraverso una procedura che affiancava ai consigli di amministrazione 5 saggi nominati dal ministero. Durante questo processo gli organismi dirigenti degli enti sono rimasti “congelati” non potendo procedere al normale ricambio secondo le procedure vigenti. I dodici enti vigilati dal MIUR hanno sottomesso le loro proposte di statuto entro la scadenza prevista in agosto, ma, a distanza di tre mesi, nessuno statuto ha ricevuto l’approvazione del ministero.
Viceversa il ministero sta intervenendo pesantemente nella versione degli statuti proposta dagli enti di ricerca. Ad esempio ha imposto al CNR che il Direttore Generale sia di nomina ministeriale almeno in fase di prima applicazione, e ha imposto all’ INFN l’introduzione di un direttore generale, non previsto nello statuto esistente, e l’introduzione di un membro della giunta esecutiva di nomina ministeriale (in barba alla legge delega che confermava le procedure di nomina esistenti nell’ INFN). Anche sugli statuti dell’ ASI, dell’ INGV e dell’ INAF esiste una forte divergenza di vedute tra ministero e enti di ricerca.
In tutti i casi, inoltre, la comunità scientifica di riferimento non è stata assolutamente coinvolta nella stesura dei nuovi statuti. I rapporti tra ministero ed enti di ricerca hanno coinvolto solo le presidenze degli enti di ricerca con evidenti distorsioni procedurali e conflitti di interessi, in quanto l’approvazione dei nuovi statuti, alla luce della 198-2009, prevvederebbe l’automatica decadenza dei presidenti in carica e l’istituzione di search committees per la loro sostituzione.
Per cui il ministro Gelmini ha gettato la maschera: niente nuovi investimenti nella ricerca, anzi sostanziale riduzione effettiva di risorse, accompagnati da un interventismo ministeriale nel controllo delle attività in corso o di quelle future, a partire dalla struttura statutaria.
Per quanto riguarda gli statuti, infatti, la teorizzazione della gestione duale degli enti, altro non è che la dichiarazione della volontà di controllo da parte del ministero del funzionamento degli enti di ricerca. Il direttore generale gioca il ruolo principale e risponde direttamente al ministero, mentre il presidente ha solo un ruolo di rappresentanza della comunità scientifica, con responsabilità di indirizzo.
L’autonomia degli enti di ricerca, sia finanziaria che gestionale risulta così fortemente ridotta. La burocrazia lenta e farraginosa del MIUR influirà in modo negativo sul funzionamento degli enti di ricerca. Tutto questo senza che sia pervenuti a nessuna azione di valutazione. E’ fermo il CIVR, è fermo l’ANVUR, ma questo non impedisce pesanti interventi sul bilancio degli enti.
Ministro Gelmini, che fine ha fatto il suo appello al merito, alla selezione, alla trasparenza? Il mondo della ricerca è in crisi, così come il mondo dell’ università per politiche inefficienti, macchinose, lente, che non premiano in nessun modo il merito, ma che risultano molto sensibili a esigenze di tipo elettorale.

Partito Democratico
Forum Università Saperi e Ricerca