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Governo battuto alla Camera emendamento passa con voti di Fli

Con 274 voti a favore della mozione e 261 voti contrari è stato approvato la modifica presentata da Matteo Mecacci, radicale del Pd, alla mozione sul trattato di Amicizia Italia-Libia, che prevede l’impegno a chiarire i termini degli accordi . Il governo è stato battuto, nell’Aula della Camera che ha approvato l’emendamento presentato da Matteo Mecacci, radicale del Pd, alla mozione sul trattato di Amicizia Italia-Libia. Nell’emendamento si chiede che i respingimenti vengano effettuati in base agli accordi internazionali e ai principi umanitari. Il governo aveva dato parere contrario.

Votando con l’opposizione su un emendamento alla mozione che impegna l’esecutivo a rivedere il trattato di “amicizia” con la Libia, con 274 voti a favore della mozione e 261 voti contrari Futuro e Libertà fa quindi il primo sgambetto all’esecutivo, dopo la rottura sancita da Gianfranco Fini a Bastia Umbra. Per ora, si tratta solo di una sorta di ‘prova di forza dimostrativa’. Ma resta un chiaro messaggio indirizzato al governo e al premier.

L’emendamento, a firma del radicale Mecacci del gruppo Pd, richiede all’esecutivo di “impegnarsi a rivedere il trattato di amicizia con la Libia alla luce di quanto accaduto recentemente, a chiarire i termini degli accordi relativi ai pattugliamenti congiunti in corso, in particolare per quanto riguarda la catena di comando e le regole d’ingaggio, incluso l’uso delle armi durante tali operazioni; ad attivarsi, sia attraverso i contatti bilaterali con Tripoli, che a livello internazionale, per ottenere che la Libia riconosca i confini marittimi sanciti dal diritto internazionale e consenta ai pescatori siciliani di pescare legalmente in acque internazionali senza il rischio di subire attacchi armati o il sequestro dei pescherecci”.

Previsto anche che si sospenda “la politica dei respingimenti dei migranti in Libia, anche alla luce di quanto accaduto negli ultimi mesi, dato che tale politica viola sia il principio fondamentale di non respingimento (non-refoulement) previsto dalla Convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati del 1951 (ratificata dall’Italia nel luglio 1954) e considerato un principio di diritto internazionale generale, sia il pieno accesso alle procedure di asilo nell’Unione europea”.

www.repubblica.it

"Brescia, cariche contro i migranti. I sei sulla gru in sciopero della sete", di Giuseppe Vespo

Dopo una giornata di incidenti e tensione rimangono dov’erano i sei immigrati di Brescia che da undici giorni sono su una gru a 30 metri d’altezza. Chiedono la regolarizzazione che non hanno avuto con la sanatoria «truffa».
Arun, Jimi, Rachid, Sajad, Singh e Papa, adesso rifiutano anche l’acqua e il cibo. È il loro undicesimo giorno a 35 metri d’altezza, su una gru del cantiere della metropolitana di Brescia, in pieno centro, in piazza Cesare Battisti. Protestano per quel permesso di soggiorno che non hanno ancora ottenuto, nonostante avessero i requisiti richiesti dalla sanatoria del 2009 che permetteva di mettere in regola colf e badanti clandestini. Sono il simbolo del popolo migrante che si dice «traffuato» dalle leggi del governo. Dopo di loro, anche a Milano cinque migranti si sono arrampicati su una ciminiera per rivendicare gli stessi diritti.
LE CARICHE
Ieri all’alba polizia e carabinieri hanno sgomberato con due cariche il presidio che da giorni li seguiva. Un tentativo messo in atto per permettere ai pompieri di piazzare delle re-
ti di sicurezza sotto la gru (?), ma che ha avuto come unico effetto quello di spostare di un centinaio di metri i manifestanti: da piazza Battisti a via San Faustino. Con le cariche, la seconda intorno alle dieci e mezza, 24 persone sono state accompagnate in questura. Sei, due immigrati e quattro italiani, sono stati arrestati: cinque per resistenza a pubblico ufficiale e uno per non non aver rispettato l’ordine di espulsione dall’Italia (Bossi-Fini). Per dodici migranti è scattato il decreto di espulsione e alcuni sono già stati accompagnati nei Cie di via Corelli a Milano e Brunelleschi a Torino. Dodici italiani invece sono stati denunciati a piede libero per manifestazione non autorizzata e resistenza a pubblico ufficiale. Tra questi, Umberto Gobbi, presidente dell’associazione “Diritti per tutti”, che segue la protesta dei sei dall’inizio. A carico di Gobbi da ieri pende una denuncia per istigazione alla disobbedienza delle leggi. I processi per direttissima potrebbero partire già oggi.
Tra la folla si incontra anche chi e sfuggito all’arresto ma porta sul corpo i segni delle manganellate. Come Hammed, 26 anni egiziano, da sei anni a Brescia. Alza la camicia per mostrare i lividi. Dice che non andrà in ospedale perché ha paura che il medico lo denunci: è senza permesso di soggiorno, nonostante i sei anni in ditta come saldatore. L’escamotage per uscire dal nero e dalla clandestinità era purtroppo, anche per lui quella sanatoria per colf e badanti.
Hammed racconta di aver incotrato al bar un italiano che si è offerto di denunciarlo come suo badante. In cambio, però, ha dovuto sborsare cinquemila euro. «Poi siamo andati alla Posta dice il 26enne e ho pagato 500 euro per aprire la pratica. Poi duecento euro per l’iscrizione al sindacato. Infine i contributi: trecento euro ogni tre mesi, da un anno». Soldi sudati, che Hammed non vedrà più: «Mi hanno fermato una volta senza documenti e hanno bloccato tutto. A questo punto continua se mi dessero i soldi indietro tornerei in Egitto, tanto qui non c’è più lavoro». Questo ragazzo è l’immagine di un mondo: nelle quasi 300mila richieste di regolarizzazione presentate l’anno scorso ci sono molte storie come la sua. Molti o molte colf e badanti che in realtà fanno un altro lavoro, truffati dagli italiani che si sono fatti pagare per metterli in regola, salvo poi sparire e non presentarsi alla convocazione della Prefettura. Altri invece sono rimasti fregati dalla «circolare Manganelli»: spiega il segretario della Camera del Lavoro di Brescia, Damiano Galletti: «Sono migranti la cui regolarizzazione è stata bloccata perché sono stati fermati dalla polizia e trovati senza permesso di soggiorno». È quello che è accaduto ai sei sulla gru. Loro però sono ostinati e giurano di voler andare avanti fino a quando otterranno i documenti che aspettano. Ieri il prefetto Narcisa Brassesco Pace ha incontrato i sindacati, il Pd e l’Idv, e ha ribadito il suo «no» a qualsiasia regolarizzazione «fuori dalle norme». La Cgil nazionale ha chiesto l’intervento del ministro Maroni, mentre le associazioni e i migranti continuano a protestare. A Brescia ma anche a Milano.

L’Unità 09.11.10

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“Brescia, blitz della polizia sotto la gru. L’ultimo atto di una guerra nascosta”, di Elisabetta Reguitti

Tutto è iniziato alle 6 di mattina con lo sgombero di quanti, da giorni, sostano ai piedi della gru sulla quale dal 30 ottobre vivono sospesi sei immigrati. Erano venti i primi uomini delle forze dell’ordine impegnati ad allontanare quanti hanno deciso di sostenere quelli che stanno a 35 metri di altezza.
L’alba grigia di Brescia è iniziata con le voci degli uomini che si opponevano alla polizia: un richiamo anche per coloro che stavano dormendo nella stanza messa a disposizione dalla parrocchia di San Faustino a pochi metri dal cantiere. Tutti in strada e sono iniziate a volare le prime botte. Sembra siano stati utilizzati anche gli estintori per tenere alla larga polizia, carabinieri e Guardia di finanza rafforzati nel giro di poco da altri reparti venuti da fuori città. L’ordine era allontanare e identificare. Chi non mostrava i documenti veniva portato in questura.
BRESCIA ieri ha conosciuto una giornata di grande nervosismo e paura. E’ saltato il meccanismo che teneva coperte le tensioni che crescono all’ombra di una politica fatta di accerchiamento degli stranieri, in una realtà in cui la crisi del lavoro diventa uno strumento di selezione. La visione xenofoba del mercato del lavoro, che tende ad rimandare a casa loro gli stranieri che da indispensabili per le fabbriche oggi diventano un fastidioso peso per la città, sta facendo il resto. Ma ciò che è avvenuto inizia ben prima. Basti pensare come nella centrale piazza Rovetta sono state tolte le panchine per impedire il ritrovo degli immigrati. Meglio parcheggi e macchine piuttosto che stranieri. Aggiungi le multe a chi si siede sui monumenti pubblici (la prima fortunata era stata una donna marocchina) o il divieto di praticare il cricket nei parchi. Ma d’altro canto a Brescia si gioca la capacità di dimostrare la forza della “legalità”.
Si misura con il braccio di ferro tra l’amministrazione comunale del sindaco onorevole, Adriano Paroli, ma soprattutto del vice Fabio Rolfi, e l’associazione “Diritti per tutti” che difende gli immigrati.
MA IN MEZZO ci stanno quei sei disgraziati che occupano uno dei cantieri della metropolitana. Lavorano tutti in nero nella operosa Brescia e tra loro ci sono alcuni che hanno già pagato i 500 euro per poter accedere alla sanatoria. Chi aveva ricevuto il foglio di via per clandestinità ha comunque potuto far domanda e ha pagato, per poi ricevere l’esclusione dalla sanatoria. Arun, Papa, Sajad Jimi, Rachid e Singh (dai 20 ai 30 anni) non scendono dalla struttura, hanno iniziato lo sciopero della fame e rimangono sulla piccola piattaforma a 170 pioli di distanza da dove ieri a metà mattina c’è stata anche una carica della polizia per spingere i manifestanti a metà di via San Faustino, uno degli imbocchi al cantiere della metropolitana che dall’alto appare come un’isola circondata da uomini in divisa e vigili del fuoco ai quali era stato detto di montare una rete di protezione. Operazione impossibile visti i lanci di pezzi di ferro e bottiglie contenenti urina. I sei da sopra ritengono che la rete che vuole mettere la prefetta Livia Narcisa Brassesco Pace non sia tanto per la loro sicurezza quanto piuttosto preludio di un’azione di forza per obbligarli a scendere. Magari impegnando reparti speciali inviati dal ministero degli Interni la cui linea è chiara: “Fino a quando quelli non scendono non si tratta. Nessun tavolo di trattativa”.
Il pomeriggio cristallizzato mentre dalla questura uscivano quelli fermati in mattinata. Un bilancio di 25 persone, di cui 14 stranieri; sei di questi accompagnati nei centri di espulsione di Milano e Torino; gli arrestati a fine giornata erano 8, di cui 6 italiani e due immigrati. Una donna colpita ad una spalla mentre stava facendo una diretta radiofonica è finita in ospedale. Maurizio Mura, tra quelli fermati e poi rilasciati, mostra il foglio con la sua imputazione: manifestazione non autorizzata. Piovono dichiarazioni: tra le altre quelle del Pd che parla di “permesso di protezione sociale per quelli che lavorano”. Una cosa è certa: la situazione a Brescia potrebbe avere conseguenza imprevedibili.

Il Fatto Quotidiano 09.11.10

Rio Saliceto (RE) – Scuola e futuro

SCUOLA E FUTURO

INCONTRO PUBBLICO CON

ON. MANUELA GHIZZONI PD
(Capogruppo PD alla Commissione Cultura, Scienza e Istruzione presso la Camera dei Deputati)

ASS. ANTONELLA REGGIANINI
(Assessora PD Scuola e Cultura del Comune di Rio Saliceto)

IRENE FERRARI
(Consigliera PD del Comune di Rio Saliceto)

PRESSO I LOCALI FIERISTICI (EX DELFINO)

"Deportati la tragedia di chi resta", di Mauro Baudini

Il dolore dei parenti non sembrava avere il diritto di diventare pubblico e condiviso. L’Aned raccoglie le testimonianze dei famigliari di chi finì nei Lager nazisti. A partire dal ‘43 furono deportati in 44 mila nei Lager nazisti, per motivi «politici»: erano antifascisti, partigiani, oppositori veri o presunti del regime. Dopo il ‘45 ne tornarono poche migliaia, mentre i genitori e i figli continuavano disperatamente ad aspettarli, a cercare notizie. Nello scritto che pubblichiamo qui a fianco, Raffaella Lorenzi racconta come le accadde di sperare addirittura per vent’anni, e solo andando di persona a Mauthausen si arrese all’idea che il padre era morto, ucciso dagli stenti pochi giorni dopo la liberazione del campo.

La vicenda dei deportati è stata terribile ed è ormai nota e studiata: ma quella delle famiglie, dei figli, dei discendenti è invece rimasta per mezzo secolo una memoria privata, un dolore che non sembrava avere il diritto di diventare pubblico e condiviso. L’Aned, l’associazione che raccoglie quanti sono tornati e naturalmente i loro discendenti, da qualche tempo ha imboccato con decisione questa strada, che va oltre la testimonianza perché, come ci dice il presidente Gianfranco Maris, «scavare ancora nelle vicende delle vittime è illusorio; bisogna invece costruire una memoria storica complessiva». Ogni vittima ha lasciato dietro di sé altre «vittime», una scia di sofferenze, di vita sconvolte o mutate, di destini individuali e sociali che sono parte di un’identità nazionale: la nostra, e non solo.

In una delle testimonianze raccolte nei quaderni che l’Aned pubblica ogni anno con gli atti di un convegno milanese dove vengono raccolte appunto le memorie dei famigliari, la figlia di Maria Massariello, un’insegnante che proprio nei suoi ultimi giorni è riuscita a completare un libro documentatissimo sulla propria storia e sul campo di Ravensbrück (Il ponte dei corvi, pubblicato da Mursia nel ‘79), cita un seminario analogo tenutosi in Germania. Là una donna nata proprio in quel campo, e abbandonata poi in un bosco durante le periodiche «marce della morte», narrò di avere cercato la madre per anni, ostinatamente. Quando finalmente la trovò, si scontrò con un muro di silenzio, perché la poveretta aveva rimosso le circostanze della nascita della bambina, molto probabilmente dovute a uno stupro da parte di una SS.

La «generazione dimenticata» – questo il titolo dell’incontro tedesco – non si è però rassegnata a questo ruolo. Continua a parlare e a cercare di capire; proprio negli ultimi anni riesce anzi a far sentire con più forza la propria voce, in modo analogo a quanto avviene per i famigliari delle vittime del terrorismo. Lo ha sottolineato il direttore della Stampa, Mario Calabresi, partecipando all’incontro dell’Aned che si è tenuto a Milano domenica scorsa. Gli scenari sono piuttosto simili: da una memoria «ferma», quella relativa alle vittime, a una dinamica, che coinvolge le vittime sconosciute, gli effetti a lungo termine, come i cerchi concentrici su una superficie liquida quando vi si getti un sasso.

Lo storico David Bidussa, nel saggio che segue il più recente dei quaderni pubblicati dall’Aned (I nuovi testimoni dei Lager. Figli e nipoti raccontano, Mimesis) sostiene che «dopo la morte dell’ultimo testimone la memoria passa agli storici». Ma in un altro senso l’ultimo testimone non è necessariamente il protagonista della tragedia (in questo caso della deportazione, per quanto riguarda il terrorismo la vittima dell’attentato): è alla fine di una lunga catena, che ci riguarda tutti.

La Stampa 09.11.10

Un governo oscurantista, che strumentalizza il concetto di famiglia

Il governo, pur di non parlare dei tagli al welfare e dei problemi che crea alle famiglie si arrocca nella tutela esclusiva della “famiglia naturale”. Il Pd attacca: “Nelle parole di Sacconi e Giovanardi una logica razzista ed un uso ideologico del concetto di famiglia”. La ‘Conferenza nazionale sulla Famiglia’ sarà pure un momento importante per il Paese, nel quale dovrebbero essere affrontati dall’esecutivo le tematiche che riguardano la crisi economica che investe i nuclei familiari, i problemi causati dai tagli inferti alla sanità, alla scuola, al sociale. E invece no, nulla di tutto questo nel primo dei tre giorni dedicati alle famiglie italiane.
Piuttosto si è delineato un quadro sconcertante che rappresenta il Paese: un Presidente del Consiglio che non può partecipare alla Conferenza, e dunque non può rappresentare il Paese, per ovvia sensatezza. Probabilmente dopo gli ultimi scandali personali che lo coinvolgono, rischierebbe di essere screditato, dalla sua stessa maggioranza, dai suoi stessi elettori. Da parte dei ministri presenti: una strumentalizzazione evidente e indecente del concetto di famiglia, secondo una visione arcaica, che non è più il riflesso della nostra società da anni ormai.
La famiglia: era rimasta l’ultimo baluardo, sul quale appellarsi, da sostenere, da valorizzare. Ma è ovvio, anche da interpretare. Invece no, anche qui gli esponenti del governo, tentano il tutto per tutto e cercando di mantenere perlomeno il consenso della componente cattolica del Paese, azzardano dichiarazioni oscurantiste, degne del primo medioevo. Maurizio Sacconi, ministro del welfare, ha annunciato alla Conferenza in questione: “Sostegni e aiuti economici vanno dati solo alla famiglia naturale, fondata sul matrimonio, ed orientata alla procreazione”.
Non contento, il ministro del Welfare, ha proseguito con la linea propagandistica caratterizzante questo governo Berlusconi ormai allo sbando. Ed ha aggiunto, con toni oltremodo coloriti, che riflettono un evidente nervosismo ed imbarazzo: “E’ una ‘stronzata’ dire che il problema del piano Giovanardi per la famiglia sia quello delle risorse. Queste, devono essere riallocate e riorganizzate, ma non dimentichiamo quanto spediamo per la famiglia. Non avremmo un grande debito pubblico se non avessimo una forte dimensione della spesa diretta e indiretta attraverso il Fisco”.
Gli esponenti del Partito democratico, si domandano, al di la dei proclami del governo, dove siano allocate queste risorse, visto che le famiglie sono in realtà le più colpite dalla crisi economica, mal gestita dal governo, e dagli ingenti tagli al welfare e ai servizi inferti dallo stesso.
E sempre dalla Conferenza della famiglia, un’altra perla di saggezza. Carlo Giovanardi, sottosegretario alle Politiche per la famiglia, lanciando l’allarme sulla natalità in Italia si è scagliato contro “i progressi della scienza e le biotecnologie che possono togliere ai figli il diritto di nascere all’interno di una comunità d’amore e con una identità certa paterna e materna”. Ha difeso quindi la legge 40 sulla procreazione assistita che, a suo parere, “rappresenta una diga, la rottura della quale, aprirebbe la porta a inquietanti scenari e il concetto costituzionale di famiglia andrebbe irrimediabilmente perduto”.
E nel Partito Democratico si grida immediatamente allo scandalo, contro la superficialità e la faziosità degli interventi dei membri del governo Berlusconi.
Immediata la reazione di Rosy Bindi, Presidente dell’Assemblea nazionale del PD, che ha denunciato: “Questa mattina, alla Conferenza nazionale della famiglia si sono sentiti proclami ideologici e qualche parolaccia di troppo ma nessun impegno serio a favore delle famiglie italiane. I ministri Giovanardi e Sacconi hanno fatto discorsi violenti da campagna elettorale. La famiglia è un bene che unisce e non divide il Paese. Non è un ammortizzatore sociale su cui scaricare i costi dei tagli lineari imposti dal governo alle politiche pubbliche”.
Ha parlato di una ‘logica razzista’, che vige nelle parole di Sacconi e Giovanardi Anna Finocchiaro, Presidente del Gruppo Pd al Senato. “Ma come possono Giovanardi e Sacconi presentarsi alla Conferenza sulla Famiglia pensando di farsi paladini dei temi etici e facendo i moralizzatori? Ricordo loro che il Presidente del Consiglio è stato costretto a disertare questo appuntamento grazie ai suoi ‘discutibili’ comportamenti. E per coprire l’impresentabilità del Premier i due esponenti del governo si arrampicano, anche in modo arrogante e offensivo, in anatemi contro la ricerca scientifica, contro le famiglie ‘reali’ e in una difesa avventurosa della legge 40, che parla di famiglie buone e famiglie cattive. E’ una logica per noi inaccettabile”.
“Ma di quali famiglie parla il ministro Givanardi?”, si è domandata Cecilia Carmassi, della Segreteria nazionale del PD, Responsabile delle politiche per la famiglia. “Le difficoltà delle famiglie, date dalla carenza di supporto da parte dello Stato, sono: l’assenza di servizi per l’infanzia, non adeguati e non economicamente accessibili; la cura degli anziani non autosufficienti; l’impossibilità di trovare lavoro e di progettare il proprio futuro, per i figli che restano a carico delle famiglie. Di tutto questo, cioè dei problemi reali, non c’è traccia nelle priorità illustrate oggi dal Ministro”.
La Carmassi, ha poi illustrato i tagli ai fondi statali di carattere sociale ricavati dal bilancio di previsione dello Stato (vd. tabella allegata). “Il Governo ha tagliato tutte le voci che riguardano il supporto alle famiglie, comprese quelle composte da coppie sposate che procreano. La discriminazione è a tutto campo e l’ideologia è proposta dal ministro per distrarre l’attenzione dalle vere responsabilità”.
Ha dichiarato Livia Turco, deputata del Pd: “È evidente che il nervosismo manifesto del ministro del welfare, nasconde tentativo di depistaggio dai fallimenti che il governo ha collezionato su tutta la linea. E, come al solito, in caso di difficoltà parte la strategia della distrazione di massa e dei polveroni per cercare di coprire il loro vuoto. Invece di riproporre argomenti degni del fascismo, i due dovrebbero vergognarsi della bassezza morale del premier. Ricordiamo ad entrambi che le associazioni familiari si sono dette imbarazzate della presenza di Berlusconi, chiedendogli di non partecipare alla Conferenza. Da parte nostra, rimaniamo in attesa delle proposte del governo su temi concreti che riguardano le famiglie. Per il momento l’unica cosa certa fatta dalla destra, è il taglio del fondo per la famiglia dell’80% rispetto agli stanziamenti del centrosinistra ai quali si aggiungono i toni volgari e offensivi di Sacconi dei quali dovrebbe scusarsi”.
Stefano Fassina, Responsabile economico del Pd, ha commentato la realtà dei dati sulle famiglie italiane, documentati da: Istat, Banca d’Italia, servizio bilancio della Camera. Essi infatti indicano che le politiche sociali di sostegno alla famiglia sono state tagliate di 2,5mld di euro dal 2008 al 2011; i tagli brutali e ciechi alla scuola ed ai trasferimenti alle regioni e comuni si ripercuotono drammaticamente sui costi dei servizi alle famiglie: dalle mense scolastiche al trasporto pubblico locale, dalle borse di studio all’assistenza alle persone non autosufficienti.
“Il ministro Giovanardi si preoccupa delle famiglie in modo davvero inusuale, traccia di fatto una differenza tra famiglie buone e cattive, tra “pure” e meno pure. L’intento discriminatorio e al limite del razzismo”, ha affermato il senatore del PD Ignazio Marino. “Vorrei chiedere al ministro Giovanardi – ha continua Marino – che cosa pensa delle famiglie con figli adottati? Sono vere famiglie o no secondo lui? Che rischio corrono anche se l’identità dei genitori non è biologicamente trasmessa ai figli? Vorrei rassicurare il ministro: esistono nel mondo più di quattro milioni di bambini normali, nati con metodo artificiale, più di quattro milioni di coppie normali, che grazie alla scienza hanno potuto realizzare il loro progetto di costituire una famiglia e più di quattro milioni di donne di hanno potuto vivere l’esperienza straordinaria della maternità”.
Ed il Pd è per la tutela della famiglia, di tutte le famiglie.

www.partitodemocratico.it

"Il Colle ai sindacati: lavorate per la coesione sociale", di Marcella Ciarnelli

Più di un’ora al Quirinale per i leader sindacali chiamati dal presidente della Repubblica per una colazione di lavoro che, dopo molto tempo, è stata l’occasione per ritrovarsi attorno allo stesso tavolo. A discutere e confrontarsi sui problemi pressanti del Paese che si trova a fare i conti con una crisi senza precedenti. A questo punto non solo economica ma anche politica. Un benvenuto affettuoso per Susanna Camusso da pochi giorni segretario della Cgil,un gesto «molto carino», un saluto cordiale per Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti e Giovanni Centrella, i leader di Cisl, Uil e Ugl. Un incontro all’insegna della cordialità pur nelle inevitabili differenze che anche in questa occasione si sono manifestate. Contrapposizioni ed anche scontri fin qui ci sono stati nel segno dell’autonomia e di legittime visioni diverse ma il presidente ha insistito sulla necessità «nel bene del Paese» di verificare spazi di azione comune se non di unità.

LA SITUAZIONE La sua preoccupazione per la situazione economica e politica del Paese Napolitano non l’ha mai nascosta, ancor più in questi giorni. Non è ancora questo il momento in cui lui può intervenire con atti formali sull’evolversi della crisi politica. Ma è questo, come lo è stato in passato e lo sarà in futuro, il tempo in cui richiamare la massima attenzione di chi, pur in ruoli diversi, ha nelle mani il futuro del Paese. I rappresentati sindacali hanno questa responsabilità da condividere con le altre parti sociali. E il presidente con loro ha affrontato i temi del lavoro, dell’occupazione, le difficoltà dei giovani e le auspicate prospettive di sviluppo. Il ruolo che il sindacato deve avere per ritrovare la coesione sociale indispensabile per riuscire a raggiungere la luce in fondo al tunnel. Napolitano ha ascoltato con attenzione. Ha colto e compreso le differenze e le disponibilità mostrando «un’eccezionale sensibilità». «Lavorate per la coesione sociale» è stato l’invito del presidente che ha ancora una volta confermato il valore che lui ha sempre riconosciuto al mondo del lavoro e, quindi, ai sindacati che si è augurato il presidente tornino al dialogo. Nel corso dell’incontro è stata ipotizzata la possibilità di un’iniziativa unitaria in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, una scadenza importante nella storia del Paese, a cui il mondo del lavoro dette un indiscutibile contributo per il positivo risultato finale. Proprio nel solco di una possibile ritrovata unità si va ad inserire la proposta dalla Cgil per una manifestazione sulla legalità. «Proporremo – ha detto Camusso – una manifestazione sul tema del lavoro nero, sulla criminalità e sul Sud a partire dalla Calabria».

LEGALITÀ L’iniziativa si potrebbe tenere tra la fine di quest’anno o l’inizio del prossimo. Bisogna vedere quale sarà la risposta degli altri sindacati alla proposta della Cgil. Ma

proprio per la Cgil c’è un problema in più da ieri. Il Comitato Centrale della Fiom ha chiesto alla Cgil di sospendere il tavolo aperto con la Confindustria sulla produttività e ha confermato la richiesta di proclamare lo sciopero generale di tutte le categorie. La Cgil ha definito la discussione sulla produttività una «sfida da accettare». Una dichiarazione quella della Cgil apprezzata dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che si augura si trovi presto un’intesa.

L’Unità 09.11.10

"L´eresia televisiva", di Francesco Merlo

C´è sempre stato qualcosa di antico e misterioso nel mondo di Roberto Saviano, nella soggezione con cui viene ascoltato, nel rituale che ne esalta la grandezza al di sopra delle parti.
Ma di quale materia collettiva è impastata la credibilità di Saviano? Ebbene, forse mai come ieri sera lo scrittore braccato dalla camorra, il giornalista perseguitato dalla politica, aveva misurato la sua attendibilità e la sua potenza. Più di Roberto Benigni, che pure è il fuoriclasse della risata come provocazione, ma che forse è ormai costretto a misurarsi con un Berlusconi che, con le sue minorenni e le sue disperate ossessioni, non fa più ridere. Bene ha dunque fatto Fabio Fazio a ricordare la gonfia retorica che accompagna Saviano, quella che lo vuole eroe e quella che lo vuole furbastro, opportunista…, gli insulti con i quali è irriso e le strabilianti meraviglie che forse ancor più lo danneggiano.
Ebbene, Saviano ha mostrato subito di cosa sono fatti i suoi riti, qual è il cuore del suo segreto. Lo ha detto Benigni: « Saviano è felice perché è generoso ed è umile». Ha infatti usato la televisione contro la televisione, ha tenuto una lezione sulla disinformazione nel tempio della disinformazione, un monologo nel regno del talk show, ha fatto vibrare la sua monocorde voce di solista sulla scena dei cori sgangherati, si è presentato semplice e disadorno sul palco dei belletti e dei lustrini e, in sintonia con un importante e crescente pezzo di Italia, ha finalmente denunciato il giornalismo che ricatta e infama, mette alla gogna, infanga, distrugge e qualche volta uccide.
Saviano conosce benissimo il codice della soperchieria meridionale, il guappo di cartone e il guappo di carta, i dettagli privati che diventano avvertimenti contro i politici, contro i giornalisti, contro i sacerdoti persino. Nessuno in tv aveva mai detto, così compostamente, che in Italia ci sono giornali che, per servire meglio il potere, vivono di veline avvelenate, sempre lesti ad attingere in quella cultura del sospetto, come sussiegosamente la si chiama, che è nel sangue del Paese. Il giornalismo come l´olio di ricino: una dose e il cattolico Boffo diventa omosessuale, un´altra dose al presidente della Camera, e poi Caldoro e Cosentino…. Saviano non ha completato l´ormai lungo elenco, avrebbe potuto parlare di Chiara Moroni, di Menia, di Urso… è un mercato dove non manca nulla.
Infine, mai nessuno aveva così chiaramente mostrato in tv il fango del quale era stato ricoperto Giovanni Falcone, un fango che, attenzione, non veniva dalla destra ma «dalla sinistra che lo massacrò» ha detto Saviano. Lo accusò infatti di essersi venduto, di avere accettato un incarico ministeriale con Martelli. Era una sinistra che non capiva la sua giusta diffidenza verso certi pentiti e non tollerava il suo garantismo… E poi il corvo, le delegittimazioni in tv, gli insulti degli orlandiani. Si può, e anzi si deve discutere quel che Saviano ha rievocato, personalmente non ho condiviso le critiche a Sciascia, ma è stata un memorabile serata sulla «fabbrica del fango», grazie anche alle immagini terribili che avevamo dimenticato e alle quali dobbiamo invece ritornare, perché sono il controcanto dell´impegno inteso come fanatismo e dunque caricatura, parodia, indignazione facile e invettiva. In fondo, se non fossimo in Italia, il monologo di Saviano sarebbe stato solo uno spettacolo di teatro, parole forti per gli amanti della letteratura engagé, roba non adatta alla televisione dove la scrittura è spesso un´intrusa. Ma qui Saviano, con la sua sintassi ispirata, ci ha fornito la prova che l´informanzione in tv è solo un diritto negato.
Ed è stato bello il suo duetto con Niki Vendola sulle cento, mille (seducenti?) parole che nella lingua italiana – specie nel sud – designano l´omosessuale e si sa che quando le parole sono troppe vuol dire che non c´è la cosa, e che dunque quella sessualità cento e mille volte nominata è solo odio, disprezzo, è come un sacco che prende la forma di quel che gli ficchi dentro, e più parole gli ficchi dentro, più il contenuto si oppone al contenente perché alla fine come ha detto Vendola l´omosessualità è solo uno dei tanti modi per cercare di essere felici.
Gran finale con Benigni che quando prendeva in braccio Berlinguer per proteggerlo ne svelava l´estraneità e l´ inadeguatezza ma adesso non sa più come prendere Berlusconi che ormai è oltre la goffaggine e l´ imperizia. Dunque Benigni rischia di prenderlo non in braccio, ma sottobraccio. Non bastano infatti le sonore sculacciate dello ppirito, neppure in rima: «Frattini / Ghedini / Minzolini, Santanché / oh ye».
È stata, è vero, una serata tutta di sinistra, ma a sorpresa è Saviano la sinistra che non ha catechismo e non si riconosce nel solito videocatologo di Fazio, è lui la sinistra dell´azzardo, ed è un grimaldello micidiale contro la sinistra delle incertezze e delle sfarinature, è per Saviano che la tv di sinistra non è diventata il solito video-polpettone che copre più di quanto svela.

La Repubblica 09.11.10

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“Così la tv riscopre il teatro”, di ALESSANDRA COMAZZI

Benigni esausto che canta «E’ tutto mio» è stato un gran pezzo di televisione. E «Vieni via con me» è stato soprattutto teatro in televisione. Quelle tre ore di elenchi, monologhi, canzoni, sembravano ciò che di più antitelevisivo si possa dare, in questi video-tempi veloci e affrettati, fatti di slogan e non di ragionamenti. Il programma di Fabio Fazio ha invece riscoperto il valore della parola. Non a caso, di sfondo, stavano le pietre millenarie di un teatro greco. Con orgoglio intellettuale, il riferimento non detto era al Verbo, «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio». Orgoglio ma non presunzione, perché la presunzione è fatta di improvvisazione e di superficialità e di scarsa conoscenza dei mezzi propri e altrui. Fazio invece è così: si prepara, e cerca il meglio su piazza, inseguendo il pensiero trasversale. In fondo fu lui a portare Gorbaciov e il Nobel Dulbecco sul palcoscenico di Sanremo. Ebbe un successo ancora ineguagliato, pure quantitativo, e in fondo quel Festival segnò la via.

Canta Daniele Silvestri il fondamentale brano di Gaber «Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono», e a poco a poco la parola «italiano» trascolora e diventa «Saviano». Fazio aveva cominciato questo spettacolo che è una citazione di Paolo Conte, con una serie di elenchi alla Hornby, i buoni motivi per costruire una moschea a Torino, i mestieri di una giovane neolaureata. Poi è arrivato Nichi Vendola a dire i modi in cui si può definire l’omosessuale. E Abbado ha elencato i motivi per cui è sbagliato tagliare i fondi alla cultura.

All’Italia e alla mafia era dedicato il monologo di Saviano, lungo una buona mezzora. Mezzora è molto lunga in tv. Lui l’ha saputa gestire con foga oratoria, richiami a Falcone e Borsellino, la lucida indignazione sulla macchina del fango, che ricopre chi si schiera «contro questo governo. Viene attaccata la vita privata, e chi deve scrivere ha paura. Così si attacca la libertà di stampa, di informazione». Luci splendide, primi piani gloriosi. Poi è arrivato Benigni: «Poiché io non prendo il mio cachet, spero che Masi rinunci allo stipendio». Battute battute battute, e una narrazione di una lucida analisi comico politica, culminata nella canzone «E’ tutto mio». Battuta migliore. «Dice Bersani di Berlusconi: bisogna abbatterlo politicamente: la prossima voglia bisogna beccarlo con una minorenne del pd».

La Stampa 09.11.10