Latest Posts

"Manca il prof, il dirigente deve assumere il supplente", di Alessandra Ricciardi

Con una nota interna, il ministero ricorda che le sostituzioni vanno fatte. Ai soldi si ci penserà. Se le classi sono scoperte, se l’insegnante manca, i contratti di supplenza vanno fatti. Un principio che sembra essere ovvio e che invece negli ultimi anni, complice la politica di riduzione della spesa per l’istruzione e una certa interpretazione restrittiva dei criteri a cui ricorrere per le nomine, è stato messo in discussione dai presidi.

Ora il ministero dell’istruzione è corso ai ripari. Per evitare che ci possano essere classi smembrate quando il prof manca per pochi giorni, per non ritrovarsi a fare i conti, come accaduto lo scorso anno, con le proteste delle famiglie per il venir meno della funzione didattica, il dicastero di viale Trastevere ieri ha inviato ai suoi dirigenti scolastici una nota che ribadisce la necessità, e le modalità, delle supplenze brevi. Sono contratti sotto i 15 giorni, che vanno pagati direttamente dalle scuole, con fondi ad hoc trasferiti periodicamente dall’amministrazione centrale in base alle esigenze motivate e rappresentante dalle istituzioni scolastiche. Lo scorso anno la spesa è stata, a consuntivo, di circa 600 milioni di euro, circa 50 milioni in meno dell’anno precedente. I presidi hanno infatti provato a provvedere diversamente, ricorrendo a strumenti alternativi alle supplenze esterne, spesso alle ore eccedenti assegnate a chi è già di ruolo. La spesa per questa voce è così cresciuta fino ad arrivare a 130 milioni. Questi non ancora tutti accreditati sul fondo di istituto, visto che si tratta di voce diversa da quella per le supplenze. Ora la possibilità di ricorrere ai docenti di ruolo resta, ma il tenore dell’ultima nota minsiteriale è tale da incentivare il ricorso alle supplenze vere e proprie. Anche perché, visto com’è andata lo scorso anno con i pagamenti, per queste dovrebbero esserci maggiori margini di copertura finanziaria. Una boccata di ossigeno per i tanti precari a spasso. In prima battuta, recita la circolare, «si ribadisce l’obbligo di provvedere alla sostituzione del personale assente temporaneamente, prioritariamente con personale della scuola in soprannumero o con ore a disposizione o di contemporaneità non programmata…in subordine mediante l’attribuzione di ore eccendenti a personale in servizio e disponibile nella scuola fino a un massimo di 6 ore settimanali oltre l’orario d’obbligo». Ma si ricorda che «l’istituto delle ore eccedenti, considerato l’ammontare limitato delle risorse disponibili,…ha natura emergenziale e ha come finalità lo specifico obiettivo di consentire la sostituzione immediata e limitata nel tempo del docente assente, in attesa della nomina del supplente temporaneo avente diritto». Insomma, il ricorso alle ore eccedenti non può essere una misura ordinaria di sostituzione. Il personale supplente potrà essere nominato anche nel caso di assenza del titolare «per periodi inferiori a 5 giorni nella scuola primaria», dove invece era invalso l’uso di nominare dopo i 5 giorni, «e a 15 giorni nella scuola secondaria». Per le supplenze nella scuola dell’infanzia e primaria fino a 10 giorni si potrà ricorrere alle sostituzioni flash, quelle degli insegnanti che si sono resi disponibili, iscritti in particolari liste, ad assumere, via cellulare, incarichi di pochi giorni. Se i fondi accreditati non dovessero bastare, saranno alimentanti nelc roso del periodico monitoraggio. Resta ovviamente la necessità di documentare che le sostituzioni fatte erano necessarie.

da ItaliaOggi 09.11.10

per leggere la circolare clicca qui

«Giovani non disposti a tutto» Un fantasma si aggira per l'Italia, di Bruno Ugolini

Un fantasma, anzi un esercito di fantasmi, si aggira nella rete. Lancia una pagina apposita su Facebooke su Twitter ricevendo migliaia di adesioni. Costruisce un sito (www.giovanidispostiatutto. com). Qui c’è anche un forum che raccoglie storie, denunce, testimonianze. Mentre le mura di numerose città (Bologna, Torino, Roma. Milano) sono tappezzate di manifesti. Un’invasione. Lanciano un messaggio con due significati opposti. Uno recita: «Giovani disposti a tutto ». L’altro: «Giovani non disposti a tutto». Sono i precari, gli atipici, gli invisibili. Fantasmi, appunto. Alla ricerca di un sostegno, di un megafono, di una voce. Per colpire l’attenzione hanno pubblicato degli annunci, delle «offerte» di lavoro che sembrano inventate ma che non sono lontane dalla realtà. Spesso spiritose, paradossali: «Gruppo finanziario cerca giovani disponibili a fare il caffè e dog sitter al proprio Capo», «Agenzia di pubblicità cerca account junior con padre pronto a mantenerlo a vita», «Gruppo informatico cerca giovani laureati con il massimo dei voti e il minimodi dignità». Altri ne suggeriscono di più verosimili: «Pizzeria cerca giovane, massimo 26 anni, esperienza decennale, per servizio in sala e pulizie. Turno h. 18.00 – 05.00. Pizza gratis il lunedì sera per il/la fidanzato/a.Nomance». Ancora: «Società di comunicazione cerca per stage full-time di 3 mesi giovane laureato, ottima conoscenza inglese, francese, arabo e cinese, capacità di problem solving, dinamico, onesto, sincero e fedele. No retribuzione, ma è tanto formativo». C’è chi commenta: «Sembra l’offerta che mi è stata proposta qualche giorno fa! Una redazione milanese ha selezionato mio CV (wow!) per stage 6 mesi non retribuito però, con possibilità di rinnovarlo per altri 6 mesi… ».Un altro segnala: «Rivista online cerca redattore per stage biennale, disposto a pagare 200 euro al mese per tesserino da pubblicista. Astenersi perditempo». Oppure: «Studio professionale offre stage gratuito decennale altamente formativo. Richiesta buona confidenza con fotocopiatrici e scanner. No rimborso spese». Avete capito bene: dieci anni a fotocopiare. C’è chi ironizza: «Basta con questi retaggi vetero-comunisti, evviva la flessibilità, anzi il contorsionismo!». I promotori – lo si capisce bene leggendo – fanno parte di un popolo che ha conosciuto sulla propria pelle le nuove e «moderne» esperienze di lavoro. Scrivono: «Noi siamo l’offesa che senti quando cerchi lavoro e trovi proposte che ti feriscono anche solo a leggerle. Siamo l’imbarazzo che provi quando fai un colloquio e chi ti valuta ha la metà delle tue competenze ». Non hanno lanciato questa offensiva mediatica per predicare la rassegnazione, semmai invitano a raccogliere le forze: «Da solo non ti salvi». Denunciano quella solitudine che scatta «quando ti vogliono convincere che stai facendo uno stage altamente formativo», oppure «quando l’Inps ti spiega che non avrai alcuna indennità di disoccupazione». Vorrebbero raccontareun Paese diverso «all’altezza delle nostre competenze, delle nostre energie, della nostra creatività, del nostro coraggio». Sono, insomma , giovani «non disposti a tutto» e propongono, come primo sia pur minuscolo atto della propria campagna,degli stickers con l’immagine di quel «NON+» maiuscolo da appendere sopra gli annunci di lavoro degradanti, davanti all’ufficio, all’università, nelle piazze. Nel forum trovi i commenti più disparati. C’è chi, come Flavia, sogna lo sciopero totale dei precari: «Se ci fermassimo per qualche giorno con un’azione massiccia sarebbe un bel problema!». Non mancano le voci deluse, come quella di Giorgia: «Bisogna fare qualcosa, e bisogna farlo in fretta, se aspettiamo i sindacati, la destra o la sinistra, facciamo in tempo a passare a miglior vita!». Voci da ascoltare. Forse questi fantasmi della rete si sono sentiti più forti quando hanno sentito addirittura il governatore della Banca d’Italia sostenere comela loro precarietà nuoccia alla produttività e ai profitti. Un monito per quelle tante imprese convinte che basti lesinare sul costo del lavoro per vincere la concorrenza internazionale. Che basti il modello Marchionne.

L’Unità 09.11.10

"Finanziaria o federalismo, la crisi passa anche da qui", di Raffaella Cascioli

Il Quirinale è preoccupato per la legge di bilancio, ma in parlamento ogni voto sarà un thrilling
Il gioco del cerino è approdato in parlamento. Tra i giocatori – un po’ a sorpresa – è finito anche il ministro dell’economia Tremonti e nelle prossime settimane si capirà chi è destinato a bruciarsi e chi, invece, a salvarsi.
Una prima precipitazione della situazione politica potrebbe arrivare già nelle prossime ore alla camera dove il doppio appuntamento della legge di stabilità in commissione bilancio e del decreto sui fabbisogni standard di comuni e province in bicameralina sul federalismo potrebbe essere foriero di sorprese. E non solo perché lo stesso ministro Tremonti, dopo aver chiesto e ottenuto la scorsa settimana, lo slittamento al 15 novembre per l’arrivo in aula della legge di stabilità (la ex Finanziaria) così da avere il tempo di inserire nel testo in commissione un maxiemendamento sullo sviluppo così da frenare l’emorragia di voti della maggioranza, ha deciso di giocare, ancora, al gatto e al topo. Quanto soprattutto perché sul federalismo ci potrebbe essere un primo scontro parlamentare nell’era del dopo Perugia: è previsto per domani in bicameralina il voto sui fabbisogni standard di comuni e province.
Per l’occasione si voterà sulle modifiche avanzate da Calderoli ma anche sulla proposta del Pd presentata dal senatore Marco Stradiotto, totalmente alternativa a quella della Lega, che punta ad arrivare alla definizione del fabbisogno standard solo dopo «aver definito la procedura per arrivare ai livelli essenziali di prestazione, agli obiettivi di servizio e quindi ai costi standard». Se è vero che occorrerà capire come si schiererà il finiano Baldassarri, Stradiotto ricorda che «la Lega sta agitando il problema del federalismo, senza risolverlo. Il Carroccio sta giocando proprio su questo ben sapendo che comunque vada potrà incassare un immediato riscontro elettorale». Se la Lega, però, mostra crepe nella gestione dell’emergenza alluvione in Veneto tanto che gli imprenditori minacciano lo sciopero fiscale, è sulla Finanziaria che si gioca la partita principale.
La presentazione del maxiemendamento se tutto va bene ci sarà domani dopo che nel vertice di maggioranza di oggi, a cui parteciperanno oltre a Tremonti anche i rappresentanti di Pdl, Lega, Fli e Mpa, si discuterà delle proposte. Ieri il Tremonti rigorista degli ultimi due anni e mezzo ha lasciato il posto al Tremonti sociale: «Dobbiamo concentrarci sull’essenziale e sul fondamentale del welfare le risorse che abbiamo e il deficit che possiamo fare». È un Tremonti che scopre la necessità di mantenere la coesione sociale, troppo spesso sacrificata sull’altare del rigore di bilancio; è un Tremonti che ora sembra disposto ad allargare i cordoni della borsa. È un ministro che però è sempre riuscito finora ad imbavagliare il parlamento, contingentando i tempi, centellinando le risorse, imponendo decreti e che ora si trova a dover fronteggiare umori parlamentari che potrebbero sfociare non solo in avvertimenti ma in veri e propri voti di sfiducia. Di qui la necessità di cambiare tattica. E quindi se da un lato sarà interessante capire se oggi Tremonti si presenterà con un pacchetto di proposte, dall’altro è possibile che la prima legge di stabilità possa non essere votata dal parlamento causa l’assenza di una maggioranza. Nel qual caso si andrebbe all’esercizio provvisorio che potrebbe rappresentare il de profundis per l’Italia sia in Europa sia sui mercati internazionali con inevitabili ripercussioni sul debito pubblico. Un’eventualità che non piace al presidente Napolitano che ha fatto sapere che l’approvazione della Finanziaria è inderogabile.

da Europa Quotidiano 09.11.10

"ll Nordest resta una periferia", di Ilvo Diamanti

Continua a piovere nel Veneto. A Caldogno, Cresole, Rettorgole Lobbia. E a Vicenza. Dove il Bacchiglione è esondato a Ognissanti. Ha sommerso case, botteghe, aziende, garage. L´acqua è arrivata improvvisa, violenta e limacciosa. Ha fatto danni pesanti. Alle abitazioni, alle attività, alle cose. Alcune persone sono morte. Migliaia di sfollati. Al proposito ho scritto una Bussola (su Repubblica. it) quasi una settimana fa. In tempo reale. Come alcuni sanno, io abito a Caldogno, anche se il lavoro mi porta spesso – anzi: prevalentemente – lontano. L´alluvione mi ha sfiorato. Si è fermata a pochi chilometri da me. La strada che attraversa Rettorgole e si dirige a Vicenza ora è transitabile. Ma ai lati, ammassate, vi sono ancora le cose – mobili, elettrodomestici e altri oggetti – abbandonate dai residenti. Distrutte dall´acqua e dal fango.
La strada per Cresole, invece, è ancora chiusa. Vi transitano solo i residenti e i mezzi della protezione civile. Prima di arrivare a Ponte Marchese, al confine tra Caldogno e Vicenza, sulla destra si scorge il presidio dei No Dal Molin. Il Bacchiglione non l´ha risparmiato. “Presidia” la base americana, che, intanto, cresce a vista d´occhio.
Oggi quell´area, a differenza di un tempo, non funziona più da bacino dove si scaricano le acque del Livelon (così si chiama il Bacchiglione da queste parti) quando è in piena. È impermeabilizzata, per motivi di sicurezza. Così la “grande onda” è scivolata via, sempre più gonfia. E si è abbattuta su Vicenza senza ostacoli, senza freni, senza limiti. Quando si è capito che l´acqua stava davvero uscendo dall´argine, scavalcava il Ponte degli Angeli, invadeva piazza Matteotti, Santa Lucia e i dintorni: era troppo tardi per difendersi. Ancora oggi il centro di Vicenza è sottosopra. Più sotto che sopra. Al di là dei danni – enormi – alle case e alle cose, l´inondazione ha inferto ferite profonde alle persone. Più che fuori: dentro. I vicentini: hanno perduto tranquillità e sicurezza. Oggi hanno paura dell´acqua. Cioè: di se stessi, del proprio mondo di vita. Perché anche Vicenza, Verona, Padova, Treviso – non solo Venezia – sono città d´acqua. Attraversate da fiumi, rogge, canali. Vicenza e l´area colpita dall´alluvione: galleggiano su un bacino di falde fra i più grandi d´Europa. L´alluvione della settimana scorsa ha suscitato inquietudine. Non che non ce ne siano state altre, prima. Molti ricordano – ed evocano – quella del 1966. Che ha provocato danni minori. E allora aveva piovuto molti giorni, dal 28 ottobre fino al 4 novembre. Questa volta sono state sufficienti 36 ore di pioggia improvvisa, battente e ininterrotta, insieme allo sciogliersi rapido delle nevi nelle montagne vicine (complici lo scirocco e un veloce rialzo della temperatura). Il Livelòn si è trasformato nel Nilo in piena. Inimmaginabile, per me – come per molti vicentini. Anche se, in questi anni, ho visto cose che voi umani…
Un territorio verde: urbanizzato senza limiti e senza regole. Le strade, punteggiate di rotatorie, sempre più numerose. Spesso sorgono isolate, in mezzo ai campi – indicano che lì nascerà, presto, una nuova entità immobiliare. Un nuovo non-luogo abitato da stranieri. (Perlopiù “italiani”; ma stranieri perché estranei l´un l´altro.) E poi capannoni, zone artigianali e commerciali, piscine, centri sportivi. Difficile chiedere ai torrenti di domare piene improvvise e imprevedibili. In molti punti, gli argini non ci sono più. I campi intorno non tengono. Non drenano. Anche perché, di frequente, sono stati “livellati” dai cavatori.
I vicentini temono che un evento come questo possa ripetersi ancora. Se son bastati due giorni di pioggia… Sanno, d´altronde, che, in parte, è il prezzo del successo. Meglio poveri e negletti, in un territorio sicuro e ameno – come trent´anni fa – o ricchi e famosi, ma anche più insicuri e in un ambiente deteriorato – come oggi? Il dilemma non è nuovo. Mai come ora, però, è divenuto tanto evidente, invadente e devastante.
C´è, però, un altro aspetto che ha sorpreso – e spiazzato – i vicentini (e i veneti). Il fragoroso silenzio dei media e della politica nazionale sul disastro che si abbatteva su di loro (noi). Il mitico Nordest. Nei giorni critici: relegato a pagina 20 dei quotidiani e a metà telegiornale. In coda ad Avetrana, ai rifiuti di Napoli, Ruby e gli scandali di Silvio. Per scomparire in fretta, all´indomani.
Così i veneti e i vicentini hanno scoperto che la loro immagine, il loro rilievo – in una parola: la loro “rappresentanza” – non sono migliorati negli ultimi 20 anni. Nonostante siano divenuti la capitale della piccola impresa e del lavoro autonomo. Il modello dell´”Italia che lavora e che produce”. Nonostante siano andati al governo, insieme ai loro partiti di riferimento: il PdL e soprattutto la Lega. Nonostante abbiano eletto governatore Luca Zaia, con il 60% dei voti. Un plebiscito. Per diventare indipendenti come la Catalogna e la Baviera. Nonostante tutto questo, Vicenza, il Veneto, il Nordest non fanno notizia. L´alluvione (scrivevo una settimana fa su Repubblica. it) appare una “tragedia minore che si consuma in una provincia minore. Non merita inchieste. Al massimo una cronaca. Minore.”
Alcuni lettori mi hanno scritto per lamentare altre tragedie rimosse. L´Italia è costellata di tragedie minori – dimenticate. Ma il Nordest, il Veneto, Vicenza: pensavano di essere diventati grandi. Un Centro. Non è così. Sono ancora Periferia. Romana e padana. Dove i leader romani e padani – Berlusconi e Bossi – si recano (oggi) quando tutto è finito. Quando l´acqua è rientrata nei fiumi. (Per ora.) Resta il fango nelle strade e nelle case. Rammenta che siamo ancora una terra di confine.

"Gli ultimi giorni di Bondi? I democratici vogliono provarci", di Fabrizia Bagozzi

Domani il ministro riferisce alla camera. Possibile una mozione di sfiducia del Pd. In linea con la fase di fibrillazione parossistica del governo, non accenna a diminuire la bufera che si è scatenata sulla testa del ministro dei beni culturali nonché coordinatore del Pdl Sandro Bondi a causa del crollo dell’armeria dei gladiatori a Pompei. Su richiesta del capogruppo del Pd a Montecitorio, Dario Franceschini, Bondi riferirà domattina alla camera sui motivi che hanno portato a un incidente che, parole di Fini ha Perugia, «ha fatto il giro del mondo».
Spiega Franceschini che «tra le cose possibili dell’esito dell’informativa c’è una mozione di sfiducia che, naturalmente, valuteremo insieme agli altri gruppi parlamentari».
La vicenda di Pompei rischia dunque di avere una ricaduta politica di prima grandezza. I democratici cercano infatti l’innesco per arrivare a un’ampia convergenza parlamentare che segni nei fatti l’avvio di una crisi di governo che difficilmente potrebbe passare per una mozione di sfiducia a Berlusconi o all’esecutivo.
Mozione che, allo stato dei fatti, i finiani farebbero a fatica a votare. Ma non è detto lo stesso atteggiamento in caso di iniziativa contro Bondi. Nei confronti del quale, al netto di ciò che ha detto domenica il leader di Futuro e libertà, i futuristi hanno da subito mantenuto una posizione ferma. Ieri il finiano Fabio Granata ha confermato la richiesta di dimissioni immediate del ministro dei beni culturali. L’atteggiamento futurista rimane legato all’evolversi delle cose nella maggioranza, rispetto al quale Italo Bocchino fa sapere che «se Berlusconi rimane asserragliato a palazzo Chigi, entro un mese ci sarà un incidente tecnico che farà cadere il governo».
La mozione di sfiducia individuale a Bondi convince l’Italia dei Valori, che, come è noto, vorrebbe di più e fa pressing su Bersani per quella a Berlusconi. Ma è rimane da verificare se convinca i centristi dell’Udc.
Da subito Pierferdinando Casini aveva detto che non era il caso di buttare la croce addosso a Bondi: «La realtà è che i suoi appelli non sono stati ascoltati da chi poteva e doveva decidere». E ieri l’udiccino Enzo Carra, membro della commissione cultura della camera, pur sottolineando che «il ministero dei beni culturali non ha brillato per inziative», ha spiegato che «dovrebbe dimettersi da coordinatore del Pdl per fare meglio il ministro».
Da verificare anche l’atteggiamento dell’Api di Francesco Rutelli, già ministro dei beni culturali nella scorsa legislatura. Rutelli ha detto che Bondi è «una persona onesta, ma ha mostrato di non avere gli attributi di fronte a Tremonti. Ora deve dimostrare di averli oppure è meglio che se ne vada».
In attesa di capire che cosa dirà Bondi, a Montecitorio i democratici si preparano alla battaglia. Cercando un incidente efficace che chiuda questa fase e ne avvii una nuova.

da Europa Quotidiano 09.11.10

******

“La Pompei del governo Pd pronto a sfiducia Bondi”, di Simone Collini

Gli ultimi giorni del governo potrebbero passare per Pompei. Il Pd ha chiesto a Sandro Bondi di riferire in Parlamento sul crollo della Schola Armaturarum . E se il ministro dei Beni culturali domani si presenterà nell’aula di Montecitorio e non saprà essere più convincente di quanto non sia stato in queste ultime 72 ore, il Pd presenterà una mozione di sfiducia individuale nei suoi confronti. L’operazione è stata concordata tra Dario Franceschini e Pier Luigi Bersani. Ma ci sono già stati anche contatti con le altre forze che puntano alle dimissioni di Silvio Berlusconi. Compresa Futuro e libertà. E, sulla carta, alla Camera ci sono i numeri per sfiduciare Bondi e far esplodere in Parlamento una crisi che da settimane si trascina sugli organi d’informazione. Bersani, che da Fini si aspetta «atti conseguenti» alle parole pronunciate nelle ultime settimane, fa sapere che il Pd svilupperà «ogni iniziativa, parlamentare e non, utile a chiarire la situazione perché la crisi c’è ed è ora di certificarla». Concetti che il leader del Pd ha espresso direttamente al presidente della Camera in un colloquio telefonico. Uno dei sempre più frequenti che sta avendo con lui. Bersani sa benissimo che una mozione di sfiducia al governo targata centrosinistra, ancora ieri sollecitata dal leader dell’Idv Antonio Di Pietro, in questo momento difficilmente potrebbe essere votata dai finiani, e sa invece che sulla richiesta di dimissioni nei confronti di Bondi si può creare con loro una fruttuosa convergenza. Anche perché la gestione del sito di Pompei e dell’intero ministero della Cultura, come verrà alla luce da una relazione messa a punto dal Pd per motivare la richiesta di dimissioni, viene giudicata da più parti indifendibile.

GRANATA CHIEDE LE DIMISSIONI
A chiedere esplicitamente le «immediate dimissioni» del titolare dei Beni culturali c’è infatti anche il deputato di Fli Fabio Granata, che parla di «totale inadeguatezza nella gestione del più grande patrimonio culturale del mondo» e di Bondi come «sostanzialmente ed esclusivamente solo ministro della propaganda». Un fronte composto da Pd, Idv, Udc e finiani avrebbe la maggioranza, alla Camera. E i contatti delle ultime ore fanno ben sperare il Pd. Il capogruppo dell’Idv Massimo Donadi, pur giudicando auspicabile una mozione di sfiducia al premier, si dice pronto a firmare la mozione contro «il ministro dei mali culturali» Bondi. E anche l’Udc – che pure sottolinea che è il ministro dell’Economia Giulio Tremonti a dover riferire in Parlamento perché quanto avvenuto a Pompei è, dice Pier Ferdinando Casini, «il risultato dei tagli lineari di chi non ha saputo e voluto fare scelte di tutela del nostro patrimonio» – è pronta a fare la sua parte pur di arrivare alle dimissioni di Berlusconi. Che, si ragiona tanto tra i vertici del Pd quanto tra quelli delle altre forze di opposizione, se pure non arriveranno insieme a un’eventuale sfiducia a Bondi, di certo sarebbero più vicine una volta che sia riuscita un’operazione del genere.

GUERRIGLIA PARLAMENTARE
A questo punto Bersani vuole innescare una vera e propria «guerriglia» in Parlamento, spingendo il governo verso le dimissioni sfruttando ogni spazio possibile, che sia la proposta di legge presentata da Fli su Rai e pluralismo, quella del Pd sulla riforma fiscale (su cui potrebbe esserci la convergenza con Fini e Casini), il documento di censura presentato dall’Idv nei confronti del ministro Calderoli, reo di aver abrogato alcune norme che vietano l’associazione armata in modo da salvare le camicie verdi, o le stesse votazioni sulla riforma della Giustizia e Lodo Alfano. Oggi il leader del Pd incontrerà prima i segretari regionali e poi riunirà al Nazareno tutti i big del partito. Bersani vuole discutere con loro le prossime mosse, senza escludere nulla.

IPOTESI DI SFIDUCIA AL PREMIER
La stessa mozione di sfiducia nei confronti del premier, che in questa fase rischia di tramutarsi in un boomerang, potrebbe essere messa sul piatto. Nel Pd la sollecitano apertamente Arturo Parisi, Gavino Angius, e anche il veltroniano Giorgio Tonini pur lasciando aperta la porta a più soluzioni, dice che bisogna prendere in considerazione «l’ipotesi di una mozione, o comunque di una iniziativa in Parlamento, perché non possiamo stare ad aspettare Fini, non può avere i ministri e guidare pure l’opposizione». Il “colpo finale” potrebbe insomma essere portato a presto, ma prima Bersani vuole continuare la battaglia di logoramento. Che avrà nella sfiducia a Bondi un passaggio fondamentale.

L’Unità 09.11.10

Filcam Cgil: 25 mila addetti a pulizie a rischio licenziamento

Il sindacato lancia l’allarme: “Le scuole italiane affonderanno nel degrado. A rischio pulizia, custodia e manutenzione a partire dal 1° gennaio”. Il sindacato lancia l’allarme: “Le scuole italiane affonderanno nel degrado. A rischio pulizia, custodia e manutenzione a partire dal 1° gennaio”.
È l’allarme lanciato dalla Filcam Cgil, Federazione dei lavoratori del commercio, relativamente a tutti i dipendenti delle imprese che svolgono i servizi di pulizia e custodia negli istituti scolastici. I posti di lavoro che verranno a mancare comprendono quelli dei collaboratori scolastici statali (circa 15 mila) e dipendenti di società in appalto al ministero (circa 11 mila).

Soprattutto questi ultimi, secondo il sindacato, rischiano il posto di lavoro dal 1° gennaio.

A preoccupare i lavoratori, gran parte dei quali sono già oggi in cassa integrazione in deroga con una forte decurtazione del salario, è la scadenza del 31 dicembre, quando decadranno gran parte degli ammortizzatori sociali e gli appalti tra ministero e imprese. Ad oggi, ha spiegato la Filcam Cgil, non è stato ancora reso noto se e come verranno rinnovati quei contratti.

Drammatiche, sempre secondo il sindacato, potrebbero essere le conseguenze sulla manutenzione e sulla pulizia delle aule e degli spazi delle scuole. Gravi ripercussioni, spiega il sindacato, anche sulla sicurezza degli studenti, visto che i tagli andranno ad incidere anche sui servizi di custodia.

“Gli edifici che ospitano le scuole italiane – ha spiegato Elisa Cammellini della Filcam Cgil nazionale – sono già abbastanza decadenti. Se i contratti degli addetti alle pulizie non saranno rinnovati non potrà essere garantita neppure la soglia minima di decoro”.

Se ne parlerà al Miur il 17 novembre prossimo.

da Tuttoscuola 09.11.10

"Le elezioni divideranno l'Italia in due", di Luca Ricolfi

E’ comprensibile che il mondo politico sia eccitato. Fini sta consumando il suo strappo, e Berlusconi – dopo quasi vent’anni – potrebbe anche essere costretto a uscire di scena. Vedremo. Sulla carta la fine del regno di Berlusconi presenta almeno un aspetto positivo: quello di togliere dalla scena la principale fonte di divisione degli italiani.
E’ lecito sperare che, venuto meno il pomo della discordia, si possa tornare a ragionare di politica in modi non dico un po’ meno incivili (su questo è inutile farsi illusioni), ma almeno un po’ meno partigiani. E tuttavia basta osservare con un minimo di distacco il modo in cui il regno di Berlusconi sta tramontando per spegnere non pochi ottimismi sul dopo. Già, perché la qualità del «dopo» dipenderà molto dalle modalità della deposizione del monarca.

C’è una prima possibilità, e cioè che sia Futuro e libertà, il partito di Fini, a far cadere il governo. In questo caso si aprirebbe una drammatica resa dei conti all’interno del centrodestra, perché il gesto di Fini – per le modalità con cui si sta consumando – non potrebbe non essere vissuto dai fedeli di Berlusconi come un tradimento, come Bruto che pugnala Cesare.

E questo per l’ottima ragione che quasi tutto ciò che oggi Fini rimprovera a Berlusconi (a partire dalla «vergogna» della legge elettorale), fino a ieri era condiviso da Fini stesso. Ma un centrodestra spaccato fra seguaci di Fini e nostalgici del Cavaliere, fra antiberlusconiani e anti-antiberlusconiani sarebbe una sciagura per il nostro sistema politico.

C’è una seconda possibilità, ed è che a chiudere l’era di Berlusconi sia il temutissimo (da lui) governo tecnico, un Comitato di Liberazione Nazionale con dentro tutti i nemici del premier, da Di Pietro a Fini. Se Napolitano ne consentisse la nascita non farebbe che applicare procedure previste dalla Costituzione, ma è difficile non vedere che in un simile esecutivo, in cui chi ha perso elezioni governa contro chi le ha vinte, metà degli italiani scorgerebbe un tradimento del mandato popolare, mentre l’altra metà non potrebbe che vedervi l’ennesima conferma dell’incapacità dell’opposizione di battere Berlusconi politicamente, senza bisogno di magistrati, veline e ribaltoni parlamentari.

C’è infine un’ultima possibilità, e cioè che la caduta di Berlusconi, chiunque ne sia l’artefice, ci porti dritti a nuove elezioni, giusto in concomitanza con i festeggiamenti per l’Unità d’Italia. Ma anche questo scenario non è rassicurante. Non solo per la prevedibile reazione negativa dei mercati, con conseguente aumento del costo del nostro debito pubblico, ma per lo scenario politico che si aprirebbe davanti a noi. Che cosa potremmo aspettarci, infatti, da una competizione elettorale condotta dagli attori attualmente in campo?

La previsione più realistica mi pare quella di una polarizzazione del conflitto politico sull’asse Nord-Sud, con il Pdl e la Lega sostanzialmente schierati con il Nord, i partiti del terzo Polo decisi a fermare il già impervio cammino del federalismo, e la sinistra in mezzo, a bagnomaria fra la fedeltà al progetto federale e la necessità di allearsi con i suoi nemici. In buona sostanza un match Bossi-Berlusconi-Tremonti contro Fini-Casini-Bersani.

Se così dovessero andare le cose, l’Italia ne uscirebbe più debole e divisa che mai, e questo a prescindere da quale dei due schieramenti dovesse prevalere nel confronto elettorale. Quel che due schieramenti del genere avrebbero in comune, infatti, è precisamente la mancanza di una visione unitaria dell’interesse nazionale. Lo schieramento del Nord non vede i legittimi interessi del Sud, che sono innanzitutto di veder aumentare gli investimenti pubblici in infrastrutture. Lo schieramento del Sud non vede i legittimi interessi del Nord (primo fra tutti il federalismo), e interpreta come interessi del Mezzogiorno quelli che, in realtà, sono soltanto gli interessi di chi lo ha mal governato finora: i cittadini del Sud non hanno bisogno di meno federalismo ma, semmai, di una classe dirigente che ponga termine alla dilapidazione delle risorse pubbliche, e si metta finalmente in grado di erogare servizi all’altezza di un Paese moderno.

Ciò di cui oggi si avverte la mancanza è proprio questo: un partito, o un’alleanza, che non giochi sulla divisione Nord-Sud, ma sappia affrontare gli squilibri territoriali in tutta la loro complessità tecnica e istituzionale, al di fuori delle vuote formule con cui, in questi giorni, politici di ogni provenienza e colore stanno conducendo il loro misero gioco.

La Stampa 09.11.10