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L'Italia crolla, il governo dorme

La casa dei gladiatori a Pompei si sbriciola e finisce sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo. Vicenza e il Veneto sotto un metro e mezzo d’acqua per oltre una settimana con almeno un miliardo di euro di danni e gli imprenditori che minacciano di non pagare più le tasse.
Un paese che crolla, finisce piegato di fronte a emergenze sempre prevedibili ma mai affrontate.
Per questo il crollo della domus dei gladiatori a Pompei “è la metafora del dramma italiano, vogliamo fare i miracoli e non facciamo le cose normali, poi casca tutto” come ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani a ‘In mezz’ora’. Bersani ha criticato la gestione dei beni culturali: “Come è possibile un paese in cui si commissaria tutto, anche Pompei dove invece che mandare archeologi si è affidato tutto alla protezione civile, che ha speso 60 milioni di euro senza fare una gara, e ha destinato solo il 20% per la manutenzione”. Soldi buttati per la valorizzazione invece che per i restauri, errori madornali che dovranno essere pagati. Per questo il PD ha chiesto che il governo venga urgentemente a riferire in Aula su questo vergognoso episodio e sta valutando la mozione di sfiducia nei confronti del ministro della Cultura, Sandro Bondi, come annuncia Dario Franceschini, presidente dei deputati Pd: “Stiamo attendendo la risposta da parte del ministro Bondi ed è evidente che la gravità dei fatti fa ritenere che tra le cose possibili all’esito della Informativa vi sia una mozione di sfiducia che naturalmente valuteremo insieme agli altri gruppi parlamentari.”
Giorgio Napolitano ha definito il crollo una “vergogna per l’Italia”, esigendo spiegazioni da chi ha il dovere di darle, “al più presto e senza ipocrisie”. Nel silenzio degli esponenti della maggioranza, Sandro Bondi rileva la difficoltà di gestire un patrimonio immenso come quello italiano e si appella alla scarsità dei fondi a disposizione. Eppure c’è lui al governo.

Tanta preoccupazione anche per il Veneto, dove Enrico Letta oggi ha incontrato il sindaco di Vicenza, Achille Variati, ed ha tenuto una conferenza stampa per richiamare l’attenzione sulla catastrofe che ha colpito la città e tantissimi comuni.
“L’Italia deve chiedere scusa al Veneto per l’indifferenza e la disattenzione con cui ha seguito la crisi dell’alluvione” ha detto il vicesegretario PD dopo un giro tra le province di Vicenza e Verona. Il Pd presenterà un pacchetto di emendamenti su tre aspetti: 1)sospensione dei tributi e dei pagamenti, 2)esenzione per i comuni dai vincoli del patto di stabilità; 3) risarcimenti per i danni.
“Zaia e Berlusconi fino ad ora sono stati disattenti. Zaia non è ancora nemmeno andato a visitare Vicenza – attacca Letta – Alla Lega si chiedono stavolta fatti e non
parole”.Per il PD si era già recata nei luoghi alluvionati, subito dopo il disastro, la senatrice Maria Pia Garavaglia che raccontava di scene simili allo tsunami: “paesi allagati, infrastrutture distrutte, agricoltura e paesaggio devastati. Il governo stanzi i finanziamenti necessari per evitare che si ripetano annualmente delle catastrofi”.

Il nostro timore è quello di una gestione dell’emergenza di stampo propagandistico come accaduto con il terremoto dell’Aquila e con i rifiuti in Campania, mentre come ha dichiarato Bersani la scorsa settimana,“serve un piano di messa in sicurezza dei territori: un piano complessivo di interventi di riqualificazione e potenziamento del sistema idrogeologico, un impegno prioritario per le nostre comunità e per lo sviluppo del nostro Paese. Il Governo intanto è chiamato a restituire il diritto ad una vita normale alle migliaia di famiglie sfollate in Veneto, a porre rimedio agli ingenti danni che questa Regione ha subito a tutti i livelli e a garantire immediatamente certezze anche a tutti gli artigiani, piccoli imprenditori, commercianti che vedono a rischio le loro attività”.

Alessandra Moretti, il vicesindaco, ci racconta di una mobilitazione straordinaria. Da lunedì scorso sono oltre 2.500 i volontari, per l’80% giovani dai 15 ai 25 anni, con molti immigrati, organizzati con le loro associazioni coordinati dalla Protezione Civile di Vicenza e da un nucleo operativo con tutti gli assessori. “Ognuno di noi aveva una zona da coordinare con tutte le forze: ma i danni sono ingentissimi, 1 metro e 80 d’acqua che ha colpito tutta la zona degli argini. Parliamo di case, imprese, uffici, commercianti e artigiani che hanno perso milioni di euro, magazzini e corte da buttare”. Il vicesindaco spiega le ragioni dello sciopero fiscale minacciato da Confindustria: “Il Veneto garantisce almeno 1,5 miliardi di euro di gettito. Adesso con lo stato di crisi si può sforare il Patto di stabilità ma la quantificazione dei danni è difficilissima, ci sono 9.000 persone alluvionate e 2.000 capannoni industriali a mollo, ma è ancora tutto da quantificare il danno del fermo dell’attività produttiva, specie per aziende con decine e decine di lavoratori. I problemi sono tanti: si stanno smaltendo 700 tonnellate di rifiuti al giorno contro i 90 attuali. Ci stanno mettendo a dura prova, ci siamo rimboccati le maniche ma adesso devono arrivare fondi importanti. Invece ci sono appena 20 milioni dal governo e 2 dalla regione, che serviranno solo a coprire parte delle spese sostenute”.

Gli imprenditori sono infuriati: “Se il sostegno alle imprese e ai cittadini vicentini non ci sarà da parte dello Stato, noi non pagheremo le tasse”. Non usa mezzi termini, a Radio 24, il vicepresidente degli industriali vicentini, Luciano Vescovi, parlando dei danni causati in Veneto dal maltempo: “Una critica voglio farla anche a Zaia – continua Vescovi – che ancora non si è fatto vedere qui a Vicenza. Il manifatturiero è in ginocchio, dobbiamo ricomprare le macchine e la produzione è ferma. Se lo Stato non ci aiuta, con un sostegno serio, verrà colpita una parte sana dell’economia italiana. Il manifatturiero vicentino esporta più della Grecia e tiene su una buona parte dell’economia italiana. Il sostegno per noi è un sostegno per l’economia del paese. Se venendo qui lo Stato vedrà le strade ripulite dal fango e dirà bravi vi siete arrangiati, ebbene noi ci arrangeremo con le tasse. Perché questa volta siamo veramente stufi e questa considerazione che faccio è apolitica e non leghista”.

Al Veneto spiccioli e illusioni.
Lo scriviamo, e oggi lo facciamo anche con una lettera ai ministri veneti perché il Governo dopo aver dichiarato lo stato di emergenza venerdì scorso ha erogato appena 20 milioni. Paola De Micheli responsabile Piccole e medie imprese del PD chiede “un intervento straordinario in difesa delle imprese locali e dell’occupazione. Oltre un miliardo di danni rischiano di mettere in ginocchio per mesi il tessuto produttivo veneto, e i 20 milioni stanziati dal governo sono una cifra ridicola se non offensiva. Serve allentare il patto di stabilità interno consentendo agli enti locali di usare le risorse disponibili per interventi d’urgenza a favore del settore produttivo e infrastrutturale. Serve l’immediato pagamento dei crediti che le imprese locali vantano nei confronti della pubblica amministrazione e una moratoria dei debiti che le imprese colpite dal maltempo hanno nei confronti delle banche. Debiti che sicuramente il sistema imprenditoriale veneto saprà onorare vista la forza e la vitalità che da sempre ne contraddistingue l’azione. Sono interventi d’urgenza a cui devono seguire misure strutturali: è ora che il governo passi ai fatti”.

Chiara Braga, responsabile Politiche per la difesa del territorio del dipartimento Ambiente del PD lancia l’allarme: non si può certo pensare di ricorrere ai fondi stanziati ormai un anno fa e non ancora assegnati (900 milioni di euro) per far fronte ad altre emergenze.
E poi va messo in pratica il “Piano nazionale di messa in sicurezza del territorio, come il PD chiede da tempo, individuando al più presto le risorse necessarie alla sua copertura, perché non ci si ritrovi a breve a dover rincorrere altre nuove emergenze. Insomma il governo, a partire dal ministro dell’Ambiente, dia subito un segnale di netta inversione di tendenza, ripristinando i fondi destinati alla difesa del suolo e falcidiati dalla finanziaria”.
Intanto il governo si appresta a nominare Luca Zaia commissario straordinario per l’emergenza. La presidente del forum Politiche Ambientali PD, Laura Puppato, è lapidaria: “E’ inadatto. Ha condiviso nell’ultimo decennio le scelte scellerate del centrodestra in materia urbanistica e di sgoverno del territorio. È come mettere delle volpi di guardia ai pollai”.

Pompei, non prendetevela con Giove Pluvio.
Il crollo della ‘casa dei gladiatori a Pompei’, verificatosi sabato scorso è un disastro annunciato per il patrimonio artistico e storico italiano. La ‘Schola armaturarum’, l’Armeria dei giovani gladiatori risalente al 62 d.C., si è completamente polverizzata, a causa dello smottamento del terreno per il mal tempo. Due episodi minori si erano già verificati nello scorso giugno e a gennaio di quest’anno, ma evidentemente sono stati ampiamente sottovalutati dai commissari della Protezione civile. Così il governo crolla anche su questo, sepolto dalla cenere della mala gestione. Da oltre due anni infatti Bondi fa a meno della Sovrintendenza e degli archeologi, per affidare la responsabilità esclusiva dell’area alla Protezione Civile, con un commissario. Lo scorso giugno il commissario è scaduto, Bondi già ad aprile aveva annunciato la prossima nascita di una Fondazione per Pompei, ma di questo nuovo ente non si è saputo più nulla ed ora in un area tanto importante c’è un reggente, non titolato a disporre dei fondi economici e i risultati di questa decisione purtroppo sono sotto gli occhi di tutti. Il crollo è l’esito dell’incuria istituzionale ed economica in cui sono abbandonati i beni culturali del Paese, perché le risorse in questo caso c’erano. A Pompei sono stati spesi molti soldi, senza procedure di evidenza pubblica e sotto la direzione della Protezione Civile.
Investimenti da decine di milioni di euro hanno trasformato il sito in una sorta di pacchiana disneyland archeologica, scarsi, invece, gli investimenti per la messa in sicurezza del sito. Perché?
Bondi è riuscito a tenere nel sito archeologico una conferenza stampa quasi esilirante, prendendosela con la pioggia. “In questa vicenda ci sono responsabilità evidenti, non è scaricando la colpa su Giove pluvio che il Governo si salverà la faccia – attacca Matteo Orfini, della Segreteria Pd, Responsabile Cultura e Informazione – la conferenza stampa del ministro Bondi è una puntata speciale de “La Corrida”, un gruppo di dilettanti allo sbaraglio che ha tentato, nell’ilarità generale, di giustificare due anni di fallimenti”. Mario Resca ha spiegato che in Italia non mancano solo le risorse economiche (il cui taglio peraltro è dovuto al governo che lo ha nominato), ma anche le competenze necessarie a operare sul patrimonio. Forse, -ha detto Orfini – gli sarà sfuggita la presenza nel nostro Paese di migliaia di archeologi, restauratori, storici dell’arte plurititolati e stimati nel mondo. Bondi si è nuovamente esibito nella sua performance preferita, quella ‘dell’ incompreso’, chiedendosi perché non trovi sotto al suo ufficio migliaia di persone che lo ringraziano per lo stato di crisi dei musei, delle biblioteche, delle soprintendenze, dello spettacolo dal vivo e del cinema. Ma quello che più colpisce è la difesa fatta dal professor Carandini dello strumento dei commissariamenti come unica soluzione all’incapacità degli umanisti di gestire e amministrare il patrimonio. Una tesi così diversa, lo dico avendo avuto l’onore di seguirlo da studente, da quella che fino a qualche anno fa insegnava a La Sapienza”.
Si è domandato Orfini: “E’ davvero impossibile gestire il nostro patrimonio se non attraverso la Protezione civile? Non sarebbe forse il caso di andare alla radice del problema e commissariare direttamente un ministro palesemente inadeguato? Nei prossimi giorni il Partito Democratico sarà a Pompei e nei tanti luoghi di sofferenza del mondo della cultura per presentare le sue proposte per il settore e per i tanti lavoratori, spesso precari, di cui il governo non si occupa”
La deputata Pd, Luisa Bossa, ex sindaco di Ercolano, denuncia come “la situazione dei siti archeologici e culturali campani è sotto gli occhi di tutti. Basta fare un giro in zona, dai Campi flegrei all’area archeologica di Pompei ed Ercolano, per rendersene conto. A Pompei mancano vigilanza, coordinamento, criteri di gestione. Lo stesso va detto per altri importanti siti archeologici della regione. Da Pozzuoli a Bacoli e fino a Cuma, anfiteatri, templi, necropoli sono chiusi. Il panorama è desolante: ci sono fosse biologiche per i bagni dei cantieri scavate a pochi metri dalle mura antiche, prefabbricati incastrati nei locali che furono le palestre dei gladiatori, colonnati corinzi e archi in reticolato romano che diventano appendiabiti per giacche e giubbotti, magari con qualche chiodo inserito all’occorrenza nelle mura antiche. Tutto questo – ha aggiunto Bossa – lo testimoniano, da mesi, le foto pubblicate dai giornali napoletani. E l’ho denunciato io stessa in diverse interrogazioni urgenti al ministro. E quando abbiamo posto la questione del degrado negli scavi Bondi ha risposto in modo piccato e risentito, difendendo il lavoro dei suoi commissari”. Non si risparmia una battuta la parlamentare: “A questo punto speriamo che il prossimo reperto archeologico a crollare sia proprio il governo di cui fa parte il Ministro Bondi, che pensa che governare significhi raccontare una balla al giorno, così almeno salviamo quel che resta della cultura in questo Paese”.
Purtroppo Pompei è il simbolo di una realtà diffusa, quella del Belpaese maltrattato, per citare un recentissimo libro di Roberto Ippolito. Una delle più ricche risorse dell’Italia, che il governo Berlusconi ignora è il suo patrimonio artistico, ma Ippolito ci ricorda come siamo primi al mondo per il numero di siti inclusi nella lista dell’Unesco dei patrimoni dell’umanità (43 su 878), eppure l’Italia continua ad andare a marcia indietro nel turismo: nel 1970 era in testa alla classifica mondiale per turisti stranieri ospitati, via via ha perso quote di mercato e oggi è solo quinta (superata da Francia, Spagna, Stati Uniti e Cina). L’Italia paga per quello che manca, una strategia complessiva di rilancio del turismo culturale, che punti sui valori e non sul business, che operi un rilancio vero e non di facciata.

A una settimana dalla piena del Bacchiglione del Retrone e di tanti altri corsi d’acqua il Veneto è ancora immerso sotto un metro di fango. I danni sono quantificati in un miliardo di euro e lo stanziamento del governo è di appena 20 milioni di euro. Le imprese sono in ginocchio e gli imprenditori minacciano di non pagare le tasse, l’unico fatto che è riuscito a bucare il muro di gomma dei media sulla catastrofe che ha portato a 4.500 persone evacuate solo nella provincia di Padova.

Ma.Lau. – Anto.Pro
www.partitodemocratico.it

Bersani chiede coerenza al leader Fli: «Crisi conclamata, risposta illusoria», di Simone Collini

Sulla manifestazione dell’11 dicembre convoca i big del Pd: «Se ne discuta subito». «Irresponsabile gioco del cerino, mentre il Paese va allo sbando». Bersani convoca il Coordinamento del Pd. Per l’11 dicembre i Democratici pensano a un corteo che arrivi poi a riempire San Giovanni. I veltroniani: «Attenzione, il discorso di Fini è stato il Lingotto del centrodestra».
«Crisi conclamata, risposta illusoria». A Bersani bastano quattro parole per commentare il lungo intervento di Fini. Il leader del Pd giudica «non sufficienti» le mosse del presidente della Camera, se è vero che c’è (Fini dixit) «un governo che non governa». Per Bersani ora Fini deve mostrare «coerenza», e sia lui che Berlusconi devono smetterla con lo «stucchevole e irresponsabile gioco del cerino». Anche perché «a furia di passarselo il cerino si sta spegnendo, mentre il Paese va allo sbando».
Il segretario del Pd sta già lavorando alla preparazione della manifestazione dell’11 dicembre, che stando alle ambizioni dovrebbe prevedere un corteo che arrivi poi a riempire Piazza San Giovanni. Lo sforzo organizzativo sarà tutto sulle spalle del Pd, visto che la Cgil ha già fatto sapere che darà fondo a ogni risorsa per dar vita a una manifestazione imponente, il 27 novembre, e che altre forze del centrosinistra, a partire da Sel di Vendola, hanno già annunciato che non aderiranno. Bersani è però convinto che la risposta alla chiamata in piazza «la manifestazione è aperta a tutti quelli che hanno a cuore le sorti del Paese», è il messaggio sarà all’altezza della situazione. L’importante è però che anche dai vertici del partito venga una risposta univoca.
CONVOCATI TUTTI I BIG
Per questo il leader del Pd ha convocato per mercoledì il Coordinamento del partito, cioè l’organismo ristretto di cui fanno parte tutti i big. Bersani vuole che eventuali perplessità, così come ogni tipo di proposta, vengano messe sul piatto subito, per essere discusse, accolte, risolte, nella sede opportuna. Se ha già sciolto il primo nodo sollevato da Veltroni la manifestazione avanzi proposte e non solo proteste, ha detto l’ex segretario e Bersani ha già chiarito che si parlerà di «democrazia, lavoro e solidarietà» ora diversi esponenti di Movimento democratico vicini a Veltroni (da Tonini a Verini a Ceccanti) evidenziano un’altra questione: il rischio che se il Pd ora non insiste maggiormente sul profilo riformista e sui temi legati all’innovazione, Fini incassi consensi in quegli stessi bacini elettorali che si erano mostrati interessati alla nascita del Pd. «Il discorso di Fini è stato il Lingotto del centrodestra italiano», dice Tonini giudicando «un paradosso amaro» se la vocazione maggioritaria, il riformismo programmatico e l’innovazione della forma partito «davanti agli occhi degli elettori» fossero «abbandonati» dal Pd e «raccolti» da Fli.
Un discorso che non convince Bersani, che la prossima settimana presenterà le proposte del Pd su lavoro, fisco e patto di stabilità a sindacati, Confindustria, Rete imprese Italia. Per non parlare del fatto che Fini, secondo il segretario del Pd, si sta muovendo con «tatticismi» a questo punto non più sostenibili. Dice parlando alla trasmissione televisiva “In mezzora”, subito dopo l’intervento di Fini: «Oggi ha fatto un passo in avanti, piuttosto lungo, ha riconosciuto che il berlusconismo si sta spegnendo. È stato un passo ulteriore verso l’evidenza di una crisi politica. Ma siamo ai tatticismi, anche se si sta accelerando la dinamica della crisi».
Ma perché la crisi si apra formalmente serve un voto in Parlamento. Bersani sa bene che le forze dell’opposizione non sono sufficienti per raggiungere il risultato. E sa anche che una mozione di sfiducia targata centrosinistra, su cui spinge il leader dell’Idv Di Pietro, rischia di compattare il centrodestra e trasformarsi in un boomerang. L’operazione potrebbe però anche scattare, se lo scaricabarile tra i due fondatori del Pdl dovesse continuare, per «stanare» Fini. Non subito però. Tra due settimane ci saranno alla Camera alcuni passaggi che potrebbero portare il governo in minoranza e far scattare la crisi. Sono infatti calendarizzate per il 22 sia la proposta di legge del Pd di riforma fiscale (sull’aumento della tassazione delle rendite da capitale si sono detti favorevoli sia Casini che Fini) che la proposta di legge di Fli sulla Rai, il pluralismo e la libertà d’informazione.

L’Unità 18.11.10

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“Pd, una «Carta» da Firenze. Renzi: risorsa, non pericolo”, di Maria Zegarelli

No, per cortesia non dite che ieri a Firenze sono nati due leader. «Non lo dite, perché la parola leader porta una sfiga bestiale…». Matteo Renzi la chiude così questa terza giornata alla Leopolda, «Prossima fermata Italia», un evento che – piaccia o no- è andato ben oltre ogni più rosea aspettativa di partecipazione. Il bilancio, dice insieme a Pippo Civati, «è straordinario»: 6800 persone registrate, oltre 800 interventi, altrettante parole -idee -proposte per il partito democratico, la «ditta» di Pier Luigi Bersani per la quale, dice Renzi, ci vuole attenzione, per «non farla fallire». Ovazione per il primo cittadino, bagno di folla e migliaia di mani che
stringono le sue: «Grazie Matteo». Applausometro alle stelle per Civati, per Michele Emiliano (che dice, «ho supplicato Bersani di essere qui»): per Ivan Scalfarotto, che ha fatto la stessa cosa, «con un sms accorato anche ieri sera, ma non ho ricevuto risposta». Che incassa anche lui un’ovazione quando esordisce con «sono qui a casa come lo ero aRomaall’Assemblea dei circoli, orgoglioso di essere vicepresidente di questo partito, l’unico capace di organizzare due eventi come questi». Applausi per Bill Emmot che alla sinistra suggerisce di scrivere «un’agenda, di cose da fare, di concretezza». Bersani non è venuto, si sapeva,
«eppure fino all’ultimo ci abbiamo sperato», ammette Civati. Renzi gli parla a distanza: «Ci hai detto di rispettare il solco, lo faremo, ma non deve diventare una fossa». Aggiunge anche che no, «non siamo un pericolo per il Pd», ma una risorsa, questo
sì. Il «non leader», o leader suo malgrado, quello che avrebbe rischiato di diventare, per sua stessa ammissione, «un pollo da batteria» se avesse accettato di fare il presidente della Provincia, dove arrivò, sempre per sua stessa ammissione, «per cooptazione », promette – o minaccia – che qui nessuno chiede spazio: se lo prenderanno. Punto.

LA CARTA DI FIRENZE
E così, «senza pretendere posti, senza rivendicare spazi, senza invocare protezione», come si legge nella Carta di Firenze, si inizia a lavorare per un’Italia «più bella», da sostituire a quella «di questi ultimi giorni meschini, alla politica dei cuori tristi, al degrado di una solitudine autoreferenziale ». Questo è il tempo, «un tempo prezioso, bellissimo, inquietante», per invertire la rotta. Come? Metà Parlamento a metà prezzo, inun Paese che sta dalla parte dei promettenti e non dei conoscenti; che permette
le unioni civili, come nei Paesi civili; che preferisce la banda larga al Ponte sullo Stretto; che dice no al consumodi suolo e sì al diritto di suolo e di cittadinanza.Che passa dall’immobile al mobile, contro le rendite; che dà la possibilità di scaricare tutto e di
scaricare tutti; che garantisce lavoro meno incerto e sussidio più sicuro. Che abbassa il debito pubblico, «la nostra pesante eredità» e sostituisce la «divisione con la visione», il «cinismo con il civismo». Non con i musi lunghi e un linguaggio che nessuno ascolta più, ma «con la leggerezza di chi sa che il mondo non gira intorno al proprio ombelico e con la serietà di chi è capace anche di sorridere ». Per lasciarsi alle spalle, aggiunge Civati, questa Italia, «un’adolescente senile come il suo premier, un premier che ha una vera e propria guida Michelin dei dittatori a andare a trovare, forse immaginando che il nostro Paese possa diventare il Berlusconistan». Alla Leopolda Berlusconi si è citatopoco durante gl interventi.Aquesta gente interessa soprattutto una cosa: tornare a vincere, portare il Pd dritto a Palazzo Chigi e farcelo restare cinque anni. Con facce nuove, però. Per questo, avvertono, vigileranno «sul rispetto della norma statutaria che prevede l’uscita di scena dopo il terzo mandato per i parlamentari e sulle primarie di circolo per la scelta dei candidati alle elezioni».

L’Unità 08.11.10

"Camusso: il problema Fiat sono i modelli, non gli operai" di Laura Matteucci

Chiama il governo ad aprire un confronto sulla Fiat, «invitando tutti a discutere di futuro». A Marchionne chiede, ancora una volta, chiarezza sul piano industriale, senza doversi mettere in fila e «staccare un bigliettino» per riuscire a parlargli, incontrando tutti i sindacati e mettendo fine agli incontri separati. E gli segnala anche che il problema competitività riguarda l’intero sistema paese, non può essere scaricato sulle pause dal lavoro di 10 minuti e sui lavoratori alla catena di montaggio da 1.200 euro al mese. Alla Fiom dà ragione sulla battaglia per il contratto nazionale, ma si dice anche convinta sia il momento «per tutti noi» di aprire una fase propositiva. Con Cisl e Uil vorrebbe ripartire dal mettersi d’accordo sul «come si decide insieme». Susanna Camusso, neo eletta segretaria generale della Cgil, era ieri sera a Che tempo che fa, ospite di Fabio Fazio, in un ideale botta e risposta con l’ad di Fiat Sergio Marchionne che, qualche settimana fa dalla stessa trasmissione, aveva bocciato l’Italia senza appello, paese che non farebbe un euro di utili e di scarsa competitività. «A parte il fatto che è difficile produrre utili quando si fa una quantità spropositata di ore di cassa integrazione – dice Camusso – il tema non sono forse i modelli Fiat, che in Europa, tolta la Cinquecento, riesce a vendere poco altro? Sono i modelli che fanno della Fiat un’azienda che non riesce a stare sul mercato o le ricadute sul lavoro?». Le domande per Marchionne non sono finite: «Perché non dice piuttosto – continua Camusso – che un paese senza politica industriale mette in difficoltà le aziende? Che Fiat va a produrre in paesi dove la ricoprono d’oro, mentre qui non si attirano capitali e investimenti?». La responsabilità degli insuccessi di Fiat non può venire scaricata sui lavoratori, così come, se per costruire un’autostrada in Italia ci vogliono 30 anni, non può essere colpa dell’operaio che deve asfaltare l’ultimo chilometro: il punto, insomma, è la mancanza di autocritica innanzitutto, e poi di critica nei confronti di un governo inadeguato o del tutto assente. Ed ora pure vieppiù vacillante.

CERTEZZE
«L’incertezza politica è sempre un problema – continua Camusso, riferendosi alle uscite di Fini a Perugia e all’agonia della destra – ma penso che la certezza politica degli ultimi anni sia stata un grande danno, perchè ha prodotto diseguaglianze, disoccupazione, xenofobia, e perchè è stata una certezza di attenzione alle questioni private e di disattenzione al paese». Difficile comunque immaginare le prossime evoluzioni del quadro politico. Perchè «la maggioranza si sta sì sgretolando», ma «non è che non esista più». La fine, insomma, «può non essere rapida». Quel che conta è comunque provare «a ricostruire un’agenda che rimetta i problemi veri e le cose da fare come tema centrale».

PROPOSTE
L’agenda della Cgil è chiara: parlare di futuro, e non a caso la manifestazione organizzata per il 27 novembre ha come slogan «Il futuro è dei giovani e del lavoro», da riconsegnare loro come «un grande valore, un onore», «certo, riconosciuto, retribuito». C’è da occuparsi del precariato, «straordinario male» di questo tempo, e da ricostruire l’idea stessa di futuro: «Viviamo una profonda crisi sociale, che se non si è tradotta in violente rotture e catene tragiche, tragedie, come i suicidi, è perchè il paese è meglio di come viene rappresentato. I veri soggetti di oggi sono i nonni, che mantengono i figli senza occupazione, e che si sostituiscono allo Stato nei servizi». L’agenda è anche concreta. Tre punti di immediata fattibilità: invece che del ponte sullo Stretto, meglio parlare di costruire asili nido per sostenere il lavoro femminile. Dare una prospettiva di stabilizzazione ai giovani precari del pubblico impiego. Nel Sud aprire a forme di fiscalità che facciano emergere il lavoro nero.

Che il paese, quello vero, sia migliore di come venga rappresentato e di quanto si legga nelle cronache, dice, lo testimonia anche il fatto che lei, prima segretaria della Cgil donna, dovrà vedersela direttamente con un’altra donna, la leader di Confidustria Emma Marcegaglia. Ma proprio sulla sua elezione, un’ultima stoccata a Marchionne: «Ho letto le sue dichiarazioni e che ha annunciato di avermi mandato le congratulazioni – chiude Camusso – Forse le ha spedite a Detroit e ha sbagliato indirizzo, perchè non ne abbiamo trovato traccia». Solo un deplorevole disguido, vero, mister Marchionne?

L’Unità 08.11.10

Cultura: al via iniziativa Pd contro tagli

La pazienza è finita. La cultura ha bisogno di risorse e riforme, non di chiacchiere.

Tutti gli appuntamenti su www.partitodemocratico.it/cultura
Il Partito democratico si mobilita in difesa del sistema culturale del nostro Paese, in questi anni mortificato dal governo di centrodestra con continui e indiscriminati tagli, parole sprezzanti, battute che non fanno ridere e tanta propaganda.

La cultura è un sistema che in Italia produce 40miliardi di euro di Pil e occupa circa 550mila persone. Nonostante ciò, troppo spesso chi vi lavora è un precario e la sua professionalità non è riconosciuta.

Il Pd, convinto che investire in cultura significhi anche rilanciare l’economia italiana, sarà presente sull’intero territorio nazionale con “Pane e Cultura”, una mobilitazione per presentare le proposte del partito e confrontarsi sulle politiche di riforme e interventi necessari per la sopravvivenza del sistema: dall’aumento delle risorse per la cultura (ripristino del Fondo Unico per lo Spettacolo, stabilizzazione del tax credit e del tax shelter,) a un piano straordinario di proposte per i lavoratori (riconoscimento della proprietà intellettuale e delle figure professionali per gli operatori dei Beni Culturali, incentivare la localizzazione delle produzioni, un piano welfare che preveda l’indennità di disoccupazione, la maternità, l’assicurazioni sull’infortunio, il versamento volontario di contributi pensionistici per tutti gli addetti dello spettacolo).

La prima giornata dell’iniziativa – che coinvolgerà, tra le altre città, Torino, L’Aquila, Bologna, Pesaro, Genova, Roma – si terrà in parallelo a Perugia (ore 12, sala Multimediale del Consiglio regionale, piazza Italia, 2), Campobasso (ore 17, Teatro del Loto, piazza Spensieri, 17) e Bari (ore 18, Teatro Piccinni, Corso Vittorio Emanuele, 84).

da www.partitodemocratico.it

Senza soldi né finanziamenti«Chiude il Museo della Liberazione», di Paolo Brogi

L’annuncio del presidente in una cerimonia pubblica: dal 2 gennaio dovremo affidarci ad un commissario. «Dai Beni Culturali un terzo dei fondi promessi». Ora tocca a via Tasso. A gennaio con tutta probabilità si chiude. Il museo, ex carcere romano delle Ss di via Tasso, tristemente noto per le sevizie inflitte dai nazisti in particolare agli ebrei della Capitale rischia di non dover riaprire più nel 2011. Ad annunciarlo domenica nel corso di una cerimonia pubblica il presidente del Museo, il professore Antonio Parisella. La ragione, sempre la stessa: finanziamenti che vengono meno, con un bilancio già magrissimo da tempo. Nel 2010 assegnato solo un terzo di quanto atteso. «In queste condizioni non ce la facciamo più», ha annunciato Parisella.

CHIUSURA E COMMISSARIO – «Nel momento in cui – insieme al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed al generale Vittorio Barbato e al commissariato alle onoranze ai caduti del Ministero della Difesa – il Museo storico della Liberazione viene onorato con l’assegnazione dell’importante riconoscimento del Premio “Sasso della Montagna della Pace”, debbo dare a tutti voi, per la prima volta pubblicamente, una notizia meno lieta che mai avrei voluto dare: è ormai molto probabile – o quasi certo – che il 2 gennaio il Museo possa non aprire i battenti e che venga commissariato». Queste parole, pronunciate dal presidente del Museo Antonio Parisella, hanno lasciato nello stupore e nel disappunto le autorità e i circa 350 cittadini di Cervara (Roma) che avevano affollato la chiesa della Visitazione per partecipare all’iniziativa della consegna dei premi promossa dal Comune di Cervara.

I FONDI – «Con gli amministratori del Museo – ha poi dichiarato Parisella – abbiamo tenuto un’apposita riunione nella quale, sulla base di una recente corrispondenza, abbiamo dovuto constatare che il Ministero per i beni e le attività culturali non ha operato, forse, il previsto taglio del 15% del contributo annuale di € 50.000,00 previsto dalla legge istitutiva per il funzionamento del Museo, ma poi ci ha finora assegnato per il 2010 – un esercizio finanziario che sta per concludersi –soltanto un terzo di quanto dovuto e gli uffici non sono in grado di confermarci né se saranno in grado di accreditarci il resto entro l’anno in corso né su quale entrata certa il Museo potrà contare per il 2011. Neppure ci sono venute in aiuto con i loro contributi – nonostante ripetute dichiarazioni alla stampa – le amministrazioni locali, Regione Lazio, Comune, Provincia e Camera di Commercio di Roma, alle quali, secondo le indicazioni della legge istitutiva, ci eravamo rivolti fin dal maggio scorso, perché concorressero con lo Stato a garantire il raggiungimento degli scopi istituzionali del Museo».

Il Corriere della Sera 08.11.10

"Sotto le ceneri di Pompei", di Conchita Sannino

In una giornata affollata di turisti tra le macerie della Schola Armaturarum coperte con un lenzuolo. Così muore il capolavoro romano. Viaggio nel cuore malato dell´antica Pompei il giorno dopo il crollo della Schola Armaturarum. Tra muri puntellati e affreschi esposti alle intemperie, cavi elettrici abbandonati ai margini del Foro e mute di cani randagi che scorrazzano lungo le insule. Il campionario del degrado è vasto. E a poco servono i ritocchi all´immagine e le promozioni prodotte dalla gestione commissariale della Protezione civile Le ultime rovine sono state coperte con un lenzuolo, come le vittime di una mattanza Nel sito la gestione emergenziale promette ovunque servizi che non ci sono ancora

Macerie sotto copertura. Hanno adagiato tre teli bianchi sul disastro che non ha responsabili. Una coltre troppo sottile occulta la vergogna di Pompei, come il lenzuolo che, dopo un agguato, nasconde il rivolo di sangue di una comunità colpita.Ma la macchia bianca stesa in via dell´Abbondanza, nel cuore dell´antica Pompei dove quarantotto ore fa si è sfarinata la Schola Armaturarum -trascinandosi dietro nodi e contraddizioni di una gestione emergenziale targata Protezione civile o inefficace o inutile- ormai fa il contrario: distingue e separa le rovine fresche di incuria ed omissioni da quelle pietosamente lasciate dalla natura. E segnala altri dieci, cento cedimenti che si affacciano dalle colonne sghembe e dai muri puntellati proprio di fronte ala Porta di Stabia. Il crollo fa da richiamo alle transenne in legno fradicio o ai graffiti originari ancora esposti alle intemperie a ridosso di via della Fortuna. Rende più evidenti i cinquemila metri quadri di edifici puntellati di case importanti come quella dei Vetti, illumina gli isolati attraversati da crepe, i cavi elettrici dei vecchi impianti lasciati ai margini del grande Foro, per non parlare delle mute di cani che continuano a scorrazzare rabbiosi lungo le insule e alle calcagna dei visitatori, campionario di un degrado spalmato ma vario.
E di rischi trattenuti già a lungo sotto lo stesso cielo archeologico, su cui si posa adesso la carezza autoassolutoria di un ministro. «Ma perché le pietre di un cedimento archeologico sono coperte? Forse per nascondere i pezzetti di affreschi, per raccontare balle? Mah, sarebbe come se a L´Aquila avessero coperto le macerie», sbotta un esigente Pietro Armeni, veneto, al seguito di famiglia ed amici, uno dei 3770 visitatori di ieri, una media ben inferiore agli altri mesi autunnali e agli altri periodi storici. Ma certo: per il fato ostile di un giorno, colpa dell´inverno malinconico che sembra d´un tratto non rispondere più alle invitanti rappresentazioni di Pompei risorta, come dovevano attestare i 79 milioni di euro spesi negli ultimi due anni e mezzo. Denaro mirato in gran parte su spettacolari concerti, iniziative di promozioni, efficaci promozioni, assai meno per il monitoraggio dei rischi e la messa in sicurezza del sito. È oltre queste transenne che, in una domenica livida, i turisti assaporano il gusto di affacciarsi su macerie millenarie e insieme freschissime. Chissà che lì intorno, anzi lì sotto, nella vertigine tra i crolli di ieri e di oggi, non si aggiri furioso il fantasma di Crescenzio, gladiatore cui inneggiavano le scritte sui muri “parlanti” della città antica, lo stesso atleta che l´eruzione avrebbe sorpreso con la nota dama dal collier di smeraldi, ingioiellata di troppi monili per essere lì, alla settima ora, più o meno l´una del pomeriggio del 24 agosto dopo Cristo, nel quadriportico di Porta di Stabia. Lo racconta anche ieri Mattia Buondonno, la guida dei record, il “Philipe Leroy” degli Scavi che suscita le emozioni dei visitatori illustri, da Bill Clinton al lupanare a Mel Gibson che gli parla in aramaico, da Meryl Streep al matematico Nash che gli faceva, in ogni casa, sempre la stessa domanda.
Ma è abbacchiato anche lui, stavolta. Dallo stesso ingresso da cui, ogni giorno, “Philipe Leroy” dipana la sua favola per cultori e turisti, comincia invece una storia triste, forse preoccupante. Partendo dal Teatro Grande furiosamente rifatto in pochi giorni e tante notti di lavoro dallo staff della Protezione civile. La visita al cuore malato di Pompei.
Proprio a ridosso del teatro, ecco lo spreco e l´abbandono, insieme. Lo spreco di quei grandi prefabbricati trasformati in eterni camerini per attori, lasciati lì, impatto non sostenibile al costo di alcuni milioni di euro, che adesso insistono sull´area del Quadriportico. L´abbandono è quello, a pochissimi metri, dei graffiti antichi, uno di un gladiatore, l´altro raffigura una nave, che stanno sui muri come duemila anni fa: zero copertura sulla parete, zero protezione. Ancora più avanti, prima di svoltare sulla via di Stabia, ecco le assi di legno che chiudono alcuni accessi, sghembe, pericolose, chiodi in evidenza. Sono anomalie su cui indaga, da tre mesi, la Procura della Repubblica di Torre Annunziata. Che stamane, tra l´altro, aprirà un fascicolo «dovuto» sul crollo della Schola Armaturarum. «Il disastro riporta con i piedi per terra lo Stato, ammesso che lo voglia vedere – spiega Biagio De Felice, architetto, voce della Cgil nel grande parco archeologico -. Ci avevano imposto finora la Pompei delle emergenze, poi quella delle apparenze, con decine di milioni spesi nella sola comunicazione. Qui non si tratta di individuare capri espiatori, perché la gestione della Protezione civile, tra sprechi e opinabilissime scelte, ha migliorato alcuni servizi. Qui si tratta di capire quali sono le priorità e a quale prezzo “vendere”, o fingere di vendere, il prodotto Pompei. E infine: a beneficio di chi?».
Il denaro speso in questi anni, a sentire De Felice, «ha svuotato la cassa della Soprintendenza, non un soldo dal governo». Prima le gare ad evidenza pubblica dell´allora commissario Renato Profili, l´anziano prefetto poi “destituito” senza motivazioni ufficiali e morto un anno fa; poi la gestione del supercommissario Marcello Fiori e del suo gruppo, uno staff non privo di competenze irrituali, come quella del geometra Nicola Mercurio, già autista del ras del Pdl campano, Nicola Cosentino, e poi capogruppo di quel partito nel piccolo centro di Sant´Antonio Abate, dove almeno grazie a Mercurio arrivavano un po´ di fondi per i resti romani dell´antica Villa in paese. Pazienza se gli archeologici avevano immaginato addirittura di seppellirlo di nuovo, quel sito, pur di non disperdere i fondi in troppi rivoli.
Invece. «Pompei viva», recita continuamente la scritta scolpita nel bronzo dei cancelli nuovi, levigati e bruniti, sugli ingressi di casa del Menandro o dei Casti Amanti, uno slogan che resta il timbro della gestione commissariale, dei poteri in deroga e di una managerialità controversa sulla gestione di materia delicata come la città disabitata, eppure viva, dei pompeiani. Ma basta inoltrarsi lungo gli altissimi lastroni, avanzare sul cocciopesto vero delle antiche dimore o su quello finto prodotto dallo staff dell´ultima gestione romana, e ti accorgi che le Pompei sono due, almeno. Una è la versione patinata, un po´ hollywood, un po´ Adro per via di quel simbolo «Pompei Viva» ripetuto ossessivamente sugli spazi riaperti, stesso titolo della Fondazione (omonima) che non c´è ancora, e di un pacchetto di distinte e affascinanti fruizioni che non ci sono (ancora). L´altra, è la Pompei che si ripiega, a rischio di sbriciolamento.
Alla Regio VI, tredicesima insula, altre quattro assi in legno fradicio ostruiscono il passaggio a una casa. Otto metri oltre, è l´insula XII a denunciare il bisogno di consolidamento: la lunga colonna che sostiene il piano superiore appare gravemente lesionata, il blocco appare letteralmente spaccato in più parti eppure miracolosamente regge: sta in piedi grazie alla forza di gravità che ne impedisce il collasso orizzontale. Ma se arrivasse una scossa di terremoto, neanche tanto elevata di grado, sicuramente queste pietre rotolerebbero giù. Per fortuna, il vulcano non gioca.

La Repubblica 08.11.10

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Il dovere di salvarla per i nostri figli
di Robert Harris

La notizia che a Pompei è crollata la casa dei gladiatori mi ha scioccato e mi ha fatto orrore. Ma non mi ha sorpreso.
Una città che ti strega e ti cambia per sempre. Ma si deve intervenire per salvarla dal degrado

È tanto tempo che venivano lanciati allarmi su un simile rischio per numerosi edifici di questa città che è la più impressionante testimonianza rimasta dell´epoca romana. Evidentemente le autorità non hanno preso le misure necessarie, nonostante il pericolo fosse ben chiaro. Il paradosso di Pompei è che essa è rimasta perfettamente conservata fino a che l´uomo l´ha lasciata sepolta sotto le ceneri e la terra; poi, quando l´abbiamo riscoperta e fatta riapparire alla luce del sole, ha iniziato a dissolversi. Siamo così di fronte a un dilemma: più gente visita Pompei, più Pompei viene distrutta.
Occorre dunque trovare un equilibrio tra il desiderio e direi la necessità di visitare queste magnifiche vestigia del passato, e l´esigenza di preservarle per sempre o perlomeno il più a lungo possibile, per le generazioni future. Milioni di persone visitano Pompei ogni anno. Credo in effetti che sia il sito archeologico più visitato del mondo. Sarebbe ingiusto impedire questa curiosità, questa voglia di apprendere da dove veniamo, come eravamo, così utile per comprendere chi siamo oggi. Ma occorre proteggere meglio Pompei, con iniziative di intervento conservazionista sulle sue rovine, e forse anche ripensando il modo in cui il luogo è aperto al pubblico. Può darsi che non sia più proponibile permettere un accesso illimitato a qualsiasi ora, consentire alla gente di muoversi liberamente, per le strade dell´antica città. Può darsi che sia venuto il momento di regolare l´accesso stabilendo quote numeriche per le diverse fasce orarie della giornata e visite guidate su determinati percorsi.
Io stesso ho visitato Pompei molte volte, per interesse personale e per preparare il mio romanzo che porta il nome della città. Ho passato lunghe ore nelle sue strade. Ho imparato a conoscerla bene, come una città ancora viva. È un luogo magico, incantato. È impossibile non sentirsi emozionati e direi anche cambiati, dopo averla visitata. Ed è utile visitarla, specialmente per i bambini e gli studenti in genere, è il modo migliore per incoraggiare lo studio della storia, la conoscenza del passato. Però, ripeto, nei dieci anni in cui ho frequentato assiduamente Pompei, ho sentito continuamente storie sul pericolo che potesse crollare e gradualmente scomparire. Bisognava fare qualcosa prima che accadesse. È urgente fare qualcosa adesso, dopo questo crollo.
Sono arrivato a immaginare un romanzo su Pompei in via obliqua. Volevo in realtà scrivere un libro sugli Stati Uniti, su come una grande potenza, la più grande superpotenza della terra, si senta invulnerabile, ma sia in realtà vulnerabile ugualmente, sottoposta alle leggi della natura e a minacce di altra natura. Era prima dell´attacco terroristico dell´11 settembre. Cominciai a scrivere quel libro, ma non mi convinceva. Poi ebbi l´idea di affrontare lo stesso tema in modo allegorico, parlando della più grande superpotenza dell´antichità, l´Impero romano, e della tragica fine di Pompei vista come un segnale di fragilità, un sintomo di quella decadenza che poi sarebbe venuta anche per Roma. Visitandola, ho scoperto quanto fosse avanzata la civiltà romana. Quanto Pompei fosse simile a una città moderna, avendone in effetti tutti gli aspetti, tutte le caratteristiche.
Il mio romanzo ha avuto successo, è stato tradotto in tante lingue. Sicché in un certo senso mi sento responsabile anch´io di avere creato ancora più curiosità per Pompei, di avere spinto altra gente a visitarla e in tal modo a renderla più fragile, più esposta. Ma non si può negare alle nuove generazioni di conoscerla Dobbiamo, tuttavia, fare in modo che possano visitarla anche i nostri figli e i figli dei nostri figli, e coloro che verranno dopo. La buona notizia è che gli scavi non hanno fatto emergere tutta Pompei, ce n´è una parte ancora sepolta, nascosta. Lasciamola lì, in attesa che nuovi metodi di conservazione vengano scoperti, affinché Pompei possa continuare a esistere anche nel futuro.
(testo raccolto da Enrico Franceschini)

La Repubblica 08.11.10

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“Bondi: si rischiano nuovi crolli ma la responsabilità non è mia”, di Cristina Zagaria

Il ministro Bondi piomba a Pompei, per un sopralluogo sui resti della Domus dei Gladiatori crollata e sul sito archeologico. Spiega le cause del cedimento e cerca di limitare i danni, almeno quelli di immagine. «Le cause sono chiare: le infiltrazioni d´acqua e un restauro effettuato negli anni ‘50 con una copertura di cemento armato. Forse gli affreschi si potranno recuperare e si potrà perfino ricostruire l´edificio della Schola Armaturarum», spiega. Ma, mentre il ministro, preceduto dai tecnici, cammina per la strada dell´Abbondanza, un gruppetto di operatori, a viso duro, cerca lo scontro: «Vergogna. Dimettiti. Qui cade tutto a pezzi». Il ministro per i Beni culturali, Sandro Bondi va avanti e li ignora. Poi, in conferenza, al «vergogna» del presidente della Repubblica e all´eco degli operatori di Pompei risponde: «Se avessi la certezza di avere delle responsabilità nell´accaduto, mi dimetterei. Riferirò subito in parlamento». Rassicurazioni a parte resta il problema della manutenzione dei circa 1500 edifici del sito archeologico. E lo stesso Bondi deve ammettere: «Sono possibili altri crolli soprattutto nella parte che si affaccia sulle case scoperte e non ancora restaurate». Il ministro annuncia un piano straordinario per la manutenzione degli edifici pompeiani e un gruppo di lavoro scientifico per affiancare la Sovrintendenza (retta ad interim fino al 31 dicembre da Jeannette Papadopoulos). Nega che i problemi di gestione siano legati alle scarse risorse («dai visitatori Pompei ricava 20-25 milioni all´anno. Forse non si usano bene»). Rilancia l´idea di aprire ai privati la gestione dei Beni culturali. E pensa di affiancare ai Sovrintendenti «nuove figure professionali». «No a commissari, leggi speciali e stanziamenti d´emergenza, ma nuovi finanziamenti strutturali con la prossima Finanziaria», chiede, invece, il Fai. Intanto nel sito archeologico di Pompei molti dei progetti avviati, come quello per facilitare l´accesso ai disabili e contro il randagismo, non sono più operativi. Due uffici turistici su tre d´inverno sono chiusi. Gli affreschi non sono protetti e all´ingresso dell´Anfiteatro spiccano, abbandonate, le due strutture in plexiglas realizzate quest´estate per ospitare una mostra dalla Protezione civile.

La Repubblica 08.11.10

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«È una Caporetto del managerialismo di eventi mediatici», di Luca del Fra

Gli esperti smentiscono il ministro: «Il piano c’era. Ed è stato
operativo fino ai commissariamenti». La Cgil: «Cercavano
di trasformare gli scavi in una location con spese folli». Il piano c’era eccome! Ed è stato anche operativo fino all’inizio dei commissariamenti» – spiega il professor Pier Giovanni Guzzo, e il professor Salvatore Settis gli fa eco: «Bisogna ricacciare in gola tutte queste scempiaggini sui manager a chi le sta dicendo». Arrivano secche come legnate le smentite alle dichiarazioni fatte dal ministro Sandro Bondi il giorno dopo l’ennesimo disastro avvenuto a Pompei.
Il crollo della Schola Armaturarum sta facendo il giro del mondo e finalmente i riflettori si accendono sul sito archeologico che tutti ci invidiano e su cui è stato perpetrato uno scempio con piglio davvero manageriale.
Il ministro ieri ha invocato un piano per la tutela di Pompei: non si era accorto che era stato già studiato e applicato, ma certo non dai suoi manager e commissari. A parlare è il professore Guzzo, ultimo vero sovrintendente di Pompei fino a inizio 2009: «Si figuri, abbiamo cominciato a lavorarci dal 1997 e per non gravare sul bilancio dellomStato il piano venne finanziato dal World Monument Found, a dimostrazione che anche archeologi e studiosi sanno amministrare e trovare
risorse. Nel 1999 il piano è diventato operativo: dei 44 ettari di scavi di Pompei allora solo il 14% era in sicurezza e in pochi anni abbiamo più che raddoppiato arrivando al 31%». Di Pompei parla poco Guzzo, per non alimentare polemiche, ma tiene a precisare: «Tutela e manutenzione non finiscono mai, sono attività da aggiornare continuamente: purtroppo interessano poco i supermanager da copertina o da operetta del ministro. E lui, Bondi, continua indefesso a difendere l’operato di Marcello Fiori, commissario subentrato a Guzzo e rimasto in carica fino a giugno scorso: «La situazione in alcune parti di Pompei è peggiorata durante il commissariamento – spiega senza tentennamenti Gianfranco Cerasoli, responsabile Uil per i Beni Culturali–; le domus su via dell’Abbondanza, guardando a sinistra verso porta Nola, sono a rischio a causa di un terrapieno che preme per le infiltrazioni d’acqua».
E non si tratta nemmeno di costruzioni secondarie: «Parliamo delle Case dei casti amanti, dove di recente sono smottati lapilli, di Polibio, di Trebio Valente e perfino delle scale della Casina delle aquile malgrado siano state oggetto dell’intervento
del commissario.Mai tecnici si rifiutano di parlare».
A Pompei si è commissariato in base a una falsa emergenza, come ha decretato la Corte dei conti, e poi si è poco badato alla messa in sicurezza: «Della gestione commissariale – spiega
Biagio De Felice della Cgil che a Pompei ci lavora – mi ha colpito la mancanzadi cultura e l’incomprensione dell’unicità del luogo. Hanno cercato di trasformare gli scavi in una “location” per eventi mediatici anche con spese folli, come i 7 milioni
di euro per i discutibili lavori sul Teatro grande. Prendiamo il recupero della Casa dei casti amanti, con ologrammi e multischermi che potevano essere piazzati in qualsiasi
altro luogo. Pompei e la sua straordinarietà sono rimaste sullo sfondo. Forse oggi bisogna ritrovare la vera Pompei». Ologrammi, spettacolini, immagine. L’inadeguatezza della gestione commissariale in cifre: l’80% delle risorse è stato destinato alla cosiddetta valorizzazione invece che alla tutela. È il caso delle Case di Polibio e dei casti amanti dove proprio durante i lavori condotti inopinatamente con mezzi pesanti
è avvenuto il primo crollo: entrambe presentate in pompa magna, ma per visitarle occorre una prenotazione e un biglietto supplementare senza riduzioni per anziani e bambini, alla faccia della diffusione della cultura. Malgrado Pompei avesse già una video sorveglianza efficace, ne è stata progettata un’altra che tra le insule pompeiane prevede tralicci così invasivi che i responsabili dei lavori si sono dimessi per la vergogna. Pompei segna la vera Caporetto del managerialismo bondesco, ma Mario Resca, manager di McDonald Italia che l’ineffabile ministro ha trapiantato alla nuova direzione per la valorizzazione del patrimonio, già poche ore dopo l’ultimo crollo invocava un manager da affiancare ai sovrintendenti. Idea ripetuta da Bondi anche ieri: «È la peggiore delle sciocchezze –sbotta il professore Settis–, la vera sfida è trovare professionalità specifiche che abbiano capacità amministrative.
Sono stato rettore della Normale di Pisa per 11 anni e nessuno si è mai sognato di volermi affiancare un supermanager». La realtà è che a Pompei manager e commissari c’erano, a mancare sono stati i sovrintendenti:
«Sono state calpestate e si vogliono calpestare competenz in nome di un managerialismo buono per qualsiasi cosa, senza
odore e colore, senza qualità».

L’Unità 08.11.10

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“Che cosa succede nel sito di Pompei?”, di FRANCESCO RIGATELLI
Perché era importante la casa crollata a Pompei?
La Schola armaturarum, l’Armeria dei giovani gladiatori di Pompei che si è polverizzata alle sei di sabato mattina per uno smottamento del terreno seguito al maltempo, era un importante edificio pubblico del sito archeologico. Non era visitabile ma i turisti venivano attratti dalle pitture alle pareti che s’intravedevano dall’esterno. L’interno consisteva in una grande sala affrescata con vittorie alate e scudi gladiatori, risalente al 62 d. C., cioè 17 anni prima dell’eruzione che seppellì Pompei di lava.

Ci sono stati altri crolli in precedenza?
Solo a gennaio scorso e quest’estate ci sono stati due crolli nella vicina Casa dei casti amanti. E altre domus che si affacciano sulla stessa via dell’Armeria sono a rischio, come quelle di Giulio Polibio e di Trebio Valente, verso Porta Nola, perché proprio come l’Armeria sono vicine ad un’area ancora non scavata e infiltrata d’acqua. Le scale della Casina delle aquile sono sottoposte a spinta da parte di un altro terrapieno.

Com’è amministrato il sito archeologico di Pompei?
Per due anni, con la motivazione del degrado dell’area, il governo ha mandato a Pompei Marcello Fiori, commissario della Protezione civile, con il risultato di commissariare di fatto la Sovrintendenza. A giugno il commissario è scaduto. E la Sovrintendenza è stata occupata fino a ottobre da un reggente non titolare, Giuseppe Proietti, sostituito ora da Jeannette Papadopulos.

Ci sono stati dei tagli?
Nel 2006 la legge 41 ha decurtato di 30 milioni i fondi per il restauro e nel 2008 di altri 40. 79 sono i milioni affidati prima al commissario Renato Profili, ex prefetto di Napoli e poi a Marcello Fiori, proveniente dalla Protezione civile. Il primo ne ha impegnati 40, la maggior parte per la manutenzione secondo i progetti dell’allora sovrintendente Pier Giovanni Guzzo. A Fiori ne son rimasti 39 (compresi 18 che la Regione Campania non ha ancora dato), e un terzo sarebbero stati impiegati per i restauri.

Qual è la situazione dei restauri?
Nel 1988 la spesa per i lavori di messa in sicurezza dei 44 ettari dell’area archeologica fu stimata in 270 milioni. Da allora il 30 per cento della manutenzione è stata eseguita. Una lentezza dovuta anche alla burocrazia dei concorsi pubblici per assegnare ogni intervento. Per questo motivo si arriva ai commissariamenti. Ma lievita la spesa in comunicazione, meno quella per la sicurezza.

Cosa rappresenta Pompei da un punto di vista culturale?
Le sue origine sono antiche quanto quelle di Roma. La lava del Vesuvio, solidificatasi, ne ha conservato intatti gli edifici fino agli scavi del 1748 finanziati dai Borbone. Il tempo a Pompei si è fermato a quell’eruzione del 79 d. C., regalando alla modernità un calco della vita antica. Le scritte elettorali sui muri, gli oggetti nelle botteghe, le ville, i tempi e i fori di Pompei sono una delle principali fonti di studio su quell’epoca. Dal 1997 l’Unesco l’ha dichiarata patrimonio dell’umanità.

Che cosa rappresenta Pompei per il turismo?
Si tratta del secondo più visitato del mondo (dal 2008, quando ha lasciato il primato alla turca Efeso). Secondo Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, il sito può raggiungere i 15 mila visitatori al giorno, di cui l’80 per cento stranieri. Questo porta un guadagno di 25 milioni di euro all’anno. Nonostante ciò, assenteismo dei dipendenti, abusivismo delle guide, mancanza di controlli delle rovine e incertezza della direzione rendono complessa la situazione.

Quali reazioni ha suscitato il crollo di Pompei?
La notizia ha fatto il giro del mondo, trovando ampio risalto soprattutto tra i media di lingua inglese, come il «New York Times», il «Daily Mail» e la Bbc. Il quotidiano di New York ha pubblicato la storia in prima pagina con il titolo: «Il crollo di Pompei suscita accuse di negligenza pubblica». «Archeologi, commentatori e oppositori politici accusano il governo italiano – ha scritto il “New York Times” – di negligenza e cattiva gestione per il crollo della Casa dei Gladiatori, risalente a 2000 anni fa». Mentre il «Daily Mail» ha ironizzato sulla colpa data alle pesanti piogge dei giorni scorsi.

L’edificio si può recuperare?
Secondo i tecnici l’Armeria si può ricostruire e gli affreschi sono recuperabili. Intanto il ministro Bondi ha annunciato di promuovere un piano di manutenzione straordinaria per gli edifici di Pompei. Gli ultimi interventi di restauro dell’Armeria risalivano al 1947, quando l’edificio era stato bombardato durante il secondo conflitto mondiale.

La Stampa 08.11.10