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"Nuove trappole per i precari malgrado Draghi", di Bruno Ugolini

Secondo il governatore della Banca d’Italia coloro che lavorano senza la prospettiva di una stabilizzazione, recano danno a produttività e profitti. C’è però chi insiste tenacemente in una politica tesa a rendere eterna la precarietà. L’ultima trovata è contenuta nel cosiddetto collegato sul lavoro caro al centrodestra. Scrive a questa rubrica Federico C.,un giovane con contratto a termine: “Avevo avuto la fortuna di ottenere questo straccio di contratto ma poi l’ho perso a causa della crisi. Speravo che fosse un ponte verso una soluzione diversa. Anche perché facevo esattamente lo stesso lavoro di coloro che mi stavano accanto e che avevano tutte le carte in regola. Ho aspettato a far valere le mie ragioni attraverso un ricorso alla magistratura come hanno fatto altri miei amici. Ora però uno di loro che frequenta anche i sindacati, mi ha detto che hanno studiato una misura per impedire vertenze di questo tipo e proteggere gli imprenditori…”.

Le cose stanno davvero così e lo ha spiegato Fulvio Fammoni, segretario della Cgil. Il governo, tramite il ministro Maurizio Sacconi, ha inserito una vera e propria trappola nel “collegato lavoro”, approvato dal Parlamento il 19 ottobre, e che ormai dovrà essere pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale e quindi reso esecutivo. Il presidente della Repubblica dopo la prima bocciatura e dopo le modeste correzioni in sede parlamentare non ha potuto che firmarlo. Ora la trappola denunciata da Fammoni riguarda le tante vittime della crisi come Federico. Persone che finora hanno sperato in un ripensamento del datore di lavoro, ovverosia in un atto di stabilizzazione come quello invocato da Draghi. Hanno sperato e aspettato, prima di ipotizzare ricorsi giudiziari. La nuova misura governativa pone loro una drastica alternativa: dovranno comunicare all’azienda, entro 60 giorni (calcolati anche in modo retroattivo), in forma scritta, l’impugnazione di tutti i contratti irregolari sino ad oggi subiti. E se non lo faranno non avranno più la possibilità di trovare un giudice capace di far rispettare la legge. Molti, ha osservato Fammoni non verranno a sapere di questa tagliola dei 60 giorni. La notizia non ha avuto, infatti, gran rilievo nelle pagine dei giornali. Osserva il segretario della Cgil: ” E’ evidente che unlavoratore temporaneo attenda, ad esempio, di vedere se il contratto sarà reiterato prima di impegnarsi in una causa”. Ora una vasta opera informativa, come quella promossa dalla Cgil non potrà che provocare una valanga di ricorsi. Per una causa giusta, la causa dei precari a vita. Una causa – permettete questa apparente digressione – per la quale si è battuto fino all’ultimo giorno uno studioso come Massimo Roccella, già collaboratore di questo giornale, strappato alla vita in ancor giovane età. I precari come Federico avranno un difensore competente in meno.

L’Unità 08.11.10

"Vizi e virtù del partito impersonale", di Ilvo Diamanti

È il momento di maggiore debolezza per il Pdl e, in primo luogo, il suo leader. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Mai come oggi afflitti da un deficit di fiducia, che si traduce, per il Pdl, in stime di voto deludenti. Sotto il 30%.
Mai come oggi fragile, il governo. Attraversato da tensioni interne, mentre la crisi economica incombe. Eppure il Pd non ne approfitta. Non solo, secondo i sondaggi delle ultime settimane, è scivolato intorno al 24-25%. A differenza di quel che avviene negli altri Paesi, dove l´opposizione ha approfittato delle difficoltà del governo. In Germania, in Spagna, in Inghilterra, negli Stati Uniti.
La tentazione più facile è leggere in modo speculare le difficoltà dei due maggiori partiti. Pd e Pdl. Nel 2008, insieme, avevano raggiunto il 70%. Oggi, secondo i sondaggi, non arrivano al 55%. Segno del collasso del “bipolarismo bipartitico” su cui aveva scommesso Veltroni – ma anche Berlusconi. Tuttavia, le difficoltà dei due partiti hanno ragioni molto diverse. Nel Pdl tutto si riassume nella figura di Berlusconi. Inventore e artefice del “partito nuovo” del centrodestra. Sorto, più che per fusione, per “confluenza” (di An in Fi). Un percorso interrotto da Fini. Il cui partito, Fli, raccoglie, in buona parte, i consensi – non ancora i voti – degli insoddisfatti di An. Non è un caso che la misura del calo del Pdl coincida, largamente, con i voti attribuiti a Fli (5-7%). Il declino del Pdl e della coalizione di governo, però, riflette la crisi di legittimità e di autorità “personale” di Berlusconi. Il Pd, invece, non è nato in poche settimane, né per volontà “personale” di un leader. Ma da un percorso complesso, durato fin troppo: 13 anni o giù di lì. Avviato nel 1995 dall´Ulivo di Prodi e sfociato, nel 2007, nel Pd. Soggetto politico a vocazione maggioritaria, in una prospettiva, appunto, bipartitica. È il luogo di incontro fra post-comunisti, post-democristiani (di sinistra) e laici riformisti. Sostenuto da un larghissimo consenso popolare, certificato dalle primarie. Un «rito fondativo» (come lo ha definito Arturo Parisi), ripetuto tre volte, con la partecipazione di milioni di elettori. Se il Pdl ha un´identità chiara e personalizzata, il Pd è rimasto un soggetto largamente “impersonale”, con un´identità incerta. E ha sofferto – ancora soffre – di un deficit di autorità. Almeno dopo l´esito deludente del governo Prodi. Da allora ad oggi, in tre anni, sono stati eletti 3 segretari. Veltroni, Franceschini e, oggi, Bersani. Segno dell´incapacità di costruire – e imporre – una leadership forte e riconosciuta. Da ciò l´impressione di un “partito provvisorio”. A guida provvisoria. E per questo privo di autorità. Ciò ha spinto molti critici (interni ed esterni) a riassumere la “questione democratica” nell´assenza di ricambio del gruppo dirigente. Matteo Renzi ha invocato, per questo, (in modo provocatorio ma non troppo) la “rottamazione” del gruppo dirigente. La convention convocata a Firenze, nei giorni scorsi, dal sindaco (Renzi) e da Pippo Civati era, non a caso, affollata di militanti e amministratori “giovani”. Specchio palese di un conflitto generazionale che cova da tempo. Giustificato ma insufficiente a spiegare la “questione democratica”. In fondo, Nichi Vendola e Sergio Chiamparino, altri leader che ambiscono alla guida del centrosinistra, non sono molto più giovani di Bersani, Franceschini e Veltroni, dal punto di vista della generazione politica. La “questione democratica”, a mio avviso, evoca invece e anzitutto l´identità. Perché il Pd non ha ancora deciso – né chiarito – chi sia e cosa voglia. I valori e i progetti con-divisi. Sin qui ha messo in evidenza quelli “divisi”. E le divisioni interne appaiono ispirate da ragioni personali piuttosto che strategiche. Nel rapporto con il governo, anzitutto, dal 2008 ad oggi, ha oscillato fra dialogo e antagonismo. Sui temi economici, bioetici, sulla sicurezza: difficile trovare posizioni comuni. Così si è visto schiacciare tra centro e sinistra. A “centrosinistra”, divenuto un non-luogo, indefinito e scomodo. Ne ha tratto vantaggio, non a caso, l´Idv di Antonio Di Pietro. Partito personalizzato, legalitario e antiberlusconiano. Da ciò la difficoltà di proporsi, fino ad oggi, come alternativa credibile. Perché non riesce ad avanzare una proposta politica chiara. Perché appare un partito oligarchico. Impermeabile alle domande sociali e – per dirla con Pareto – alla “circolazione delle èlites” espresse dal territorio.
Eppure gli avvenimenti degli ultimi mesi, degli ultimi giorni offrono al Pd nuove chance. Nuovi spazi. Intanto, il destino dei “partiti personali” resta appeso ai leader che li guidano. Come dimostra il Pdl, minato dalla perdita di credito di Berlusconi, sua principale, se non unica, ragione sociale. Ma, per citare Mauro Calise (nella nuova edizione de “Il partito personale”, appena pubblicato da Laterza): “Il fenomeno ormai trascende i destini del suo Prometeo”. E potrebbe coinvolgere – domani – altri partiti. L´Idv, Sel (la sua ascesa è legata direttamente a Vendola), lo stesso Fli (a cui Fini ha imposto il suo marchio personale nell´etichetta). Perfino la Lega, personalizzata da Bossi. (Anche se dispone di un ceto politico giovane, espresso da componenti sociali produttive e aggressive.)
Anche l´incertezza strategica, in questa fase, è meno evidente. La crisi del berlusconismo e del suo protagonista traccia, da sola, l´agenda politica. Inoltre, la caduta del governo e della legislatura, più che una minaccia, appare una prospettiva incombente e imminente. Che rende il Pd un´alternativa incerta, ma necessaria. Insostituibile. Senza il Pd la Sinistra è ai margini, il Centro ha uno spazio angusto. D´altra parte, il Pd dispone ancora di consensi potenziali ampi. Se nelle stime di voto è prossima al 25%, la quota di elettori potenziali, che si dicono vicini al Pd, supera il 30%. E l´immagine di Bersani, come leader, è migliorata, nelle ultime settimane.
Solo che molti elettori faticano a riconoscersi in un partito che non si fa riconoscere. Che mobilita la base ma la consulta in modo intermittente. Dove la scelta dei candidati e del leader è affidata alle primarie. Ma il leader viene pre-stabilito dal gruppo dirigente nazionale. Che condiziona anche le nomine locali. Il Pd, quindi, resta un partito incompiuto. Non ha una missione riconoscibile e riconosciuta. E per questo non riesce a imporsi come un´alternativa vera. Ma nessuna alternativa – al governo e di governo – è possibile, senza il Pd. Riuscisse a chiarirlo a se stesso, potrebbe spiegarlo anche agli altri. Anzitutto, ai suoi elettori. Ai fedeli e agli incerti, agli esuli e ai delusi. Ma deve farlo oggi. Domani è già tardi.

La Repubblica 08.11.10

"Un new deal per l'ambiente", di Mario Tozzi

Mentre si sta ancora spalando via il fango del Veneto dal settore più produttivo d’Italia, il retaggio monumentale della nostra storia si sbriciola sotto le stesse perturbazioni meteorologiche a Pompei. Ma il problema non è la pioggia, e la soluzione più culturale che tecnologica.

Il fulcro concreto del New Deal lanciato dal presidente Roosevelt appena dopo il crollo in Borsa del 1929, fu, non a caso, la messa in sicurezza di un territorio soggetto a frane e alluvioni, pur non avendo una tradizione di manutenzione idraulica e geologica per via di una storia ancora troppo breve.

Non si puntò tanto sull’industria pesante (non ancora legata alla guerra), né su una ristrutturazione agricola (la rivoluzione dei pesticidi era di là da venire), ma sul risanamento delle criticità ambientali, ovviamente con i metodi noti allora: cemento armato a pioggia, interventi duri di idraulica ingegneristica, canalizzazioni e dighe (ottenendo così anche importanti quote di energia). Che non fossero i metodi giusti lo si è capito solo nel 2005, quando Katrina ha messo in ginocchio New Orleans, comprese le opere dei francesi rimodernate durante il New Deal, ma figlie di un modello che obbediva solo alla religione del calcestruzzo. Comunque il Paese fu messo in sicurezza, almeno fino all’attuale crisi climatica che costringe a rifare i conti. E non c’erano tesori archeologici o artistici da salvaguardare.

Il Veneto sotto un buon metro di fango, tutto il Nord-Est alluvionato, Toscana e Calabria in stato d’emergenza si accoppiano, invece, nell’Italia di oggi, con il crollo di Pompei e con quelli passati delle mura aureliane a Roma o della Torre di Pavia (per non paventare quelli futuri di decine di manufatti antichi che stanno risentendo più dell’incuria che non delle piogge violente di queste stagioni). Ambiente e cultura sono i settori in cui gli investimenti governativi sono venuti clamorosamente meno in questi anni di rigore dei conti economici, dettato da una crisi non meno grave di quella del 1929. Ma alcune scelte sono (state) scellerate. Nel 2011 il bilancio del ministero dell’Ambiente è di 513 milioni di euro contro i 1500 del 2008, anno di insediamento del governo Berlusconi. E scenderà a 498 milioni nel 2013. I denari per la messa in sicurezza del territorio dovrebbero essere qui compresi. Un taglio del 60 per cento (!), mentre per i beni culturali il taglio è del 30 e per l’agricoltura «solo» del 20 per cento.

Non si tratta quindi di tagli equamente ripartiti, ma di una scelta precisa che vede l’ambiente e la sicurezza dei cittadini evidentemente trascurati. Mentre l’Italia vede oltre il 50 per cento del territorio nazionale a rischio idrogeologico, chi ci governa pensa che non ci sia bisogno di intervenire in maniera massiccia, dimenticando che 1 euro in prevenzione ne vale 5 in emergenza, perché poi bisognerà comunque intervenire a disastro avvenuto. Eppure se c’è un Paese al mondo che godrebbe vantaggi immensi di un new deal ambientale, una riconversione (questa volta ecologica) che lo porterebbe anche fuori dall’emergenza economica, oltre a mettere in sicurezza il territorio, quello è proprio l’Italia.

Un presidente Roosevelt nostrano che imponesse questa visione del territorio procurerebbe nuova occupazione e diminuirebbe le vittime da frana e alluvione. Interventi di ingegneria naturalistica consentirebbero una messa in sicurezza flessibile, che protrarrebbe i suoi effetti benefici per anni, senza inutili sclerotizzazioni in cemento armato che si rivelano prima o poi dannose. E si può fare: la Versilia oggi riesce a sopportare piogge pesanti e «bombe d’acqua» senza danni e vittime perché, dopo l’alluvione del 1996, ha risistemato il proprio territorio apuano con interventi accorti e ha delocalizzato parte delle abitazioni. Tra il 2011 e il 2013 alla tutela dell’ambiente in Italia (frane e alluvioni comprese) verranno dedicati 400 milioni di euro, cioè il 3 per cento degli stanziamenti della Finanziaria, mentre, per esempio, a strade e alta velocità (non sempre utilissime) si dedica quasi il 40 per cento (4,9 miliardi di euro). Chi può meravigliarsi che questa sia diventata la penisola delle frane?

La Stampa 08.11.10

"Gli anni di amore-odio fra il leader e il delfino", di Filippo Ceccarelli

Chissà che idea di qui a vent´anni gli storici, ma anche i curiosi si saranno fatti di questa interminabile partita che tra furori e rappacificazioni, dietrologie addirittura geopolitiche e sgangheratezze da cinepanettone, sembra ieri finalmente avviata alla conclusione definitiva.
Viene in testa un enigmatico, eppure anche emblematico appunto scritto da Fini su un bigliettino lasciato sul banco mesi orsono, dopo un intervento a un convegno: «Fare pace – diceva – e fare finta». Così come torna alla memoria, in questo caso per la sua grossolana linearità, quella specie di ultimatum rivolto da Berlusconi al suo più insidioso nemico: «O pianta la Tulliani e dice sì ai punti del programma, e in tal caso cancelliamo tutto e sparisce Montecarlo, oppure – continuava la “proposta” – non ne esce politicamente vivo».
E se tutto in realtà è sempre inscritto nell´inesauribile immaginario del potere, ecco che a scartabellare negli archivi si trovano notizie e resoconti da cui si capisce che fin dal dicembre del 1994, ai tempi della crisi del primo governo Berlusconi, tra i due le cose potevano evolvere nel modo tempestoso che si è visto ieri. Per cui con beneficio d´inventario si segnala che richiesto di commentare quella sua condizione di futuro “perenne secondo”, l´allora leader di An replicò con un sorrisetto altezzoso che questo problema non se l´era posto «nemmeno a nove anni».
Ebbene, in questa storia la questione anagrafica ha certo un peso assai rilevante. Tutto in effetti spinge a pensare che già allora l´ex “eterno gregario” si fosse fatto i suoi calcoli; ma oggi Berlusconi sa benissimo che Fini lo considera vecchio, anzi “un vecchio”, e questo lo fa impazzire di rabbia. Dal che s´intuisce come tutta la vicenda non solo sia condizionata dalla biologia e dai sentimenti, ma avviene all´apice dei processi di personalizzazione, per cui i due leader si muovono sulla scena secondo i moduli del consumo e dello spettacolo e quindi in una fantasmagoria di chiacchiere, foto, video, mogli, cognati, dossier condominiali, scandali sessuali, vendette tribali e quant´altro graziosamente la regressiva politica di questo tempo sfarzoso e sudicio reca in dote all´emozione pubblica.
Per cui sì, magari a giorni ci sarà la crisi di governo e in ogni caso ha preso il via un inedito passaggio istituzionale. Ma nel frattempo pare irrealistico che gli studiosi del domani possano osservare l´annunciatissima rottura attraverso le categorie non si dice qui delle culture politiche e delle ideologie, ma anche solo delle alleanze, degli schieramenti, degli interessi o degli insediamenti sociali e territoriali. È storia lunga, ormai, ma eminentemente post-politica. Ha detto Berlusconi di Fini, dopo lo scontro dell´aprile scorso in direzione, quella con il dito puntato (e finito in questi giorni sulle t-shirt): «È venuto a fare il Santoro a casa mia». Si badi: casa. È qualcosa di più di una concezione patrimoniale del potere: vuol dire la fine della polis, la città, il ritorno all´oikia, il luogo della famiglia.
Non si approfitterà della situazione per richiamare un regolamento dei conti a destra. Ma lo strappo in realtà equivale a una separazione coniugale. Non stupisce che il Cavaliere abbia detto: «Mi sono tolto un peso, come quando ho divorziato». Ora, anche lì la causa va per le difficili e per le lunghe. Ancora: lui considerava Fini “un figlioccio”. Comunque colpisce il groviglio a sfondo intimistico, ed è proprio ciò che assegna alla vicenda una valenza psicopatologica.
Non c´è dubbio che abbiano giocato elementi per così dire di scontro tradizionale: il legame con la Lega, l´incertezza sulla successione di Berlusconi, la prepotenza dell´operazione predellino, l´ambiguità sotto il cui segno è nato il Pdl. Eppure è difficile togliersi dalla testa che la prima vera e seria faglia del terremoto a venire si sia verificata quando il leader di An ha cominciato a sospettare che il Cavaliere, o il mondo a lui prossimo, inzuppava il biscottino sui suoi fatti personali, per così dire, il divorzio con la prima moglie, la nuova e giovane donna incinta, il video fantastico e terrificante di lei con l´ex Gaucci. E allo stesso modo Berlusconi ha tratto la certezza dell´infedeltà di Fini quando questi non ha mosso un dito per difenderlo sugli impicci delle intercettazioni, di Noemi, delle foto in Sardegna e della D´Addario. Di questo, soprattutto, vive oggi il potere. È consolante pensare che i leader passino il loro tempo attorno ai tavoli sulle riforme istituzionali o si dedichino anima e corpo a quelli che nei talk-show vengono sventolati, ma solo per qualche istante, come: “I Veri Problemi del Paese”. Però bisogna anche dire che prima della famosa direzione, prima che Feltri lo invitasse a «rientrare nei ranghi» e il Cavaliere a «rimettersi in linea» le batterie berlusconiane hanno concentrato il loro fuoco su Fini con argomenti del tutto pre-politici che tiravano in ballo gelosia, invidia, frustrazione, “malinconia aggressiva” per astinenza da sigarette. Prima della casa di Montecarlo, si potrebbe compilare un interessante prontuario di post-accuse a base di gomme da masticare, calzini bucati, nudismo fotografico.
La domanda: come si poteva pensare di poter evitare in questo modo non tanto la rivolta, ma la più semplice dichiarazione di incompatibilità? Dalla cognateide off-shore di Rue Charlotte ai fasti di Ruby, Nadia e bunga bunga il passo era perfino obbligato. Che cosa porterà tutto questo, e da quale altezza si rispecchi nell´Italia di oggi, è al tempo stesso incognito e sotto gli occhi di ognuno. Il futuro del resto si scopre piano piano, il presente invece dura appena un attimo.

La Repubblica 08.11.10

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“Un giorno da leone”, di MICHELE BRAMBILLA
Ieri Fini ha avuto il suo giorno da leone. Non che prima abbia vissuto anni da pecora, ovvio: ma ieri è stato leader vero, amato e acclamato come non mai. Ancor più di quando a Roma il suo Msi diventò il primo partito e sui colli si risentì cantare, dopo quarant’anni, «sole che sorgi libero e giocondo»; e ancor più persino di quel giorno recente in cui osò alzare il dito in faccia a Berlusconi: «Che fai, mi cacci?».

Un’ombra – quella del raccomandato, o quella del numero due, o perfino quella del traditore e opportunista – aveva sempre un po’ sporcato il rapporto tra Fini e il suo popolo. Leader del Fronte della Gioventù, ad esempio, il ventenne Gianfranco lo era diventato non per volontà degli iscritti, ma per imposizione del suo padrino politico Giorgio Almirante. Alle elezioni per il nuovo segretario del Fronte stravinse infatti Marco Tarchi, che portava finalmente libri e pensiero in un mondo di muscoli e teste rasate. Fini arrivò quinto, ma Almirante decise che il capo del Fronte l’avrebbe scelto il segretario del Msi, cioè lui, tra uno dei cinque più votati. I giovani camerati non hanno mai perdonato a Fini quella spintarella: lo chiamavano «dietro gli occhiali niente» e gli preferivano Rauti, che era vecchio ma volava più alto, parlava di Evola, di Brasillach, di Drieu La Rochelle, di Céline.

Proprio Rauti, all’inizio degli Anni Novanta, strappò poi a Fini la segreteria del Msi, che al giovane «raccomandato» era stata lasciata in eredità da Almirante. Fini se la riprese poco dopo. Ma il suo destino pareva quello del liquidatore di un partito destinato all’estinzione. Poi, nel 1993, l’imprevedibile svolta: Fini si candidò sindaco della capitale e sfiorò l’elezione. Ma anche qui un’ombra, quella di Berlusconi, il Cavaliere nero che aveva fatto endorsement («Se fossi cittadino romano voterei per Fini») manifestando una potenza devastante perché con una battuta era riuscito a sdoganare un mondo che da quarant’anni stava chiuso in un ghetto.

Certo: poi Fini è diventato vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri e tante altre belle cose ancora. Ma sempre sotto l’ombrello di Berlusconi, il vero, indiscusso leader. Di Fini si diceva che parlava bene, anche se non quanto Almirante; e qualcuno ironizzava sul suo look da impiegato di banca o rappresentante. Anche quando ha sciolto il Msi e fondato Alleanza Nazionale, Fini non ha avuto tutto il consenso del suo popolo: in quanti gli hanno dato del rinnegato, dell’apostata.

Ma ieri no. Anche se la grisaglia era sempre quella dell’uomo Facis, Fini ha parlato come un capo forte e coraggioso, e come un capo che non ha nessuno cui rendere conto. E’ vero: il suo è stato, più che un proporre, un opporre, nel senso che è stato soprattutto un parlare «contro» Berlusconi. Ma il leader di Futuro e Libertà – e qui sta forse il dato più significativo di ieri – ha parlato come un uomo di destra, non come un convertito al «politically correct» quale lo dipingono i giornali vicini al Cavaliere. Ha voluto dire che la destra può essere anche qualcosa di altro rispetto a quella incarnata dal berlusconismo e dalla Lega, lanciando così una sfida alla borghesia, soprattutto a quella del Nord. E’ come se avesse detto: vediamo se possiamo dimostrare che non è vero che essere di destra vuol dire soltanto difendere il proprio portafogli dai comunisti, dalle tasse, dagli immigrati. Vediamo se c’è davvero in Italia una borghesia conservatrice e liberale che sa guardare avanti e all’interesse collettivo. Fini ha così restituito a molti dei suoi l’orgoglio di essere di destra. Mirko Tremaglia ha detto dal palco che grazie a Fini è tornato giovane: e la giovinezza di Tremaglia è Salò, non la sinistra.

Può darsi che tra qualche mese della giornata di ieri resterà solo un pallido ricordo. Fini rischia molto, forse tutto. Ma è anche per questo che, fosse anche solo per un giorno, è diventato leader come mai era stato prima.

La Stampa 08.11.10

Pane e cultura

Giulio Tremonti, commentando i tagli inferti alla Cultura dal Governo Berlusconi,ha dichiarato sprezzante: con la cultura non si mangia
FALSO!
In Italia la Cultura produce oltre 40 miliardi di euro del Prodotto Interno Lordo e occupa 550 mila lavoratori, dando da mangiare a milioni di famiglie.
Gli italiani nel 2008 hanno speso 64 miliardi di euro in Cultura.

Nonostante ciò, troppo spesso chi lavora nella Cultura in Italia è un precario e la sua professionalità non è riconosciuta.
E chi fa impresa non ha gli strumenti per crescere, nè un libero mercato a cui accedere e con il quale misurarsi.
immagine documento

Il Partito Democratico
Ha buone idee per la Cultura:

Piano straordinario per il finanziamento della Culturaattraverso l’asta per l’assegnazione delle frequenze rimaste libere dopo il passaggio al digitale (dividendo digitale)

Riconoscimento delle figure professionali degli operatori dei Beni culturali

Riconoscimento della proprietà intellettuale per il lavoro di restauratori, archeologi e catalogatori di Beni culturali

Maggiore trasparenza nelle norme di gestione degli appalti sotto soglia di gara per i lavori sul patrimonio culturale

Introduzione norme di salvaguardia sulla sicurezza e sul compenso dei lavoratori nelle gare di appalto al massimo ribasso

Modifica norma sull’archeologia preventiva: riconoscimento della laurea come titolo abilitante; definizione requisiti e vincoli per la partecipazione d’imprese e di dipartimenti universitari alle gare d’appalto

Più trasparenza e norme certe sulla sicurezza e sul compenso dei lavoratori nella gestione degli appalti dell’archeologia preventiva

Rifinanziamento dei benefici fiscali (Tax Credit e Tax Shelter) per il Cinema italiano ed estensione alle Fiction

Incentivare la localizzazione. Le Fiction italiane finanziate con denaro pubblico devono essere girate per il 90% in Italia

Reintroduzione dei diritti residuali (limite temporale di sfruttamento delle opere audiovisive) cancellati dal Decreto Romani

Riconoscimento del diritto di seguito (compenso proporzionato all’incremento del valore dell’opera) per gli autori, i soggettisti e gli sceneggiatori cinematografici ed audiovisivi

Quote di programmazione obbligatoria della musica italiana sui network radiofonici nazionali

Un welfare che preveda per tutti i lavoratori dello spettacolo: indennità di disoccupazione, maternità, assicurazione contro gli infortuni, possibilità di versare spontaneamente i contributi pensionistici

Reintegro del Fondo Unico dello Spettacolo e del Bilancio dei Beni culturali.

Leggi tutte le proposte nel documento in allegato

Iniziative “Pane e Cultura”

8 Novembre
Perugia
Ore 12.00, presso Sala Multimediale del Consiglio Regionale, Piazza Italia 2
Matteo Orfini, Fabrizio Bracco, Andrea Cernicchi, Nicola Mariuccini, Donatella Porti

Campobasso
ore 17.00, Teatro del Loto, Piazza Vincenzo Spensieri, 17
Francesco Verducci, Danilo Leva, Stefano Sabelli

Bari
ore 18.00, Teatro Piccinni, Corso Vittorio Emanuele, 84
Cinzia Capano, Annalia Solimini

9 Novembre
Torino
ore 18.00 presso la sede del Partito Democratico Regionale del Piemonte, Via S. Francesco d’Assisi, 35
Emilia De Biasi, Francesca Cilluffo

10 Novembre
Macerata
ore 17.30 Hotel Claudiani, Via Ulissi, 8
Franceso Verducci, Renato Pasqualetti

Lecce
Ore 15.30, presso la sede del coordinamento provinciale del PD, Via Tasso, 9
Teresa Bellanova

15 novembre
Pesaro
Ore 18.00, Palazzo Gradari, Via Gioacchino Rossini 24
Matteo Orfini, Palmiro Ucchielli, Marta Costantini, Giorgio Bramante Donini

Genova
Ore 17.00, presso la sede del Partito Democratico Regionale della Liguria, Piazza de Marini
Roberta Pinotti, Paola Bellotti, Anna Manca, Luca Borzani, Emilia Marasco, Adelmo Taddei, Carla Peirolero

17 novembre
Firenze
Ore 17.30, Casa della Creatività, Vicolo di Santa Maria Maggiore, 1
Michele Ventura, Rosa De Pasquale, Silvia Della Monica, Patrizio Mecacci, Lorenza Giani

Roma
Ore 17.00, presso la sede del Partito Democratico Nazionale, Via Sant’Andrea delle Fratte 16
Matteo Orfini, Vittoria Franco, Vincenzo Vita incontrano i rappresentanti del mondo del Cinema

23 Novembre
Roma
“La proprietà intellettuale per le professioni e i beni culturali”
Ore 17.00, presso la sede del Partito Democratico Nazionale, Via Sant’Andrea delle Fratte 16
Matteo Orfini

25 Novembre
L’Aquila
Ore 17.00, Sala conferenze ANCE, Via A. De Gasperi 60
Matteo Orfini, Giovanna Melandri, Stefania Pezzopane

26 Novembre
Venezia
Matteo Orfini
Michele Mognato

3 Dicembre
Bologna
Ore 17.30, presso sede del Partito Democratico, Via Rivani 35
Emanuela Ghizzoni, Francesco Festa

www.partitodemocratico.it

Davanti ai segretari di circolo fissa la data dell’11dicembre per la manifestazione contro il governo. Bersani chiama la piazza: «Il Pd sarà il primo partito», di Simone Collini

«Lega e Berlusconi ci fanno un baffo». Il segretario attacca il premier: non è degno di ricoprire una carica pubblica. E legge l’articolo 54 della Costituzione che richiede «disciplina e onore».
«Non consentirò che da fuori o da dentro il Pd qualcuno ci manchi di rispetto. Perché fra non molto, faccio una scommessa, saremo il primo partito del Paese. E nessuno può tirarci per la giacca». Pier Luigi Bersani parla per un’ora, lanciando la manifestazione dell’11 dicembre e attaccando il premier, ma gli basta questo passaggio di una decina di secondi per mandare un chiaro messaggio a governo, alleati, aspiranti rottamatori e autolesionisti vari. Prima di lui vanno al microfono i segretari di circolo del Pd, in duemila a Roma per l’Assemblea nazionale. Non mancano critiche per un partito che qualcuno definisce remissivo sui temi del lavoro e che qualcuno vorrebbe si mostrasse meno incerto, mentre in molti criticano i «rottamatori» e parlano anche di un lavoro fatto sul territorio che poi viene vanificato da qualche intervista rilasciata per distinguersi. Bersani ascolta e poi chiude i lavori rivolgendosi a ognuno di loro «da segretario a segretario»: «Voi siete più vicini alle persone e avete un di più di senso, di coraggio, di forza. Man mano che ci allontaniamo da lì c’è un avvitamento anche nostro nel circuito politico-mediatico che ci fa perdere un po’ di vista la realtà». È a loro che Bersani chiede di prendere una decisione su un’iniziativa di cui ha già discusso nei giorni scorsi con Franceschini, Finocchiaro e altri big.
«Il Paese è allo sbando, Berlusconi si deve dimettere», ripete di nuovo Bersani parlando però per la prima volta con certi toni del premier come di uomo non degno di ricoprire una carica pubblica (legge anche l’articolo 54 della Costituzione, che richiede «disciplina e onore»): «Un minore è un minore anche se non ti sembra e non puoi sbatterlo su una strada tuona al microfono facendo riferimento al caso Ruby non possiamo far correre idee così devastanti, non si possono pensare e dire certe cose e dirigere un Paese». Ribadisce anche che «chi ha senso di responsabilità deve staccare la spina», che il Pd offre la sua «disponibilità» a dar vita a un governo di transizione e che nei tre prossimi fine settimana ci sarà un porta a porta per far arrivare «in ogni luogo di vita e di lavoro» le idee del Pd.
IN PIAZZA
Ma, aggiunge arrivando alla proposta che lancia ai duemila segretari di circolo, «la situazione richiede qualcosa in più»: «Chiedo a voi se siete d’accordo, perché se lo siete l’11 dicembre facciamo a Roma una grande manifestazione nazionale». Non termina la frase e scatta un’applauso che non finisce più. «Ho capito, ho capito». Bersani sorride, anche perché se qualcuno nel gruppo dirigente era pronto a criticare la chiamata alla piazza, ora avrà qualche difficoltà nel farlo. E se Veltroni dal Veneto, dov’è andato per presentare il Movimento democratico, dice che l’importante è il «tono» che avrà la piazza, se cioè verranno avanzate delle proposte oltre che delle proteste, Bersani scioglie sul nascere anche questo nodo assicurando che la manifestazione non sarà soltanto contro il governo ma verrà costruita attorno a tre parole su cui il Pd vuole caratterizzarsi: democrazia, lavoro e solidarietà.
L’iniziativa serve a mettere in campo un ulteriore elemento di pressione nei confronti di chi, Fini in testa, pur criticandolo sta mantenendo in vita il governo. Ma sarà anche una prova di forza nei confronti di Pdl e Lega «ci fanno un baffo» e anche di qualche alleato che non ha capito che «indebolire il Pd è uno sport che non porta medaglie» e che è ora di smetterla con i «tatticismi per lucrare un punto in più nei sondaggi». Bersani lo dice anche guardando a certi «autolesionismi nostri»: «Oggi abbiamo visto che è possibile far vivere un orgoglio del Pd, che senza di noi ci si tiene Berlusconi». Orgoglio e «rispetto», ripete in più di un passaggio, perché presto si vedrà che il Pd è «il primo partito». E rispetto, «per la ditta e per i suoi membri», chiede anche a chi vorrebbe rottamare gli attuali dirigenti. «Avanti la nuova generazione, ma c’è bisogno anche di chi ha memoria ed esperienza», dice tra gli applausi. Che crescono di intensità quando continua così: «Benissimo il confronto, ma non verrà consentito che fuori o dentro il partito ci si manchi di rispetto».

L’Unità 07.11.10

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I “rottamatori” si salutano: «Ecco idee e proposte di chi non si accontenta di un paese per vecchi», di Cesare Buquicchio

Tra le popolazioni ciapaneche del Messico meridionale c’è la tradizione di non risolvere le controversie del villaggio con un voto a maggioranza. È considerato pericoloso creare divisioni tra la popolazione. Il metodo che hanno scelto è quello di riunirsi un’assemblea e, parlando tutti a turno, anche per molti giorni di seguito, arrivare alla composizione della diatriba.

Il raduno di Renzi e Civati alla Stazione Leopolda di Firenze assomiglia un po’ a quelle riunioni. Tre giorni di interventi continui, migliaia di parole, centinaia di volti affacciati sul palco. L’uditorio è composto e attento, qualcuno prende appunti. Ma qui, in questa “assemblea”, non c’è una divisione da superare. La frattura è fuori di qui, è nel Partito democratico, ma è soprattutto in ogni angolo del Paese. È la separazione tra giovani che non hanno più voglia di essere chiamati giovani e adulti, che a volte sono anche vecchi, ma che vorrebbero essere sempre considerati trentacinquenni. Tra figli che non vogliono rassegnarsi a vivere peggio dei loro padri e non si accontentano di immaginare una vita “al ribasso”.

Ma il solco più profondo sembra essere quello che va oltre le persone e riguarda idee e immaginario che comprendano una visione del futuro (e dunque della politica) adatta a confrontarsi con un mondo diverso. Tra i tanti interventi anche qui alla Leopolda, sono stati diversi i contributi di over 40 che non avevano nessuna sensazione di essere ad un passo dalla “rottamazione”. Così come tra i tanti ventenni sul palco non si sono sprecate parole e immagini retoriche e sbiadite.

I due “coordinatori” della tre giorni, ascoltano sul palco, commentano, lanciano video. L’insegnante siciliana Mila Spicola affettuosamente li indica e dice “eccola la nostra Gialappa’s”. Renzi e Civati giocano un po’ a fare il poliziotto buono e il poliziotto cattivo. E ogni tanto si scambiano il ruolo. Uno alza i toni verso il Pd e verso Bersani, l’altro interviene a gettare acqua sul fuoco. La gente in sala ha il volto del popolo democratico del paese che mette da parte le delusioni degli ultimi anni e, per l’ennesima volta, sceglie di affidare un capitale di speranza a chi dovrebbe farlo fruttare con iniziative, coerenza e coraggio. L’aspettativa è quella di costruire, anche con il tempo e con la fatica, una cultura politica e di governo abbastanza forte ed efficace da spazzare via non solo Berlusconi, ma di guarire l’Italia dal “berlusconismo”.

Nei discorsi con la stampa e nei capannelli a bordo palco la figura forte della “rottamazione” viene affiancata da una visione più dialettica che non vede scomparire le figure storiche del Pd, ma vede uno spazio nuovo in cui ogni competenza possa essere sfruttata al meglio, magari lasciando ai “giovani” la prima fila, le idee per comunicare e “sedurre” un elettorato under 40 sempre più insofferente, e ai “vecchi” il contatto con gli altri “mondi” del paese.

Idee lucide, a volte innovative, molta “velocità”, un po’ di autocompiacimento. C’è la sensazione, però, che questa tre giorni possa essere solo l’inizio dei “rottamatori” perché, per evitare di finire solo per crogiolarsi in discorsi anagrafici o semplicemente di sostituirsi alla generazione più anziana, servirà altro. In pochi nei loro discorsi hanno affrontato i nodi di fondo che dovrebbero costituire il salto in avanti realmente innovativo: l’immigrazione, i rapporti col sindacato, l’età di pensionamento, il rapporto tra cultura ed emancipazione sociale, ecc…

“Il metodo della generazione X (quella degli under 40) è mettere tutto sul tavolo, esigere trasparenza, analizzare i dati e prendere decisioni in funzione di queste analisi. È una generazione stanca delle ideologie: anche se ne condivide gli ideali, difficilmente sentiremo Obama parlare di ‘terza via’, come Clinton. Stanca anche della ragione ideologica, per cui esistono le soluzioni, prima dei problemi” spiegava l’economista e demografo Neil Howe, intervistato all’indomani delle ultime presidenziali Usa che hanno portato alla Casa Bianca il primo presidente nero. A Firenze la generazione X ha forse iniziato il suo percorso di “analisi”, ma ancora non sa chi sarà il suo Obama.

L’Unità 07.11.10

Fini detta le condizioni a Berlusconi "Si dimetta, inutile andare avanti"

Il presidente della Camera scrive il percorso: “Vada al Colle poi riscriviamo programma ed alleanze. Altrimenti Ronchi, Urso, Menia e Bonfiglio non resteranno un minuto di più al governo”. Attacchi al Pdl, “il partito più arretrato d’Europa” e all’esecutivo: “Non del fare ma del fare finta che tutto va bene”.
“Berlusconi si dimetta, salga al Colle e apra la crisi. Senza questo colpo d’ala la nostra delegazione non rimarrà un’ora in più al governo”. Un ultimatum chiarissimo che chiude un discorso di inusitata durezza contro il premier, il Pdl e l’alleanza di governo, un governo che, secondo il presidente della Camera “non è quello del fare ma quello del fare finta che tutto va bene”.

Gianfranco Fini sale sul palco con una introduzione degna di una rock star. L’assemblea di Fli non si fa pregare, con ancora nelle orecchie le parole dei componenti della delegazione dei Futuristi al governo: “Gianfranco siamo pronti a lasciare”. Parole che scaldano gli animi e che il leader non lascerà cadere, anzi. Parte da “un’immagine dell’Italia nel mondo che il Paese non merita”. “Che dolore la notizia del crollo di Pompei e quell’altra… che hanno fatto il giro del mondo”. Poi apre l’attacco diretto al Pdl del quale comunque dice “non è il nostro avversario”. “La legalità – dice Fini al suo partito osannante – è la condizione essenziale per la liberta”. “Nel nostro manifesto dei valori – spiega – c’è il rispetto per la persona umana con la tutela dei diritti civili di ogni persona umana: senza alcuna distinzione e senza alcuna discriminazione. Rispettare la persona non vuol dire distinguere tra bianchi e neri, tra cristiani, musulmani ed ebrei, tra eterosessuali ed omosessuali, tra cittadini italiani e stranieri. La persona è al centro di qualsiasi cultura politica che voglia creare i presupposti per l’armonia. E la legalità è la condizione essenziale per la liberta”. Poi affonda: “Su questi temi il Pdl a rimorchio della Lega è il partito più arretrato d’Europa”. Da questo ragionamento si materializza il primo punto fermo del presidente della Camera: “Berlusconi e il Pdl sono una pagina chiusa, noi siamo già oltre”. Un Pdl che il numero uno di Montecitorio descrive come “una pallida fotocopia della Lega”.

Da ora in poi sarà tutto un distinguo, una presa di distanza. Sulla famiglia, quando chiede di “colmare il divario con l’Europa” e il riconoscimento delle famiglie di fatto. Sull’informazione: “Meglio certi giornali che non bisogna leggere piuttosto che i Tg velinari, nel senso delle veline del regime e non delle belle ragazze”. Sulla sinistra: “Non saremo mai subalterni alla sinistra ma basta con la paura dei comunisti. Quel mondo è molto più complesso”. Quanto alla moralità FIni non ha dubbi, cita il Papa (“da laico” dice) che metteva in guardia sulla “spazzatura delle coscienze”, avvisa che “l’uomo pubblico deve essere un esempio” e arriva a rimpiangere la “Prima Repubblica”. “Ho rimpianto – dice – e credo che anche gli italiani lo abbiamo, del rigore, dello stile, del comportamento come Moro, Berlinguer, Almirante, La Malfa: la prima Repubblica era anche in queste personalità che non si sarebbero mai permesse di trovare ridicole giustificazioni a ciò che non può essere giustificato”.

E se su diritti e senso dello Stato il presidente della Camera segna una distanza netta dall’ormai ex alleato sull’economia ci va giù in modo ancora più pesante. “L’Italia – è la premessa – non è il Paese dei balocchi che Berlusconi dipinge”. “Il governo – insiste il presidente della Camera – ha perso la rotta, galleggia”. E per questo dice no ai “tagli lineari di Tremonti”, tagli indiscriminati pensa Fini, “un modo per non scegliere le priorità”, dice alla platea.

Per tutto questo Fini manda il primo avviso a Berlusconi: “Il patto di legislatura è possibile solo se c’è una nuova agenda politica e un patto di governo da qui al 2013. Non basta il compitino dei cinque punti”. E poi sciorina di cosa va riempito il nuovo programma con temi che difficilmente Lega e Pdl potranno accettare: “Nuovo patto sociale, fiscalità di vantaggio per il sud e soprattutto “togliere di mezzo la legge elettorale della vergogna”.

Ma Fini ha chiaro anche il percorso che dovrà portare al nuovo esecutivo. “Berlusconi deve avere il coraggio del colpo d’ala. Deve prendere la decisione di rassegnare le dimissioni – dice fra le acclamazioni dei suoi – risalire al Colle e dichiarare aperta la crisi e avviare una fase un cui si ridiscuta l’agenda il programma e verificare la composizione del governo e la natura della coalizione”. Una coalizione nella quale deve entrare anche l’Udc. “Altrimenti – scandisce – Ronchi, Urso, Menia e Bonfiglio non rimarranno un minuto in più nel governo. Berlusconi decida se cambiare o tirare le cuoia”. Parte l’inno d’Italia, Fli ha detto la sua. La palla torna un’altra volta nel campo del Cavaliere.

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