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"Uno scandalo mondiale", di Salvatore Settis

Nelle guerre si contano i morti e si dimenticano le cause. Il crollo della schola armatorum a Pompei è una notizia che sta facendo il giro del mondo, come è successo negli ultimi mesi a Roma coi crolli della Domus Aurea e del Colosseo.
Ma la vera notizia è che molto altro, a Pompei ed Ercolano come a Roma, ancora “regge”, a dispetto dell´incuria, dei brutali tagli di bilancio, delle continue riduzioni del personale, della mancanza di turn over. Altri crolli, altre rovine, altri disastri arriveranno, immancabili. Il punto è se vogliamo rassegnarci a tenere il conto dei monumenti condannati alla distruzione, o interrogarci sulle cause.
Quando il governo annunciò, col decreto-legge 112 (luglio 2008), un taglio ai Beni Culturali per oltre un miliardo e 200 milioni di euro nel triennio, fummo in pochi a denunciare l´enormità dello scippo a un bilancio già drammaticamente inferiore alle necessità di un patrimonio enorme come il nostro. Ma quasi nessuno volle capire che a un taglio di tale portata non potevano che seguire disfunzioni e problemi d´ogni sorta; anzi, a ogni nuovo disastro non manca chi cade dalle nuvole e si chiede “come mai?”, senza collegare gli effetti con le cause. Come se dovessimo fare le meraviglie per l´insorgere della carestia in una zona di estrema povertà. L´irresponsabile taglio dei finanziamenti è dunque una causa primaria di questi e altri crolli, ma non la sola. Da vent´anni governi di ogni colore hanno fatto poco o nulla per rinnovare i quadri delle Soprintendenze, lasciando invecchiare i funzionari senza sostituirli. Si è fatto anzi di tutto per svuotare gli organici, spedendo in pensione d´autorità eccellenti archeologi e storici dell´arte allo scadere dei 40 anni di servizio. Emblematica la situazione di Pompei: andato in pensione Piero Guzzo, uno dei migliori soprintendenti italiani, si sono succeduti nel giro di un anno e mezzo ben tre soprintedenti ad interim (uno dei quali al tempo stesso doveva reggere la Soprintendenza archeologica di Roma), creando ovvie discontinuità di gestione.
Come se non bastasse, i soprintendenti di Pompei (e non solo) sono stati ripetutamente esautorati e delegittimati mettendo al loro fianco un commissario straordinario del Ministro: il primo fu un prefetto in pensione (Profili), il secondo un funzionario della Protezione Civile (Fiori). Come mai si possa affidare Pompei a un prefetto in pensione, e non invece ritardare di un solo giorno il pensionamento di un archeologo, è un mistero in attesa di soluzione. Pompei è fra i siti archeologici più visitati al mondo, e ha introiti annui di circa 20 milioni di euro. Nei corridoi del Ministero si ritiene evidentemente che siano troppi, dato che il 30% sono dirottati su altri poli museali; inoltre, il commissario ha incamerato almeno 40 milioni di euro destinandoli in buona parte non all´archeologia, ma a eliminare i cani randagi, a illuminare strade malfamate e ad altre operazioni di facciata, peraltro a quel che pare con scarso successo. È di pochi mesi fa l´apertura di un´inchiesta della Corte dei Conti sulle procedure di emergenza adottate a Pompei.
Anziché affrontare questi ed altri problemi, anziché reperire nuove risorse, chi ci governa si accontenta di annunciare periodicamente l´avvento di prodigiose Fondazioni (che non esistono), la pioggia di capitali privati (che non arrivano), gli imminenti miracoli della Protezione Civile, credibili quanto la fine dell´emergenza spazzatura in Campania. Ingabbiati in un effetto-annuncio autoreferenziale, ministri e sottosegretari forse non riescono più nemmeno a vedere il nesso elementare fra il taglio delle risorse e il crescere dei problemi; o forse sono ancor più colpevoli, perché lo vedono e lo nascondono ai cittadini. Non fanno nulla per rimediare alle crescenti, drammatiche carenze di personale. Intanto la delegittimazione delle Soprintendenze ha fatto un altro passo avanti: il Consiglio di Stato ha appena cestinato la tutela del sito archeologico di Saepinum (Molise), con una sentenza che offende il Codice dei Beni Culturali e la Costituzione, autorizzando una centrale eolica contro il divieto della Direzione Regionale ai Beni culturali. Italia Nostra ha già elevato in merito una vibrata protesta: l´affermata priorità di un permesso comunale sulle esigenze di tutela è gravissima non solo perché condanna a morte un sito archeologico di primaria importanza ma perché costituisce un pericoloso precedente, quasi il prevalere della Costituzione immaginaria vagheggiata da Tremonti, dove la libertà d´impresa sarebbe il principio supremo, sulla Costituzione reale e vigente secondo cui la libertà d´impresa non dev´essere «in contrasto con l´utilità sociale» (art. 41), e la «tutela del paesaggio e del patrimonio storico artistico della Nazione» (art. 9) è un valore primario e assoluto.
Per affrontare degnamente i problemi della tutela in Italia basterebbe recuperare meno dell´1% della gigantesca evasione fiscale (la più grande del mondo occidentale in termini assoluti e relativi). Di fronte a Pompei che crolla, a Saepinum invasa dalla pale eoliche, che cosa intende fare il governo? Fino a quando noi cittadini dovremo proseguire la conta dei disastri? Fino a quando sapremo tollerare?

La Repubblica 07.11.10

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“Lavori e manutenzione a singhiozzo la lenta agonia degli scavi-gioiello”, di Francesco Erbani

Sotto accusa la gestione dei super commissari e dei funzionari part-time. L´acqua è uno dei più temibili agenti di degrado. A gennaio è venuto giù un muro presso la Casa dei Casti Amanti. E anche allora erano infiltrazioni. Monitoraggio. Manutenzione. Sono le parole che ricorrono cercando le cause del crollo a Pompei. E tentando di capire ciò che è mancato, oltre alle risorse finanziarie e a una guida stabile e sicura. Si può cominciare da qui: gli scavi più famosi al mondo sono retti da una soprintendente, Jeanette Papadopoulos, che però è in carica da settembre e lo sarà sino alla fine del 2010. È la terza in poco più di un anno ed è ad interim, vale a dire che deve badare anche ad altro. Inoltre fino al 31 luglio, accanto al soprintendente, si sono succeduti diversi commissari, nessuno dei quali archeologo, tutti con poteri straordinari e in deroga. L´ultimo, Marcello Fiori, era un dirigente della Protezione civile. Prima di Pompei si era occupato del termovalorizzatore di Acerra e del G8 a L´Aquila.
«Il lavoro fondamentale a Pompei», dice Pietro Giovanni Guzzo, archeologo di fama e soprintendente dal 1994 al 2009, «consiste nella manutenzione. È un compito che non dà lustro, ma è il solo in grado di contenere il deperimento di quell´organismo urbano. Dal 1997 abbiamo messo in sicurezza oltre il 30 per cento dell´intera area». Un lavoro, avrebbero detto i vecchi muratori, di “cuci e scuci”: analisi e mappatura dei rischi e quindi interventi che vanno dai più impegnativi restauri alla riparazione di tegole, grondaie e alla canalizzazione delle acque.
Ecco: l´acqua è uno dei più temibili agenti di degrado. Infiltrazioni d´acqua sarebbero anche all´origine del crollo di ieri. Aggiunge Guzzo: «A gennaio, a un centinaio di metri dall´Armeria dei Gladiatori, sullo stesso versante di via dell´Abbondanza, è venuto giù un muro presso la Casa dei Casti Amanti. Anche allora un´infiltrazione d´acqua. Oltre, credo, al movimento di alcuni mezzi meccanici. È una zona a ridosso di un terrapieno che con le piogge si imbeve d´acqua. In questi dieci mesi si è fatto un controllo accurato?».
Secondo Italia Nostra, due anni di commissariamento hanno concentrato le scarse risorse della Soprintendenza «su iniziative mediatiche o di cosiddetta valorizzazione». A Pompei, replica Fiori, si è riusciti ad investire 65 milioni di euro per la messa in sicurezza dell´area. La Soprintendenza di Napoli e Pompei attraversa ora una fase delicata: sta vagliando i progetti avviati dal commissario, contro il quale sono stati presentati esposti alla Procura e sulla cui opera molte riserve ha sollevato la Corte dei Conti. Alcuni di quei progetti li prosegue, altri li boccia. È il caso di un contratto con Wind per un impianto di videosorveglianza che prevede di collocare pali alti 4 metri. La Soprintendenza ha avanzato molte obiezioni e ora arriveranno a Pompei gli ispettori del ministero.
Un monitoraggio degli edifici di Pompei fu avviato dopo il terremoto del 1980. Vennero impiegati militari sotto la guida degli archeologi. Si iniziò una schedatura, cercando di stabilire quanto potesse durare un pavimento in quercia o un tetto in cemento armato. Oppure se erano necessari drenaggi nei terrapieni. Il lavoro è proseguito negli anni, ma sarebbe dovuto durare ancora, aggiornando i dati e intensificando i controlli. Basta poco per tornare indietro e per non accorgersi del rischio che sta correndo una domus.
Da molti viene indicato l´esempio virtuoso di Ercolano, dove da dieci anni va avanti un piano di manutenzione coordinato dalla Soprintendenza e dalla British School di Roma e finanziato dal Packard Humanities Institute, la fondazione americana presieduta da David Packard, magnate della finanza mondiale. Packard, senza aspettarsi utili e neanche ritorni di immagine, finora ha speso 16 milioni. Ma non per restauri, bensì, per esempio, per il recupero del sistema fognario antico, che ora agevola lo smaltimento delle acque. Ancora l´acqua: ma a Ercolano di crolli non ce ne sono.

La Repubblica 07.11.10

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“Pompei, crolla la Domus dei Gladiatori Napolitano: una vergogna per l´Italia”, di Stella Cervasio

In frantumi per le infiltrazioni d´acqua. Il commissario: restauro non prioritario. Oggi il responsabile dei Beni culturali sarà agli scavi dove incontrerà i funzionari.
Crolla Pompei, si sbriciola uno dei suoi edifici pubblici che più evocano il passato: la Schola Armaturarum (Domus dei Gladiatori), congregazione di giovani sportivi, dove venivano custoditi i trofei dei gladiatori. Alle sei di ieri mattina il palazzetto affacciato con due begli affreschi sulla frequentatissima arteria di via dell´Abbondanza, nella regio III e insula II, si è dissolto in una nuvola di polvere. Uno smottamento del terrapieno che custodisce altri resti di Pompei, alle spalle della casa dopo le piogge che hanno fustigato il sud nei giorni scorsi, la causa del crollo. «Quello che è accaduto dobbiamo, tutti, sentirlo come una vergogna per l´Italia», dice il presidente della Repubblica Napolitano, «e chi deve dare delle spiegazioni non si sottragga al dovere di darle al più presto e senza ipocrisie». Un monito raccolto dal ministro Sandro Bondi che oggi sarà a Pompei dove incontrerà i responsabili degli scavi.
Immediatamente transennata, anzi “oscurata” alla vista di turisti e cronisti, con l´aiuto di teli bianchi, la Schola distrutta, mentre il percorso veniva deviato nei vicoli circostanti. Dove pure si vedono cornicioni sbriciolati e pezzi di muri caduti proprio in zona pedonale: la manutenzione non è il forte di Pompei. Il crollo è avvenuto alle sei del mattino, più tardi avrebbero corso seri rischi tanto i custodi, che proprio lì timbrano il cartellino, quanto le tante scolaresche che visitano gli Scavi. Secondo le dichiarazioni del segretario generale del Mibac Roberto Cecchi, sarebbe andata distrutta la parte ricostruita dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, mentre quella più bassa e affrescata dell´unico ambiente di otto metri per dieci, alto sei metri, che ospitava presumibilmente armadi con armi, si sarebbe conservata. Ma una piramide di sassi e mattoni è quanto resta a prima vista del palazzetto dove la gioventù pompeiana si riuniva e che i gladiatori usavano come “show-room” per i loro trofei, raffigurati anche negli affreschi all´ingresso, con tuniche rosse, cataste di armi e una pelle di orso polare su un carro. L´edificio era chiuso ai visitatori, ma le pitture erano visibili all´esterno, e non c´era mai stato allarme. Anche se a gennaio e la scorsa settimana altri due crolli si erano avuti nella vicina Casa dei Casti Amanti, dove il commissario della Protezione civile Marcello Fiori, scaduto a giugno scorso, aveva creato un “cantiere-evento” visitato anche dal ministro Bondi per la Settimana dei beni culturali. Alle critiche della Uil, Fiori replica che l´edificio crollato «non era nella lista delle priorità indicate dalla soprintendenza». Ma a Pompei dal ‘96 esiste un “piano-programma” che scheda ciascun edificio indicando le priorità di intervento: in circa dieci anni quelli sull´area scavata sono passati dal 14 al 31 per cento. Nel 2006 la legge 41 effettuò il primo taglio di 30 milioni e nel 2008 saltarono altri 40. Il budget per la gestione commissariale, affidata a due diversi responsabili, prima all´ex prefetto Profili e poi a Fiori, ammonta a 79 milioni di euro. Profili ne ha impegnati 40, di cui oltre il 90 per cento per restauri e messa in sicurezza con progetti redatti dalla soprintendenza di Pier Giovanni Guzzo. A Fiori sono andati 39 milioni di euro (18 che la Regione Campania deve ancora dare), ma per i restauri ha impiegato il 25 per cento.
«Il nostro è il museo all´aperto più grande del mondo – dichiara il sindaco di Pompei Claudio D´Alessio, che protesta per il mancato coinvolgimento del Comune – ma viene trascurato: il cedimento dell´edificio è un crollo annunciato, la Schola attendeva da anni un restauro». Critici anche gli ambientalisti: «I milioni di euro spesi per lo smaccato falso del teatro restaurato – dichiara il presidente di Italia nostra di Napoli Guido Donatone – potevano essere utilizzati per monitorare le strutture di Pompei».

La Repubblica 07.11.10

"C'è posto per tutti", di Concita De Gregorio

C’è un felice paradosso in quello che è accaduto ieri al Partito democratico. A Roma si sono riuniti i segretari dei circoli, duemila persone – per la maggior parte giovani (l’80 per cento ha meno di quarant’anni) – e il segretario Pier Luigi Bersani ha annunciato che, dopo il porta a porta, i democratici scenderanno in piazza l’11 dicembre. Dopo essersi “rimboccati le maniche” si sporcheranno le mani. A Firenze altrettante persone si sono incontrate per ragionare attorno al futuro del partito e dell’Italia. Se quell’assemblea non fosse stata inizialmente identificata con un aggettivo infelice – “rottamatori” – probabilmente la platea romana non avrebbe salutato con i fischi il nome di Renzi. Il quale, e gliene va dato atto, da Firenze ha risposto con un rasserenante applauso. Crediamo che i fischi e gli applausi individuino stati d’animo presenti in tutte le anime del Pd, a Firenze come a Roma, in tutta Italia: il fastidio per le divisioni causate da personalismi o tentazioni correntizie (i fischi) e la volontà di affrontare con determinazione e orgoglio i giorni che ci aspettano (gli applausi).

Sono mesi che, quando si parla di Partito democratico, i termini più usati sono “divisione”, “stanchezza”, “inadeguatezza”. E la concomitanza delle due manifestazioni sembrava quasi sancire questa condizione di infinita ricerca di un’identità comune. Il felice paradosso sta in questo. Che, al netto delle polemiche della vigilia, al netto dei fischi e degli applausi, ieri il Partito democratico ha avuto una riconferma plebiscitaria (a Firenze e a Roma) delle sue ragioni e del suo ruolo. Bersani ha parlato di “orgoglio”. Ci sono molte ragioni per provarlo. Migliaia di persone che ragionano democraticamente del futuro del Paese. Che si preparano a incontrarlo per illustrare una proposta di cambiamento. E che ambiscono a governarlo, a diventare la prima delle forze politiche. «Basta con gli autolesionismi» è un appello che richiama uno dei motti più amari della sinistra di questi anni. «Continuiamo così, facciamoci del male», diceva Moretti.

I processi democratici sono lunghi e complessi, punteggiati di errori e di contraddizioni, di entusiasmi e di disillusioni. Non sono illuminati dalle luci soffuse dei predellini e dei palchi di cartapesta. I processi democratici sono fatti di fatica e di complessa condivisione, ma quando partono muovono milioni di uomini ed è molto difficile fermarli. No, non siamo all’ennesima “ripartenza”. La “partenza” è avvenuta molti anni fa quando fu scritta la Costituzione che oggi i democratici sono impegnati a difendere. È andata avanti nella ricostruzione, negli anni del centrosinistra, nelle conquiste sindacali, nella lotta al terrorismo. È andata avanti – con i successi e le sconfitte, le contraddizioni e gli entusiasmi – fino a oggi. L’orgoglio è questo: poter guardare il futuro con la consapevolezza di aver radici lunghe e sane. E con la lucidità di chi sa riconoscere i momenti cruciali, quelli della battaglia. In questi momenti (ce ne sono stati tanti nella nostra storia) gli obiettivi si chiariscono: sono vitali. Democrazia, lavoro e solidarietà: la base della convivenza civile, bisogna difenderli. Il berlusconismo – la sua indecenza costituzionale – quando finirà, perché finirà, avrà lasciato un terreno avvelenato. Servirà tempo per bonificarlo, dopo Berlusconi. Molto tempo e molto lavoro da parte di molti. Ci sarà posto per tutti.

L’Unità 07.11.10

"Dalla Camusso alla Deledda, le prime donne che hanno fatto l'Italia", di Chiara Beghell

Forse gli occhiali da vista. Oppure i capelli a mezza lunghezza. Il poco trucco, la sobrietà che un primato può imporre. Non è facile cogliere cosa accomuna, almeno a un primo sguardo, tutte le “prime donne” italiane. Non le dive dell’opera, né tantomeno quelle figure professionalmente eccellenti ma anche umanamente antipatiche che l’espressione evoca. No, sono le donne che “per prime” sono entrate in mondi riservati agli uomini, scardinando la monorappresentatività e spesso anche la monotonia di luoghi e istituzioni, e che per prime si sono beccate conseguenti sguardi di curiosità e spesso anche di sarcasmo. Ma comunque le prime.

Susanna Camusso, nuova leader della Cgil, è l’ultima di queste “prime”: se non consideriamo il nuovo nome dato dal Patto di Roma del ’44, il più importante sindacato italiano esiste dal 1906. Centoquattro anni, animati spesso dalle donne. Eppure, lei è la prima a diventare “segretario”. Un titolo per il quale si pone un dilemma: a essere politically correct si dovrebbe dire “segretaria”, ma non si fa perché forse si rischierebbe di affondare un titolo di eccellenza in un’atmosfera di scrivanie e unghie da smaltare fra una telefonata e l’altra. Per evitare equivoci, ecco che anche per la prima donna leader della centenaria Confindustria, Emma Marcegaglia, si è mantenuto il titolo di “presidente”, come per Federica Guidi, a capo dei Giovani di Confindustria, che però è la terza a ricoprire questa carica.

In ogni caso, l’Italia ha dovuto aspettare gli anni ’70 per iniziare a vedere le donne entrare nelle istituzioni più importanti: per la presidenza della Camera dei Deputati si è dovuto aspettare il 1979 con Nilde Iotti, con il suo chignon morbido come la sua voce e il suo sguardo ricco di saggezza politica. Tutta un’altra cosa dalla spigolosità acerba della giovane Irene Pivetti, che quando divenne la seconda donna a guidare la Camera nel 1994 aveva appena 31 anni e dei foulard dai toni più che sobri.

Ancora prima della Dc Tina Anselmi, che nel 1976 fu la prima donna ministro della Repubblica italiana, (e che ministero: quello del Lavoro, in quegli anni), fu un’altra democratica cristiana, Angela Cingolani, che aveva già partecipato all’assemblea costituente, a ottenere nel 1951 da Alcide De Gasperi il primissimo ruolo in un governo: quello di sottosegretario per l’artigianato al Ministero dell’Industria e del commercio. Con lei nell’assemblea costituente c’era anche la prima donna a entrare in Senato, la padovana Lina Merlin, che però divenne più famosa per la legge 75/1958, quella che aboliva la prostituzione legale in Italia, e per aver decretato la scomparsa della dicitura “figlio di N.N.” dai documenti.

Socialista appassionata, come Ada Natali, primo sindaco d’Italia a Massa Fermana, nelle Marche, figlia a sua volta di un sindaco e che nel 1948 fu l’unica donna della delegazione del neonato parlamento della Repubblica italiana a partecipare al viaggio diplomatico a Mosca. Si era anche laureata in giurisprudenza in anni in cui poco più dello 0,1% dell’intera popolazione italiana aveva mai messo piede in un’università. La prima donna dell’Italia unita a laurearsi fu Ernestina Paper, nata Puritz-Manasse, a Firenze, nel 1877, con una tesi in medicina guardacaso sulla salute delle donne.

Nella Chiesa della solitudine della sua Nuoro è sepolta Grazia Deledda, che con un’istruzione ferma alla quarta elementare nel 1926 fu la prima donna italiana a ricevere un premio Nobel, per la letteratura: «Per i suoi scritti idealisticamente ispirati nei quali con chiarezza plastica dipinge la vita della sua isola nativa e con profondità ed empatia si occupa dei problemi umani», scrissero gli accademici di Stoccolma nella motivazione del premio. Nel 1977, invece, fu l’italiana Lina Wertmüller la prima donna a essere stata mai candidata dagli Academy Awards al premio Oscar per la migliore regia. “Pasqualino Settebellezze” non vinse. Ma con i suoi occhiali da vista – bianchi – Lina il suo primato lo aveva avuto lo stesso.

Il Sole 24 Ore 07.11.10

"L´ultima partita a scacchi del cavaliere", di Eugenio Scalfari

Ma adesso che succede? Questa domanda se la rimpallano tutti, è addirittura diventata una domanda da bar, perfino tra persone che di solito non si occupano di politica e discutono semmai, ai bar dello sport, sulla formazione delle squadre e di Totti o di Cassano. Segno che qualche cosa di nuovo è accaduto, qualche cosa che è fuoriuscita dalla bolla del politichese ed ha raggiunto l´uomo comune, cioè la pancia del Paese.
A conferma di quanto scrivo ci sono i più recenti sondaggi sugli umori del “popolo sovrano”: il livello delle astensioni, quelli che non hanno alcuna intenzione di votare, oscilla tra il 15 e il 20 per cento come è sempre stato. Aumenta invece il numero degli indecisi che viaggia al di sopra del 30 per cento. Gli indecisi sono appunto quelli che ti chiedono: «E adesso che succede?».
La domanda viene da sinistra, dal centro, da destra. Soprattutto da destra, dove è sempre più diffusa la sensazione che il ciclo berlusconiano sia concluso.
È un ciclo che dura da almeno 25 anni, perciò è sbagliato pensare che sia cominciato nel ‘94, con il primo governo del Cavaliere. È cominciato molto prima, quando ebbe inizio l´ascesa televisiva della Fininvest e l´incubazione del berlusconismo nelle vene della nazione.
Naturalmente anche altri fatti concorsero a cambiare radicalmente il profilo antropologico degli italiani: il ristagno dell´economia, la caduta della competitività nell´industria pubblica e privata, la corruzione diventata sistema di governo, il crescente distacco tra Nord e Sud, l´implosione del comunismo e la caduta del Muro di Berlino.

In una società frastornata da questi traumi e dai conseguenti disagi, il berlusconismo arrivò con un´irruenza imprevista guidando quella mutazione antropologica che ha assunto le dimensioni d´una vera e propria metamorfosi. Scomparvero le classi tradizionali, crollò il modello Iri, la grande industria si ridusse a pochissime nicchie senza più forza propulsiva, aumentarono le diseguaglianze. Tra i ricchissimi e i poveri si frappose un ceto medio gelatinoso con una tendenza all´impoverimento, dominato dalla paura di retrocedere e bisognoso di appoggiarsi alla speranza del miracolo e a qualcuno che su quella speranza costruisse il suo mito. Appoggiati cioè alla favola che ogni sera veniva messa in onda sugli schermi della televisione.
Quel ciclo è finito lasciando un paese pieno di guai materiali e di rovine morali, al punto che la parola “morale” è ormai oggetto di lazzi e sberleffi. Ogni discorso pubblico, da qualunque parte provenga, comincia sempre con la frase: «Non farò del moralismo», o con l´insulto: «Sei un moralista». Se si vuole una misura del degrado, sta tutta nell´impronunciabilità di quella parola.
E adesso che succede?
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Il cambiamento morale, culturale ed economico passa – piaccia o non piaccia – per l´imbuto della politica e si svolge intorno a due nomi, al massimo tre: Berlusconi, Fini, Bossi. Sullo sfondo naturalmente c´è tutta l´opposizione da Casini fino a Di Pietro. Senza l´opposizione nulla si potrà fare ma il suo comportamento è obbligato. Vendola per il momento sta fuori dal perimetro della partita, come pure i vari Chiamparino e Renzi. Entreranno semmai in campo quando si andrà a votare perché nell´agone parlamentare, dove per ora la partita si svolge, loro non ci sono.
Berlusconi è finito, la coscienza nazionale che si sta lentamente risvegliando gli ha già notificato il cartellino giallo, ma il rosso dell´espulsione immediata ancora no; quindi è ancora in campo e giocherà molto duro proprio perché è consapevole che sarà fuori nei prossimi match.
Se volessimo adottare a mo´ d´esempio il gioco degli scacchi, direi che lui è il re che lotta per evitare lo scacco matto, Fini è la regina avversaria che può muovere in molte direzioni, Bossi gioca con una torre in difesa del re. Alfieri e cavalli distribuiteli come vi pare tra gli altri comprimari della partita, tenendo presente che molti di quei pezzi sono stati eliminati dalla scacchiera.
Berlusconi tenta di riagganciare Fini proponendogli un patto di legislatura. Se Fini accettasse, Casini dovrebbe seguirlo perché da solo al centro non ha prospettive. Ma io credo che Fini non accetterà e la ragione è semplice: se rientrasse nell´alleanza lascerebbe al suo avversario due anni di tempo, spunterebbero altri delfini e soprattutto, con questa legge elettorale, nel 2013 Berlusconi potrebbe ancora sperare di scalare il Quirinale. Allora il cartellino rosso non verrebbe mai più.
Fini parlerà oggi a Perugia. Per quello che penso io, e per ciò che abbiamo appreso ieri dalle parole durissime di Italo Bocchino, direi che tra lui e il presidente del Consiglio non c´è più terreno comune. Il nuovo partito finiano voterà i provvedimenti che riterrà utili al Paese e voterà contro per quelli che riterrà dannosi e quando venisse posto il problema della fiducia i finiani decideranno sul merito del provvedimento e non della fiducia.
Questo io penso che Fini debba fare e credo che lo farà. Ma potrebbe anche cedere alle lusinghe e alla pressione di quelli dei suoi che non vogliono rompere. Se questo dovesse avvenire, Fini entrerà in un tritacarne e nel 2013 ne uscirà ridotto a una polpetta.
Bossi. Poiché gioca con una torre, può andare soltanto in verticale o in orizzontale sulla scacchiera. Tradotto in termini politici: può sopportare a tempo indefinito che Fini faccia cuocere Berlusconi a fuoco lento e insieme con lui anche la Lega oppure può esser lui a staccare la spina tra gennaio e febbraio. La mia sensazione è che staccherà la spina o obbligherà Berlusconi a farlo.
A quel punto (cioè tra tre mesi) che succede?
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A quel punto il gioco si sposta nella mani del presidente della Repubblica che ha un diritto-dovere: prima di sciogliere le Camere deve verificare se esista una maggioranza alternativa. Si può star certi che Napolitano quella verifica la farà, crollasse il mondo. Ma esiste una maggioranza alternativa?
C´è sicuramente alla Camera se Fini è pronto a dar vita insieme a Casini ad un governo che comprenda ovviamente anche il Pd e l´Italia dei valori.
Al Senato questo schieramento non raggiunge la maggioranza ma è più che probabile che parecchi senatori del Pdl passino al centro di Fini-Casini. Questo sarà il punto più difficile della verifica di Napolitano. Molto dipenderà da chi sarà la persona incaricata di sondare i vari gruppi e gruppetti di Palazzo Madama. L´altra volta il sondaggio lo fece Marini e rispose negativamente, la maggioranza alternativa non c´era. Questa volta l´incaricato della verifica dovrebbe essere una personalità del centrodestra che riscuota anche la fiducia di Fini-Casini e dell´opposizione di sinistra affinché il Quirinale e le parti in causa siano sicuri dell´obiettività della verifica.
Se la risposta sarà negativa Napolitano dovrà sciogliere le Camere, se sarà positiva si farà il nuovo governo con il centro e la sinistra. Domenica scorsa scrissi che il presidente di questo governo avrebbe dovuto essere una personalità al di sopra delle parti e dotata del massimo di autorevolezza e lo chiamai “Mister X”. Ma potrebbe anche essere una personalità di centrodestra autorevole e accettata da tutti.
Noi possiamo fare previsioni ma ad un certo punto dobbiamo fermarci quando entrano in gioco le prerogative del Capo dello Stato e qui siamo arrivati a quel punto e infatti ci fermiamo.
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Possiamo però ipotizzare che quel nuovo governo si faccia e la legislatura non venga sciolta. Per quanto tempo? Con quale programma?
Walter Veltroni, nella sua intervista a “Repubblica” di qualche giorno fa, ha ricordato il governo Ciampi quando in piena Tangentopoli il presidente Oscar Luigi Scalfaro incaricò il Governatore della Banca d´Italia di guidare la legislatura fuori dalle secche morali e politiche nelle quali era incappata.
Il ricordo è pertinente, l´emergenza che stiamo attraversando è anche maggiore di quella di allora per la semplice ragione che allora al governo c´era una uomo di notevoli capacità, Giuliano Amato, il quale fu il primo a indicare Ciampi al Capo dello Stato.
Oggi a Palazzo Chigi c´è un populista di pessimo conio che per di più da qualche tempo sembra anche piuttosto frastornato di testa. L´ultima uscita sugli omosessuali, se si pensa ai casi specifici, lo dimostra con evidenza.
Un Ciampi è molto difficile trovarlo ma non impossibile. Oppure, come s´è detto, un personaggio del centrodestra che dia garanzie a tutti.
È evidente che il Presidente della Repubblica ha l´interesse, anzi l´obbligo costituzionale di fare un governo senza limiti di tempo. L´ipotesi di un Ministero di cento giorni è fuori dal quadro. Quindi il programma. Non può che essere una nuova legge elettorale, un federalismo che rafforzi e non indebolisca l´unità nazionale, una gestione intelligentemente rigorosa della pubblica finanza, una nuova struttura del welfare che tuteli tutti i lavoratori e i giovani e le famiglie in particolare.
Poi, quando si andrà alle elezioni politiche, avremo un centrodestra repubblicano e costituzionale il quale si opporrà ad un centrosinistra riformatore. Il primo batterà sul binomio libertà-eguaglianza e il secondo sul binomio eguaglianza-libertà. La fraternità va bene per tutti e due.
Mi direte che questi sono sogni. Rispondo anzitutto che un po´ di sogno ci vuole. E poi rispondo che una nazione è sempre lo specchio della sua classe dirigente. Se il presidente del Consiglio e i ministri si comportano sulla base d´una visione etico-politica del bene comune, anche la nazione non considererà più la morale come una parolaccia.

Post scriptum. Molti lettori mi chiedono che cosa penso di Lupi e di Ghedini che molti di loro hanno visto nei vari salotti televisivi. Che cosa penso di loro e del racconto che fanno di quanto avviene.
Io penso così: Ghedini è l´avvocato del presidente del Consiglio, Lupi è un esponente di primo piano del Pdl ed in più è anche un militante cattolico della cattolicissima Comunione e Liberazione.
Ghedini è diventato patetico nelle sue performance televisive. Ripete costantemente: «Non è vero» anche quando gli leggono un verbale firmato dal questore o da un magistrato inquirente. Sull´aspetto morale delle azioni del suo cliente si limita a dire: «Non è reato». Del resto è lui l´inventore dell´”utilizzatore finale” una frase che da anni è entrata nel gergo comune.
Il caso di Lupi è più complesso per via della sua militanza cattolica e della sua fede che lui dichiara (e noi gli crediamo) intensa e attuata nella pratica della sua vita. La sua narrazione dei fatti non differisce da quella di Ghedini e fin qui problema loro, anche se contrasta vistosamente con la realtà documentata. Ma ad un cattolico è lecito chiedere anche un giudizio morale. Ebbene, Lupi si rifiuta di darlo. Pubblicamente. Sostiene che il problema non è quello. Il problema non è morale ma di efficienza e lui sostiene che l´efficienza (di Berlusconi) c´è e questo basta perché la morale non ha ingresso nella politica.
Questo non lo diceva neppure Machiavelli che da buon fiorentino era un anti-papista per eccellenza. Non lo diceva neppure il cardinale Mazarino. Lupi invece lo dice: l´efficienza per lui cattolico fa premio sulla morale. Mi pare il massimo.
In realtà sia Lupi sia Ghedini sanno che quando Berlusconi uscirà di scena anche loro usciranno è dunque in gioco la loro sopravvivenza come uomini di potere. Perciò sono pronti a dire che l´asino vola e che Berlusconi riceve le “escort” perché ha buon cuore. La sopravvivenza è la sopravvivenza. La morale l´hanno smarrita da tempo, ma io ho scritto qualche anno fa un libro intitolato «Alla ricerca della morale perduta» perciò li perdono sperando che la ritrovino.

La Repubblica 07.11.10

"Made in Italy alla prova della realtà", di Bill Emmott

La crisi economica globale del 2007-09 ha reso a tutti noi un cattivo servizio in più modi rispetto a quelli ovvi, e cioè aver provocato l’aumento della disoccupazione, la caduta degli standard di vita e aver accresciuto il senso di insicurezza. Ha offuscato la comprensione popolare di cosa si intende per economia avanzata e di quali siano le migliori fonti di futura prosperità. Questo danno è evidente, mi pare, soprattutto nel dibattito italiano. Il segno più eclatante è il rinnovato feticismo per la produzione, il culto del «Made in Italy». E’ importante prenderlo in considerazione perché rischia di distorcere le politiche pubbliche e quindi mette in pericolo il nostro futuro. Il danno d’immagine non meraviglia. Dopo tutto, questa crisi economica è stata causata dalle banche, sia in America sia in Europa, che hanno ampliato i propri prestiti in modo troppo temerario, incoraggiando le istituzioni finanziarie ad acquistare titoli complessi e rischiosi perché sembravano offrire alti rendimenti.

La crisi bancaria ha reso chiaro che i servizi finanziari hanno bisogno di una regolamentazione più severa e che ogni economia fortemente basata sulla crescita e sui profitti dei servizi finanziari mette una seria ipoteca sulla sua futura stabilità e prosperità. Le vittime più evidenti di questo gioco d’azzardo sono state l’Islanda e l’Irlanda.

Ma anche la Gran Bretagna – dove i servizi finanziari nel 2006, al loro meglio, garantivano l’8-10% del Pil – ha sofferto per aver puntato troppo sulla finanza. Così, naturalmente, ora c’è una reazione d’insofferenza contro la finanza. Ma perché questo dovrebbe colpire anche gli altri settori dell’industria? Durante la crisi ci sono state forze stabilizzanti, settori nei quali l’occupazione, la produzione e il reddito erano molto più solidi e affidabili rispetto alle due principali vittime della crisi, vale a dire finanza e produzione. La finanza ha causato il crollo (anche se direi che la cattiva politica macroeconomica, combinata con la debolezza delle regole, hanno reso possibile questo comportamento piratesco della finanza), ma il collasso peggiore della domanda e dei posti di lavoro è avvenuto nel settore manifatturiero.

Nonostante questo calo nella produzione durante la crisi ora sembra molto diffusa la convinzione che la produzione sia in qualche modo più affidabile, più «reale» del mondo immateriale dei servizi, e che la definizione di una economia «forte» sia un’economia per lo più manifatturiera. Questo punto di vista potrebbe avere delle conseguenze: il pericolo è che la crisi in un solo tipo di industria dei servizi, quella bancaria, potrebbe rendere ciechi i politici, gli intellettuali e il pubblico di fronte all’importanza e al valore delle altre industrie di servizi, portandoli ad adottare misure particolari dirette esclusivamente alla produzione Se fosse così questo sarebbe un grosso errore e sarebbe strano in termini puramente aritmetici.

In Gran Bretagna, per esempio, il 75% dell’economia complessiva del Pil (più propriamente, in base alla definizione dell’Ocse, il 75% del totale del «valore aggiunto», che è il Pil al netto di alcune imposte) è fornito dai servizi. Ciò significa che almeno il 65% proviene da servizi diversi da quello bancario. Se ci si concentra sulla produzione – come ha fatto di recente il governo britannico quando ha deciso di commissionare due portaerei per la Royal Navy che non sono realmente necessarie e per le quali non sarà disponibile per diversi anni alcun aereo adatto – ci si focalizza su un aspetto minoritario trascurando la maggior parte dell’economia.

Sì, certo, sono dati inglesi: ma tutti sanno che il «Made in Britain» è morto anni fa. Allora, qual è la cifra per l’Italia, un’economia che si è sempre ritenuta concentrata sulla produzione? La risposta può sorprendere. E’ il 71%. La maggior parte dell’economia italiana è costituita da servizi, forniti sia da imprese private che dal settore pubblico. Solo il 4% separa ipoteticamente la Gran Bretagna dominata dalla finanza dal paradiso italiano dell’industria manifatturiera. Di conseguenza, solo il 27% del valore aggiunto in Italia deriva dall’industria (che comprende attività estrattive, edilizia, elettricità, gas e acqua così come le fabbriche convenzionali), contro il 23,6% della Gran Bretagna (tutti questi dati sono del 2008, tratti dal Libro dei Fatti 2010 dell’Ocse, una pubblicazione progettata e ideata da Enrico Giovannini, attualmente presidente dell’Istat a Roma, e in precedenza responsabile della statistica presso l’Ocse, a Parigi).

Su che cosa, allora, dovrebbe concentrarsi l’Italia, per la prosperità delle generazioni attuali e future? Il problema di fondo è familiare: come ha detto spesso il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nei suoi discorsi, l’Italia ha registrato una crescita più lenta della produttività rispetto ad altri Paesi della zona euro, una crescita più lenta del PIL globale, e minori redditi delle famiglie. E anche il ritmo della ripresa del Paese dalla recessione del 2008-09 è stato lento, rispetto agli standard europei. In futuro, tutti concordano, occorreranno una crescita più rapida della produttività, la creazione di nuovi posti di lavoro ben pagati, un aumento del reddito delle famiglie e più innovazione.

Questo sottosviluppo della produttività è comune al settore manifatturiero e a quello dei servizi, tanto pubblici che privati. La scarsa competitività nel settore dei servizi si riflette anche sulla mancanza di grandi società di servizi che potrebbero dare lavoro a un sacco di gente ed essere competitive a livello internazionale. Dove sono in Italia i grandi studi legali paragonabili a quelli di Gran Bretagna e Germania? Dove sono le grandi agenzie pubblicitarie e di marketing come la francese Omnicom o la WPP in Gran Bretagna? Dove sono gli architetti italiani di fama mondiale, in competizione per i contratti in Cina o in India con le imprese svizzere, inglesi e americane? Dove sono, parlando di altri servizi finanziari, le grandi compagnie di assicurazione italiane? Dove sono i giganti del software italiano paragonabili alla Sap in Germania e, naturalmente, a Oracle? Dove sono le imprese di consulenza italiana? Dove sono le grandi catene alberghiere italiane di lusso? Il punto è che questa è una grande occasione mancata in un Paese dove creatività, design e ingegneria – che sono tutti servizi – hanno avuto un ruolo tanto importante nella sua storia. Inoltre, la natura non competitiva, non creativa e costosa dei servizi grava come una tassa sull’autentico «Made in Italy» di cui tanti politici e commentatori sono così appassionati. Gli economisti della Banca d’Italia hanno cercato di spiegare perché l’industria manifatturiera tedesca ha reagito molto meglio negli ultimi 10 anni rispetto a quella italiana, di fronte alla nuova concorrenza di Cina, India ed Europa dell’Est. Hanno constatato che un settore dei servizi più competitivo e innovativo è un ottimo motivo: è stato questo ad aiutare la crescita delle esportazioni della Germania e la sua mancanza a ostacolare l’Italia.

Fatemi spiegare meglio. Io sono un ammiratore della produzione italiana, specialmente dei settori ad alta qualità artigianale per i quali il Paese è giustamente famoso. Nel mio nuovo libro, «Forza, Italia: Come ripartire dopo Berlusconi» (Rizzoli), annovero produttori specializzati, di medie dimensioni, come Brunello Cucinelli, il Gruppo Loccioni e Technogym tra i miei principali esempi de «La Buona Italia». La mia preoccupazione, però, riguarda gli indirizzi futuri della politica governativa e l’impegno delle federazioni dei datori di lavoro.

Tale politica è influenzata da ricercatori come la Fondazione Edison, che celebrano il Made in Italy. Recentemente in una recensione di «Forza, Italia» su «Economy», Marco Fortis, direttore della Fondazione Edison, ha scritto che l’Italia dovrebbe essere felice di essere la seconda più grande economia «reale» in Europa, dopo la Germania. Ma questo si basa su una visione primitiva e superata di ciò che è «reale» in un’economia: davvero il 71% dell’economia italiana è «irreale»? La sua professione (economista), o quella del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti (avvocato), non sono «reali», non hanno un valore? Si ignora anche la prestazione mediocre delle esportazioni del «Made in Italy» negli ultimi dieci anni: nel decennio 1998-2008, l’Italia si è classificata 25ª tra i 30 Paesi membri dell’Ocse per la crescita annuale delle esportazioni e delle merci, e 28ª nella crescita annuale delle sue esportazioni di servizi. Reale o meno, è stata una prestazione scadente.

Quindi è ora di «Get Real», come dicono gli americani, di fare i conti con la realtà. Promuovere sia i servizi sia la produzione e liberalizzare entrambi; costruire infrastrutture che serviranno a tutti e due (come la banda larga super-veloce) piuttosto che a uno solo (ponti e autostrade). E soprattutto, da un punto di vista politico: elogiare entrambi.

Traduzione di Carla Reschia

La Stampa 07.11.10

Pompei: Pd, Bondi inadeguato, riferisca subito alla Camera

“Il governo venga al più presto alla Camera a riferire su questo vero e proprio disastro generato dall’incuria dell’uomo che ha determinato lo smottamento fatale per la Antica Armeria dei Gladiatori a Pompei”.
Lo chiedono la capogruppo del Pd in commissione Cultura, Manuela Ghizzoni ed Emilia De Biasi, deputata della stessa commissione. “Quello che è avvenuto a Pompei negli ultimi due anni – aggiungono – è vergognoso, dopo chiusure, commissariamenti, interventi della protezione civile, il risultato è un crollo che provoca indignazione in tutto il mondo. Sono insopportabili l’indifferenza avuta da tutto il governo e l’inadeguatezza del ministro Bondi, che dovrebbe trarre le conseguenze dal modo dilettantistico con cui ha gestito la situazione”.

“Su tutta la vicenda dell’area archeologica – proseguono le deputate democratiche – pesa infatti una grave responsabilità politica. La tormentata storia dei commissariamenti voluti dal ministro Bondi che hanno coinvolto uno dei siti archeologici più importanti del mondo dimostra che bisogna finirla con il considerare Pompei una realtà da amministrare alla stregua di un grande evento o di una calamità naturale, sfuggendo quindi a controlli e verifiche. A Pompei c’è bisogno di certezze di risorse e certezze di funzioni da attribuire alla soprintendenza preposta che ha le necessarie competenze”.

“Anche gli interventi della finanziaria con nuovi pesanti tagli – concludono – dimostrano la sottovalutazione dei problemi da parte del governo. A fronte, infatti, di un lieve incremento del programma per la tutela dei beni archeologici destinato in sostanza alle spese per il personale, c’è un arretramento degli impegni per le emergenze e la salvaguardia dei beni archeologici e paesaggistici, per la manutenzione straordinaria e il sostegno a progetti sperimentali di conservazione e potenziamento dei siti”.

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Pompei: Ghizzoni (Pd), qualcuno informi Bondi che il ministro dei Beni Culturali è lui

“Al ministro Bondi, che parla come un passante casuale sulla strada dei beni culturali, qualcuno dovrebbe ricordare che il ministro che dovrebbe salvaguardare il nostro immenso patrimonio e assicurare la buona immagine internazionale del nostro Paese è proprio lui. E anche sulle risorse, se si svegliasse dal torpore e dalla supina accettazione degli ordini di Tremonti, sarebbe molto meglio”. Lo dichiara Manuella Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura.

Manifestazione nazionale l'11 dicembre a Roma

L’annuncio di Bersani: “In piazza contro il governo”. “Faremo una manifestazione nazionale contro il governo. Se siete d’accordo la faremo l’11 dicembre a Roma” dice Bersani e l’Auditorium si scioglie in un applauso: “Bene, vedo che siete d’accordo. Abbiamo a cuore tre cose: democrazia, lavoro, solidarietà. Parleremo di questo a un paese sbandato. Stiamo facendo una grande iniziativa capillare estesa in tutto il paese. Siamo l’unica forza che può farlo”.

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E tra gli applausi dei segretari di circolo Bersani ha concluso l’Assemblea : “Che bel Partito che siamo, siamo una gran bella squadra -ha esordito il Segretario – ed ho l’idea che questo potrà generare un cambiamento. Grazie per la partecipazione numerosa, questi sono dati che ci fanno riflettere. Quando noi dirigenti parliamo con i compagni e amici vicini alla gente comune, ne ricaviamo un di più di forza e coraggio, mentre, man mano che ci allontaniamo, un avvitamento nostro, ci fa perdere di vista l’obiettivo. Tra la tivù, i giornali e la gente si è creata una frattura, c’è un muro comunicativo che dobbiamo superare. Il senso comune si sta distaccando dalla politica e c’è un problema di sfiducia e radicalizzazione non inferiore ai primi anni novanta, descritti con uno scollamento drammatico tra gente e politica”.
politica”.

“Il mio ragionamento è questo – ha detto Bersani -, quello di questi tempi, non è un passaggio da un governo all’altro, ma un passaggio di cui si parlerà nei prossimi anni. Con questa premessa: cercare di uscire dal cerchio surreale di una politica distante, in quanto noi siamo l’unico vero Partito a radicamento nazionale di questo Paese. Noi facciamo 2000 Feste Democratiche e del’Unità. A noi la Lega e Berlusconi ci fanno un baffo! Voi – ha detto rivolgendosi ai dirigenti locali – siete stati stimolanti e interessanti e vi siete occupati del tema del Partito. Ma ancora, questo non è Partito democratico che voglio io, lo Statuto non mi consegna ancora la forbice. Dobbiamo trovare il modo di diventare il Pd e noi lo faremo. Andiamo a vedere i dati: l’80 per cento dei Segretari è sotto i 40 anni, mi viene da dire andiamo avanti così, ma voi delle altre generazioni date una mano. Bisogna sostenere un rinnovamento che significa si il voto per quello più giovane ma anche dare una mano. Ed io farò così. Avanti la nuova generazione ma con un po’ di memoria, di esperienza, di know – how. Dobbiamo misurarci con un progetto per l’Italia. Per dare un profilo culturale al Paese e lo faremo facendo un Partito su base territoriale. Il territorio resta il luogo privilegiato dove poter selezionare la gente che è in grado di guardare gli altri all’altezza degli occhi”.
Io sul simbolo di partito Bersani non ce lo scrivo. “Questo per una ragione politica –ha spiegato il Segretario se uno non pensa di avere qualcosa alle spalle non può fare politica. È questo il tema, noi non crediamo nel Partito personale e pensiamo che la democrazia sia questo. E sul simbolo di partito io Bersani non ce lo scrivo, Noi abbiamo preso un’altra strada rispetto alla personalizzazione di Berlusconi, e ciò sarà un vantaggio per noi, in Europa e nel solco delle grandi democrazie occidentali. Prima di tutto questo è un passaggio di fase e non possiamo vedere altre forme di questo genere anche quando Berlusconi non ci sarà più. Davanti a questo, ci deve essere il decisionismo, ma non personalismo, anche se siamo assuefatti ad una personalizzazione dei Partiti. C’è una utilizzazione della legge elettorale come una nomina e noi su questa dobbiamo mettere mano e far riflettere la nostra gente, e avere tanto popolo a cui rivolgerci. Riflettiamoci, parliamo da Segretario a Segretario, da dirigente a dirigente se necessario. Alla prima Direzione da segretario ho detto: non sono permaloso, ho un atteggiamento amichevole verso tutta la nostra squadra, l’unico limite è che ci sia una critica rispettosa dei membri dell’associazione. Da adesso in poi io lo pretenderò. Faccio una scommessa: noi fra non molto, saremo il primo Partito del Paese. Vi chiedo: amicizia, apertura anche con umiltà.

Siamo al secondo tempo del berlusconismo. “Siamo ad un passaggio cruciale per la storia del Paese,”. Noi abbiamo un Presidente del Consiglio che non può andare alla conferenza della famiglia – ha sottolineato Bersani – Noi come Pd, stiamo parlando di coerenza politica, stiamo parlando di Art. 54 della costituzione: i cittadini cui sono affidate funzione pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore. Quindi, la correttezza politica è necessaria ma prima ancora viene quella personale, o in alternativa ci sarà una politica senza civismo: ci si dimentica che un minore è un minore e non puoi sbatterlo su una strada, non sono mica noccioline, questi, sono temi devastanti, è un aspetto drammatico, è una vergogna, non si può traccheggiare su queste cose. Il Segretario di Lussemburgo ci chiede come fate. Questi fatti ci screditano nei tavoli esteri”.

Bersani ha poi denunciato il pericolo della propaganda di Berlusconi che ‘sta sulla faccia della soluzione e non sul problema, come ad esempio per la Campania, dove bisogna dire che c’è un ‘problema micidiale’, non piuttosto, ‘faccio un miracolo’. L’insufficienza delle soluzioni secondo questo governo è sempre colpa di qualcuno e inalberano ulteriormente le questioni. Anche nel dramma del Veneto alluvionato adesso denuncia: il Veneto è abbandonato… ma se hai tutto tu! Un bel capolavoro ha fatto Berlusconi in questi mesi: massacrare la scuola e aumentare la spesa corrente. Se c’è una crisi, questa può far venire meno dei concetti basici di solidarietà: prima salviamo quelli e poi il resto. Anche nelle amministrazioni, se ci sono i tagli, i soldi devono andare prima ad una cooperativa di disabili ad esempio e poi al resto. Questo siamo noi, questo è il Pd”. Insomma c’è ben altro da fare: “Andiamo al soccorso del lavoro, dell’impresa, delle famiglie a basso reddito –ha dichiarato Bersani – perché con la crisi, abbiamo perso più degli altri, ma rimontiamo meno. L’Europa ci dice che abbiamo il debito più alto. Chi arriva dopo qua è in macello, come al solito.. – ha detto ironicamente riferendosi alle due volte in cui il centrosinsitra ha vinto e ha dovuto rimettere in sesto le finanze pubbliche massacrate dalla destra”.

Berlusconi si dimetta. No ribaltoni ma una ripartenza. “Il Paese sta andando alla deriva e noi diciamo: Berlusconi si dimetta, e chi l’ha criticato, stacchi la spina. Perché? Non ha curato la crisi economica, c’è crisi nella maggioranza di governo e siamo avvitati a problemi inutili. Non vogliamo ribaltoni del Paese, ma una ripartenza. Chiunque ha responsabilità e possibilità se le prenda, noi abbiamo chiarito qual’ è la nostra disponibilità. Noi stiamo lavorando per un progetto alternativo al centro-destra e ci stiamo muovendo sul lato dei contenuti: lavoro, legalità e regola e civismo. Ci vogliono: politiche industriali e della ricerca, precariato, scuola università, federalismo, insomma forze di un centrosinistra di governo. Al di la di queste mosse politiche noi abbiamo voluto questa iniziativa del porta a porta che significa la presenza del Pd nei luoghi della gente, per dirgli cosa proponiamo. Una grande iniziativa capillare ed estesa in tutto il Paese. Dobbiamo avere la capacità di muoverci!”

“A Torino ho parlato facendo partire il discorso dal mezzogiorno per creare una grande forza riformatrice. Ed ora devo chiedere a voi se siete d’accordo per fare l’11dicembre a Roma una grande manifestazione nazionale”, ha chiesto il Segretario alla platea, che ha risposto con un lunghissimo applauso di consenso.

“Bene, allora è deciso così e la faremo per la democrazia e il lavoro e per dare solidarietà ad un Paese sbandato. La giornata di oggi ci dice che possiamo far vivere con orgoglio del Pd e senza il nostro progetto ci si tiene Berlusconi o il berlusconismo. Quindi chiediamo un rapporto amichevole alle forze politiche e anche sociale. Dobbiamo trovare una chiave di collaborazione. Basta tatticismi e autolesionismi, mettiamoci coraggio. Anche alla Lega dico basta ipocrisie, non mi si dica Roma ladrona se state con chi ha fatto le cricche. Non mi si dica federalismo o autonomie, fanno da badante a Berlusconi per prendersi l’eredità sono il sottovaso di Berlusconi e aspettano”.

“Chiudo dicendo che abbiamo una certa idea di partito e come dovremmo costruirlo. È una occasione di crescita del partito, una battaglia fatta così. Noi non accettiamo di raccontare favole agli italiani, politica significa avere un progetto alternativo, perché corre l’ide che la politica è uguale. Perché la differenza c’è noi la dobbiamo considerare. Chi dice che non c’è differenza tra noi e il PDL tira acqua a Berlusconi. Impegniamoci tutti perché il futuro è cruciale e non intendo giocarmelo tra quattro mura: mettiamoci fiducia e ottimismo si capirà che siamo preoccupati dell’Italia e vogliamo dare un cambiamento vero al Paese”.

Anto.Pro -Ma.Lau.
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