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"Chi sono, e cosa vogliono, i lavoratori della conoscenza", di Roberto Ciccarelli

Sergio Bologna a “Molecole”: siamo in presenza di una generazione iperpreparata, è il mercato che non ha nulla da offrirle. Il problema di questo miserabile capitalismo italiano è che non abbiamo mecenati interessati alla ricerca e allo sviluppo.
“Abbiamo difeso il lavoro altrui, noi che operai non eravamo – ha scritto recentemente –. Oggi dobbiamo difendere il lavoro cognitivo, il nostro lavoro, il lavoro intellettuale, più disprezzato e umiliato di quello manuale”. Con questa convinzione, Bologna segue da tempo le attività di Acta, l’associazione dei consulenti del terziario avanzato ( www.actainrete.it ), collaborando alla stesura del ” manifesto del lavoro autonomo “. “Come molte altre associazioni in Inghilterra o negli Stati Uniti – spiega – Acta, per la quale curo i rapporti internazionali, denuncia le forti disparità di carattere previdenziale, fiscale, informativo e culturale del lavoro della conoscenza indipendente rispetto al lavoro dipendente e chiede nuove forme di welfare”.

Chi sono oggi i lavoratori della conoscenza?

C’è un po’ di confusione su questa espressione. Sono ormai molte le categorie ad usarla. I lavoratori della scuola e dell’università, ad esempio, gli avvocati, gli architetti, gli ingegneri, i notai, i pubblicitari, i traduttori. Lavoratore della conoscenza è la traduzione italiana di knowledge worker che è stata probabilmente coniata dal padre della teoria del management Peter Drucker negli anni Cinquanta. Oggi chi usa l’espressione “lavoratori della conoscenza” prova a definire in maniera più concreta la realtà in cui si trova.

Per quale ragione attribuisci a questi lavoratori un ruolo di primo piano nella nostra società?

Sono le cifre a dirlo. Mi riferisco ad una ricerca sui lavoratori della conoscenza presentata qualche tempo fa all’Assolombarda. Confrontato con il dato europeo e statunitense l’incidenza di quello che può essere chiamato “lavoro di conoscenza” raggiunge in Italia la pur ragguardevole percentuale del 41,49 per cento sulla forza lavoro occupata nel 2005, a fronte del 48,19 per cento in Germania e del 52,17 per cento in Gran Bretagna. Pur non condividendo del tutto i criteri di classificazione usati, il rapporto indica le caratteristiche che questi lavoratori offrono sul mercato: idee, beni immateriali, capacità relazionale, competenze.

L’istruzione ha un ruolo fondamentale per i lavoratori della conoscenza. Perché da vent’anni si continua a tartassarla con riforme che peraltro non sembrano funzionare?

Perché è stato deciso che la scuola e l’università non devono più dare una formazione completa ai giovani. Sbaglia chi pensa che bisogna dare più formazione ad un capitale umano non qualificato. E’ vero l’opposto: siamo in presenza di una generazione iperpreparata, mentre è il mercato ad essere dequalificato e non ha nulla da offrirle. Le riforme dell’università badano solo ai costi della formazione e su questi hanno modellato gli ordinamenti degli studi. Il processo di Bologna che le ha diffuse in tutta Europa è l’applicazione meccanica del modello americano. C’è una differenza, però. In Italia sono pochi i privati disposti a finanziare la ricerca. Da chi vai a chiedere soldi? Da Benetton? Della Valle? A quelli interessa sponsorizzare opere d’arte per valorizzare il proprio marchio. Quello che in Italia non si capisce è che negli Stati Uniti il 40 per cento del personale universitario è composto da fund raiser. Il problema di questo miserabile capitalismo italiano è che non abbiamo mecenati interessati alla ricerca e allo sviluppo. La ricerca dei privati si è tradotta nella caccia ai fondi pubblici superstiti e ai finanziamenti europei.

Dall’università, dai servizi, dalla scuola, dalle professioni giungono richieste di diritti essenziali e di sostegno al reddito. Una coincidenza?

Questo fenomeno si spiega con il fatto che il valore di mercato delle competenze dei lavoratori della conoscenza sta crollando. Il valore del loro lavoro si è svalutato molto di più di quello manuale. Prendete le tariffe orarie dell’uno e dell’altro e lo vedrete. In Italia chi ha una competenza dà fastidio. Quello che si cerca è una flessibilità esasperata che impone pagamenti inverosimili. Se finora questa situazione è stata sopportata senza eccessive proteste è perché la situazione di mercato era tollerabile. E’ facile prevedere che la crisi attuale, provocata da quella che Galbraith ha chiamato “economia della truffa”, porterà a situazioni di esasperazione e di totale sfiducia nelle istituzioni. La stessa svalutazione è presente nel lavoro dipendente. Dal 1992 in Italia c’è stata una stagnazione dei salari reali e in alcuni casi anche di quelli nominali.

Che rapporto ha il precariato con questa situazione?

La sua improvvisa visibilità è dovuta al fatto che la Confindustria, i partiti e il governo si sono resi conto che i contributi di milioni di precari sono fondamentali per finanziare la cassa integrazione da cui dipende la stabilità sociale in Italia. Senza questo ammortizzatore sociale arriveremmo al 12 per cento di disoccupati. Il modo in cui è amministrato il Fondo della Gestione Separata INPS alla quale si devono iscrivere i co.co.pro e i lavoratori autonomi è uno scandalo, che noi come ACTA continuiamo a denunciare e che i sindacati continuano a coprire. E’ questo che fa incazzare la gente. Questo accade perché abbiamo una rappresentanza politica, sindacale, associativa che non è interessata alle questioni vitali delle persone. Penso però che la democrazia corra un pericolo ancora più grave.

Quale?

Il disinteresse per il bene comune, la privatizzazione selvaggia che i milanesi conoscono bene, la mancanza di regolamentazione del mercato. Il pericolo non lo vedo tanto in un’organizzazione istituzionale, quanto nell’abitudine a dare una delega a chi fa politica di professione, come ha fatto fino ad oggi la sinistra, oppure a darla ad uno solo, come fa la destra. Bisogna convincere la gente ad uscire dalla passività e a difendere i propri diritti senza delegarli a terzi.

In tempi di antiberlusconismo credi che questo sia possibile?

Penso che l’antiberlusconismo sia di una sterilità mortale perché aumenta la passività, non la risolve. Il giustizialismo è un’aggravante. I magistrati più intelligenti lo sanno: pensare di rovesciare Berlusconi con la loro supplenza è la prova che la democrazia è in crisi. A chi pensa di affidare alla magistratura, o a Gianfranco Fini, la soluzione dei nostri problemi, rispondo: dov’era Fini durante le giornate del G8 di Genova? E che cosa ha deciso la magistratura su quei fatti? L’antiberlusconismo è l’ultima dimostrazione dell’incapacità della borghesia italiana di sviluppare un pensiero radicale e democratico della trasformazione. Il primo a dirlo è stato Gramsci. In questo paese nel dopoguerra lo ha fatto il proletariato. Una capacità che è andata persa dopo che la sinistra ha sciolto le sue strutture.

E’ possibile ricominciare? E da dove?

La forza motrice della resistenza sono le donne che oltre a lavorare, hanno un ruolo riproduttivo e di cura nella società. Per questo sentono di più il peso della crisi e reagiscono meglio. Non hanno una mentalità individualista, sanno che per ottenere qualcosa bisogna associarsi. Le donne sono una garanzia per la democrazia di questo paese.

Da alcuni anni parli di “coalizione”. Che cosa intendi precisamente?

Per coalizione non intendo un’organizzazione ma lo sviluppo di un atteggiamento soggettivo tra le persone affinché si associno con altri e rivendichino i propri diritti. La democrazia, come ha scritto Karl Polány, non è un sistema di governo, ma una forma ideale di vita. In Italia ci sarebbe spazio per creare una coalizione tra i vari tronconi del lavoro autonomo e precario per conquistare insieme certi diritti universali. I professionisti indipendenti possono dire ai giovani cos’è il mercato oggi, mentre i precari possono insegnare ai lavoratori autonomi a non chiudersi in un rivendicazionismo corporativo.

E il rapporto con i sindacati?

Con i sindacati bisogna dialogare, gli si deve però chiedere di abbandonare l’idea di aumentare gli oneri contributivi del lavoro autonomo e precario. Queste categorie sociali subiscono già una forte discriminazione sul piano delle prestazioni dello stato sociale. Dire che con l’aumento dei contributi si limita il ricorso ai contratti “atipici” è una bugia, la storia di questi anni lo dimostra.

www.molecoleonline.it

Napolitano premia l'oncologa Licitra

È responsabile della struttura per il trattamento medico dei tumori testa e collo dell’Istituto nazionale dei tumori. Oggi possiamo accendere una nuova luce sul cancro, per renderlo sempre più curabile: è questo il messaggio della tredicesima edizione della Giornata per la Ricerca organizzata dall’ Airc (Associazione italiana per la ricerca sul cancro) che si è aperta con la tradizionale cerimonia al Quirinale. Il presidente Napolitano, come da tradizione, prima di concludere la cerimonia con un suo messaggio, ha consegnato il premio FIRC Guido Venosta per nuovi approcci terapeutici alle neoplasie a Lisa Licitra, oncologa dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano. Licitra è la responsabile della struttura per il trattamento medico dei tumori testa e collo dell’Int, centro di riferimento per la cura e la ricerca clinico-scientifica nell’ambito dei carcinomi del distretto cervico-facciale. «Il premio viene assegnato a uno scienziato che si sia particolarmente distinto nello sviluppo di approcci innovativi alla cura dei tumori» sottolineano dall’Airc. Un riconoscimento che vuole richiamare l’attenzione pubblica sull’incoraggiante realtà che la ricerca oncologica non significa solo prospettiva di una futura vittoria sul cancro, ma i suoi risultati sono nel presente, tradotti ogni giorno in strumenti sempre più efficaci per curare chi sta soffrendo ora.
TUMORI DI TESTA E COLLO – Tre persone su quattro non sanno neppure cosa sono. Per questo per le neoplasie del distretto cervico-facciale si fa poca prevenzione e il tasso di mortalità è alto. «Conoscere questi tumori significa anche prevenirli con un corretto stile di vita, evitando fumo e alcol che sono i principali responsabili – aveva detto a Sportello Cancro Lisa Licitra commentando uno studio europeo che sottolineava come il 75 per cento degli intervistati non sia neppure a conoscenza di queste forme di cancro -. O intervenire con una diagnosi precoce, che può salvare la vita». Mentre, purtroppo, i tumori di testa e collo vengono spesso riscontrati in uno stadio avanzato, quando i pazienti possono già presentare lesioni secondarie o metastasi, e sono più difficili da curare. Si tratta di neoplasie relativamente poco frequenti ma spesso aggressive, che interessano l’area testa e collo (rinofaringe, orofaringe, cavo orale, ipofaringe, laringe, seni paranasali), le ghiandole salivari e la tiroide, per le quali è fondamentale avere un approccio multidisciplinare, che coinvolga cioè chirurgo, radioterapista e oncologo medico per garantire al paziente la strategia di cura più adeguata. «Sebbene si tratti di neoplasie rare – si legge sul sito dell’Int – siamo attivamente coinvolti in numerosi protocolli di ricerca a livello nazionale e internazionale che permettono ai Pazienti di poter accedere ai migliori trattamenti disponibili e con i farmaci più innovativi in relazione al tipo di malattia di cui sono affetti».

PREMIO CREDERE NELLA RICERCA – Inoltre, Napolitano ha consegnato il premio Airc “Credere nella Ricerca”, attribuito a un ente o persona che si è particolarmente impegnata nel sostenere la ricerca sul cancro. Fin dalla sua istituzione nel 2001, il premio è stato destinato a personalità diverse: Sophia Loren, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, Rai, SISAL, Isabella Ferrari e Ferzan Ozpetek e Antonella Clerici. Quest’anno il riconoscimento è stato dato a Intesa Sanpaolo, «per aver creduto fortemente nell’impegno di Airc a sostegno dei giovani ricercatori, della loro libertà e creatività. E per aver contribuito a creare un vivaio di talenti che oggi possono formarsi e crescere e che domani saranno leader di progetti innovativi e competitivi. Questo attestato di fiducia mette le basi della ricerca del futuro». Intesa Sanpaolo, da oltre dieci anni, è partner principale della campagna “L’Azalea della Ricerca”, l’iniziativa che permette all’associazione di entrare in contatto con la collettività attraverso la distribuzione nelle piazze di piantine d’azalea. Nel 2005 Intesa Sanpaolo ha deciso di ampliare il suo impegno sostenendo due progetti quinquennali condotti da giovani ricercatori. Grazie al suo contributo sono attive due start-up, unità di ricerca indipendenti, coordinate da giovani scienziate: Francesca Ciccarelli presso l’Ifom-Ieo Campus di Milano e Irma Airoldi presso l’Istituto Gaslini di Genova. Il premio 2010 è poi stato attribuito a Fondazione Nando Peretti «per la particolare sensibilità mostrata verso i problemi dell’infanzia, che l’ha portata a condividere con Airc l’impegno nella ricerca sui tumori rari nei bambini. La Fondazione ha sostenuto per cinque anni ricerche volte a migliorare sensibilmente le possibilità di cura di questi bambini grazie alla messa a punto di protocolli terapeutici sempre più efficaci».

Il Corriere della Sera 06.11.10

"Ma le escort sono salve", di Elena Loewenthal

Da domani battere il marciapiede o il ciglio della provinciale sarà più difficile e soprattutto più rischioso. In strada, beninteso. Perché se si è professioniste del più antico mestiere del mondo al calduccio della casa propria o altrui, da domani non cambierà proprio nulla. Per non parlare di quella ormai larga fetta di prestazioni erotiche che si avvalgono della rete e che, in virtù della liberalizzazione di segno opposto per il web, saranno agevolate invece che intimidite dalla stretta governativa.

La quasi ovvia considerazione che ne consegue è che tutto diventa più semplice se ci sono di mezzo i soldi. Bastano infatti un po’ di dimestichezza con il computer per «ottimizzare» il contatto con la clientela, un letto sotto e un tetto sopra la testa, per prostituirsi in santa pace. Senza dover temere quel foglio di via che da domani sarà elargito rigorosamente alle prostitute in flagranza di reato. Cioè, sempre che il reato ci sia. Cioè, solo se il mercimonio è esercitato in un Comune in cui il sindaco abbia emesso un’ordinanza che ne vieta l’esercizio – su strada. Se l’ordinanza c’è, da domani potrà partire il foglio di via. Ma mica per tutte, beninteso. Solo per le straniere. In primis extracomunitarie, poi anche le straniere d’Europa, per le quali l’espulsione è pressoché simbolica, vista la libera circolazione di merci e persone in vigore.

In sostanza, il provvedimento è una bislacca sequenza di discriminazioni: è riservato ai Comuni provvisti di ordinanza (non è difficile prevedere una fulminea mappatura del nostro territorio, con indicazione dei Comuni sì e Comuni no). Riguarda solo la prostituzione di strada, quella che fa chi non ha le risorse per esercitare sotto un tetto. Punisce soltanto le prostitute straniere, e stabilisce una disparità di trattamento fra chi arriva da lontano e chi da vicino. Infine, ma non certo perché si tratti di una quisquilia, mette in secondo piano il cliente. Colui che, per dirla in parole povere, fa girare il mercato.

Qui casca l’asino. A fagiolo e con un tempismo grottesco, vista la ribalta mediatica di cui in questi giorni gode (si fa per dire) l’«utilizzatore finale» (in senso astratto). Ma anche perché se nell’ormai arenato disegno di legge Carfagna le sanzioni contro la prostituzione prevedevano l’arresto o la multa per il cliente, nell’urgente provvedimento di oggi questo capitolo compare in secondo piano. Potrebbe diventare punibile sulla strada, ma non in quella comoda intimità del web di cui si avvalgono fornitrici di servizi provviste di casa e/o entrature in discoteche vip, e fantasmatici consumatori. Per loro, da domani sarà tutto ancor più facile di quanto già non fosse prima.

La Stampa 06.11.10

"L'Abuso di potere", di Andrea Manzella

Il peggior nemico dell´attuale governo è il suo stesso premier. È lui il primo fattore della generale paralisi, denunciata da sindacati e produttori. E che aggrava “la fatica a crescere” del Paese come dice la Banca d´Italia. Lo stesso “federalismo fiscale” – che è diventato una specie di patto di sopravvivenza con i leghisti – è finora solo un castello di pezzi di carta: senza le cifre che contano e che non si possono determinare nell´incertezza del percorso di ripresa economica.

La legislatura oscilla tra immobilismo e confusione, come al Palio di Siena quando il mossiere non trova il momento buono per la partenza.
Vi è una causa che rende impossibile l´allineamento della sua stessa maggioranza. Ed è non solo e non tanto nella chiave giuridica di sospensione dei processi penali del premier, quanto nella recidività della sua condotta in border line con ogni norma. Quando un barlume di compromesso si intravede, è lui stesso a spegnerlo con nuovi “casi” personali. La Corte costituzionale, con tanta buona volontà, ha detto da anni che, con legge di revisione, si può tutelare l´interesse al “sereno svolgimento” delle funzioni proprie alle più alte cariche dello Stato. Ed ecco che la “serenità” dell´istituto presidenza-del-consiglio non è rotta dall´esterno per interventi giudiziari. Ma dall´interno con pratiche e giustificazioni di pubblico libertinaggio, di omofobia, di sviamento di indagini di polizia, di linguaggio blasfemo.
Non sono cose che si possono fare senza incorrere in responsabilità. Basta leggere la Costituzione al semplicissimo art. 54: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con onore”. Quando, in epoche non sospette, i giuristi l´hanno interpretato, hanno scritto che “onore” è parola che riassume le regole di buon costume politico e sociale, le tradizioni di comune rispetto per le religioni, gli orientamenti sessuali, il colore della pelle degli “altri”. Sono valori che ritroviamo oggi nella Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea. Violarli significa perciò fare atto non solo anti-italiano ma anche anti-europeo.
La mancanza del “senso dell´onore” – si scrisse ben prima del 1994 – significa la rottura di “norme di etica politica che non sono disponibili: nel senso che non possono essere lasciate al libero apprezzamento dei soggetti politici”. Perché appartengono alla dignità non del singolo, che vi rinuncia, ma della Repubblica che ne è, temporaneamente, rappresentata. E si scrisse ancora che l´offesa all´”onore” repubblicano si verifica anche per “ipotesi che riguardano la sfera privata” di chi svolge in “affidamento” (come dice la Costituzione: cioè non in “proprietà”) funzioni pubbliche.
Certo, ci possono essere comportamenti disonorevoli che non provocano immediate sanzioni giuridiche, ma soltanto riprovazione sociale: nazionale e internazionale. La stessa responsabilità istituzionale può incontrare difficoltà ad essere fatta valere con una sfiducia parlamentare pura e semplice, di portata politica generale. Basti pensare all´estrema fluidità della attuale situazione alle Camere (più sull´orlo di una crisi di nervi che di voti); alla perdurante pericolosità della nostra situazione economico-finanziaria.
Ma le responsabilità del premier possono essere sanzionate in altro modo. Dalle viscere della nostra esperienza costituzionale può venir fuori un altro rimedio per ristabilire il decoro nazionale. Un rimedio che, senza ricorrere a sentenze di giudici, inibisca, per censura personale all´attuale premier, la prosecuzione delle sue pubbliche funzioni. È la conventio ad excludendum, una “convenzione” politica di esclusione.
I paragoni valgono per quel che valgono gli strumenti oggettivi che richiamano: non certo per le situazioni e i protagonisti (oggi, di opposta caratura etico-politica). Ma sarebbe il riadattamento di quello strumento che per decenni impedì ai comunisti di partecipare al governo, pur prendendo una marea di voti. Il suo fondamento costituzionale era nella concezione di democrazia delle libertà che è propria della nostra Legge fondamentale. Il legame ideologico e organizzativo con l´impero sovietico negava, di per sé, che questa concezione potesse essere la stessa. Così il Pci – nonostante il suo decisivo contributo alla approvazione e alla attuazione della Costituzione repubblicana e alla tenuta degli equilibri profondi del Paese – era escluso dai governi. Un rifiuto che non si affidò, come altrove, a clausole di sbarramento elettorale né a decisioni di tribunali costituzionali. Ma fu un accordo di natura politica, di fatto.
Anche l´attuale premier ha avuto (e probabilmente conserva) una marea di voti. Anche lui vanta qualche merito politico nel suo passato. Ma oggi la incompatibilità alla presidenza del consiglio deriva semplicemente dalla abituale trasgressione del dovere costituzionale d´”onore” nei suoi compiti pubblici. Trasgressioni che provocano, a catena, sperpero di tempi politici, arresto di efficacia e di credibilità nell´azione di governo.
La confusione tra libertà e libertinaggio; la contemporanea rivendicazione di una propria privacy e l´offesa alla “privacy” degli altri (specie dei minori) con deteriori “stili di vita” propagandati come esemplari per l´intera Nazione; la palese ansia di complicità e di connivenze populiste nel banalizzare e normalizzare strappi comportamentali che nella stragrande parte di mondo non sono né banali né normali. Tutto questo non è in contrasto con una morale tipizzata o religiosa: è in contrasto con il laico modo di intendere le pubbliche funzioni nella Costituzione e nell´intera Unione europea. Non è una condanna moralistica o di costume. Ma una constatazione oggettiva. Come un macchinista ubriaco non può condurre un treno, così un premier sregolato non può guidare una Nazione. Nell´un caso e nell´altro non sono le condizioni personali che preoccupano, ma le loro ricadute sul diritto della collettività al buon governo della cosa pubblica.
Per questo, un accordo politico di tutti, o della maggior parte di tutti, troverebbe il suo fondamento costituzionale nella regola che impone un “onorevole” esercizio delle funzioni della Repubblica. Sarebbe una sfiducia “personale”: ricostruttiva della soglia di decenza della politica, prima ancora che un accordo su comuni principi di azione pubblica nell´emergenza. Sarebbe, per singolare contrappasso, una intesa ad personam, per la prima volta conclusa contro di lui. Ma nel pubblico e non nel privato interesse.

La Repubblica 06.11.10

"Wi-Fi più libero, ma non tanto" di Alessandro Gilioli

Dopo cinque anni e quattro mesi, se tutto va come formalmente promesso dal ministro degli Interni Roberto Maroni, le norme che hanno soffocato la Rete senza fili in Italia (il cosiddetto decreto Pisanu) saranno modificate: niente più richiesta di un documento d’identità cartaceo per accedere all’Wi-Fi nei locali pubblici, niente più obbligo dei gestori di chiedere l’autorizzazione in questura per fornire il servizio (mentre resta ancora in dubbio se questi dovranno in qualche modo archiviare la navigazione on line dei loro clienti, come avviene ora).

Non sarà tuttavia, come ha invece sostenuto Maroni, una vera liberalizzazione. Secondo il governo e la maggioranza infatti, bisogna «contemperare le esigenze della libera navigazione con quelle della sicurezza», come spiega il responsabile Internet del Pdl Antonio Palmieri a ‘L’espresso’: quindi «si studierà un modo per identificare i dispositivi attraverso i quali le persone si connetteranno» alla Rete senza fili da locali pubblici.

Che cosa significa questo? Ancora non si sa: «Ci sono due mesi per trovare un sistema (la legge attuale scade a fine anno e non verrà prorogata, ndr) quindi ne discuteranno i tecnici dei ministeri (Interni, Innovazione e Sviluppo economico) insieme alla Polizia postale, poi ci sarà il confronto politico sul disegno di legge in Parlamento», dice Palmieri.

L’ipotesi più probabile , secondo quanto si dice da settimane, è che si vada verso un sistema di identificazione via sms: l’utente immette on line il proprio numero di cellulare e a quel punto riceve una password con cui può accedere alla Rete. Un metodo in verità già parzialmente utilizzato anche oggi, grazie a una circolare che consente questa forma di ‘aggiramento’ della vecchia norma.

Quindi non cambierà nulla, di fatto? «Non è vero, cambierà molto», risponde Palmieri. «Intanto si fa piazza pulita di tutte le carte e di tutte le burocratizzazioni che finora hanno caratterizzato quasi ovunque la navigazione Wi-Fi. Poi verrà meno l’obbligo per il gestore di chiedere l’autorizzazione alla questura».

Ad ogni modo, precisa il responsabile Internet del Pdl (che ha lavorato per mesi verso questa soluzione) «non si può ancora dire con precisione quali saranno le modalità pratiche di accesso all’Wi-Fi pubblico. Saranno il più snelle possibile, fatte salve le esigenze di identificazione per ragione di sicurezza. E’ un robusto passo in avanti».

Curioso tuttavia che queste «esigenze di identificazione», motivate con ragioni di prevenzione antiterrorismo, non vengano avvertite in tutti gli altri Stati occidentali dove la navigazione senza fili è libera, sebbene ci siano stati casi molto significativi di attentati, a partire dagli Stati Uniti.

La soluzione partorita dal Consiglio dei ministri è probabilmente un compromesso tra Maroni (riluttante alla liberalizzazione) e Brunetta (che invece spingeva in questo senso), con il responsabile dello Sviluppo Economico Paolo Romani in mezzo. Non si ha notizia della posizione di un quarto ministro che pure dovrebbe essere interessato alla vicenda, quello del Turismo Maria Vittoria Brambilla. Infatti, come noto, i ‘posti di blocco’ che attualmente sono piazzati attorno all’Wi-Fi costituiscono una notevole scomodità per gli stranieri, che quando arrivano in Italia e scoprono di non potersi collegare alla Rete con il proprio pc da un bar restano di sasso. Tra l’altro, il sistema di identificazione via sms rischia di escludere proprio gli stranieri: infatti, non essendo i loro numeri direttamente riconducibile a un’identità, non possono ricevere la password per navigare.

Anche questo è un punto complicato che governo e Parlamento sono chiamati ad affrontare in vista della sostituzione del decreto Pisanu con nuove norme. Limitarsi a eliminare quelle vecchie – illiberali e dannose per l’innovazione del Paese – sarebbe stato molto più semplice e molto più civile. Infatti non l’hanno fatto.

da L’Espresso

Oltre all'emergenza, subito un piano per la riqualificazione del territorio

Dichiarazione del segretario Bersani sul maltempo in Veneto: “il governo intervenga non solo dichiarando l’emergenza. Basta interventi di propaganda”. Il Segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani, ha chiesto al Governo di intervenire immediatamente non solo con la dichiarazione dello stato di emergenza per superare la drammatica situazione venutasi a creare per colpa del maltempo e del dissesto del territorio in Veneto e in altre regioni.

“Il bilancio dei danni è decisamente allarmante. Il Governo – ha dichiarato Bersani – deve assumere immediatamente su di se questa emergenza destinando risorse straordinarie a questi territori e programmando, anche su scala nazionale, una serie di interventi strutturali capaci di riqualificare il sistema idrogeologico oggi ancora al di sotto degli standard di sicurezza.

Oltre alla doverosa ed immediata gestione dell’emergenza, che deve essere reale e non soltanto di stampo propagandistico come accaduto con il terremoto dell’Aquila e con i rifiuti in Campania, serve un piano di messa in sicurezza dei territori: un impegno prioritario per le nostre comunità e per lo sviluppo del nostro Paese.

Il Governo è, infatti, chiamato a restituire il diritto ad una vita normale alle migliaia di famiglie sfollate in Veneto, a porre rimedio agli ingenti danni che questa Regione ha subito a tutti i livelli e a garantire immediatamente certezze anche a tutti gli artigiani, piccoli imprenditori, commercianti che vedono a rischio le loro attività.

In queste ore – ha concluso il leader del Partito Democratico – è in corso l’esame degli emendamenti alla Legge di Stabilità, l’ex Finanziaria: queste è la sede ideale per dimostrare concretamente come si voglia aiutare il Veneto ed il Paese; il nostro gruppo ha chiesto subito di avere informazioni certe sui danni di questi giorni e sta preparando una mozione. Al di là dello stato di emergenza e delle risorse immediate per il Veneto e le altre zone alluvionate, noi chiederemo la copertura di un piano complessivo di interventi di riqualificazione e potenziamento del sistema idrogeologico del nostro Paese che ci consenta di non dover rincorrere, anno dopo anno, continue e sempre più drammatiche situazione di emergenza. Anche dal punto di vista economico, in una fase di crisi e ristrettezze, è molto meno oneroso, con un pizzico di lungimiranza che questo Governo dimostra anche in questo caso di non avere, potenziare la rete esistente, sostenendo anche il prezioso lavoro dei Consorzi, piuttosto che dover continuare ad affrontare emergenze. In questo senso anche i media nazionale sono chiamati a prendere piena coscienza di quanto sta accadendo in Veneto e nel resto del paese denunciando, a chiare lettere e con la giusta intensità, tutta la drammaticità della situazione”.

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“Sugli effetti disastrosi dell’alluvione che ha colpito 5 regioni occorre non perdere più tempo, esistono i piani per la prevenzione e messa in sicurezza che le Regioni e le Autorità di bacino hanno predisposto da tempo: quello che manca sono le risorse.”

Lo ha dichiarato Raffaella Mariani, capogruppo Pd della commissione Ambiente della Camera.
“Non vogliamo perdere altro tempo – ha proseguito Mariani – in discussioni su prevenzione e pianificazione, si dia immediatamente il segnale che risorse consistenti saranno destinate per ripristinare la normalità nei territori colpiti e per aiutare economicamente cittadini ed imprese. In questi mesi non siamo riusciti a disporre dei 900 milioni che il Piano straordinario nazionale aveva destinato al dissesto idrogeologico a seguito degli alluvioni del 2009, ma non sarà accettabile vedere quegli stessi 900 milioni riproposti come soluzione ai nuovi danni”.

www.partitodemocratico.it

Napolitano: «Il paese soffre», di Dino Pesole

Il paese sta soffrendo di «gravi fibrillazioni e incertezze, politiche e istituzionali». Ne è ben consapevole Giorgio Napolitano, che tuttavia guarda con fiducia al senso della missione e all’operosità che guidano ogni giorno «un gran numero di italiani», siano essi persone o soggetti collettivi. Si tratta di una grande risorsa, «una garanzia di coesione e vitalità della nostra nazione, che ci induce a guardare in questi momenti difficili con rinnovata fiducia al futuro».
È il giorno in cui si celebra al Quirinale la giornata nazionale per la ricerca sul cancro. Napolitano ascolta gli interventi del ministro della Salute, Ferruccio Fazio, del professor Umberto Veronesi, del presidente dell’Airc Piero Sierra e del maestro Michelangelo Pistoletto. Poco prima, la consegna dei premi «Credere nella ricerca ad Andrea Beltratti, presidente del Consiglio di gestione di Intesa San Paolo (da oltre dieci anni partner principale della campagna «L’Azalea della ricerca») e alla Fondazione Nando Peretti (si veda il servizio a pagina 30).
«Abbiamo bisogno dell’impegno degli uni e degli altri», esordisce Napolitano, di quanti credono nella ricerca praticandola con passione e «rendendola possibile con generosità». Pur in tempi di gravi ristrettezze di bilancio e di tagli alla spesa corrente, occorre saper distinguere, e Napolitano condivide a pieno quanto poco prima ha sostenuto il ministro Fazio: anche e soprattutto in tempi di crisi c’è bisogno di continuare a investire nella ricerca, anche attraverso una sinergia tra finanziamenti pubblici e privati. Un invito indiretto, dunque, che il capo dello Stato rinnova al governo, proprio in queste ore alle prese con la selezione degli interventi e delle risorse da inserire direttamente nel testo della «legge di stabilità», in discussione alla Camera. Del resto, che l’investimento in ricerca e in innovazione sia strategico per il futuro del paese è necessità generalmente condivisa. Basta guardare a quel che stanno facendo altri paesi a noi vicini. Sull’argomento, Napolitano ha detto la sua più volte, da ultimo nel messaggio inviato lo scorso 24 settembre al presidente di Confindustria Emma Marcegaglia: per il pieno superamento della crisi e una ripresa stabile e sostenuta del processo di crescita «è necessaria la mobilitazione di tutte le risorse umane e materiali di cui dispone l’Italia», in particolare nel sud del paese, valorizzando il capitale umano «e investendo – nel rispetto dei necessari equilibri di bilancio – sull’istruzione, sulla ricerca e sull’innovazione».
Il clima di grave e persistente tensione e incertezza che domina lo scenario politico non aiuta certo a immaginare soluzioni di medio periodo. L’accenno di Napolitano alle «fibrillazioni» che da mesi investono la politica e le istituzionali per gli effetti dello strappo consumatosi con i finiani è eloquente. Dal Colle il capo dello stato segue con preoccupazione l’evolvere della querelle politica quotidiana, ora riesplosa con il «caso Ruby». Napolitano resta però fermamente convinto che ovunque, in giro nel paese, vi siano realtà in cui lavoro quotidiano incoraggia ad avere fiducia nel futuro.
«Ci conforta il fatto che fondazioni e associazioni come le vostre, presidente Sierra e maestro Pistoletto, e ciascuno di voi, studiosi, ricercatori, operatori della sanità a ogni livello e anche in divisa da ministro, portate con fermezza e continuità la vostra missione». Come dire che, in questo come in molti altri campi, il paese reale cammina, mentre la politica è in affanno e distante. Oggi – si legge nel messaggio-manifesto dell’Airc – possiamo accendere una nuova luce sul cancro, per renderlo più curabile. È una delle strade è appunto «curare con la ricerca». Quel che serve – ripete Napolitano in un’intervista a Tv7 – è un’Italia che funzioni come sistema paese e che «non dia adito a dubbi sulla sua tenuta e sulla sua stabilità».

Il Sole 24 Ore 06.11.10