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"Governatore e ministro: le vite parallele", di Luigi La Spina

Qualche volta le occasioni capitano. Ma, più spesso, si scelgono. L’ultima applicazione di questa regola l’ha dimostrata, ieri, il governatore della Banca d’Italia, con la sua lezione magistrale all’università di Ancona. Mario Draghi, infatti, ha approfittato del convegno in onore di Giorgio Fuà, il grande studioso italiano dedicatosi soprattutto ai problemi dello sviluppo, per un discorso che ha superato i tradizionali limiti dell’economia, suggerendo una ampia strategia politica per il futuro dell’Italia.

Con la consueta stringatezza, il governatore è riuscito a condensare in tredici cartelle quasi un programma di governo, di cui l’invito finale, citato per intero, basta a fare capire l’ambizione e la difficoltà della sua proposta: «Dobbiamo tornare a ragionare sulle scelte strategiche collettive, con una visione lunga. Cultura, conoscenza, spirito innovativo sono i volani che proiettano nel futuro. La sfida, oggi e nei prossimi anni, è creare un ambiente istituzionale e normativo, un contesto civile, che coltivino quei valori, al tempo stesso rafforzando la coesione sociale». Il profilo di queste parole, cadute, occasionalmente ma significativamente, in un clima di polemiche dominate da temi che, con un eufemismo, potremmo definire «di minore impegno», fanno pensare che la vera futura partita politica si giocherà, probabilmente, sul campo dell’economia.

Con due protagonisti, Draghi, appunto, e il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che, finora, hanno costruito la loro immagine con certosina sapienza e prudenza. In un duello a distanza che è riuscito in una miracolosa impresa, anzi in due. Quella di tenerli lontani da qualsiasi schizzo di fango proveniente dalle cronache politiche d’oggi, sfruttando con abilità silenzi istituzionali quanto mai opportuni. E quella, forse ancor più difficile, di ingaggiare una tenzone cultural-diplomatica che dura da anni, ma i cui altalenanti andamenti non li hanno, come capita spesso, immiseriti reciprocamente.

La competizione tra via Nazionale, sede della Banca d’Italia, e via XX Settembre, dove è collocato il ministero dell’Economia, è riuscita a svolgersi ben fuori dal ristretto perimetro romano in cui gravitano i due palazzoni. Si è proiettata, infatti, su un palcoscenico mondiale che ha assistito, con divertita ma rispettosa curiosità e, magari, con un pizzico di malizia, al balletto di freddi sorrisi e di gelide battute da parte di due personaggi che, nel frattempo, crescevano nella considerazione internazionale.

Le plutarchiane «vite parallele» di Draghi e di Tremonti si sono fronteggiate anche in una sfida culturale che ha fatto uscire l’economia dal suo tradizionale ambito, fatto di aride cifre e di previsioni statistiche spesso smentite dai fatti. Il governatore, assumendo una carica che l’ha costretto a uscire dagli elitari circuiti finanziari tra i quali era più conosciuto, ha progressivamente allargato il suo sguardo all’interesse per i grandi mutamenti demografici, culturali, sociali, tecnologici avvenuti a cavallo dei due secoli nelle nostre società. Il ministro ha pubblicato una serie di pamphlet filosofico-politici sugli effetti della globalizzazione, culminati, l’anno scorso, con il fortunato saggio «La paura e la speranza» che ha suscitato un acceso dibattito, sia in Italia, sia all’estero

A questa comune propensione di Draghi e di Tremonti all’allargamento delle relative iniziali competenze culturali e professionali verso i campi più vasti dell’intera scienza umana si è unita una bizzarra inversione di ruoli nella pratica quotidiana del loro lavoro. Il governatore, pur non abdicando, naturalmente, ai compiti di severità nel giudizio sul controllo dei conti dello Stato ha sollecitato spesso il ministero dell’Economia e, in generale, il governo nel suo complesso a una maggiore sensibilità e attenzione per i problemi della crescita e della modernizzazione della struttura produttiva italiana. Con una particolare preoccupazione per i giovani, angustiati dalla disoccupazione e della precarietà del lavoro. Appello fondamentale, del resto, anche nella lezione anconetana di ieri.

In questa seconda esperienza ministeriale in via XX Settembre, Tremonti, invece, si è caratterizzato soprattutto come un duro custode della contabilità nazionale, fino al punto di diventare il ministro più inviso e temuto dai suoi colleghi, costretti a dolorosi tagli nei loro budget di spesa. Insomma, Draghi sembra aver invaso i compiti del ministro dell’Economia e dell’Industria (quando non era vacante). Tremonti ha indossato i panni del più arcigno banchiere centrale. Il risultato di questi curiosi intrecci tra due personaggi diversissimi per indole, propensioni culturali, stili di vita, storie professionali e umane li pone, così, in prima fila per la candidatura alla guida del futuro politico della nazione. Per meriti loro, naturalmente. Per demeriti altrui, vista la debolezza della nostra attuale classe politica, anche. Soprattutto perché i tempi di crisi sollecitano un vigoroso e coraggioso piano di riforme economiche. Chissà se sarà proprio dalla scienza che Carlyle definiva «triste» che potrà arrivare ai cittadini italiani, nel prossimo decennio, un po’ di felicità.

La Stampa 06.11.10

"Confindustria e università", di Francesco Sylos Labini

Negli ultimi tempi il quotidiano di Confindustria, il Sole24Ore, ha prestato notevole attenzione alla vicende legate alla riforma universitaria e al ddl Gelmini. Il vicepresidente per l’Education della Confiundustria, Gianfelice Rocca, in un recente articolo su La Stampa ci informa che non si sono per il momento viste sul tavolo riforme migliori e che “ipotizzarle adesso significa in pratica bloccare l’unica riforma concretamente realizzabile. Una riforma che presenta forti punti di contatto anche con quella presentata dal Pd l’anno scorso, a partire dai meccanismi di reclutamento e governance“. Reclutamento e governance sono infatti due punti cardine della riforma Gelmini. Per quanto riguarda il primo, abbiamo visto com’è andata. Nell’indigestione di tagli, si è alla fine capito che si è esagerato e dunque sono stati promessi 9000 posti di professore associato, soprattutto per tranquillizzare i ricercatori, o almeno per dividerli. Tentativo per il momento naufragato per mancanza del vil denaro. Ma anche tentativo maldestro, senza nessuna strategia, né nel breve ma neppure nel lungo periodo, ed improvvisato all’ultimo momento. Per quanto riguarda la governance, siamo sempre in attesa che qualcuno ci indichi un esempio sul pianeta Terra in cui le cose siano organizzate come previsto dal ddl Gelmini. A mio parere, aprire le porte dell’università a non meglio identificati “membri esterni” può portare solo guai e ad una situazione in cui alle solite beghe universitarie si sommeranno interferenze da parte del potere politico (ed anche di Confindustria). Il modello sono infatti le Asl o il CdA della RAI.

Ma i commenti che si leggono sul Sole24Ore sono sempre molto favorevoli al ddl Gelmini. Si sostiene ad esempio che l’approvazione del ddl sarebbe un primo passo per rendere competitivo il sistema universitario italiano. Non c’è dubbio che ci sia un ritardo italiano, testimoniato anche dalla bassa classifica dei primi atenei italiani (Bologna 179, La Sapienza 190, ecc. —). Ma il problema è: si risolvono questi guai con la riforma della governance ipotizzata dal ddl Gelmini? Al lettore attento dovrebbe sorgere infatti un dubbio: e all’università della Confindustria come vanno le cose ? Perché quello è il perfetto esempio della governance tanto propugnata dal Dr. Rocca.

Infatti, nella Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli (LUISS) troviamo come presidente del consiglio di amministrazione Emma Marcegaglia, il direttore è Gianluigi Celli, e nel consiglio di amministrazione ci sono tra gli altri Francesco Gaetano Caltagirone, Luigi Abete e lo stesso Rocca. Con queste premesse e con le risorse che la Confindustria non mancherà di dare alla sua più prestigiosa università vista “l’importanza strategica degli investimenti in formazione avanzata per accrescere la capacità di innovazione del Paese“, ci si aspetterebbe dunque di trovare la LUISS nelle prime posizioni delle classifiche internazionali. Sfortunatamente non è questo il caso. Nella classifica generale del QS World University Ranking non compare tra le prime 600 posizioni. Non va meglio nel settore delle scienze sociali in cui non compare nelle prime 200 posizioni. Insomma, come esempio va piuttosto male. Forse le classifiche internazionali, come ho già avuto modo di notare non danno una informazione completa o almeno non del tutto affidabile. Potrebbe anche essere questo il caso, ma se così fosse, prima di sbandierare ogni volta queste classifiche, il quotidiano di Confindustria farebbe bene a farsi un esame di coscienza o almeno analizzare in dettaglio la situazione.

Vediamo allora come è andata la LUISS nella valutazione triennale della ricerca da parte del Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca (CIVR), l’unico sistematico esercizio di valutazione della qualità delle università italiane nella storia di questo paese. I risultati della LUISS sono piuttosto deludenti anche in questo caso. La classificazione è effettuata in base alla grandezza degli atenei e dunque in base ai “prodotti” (articoli, libri, ecc.) che l’ateneo ha inviato al comitato di valutazione. Nell’area Scienze Giuridiche, tra le piccole strutture che sono 31, la LUISS si classifica 26esima. Nel raggruppamento Scienze economiche e statistiche al 16esimo posto (con 6 prodotti, nessuno dei quali eccellente). Infine nel raggruppamento Scienze politiche sociali al primo posto tra le piccole università, ma con un solo prodotto, ovvero un libro su “De Gaulle e il gollismo” di Gaetano Quagliarello.

Possiamo quindi concludere che aprire i consigli di amministrazione agli imprenditori non risolve il problema della qualità delle università italiane. Tantomeno andare verso una privatizzazione del sistema, considerando anche il modesto piazzamento dell’altro esempio che abbiamo in Italia, l’università Bocconi. Insomma possiamo ragionevolmente concludere che non siano di certo questi gli esempi a cui ispirarsi. Ma perché quando si discute di riforma universitaria non si fa mai un esempio concreto ? Nel caso del ddGelmini la risposta è piuttosto semplice: non ce ne sono. Dunque prima di approvare una riforma universitaria ispirata a questi principi ed invocata da Confindustria, nonché da una serie di bocconiani, in maniera aperta e senza ambiguità, una persona sensata dovrebbe rifletterci un po’ su. O no ?

Da Il Fatto quotidiano 05.11.10

Università, Pd: 1 miliardo in emendamento? Non sono soldi aggiuntivi

Ghizzoni: attendiamo che gli auspici di Tremonti si tramutino in legge. “Deve essere chiaro che non si tratta di soldi aggiuntivi, ma di una marcia in dietro sul taglio contenuto nella legge di stabilità che avrebbe condotto la metà degli atenei italiani a portare i libri in tribunale”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta l’annuncio del ministro Tremonti che oggi nella conferenza stampa del Cdm ha detto che nell’emendamento potrebbe esserci un miliardo per le università. “Aspettiamo di verificare che i pensieri di Tremonti si tramutino in legge, in ogni caso è chiara la sconfessione delle scelte degli ultimi mesi che avevano fatto approvare al Cdm una legge di stabilità che, dati alla mano, decurtava il fondo di finanziamento ordinario di un miliardo e settantasei milioni di euro”.

"L'emergenza continua dei rifiuti campani", di Claudio Cicatiello*

A meno di due anni dall’approvazione del piano Bertolaso che avrebbe dovuto risolvere definitivamente l’emergenza rifiuti in Campania è scoppiata una nuova crisi. Perché? Non sono state individuate soluzioni condivise sulla localizzazione degli impianti. La realizzazione dei tre inceneritori e delle dieci discariche previste è in forte ritardo. I politici locali hanno interesse a cavalcare il malcontento dei loro elettori. Ora anche il presidente del Consiglio ha sconfessato il piano originario. Prevedibile che l’emergenza rifiuti si ripresenti entro breve tempo.

A meno di due anni dalla dichiarazione di fine emergenza, Napoli e l’area metropolitana sono di nuovo invase dai rifiuti: come è potuto accadere, e soprattutto perché?
Nel 2008 l’emergenza rifiuti a Napoli e in Campania aveva raggiunto il suo culmine, ma in realtà altre fasi di crisi c’erano state sul finire degli anni Novanta e nel 2002-2003, per poi acuirsi di nuovo a partire dal 2006.

IL PIANO BERTOLASO DEL 2008

Il motivo delle crisi ricorrenti è sempre lo stesso: la mancata realizzazione di impianti sufficienti per lo smaltimento dei rifiuti, a causa dell’incapacità della classe politica di individuare soluzioni condivise, di fronte alla feroce opposizione delle comunità locali a tutti i tentativi di localizzare impianti anche nei siti più isolati.
Vale la pena ricordare alcuni dati: ogni giorno in Campania si producono circa 7.500 tonnellate di rifiuti: di queste circa 4.400 tonnellate al giorno sono prodotte in provincia di Napoli, e di queste circa 1.450 nella città di Napoli. Il 53 per cento dei cittadini della Campania vive sull’8,2 per cento del territorio, in provincia di Napoli. La Campania è l’unica Regione in cui è stata introdotta per legge regionale la “provincializzazione” del rifiuto: gli Rsu prodotti in una provincia devono essere smaltiti nei suoi confini.
Nel 2008 il governo approvava, con un decreto poi convertito in legge (legge 123/08 del 14/7/2008), il cosiddetto “piano Bertolaso” per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Il piano prevedeva la costruzione di tre inceneritori (Acerra, Salerno, Napoli) e dieci discariche, conferendo una serie di poteri speciali al capo della Protezione civile, e dichiarava, tra l’altro, i siti scelti per lo smaltimento aree strategiche protette dall’esercito.
Il piano prevedeva anche un forte, compulsivo incremento della raccolta differenziata nei comuni della Campania, con sanzioni gravi, fino al commissariamento, per quelli inadempienti.
Finora è stato messo in esercizio il solo inceneritore di Acerra e cinque discariche delle dieci previste. Ma il piano è entrato in crisi solo dopo due anni, a causa della mancata realizzazione di alcune discariche indicate dal piano, e in particolare quella di Cava Vitiello, a Terzigno (che, con un invaso di circa quattro milioni di metri cubi, costituiva il polmone principale del sistema), insieme al forte ritardo nella realizzazione dei due inceneritori di Napoli e Salerno (per i quali ad oggi non è stata nemmeno bandita la gara).
Il sistema è quindi rigido e fragile, perché “tirato” al limite e privo di soluzioni di riserva da utilizzare in caso di imprevisto; per esempio, è basato sull’ipotesi di produzione massima dell’inceneritore (2mila tonnellate al giorno) per 365 giorni l’anno. Ogni volta che si ferma una linea, occorre trasferire 650 tonnellate di rifiuto al giorno alle discariche. Quando si sono fermate due linee contemporaneamente, si è andati vicini al collasso, con 1.300 tonnellate di rifiuto in più da collocare in discarica ogni ventiquattro ore, tutte in provincia di Napoli, e quindi a Terzigno, dato che la discarica di Chiaiano ha vincoli molto stretti sulla quantità massima di rifiuti che può ricevere nelle ventiquattro ore.
Ciò ha portato ovviamente a un aggravamento delle condizioni operative di gestione: più rifiuti significa più compattatori in fila sulle strade, più ore dedicate allo scarico e meno ore alla coltivazione (copertura del rifiuto con terra). Se poi si aggiunge che, in estate, l’ufficio regionale che gestisce centralmente i flussi dei rifiuti ha ordinato di portare a Terzigno notevoli quantità di rifiuti “vecchi” e frazione organica non stabilizzata semi-putrescente, si capiscono, anche se non si giustificano, le proteste della popolazione di Terzigno, poi degenerate in gravi atti di violenza su persone e cose, rinfocolate peraltro da una campagna mediatica alimentata da notizie false e da allarmi ingiustificati per la salute collettiva. La presenza di una discarica controllata costruita a norma non presenta alcun rischio per la salute dei cittadini delle aree circostanti, ma può causare, in certe condizioni e in alcune ore del giorno, disagi per il cattivo odore.

IL PUNTO SULLA RACCOLTA DIFFERENZIATA

Il presidente del Consiglio ha indicato come responsabile della crisi l’azienda di Napoli per gli scarsi risultati della raccolta differenziata in città.
Certamente, se la Rd avesse raggiunto in tutta la Regione la misura prevista dalla legge, e cioè il 25 per cento di raccolta differenziata entro dicembre 2009 e il 35 per cento entro dicembre 2010, la crisi sarebbe stata ritardata di qualche mese, ma sarebbe ugualmente scoppiata.
Occorre però anche qui dare qualche dato. La media nazionale della raccolta differenziata è al 30,6 per cento. Le grandi città italiane che superano il 30 per cento di raccolta differenziata (Milano 35,6 per cento, Torino 42 per cento, Bologna 33,3 per cento) hanno aziende municipali operative da decenni con una tradizione ormai consolidata di lavoro, che ha loro consentito di raggiungere obiettivi rilevanti. Tuttavia anche in queste città i progressi nella Rd si misurano in uno o due punti percentuali all’anno. Delle altre grandi città, Roma è al 19,5 per cento, Genova al 21 per cento, ma né il Lazio, né la Liguria hanno sofferto crisi.
In Campania, Salerno (intorno al 60 per cento), Avellino (62,6 per cento), Caserta (47,3 per cento ), hanno raggiunto ottimi risultati, facilitati anche dalla conformazione delle città; la provincia di Napoli è invece al 15 per cento, mentre il capoluogo, prima della crisi, era al 19 per cento circa.
Occorre però dire che Salerno ha 140mila abitanti, Avellino 57mila, Caserta circa 90mila, contro il milione di abitanti di Napoli. Per chiarire poi cosa si intende per “conformazione della città” si dà un solo dato: a Salerno vivono 330 abitanti per km quadrato, a Napoli 8.500. L’area metropolitana di Napoli è il territorio più antropizzato in Europa, in termini di numero di abitanti per unità di superficie. È chiaro quindi che ipotizzare un miglioramento della raccolta differenziata di dieci punti all’anno è molto difficile ovunque, ma in un territorio così intensamente abitato è impensabile.
Quindi, le cause della nuova emergenza non sono addebitabili alla raccolta differenziata, né tanto meno alla presunta cattiva gestione della discarica di Terzigno, ma al mancato completamento del “piano Bertolaso”, una volta terminata l’emergenza, soprattutto per quanto riguarda le discariche previste in provincia di Napoli, indispensabili nella fase intermedia fino alla messa in esercizio dell’inceneritore (tra 30 e 36 mesi dall’assegnazione della gara).
Considerato quanto prima indicato sulla concentrazione degli abitanti nella provincia di Napoli, con la conseguente enorme difficoltà di reperire aree per discariche, sarebbe stato logico, prima ancora di chiamare alla solidarietà le altre Regioni, chiedere alle altre province di ospitare i rifiuti di Napoli. La risposta è stata subito violentemente negativa. D’altra parte, nel corso degli ultimi quindici anni, numerosi amministratori locali hanno rimediato a scadenti gestioni galvanizzando i propri elettori al grido “no ai rifiuti di Napoli”, e altri hanno costruito fruttuose campagne elettorali su questo unico programma. Sembra quindi che il personale politico locale, a tutti i livelli, non sia in grado di (o non voglia) governare queste decisioni in regime ordinario, ma preferisca dimostrare al proprio elettorato di “subire” le imposizioni del governo centrale, magari attraverso “comodi” commissariamenti straordinari.
Nelle ore in cui vengono scritte queste note, il presidente del Consiglio, insieme al sottosegretario ai Rifiuti, ha incontrato i sindaci della zona vesuviana, promettendo formalmente che la discarica di Cava Vitiello scomparirà dall’elenco dei siti da realizzare. Non appena i giornali locali e nazionali hanno pubblicato la notizia, sotto titoli del tipo “Terzigno vince”, sono ripartite manifestazioni e atti di violenza a Chiaiano, Giugliano e perfino in Calabria, dove il presidente della Regione aveva autorizzato l’invio di 300 tonnellate al giorno di rifiuti campani.
Non è difficile prevedere che una nuova, più grave emergenza sia alle porte per Napoli e la sua area metropolitana. (1)

(1) Chi sia interessato ad approfondire il tema, può leggere il testo di Gabriella Corona e Daniele Fortini: “Rifiuti – una questione non risolta”, XL Edizioni.

* L’Autore è Presidente dell’Asia – azienda servizi di igiene ambientale – che si occupa della raccolta di rifiuti a Napoli.

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“FINO ALLA PROSSIMA TERZIGNO”, di Antonio Massarutto

Non è certo impossibile gestire i rifiuti nella normalità o rinunciare alle discariche, come impone la norma Unione Europea. Per mettere a regime un sistema di gestione così fatto servono tuttavia alcuni ingredienti di base: tempo, contrasto dei molti interessi, consenso. A Napoli il tempo è stato dilapidato. Il partito dell’emergenza è più forte che mai e condiziona qualsiasi scelta. E di consenso ovviamente neanche a parlarne. Così l’ennesimo piano di emergenza risolverà la crisi di oggi, ma creerà i presupposti per quella di domani.

Puntuale come un attacco di febbre terzana, ecco l’ennesima emergenza rifiuti partenopea. I crudi numeri presentati da Claudio Cicariello ne illustrano chiaramente le cause, e su di essi c’è ben poco da ricamare.
Un anno e mezzo fa, ci si illuse che mandare l’esercito a presidiare le discariche potesse risolvere il problema. Ma già all’epoca fummo facili profeti nel prevedere che, una volta spenti i riflettori e rispediti a casa i soldati, tutto sarebbe tornato come prima.

COSA NON HA FUNZIONATO

Il punto decisivo riguarda la rigidità del modello gestionale, costruito su ipotesi estremamente tirate: basta un nonnulla per inceppare l’ingranaggio. Le soluzioni magiche, purtroppo, esistono solo nella fantasia. A Napoli la fantasia non fa difetto, tanto che la Regione ha voluto mettere nero su bianco l’obiettivo del “rifiuto zero”: uno slogan accattivante, ma alla prova dei fatti niente più di questo, e di fronte alle scene trasmesse dai Tg suona amaramente comico.
Il cosiddetto “piano Bertolaso” rappresentava l’unica soluzione possibile dato il punto a cui erano arrivate le cose. Ma non lo si dimentichi, era una soluzione gravemente sub-ottimale, come ci viene ricordato dalle procedure di infrazione incombenti e dal recente rapporto del Parlamento europeo. Quel piano derogava in maniera clamorosa a principi di gestione che nell’Unione Europea sono da tempo norma.
In sostanza, il piano per Napoli continua a basarsi sulla soluzione end-of-pipe destinata al rifiuto tal quale: incenerimento a regime, discarica nel provvisorio, con una spruzzatina di raccolta differenziata tanto per dire che la si fa. Cicariello ricorda opportunamente quanto sia difficile immaginare alte percentuali di raccolta differenziata con i sistemi “porta a porta” in un contesto congestionato come l’area napoletana. Tuttavia, dopo aver assistito mortificato ed esterrefatto all’umiliazione di una città e di un paese intero, mi sarei aspettato per lo meno che degli sforzi messi in atto per sviluppare le raccolte e dei progressi fatti o non fatti si desse conto, mostrando almeno l’impegno profuso, foss’anche solo per convincere chi mugugna di quanto sia difficile arrivare a certi traguardi. Invece, ho la sensazione che la cosa sia stata fatta di malavoglia e senza crederci fino in fondo.
Acerra doveva essere l’apripista degli altri impianti, il “fiore all’occhiello” per dimostrare l’infondatezza delle preoccupazioni sulle emissioni inquinanti. Ma i molti problemi che l’impianto ha avuto, e che ne hanno finora impedito il funzionamento a regime, lasciano il dubbio che ci fossero deficienze progettuali e strutturali su cui si è voluto mettere un rattoppo pur di tagliare il nastro in diretta tv. Quanto alle discariche, certo imprescindibili nel breve termine, almeno un paio di impianti di biostabilizzazione in più, per evitare di mandare in discarica rifiuti putrescibili e maleodoranti, forse si potevano realizzare in pochi mesi.
Certo, da “quaggiù al Nord” è facile pontificare, e se formulo questi rilievi lo faccio con il massimo rispetto per chi, nell’immondezzaio napoletano, ha avuto il coraggio di metterci le mani e la faccia. Non è facile attribuire colpe specifiche, quando la crisi è, evidentemente, una crisi di sistema, che come tale ha chiare connotazioni di “bene pubblico”. Nel calcio si dice che si vince e si perde in undici, senza dimenticare dirigenti che hanno fatto la squadra, lo staff tecnico e medico, i massaggiatori e i supporter. In questo caso, il presidente ha continuato ad affermare trionfante che la squadra era da Champions League, ma poi continuiamo a ritrovarla invischiata nella lotta per non retrocedere. Che si fa allora? Si cercano capri espiatori negli arbitri? O si cerca di risolvere la situazione licenziando il mister?

TEMPO, CONSENSO E CONTRASTO DEGLI INTERESSI

Gestire i rifiuti nella normalità non è certo impossibile: accade in tutto il mondo. Neppure rinunciare alla discarica, come in sostanza impone la norma Unione Europea, è impossibile: dall’Olanda alla Svezia, dalla Danimarca alla Germania, le soluzioni da adottare sono sotto i nostri occhi. E in molte parti d’Italia, del resto, si praticano con successo.
La strada da percorrere è rappresentata da un mix di soluzioni che partono dalla raccolta differenziata, valorizzando il rifiuto attraverso il recupero diretto o indiretto; proseguono bruciando il residuo che rimane a valle della separazione, compostando la parte organica quando possibile raccoglierla in modo separato, e ricorrendo alla discarica solo per i pochi materiali, ormai inerti, che residuano a valle di tutti questi cicli di trattamento. Si potrà discutere caso per caso se è opportuno spingere il recupero diretto di qualche punto percentuale in più o in meno, ma ben raramente si riuscirà a fare completamente a meno di qualcuno di questi tasselli, con buona pace degli esteti.
Per mettere a regime un sistema di gestione così fatto servono tuttavia alcuni ingredienti di base, che a Napoli sono mancati, senza i quali la crisi è destinata a ripetersi ciclicamente sempre uguale.
Serve, innanzitutto, tempo. La discarica è la verarisorsa scarsa della gestione dei rifiuti e, come per tutte le risorse scarse, occorre pianificare per tempo la soluzione alternativa, quando ancora si dispone di margini di manovra. Raccolta differenziata e impianti industriali richiedono tempo per andare a regime. La discarica costa poco se ci si limita a calcolare il suo costo finanziario: se ben costruita e gestita con criteri moderni, costa intorno ai 50 €/t, meno della metà di qualsiasi soluzione alternativa. Ma un bel giorno si esaurisce e allora il sistema va in tilt. Senza aspettare quel giorno, è indispensabile creare le condizioni che rendano economicamente sostenibile l’offerta di soluzioni alternative, imponendosi di limitare l’uso della discarica (anche facendola costare artificialmente di più), avviando da subito le soluzioni che, a regime, dovranno sostituirla.
Serve, in secondo luogo, un’azione decisa per contrastare i molti interessi che dall’emergenza guadagnano. Si dice: “la camorra”, e Dio solo sa quanto la criminalità abbia prosperato sulla immondizia campana: ma forse è un modo riduttivo di vedere il problema. Prima della camorra, vengono anche tutti quei soggetti che, in modo legittimo ma non per questo meno nocivo, campano sulla gestione emergenziale, da chi ospita “provvisoriamente” ecoballe sui terreni agricoli a chi possiede e gestisce, vendendo a caro prezzo, i pochi siti rimasti, passando per chi lucra sull’intermediazione grazie alla quale, nell’emergenza, i rifiuti possono essere collocati virtualmente a qualsiasi prezzo, anche a migliaia di chilometri di distanza.
Serve, in terzo luogo, il consenso. Che tuttavia richiede un paziente lavoro di tessitura sociale che dura decenni, ed è fatto di partecipazione, trasparenza, lealtà al territorio. Ingredienti che non mancano certo nelle realtà virtuose di cui il nostro paese pure abbonda: la chiave del successo, nella Brescia dei mega-inceneritori come nella marca trevigiana dei comuni ricicloni, passa sempre per il coinvolgimento informato dei cittadini, per una collaborazione tra istituzioni, aziende e ong, per una costruzione del problema che renda la comunità consapevole della sua natura collettiva, senza vergognarsi di ricorrere anche allo scambio politico ed economico con il fine di compensare le comunità pronte a ospitare gli impianti. Che, se gestiti correttamente, sono certamente un disturbo, ma non inquinano comunque più di tante altre attività industriali. Vanno però gestiti correttamente per davvero, non imbrogliando la gente promettendo cose che poi si sa di non poter mantenere, come è avvenuto a Terzigno, dove, se la memoria non mi inganna, si disse che sarebbero finiti solo rifiuti stabilizzati. Anche i famosi treni diretti in Germania hanno trasportato molti rifiuti “tal quali”, contravvenendo alle norme europee che ne permettono l’esportazione solo se sono destinati alla valorizzazione. (1)
Per tutti e tre gli ingredienti a Napoli si è fatto, per anni, il percorso inverso. Il tempo è stato dilapidato aspettando che le discariche si esaurissero, scempiando il territorio al punto che oggi è praticamente impossibile trovare un sito adatto. Il partito dell’emergenza è più forte che mai e condiziona qualsiasi scelta – tanto che viene perfino il sospetto che a soffiare sul fuoco delle sommosse ci siano anche quanti temono, con il ripristino della normalità, di perdere le rendite di posizione di cui godono. Quanto al consenso e al “capitale sociale”, certamente il modo peggiore di costruirlo è quello di aspettare l’ultimo momento per intervenire poi con l’esercito e infine calare le brache di fronte alla protesta al solo scopo di guadagnare il consenso per qualche altra settimana (fino alle prossime elezioni anticipate?).
Nella gestione del caso Napoli, il governo ha voluto per l’ennesima volta privilegiare l’effimero al sostanziale, l’annuncio roboante al paziente lavoro, il “ghe pensi mi” alla visione strategica. L’ennesimo piano di emergenza risolverà la crisi di oggi, ma creerà i presupposti per quella di domani, come una pera di eroina placa solo temporaneamente l’astinenza del tossico.

(1) Secondo la norma, l’incenerimento può essere considerato una valorizzazione solo se il rendimento energetico supera una certa soglia, cosa che non avviene con il rifiuto tal quale.

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“MONNEZZA, CONSENSO E CREDIBILITÀ”, di Sergio Beraldo

In un editoriale apparso su “La Stampa” domenica 24 ottobre, Lorenzo Mondo, riferendosi alle note vicende di Terzigno, sostiene una linea condivisa da molti commentatori: le anime pie, vescovo di Nola in testa, farebbero bene a non puntellare una protesta irragionevole; l’opposizione all’apertura della discarica è sostanzialmente fomentata dalla criminalità organizzata.
La prima considerazione è radicata, di fatto, nella massima: “meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”.
L’argomento di Caifa non è solo discutibile dal punto di vista morale; la sua applicazione al caso specifico è profondamente dannosa sul piano degli incentivi. Lo è perché deresponsabilizza il resto della cittadinanza. Se i miei rifiuti vanno in casa d’altri, che incentivo ho, per dire, ad effettuare la raccolta differenziata? Che incentivo ho a limitare gli sprechi? Un buco si troverà sempre per sgombrare il mio uscio. Tanto basta.
Per ciò che attiene alla seconda considerazione, è appena il caso di rilevare quanto sia paradossale accusare i campani di non reagire alla mortificante condizione in cui sono immersi, per poi considerarli, non appena reagiscono, come mossi da ragioni inconfessabili (ciò, ovviamente, prescinde dalla condanna agli eccessi che si sono verificati negli ultimi giorni).
Le due precedenti considerazioni spesso procedono con una terza: non si può consentire che qualsiasi intervento venga bloccato dalle comunità locali. Dall’opposizione al termovalorizzatore di Acerra a quella verso le discariche di Chiaiano e Terzigno, le comunità locali impediscono di fatto la soluzione del problema rifiuti in Campania.
Si tratterebbe, in pratica, di una forma degenerata di sindrome nimby (not in my back yard): tutti vorrebbero una soluzione del problema, ma ognuno s’oppone alla possibilità che il problema venga risolto nel proprio cortile.
E’ davvero questo il punto? Bisogna allora usare la forza per costringere i riottosi a cooperare?

UN PROBLEMA DI REPUTAZIONE

Perché le comunità locali si oppongono a qualsiasi intervento apparentemente risolutivo dell’emergenza?
La risposta è che nessuno, direi a ragione, si fida.
Come in qualsiasi altro caso in cui non sia immediatamente verificabile la qualità del bene fornito, ciò che conta è la reputazione del fornitore; in questo caso la reputazione delle autorità che a vario titolo sono investite della responsabilità del problema. Queste si sono dimostrate incapaci di risolvere un’emergenza che dura ormai da quasi vent’anni. Quando, costretto dal precipitare della situazione, è intervenuto il Governo, i rifiuti sono immediatamente spariti. Ciò, tuttavia, anziché stimolare la fiducia verso le autorità competenti, l’ha depressa.
In questi anni, a Napoli, era comune la domanda: “ma dove l’hanno messa l’immondizia?”. Già, dove l’hanno messa? Il sospetto che per far fronte all’emergenza venissero utilizzati metodi poco ortodossi di smaltimento si è fatto strada, e la reputazione delle autorità ne è risultata vieppiù compromessa.
E’ chiaro che quando la controparte gode di una cattiva reputazione, la riluttanza ad accettare uno scambio sarà notevole. Se poi lo scambio si cerca di imporlo, la reazione sarà imprevedibile.
Se lo stesso Bertolaso ha ammesso che occorrono interventi per bonificare l’area in cui sorge la prima discarica di Terzigno, ormai stracolma; se egli stesso indica nel termovalorizzatore di Acerra una possibilità per fare fronte, temporaneamente, all’emergenza, è lecito o meno sospettare che in nome dell’emergenza in quella prima discarica sia stato gettato di tutto? E’ lecito o meno sospettare che non si andrà tanto per il sottile quando si tratterà di bruciare un po’ di rifiuti nel termovalorizzatore?
E’ lecita o meno, a questo punto, la posizione di chi si preoccupa della salute propria e dei propri figli, e non vuole che il problema di tutti sia risolto spargendo veleni nel cortile della propria casa?

SE DAVID HUME È UN CATTIVO CONSIGLIERE

In un articolo di recente pubblicato su Science, Sam Bowles (1) riconsidera la nota posizione espressa da Hume, secondo cui, nello stabilire un qualsiasi sistema di governo occorre partire dall’ipotesi che ogni uomo sia un furfante e non abbia altro interesse che l’interesse personale. Nella visione di Bowles, muovere dalla premessa che ogni uomo sia un furfante, disegnando le regole in conformità a questa premessa, conduce ad un esito opposto rispetto a quello che si vorrebbe conseguire. Si finisce cioè per incentivare comportamenti da furfanti. Nel caso specifico, si supponga che io mi convinca dell’inutilità di richiedere il rispetto delle regole; potrei allora essere tentato di derogare alle regole anch’io pur di addivenire ad una soluzione del problema, utilizzando poi la forza nei confronti di chi eccepisce l’illegittimità della mia posizione, per imporre la soluzione prescelta; non è impensabile però che ciò scateni una reazione violenta.
Nel caso della discarica di Terzigno, la strategia attuata dal Governo, pressato da un’emergenza principalmente frutto dell’incapacità (ad essere benevoli) degli amministratori locali, ha fatto appunto perno su: rilevanti deroghe alle regole di salvaguardia ambientale e tutela del territorio (basti a questo proposito considerare che l’ulteriore discarica di Terzigno era situata all’interno del Parco nazionale del Vesuvio, patrimonio dell’umanità secondo l’Unesco); l’utilizzo massiccio dell’esercito, giustificato dagli evidenti problemi di ordine pubblico connessi con la gestione dell’emergenza.
Vi sono motivi per ritenere che tale strategia non poteva che mostrare evidenti limiti (2). Innanzitutto perché la soluzione definitiva del problema richiede necessariamente una diffusa quanto intensa cooperazione, che non può che fondarsi su di un diligente rispetto delle regole. Ora, può il richiamo al rispetto delle regole essere efficace se il primo a non rispettare le regole è proprio il soggetto che fa il richiamo?
Il secondo motivo che doveva indurre a dubitare dell’efficacia della strategia governativa è connesso ai problemi di reputazione richiamati in precedenza. Il sito individuato per la nuova discarica di Terzigno era già, dal 14 novembre 2009, presidiato dall’esercito, così come l’area della discarica di Chiaiano o quella in cui è installato il termovalorizzatore di Acerra. Tale circostanza di fatto impedisce il controllo pubblico rispetto a ciò che viene gettato in discarica, ovvero nel termovalorizzatore, alimentando il sospetto che per gestire l’emergenza si sia disposti a sacrificare la salute di una parte della popolazione.
Se la fiducia accordata dai cittadini alle autorità investite del problema è condizione necessaria per la soluzione del problema stesso, occorre chiedersi come esse possano conquistarla.
In primo luogo sarebbe opportuna una modifica della strategia comunicativa. Affermazioni del tipo: “risolverò il problema in dieci giorni”, sono tali da ingenerare il dubbio che per salvaguardare la propria immagine l’esecutivo non andrà tanto per il sottile nel delineare il piano necessario a fronteggiare l’emergenza. Sembra banale, ma ciò sta contribuendo a creare notevoli tensioni presso il sito di stoccaggio di Giugliano e presso la discarica di Chiaiano, compromettendo l’esito della strategia di breve periodo delineata da Bertolaso.
In secondo luogo, una volta che sia stato con onestà chiarito che la soluzione del problema richiede tempo, il governo dovrebbe farsi carico di indicare una data entro la quale saranno demilitarizzate le aree deputate allo smaltimento. L’utilizzo dell’esercito, e la disponibilità ad inviare altri militari all’occorrenza, va infatti nella direzione opposta a quella che sarebbe auspicabile fosse intrapresa; occorre aprire le porte, non chiuderle; invitare la gente a rendersi conto che si è capaci di gestire impianti che comportano solo un trascurabile impatto ambientale. E’ amaro doverlo riconoscere, ma quella data dovrebbe segnare il momento in cui, finalmente, si sarà ricondotto entro le regole lo smaltimento dei rifiuti in Campania. Quanto precede dovrebbe poi concordare con un’azione volta a convincere i cittadini che la strategia di lungo periodo delineata dalle autorità competenti non è opaca come in effetti appare. Per ragioni di spazio mi limito a considerare solo una questione (3). E’ opinione diffusa che in presenza di un’efficace raccolta differenziata, da tutti ritenuta necessaria, il solo termovalorizzatore di Acerra sarebbe sufficiente per le esigenze della provincia di Napoli, non rendendosi necessario un ulteriore termovalorizzatore, c.d. di Napoli Est, per la cui costruzione sarà a giorni pubblicato un bando di gara. E’ lecito immaginare che nessuno impegnerebbe risorse in un investimento così specifico, il termovalorizzatore di Napoli Est appunto, se fosse davvero convinto che la raccolta differenziata sarà attuata? E’ lecito sospettare che una volta effettuato l’investimento vi saranno pressioni atte ad evitare che il termovalorizzatore di Napoli Est sia inutile?

(1) Bowles,S., 2010. Policies Designed for Self-interested Citizens May Undermine “The Moral Sentiments”: Evidence from Economic Experiments. Science 320, 605-609.
(2)E’ istruttivo visitare il sito del Sottosegretario di Stato per l’emergenza rifiuti in Campania , dove, tra le altre cose, si legge: “Questo sito è aggiornato al 31 dicembre 2009, data di conclusione del mandato del Sottosegretario di Stato per l’Emergenza Rifiuti in Campania e della fine dell’emergenza.”
(3)Un’ulteriore questione, più generale, riguarda la necessaria quanto urgente riforma dell’assetto normativo. La legge 26/2010 ha di fatto esautorato i comuni, attribuendo a costituende società provinciali competenze esclusive circa la raccolta dei rifiuti, lo smaltimento e la tariffazione a carico degli utenti. Vi sono motivi per ritenere dubbia la bontà del disegno normativo, soprattutto perché la presenza di un’unica società a livello provinciale non consente che vengano adeguatamente premiati i cittadini (e le amministrazioni) dei comuni più virtuosi nell’effettuare la raccolta differenziata; la presenza di un’unica società provinciale espone poi il sistema ad un maggior rischio di infiltrazione della criminalità organizzata.

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"Atenei, fondi non spesi per duecento ricercatori", di Alessandra Migliozzi

Ci sono circa duecento posti da ricercatore a tempo indeterminato che gli atenei dovrebbero bandire perché hanno già ricevuto i fondi per farlo e che, invece, non vengono messi sul piatto. Ci sono circa duecento posti da ricercatore a tempo indeterminato che gli atenei dovrebbero bandire perché hanno già ricevuto i fondi per farlo e che, invece, non vengono messi sul piatto. Senza alcuna chiarezza su dove vadano a finire le risorse finora non spese. Con buona pace di quei giovani che sanno che questi bandi costituiscono l’ultimo treno per poter conquistare una posizione a tempo indeterminato nel mondo della ricerca universitaria. Con la riforma Gelmini, infatti, arriveranno i nuovi contratti a termine. I posti che stanno rimanendo nel cassetto fanno parte di quel pacchetto di assunzioni lanciate nel 2007 dell’ex ministri Fabio Mussi (governo Prodi) che volevano essere un piano di reclutamento straordinario per ringiovanire il corpo accademico. Nel 2007 sono stati messi a disposizione 1.024 posti. Nel 2008 ce ne sono stati 1.026. Per il 2009 altri 696, completamente finanziati dal Miur e per questo in numero minore. Gli atenei hanno avuto i soldi per tutte e tre le tranche. I bandi relativi all’ultima sono in uscita. Ma sulla seconda i conti non tornano. La denuncia arriva dall’Apri, l’Associazione precari della ricerca italiani che da mesi, ormai, tiene sott’occhio i posti messi a concorso. Anche il Pd ha sollevato il caso portandolo in Parlamento. In una interrogazione dello scorso 19 ottobre la deputata Manuela Ghizzoni ha spiegato in commissione che “in base ad una analisi dei bandi pubblicati sul sito del ministero emerge che oltre 200 posti della suddetta tranche (quella relativa ai fondi del 2008, ndr) risultano tuttora non banditi”. Dalla spartizione dei soldi sono passati ormai diciotto mesi. Il sottosegretario all’Università Guido Viceconte ha risposto all’interrogazione assicurando che da parte del Miur il monitoraggio è “attento e costante”, ma numeri ufficiali non ce ne sono. E non è ancora chiaro se il ministero tenterà di sollecitare gli atenei inadempienti o se si farà ridare i soldi da chi non vuole bandire. Intanto sale l’ansia dei ricercatori. Secondo i conteggi fatti dall’Apri tra le università che non hanno bandito affatto i posti della seconda tranche Mussi ci sarebbero “Palermo, Tor Vergata, Siena, Chieti-Pescara, Trento, Sum, e Iuss Pavia, per un totale di oltre 130 posti più altri sparsi qua e là nelle università dove è stata bandita solo una parte dei posti”. Il rettore di Trento conferma: “Noi facciamo solo concorsi per posti a tempo determinato da due anni, nella logica della tenure track però: chi merita fa carriera. I fondi Mussi? Non li ho utilizzati se li devo rimandare indietro non ci sono problemi anche perché erano pochi e per tempi limitati. Quelle assunzioni servivano solo ad aprire altri buchi nei bilanci degli atenei”. Da Tor Vergata invece il rettore Renato Lauro assicura che i fondi Mussi “sono stati utilizzati tutti”. Ora sarà il ministero a dover chiarire se chi non ha speso quelle somme e non intende farlo dovrà rimandarle alla ‘casa madre’. Nel frattempo il Miur ha già deciso, con una circolare, che i posti Mussi rientrano nei calcoli relativi al blocco parziale del turn over. “Peccato- spiegano dall’Apri- che la legge Gelmini, la numero uno del 2009, dica il contrario e cioè che quei posti non rientrano nelle quote del turn over perché sono cofinanziati da ministero e atenei. Così si spezzano le gambe alle nuove assunzioni”. Nel frattempo è nato un blog in cui i ricercatori giocano a fare le previsioni sui futuri vincitori dei concorsi in atto. Nel post dell’11 ottobre si legge: “Sono finalmente disponibili i primi risultati della II sessione 2008. Purtroppo sembra che nulla sia cambiato. Tutti i 14 pronostici ricevuti, relativi a 8 concorsi, sono corretti. Tutti i vincitori sono candidati interni”. Vale a dire che hanno vinto i concorrenti espressione dell’ateneo o della facoltà che ha indetto il bando. “Purtroppo- chiude l’Apri- le commissioni non sono ancora obbligate a dare giudizi trasparenti, dando punteggi a titoli e pubblicazioni, ma possono dare motivazioni fumose e generiche per indicare i vincitori. I verbali dei concorsi ne sono pieni”.

Il Messaggero 05.11.10

Produttività, l'allarme di Draghi "Occorre stabilizzare i precari"

ll governatore preoccupato per la “difficoltà dell’economia italiana di crescere e creare reddito”. Se non si regolarizzano i rapporti di lavoro, effetti negativi per la crescita. “Nord allineato all’Europa e sud in ritardo? Non è vero”. Produttività, l’allarme di Draghi “Occorre stabilizzare i precari” Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia. L’economia italiana è in difficoltà, c’è un problema di crescita e di creazione di reddito, l’occupazione irregolare rimane diffusa, la competitività ridotta: un insieme di fattori che penalizza soprattutto i giovani. Lo rileva il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, secondo cui, prima di tutto, “senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari” si hanno “effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità”. Nel nostro Paese, dice Draghi, “rimane diffusa l’occupazione irregolare stimata dall’Istat in circa il 12 per cento del totale dell’unità di lavoro”.

Nel corso del suo intervento al convegno della facoltà di Economia dell’università Politecnica della Marche dedicato all’economista Giorgio Fuà, il governatore ha lanciato l’allarme sulle “difficoltà dell’economia italiana di crescere e creare reddito”, una situazione che, ha detto il governatore “non deve smettere di preoccuparci”. L’Italia, ha rilevato inoltre Draghi, rischia di “trovarsi di fronte a un bivio” tra la stagnazione e la crescita e la situazione penalizza fortemente i giovani.

Per capire “le difficoltà di crescita dell’Italia”, ha proseguito il numero uno di via Nazionale, “dobbiamo interrogarci sulle cause del deludente andamento della produttività. La stagnazione”, ha rilevato, “nel decennio precedente la crisi, è stata uniformemente
diffusa sul territorio. E’ un problema del Paese”. Draghi ha citato quindi i dati che mostrano una “evidente perdita di competitività rispetto ai partner europei”. Il governatore ha inoltre spiegato come non risponda a verità che la diminuzione della crescita del prodotto per abitante “sia media di un Nord allineato al resto d’Europa e di un Centro-Sud in ritardo. Così – ha sottolineato – non è”.

Rispetto ai partner europei, l’Italia, infatti, soffre: “Secondo le stime del Fmi – ha detto Draghi – la quota dell’area dell’Euro nel pil mondiale, pari al 18 per cento nel 2000, a parità di potere d’acquisto, scenderà al 13 per cento nel 2015, mentre quello dei paesi emergenti asiatici raddoppierà dal 15 al 29 per cento per l’aumento del pil per abitante per il mutamento radicale degli equilibri economici mondiali. La nostra economia – ha proseguito – ne risentirà più di altre dato che manifesta da anni una incapacità a crescere a tassi sostenuti; l’ultima recessione ha fatto diminuire il pil italiano di quasi 7 punti. Abbiamo subito un’evidente perdita di competitività rispetto ai principali partner europei”.

Una serie di fattori pesano in modo particolare: l’impegno per le liberalizzazioni, ad esempio, si è interrotto da tempo, ed è un ostacolo allo sviluppo. In più l’Italia soffre da tempo di una incapacità di crescere a tassi sostenuti e di un deludente andamento della produttività.

L’inerzia del Paese pesa soprattutto i giovani, sottolinea il governatore. Gli indicatori internazionali dicono che “gli italiani sono mediamente ricchi” e “sono in gran parti soddisfatti delle loro condizioni”, ma gli stessi indicatori mostrano che “l’inazione ha costi immediati. La ricchezza è il frutto di azioni e decisioni passati, mentre il pil, legato alla produttività, è frutto di azioni e decisioni prese guardando al futuro”, dice ancora Draghi.

Anche la scarsa mobilità sociale e il ruolo chiave della famiglia d’origine condizionano i giovani, più che in altri contesti: “Nel determinare il successo professionale di un giovane, il luogo di nascita e le caratteristiche dei genitori continuano a pesare molto di più delle caratteristiche personali, come il livello di istruzione”. E il legame tra risultati economici dei genitori e dei figli “appare fra i più stretti nel confronto internazionale”, conclude Draghi.

La Repubblica 05.11.10

"Per Tremonti il diritto allo studio va garantito (ai cattolici)", di Caterina Perniconi

É servita addirittura una precisazione ufficiale per rassicurare i cattolici: “Per prassi consolidata – ha scritto il ministero del Tesoro in una nota – negli anni il finanziamento statale alle scuole paritarie è stato sistematicamente integrato con provvedimenti ‘ad hoc’. Sarà così, è già previsto che sia così, anche sul 2011”. Insomma, niente paura, i soldi per le scuole non statali ci saranno. Col plauso del Vaticano che incassa una promessa nero su bianco. Infatti la legge di stabilità aveva previsto per il prossimo anno un taglio ai finanziamenti per le scuole paritarie di 253 milioni di euro su un totale di 534, ovvero il 47% in meno. “Una parte di questi soldi – spiega Pier Paolo Baretta, capogruppo del Partito democratico in Commissione Bilancio alla Camera – sono relativi alle scuole non statali, come gli asili comunali. Ma la stragrande maggioranza riguardano le scuole cattoliche, a partire dalle primarie. L’ammontare che Tremonti ha proposto per ripianare il taglio sono proprio 250 milioni, praticamente tutti”.

Il titolare del dicastero di via XX Settembre, per l’occasione, si occuperebbe personalmente di tirare fuori i soldi dalle pieghe del suo ministero. La modifica, dato che tutti gli emendamenti alla Finanziaria sono stati respinti, avverrebbe in un decreto successivo, il cosiddetto “milleproroghe”. É toccato al viceministro Giuseppe Vegas parlare con i deputati della Commissione Bilancio e spiegare che in 15 giorni potranno visionarlo. “I bisogni sono sempre superiori alle risorse” ha ammesso Vegas. Quindi in quel decreto di soldi per l’istruzione quanti ce ne saranno? Perché i tagli a scuola e università sono elevatissimi. Il Fondo per il Finanziamento ordinario degli atenei, per esempio, verrà ridotto di 1,5 miliardi, mentre il diritto allo studio subirà il colpo più grosso: dai 246 milioni dello scorso anno si passerà ai 25,7 del prossimo e ai 12,9 di quello successivo. All’università, quindi, ci andrà solo chi se lo potrà permettere, in barba all’articolo 34 della Costituzione, secondo cui “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Per loro, il 90% di borse in meno, che già oggi erano disponibili solo per il 60% degli idonei.

Promesse impossibili
La situazione è aggravata dal taglio delle risorse agli enti locali. Perché anche le Regioni contribuiscono autonomamente ad aumentare il fondo per il diritto allo studio. Ma da quest’anno hanno dovuto annunciare a loro volta pesanti riduzioni.
“Vi assicuro che non ci sarà alcun taglio delle borse di studio” ha dichiarato ieri il Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. Ma forse non ha fatto i conti con Giulio Tremonti, che sembra avere altre priorità. “Quelle della Gelmini sono ordinarie menzogne di un governo impegnato solo a difendere un indifendibile premier – ha dichiarato la responsabile Scuola del Pd, Francesca Puglisi – per aiutare davvero le ragazze e i ragazzi a raggiungere risultati eccellenti occorrono investimenti, non tagli. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, rimarranno al palo, grazie a un governo che riduce il diritto allo studio del 90%, cancella il fondo di 103 milioni di euro per la gratuità dei libri di testo nella scuola dell’obbligo e alle superiori. Le smentite del ministro non trovano riscontro nei riferimenti normativi della legge di stabilità”.

D’accordo anche la democratica Manuela Ghizzoni: “Se il ministro Gelmini avesse letto le norme che ha approvato in pochi minuti nel Consiglio dei ministri, si sarebbe accorta che il fondo di intervento integrativo da ripartire tra le regioni per la concessione dei prestiti d’onore e l’erogazione delle borse di studio attualmente ha una dotazione di 25,7 milioni di euro. Con un taglio così il diritto allo studio viene sfregiato”.

L’Unione degli Universitari ha promosso per il 10 e l’11 novembre due giornate di mobilitazione nazionale “per denunciare come il governo stia letteralmente cancellando un diritto costituzionale pilastro fondamentale per il futuro dei giovani e del Paese”.

Il Fatto Quotidiano 05.11.10