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"Ambiente, la scure del governo tagliato un miliardo di euro Rapporto Wwf: i fondi ridotti del 60 per cento in tre anni", di Giovanni Valentini

La legge di stabilità sancisce l´agonia del ministero: la penalizzazione più pesante mentre aumenta il degrado del territorio. L´hanno chiamata, eufemisticamente, “Legge di stabilità”. Ma, almeno per quanto riguarda l´ambiente, bisognerebbe ribattezzarla legge di instabilità. O meglio, di destabilizzazione del suolo, del territorio, delle aree protette, insomma di quell´immenso patrimonio naturale su cui pure si fonda la maggiore industria nazionale: quella del turismo. Sono tali e tanti i tagli in questo campo da prefigurare addirittura lo smantellamento o la liquidazione del ministero che è o dovrebbe essere istituzionalmente preposto – appunto – all´Ambiente e alla Tutela del territorio e del mare.
Le cifre contenute nella cosiddetta “Legge di stabilità” (ex Finanziaria), predisposta dal governo Berlusconi, parlano chiaro. Nel 2011, come denuncia un Rapporto del Wwf Italia, il bilancio complessivo del ministero affidato a Stefania Prestigiacomo sarà ridotto a un terzo di quello del 2008, anno d´insediamento del governo Berlusconi: da un miliardo e 649 milioni di euro ad appena 513 milioni. Una decurtazione secca di un miliardo. E nel triennio successivo, lo stanziamento verrà ridotto ulteriormente per scendere a 504 milioni nel 2012 e poi a 498 milioni nel 2013.
Il taglio risulta ancora più netto e allarmante se confrontato con quelli molto meno drastici a carico di ministeri affini come i Beni culturali o le Politiche agricole. Nel primo caso, la dotazione del 2011 sarà di circa 1.320 milioni di euro contro i 1.930 del 2008. Nell´altro, si scenderà dai 1.747 milioni di tre anni fa a 1.320. Per entrambi, dunque, la riduzione sarà di circa il 20% contro il 60% del ministero dell´Ambiente, condannato virtualmente all´agonia. La scure del ministro Tremonti, come si vede, non è diretta a colpire in ugual misura i vari ministeri, in forza della crisi economica.
Un´ulteriore conferma viene dal raffronto con i fondi stanziati per le Infrastrutture e i Traporti e per le spese della Difesa. Qui l´atteggiamento propagandistico del governo risulta tanto più evidente, perché gli investimenti per le opere pubbliche non risultano sufficienti per tutti i progetti annunciati, ma neppure rispetto ai costi reali di quelli già cantierati o dichiarati cantierabili. A fronte comunque di un bilancio pari a 6.991 milioni di euro nel 2010, l´anno prossimo si prevede una leggera flessione a 6.821 milioni, per arrivare a 6.654 milioni nel 2012 e a 6.640 nel 2013.
In pratica, l´unico ministero che non subisce tagli consistenti è quello della Difesa: dal 2007 in avanti, il suo bilancio registra una riduzione massima intorno al 4%, peraltro recuperata interamente con il bilancio previsionale 2011-2013 dell´attuale manovra finanziaria. Se infatti nel 2008 i fondi del ministero ammontavano complessivamente a 21.132 milioni di euro, quest´anno sono stati di 20.364, con una prospettiva di crescita fino a 21.366 milioni nel 2013. Pur considerando che i due terzi di questi bilanci riguardano il costo del personale, e quindi costituiscono una spesa obbligatoria, il Wwf sottolinea che la quota prevista in conto capitale è assolutamente ingente.
C´è senz´altro un´ispirazione “sviluppista” alla base di una scelta che, da una parte, punta a promuovere nel segno della cementificazione le infrastrutture con un forte impatto ambientale e, dall´altra, a deprimere la tutela del suolo, del territorio e quindi del paesaggio. Sui 13,5 miliardi di euro indicati come valore complessivo della manovra triennale, 4.836 miliardi (pari al 36%) vengono assegnati a opere come l´Alta velocità e le autostrade; mentre solo 400 milioni sono attribuiti agli interventi di tutela e di prevenzione (meno del 3%). E si tratta di un´impostazione che, come dimostra anche l´ultima emergenza provocata dal maltempo, è destinata purtroppo a incidere ulteriormente sull´assetto idro-geologico del Malpaese.
L´Italia, insomma, continua ad armarsi per guerre straniere, lontane e remote. Ma resta disarmata per combattere le calamità naturali, le alluvioni, le frane e tutti i disastri che minacciano direttamente il territorio nazionale. Risulta inconcepibile perciò che i fondi concessi al ministero dell´Ambiente per il prossimo triennio equivalgano, secondo i calcoli del Wwf, al costo di quattro cacciabombardieri F35 o di una Fregata Multimissione.
È vero che spesso l´ambientalismo fa di tutto per apparire come un freno allo sviluppo, un fattore di conservazione o addirittura di regressione. Qui rischiamo, però, di passare da un estremo all´altro: da un eccesso di tutela a un eccesso di incuria. Ma il progresso di un Paese come il nostro, con il suo patrimonio di risorse naturali, artistiche e culturali, non può passare attraverso un assalto autorizzato al territorio, una manovra governativa di abbandono e di degrado.

La Repubblica 05.11.10

"C’era una volta il Family day", di Fabrizia Bagozzi

Imbarazzo cattolico per la vita privata del premier: non sono mai stati così lontani i tempi dei cortei contro i Dico.
Dopo aver preso in contropiede il presidente della camera all’Altare della Patria (i due non si parlavano dalla famosa direzione nazionale dell’aprile scorso) sfogandosi privatamente sul Rubygate, nel corso della direzione nazionale del Pdl sul tema il Cavaliere, sorvegliato da Bonaiuti e Letta, tiene il freno a mano tirato. Tenta, invece, un recupero d’ufficio sui temi cari Oltretevere e a quel Forum delle famiglie vicino alla Cei che si è detto «imbarazzato » per le vicende in cui è coinvolto: «Al centro di tutto mettiamo la persona con le sue proiezioni come la famiglia», dice Berlusconi. E ripete il mantra più volte recitato e ripetuto anche a settembre quando chiese la fiducia in parlamento: la tutela della vita come bene primario, l’accoglienza della vita, il necessario collegamento fra scienza ed etica. Pensando alla conferenza sulla famiglia che, al netto di ulteriori indiscrezioni o polemiche, aprirà lunedì a Milano, accenna «al riordino delle agevolazioni fiscali in modo da tener conto del sostegno alla natalità ».
Nel cuor della tempesta per il continuo spuntare sui media di ragazze e festini, un Cavaliere che non solo agisce ma pure rivendica il noto stile di vita mette in imbarazzo i cattolici ed è un imbarazzo che trapela anche dai sacri palazzi. E non è detto che il mantra di sempre e un sostanzioso discorso su fondi e politiche per la famiglia possano fare in modo che il vento torni a girare a suo favore. Anche se i berluscones, compresi i cattolici doc, invitano a separare il pubblico e il privato e l’etica dalla politica, questa volta la strada è in salita. Appunto per eccesso di anarchia etica. Dalle colonne di Repubblica ieri l’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi – che lunedì parlerà alla conferenza – ha lanciato un duro monito «sull’immoralità dilagante, a tutti i livelli della società ». «Non si deve mai scindere l’aspetto privato da quello pubblico – ha detto – soprattutto quando si hanno particolari responsabilità ».
Non sono mai stati così lontani i tempi del Family day, quando Berlusconi e i suoi cavalcarono in pieno la protesta delle associazioni cattoliche contro i Dico messi in campo dal governo Prodi. Era il maggio 2007 e da lì a poco si sarebbe tenuta a Firenze la prima conferenza sulla famiglia. Il Forum delle famiglie, l’organismo che riunisce le associazioni familiari di area cattolica – lo stesso che in questi giorni si è imbarazzato per Berlusconi – era fra i principali promotori. La grande manifestazione, alla quale sfilarono molti politici dell’attuale maggioranza (e alcuni del centrosinistra) si svolse con la benedizione – e la regia – di Camillo Ruini, che aveva appena lasciato la presidenza della Cei.
Insieme alla battaglia sulla fecondazione assistita, fu forse il momento più forte dell’equivicinanza che contraddistinse l’era Ruini a favore di un centrodestra che includeva ancora l’Udc di Casini. Quando, cioè, di fronte a un centrosinistra ritenuto dominato da laici e «cattolici adulti», Oltretevere il vento girò a favore della coalizione guidata da Berlusconi.
Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti. Ci sono stati Noemi e Patrizia D’Addario. L’Udc fuori dalla maggioranza. Il caso Boffo. E anche in Vaticano gli assetti sono cambiati con il cardinale Bagnasco alla guida della Conferenza episcopale italiana e il cardinal Bertone segretario di stato. L’era Bertone è caratterizzata da un grande pragmatismo sulle questioni di interesse della Chiesa: dai valori non negoziabili alle scuole paritarie.
Mercoledì il ministro dell’economia Tremonti ha fatto sapere al segretario di stato Vaticano che i tagli previsti per la scuola cattolica (200 milioni di euro) non ci saranno più. Insieme al ministro del welfare Maurizio Sacconi, è ultimamente ben accolto nei sacri palazzi.

da Europa Quotidiano 05.11.10

"Università, la libertà di dire no", di Alessandro Ferretti*

Abbiamo iniziato a dire «no» a un progetto che ci vuole infinitamente ricattabili, sempre più poveri in una guerra alla quale la società italiana sembra essere stata destinata da una gestione a dir poco discutibile della crisi finanziaria iniziata nel 2008. Mi sono imbattuto in Shantaram, un romanzo di Gregory Roberts, in cui si parla della cosa migliore al mondo. Una sostiene sia il potere, un altro il denaro, il terzo vota per la libertà. Alla domanda «Ma la libertà di far che?», avanza un’ipotesi: «Non so. Forse soltanto la libertà di dire no. Se riesci a ottenerla, non hai più bisogno di nulla».
Tra gli oltre 9 mila ricercatori che si sono dichiarati indisponibili a ricoprire gli incarichi della didattica non obbligatoria in 50 atenei italiani saranno in molti a riconoscersi in questa libertà. Otto mesi fa, quando la nostra protesta è iniziata nelle facoltà di scienze di Torino, Napoli e Cagliari, credevamo che il senso della nostra indisponibilità fosse legato alla pur necessaria difesa di un ruolo che ha svolto fino a oggi il 40 per cento della didattica nelle nostre facoltà. La riforma Gelmini dell’università realizza infatti la cancellazione della terza fascia della docenza universitaria, nega la possibilità di carriera a oltre 27 mila ricercatori, rende peraltro difficoltosa la ricostruzione del loro percorso contributivo. Così facendo, mette ogni aspetto della vita accademica e democratica delle università nelle mani di alcune migliaia di professori ordinari e precarizza la vita di chi fa ricerca a tempo pieno – come noi della rete 29 aprile – e quella dei 100 mila ricercatori precari costretti a una definitiva diaspora, rendendoci tutti sostituibili. Con il tempo abbiamo compreso che esiste anche un altro senso che ha contagiato come un virus molti e sconosciuti colleghi dei settori umanistici, scientifici e tecnologici. Insieme a loro abbiamo iniziato a dire «no» a un progetto che ci vuole infinitamente ricattabili, sempre più poveri in una guerra alla quale la società italiana sembra essere stata destinata da una gestione a dir poco discutibile della crisi finanziaria iniziata nel 2008.
Sono convinto che la nostra indisponibilità continuerà per l’intero anno accademico, e comunque fino a quando non esisterà un altro progetto di riforma degna dell’università pubblica e democratica che questo paese avrebbe potuto creare e, ne sono convinto, riuscirà un giorno a conquistare. Essere indisponibili, oggi in Italia, significa avere la libertà di rifiutare un lavoro dequalificato e precario, la norma in un sistema di produzione capitalistico come ha scritto Max Weber. Indisponibile significa opporsi al deterioramento della condizione di vita dei più giovani ai quali è stato negato l’accesso al welfare e ai servizi pubblici di cui noi quarantenni abbiamo goduto per ultimi, anche se non come avremmo dovuto. Come ricercatori abbiamo trovato uno strumento per opporci allo smantellamento (le cosiddette «riforme») del sistema pubblico di produzione e distribuzione della conoscenza, dalla ricerca alla cultura, dalla scuola all’università. Ci siamo dichiarati indisponibili a condividere silenziosamente il progetto dei ministri Gelmini e Tremonti che non intendono recuperare risorse con un taglio finanziario, ma infliggono un’offesa alla qualità, all’autonomia e alla finalità di miglioramento sociale al quale dovrebbero dedicarsi l’università e la scuola.
In pochi mesi siamo stati davvero in tanti a dire «no»: i difensori del territorio in Valle di Susa, gli operai che nelle urne e nelle piazze hanno detto «no» all’accordo di Pomigliano, i cittadini che difendono l’acqua pubblica. Chi ha un grande potere (Peter Parker docet!) ha anche una grande responsabilità: i talenti vanno fatti fruttare, e non seppelliti in giardino. Per far sì che questo grande potere non resti inespresso occorre fare un sforzo e allargare la prospettiva al di là del proprio particolare. E, mai come oggi, il terreno in cui seminare è pronto.
*Fisico, Università di Torino, Rete 29 aprile

Il Manifesto 05.11.10

"Senza sbocco il duello tra Berlusconi e Fini, ma in Parlamento succede qualcosa", di Stefano Folli

I due fatti politici di ieri s’intrecciano in una miscela inedita. Da un lato c’è Silvio Berlusconi che si affida alla tattica e rivolge un discorso a suo modo conciliante al nemico Fini, rimettendo sul tavolo persino quel «patto di legislatura» che appare e scompare dal dibattito come un fiume carsico.
Dall’altro c’è la maggioranza battuta in commissione a Montecitorio su un emendamento alla «legge di stabilità» (l’ex finanziaria). È una vittoria delle opposizioni, soprattutto perché al centrosinistra e all’Udc si sono aggiunti i rappresentanti di «Futuro e Libertà» e Movimento per le Autonomie. In altre parole, il cartello che nei voti di qualcuno dovrebbe costituire la griglia del governo di transizione. Pdl e Lega sono rimasti compatti, ma non è bastato. Ha prevalso l’alleanza sostanziale fra la sinistra e l’ipotetico «terzo polo». Un segnale da non trascurare.

Vediamo come legare i due fatti. Non c’è dubbio che ieri il premier avesse tutto l’interesse a tendere la mano all’avversario. Così come il presidente della Camera aveva e ha l’interesse opposto: svincolarsi da un tentativo di abbraccio tardivo che arriva non a caso alla viglia dell’assemblea di Perugia.

«Futuro e Libertà» ha già i suoi problemi nel mettere a punto una posizione verso il governo che non deluda i sostenitori, sempre più anti-berlusconiani, ma non risulti destabilizzante al punto da spingere il paese alle elezioni. Ora la mossa del premier mira ad accentuare le difficoltà finiane e soprattutto a divaricare il gruppo parlamentare dei dissidenti, ormai quasi un partito. Il «patto di legislatura», così come viene riproposto dal tattico Berlusconi, ha scarse possibilità di essere accolto dal presidente della Camera che infatti non vi legge alcuna novità interessante per lui.
E quale potrebbe essere la novità, al punto in cui siamo? L’argomento che potrebbe indurre Fini a discutere non è una stretta di mano condita da un paio di battute ai piedi dell’Altare della Patria. Ci vuole altro: per esempio una proposta di riforma elettorale utile a garantire un futuro al partito finiano. Una riforma che spezzi l’attuale gabbia bipolare e segni di fatto il ritorno a una forma proporzionale, sia pure corretta (il sistema tedesco o un modello simile).

Questo sarebbe senza dubbio un tema politico per riempire un’intesa di legislatura, visto che i patti definiscono sempre uno scambio fra i contraenti.

Viceversa Berlusconi non precisa mai quale sarebbe il contenuto dell’accordo e lo scambio implicito. Rimanda al valore della coesione e ai cinque punti programmatici sui quali c’è stato, sì, un formale voto di fiducia in Parlamento, ma su cui si registrano quotidiane polemiche, a cominciare dalla giustizia.
Sembra dunque un dialogo tra sordi. E in assenza di fatti nuovi la strategia finiana non potrà cambiare: continuerà a prevedere il logoramento del premier e del governo. Con il rischio però di scontentare tutti, i falchi e le colombe di «Futuro e Libertà».

Ecco perché la bocciatura del governo in Commissione è significativa. Se il duello tra i due rivali continua senza uno sbocco, se il quadro generale resta paralizzato, sarà in Parlamento che si deciderà il destino della legislatura. Si vedrà in aula e nelle commissioni se esiste ancora una parvenza di maggioranza. Molti ne dubitano e l’episodio di ieri sembra dar loro ragione. Comunque sia è in Parlamento che dovrà prender forma, mostrando di essere credibile, un’ipotesi di governo alternativo.

Il Sole 24 Ore 05.11.10

"In fondo al pozzo", di Massimo Giannini

Un uomo esausto, che annaspa in fondo al pozzo. Sommerso dagli scandali sessuali, che lo inseguono dovunque, e dai guai processuali, che lo tormentano comunque. Sfibrato dalla sindrome dell´inazione che uccide il suo governo, e dalla guerra di fazione che dilania la sua maggioranza. A dispetto del solito marketing politico, Silvio Berlusconi appare così alla Direzione del suo partito, che cerca di salutare l´improbabile rinascita del leader, mentre in realtà celebra l´inevitabile autunno del patriarca.
Quella di ieri, per il presidente del Consiglio, non è stata una fragorosa «chiamata alle armi», secondo il collaudato rito berlusconiano degli anni roventi. È stato l´esatto contrario: un sommesso «inno alla debolezza». Nella forma psicologica: il premier è apparso provato, a tratti dimesso, e alla fine addirittura commosso. Nella sostanza politica: il premier ha poco da dire, e nulla da dare. La risposta alle domande inquietanti del «Ruby-gate» è fiacca e del tutto implausibile (stavolta non solo il trito «complotto delle toghe rosse e dei comunisti», ma niente meno che «una vendetta della malavita»). Soprattutto, la replica alle questioni dirimenti poste da Gianfranco Fini è modesta e tutta difensiva (al punto da riproporgli persino l´ennesimo, a questo punto davvero impensabile «nuovo patto di legislatura» insieme alla Lega).
Dal fondo del pozzo, dunque, il Cavaliere chiede aiuto, e tende le mani. È il punto più basso, mai toccato finora, della curva del potere berlusconiano. Che implicitamente si offre all´ordalia dell´ex alleato e co-fondatore del Pdl, chiamato domenica prossima a Perugia ad una scelta difficile e forse esiziale. Mai come oggi, il futuro della legislatura è in mano ai futuristi di Fini. «Non romperà, perché ha paura delle elezioni», sostiene con la consueta sicumera padana Umberto Bossi. Ha totalmente ragione sulla paura delle elezioni, che nessuno vuole a parte il Carroccio. Ma ha parzialmente torto sull´impossibilità della «rottura» finiana. Di fronte a un esecutivo che non risolve i problemi del Paese, e a un presidente del Consiglio che affoga nei suoi problemi personali, il leader di Fli ha di fronte a sé tre opzioni: tendergli una mano, lasciare che anneghi da solo, o assestargli l´affondo definitivo.
La prima opzione è ormai esclusa, perché tardiva e impercorribile: poteva forse funzionare qualche settimana fa, se il Cavaliere avesse avuto la voglia di fermare i sicari dei suoi giornali lanciati nel massacro mediatico del presidente della Camera, e la forza di rilanciare un Progetto-Paese ben più concreto e ambizioso dei risibili «cinque punti» del programma, utili solo a lui medesimo (per la parte relativa alla giustizia) e al Senatur (per il capitolo legato al federalismo). Oggi non ha più senso, perché non c´è più tempo.
La terza ipotesi è la più ardita, perché «costosa» e imprevedibile: Fini dovrebbe dichiarare chiusi i giochi, e chiedere formalmente la crisi di governo, assumendosi tutta intera la responsabilità della rottura. Il co-fondatore dovrebbe certificare in esplicito la morte del berlusconismo, sciogliere per sempre il centrodestra nato con la rivoluzione del Predellino, candidarsi come leader alternativo del centrodestra che verrà, e nel frattempo negoziare con tutti gli oppositori del Cavaliere (dal Pd all´Udc, dall´Idv a Sinistra e Libertà). Per formare una nuova maggioranza, nell´ipotesi di prosecuzione della legislatura. O per sottoscrivere un nuovo patto elettorale, nell´ipotesi di scioglimento anticipato delle Camere. Detto altrimenti: Fini dovrebbe profilarsi come «candidato killer» di un governo di destra berlusconiana, non potendo ancora spendersi come «candidato premier» di un governo di destra europea.
Il «costo» politico dell´operazione sarebbe per lui molto alto: l´ex delfino di Almirante, ed ex leader di An, si troverebbe a sostenere un governo tecnico, o un cartello elettorale, non solo e non tanto insieme ai Bersani e i Franceschini, ma insieme ai Vendola e ai Bonelli. Tanto, per un leader che è nato e cresciuto nella destra missina, e che comunque sempre nella destra (sia pure costituzionale, repubblicana e post-berlusconiana) vuole e deve cercare i suoi consensi. Ma anche l´esito dell´operazione, al momento, sembra incerto: questa maggioranza alternativa, dal vago sapore di Cln, non pare ancora matura, proprio per oggettive difficoltà di osmosi identitaria. E dunque, nel momento in cui aprisse la crisi, Fini non sembra avere la certezza assoluta che una «alleanza repubblicana» possa presentarsi compatta al Quirinale, offrendo una solida alternativa al Capo dello Stato chiamato a decidere se sciogliere le Camere o dare il via libera ad un altro governo.
Resta la seconda ipotesi, al momento più pratica e quindi probabile. Fini lascerà che sia il Cavaliere ad annegarsi da solo, nel pozzo delle sue contraddizioni. A Perugia il leader futurista tirerà ancora la corda, senza ancora romperla del tutto. Dirà che così non si può più andare avanti, e che la vera destra italiana sarà quella finiana, e mai più quella berlusconiana. Lascerà intendere che sono maturi i tempi di un «appoggio esterno». Ma questa sarà solo la tappa intermedia, verso una «rupture» finale che il presidente della Camera vorrà a tutti i costi decretata sul campo dal presidente del Consiglio. Quando e su che cosa, si vedrà. C´è l´imbarazzo della scelta. La giustizia è il terreno più doloroso, almeno per il Cavaliere. Ma ora si aggiunge anche la manovra economica, che è il terreno più scivoloso per l´esecutivo. Le prime avvisaglie si vedono già. La Pdl alla Camera va sotto su un emendamento dell´Udc sui fondi Fas. Giulio Tremonti propone addirittura una pausa di riflessione per inserire nella Finanziaria un corpo di emendamenti che ricalchino e anticipino il decreto sullo sviluppo. Sono segnali inequivoci: prove di cedimento della maggioranza nel primo caso, tentativi di accomodamento del governo nel secondo.
È la strategia del logoramento. Quasi un «classico» della storia repubblicana di questo Paese. Ma anche questa può avere i suoi costi. Sicuramente li ha per l´Italia, che rischia di continuare ad essere sgovernata ancora per mesi, tra l´accidia rancorosa del premier e l´inedia disastrosa del Consiglio dei Ministri. Ma può averli anche per lo stesso Fini, che rischia di logorarsi insieme al Cavaliere, e di non approfittare neanche questa volta del suo momento di estrema, quasi irreversibile disperazione. Per questo, nel «sommario di decomposizione» della destra berlusconiana, il leader futurista non può non interrogarsi su un «titolo» di Primo Levi, antico ma attualissimo: se non ora, quando?

La Repubblica 05.11.10

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“L´abuso di potere. La vendetta della mafia ultima bugia del Cavaliere per uscire dall´angolo”, di Giuseppe D’Avanzo

Dunque, sostiene Berlusconi, può essere addirittura la mafia a manovrare le ragazze, minorenni e no, prostitute o no, che vanno svelando con documentati ricordi le “serate del presidente”. Dice il premier: “Visti i colpi che stiamo infierendo alla mafia, nessuno oggi può con certezza escludere che alcune cose che accadono siano frutto della vendetta della malavita”.
Il mentitore è sempre solitario e superficiale. È la ragione per cui la menzogna, per se stessa abuso di potere se chi mente è un leader politico chiamato a dar conto in pubblico delle sue condotte, non ha mai una gittata troppo grande né un´ampiezza veramente razionale. È un logos con la vista corta. Ne fa le spese anche un bugiardo compulsivo come Berlusconi.
in un angolo. Ci si è cacciato da solo. Vuole uscirne in fretta e con danni lievi. Evocare un´aggressione mafiosa, come ritorsione e vendetta per le iniziative del governo, gli appare una buona idea per liberarsi di una pressione che può piegarlo. Il vittimismo – chi meglio del Cavaliere può saperlo? – è sempre una medicina efficace nella terra dei piagnoni. In questo caso, l´idea è pessima. Lasciar credere che ci siano i mafiosi dietro le Ruby, le Nadie è autodistruttivo. L´accostamento conferma quel che, con la visione delle foto di Antonello Zappadu, i racconti di Noemi Letizia, le registrazioni di Patrizia D´Addario, già appare chiaro: la vita disordinata, che conduce, rende vulnerabile il capo del governo. Lo spinge in uno stato di minorità. Lo rivela debole, ricattabile, facilmente prigioniero di uno stato di costrizione che si può creare con un comodo sforzo mandandogli in casa una ragazzina per poi manipolarlo.
È quello che la mafia, secondo Berlusconi, può fare o sta addirittura facendo nei suoi confronti. Prendiamolo sul serio. Forse il presidente del Consiglio (il mentitore è sempre superficiale) non si rende conto di convalidare le ragioni di chi – nell´opinione pubblica, in parlamento – gli chiede conto da un anno delle sue deliranti routine private che, indebolendone la funzione e minacciandone le responsabilità, diventano affare pubblico.
Più di un anno fa, quando diventa noto che il fotoreporter Antonello Zappadu ha in archivio 5.000 foto “rubate” nella villa di Porto Rotondo, i tre membri di destra del Copasir (Fabrizio Cicchitto, Gaetano Quagliariello, Giuseppe Esposito) chiedono l´avvio di un´indagine per verificare “quale protezione hanno dato e danno al presidente del Consiglio le strutture dello Stato a ciò preposte, in primo luogo uno dei servizi segreti?”.
Al fondo di quella iniziativa c´è una ragionevolissima convinzione: i luoghi abitati dal presidente del consiglio sono di interesse nazionale; custodiscono gli affari di Stato; meritano l´attenzione che si riserva alla sicurezza della Repubblica. È stravagante che dinanzi alle cronache quotidiane – minorenni nelle ville del Cavaliere assistono a cerimonie erotiche; prostitute che vanno e vengono e sono in possesso del numero personale del capo del governo e non esitano a ingaggiarlo quando si trovano nei guai – quegli stessi uomini si oppongano a che il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti (Copasir) chieda a Berlusconi come l´intelligence lo protegga. O meglio quali sono gli incarichi che egli ha voluto affidare ai cinquanta uomini che, in assoluta autonomia dalle gerarchie, lo tutelano. Chiarimenti che sembrano del tutto necessari soprattutto se si ricorda che ad alcuni di quegli uomini dello Stato è stato assegnato, a quanto pare, il compito di coordinare gli accessi delle ragazze in villa o al palazzo; di controllarne i comportamenti e le relazioni; di levarle dai guai quando vi si cacciano; di espellerle dalla vita del Cavaliere quando mostrano una pericolosa aggressività. Sono spiegazioni del tutto urgenti ora che lo stesso premier ipotizza che ci possa essere la mafia dietro le rivelazioni di Ruby e Nadia.
Il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti è soltanto uno dei luoghi dove Berlusconi potrebbe (dovrebbe) far luce e dar conto di una irresponsabilità politica che lo spinge a confessare esplicitamente di non essere in grado di escludere che la sua condotta abbia messo a rischio la sicurezza del nostro Paese. È una questione che già è stata posta in parlamento da trentacinque senatori del Partito democratico. Con un´interpellanza interrogano Berlusconi sulla “potenziale ricattabilità del Primo Ministro italiano e dei rischi a cui potrebbero essere state esposte tutte quelle informazioni, anche segretissime, contenute nei dossier che Berlusconi è tenuto ad esaminare e che riguardano la difesa del nostro Paese e gli impegni cui siamo tenuti per l´appartenenza alla Nato”. “La questione – spiega Luigi Zanda a Palazzo Madama – riguarda anche la sicurezza economica dell´Italia. Ad esempio, la delicatezza e la vulnerabilità della nostra posizione (ricordata anche dall´Ambasciatore degli Stati Uniti in Italia), per i rifornimenti energetici e i nostri rapporti con mercati delicati come quelli della Russia e della Libia. Non è difficile comprendere come a un uomo di governo che tratta in prima persona affari di questa natura e di tale consistenza economica e geopolitica, venga richiesto di non ricevere a casa sua decine di donne sconosciute con tanto di registratori e di macchine fotografiche”.
C´è una contraddizione che oggi Berlusconi è chiamato a risolvere. Perché egli non può, da un lato, temere di essere ricattato dalla mafia per la sua disordinata vita privata e, dall´altro, rivendicare con orgoglio quel disordine come quando dice: “Sono orgoglioso del mio stile di vita. Se ogni tanto sento il bisogno di una serata distensiva come terapia mentale per pulire il cervello da tutte le preoccupazioni, nessuno alla mia età mi farà cambiare stile di vita del quale vado orgoglioso”.
Delle due, l´una. O Berlusconi si protegge dalle sue debolezze cambiando vita anche “alla sua età” in nome della responsabilità pubblica che liberamente ha voluto assumere. O le sue ossessioni compulsive glielo impediscono e forse deve ripensare al suo ruolo pubblico. E´ un fatto certo che non può fare l´uno e l´altro. A meno che consumi un altro abuso di potere. A meno che non ci abbia raccontato un´altra menzogna e quella storia della mafia che lo minaccia con le parole di Ruby e Nadia sia la favola di un uomo in fuga da se stesso, disertore dagli impegni e oneri, uomo di Stato palesemente inaffidabile. Per quel che dice. Per quel che fa.

La Repubblica 05.11.10

"Serrande abbassate contro i tagli Il 12 novembre protesta dei musei", di Elena Masuelli

Il mondo della cultura sciopera: «La Finanziaria è insostenibile»
“Porte chiuse, luci aperte sulla cultura”. Lo slogan scelto per la manifestazione racconta tutto il senso della serrata che il 12 novembre punterà il dito contro le conseguenze provocate sul settore dalla Finanziaria. Chiusi centinaia di musei, biblioteche, siti archeologici e luoghi di spettacolo, in decine di comuni di tutta Italia, «per richiamare l’attenzione sugli effetti dirompenti che la manovra avrà già dal prossimo anno, e per riaffermare il diritto alla cultura».
A promuovere la mobilitazione Federculture e Anci, Associazione Nazionale Comuni Italiani, con il sostegno del Fai, il Fondo Ambiente Italiano, per contestare non solo i tagli, comunque molto consistenti: 280 milioni tra quelli diretti al ministero dei Beni e le attività culturali, decurtamento del Fus e dei trasferimenti statali agli enti culturali, cui si aggiungono le riduzioni a carico delle amministrazioni locali, che potrebbero essere di circa 800 milioni di euro nel prossimo biennio, ma l’insieme delle norme della Legge 122/2010 «che prospettano uno scenario insostenibile nel quale sono messe a repentaglio la politica di intervento pubblico- ha detto Roberto Grossi, presidente di Federculture, e la stessa sopravvivenza di enti e di organismi». Fra queste la riduzione del numero dei componenti di organi di amministrazioni e collegiali, la limitazione delle spese per mostre e pubblicità al 20 per cento rispetto al 2009, la soppressione delle spese per le sponsorizzazioni.

L’iniziativa, presentata a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, sta raccogliendo l’adesione di amministrazioni locali di diverso orientamento politico, di aziende e associazioni, tutti colpiti dalla scure dell’ultima manovra del Governo, che porterà lo Stato a spendere in cultura lo 0,21% del suo bilancio: 21 centesimi ogni 100 euro, 25 euro procapite. In Francia è quasi il doppio, 46 euro per cittadino. E non si tratta solo di investimenti in spettacoli o eventi, ma dei fondi necessari per conservare, valorizzare e promuovere un patrimonio artistico immenso.

Chiusi un giorno, il 12 novembre, per sopravvivere e rimanere aperti sempre. E chi non chiuderà farà in modo di informare, con ingressi gratuiti e manifestazioni, sui rischi concreti che il mondo culturale sta correndo. Si leggono, nemmeno troppo fra le righe, nell’annuncio di Marco Magnifico, direttore del Fai, che chiuderà le sue 13 proprietà il cui ingresso è regolarmente a pagamento, e coinvolgerà nella protesta le 112 delegazioni su tutto il territorio nazionale: «E’ una manifestazione storica. Sono fiero di appartenere a un movimento civile di resistenza, e allo stesso tempo sono disperato di fare questa figuraccia di fronte al mondo. È un’iniziativa drammatica – ha continuato – e il Fai partecipa a questa protesta con un sentimento di dramma. Chiudere i nostri siti è una vergogna, un affronto, qualcosa che va contro il nostro statuto. Questo per far capire che non è un piccolo gesto ma una protesta forte».

La Stampa 05.11.10

Finanziaria, governo battuto su Fondi Fas. Fli ed Mpa hanno votato con l'opposizione

Gli alleati ‘dissidenti’ motivano così il loro appoggio all’emendamento: “Hanno voluto fare una forzatura, non ci hanno convinti”. La seduta è stata sospesa, il Pdl è in riunione con il viceministro dell’Economia Vegas. Idv: “Lo sfascio della maggioranza è irreversibile”. Franceschini (Pd) e Galletti (Udc): “L’esecutivo non ha più i numeri per governare”. Finanziaria, governo battuto su Fondi Fas Fli ed Mpa hanno votato con l’opposizione Il ministro dell’Economia Tremonti nell’Aula di Montecitorio

ROMA – Il governo è stato battuto in commissione Bilancio alla Camera su un emendamento alla Legge di Stabilità presentato da Mpa ed identico ad uno dell’Udc riguardante i fondi Fas. Sull’emendamento governo e relatore avevano espresso parere contrario ma la proposta di modifica è stata approvata con 24 voti a favore, 22 contrari e un astenuto, grazie ai voti di Fli ed Mpa, uniti a quelli dell’opposizione. Circostanza che fa dire a Dario Franceschini, presidente dei deputati Pd, e a Gian Luca Galletti, presidente dei deputati Udc, che “La maggioranza non esiste più e sarebbe bene per il Paese se tutti ne prendessero atto”. E all’Idv che “lo sfascio della maggioranza è irreversibile”.

“Stavolta a Tremonti i giochi di prestigio non sono riusciti – aggiunge Galletti – Il Parlamento ha esercitato le proprie prerogative e messo a nudo le incongruenze della politica economica del governo. A questo punto è chiaro a tutto il paese che l’esecutivo non ha più i numeri per governare”.
“La votazione di oggi in commissione bilancio – osserva in una nota Franceschini – e il comportamento di Fli e Mpa sono la conseguenza dell’ottusità del governo nel rifiutare ogni miglioramento al testo della legge di stabilità e parlano più chiaro di qualsiasi cosa”.

“La situazione del governo è di una gravità ormai insanabile”, commenta Antonio Borghesi, vice capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera. Nonostante continui rinvii e pressioni del governo sul rappresentante del Mpa, aggiunge Borghesi, “al momento del voto sull’emendamento che riguarda il reintegro dei fondi Fas, la maggioranza è stata battuta in modo ampio anche con i voti dei finiani e il governo è stato costretto a chiedere la sospensione della seduta”.

E’ evidente, sottolinea l’esponente dell’Idv, “lo sfascio irreversibile di una maggioranza che neppure su un tema come questo è riuscita a trovare una mediazione tra forze che la compongono. Ci auguriamo che alla ripresa dei lavori della commissione il governo annunci le sue dimissioni. Sarebbe la cosa migliore, visto che su altri emendamenti si prospetta lo stesso esito”.

L’emendamento approvato nel pomeriggio cancella il comma 5 dell’articolo unico del Ddl, che dava facoltà alle Regioni di chiedere che parte dei tagli venissero effettuati sulla quota dei fondi Fas anzichè sui trasferimenti per trasporto pubblico ed edilizia sanitaria. La seduta è stata sospesa e riprenderà alle 20,30.

“Le parole di Vegas non ci hanno convinto. Sono un po’ presuntuosi e pensano di poter snobbare il Parlamento”, ha spiegato dopo il voto Antonino Lo Presti, capogruppo Fli in commissione. Il portavoce dell’Mpa Misiti, ha detto che la maggioranza “ha voluto fare una forzatura” perchè si è deciso di votare mentre era ancora in corso la riformulazione del comma 6 (tant’è che Milanese non l’aveva ancora pronta). Questo, secondo Misiti, ha portato alla bocciatura.

Prima del voto il relatore Marco Milanese (Pdl) aveva proposto una modifica al successivo articolo 6, sempre sui fondi Fas e concordata con l’Mpa, in base alla quale la ridestinazione di 1,5 miliardi di fondi Fas all’edilizia sanitaria sarebbe stata ripartita secondo la proporzione 85-15 per cento.

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