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"Il presidente delle promesse mancate", di Nadia Urbinati

L´articolista del New York Times dipingeva in questi giorni la situazione italiana con i colori cupi dell´emergenza rifiuti e la collegava alla politica personalistica del presidente del Consiglio: «Ancora una volta il Signor Berlusconi ha detto che risolverà il problema. Ma questa volta le cose sono diverse: pochi lo credono». La caduta della fiducia è il fatto contro il quale il presidente delle promesse deve fare i conti. E non può ben sperare dopo aver per anni insistito a tranquillizzare e imbonire promettendo di fare tutto lui, e di farlo senza perdite di tempo, anche a costo di azzerare i controlli. La promessa del fare celere partorisce il nulla, o meglio, partorisce una piramide di piccoli e grandi privilegiati che vivono all´ombra di quegli azzeramenti delle regole, e che però non riescono più a fare da cuscino tra il vertice e una massa sempre più grande di delusi e miseri.
Le promesse hanno poco peso e vengono presto dimenticate quando riguardano questioni che non incidono direttamente sul vivere quotidiano. Farle in campagna elettorale è il mestiere dei politici. Ma è un´arte, non può essere una burla; le promesse devono essere calibrate alle reali condizioni sociali ed economiche. Anche le promesse elettorali devono avere un carattere “possibile” e in questo senso realistico; solo così non sono scambiate per frottole e servono a cementare la fiducia. Promesse credibili, non promesse semplicemente: questa differenza si manifesta quando gli impegni non mantenuti riguardano questioni pressanti della vita quotidiana, come lo smaltimento dei rifiuti o la disoccupazione.
L´incapacità di questo governo a mantenere le promesse è strutturale e irreversibile. Non è un incidente di percorso dovuto alla malevolenza dei giornali, alle “persecuzioni” della magistratura, alla presenza di comunisti in Parlamento. È un´incapacità strutturale perché sono troppi e troppo pesanti i problemi personali che assorbono il tempo e le energie del presidente del Consiglio e lo tengono lontano dal governo del paese. Un uomo d´affari pensa, giustamente, ai suoi affari e usa tutte le competenze e i mezzi che ha (e che la legge gli consente) per farli al meglio. Ma fare bene gli affari degli altri per l´interesse degli altri è una cosa molto più complicata – e soprattutto non riesce spontanea. La politica è un servizio benché debba saper trattare, mediare e fare compromessi. La ragione strategica è finalizzata al perseguimento di un “interesse” che non direttamente di chi lo rappresenta, e soprattutto non è calcolabile in termini di cash return. Ecco perché il profeta delle belle promesse finisce fatalmente per essere un impostore che racconta fole agli occhi dei molti che hanno avuto fiducia in lui.
Berlusconi, spiega un intervistato al giornalista del New York Times, ci ha insegnato che si può comprare tutto, ma in effetti così non è; lui non può comprare la fiducia tradita e nemmeno un modo celere per risolvere l´emergenza rifiuti in Campania. A due anni e mezzo dalla sua ultima vittoria elettorale, le sole cose per le quali ha operato quotidianamente sono state le sue proprie: «È entrato in politica per risolvere le sue grane». Questo spiega perché una maggioranza numericamente così forte non è riuscita a produrre nulla di positivo. Le altre notizie, quelle che ancora in questi giorni ritornano a riempire le prime pagine dei giornali, quelle dei baccanali e dell´uso festaiolo delle ragazze (anche minorenni), sono una costante di questo governo dei fallimenti. Una costante sempre più insopportabile non solo per i naturali sentimenti di repulsione che provoca, ma soprattutto per le forme di abuso di potere alle quali fatalmente si accompagna.
Ma giunti a questi livelli di degrado delle istituzioni, è il buon senso che ci fa trarre le giuste conclusioni. La politica ha tutti i dati per formulare il suo giudizio politico e fare il suo mestiere con competenza e coraggio; per imporre un fermo e interrompere questo insopportabile degrado della vita pubblica. Ci sono allo stato attuale tutti gli elementi per formulare un giudizio ragionevole e obiettivo che distingua tra ciò che è scandalo da rotocalco e ciò che compromette l´ordine istituzionale: questo governo danneggia il nostro paese. Lo danneggia sotto molti aspetti, per parlare dei quali un articolo non è sufficiente. Uno a caso: la sua immagine all´estero è al di là del raccontabile e rischia di trascinare con se l´immagine dell´intero paese, di tutti noi. Le tentazioni liberticide del governo contro la stampa invitano a pensare che a minare la credibilità del nostro paese siano i giornalisti: come se la conoscenza sia colpevole! Ma rovesciare le carte e imbavagliare l´opinione pubblica è un´impresa disperata e volta all´insuccesso, soprattutto quando una società si trova a dover fare i conti con una crisi economica e istituzionale enorme.
Poiché non può non restare senza eco nella mente dei cittadini il fatto che la condizione di privilegio di pochi (e di chi governa prima di tutto) debba essere pagata con manovre aggiuntive alla finanziaria, licenziamenti, decurtazione drammatica dei servizi e demolizione studiata della scuola pubblica: per avere tutto questo vengono richiesti sacrifici. Quanto costa il governo Berlusconi agli italiani? Se non sono gli scandali sarà il vaso colmo di una politica fallimentare, ingiusta e senza visioni a scuotere l´opinione pubblica.

La Repubblica 02.11.10

"L’assalto al Colle fallirà", di Mario Lavia

Cominciamolo a dire: giù le mani da Giorgio Napolitano. Cominciamolo a dire, sì. Perché questo sarà un pezzo forte previsto dal copione della crisi politica. La destra ferita a morte scaglierà i suoi dardi avvelenati contro il Quirinale giungendo probabilmente a quell’urto finale che sin qui si è sempre trattenuta dal dover azzardare, dovendo puntualmente prendere atto della sua inferiorità politica e morale dinanzi al primo cittadino del paese.
I tamburi già rullano. C’è il Cavaliere, innanzi tutto, con i suoi messaggi obliqui riferiti dai giornali, «non credo che Napolitano dirà sì ad un governo tecnico», e poi Calderoli che grida ad un «golpe» che legittimerebbe una «rivolta»: e infatti da qualche giorno circolal’ipotesi di un raduno leghista a piazza del Quirinale.
Lo vogliono intimidire. Vogliono annullarne le prerogative. Vogliono impedirne l’esercizio di un preciso diritto-dovere: quello di garantire il corretto funzionamento dei principali organi costituzionali, il parlamento e il governo considerando che essi non stanno funzionando – e Ruby non c’entra niente – ormai da mesi, in una situazione che non ha eguali nel mondo occidentale.
Il governo non si è ancora dimesso ma la crisi è virtualmente aperta. Siamo nella fase in cui tutti gli attori politici scelgono la posizione più conveniente in attesa del dopo-Berlusconi, si aspettano gli sviluppi di un’agonia che non potrà che finire. Può darsi che la tirino per le lunghe, con danno per il paese, ma più di tanto non potranno fare.
A quel punto al presidente della repubblica toccherà il non invidiabile compito di gestire una fase diversa secondo le procedure stabilite dalla Costituzioni e il suo personale scrupolo sempre al servizio degli interessi della democrazia italiana. Immaginiamo fin da ora che Giorgio Napolitano sarà come sempre imparziale ma non passivo, cauto ma vigile, non farà forzature ma nemmeno sarà il notaio della crisi. Andrà lasciato lavorare, uno come lui.

da Europa Quotidiano 02.11.10

"Guardare in faccia il Grande Dissesto", di Luca Mercatalli

Racconta Fenoglio nei «Ventitré giorni della città di Alba» che «verso la fine d’ottobre (1944) piovve in montagna e piovve in pianura, il fiume Tanaro parve rizzarsi in piedi tanto crebbe». Una tra le tante piene di cui l’autunno italiano è da sempre costellato. Capitano a causa delle intense perturbazioni che si generano per l’interazione tra le prime discese di aria fredda polare e la tiepida superficie del Mediterraneo ereditata dall’estate. È appena il caso di ricordare le pietre miliari delle grandi piogge autunnali, limitandoci a quelle più recenti e rovinose: l’imponente alluvione del Polesine è di metà novembre 1951, la storica piena dell’Arno a Firenze, con Venezia invasa dall’acqua alta del secolo, è del 4 novembre 1966, il Biellese viene devastato il 3 novembre 1968, Genova è messa in ginocchio il 7 ottobre 1970, il Tanaro infanga Alba e Alessandria il 5-6 novembre 1994, il Po a metà ottobre del 2000 esonda dalle Alpi al delta. L’elenco completo sarebbe immenso, e non è una novità per il nostro territorio.

Solo un mese fa ci toccava scrivere un pezzo non diverso da questo per i nubifragi su Genova, un anno fa era Messina che franava e a Natale erano in piena i fiumi della Lunigiana, la stessa regione investita nelle scorse ore da piogge di 200-300 millimetri da cui hanno preso origine le colate detritiche sulle frazioni di Massa. Una vasta perturbazione generata dalla depressione «Xanthippe», così battezzata come è uso da oltre un decennio dall’istituto di meteorologia dell’Università di Berlino, ha scaricato sul nord Italia tra cento e duecento millimetri di pioggia in due giorni, con massimi di 350 mm sull’alto Vicentino, ha portato le prime abbondanti nevicate oltre i 2000 metri e una vigorosa sciroccata sulle isole. Un evento tuttavia non eccezionalmente intenso, capita più o meno ogni anno. Ma allora perché siamo sempre qui a stupirci di fronte alle vittime e ai danni? In effetti nubifragi, frane e alluvioni fanno parte, dalla notte dei tempi, della naturale dinamica del territorio e sempre ci saranno, qui come altrove. È la nostra vulnerabilità che si è accresciuta, a seguito di una dilagante cementificazione fondata su un approccio di dominio sull’ambiente piuttosto che di convivenza. La ricetta internazionalmente proposta affinché le forti piogge facciano meno paura è dunque: 1) una più saggia pianificazione urbanistica con drastico blocco della nuova edificazione; 2) una coraggiosa rilocalizzazione degli abitati in zone a rischio, come ha fatto il governo francese nelle aree costiere inondate dalla tempesta Xinthia dello scorso febbraio; 3) un fondo assicurativo obbligatorio sui rischi naturali; 4) un programma a lungo termine di manutenzione idrogeologica capillare e diffusa in luogo di grandi opere di canalizzazione e arginatura che spesso producono un senso di falsa sicurezza e aprono la strada a nuovi insediamenti edilizi; 5) martellanti programmi educativi di prevenzione, nelle scuole e in televisione: si abbia il coraggio di spiegare alla gente in prima serata come ci si deve comportare in caso di emergenza senza essere etichettati come portaiella; 6) potenziamento dell’infrastruttura di previsione meteorologica e protezione civile, incluse esercitazioni. Tutte queste cose si fanno regolarmente per esempio negli Stati Uniti contro uragani e alluvioni (www.floods.org), in Italia sono in genere riservate agli addetti ai lavori, invece bisogna che arrivino al grande pubblico, che diventino parte integrante del corredo di capacità di ogni cittadino: in gioco ci sono la casa e la vita. È probabile che in futuro i cambiamenti climatici proporranno precipitazioni ancora più intense: una ragione di più per attrezzarsi. Invece del Grande Fratello forse sarebbe bene cominciare a guardare in faccia il Grande Dissesto Idrogeologico del nostro Paese.

La Stampa 02.11.10

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“I nomi dei colpevoli”, di Giovanni Valentini

Piogge, alluvioni, frane, smottamenti, vittime e danni. È la lunga catena dell´incuria e del degrado ambientale, più che la casualità degli eventi meteorologici o la violenza delle calamità naturali, a provocare disastri come quello che ha colpito in questi giorni il Centro-Nord.
Prima ancora del maltempo, è piuttosto il malgoverno che causa il dissesto del territorio, con tutte le conseguenze economiche e sociali che ne derivano.
Le responsabilità politiche e amministrative, a livello centrale o locale, si possono onestamente ripartire fra centrodestra e centrosinistra. Ma non c´è dubbio che finora il governo in carica ha fatto di tutto per aggravare ulteriormente la situazione, rinunciando ad adottare i provvedimenti e le misure che sarebbero stati necessari. E in particolare, tagliando a qualsiasi livello i fondi per la salvaguardia del suolo, per la tutela dell´assetto idro-geologico e per la protezione dell´ecosistema.
Nell´ultimo biennio, in base a un consuntivo di Legambiente, sono stati stanziati appena 237 milioni di euro per fronteggiare le principali emergenze: dalle frane di Messina a quella di Montaguto, in provincia di Avellino, che ha isolato per mesi la Puglia nei collegamenti ferroviari. Quest´anno i finanziamenti per la difesa del suolo sono scesi a 55 milioni di euro, 19 in meno rispetto al 2009. Ma, secondo la denuncia del Wwf Italia, è lo stesso ministero dell´Ambiente a rischio di scomparsa. Dal 2008 al 2010, le risorse a sua disposizione sono state ridotte di due terzi, passando da un miliardo e 649 milioni di euro a poco più di 500 milioni: tanto da suscitare perfino le proteste di un ministro abitualmente remissivo come Stefania Prestigiacomo.
Né vanno trascurate le responsabilità delle amministrazioni locali, a cominciare dai Comuni, spesso colpevoli di distribuire indiscriminatamente concessioni e licenze edilizie per fare cassa e coprire i buchi di bilancio. Oppure, in molti casi, per alimentare le clientele elettorali di questo o quel sindaco, di questo o quell´assessore. O addirittura, per motivi ancora meno rispettabili e più materiali, inoculati dal virus della corruzione.
È così che, in assenza di una corretta politica del territorio o anche solo di una gestione imperniata sull´ordinaria manutenzione, avanza imperterrita la cementificazione del suolo, continua l´alterazione dei corsi d´acqua, prosegue la manomissione idro-geologica. A tutto ciò, s´aggiungono poi gli usi e gli abusi speculativi. E infine, per completare un quadro già fosco, gli effetti perversi dei condoni che premiano i cattivi cittadini e puniscono quelli più onesti.
Questa è proprio “l´Italia delle alluvioni”, come la definisce il Wwf in un recente documento, avvertendo che «i nostri fiumi sono bombe a orologeria». E i dati lo confermano in modo inequivocabile: dal 1956 al 2001, la superficie urbanizzata è aumentata del 500%; mentre dal ´90 al 2005 abbiamo “consumato” un´estensione complessiva di tre milioni di ettari, pari a due regioni come il Lazio e l´Abruzzo. Il territorio del Malpaese ha raggiunto ormai il 10% di urbanizzazione media nazionale, con punte anche superiori come in Veneto. E ciò significa che non è più possibile tracciare un cerchio di 10 chilometri di diametro senza imbattersi in un centro urbano.
Proprio nell´ambito dell´”Operazione fiumi 2009″, condotta in collaborazione con il Dipartimento della Protezione civile, Legambiente ha realizzato un monitoraggio regione per regione delle attività amministrative comunali. I risultati sono sconfortanti. Sull´intero territorio nazionale, sono 5.581 i Comuni a rischio di frane e alluvioni, vale a dire il 70% del totale. Non c´è manutenzione. Non si mettono in sicurezza i corsi d´acqua e non si consolidano i versanti franosi. Si fa poco o nulla per prevenire e mitigare il rischio e, soprattutto, per limitare i pericoli e i danni per i cittadini.
Eppure, i fiumi sono storicamente una fonte di ricchezza e di prosperità per tutti i popoli. Erodoto diceva non per nulla che «l´Egitto fu il dono del Nilo». E in effetti, fin dall´età della pietra, è stato proprio il fiume più lungo del mondo a promuovere una grande civiltà antica come quella egiziana. Al di qua del Mediterraneo, nell´Italia di oggi, i nostri fiumi dissestati rischiano invece di diventare un simbolo di degrado e d´inciviltà.

La Repubblica 02.11.10

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«C’è un’industria dell’emergenza», di Maria Zegarelli

Il parlamentare Pd: «Dal 2008 ad oggi sono stati dimezzati i fondi destinati al dissesto idrogeologico. Ecco i risultati». Un drastico taglio delle risorse destinate alla tutela idrogeologica
del territorio eunatteggiamento troppo ammiccante verso gli abusivismi: un mix micidiale somministrato durante i governi berlusconi «e risultati sono sotto gli occhi di tutti», secondo
Roberto Della Seta, parlamentare Pd.
Frane, morti e allagamenti. Solo calamità naturale?
«L’Italia per il modo in cui è fatta è un paese fragile dal punto di vista della stabilità del suolo e dell’equilibrio idrogeologico, è un dato oggettivo, ma proprio per questo le politiche di tutela del territorio e di messa in sicurezza dovrebbero essere una
priorità per ogni governo».
E invece?
«E invece in questi anni di governi di centrodestra abbiamo assistito ad una progressiva diminuzione dei fondi ordinari destinati al dissesto idrogeologico. Dal 2008 ad oggi sono stati dimezzati, ridotti a poche centinaia di milioni di euro, una cifra ridicola e assolutamente inadeguata a far fronte ai continui disastri provocati dal maltempo, come dimostra anche quanto avvenuto soltanto nelle ultime ore».
Eppure questo è il Paese dei condoni edilizi.
«L’Italia non ha eguali in Europa in quanto ad abusivismo, è un fenomeno che non conosce tregua e contro il quale i governi Berlusconi che si sono succeduti non solo non hanno fatto nulla, ma lo hanno addirittura incentivato. Si stima che oltre un quinto delle abitazioni costruite negli ultimi venti anni siano abusive, spesso costruite in aree a rischio idrogeologico.
Durante questa legislatura hanno provato a emanare il quarto condono edilizio, poi grazie all’opposizione e ad una parte di opinione pubblica hanno fatto marcia indietro.
Ma è arrivato il “piano casa” che è stato tradotto nelle Regioni
governate dal centrodestra in norme “fai da te” che permettono di ampliare la propria abitazione senza troppi controlli».
Quindi un paese destinato all’emergenza?
«Nel nostro paese c’è una vera e propria industria dell’emergenza e dunque ci sono molte persone che hanno
interesse a che non se ne esca mai. Questo governo ne ha fatto la propria Bibbia: le emergenze sono la premessa per governare senza controlli, per derogare alle norme, non dar conto della spesa e eludere leggi di tutela ambientale».

L’Unità 02.11.10

"Il taglio alle borse di studio così i fondi per gli atenei si riducono del 90 percento", di Salvo Intravaia e Corrado Zunino

Per il 2011 la Gelmini prevede solo 26 milioni . Oltre 180 mila studenti hanno diritto all´assegno ma otto su dieci non lo riceveranno. Un taglio ai finanziamenti del 90%. Un´altra morte per mancanza fondi, nella scuola ai tempi della Gelmini, dopo la riduzione del tempo pieno, la cancellazione delle graduatorie dei ricercatori, la soppressione di alcuni atenei.
È nata con la liberazione d´Italia, Regio decreto 574 del 1946, la borsa di studio universitaria e ha accompagnato l´evoluzione della democrazia scolastica offrendo fino al 2001 una possibilità di mantenimento a studenti in corso, fuori sede, sotto le soglie dell´Isee, meritevoli. In due anni, con il colpo d´accetta tirato lo scorso 14 ottobre sul tavolo del penultimo Consiglio dei ministri, l´ammontare in euro delle borse da erogare è passato da 246 milioni a 25,7. Un -89,55% che peggio di così c´è solo la loro soppressione. E nel 2012 si arriverà a 13 milioni scarsi trasformando la borsa universitaria in un premio per élite scelte.
Questa – 25,7 milioni – è la quota di finanziamento governativo per il 2011 all´interno di un sistema, quello delle università, fortemente regionalizzato. Già. Lo stato di crisi generale delle Regioni italiane, in particolare al Sud, abbatte le residue speranze. Così oggi su una platea di 184.034 aventi diritto, l´80 per cento non prenderà quei mille, a volte duemila euro (si decide per bandi regionali) che spesso rappresentano una necessità per gli studenti che li ricevono. «Con una borsa di studio, oggi, non si studia, ci si mantiene», racconta Claudio Riccio, universitario della Link, «si paga un pezzo dell´affitto se si vive fuori dalla propria sede naturale, si pagano pranzi e cene lontane dalla mensa convenzionata, l´abbonamento mensile alla municipalizzata trasporti». Libri, dispense, aggiornamenti, viaggi di preparazione restano fuori da una borsa di studio, che a tutto serve meno che a studiare.
Gli iper tagli dell´assegno universitario dicono come il fragile welfare studentesco italiano stia franando e contribuisca ad acuire le distanze tra università del Sud e del Nord: è sempre più intensa, infatti, la salita di ventenni meridionali alla ricerca di università dalla borsa di studio possibile. Piemonte, Toscana, Emilia sono regioni che ancora possono dare concretezza alle promesse scritte sui bandi annuali. Chi ha un reddito familiare (della famiglia di provenienza) sotto i 17mila euro, oggi può accedere alla possibilità di un finanziamento pubblico. E se ottiene medie scolastiche sopra la media, può entrare nella graduatoria degli aventi diritto. Nella maggior parte dei casi inutilmente: per otto studenti su dieci non ci sono soldi. Tra l´altro, le graduatorie regionali del 2010 sono per definizione amministrativa “definitive non confermate”. Cioè, non valgono nulla fin qui: l´autunno è inoltrato e gli studenti d´ateneo ancora non sanno a chi toccherà lo scalpo della borsa di studio.
Dall´assegno universitario istituito nel 1963 e immaginato come un pre-salario – 200mila lire per gli studenti che vivevano nella loro città, 360mila lire per i fuori sede – alle norme del 1991, scritte per «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che di fatto limitano l´uguaglianza dei cittadini nell´accesso all´istruzione superiore e per consentire ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, di raggiungere i gradi più alti degli studi», alle ultime definizioni legislative dell´aprile 2001 la borsa di studio ha seguito, e a volte anticipato, le conquiste lavorative e civili del paese. Nelle ultime due stagioni il governo Berlusconi ha smantellato tutto. E se, come rileva una tesi presentata quest´anno a Scienze politiche della Sapienza, “Il diritto allo studio universitario in Italia”, l´80 per cento dei meritevoli e bisognosi studenti italiani non percepisce l´assegno meritato, in Francia si scende al 70%, in Germania al 60%, in Olanda addirittura al 4%. D´altronde l´Italia, appare sempre meno un caso, resta il paese con il tasso d´abbandono universitario più alto.

La Repubblica 02.11.10

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qui trovi i comunicati stampa di denuncia di Manuela Ghizzoni

"Imprese, sindacati e il governo che non c’è", di Raffaella Cascioli

Con metà dei ministri impegnati a mettere sotto il tappeto la polvere di due anni e mezzo di governo e il titolare dell’economia ormai autoconvintosi del connubio fatto di rigore e crescita ma alle prese con evidenti problemi di tenuta parlamentare, sono state le parti sociali a chiedere di uscire dall’impasse. Un vero e proprio vicolo cieco nel quale è finita l’Italia visto che il rischio dell’inesistenza dell’interlocutore governativo si sta materializzando con il passare delle ore.
Infatti mentre fuori dagli italici confini non si placano i moniti a sostenere un mercato del lavoro attaccato dalla crisi economica che ha distrutto 30 milioni di posti di lavoro nel mondo, nel microcosmo di casa nostra si ragiona di una Finanziaria blindata e di un decreto sviluppo che rischia di promettere ma di non mantenere. In un simile clima imprenditori e sindacati hanno battuto un colpo, presentando la scorsa settimana al governo le prime proposte su crescita e occupazione e chiedendo il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali, misure per il mezzogiorno, ma anche per la ricerca e l’innovazione oltre che sollecitando la semplificazione della pubblica amministrazione. Il mondo produttivo sollecita, e a gran voce, risposte immediate perché la ripresa economica affacciatasi negli ultimi mesi si starebbe già affievolendo, perché l’onda lunga della crisi non ha allentato la morsa sul mercato del lavoro, perché i tempi di reazione non possono essere ancora dilatati.
Tutte domande alle quali al momento l’attuale governo presieduto dal premier Berlusconi, in ben altre faccende affaccendato, non è in grado di rispondere. Di qui la paralisi denunciata a Capri dal presidente degli industriali Emma Marcegaglia. Una paralisi del paese ma, soprattutto, del governo. E se il mondo produttivo, per il tramite della Marcegaglia, è convinto che non sia questo il momento per andare al voto («ad aprile c’è il piano di crescita e competitività da approvare in Europa»), occorre un esecutivo che decida. In questo senso, l’ipotesi di un governo tecnico potrebbe garantire di traghettare l’Italia in questo difficile passaggio economico dando risposte alle domande degli industriali e del sindacato. Tanto più se, come da più parti si sostiene, un nuovo governo potrebbe essere guidato da un economista.
Nella settimana in cui in Cgil sarà ufficializzato il passaggio del testimone tra Guglielmo Epifani e Susanna Camusso alla guida del sindacato di Corso Italia, l’emergenza occupazionale sembra mettere tutti d’accordo. Imprenditori e sindacati. Ma il governo, che fa? Per il momento promette il rifinanziamento degli ammortizzatori ma fine anno si avvicina a grandi passi e non c’è traccia di provvedimenti in tal senso. Lo stesso vaglio dei decreti attuativi del federalismo procede a rilento mentre l’esame della Finanziaria tabellare entra nel vivo in commissione bilancio della camera e il ministro dell’economia sta predisponendo quel milleproroghe che ormai è l’unico provvedimento su cui è concesso quel che resta dell’assalto alla diligenza del decennio passato.
Di qui l’accelerazione di imprenditori e sindacati che cercano di inchiodare la politica alla responsabilità di guidare il paese. Un’agenda di riforme ma anche di sostegni, quella che le parti sociali chiedono a più riprese ad un esecutivo che sembra sgretolarsi ora dopo ora, proprio nel momento in cui non ci sarebbe un minuto da perdere. E così dopo lo sfogo della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia a Capri quello che imprenditori e sindacati chiedono è che sia finalmente aperta una finestra sulla crescita, che si sblocchino le nomine a cominciare da quella del presidente della Consob, che finalmente ci si impegni su un’agenda. Tanto più che oggi quell’agenda sulla crescita è condivisa da imprese e sindacati

da Europa Qu0otidiano 02.11.10

Mirandola (MO) – Incontro-dibatto: La scuola è ancora pubblica?

presso la sala Granda del Comune di Mirandola i Giovani Democratici della Bassa Modenese si confronteranno con gli Attori protagonisti della Scuola oggi.

Presenti:

On. MANUELA GHIZZONI
Capogruppo PD Commissione Istruzione alla Camera

CARLO MEDICI
Rappresentante d’Istituto I.I.S. Luosi di Mirandola

Dr. GIOACCHINO APICELLA
Genitore

GIORGIO SIENA
Preside I.I.S. Ignazio Calvi

Modera

ANDREA GOZZI
Coordinatore GD Bassa Modenese

"Il cavaliere, l'amore per la vita e la donna riposo del guerriero", di Michela Marzano

Berlusconi non fa nulla di male: ama la vita e le donne. Perché i giornali, ancora una volta, si accaniscono contro di lui? Perchè volergli impedire di passare ogni tanto una «serata distensiva» dopo gli sforzi massacranti che compie quotidianamente? Perchè tanto rumore per nulla? Ma il nostro premier non si scompone. Lui è «sereno». Ancora una volta, è la vittima innocente di una «spazzatura mediatica» che ne infanga l´immagine. Tanto più che gli Italiani non si lasciano più incantare dalla propaganda giornalistica e continuano a rinnovargli la fiducia. Molti sono gli uomini che lo ammirano in silenzio. Numerosi coloro che vorrebbero trovarsi al suo posto per godersi anche loro il meritato riposo del guerriero che, tornando a casa la sera dopo aver lottato contro i nemici della patria, viene accolto dalla dolcezza e dalla disponibilità delle proprie donne. Peccato che in questo quadro idilliaco fatto di lavoro accanito e di gioie domestiche le donne continuino a giocare sempre lo stesso ruolo: comparse marginali di un copione i cui gli eroi sono gli altri, gli uomini, coloro che le amano tanto. Ma che senso può mai avere la parola «amore» – di cui il nostro premier si riempie la bocca – in un mondo in cui la donna non è altro che una «terapia mentale»?
Il potere non logora solo chi non lo ha, ma anche chi lo subisce: i sudditi sottomessi di un regno il cui sovrano considera scontata e banale la sottomissione delle donne. Chi sono infatti queste donne che ama Berlusconi? Donne facili e disposte a tutto pur di riuscire, come sussurrano alcuni con disprezzo? Donne fragili e indifese che si rivolgono al capo in cerca di protezione, nella speranza di ottenere qualcosa – la cittadinanza italiana, un casting per qualche spettacolo televisivo, un posto in una lista elettorale? Donne come le altre, magari affascinate dal potere, che non riescono a rendersi conto che le immagini vanno e vengono e che la bellezza e la giovinezza svaniscono col tempo? Quanto all´amore per queste donne, cos´altro è se non il retaggio di una cultura maschilista che continua a credere che l´unico rapporto possibile tra gli uomini e le donne sia la dipendenza?
Secoli di oppressione femminile ci hanno insegnato che le donne dipendono dagli uomini perché hanno bisogno, per esistere, che l´uomo le protegga. Anche se, per essere protette, sono poi pronte a sacrificare desideri e aspirazioni personali, e a sottomettersi al volere e alle pulsioni maschili. Secoli di maschilismo ci hanno abituato ad accettare la «servitudine volontaria» delle donne, come scrisse La Boétie. Esattamente come ci hanno insegnato che gli uomini sono pronti ad essere dolci e paterni, a patto però che le donne accettino di «pulire (loro) il cervello da tutte le preoccupazioni quotidiane».
Perché stupirsi allora che molti italiani giustifichino Berlusconi per la «vita straordinaria che conduce»? Il modello proposto, riproposto e valorizzato non è forse quello tradizionale e patriarcale che permette solo agli uomini di occuparsi della «cosa pubblica»? Niente è più forte dell´abitudine. Per abitudine si accetta tutto. Si crede perfino che l´amore di un uomo per le donne consista a giocare a bunga bunga con alcune minorenni, creando relazioni inegalitarie e fondate sulla dipendenza.
Nell´amore c´è sempre una dose di dipendenza. Ma la dipendenza, nell´amore, è sempre reciproca e non esclude mai la possibilità dell´autonomia. Anzi, è proprio quando ognuno ha possibilità di essere se stesso indipendentemente dall´altro (dal suo sguardo, dalle sue parole, dalle sue attese, dai suoi desideri) che può poi «consentire» alla dipendenza momentanea in cui lo «getta» la passione. Nell´amore c´è sempre una parte di gioco, istanti in cui le nostre fragilità e i nostri infantilismi incontrano le fragilità e gli infantilismi dell´altro. Ma amare significa soprattutto «prendere sul serio» i desideri dell´altra persona, anche quando questi desideri non coincidono con i nostri. Costruire uno spazio in cui ognuno possa esistere, esprimersi, gioire, talvolta soffrire. Di quale amore allora si parla quando le donne vengono trattate come semplici oggetti di pulsioni? Quando servono soprattutto (se non unicamente) a permettere agli uomini di passare una serata piacevole e a svuotarsi il cervello dalle preoccupazioni lavorative?

La Repubblica 01.11.10

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“Generosità da lap dance”, di Silvia Ballestra

Scattato lo scandalo – il prodigioso Bunga Bunga che tutto il mondo non ci invidia – scatta repentina anche la costruzione difensiva, urgente mitologia del ribaltamento in cui il protagonista negativo diventa eroe. La si presenta (nei Tg amici, sui giornali di proprietà, nelle parole dei sodali) in una specie di melodramma ottocentesco denso di sapori deamicisiani. Lei, la giovane Traviata bisognosa di aiuto. Lui, il ricco e potente benefattore che corre in soccorso, con cavallo bianco (diciamo un pony, va’). Bella storia, ben studiata. Ma che finisce per fare acqua da tutte le parti e risultare ridicola non meno della storiella internazionale (tutto il mondo ne ride) della nipotina di Mubarak. Prima di tutto, la giovane Traviata non appare per nulla contrita, né indifesa, né timida. Girano sue foto da far paura, dispensa lezioni di etica e morale ma gira con mazzette di contanti in borsetta, gioca alla piccola fiammiferaia ma promette libri, interviste esclusive e rivelazioni. E poi lui, il benefattore, quello che “quando c’è da far bene non mi tiro indietro”, che ha evidentemente una concezione del bene un po’, come dire, Bunga Bunga. Perché a una minorenne in difficoltà, se sei l’onnipotente “Ghe pensi mi”, dovresti come minimo offrire un’istruzione, pagare un collegio in Svizzera, o una scuola professionale. Invece il grande benefattore che fa? In pratica la ripiomba nel suo mondo di pali da lap-dance, maschi predatori e chissà quali altre peggiori destinazioni. E quindi, vien da dire, dove sarebbe il bene dispensato? Le generosità sarebbe sottrarla alla tutela del Tribunale dei minori? Un po’ poco per il Grande Benefattore. Poco anche per una come Ruby Rubacuori, povera stella, che di cuore non ne ha mai rubato nemmeno uno, figurarsi poi a chi non ne ha.

L’Unità 01.11.10