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"Nessun taglio a scienza e ricerca Siamo britannici", di Pietro Greco

È questa, in estrema sintesi, la risposta data dal governo di Dublino e dal governo di Londra alle prese con il risanamento del bilancio dello Stato. Si taglia la spesa ma non la ricerca. Nessuno dei due governi è di centrosinistra e tanto meno di sinistra. In Irlanda governa il Fianna Fáil, che è un partito liberaldemocratico. Nel Regno Unito, come si sa, c’è il ticket di David Cameron (Partito conservatore) e di Nick Clegg (Partito Liberal democratico). L’Irlanda deve fronteggiare un deficit di bilancio che ha raggiunto i 50 miliardi di euro e, dunque, il 32% del Pil il maggiore tra i paesi industrializzati. Per abbatterlo e cercare di riportarlo entro i limiti di Maastricht (3%), il governo di Brian Cowen come tutti i governi di centrodestra ha scelto di non aumentare le tasse, ma di tagliare in modo drastico la spesa. La manovra di bilancio che sarà formalizzata il prossimo 7 dicembre prevede tagli per ogni e ciascun settore della pubblica amministrazione. Ma non per la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico, settore per cui si prevede, al contrario, un aumento degli investimenti pari a 2,4 miliardi di euro in cinque anni. A Dublino fanno, dunque, come a Berlino. Si taglia tutto, ma non la ricerca. Dove invece si investe. Da notare che l’Irlanda ha un Prodotto interno lordo che è pari a un decimo di quello italiano. Dunque è come se lo stato italiano avesse deciso di investire in ricerca 24 miliardi di euro in cinque anni.
È vero che nel biennio 2009-2010 anche l’Irlanda ha conosciuto tagli nei grant (contributi) alla ricerca intorno al 4%. Ma si tratta di piccola cosa rispetto all’aumento dei prossimi anni e, comunque, di un’esperienza limitata nel tempo. Che il governo non intende più ripetere. I tagli, dicono a Dublino, ci farebbero uscire dall’economia della conoscenza. Lì sono tutti convinti che il brillante passato dell’Irlanda prima della crisi finanziaria sia dovuto anche al raddoppio in dieci anni degli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S). Politica che il governo di Brian Cowen intende reiterare per cercare di uscire dalla enorme crisi che ha investito il paese.
Anche a Londra la pensano così. Il nuovo governo ha già deciso tagli alla spesa pubblica per 109 miliardi di sterlini (più di 130 miliardi di euro), da attuarsi anche mediante una riduzione paritetica della spesa di tutti i ministeri del 19%. Con un’unica eccezione decisa dopo le proteste della comunità scientifica: gli investimenti in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico. In particolare la spesa per la ricerca di base sarà congelata e rimarrà attestata intorno ai 4,6 miliardi di sterline (circa 5,6 miliardi di euro circa). Il congelamento, per la verità, non sarà uguale per tutti. La ricerca medica vedrà un aumento degli investimenti pari al tasso d’inflazione, per congelarla in termini reali. Mentre verranno limati i fondi per le partecipazioni a ricerche internazionali.
Il motivo addotto dal governo di centrodestra del Regno Unito è il medesimo di quello addotto dal governo di centrodestra irlandese e tedesco: la Gran Bretagna non può restare fuori dall’economia della conoscenza. Perché lì a differenza di Giulio Tremonti e del governo di centrodestra italiano sono convinti che la cultura è cibo. Non solo per la mente.

L’Unità 01.11.10

Bersani: "Ora Fini sia coerente governo tecnico con Fli e Lega", di Giovanna Casadio

Insieme una mozione di censura. Il sì di Di Pietro. L´Udc: serve una nuova fase. Prodi: “Che tristezza, si cambi pagina presto”. Il leader democratico ieri ha parlato sia con il centrista Casini, sia con Di Pietro. Bersani chiede a Fini di non essere più complice di un governo che getta discredito sull´Italia e lo invita a «censurare» insieme il premier in Parlamento. Il “caso Ruby” non può essere ignorato, rimosso, minimizzato. Quindi il presidente della Camera e leader di “Futuro e libertà” passi dalle «parole giuste – pronunciate ieri alla convention di Fli – a fatti giusti. Stacchi la spina. Questo governo non può restare perché se digeriamo anche questo non so cosa può pensare il mondo dell´Italia». È l´appello del segretario dei Democratici. Si rivolge anche a Bossi, al ministro Maroni che, finora, ha coperto il premier e la gravità di quella telefonata alla Questura di Milano con cui ha spacciato una minorenne in affido per la nipote di Mubarak chiedendone e ottenendone il rilascio. Ecco, incalza Bersani, «cosa ha da dire adesso la Lega, che ha predicato moralità contro le cricche e sui temi fiscali?».
Berlusconi «deve dimettersi». Al Tg3, il leader Pd rilancia il governo tecnico e si dice pronto alla «mozione di censura» a Berlusconi, se anche pezzi della maggioranza, ovvero i finiani, sono disposti ad aderire. «Servono i fatti – ripete – se questo governo si dimette noi siamo disposti a un governo tecnico per fare una legge elettorale nuova, affrontare una o due questioni di emergenza, e poi andare al voto sulla base di nuovi progetti da presentare agli italiani». Occorre insomma prepararsi a «un governo di transizione che deve segnare una discontinuità, che non ripercorra strade vecchie, che tenga insieme l´opposizione e le forze della maggioranza disposte a questo tragitto». La sfiducia nel governo è bene, secondo il segretario, che nasca nel paese. Bersani ha sentito ieri sia il leader dell´Udc, Casini che Di Pietro. In questa settimana in cui i lavori parlamentari sono sospesi, pensa anche a colloqui con i sindacati e Confindustria. La deriva del “bunga bunga” va fermata, e l´ipotesi di «una mozione di censura» al premier – che avrebbe lo stesso valore politico di una sfiducia, ma il vantaggio di essere più facilmente votata dai finiani – aprirebbe «una fase nuova, oltre il centrosinistra».
L´opposizione tenta di scuotere il paese. Anche Prodi, l´ex premier, lo ha detto ieri in un colloquio a Ferrara a Dario Franceschini, il capogruppo democratico. «La tristezza e la preoccupazione – si è sfogato il Professore – per la condizione in cui si trova l´Italia deve farci cambiare pagina al più presto». E Di Pietro apre al governo tecnico: «Daremo una mano, a patto che non sia una furbata da prima Repubblica. Berlusconi lasci, è indegno del ruolo che ricopre. Fini la smetta di ciurlare nel manico». Durissimi anche i leader dell´Udc. Cesa, il segretario, denuncia: «Dal 1994 a oggi mai i governi guidati da Berlusconi erano finiti così in basso. Le persone più responsabili del governo aprano una fase nuova. Le dimissioni sono inevitabili». Critica nei confronti di un governo tecnico è Emma Bonino leader, con Marco Pannella, dei Radicali. Dal palco del congresso di Pr, Bonino osserva: «Sarebbe un governo di transizione deciso da non più di 50 persone come avviene nei regimi oligarchici». E attacca Berlusconi: «Io non ho bisogno di guardare dal buco della serratura perché ci bastano le sue imbarazzanti performance all´estero, e noi sappiamo che quelle italiane sono anche peggio». Il Pd intanto chiede che il premier si presenti al Copasir, per chiarire il ruolo del suo caposcorta che avrebbe per primo telefonato alla questura milanese sulla vicenda di Ruby.

La Repubblica 01.11.10

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Veltroni: votare sarebbe un “suicidio”. “Dobbiamo restituire dignità al Paese”, di Curzio Maltese

Penso a un modello, il governo Ciampi. Uno dei migliori, insieme al primo Prodi. Un governo che restituisca dignità al Paese, affronti le scadenze europee e la legge elettorale
La priorità è un nuovo patto tra i cittadini per superare l´egoismo del berlusconismo. Questa è la sfida per un Pd che riprenda il cammino scegliendo il coraggio riformista. «In tutte le storie, i libri, i film, arriva la parola fine e qui siamo ai titoli di coda». La metafora è cinematografica, si capisce, ma il significato politico del discorso di Walter Veltroni si riassume in poche parole. «Dimissioni e voltiamo pagina».
Lei chiede che il suo ex avversario lasci Palazzo Chigi?
«Si deve dimettere. Perdere tempo è pericoloso, per il Paese. Berlusconi deve dimettersi subito»
Il premier si difende dall´ultimo scandalo, rivendicando d´essere un donnaiolo. Ma il punto non è questo, vero?
«No, non c´entra la vita privata del premier, ciò che è grave è la telefonata in questura, è aver mentito alla polizia, cose inimmaginabili in qualsiasi paese. In un colpo solo Berlusconi ha commesso un abuso di potere, violato l´uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, raccontato una menzogna spudorata a un pubblico ufficiale, dicendo che la ragazza, peraltro marocchina, era la nipote del presidente egiziano Mubarak, e ha coperto di ridicolo e disonore il Paese sulla stampa mondiale. È la telefonata e la concezione proprietaria del potere che essa esprime che non sono tollerabili».
Mettiamo pure che Berlusconi si convinca, carichi Fede, Lele Mora e le ragazzine e si avvii verso Antigua. Quali scenari si aprono? Voto o governo tecnico?
«Lo scenario è uno solo, un governo di responsabilità nazionale, che lasci decantare la fase di barbarie politica, riscriva la legge elettorale e affronti le nuove scadenze europee di cui nessuno parla. Un governo dopo il quale si dovranno affrontare un centro destra liberale ed europeo e un centro sinistra davvero riformista».
Quali sono queste scadenze internazionali?
«Entro il 12 novembre il governo italiano dovrà presentare all´Ue un piano di riforme strutturali per il rientro dal debito pubblico e il miglioramento della produttività. Dalla prossima primavera l´Europa vara un più stretto regime di controllo sulle politiche economiche dei singoli stati membri, come reazione al caso Grecia. In queste condizioni e con un debito al 118% del Pil, andare a elezioni dall´esito per giunta incerto sarebbe un suicidio».
Quindi, niente elezioni e un governo tecnico. Con quale maggioranza, quali obiettivi e guidato da chi?
«Penso a un modello, il governo Ciampi, uno dei migliori, insieme al primo Prodi, della storia repubblicana. Un governo, ne ha parlato Eugenio Scalfari, composto da personalità di alto profilo, in grado di restituire all´Italia quella dignità di grande paese che merita, affrontare le scadenze europee, arrivare a una nuova legge elettorale, promuovere primi interventi immediati in almeno due settori: la lotta alla barbarie della precarietà giovanile e un nuovo patto per il lavoro, l´impresa, la produttività. Un patto che unisca quei lavoratori e quei piccoli imprenditori che sono legati da una comunità di destino. Insomma un governo che torni a occuparsi dei 59.999.999 italiani che non sono Silvio Berlusconi. In due anni mentre il governo si è interessato solo di lodi e legittimi impedimenti gli altri paesi hanno fatto riforme strutturali importanti, come ha ricordato ieri Mario Monti. Lo sa, per me è una ossessione civile, questo paese si deve liberare dal suo immobilismo, dal suo istinto ad assecondare populismi e demagogie e deve fare i conti con i suoi problemi strutturali e dichiarare guerra a tutti i conservatorismi».
Questo governo tecnico avrebbe secondo lei i numeri in Parlamento?
«Oggi sì e anche più dei necessari. Nel centrodestra ci sono persone responsabili e serie che vivono con crescente disagio questa deriva angosciosa. Penso alle parole di Confalonieri, di Bossi, allo scontento di molti parlamentari della maggioranza. Dovrebbe essere un governo che nasce non contro qualcuno ma per il nostro paese».
Berlusconi griderebbe al complotto da tutte le televisioni, anche da Antigua.
«Berlusconi ha vinto contro di me promettendo cinque anni di stabilità. È dunque il primo ad aver tradito il voto degli italiani, quindi l´ultimo a poter parlare di tradimenti e ribaltoni. È stato al governo per otto anni e non ha mantenuto una sola delle promesse iniziali».
È sicuro che un governo, per quanto tecnico e di alto profilo, non comincerebbe a litigare proprio sulla legge elettorale? Non sembra esserci una sola opzione.
«È vero, ma su due punti mi pare siano tutti d´accordo: bisogna lasciare agli elettori la facoltà di scegliersi il governo, con alleanze dichiarate prima del voto, e restituire ai cittadini la possibilità di scegliersi i rappresentanti. Chiarite le linee guida, sui sistemi si può discutere»
La sua proposta di legge elettorale quale sarebbe?
«Da anni sostengo che il sistema migliore in Italia sarebbe il collegio uninominale con il doppio turno. Ma ripeto che qui non esistono dogmi. Comunque la priorità vera è la ricostruzione del Paese, un nuovo patto fra cittadini anche per ripristinare quel senso di comunità, quello spirito di solidarietà che l´egoismo sociale del berlusconismo ha distrutto e senza il quale il paese è inevitabilmente destinato a ciò che sta accadendo, l´imbarbarimento violento delle relazioni sociali e umane. E questa deve essere la sfida anche per un Pd che riprenda il suo cammino aprendosi e scegliendo il coraggio riformista».
Siamo realisti. La più probabile delle ipotesi è che Berlusconi non si dimetta e continui a governare nel caos, tirando a campare il più a lungo possibile. In questo caso che cosa accadrebbe?
«È lo scenario più spaventoso. Gramsci parlava di quei ceti dirigenti che pur di non abbandonare il potere avvelenavano i pozzi e bruciavano le stoppie per distruggere il campo, la ricchezza comune. Ma io sono fiducioso. Esiste una maggioranza silenziosa del Paese, fatta di persone che lavorano, creano, faticano e che hanno fiducia nell´Italia e che, indipendentemente da come hanno votato nel passato, vogliono voltare pagina. Si ricorda cosa dicemmo alla manifestazione del Circo Massimo proprio due anni fa? C´è un paese migliore di chi lo governa. Ora è il tempo di questo paese».

La Repubblica 01.11.10

"Anche Bertolaso racconta barzellette: «Tolti i rifiuti» E questa monnezza?" di Jolanda Buffalini

Napoli, il giorno del giudizio: altro che miracolo, altro che «emergenza finita» come dice il capo della Protezione Civile. Sacchi ovunque, gente arrabbiata situazione identica a dieci giorni fa. «È venuto un camion, ha buttato tutto qui…». La differenziata dei poveri si fa a piazza Garibaldi, davanti alla stazione, ma il piccolo suk domenicale è immerso nell’immondizia. Chi cerca scarpe o pantaloni usati è costretto allo slalom fra cassonetti liquefatti, rifiuti carbonizzati, bottiglie rotte e spazzatura nuova. 31 ottobre, a Napoli è ancora
estate di San Martino. Silvio Berlusconi, questa volta, ha dato un termine e la sua promessa è verificabile: non è un bel vedere, con le mosche che ronzano e i piccioni che razzolano, i bambini che mangiano la pizza passando vicino a quello schifo.
E non è un buon odore quello che si sente a via Foria, dove il cumulo invade la fermata dell’autobus, di fronte al civico 103, sul portone c’è scritto: «Chiusi per lutto. È morta la civiltà. Grazie al comune di Napoli». Non fa piacere scrivere «tempo scaduto» e smentire, con le immagini che pubblichiamo, prese ieri fra le 11 del mattino e le 15 del pomeriggio, il sottosegretario di Stato Guido Bertolaso che annuncia da San Giuliano di Puglia: «Emergenza finita».
Siamo vicino all’Orto botanico, XVIII secolo: «Si fanno solo gli affari loro», lamenta in dialetto una popolana guardando i cumuli. Per i napoletani l’emergenza non è finita: corso Novara, quasi sotto la tangenziale, «Sta mattina – racconta una signora – è venuto un camion bianco e ha buttato tutto in questa discarica a cielo aperto». Piazza Ottocalli, dove è nato Enrico Caruso, l’Albergo dei poveri, del grande architetto Ferdinando Fuga, monumento al welfare del Regno delle due Sicilie. Calata Capodichino, i cumuli sono ogni venti metri: all’angolo con via Provenzale, le signore si fanno largo fra i sacchetti per gettare plastica e vetro negli appositi contenitori, è la risposta dignitosa e pratica a quell’orrendo «se il Vesuvio eruttasse non sarebbe una gran disgrazia». «Noi – risponde la donna al cinismo dei professionisti dell’emergenza – ci proviamo
a essere civili».
La tradizione della festa dei morti è molto sentita, dalla Calata Capodichino verso il cimitero di Poggioreale il traffico è sostenuto. Fiori e munnezza.
La strada del cimitero è pedonalizzata ed è stata pulita, una navetta porta i disabili. Incontriamo Umberto Ranieri: «Vado a visitare mio padre. Trattala bene Napoli, anche se qualche volta non se lo merita».
Via Salvatorosa, incrocio che sale al Vomero. Corso Vittorio Emanuele il panorama mozza il fiato: il Vesuvio, i gradoni che scendono ripidi verso il centro storico. Ancora cumuli attorno ai cassonetti, riso amaro davanti allo lo slogan sulla differenziata: «Napulita». C’è una scuola elementare qui e una casa di cura. Più avanti, ci indicano, i mucchi «sono ancora più grossi». «Pago 350 euro annui per 35 metri quadri», comunica un ragazzo passando di corsa.
Via Roma, via Toledo. Disney Store, stewards davanti alle vetrine luccicanti: shopping e struscio evitando l’immondizia. C’è chi, guardando il fotografo, non rinuncia all’autoironia:
«Presepe napoletano senza pastori». Maschio Angioino. Anche qui, proprio sotto le finestre del Municipio, la puzza fa tirare fuori i fazzoletti, coprire le narici con la mano. «La mia filosofia è che i rifiuti è meglio toglierli», sospira Paolo Giacomelli, assessore all’igiene del comune di Napoli. «Se tutto procede
senza intoppi…forse in tre giorni». Ma nessuno si spinge a fare previsioni.
A Taverna del re l’intoppo c’è: protestano gli abitanti di Giugliano, forti dell’impegno preso due anni fa da Bertolaso: «Luogo altamente inquinato non lo riapriremo». Sempre a Giugliano, nello Stir (tritovagliatura e imballaggio rifiuti) non ci
sono impianti di stabilizzazione dell’umido e questo produce il cattivo odore. Il «sistema è fragile», spiega Giacomelli, «e noi dopo la raccolta restiamo con i camion pieni». Non solo, Napoli utilizza gli impianti di Acerra ma gli altri comuni della Provincia e della zona rossa del Vesuvio sono in difficoltà, con tre giorni di accumulo di immondizia. Una coperta troppo corta che può lacerarsi da un momento all’altro, altro che emergenza finita.

L’Unità 01.11.10

"Quell´Italia che si aggrappa alla famiglia", di Ilvo Diamanti

Senza famiglia: cosa sarebbe l´Italia? Eppure, al di là delle promesse e dei proclami, continua ad essere dimenticata dalla politica e dalle politiche. Anche se resta il principale attore e ammortizzatore sociale. Pensiamo al lavoro. O meglio: al non-lavoro, che sta assumendo proporzioni preoccupanti. Soprattutto fra i giovani. Il tasso di disoccupazione giovanile, infatti, in Italia, supera il 26%: 6 punti più della media europea (dati Eurostat). Ma nel Mezzogiorno un giovane su tre è senza lavoro.
Diciamo cose note, non solo agli esperti. Non a caso, in Italia, la disoccupazione è in testa all´agenda dei problemi, secondo oltre metà della popolazione (Demos per Osservatorio europeo sulla sicurezza, settembre 2010). Eppure, il grado di reazione e di protesta sociale è ancora limitato. Soprattutto fra i giovani. Niente a che vedere con la Francia, dove l´innalzamento dell´età pensionabile da 60 a 62 anni ha provocato un ciclo di scioperi ampio e generalizzato, che paralizza il Paese da settimane. Coinvolgendo i lavoratori di ogni settore, ma anche numerosi studenti – soprattutto dei licei. Preoccupati non tanto delle pensioni, ma del proprio incerto futuro. D´altronde, in Francia e ancora più in Italia, le prospettive dei giovani sono inquietanti. Per riprendere un´osservazione di Edmondo Berselli (nel saggio “L´economia giusta”, pubblicato da Einaudi), “si è interrotto il ciclo galbraithiano, quel processo che permetteva a ogni generazione di migliorare la propria condizione rispetto a quella precedente”.
Oggi, infatti, circa il 60% degli italiani ritiene, realisticamente, che i giovani avranno una posizione sociale peggiore rispetto a quella dei genitori.
Eppure i giovani non si ribellano. E neppure i loro genitori. Certo: la società è scossa da una sfiducia cronica. Profonda e generalizzata. Verso tutto e tutti. Politica e politici, governo e opposizione, banche e banchieri, sindacati e associazioni di categoria. Stato e istituzioni. Gli italiani hanno perso fiducia perfino nella Chiesa. Tiene solo il Presidente della Repubblica. Di qualcuno bisogna pure fidarsi, d´altronde, visto che non ci si fida neppure degli “altri”. Che ci potrebbero fregare – come pensano, in cuor loro, due persone su tre (Demos-Coop, 2009). Eppure, per quanto affondati in un oceano di delusione, gli italiani sopportano. Perché? La spiegazione – non l´unica, ma certo la principale – è piuttosto semplice, ancorché non semplicistica. Visto che in Italia c´è un solo riferimento capace di sostenere e di tenere insieme una situazione tanto precaria e traballante.
La Famiglia. Sottoposta a tensioni demografiche, etiche, organizzative. Non è più quella di una volta. Però, nonostante tutto, il 90% degli italiani la considera ancora il riferimento più affidabile. Ne è soddisfatto quasi il 100% (indagini Demos-Coop: 2006-7). Se i giovani non si ribellano, pur navigando a vista, tra disoccupazione e precarietà, affrontando cicli scolastici e universitari dagli sbocchi sempre più incerti, è perché la famiglia li protegge. Per il futuro professionale: i giovani contano sull´aiuto dei parenti e dei familiari (per il 40% di loro, il fattore di successo nel lavoro più importante: indagine laPolis per Coop Adriatica, dicembre 2009). Gli stessi imprenditori, per affrontare il passaggio di generazione preferiscono “mantenere la proprietà e la gestione dell´azienda all´interno della famiglia”. Come sostiene il 47% del campione intervistato quest´anno nell´ambito di una ricerca per Confindustria (Demos, gennaio 2010). Un anno prima la pensava in questo modo il 29%.
La crisi, evidentemente, ha rafforzato i legami più stretti. Anche perché il mondo della finanza e dei manager, diciamolo pure, non ha dato grande prova di sé in questi tempi. La famiglia. Di fronte al ridursi della spesa pubblica, ha aumentato il suo ruolo di welfare alternativo e sostitutivo rispetto allo Stato. Continua ad assumersi il peso principale nell´assistenza agli anziani (magari con la collaborazione delle badanti: ormai circa un milione, tra regolari e irregolari. Cfr. i dati Inps e le stime della Caritas e della Bocconi). Ma resta anche la principale rete di sostegno ai più giovani. Ai figli, che restano in casa sempre più a lungo; fin oltre i trent´anni. Anche se sono sempre di passaggio: fra studio, lavoro precario, stage, esperienze all´estero. E quando vanno ad abitare per conto proprio, perlopiù, si trasferiscono nell´appartamento di fronte, nella casa accanto, nella via poco più in là. Quasi tutti restano nei dintorni. Così i nonni si occupano dei nipoti e, a loro volta, vengono assistiti dai figli, quando ne hanno bisogno. Sono le “famiglie grappolo”, di cui parlano i demografi Francesco Billari e Gianpiero Dalla Zuanna (La rivoluzione nella culla. Il declino che non c´è, Ed. Bocconi, 2008). Reti familiari dove si scambiano aiuti, tempo, risorse e servizi, in modo continuativo.
Ebbene, questa famiglia appare ormai sovraccarica di compiti e di funzioni, che affronta con crescente fatica. Anche al proprio interno. I figli lamentano che i genitori hanno perso autorità. Che gli anziani chiudono loro gli spazi di autonomia e di affermazione, nella vita, nella società, nel lavoro. Tuttavia, non si possono ribellare, visti i legami di reciproca dipendenza e necessità (ma anche di affetto). Sempre più stretti. Peraltro, la famiglia esercita, inevitabilmente, un´influenza “conservativa” sul piano sociale. Ciascuno protegge e favorisce i figli: nel lavoro, nella professione, nella carriera.
La famiglia: in Italia, più che altrove, è utilizzata come bandiera e ideologia dai soggetti politici. Ma, come sottolineano Daniela Del Boca e Alessandro Rosina (Famiglie sole, Il Mulino 2009), è, più che altrove, abbandonata dalle politiche sociali. Pochi servizi sociali alle donne che lavorano. Sul piano fiscale, poca (nessuna) attenzione per chi ha figli – e magari coniuge – a carico. È una famiglia “stressata”, come ha rilevato l´ultimo rapporto del Censis. Impegnata a resistere con crescente difficoltà. Il filo residuo della tela logora di questo Paese logoro. Si sta logorando a sua volta. E rischia di spezzarsi.

La Repubblica 01.11.10

"Il salvadanaio contro il debito?", di Giuliano Amato

Romano Prodi può non pretenderle, ma avrebbe diritto alle scuse. Vi ricordate le critiche che piovvero su di lui, allora presidente della Commissione europea, quando disse in un’intervista a Le Monde – era giusto l’ottobre di otto anni fa – che il patto di stabilità era “stupido”? Lo si volle far passare per un istigatore alla violazione del patto e la stessa Bce reagì gelidamente, ribadendo che le regole vanno comunque rispettate.
Ebbene le analisi che abbiamo letto in questi mesi, coronate, almeno per ora, dalle deliberazioni di venerdì con le quali il Consiglio europeo ha corretto profondamente il patto, rendono giustizia a Prodi, giacché riprendono la sua critica e sono caso mai ancora più dure. Non penso soltanto ai tanti articoli di singoli studiosi. Ho davanti il rapporto della Commissione affari europei del Senato francese del 19 ottobre, nel quale si parla di un patto «décrédibilisé», cioè privato di credibilità, che «non ha funzionato». Il patto non ha funzionato – scrivono i senatori francesi raccogliendo giudizi ormai diffusi – perché il suo rispetto era rimesso interamente alla buona volontà degli stati membri che hanno fatto a gara nel violarlo.

Perché – come aveva spiegato Prodi – la sola attenzione ai numeri del bilancio non basta ma occorre tener conto del ciclo economico e di altri fattori; perché, anche in ragione di ciò, le sanzioni non sono state mai applicate e perché, infine, era diventato un congegno farisaico, che concentrava l’attenzione sul limite dell’indebitamento annuo (il fatidico 3% del Pil), lasciando irresponsabilmente nell’ombra le dimensioni del debito totale.
Quali sono i cambiamenti di maggior rilievo che sono stati introdotti e quali conseguenze ne potranno derivare? Si parla molto del fondo anticrisi, oggi vigente per soli tre anni e reso permanente, anche per il forte dissenso espresso da Jean-Claude Trichet sul coinvolgimento in esso dei privati, che potrebbe rendere i mercati ancora più turbolenti. Lo si dovrà chiarire, certo si è che il fondo colma una lacuna, della quale per anni abbiamo addirittura negato l’esistenza. E c’è voluto il disastro greco per farci capire che ne abbiamo bisogno. Al di là di ciò, quattro temi mi paiono particolarmente significativi: il rafforzamento del coordinamento preventivo attraverso il “semestre europeo”; la questione delle sanzioni, per chi dovesse risultare ex post fuori norma; l’attenzione agli squilibri macroeconomici oltre che a quelli di bilancio; l’attenzione non solo all’indebitamento annuo, ma anche al debito totale e al suo rapporto con il debito privato.

Del semestre europeo parlo con personale soddisfazione, perché riprende una mia idea di diversi anni fa, quando proposi, per i paesi della zona euro, un documento di programmazione economica e finanziaria comune (un Dpef, come quello che allora avevamo in Italia) che facesse da base ai rispettivi bilanci. Era un modo di garantire a priori la convergenza e la coerenza delle nostre politiche fiscali, che poteva di molto ridurre gli scostamenti dal patto. Allora parve troppo osé, ora, con il semestre, ci andremo molto vicini e ai parlamenti nazionali dovranno essere presentati bilanci accompagnati dalle raccomandazioni del Consiglio e della Commissione e dai modi per attuarle. Per chi pensa che non possa esserci una moneta comune senza politiche fiscali effettivamente comuni, è un bel passo avanti.
È un bel passo avanti che, riducendo il rischio di divergenze, può rendere meno cruciale il tema delle sanzioni. E qui io ci penserei due volte prima di far cadere la proposta franco-tedesca d’introdurre anche sanzioni non finanziarie. La proposta non ha avuto molta fortuna nell’ultimo Consiglio – il presidente della Commissione l’ha definita inaccettabile – e su di essa si tornerà forse a dicembre. Le sanzioni finanziarie a carico di chi ha un disavanzo eccessivo, automatiche o non automatiche che siano, finiscono sempre per far piovere sul bagnato e questo non è certo il modo migliore di asciugare il disavanzo. Quando risulti accertato che esso è dovuto non ad incontrollabili fattori esterni, ma a responsabilità dirette delle autorità nazionali, l’effetto reputazionale della sospensione del diritto di voto nelle sedi europee può essere ben più utile ed efficace.

Fortemente innovativo è l’allargamento della sorveglianza e del coordinamento al di là dei bilanci, nella consapevolezza che gli stessi squilibri macroeconomici possono danneggiare non solo la stabilità dell’unione monetaria, ma la crescita complessiva di chi ne fa parte. Si prevede perciò che tanto gli stati con forti disavanzi correnti, quanto quelli in surplus siano tenuti ad adottare le politiche e le riforme che, nel caso di surplus, dovranno rafforzare la domanda interna. E ci saranno indicatori e raccomandazioni della Commissione a cui essi si dovranno attenere.
La Germania ha così accettato in sede di Unione ciò che, d’accordo con gli altri europei, aveva respinto in sede di G20, quando il Tesoro americano aveva proposto dei limiti non valicabili per i paesi in surplus. Una contraddizione? Leggiamolo come uno scatto di europeismo, perché al G20 si è detto che uno squilibrio interno all’Europa è all’interno della stessa Europa che verrà risolto. Speriamo che sia vero. Se lo sarà, vorrà dire che saremo davvero più europei. E vorrà anche dire che s’intendono porre in comune in Europa non solo il rigore fiscale, ma anche le politiche per la crescita interna. Mesi fa sembrava che la Germania da questo orecchio non ci sentisse. Se non è più così, è davvero un’opportunità da non perdere.

E arriviamo all’ultimo punto, l’attenzione che finalmente è caduta, oltre che sull’indebitamento annuo, sulle dimensioni del debito totale. Non ci saremmo arrivati senza l’impennata dei debiti pubblici seguita alla crisi finanziaria. Certo si è che a questo punto non si poteva più far finta di non accorgersi che rispettare l’indebitamento al 3% lasciando immutato negli anni un debito totale esorbitante non rispetta le regole del gioco. Ed ecco la richiesta di una discesa costante, accompagnata dalla previsione di sanzioni per chi non lo fa.
Giustamente l’Italia ha chiesto che le sanzioni non siano automatiche e che si valutino insieme l’entità del debito pubblico e quella del debito (e quindi del risparmio) privato. Ma qui sorge per noi una domanda finale: il basso debito privato e l’alto risparmio di cui godiamo ci devono servire per non essere puniti se il debito pubblico lo lasciamo alto, oppure per tagliarne una bella fetta, sacrificando un po’ di quello che abbiamo? Prevale la prima risposta, c’è addirittura chi la ritiene socialmente più giusta. Ma forse la troverebbero meno giusta le generazioni future, a cui lasceremmo intero un debito che noi abbiamo fatto e che a noi toccherebbe pagare. Vogliamo discuterne?

Il Sole 24 Ore 31.10.10