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"Dislessia, 75mila euro per curarla", di S.M.

Presentato il progetto, un aiuto a chi ha difficoltà d’apprendimento. Sono stati presentati, ieri, presso il Municipio, la nuova Legge nazionale sui Disturbi Specifici di Apprendimento (Dsa) nella scuola e i relativi progetti avviati sul territori o dell’Unione. Alla conferenza stampa erano presenti Manuela Ghizzoni, parlamentare del Pd, membro della Commissione e relatrice della legge stessa, Giuseppe Schena, assessore alle politiche scolastiche dell’Unione, e Valentina Diazzi, associazione Effatà onlus . «E’ stato compiuto un lavoro bipartisan per arrivare all’approvazione definitiva di questa norma – afferma l’on. Ghizzoni – Essa definisce i principi cardine da seguire nell’assistenza dei giovani affetti da Dsa, come dislessici, e individua risorse per la formazione dei docenti e per gli strumenti a sostegno delle famiglie».
«Sono due i progetti già attivi sul nostro territorio – precisa Schena – Il primo promuove l’agio in tutte le scuole e consente di effettuare la diagnosi iniziale o screening degli studenti e monitorare gli apprendimenti della lettura, scrittura e del calcolo ; i l secondo, invece, è volto a facilitare l’apprendimento scolastico e i compiti evolutivi nel dopo scuola all’interno di
centri specializzati» .
Da quest’anno il secondo progetto è stato attivato oltre che a Carpi (dove è stato realizzato fin dal 2004 nel Centro Hip Hop Up-Prendo), anche a Soliera e Campogalliano.
Le risorse destinate dall’ente locale per l’anno scolastico 2010-2011 raggiungono quota 75mila euro .

La Gazzetta di Modena 26.10.10

Occuperemo il tappeto rosso del Festival

«Occupiamo il tappeto rosso». E’ il coro unanime del mondo del cinema. La protesta contro i tagli allo spettacolo proseguirà al Festival di Roma con l’occupazione del red carpet durante la giornata di inaugurazione e di uno spazio fisso dentro l’auditorium come presidio permanente. Sono le due azioni votate ieri sera all’unanimità, durante l’incontro al teatro Eliseo, da decine di associazioni. Si chiama «Tutti a casa» — dallo striscione appeso davanti alla Casa del Cinema, occupata venerdì scorso — la mobilitazione dello spettacolo italiano. «Abbiamo capito come questo governo dà senso a parole come azzerare ed espropriare, noi possiamo dare un senso alla parola occupare — dice Andrea Purgatori dell’associazione Centoautori, motore dell’occupazione —. Il giorno dell’inaugurazione dobbiamo dichiarare che quel tappeto rosso è nostro». Tra il pubblico c’è anche Piera Detassis, direttore del Festival di Roma, che precisa: «Non viviamo questa iniziativa come qualcosa contro il Festival di Roma, cercheremo il dialogo. E’ comunque una manifestazione della vitalità della rassegna». Per Stefano Rulli, presidente dei Centoautori «questo governo apparentemente è forte ma non sa gestire i conflitti». All’incontro partecipano associazioni di attori, tecnici, doppiatori, oltre ai sindacati, i produttori televisivi, gli agenti, Articolo 21 e Doc.it, Anica e Agis. Riccardo Tozzi, presidente dei produttori Anica, ricorda come la linea di chiusura di Tremonti «non risponde a nessuna logica economica». Fra le tante proposte quella dello sceneggiatore Domenico Saverni: «I colleghi che hanno dei film in concorso potrebbero utilizzare quello spazio anche per parlare delle nostre ragioni». Fra gli interventi polemici c’è quello di Nino Giarrusso, aiuto regista: «Qui non siamo proprio tutti oggi, manca il presidente dell’Accademia del Cinema Italiano, dei David di Donatello, Gianluigi Rondi». Fra i presenti: Elio Germano, Cristina Comencini, Giulio Scarpati, Paolo Virzì, Marco Bellocchio, Giuliano Montaldo, Sabrina Impacciatore, Marco Risi.

Il Corriere della Sera 26.10.10

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“Contro i tagli di soldi al cinema occupiamo il red carpret di Roma”, di Arianna Finos

Ieri l´assemblea all´Eliseo di Roma ha votato di continuare la protesta al festival. «Il tappeto rosso è nostro. Il governo che sa solo tagliare e azzerare capirà che noi sappiamo occupare. Non solo i cinquecento di stasera ma in mille, duemila saremo sul red carpet che, il 28, inaugura il Festival di Roma». Dal palco del Teatro Eliseo di Roma, Andrea Purgatori di 100autori detta la linea – occupazione e un presidio permanente durante il festival – e la platea subito l´approva per alzata di mano, praticamente all´unanimità: decine di associazioni del cinema, sceneggiatori, produttori, esercenti, maestranze, attori, uniti come mai e galvanizzati dal successo dell´occupazione della Casa del cinema, la notte di venerdì scorso. In sala ad applaudire ci sono Marco Bellocchio, Cristina Comencini, Renato De Maria, Marco Risi, Paolo Virzì, Giulio Scarpati, Elio Germano e molti altri. Tra loro anche la direttrice artistica del Festival di Roma, Piera Detassis: «Non credo che questa protesta sia contro il Festival. Sono pronta al dialogo come ho sempre fatto, perché la mia rassegna è anche la casa del cinema. Ci hanno lavorato e mostreranno i loro film anche registi che sono qui stasera». Giulio Scarpati, del sindacato attori, dal palco sottolinea come ci sia «un disegno preciso di questo governo contro i settori della cultura, della scuola, della ricerca, che contribuiscono a formare un sapere critico della società». «Nel cinema italiano c´è una situazione paradossale, schizofrenica – denuncia Paolo Virzì – Mentre sale la quota di mercato nazionale fino a superare il trenta per cento, c´è una politica che ignora la potenzialità industriale del settore. In questo modo rischia di farci chiudere bottega». Tra gli obiettivi immediati della protesta, il rinnovo di tax credit e tax shelter che, spiega il produttore Riccardo Tozzi, «dati alla mano si dimostrano in modo incontrovertibile moltiplicatori di ricchezza. I 90 milioni di euro stanziati per il tax credit saranno compensati da nuovi redditi prodotti e da nuove tasse pagate per un rendimento doppio, se non triplo. Non c´è nessun motivo economico per eliminare queste misure».
Il presidente di 100autori Stefano Rulli sottolinea la forza della unità ritrovata e battezza il momento con la scritta sullo striscione issato nella notte dai protestanti più giovani: «Tutti a casa. Un titolo che facciamo nostro perché per noi lavoratori del cinema, siamo 250mila, significa davvero aver ritrovato un luogo comune. Lo diciamo anche all´arroganza del governo. Berlusconi, Bondi, Tremonti: tutti a casa».

La Repubblica 26.10.10

"Se l´immigrato resta un estraneo", di Renzo Guolo

La Merkel proclama il fallimento del multiculturalismo, o di quel modello di integrazione che si regge sul riconoscimento di un certo grado di diversità culturale nello spazio pubblico, soprattutto in relazione alla presenza dell´islam in Europa. Ma tutti gli Stati europei sono alle prese con la crisi del proprio modello di integrazione. A riprova che il radicale mutamento indotto dalla globalizzazione ha sottoposto a dura prova un bagaglio di soluzioni che si riteneva ormai consolidato. L´irruzione di culture altre nello spazio sociale solleva, infatti, questioni enormi, tra le quali il concetto di cittadinanza, la laicità dello stato, il pluralismo religioso. Tutti si interrogano sul che fare ma nessuno dispone di ricette miracolose.
Il multiculturalismo mostra palesi limiti perché amplifica la già vasta frammentazione sociale. Ma in crisi è anche il modello assimilazionista, come ci ricorda non solo il famoso caso delle ragazze musulmane del liceo di Creil, espulse da scuola perché la laicità francese non permette che venga ostentato alcun segno religioso nella sfera pubblica, nemmeno il velo. Un modello che taglia gordianamente i nodi ma fatica a legittimarsi quando non riesce a distinguere nettamente tra ciò spazio pubblico o privato. La rivolta delle banliues ha mostrato poi che il presupposto dello scambio assimilazionista, concessione della cittadinanza contro rinuncia ai particolarismi identitari, non funziona: per i giovani delle periferie i diritti sociali di cittadinanza restano un miraggio senza politiche pubbliche di sostegno. Così non trovano lavoro e hanno cattivi risultati a scuola, l´istituzione cui è assegnato il compito di trasmettere i “valori repubblicani”.
Gran Bretagna, Olanda, e alcuni lander tedeschi, hanno adottato un modello multiculturalista. Ma esasperano il riconoscimento delle differenze senza definire il terreno comune sul quale le diverse culture devono incontrarsi per rendere possibile un comune senso di appartenenza. Sono, così, proliferate comunità parallele, etniche o religiose; e, come tutte le figure parallele, destinate a non incontrarsi mai. La Gran Bretagna si è stupita quando ha preso atto che gli autori degli attentati di Londra del 2005 non erano stranieri ma cittadini di Sua Maestà. Perfettamente integrati, ma solo all´interno delle loro comunità chiuse, in questo caso quella etnica pakistana.
Francia e Gran Bretagna, hanno comunque confermato, sia pure con qualche variante per evitare di alimentare l´ulteriore crescita di forze xenofobe, i loro modelli. È l´idea di fondo che li sorregge: per quello assimilazionista la convinzione che la coesione sociale sia garantita dalla condivisione di ideali come i valori repubblicani e la laicità “negativa” dello Stato; per quello multiculturalista, l´idea che singoli e gruppi siano meno conflittuali quando coltivano la propria identità religiosa e culturale. Modelli che hanno entrambi come presupposto lo ius soli: è cittadino non solo chi è nato lì ma anche l´immigrato che voglia diventarlo attraverso un adesione basata non sul legame etnico ma sul contratto.
E in Italia? Il nostro paese non ha elaborato alcun modello: a seconda delle diverse maggioranze di governo, ha prevalso una concezione inclusiva o esclusiva dello straniero. In realtà, un modello si è imposto. Sotto il pugno di ferro leghista ne è nato uno nominalmente assimilazionista, ispirato dalla generica formula «gli immigrati rispettino le nostre leggi e tradizioni». Ne è derivato un assimilazionismo monco: l´assenza di cittadinizzazione lo rende poco appetibile agli immigrati, chiamati a rinunciare alle proprie identità, culturali, etniche e religiose, in cambio del nulla. Se in Francia quella rinuncia ha come oggetto di scambio la cittadinanza, in Italia l´assimilazionismo in salsa padana assume il volto dell´imperativo senza contropartite.
Un modello essenzialmente disciplinare, fondato sullo ius sanguinis che sbarra l´accesso alla cittadinanza allo straniero. Formalmente assimilazionista, questo modello funziona, di fatto, come un modello multiculturalista. Stigmatizzando gli immigrati come portatori di irriducibili differenze etniche e religiose, rinuncia a qualsiasi interazione con lo straniero, alimentando una separatezza che riproduce intoccabili ghetti identitari. Questo assimilazionismo senza assimilazione, questo multiculturalismo negato e di fatto riprodotto nella sua versione ostile dell´enclave identitaria, è però foriero di futuri conflitti. Dentro al magma oscurato della separatezza sociale crescono, più che stranieri, estranei senza nessuna lealtà politica verso il Paese in cui vivono.

La Repubblica 26.10.10

"Riformisti Fiom, un patto con la Fiat", di Gianni Del Vecchio

Da Firenze la controproposta a Marchionne delle tute blu anti-Landini. A Fausto Durante, leader dell’ala riformista della Fiom che conta per il 27 per cento all’interno del sindacato dei metalmeccanici, l’intervista di Sergio Marchionne di domenica sera non è piaciuta più di tanto. Non lo hanno convinto alcuni slogan recitati dall’amministratore delegato della Fiat, come quello sulla mancanza di utili provenienti dalle fabbriche italiane («alla Ferrari e alla Sevel, dove si producono veicoli commerciali, i bilanci parlano chiaro, gli utili ci sono», nota Durante) o quello sulla scarsa produttività degli stabilimenti nazionali («il problema è che in Italia si produce poco, gli impianti non lavorano a pieno regime e non per colpa dei lavoratori», precisa l’esponente Fiom).
«In generale, la sua performance è stata negativa, ha esagerato, ho l’impressione che non abbia molta dimestichezza con il mezzo televisivo nonostante sia un grande comunicatore ».
Su una cosa però Durante è sostanzialmente d’accordo con Marchionne: il deficit di competitività che il nostro paese sconta rispetto alle altre economie europee. E i riformisti della Fiom sono pronti a raccogliere la sfida dell’innovazione lanciata dal Lingotto, marcando così una netta differenza con il segretario Maurizio Landini che invece ha rigettato totalmente le tesi di Marchionne, definendolo «sprezzante e ignorante». Oggi in un convegno a Firenze dal titolo esplicativo, “Il rinnovamento e la nuova unità della Fiom”, Durante riunirà la sua minoranza e proporrà al Lingotto un patto per il futuro degli stabilimenti italiani. «A Marchionne dico che serve un grande patto di governo degli impianti nazionali. Magari partendo da quello che in Germania è stato sottoscritto dalla Siemens: la multinazionale si è impegnata unilateralmente fino al 2013 a non licenziare nessuno. Un gesto simbolico, che comunica la volontà del gruppo di scommettere sui lavoratori tedeschi. Perché la Fiat non scommette sui dipendenti italiani allo stesso modo?». Ma il piatto forte della proposta della Fiom riformista è la disponibilità a discutere su di un nuovo modello contrattuale che riesca a conciliare le esigenze dei lavoratori con quelle del gruppo torinese. «Dobbiamo uscire dallo stallo in cui tutti noi ci siamo cacciati, Fiom, Federmeccanica e Fiat – fa sapere Durante – e lo possiamo fare solo ripartendo da zero, partendo dall’assunto che il modello di relazioni industriali che abbiamo conosciuto finora è scoppiato». Ma cosa fare concretamente? «Stilare un nuovo contratto dei metalmeccanici, al cui interno ci sia una normativa specifica che riguarda il comparto auto. In questo modo si abbandona la logica degli accordi separati e delle deroghe e allo stesso tempo si garantisce una maggiore flessibilità per la Fiat.
Del resto, appare evidente a tutti che gestire la flessibilità degli impianti, l’incidenza degli straordinari o la turnazione a Mirafiori è una cosa molto diversa che gestirla in una azienda con una ventina di dipendenti. Quindi serve un nuovo accordo che si possa attagliare in modo flessibile alle esigenze dei diversi settori e delle diverse dimensioni aziendali. Solo così si evita che a pagare la maggiore competitività siano i dipendenti, con la riduzione dei diritti o col peggioramento delle condizioni di lavoro».
E per concludere, Durante rilancia il modello tedesco: «Perché Marchionne non propone ai lavoratori di partecipare alla gestione aziendale tramite i comitati di sorveglianza? Laddove è stato adottato, il modello tedesco ha portato salari più alti e aziende più efficienti». Tocca ora alla Fiat rispondere.

da Europa Quotidiano 26.10.10

"Disagio 2.0", di Marina Boscaino

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Esiste un divario ampissimo tra le competenze che un insegnante dovrebbe avere e quelle che i docenti italiani effettivamente possiedono.
Prendiamo, ad esempio, le tecnologie: sempre “nuove”, a dispetto dello scorrere dei decenni. Ci muoviamo in apparenza in uno scenario che tende a sostituire il libro cartaceo con l’e-book, ma svolgiamo ogni giorno le nostre lezioni in aule in cui esiste spesso una sola presa per la corrente. Un mondo in cui molti di noi, come ha dimostrato una ricerca condotta dal prof. Domenici dell’Università RomaTre, non sono in grado di usare un computer, se non per approcciare con fatica programmi di scrittura. D’altro canto, celebriamo il trionfo della Lavagna interattiva multimediale, nuovo totem tecnologico dell’apparente modernità cui circolari, rappresentazioni mediatiche e intenzioni organizzative (rigorosamente e volontariamente abbandonate alla fase dell’annuncio) vogliono adattare la scuola. Una scuola che non c’è, ora più che mai, assillati come siamo da problemi di stentata manutenzione del quotidiano, da cure che sono il segno del declino inarrestabile dell’idea di scuola della Costituzione, di scuola emancipante, favorito e accellerato da una lettura governativa che la vede luogo di risparmi attraverso la scellerata politica dei tagli.
Tecnologia e modernità, come Europa, sono parole che taumaturgicamente, per loro stessa natura, sembrano schiudere scenari comunque positivi. E invece, si stanno dimostrando, giorno dopo giorno – nell’abuso e nell’indifferenza al rapporto necessario tra annuncio e realizzazione – categorie dell’auspicabile e specchio del fallimento delle apparenti intenzioni. Perché le intenzioni, se non sono corroborate da precisa e ferma progettazione, da studio attento, da convinzioni motivate, rimangono etichette vuote e malinconiche di ciò che sarebbe potuto essere.
La scelta è far finta di credere che alle parole corrisponda una sostanza; o continuare a denunciare il drammatico divario tra parola e realtà, nella speranza che non prevalga lo scetticismo, affogando il poco entusiasmo che resta nell’avere nel proprio profilo prefessionale la – un tempo nobile – etichetta di insegnante. Nella scuola di un mio amico sono state rimosse dalle aule prescelte le lavagne di ardesia murate per lasciar posto alle Lim che dovranno essere lì collocate. I colleghi, in assenza della lavagna, hanno cominciato a scrivere sul muro: non artistico ritorno al graffito, ma simbolica risposta di una categoria che non trova più la propria dimensione identitaria e professionale. Se fa ridere o fa arrabbiare, non so. È certo che molti di noi questo sono diventati. E che gli annunci della Scuola 2.0 che il ministro e i suoi luogotenenti continuano a propagandare, dimenticando volontariamente lo stato dell’esistente e usando una demagogia tanto più periocolosa perché riduce drammaticamente la speranza di ripresa culturale della nostra scuola, aumentano il disagio.

Apparso su Flcgil.it 26.10.10

Rai, pubblicità a picco in "zona Tg1" "Da luglio a settembre persi 3 milioni", di Goffredo De Marchis

Masi annuncia il piano tagli: meno appalti e blocco del turn over. Il telegiornale di Minzolini è il solo a perdere secondi di spot. Ma l´audience è un po´ migliorata. Meno 19,5 per cento nel trimestre luglio-settembre, 23 mila secondi invece dei 28 mila dell´anno precedente, quasi 3 milioni di ricavi persi. È la fotografia negativa della raccolta pubblicitaria che ruota intorno alla principale edizione del Tg1, quello delle 20. Sono dati non ufficiali. La Sipra, concessionaria degli spot per la tv pubblica, non fornisce il dettaglio del suo lavoro. Giustamente. Perché non si possono dare elementi di valutazione alla concorrenza. Ma le voci filtrano. Le ha raccolte il responsabile informazione del Pd Matteo Orfini. Ora il senatore Vincenzo Vita annuncia una sua iniziativa: «Chiederò un´audizione dei vertici della Sipra nella commissione di Vigilanza per capire come il conclamato calo dell´ascolto del Tg1 abbia influito sulle entrate pubblicitarie». Di fronte all´organismo di controllo, i manager degli spot dovranno portare le cifre ufficiali.
I mancati ricavi del Tg di Augusto Minzolini sono una goccia nell´oceano del deficit Rai. Mauro Masi sta affrontando il piano industriale in una serie di incontri con i sindacati. Bisogna arginare un rosso che quest´anno si avvicinerà ai 120 milioni di euro, ma che senza un intervento lacrime e sangue può arrivare a 600 milioni nel 2012. Per Viale Mazzini sarebbe il collasso. Ieri il direttore generale ha annunciato una parte della ricetta anti-crisi. Parte subito il taglio del 20 per cento degli appalti esterni, delle consulenze, delle trasferte, delle auto blu. Ancora più doloroso sembra il blocco del turn over e delle retribuzioni. La riunione con i sindacati a Viale Mazzini è durata tre ore. Alla fine le sigle dei lavoratori hanno parlato di una “manovra” molto dura «che richiederà una risposta altrettanto dura».
La goccia del Tg1però marcia insieme con il calo degli ascolti, le polemiche sugli editoriali del suo direttore, la sanzione dell´Agcom per lo squilibrio a favore del centrodestra e di Berlusconi. «Per la Rai, purtroppo, non c´è esclusivamente un problema di credibilità e ascolti, ma anche una conseguente grave perdita di risorse», osserva Orfini. Dalla Sipra giungono indiscrezioni anche sui prossimi listini legati al telegiornale di Raiuno. Dal 1 gennaio la concessionaria sarebbe orientata ad abbassare i prezzi gli spot inseriti nel notiziario delle 20. Sarebbe un altro colpo alle casse dell´azienda. Ma va sottolineato che nell´ultimo mese il Tg1 ha recuperato gli ascolti allontanandosi dai record negativi dei mesi precedenti. Supera stabilmente il Tg5, suo principale concorrente e consolida il suo ruolo di prima fonte informativa del Paese. Oggi viaggia intorno al 27-28 per cento di share. La vendita degli spot da qui a gennaio potrebbe dunque subire un´inversione di tendenza.
Oggi il confronto con gli altri tg Rai è negativo. Secondo Sipra il Tg2 nella sua edizione principale (20,30) guadagna il 9 per cento di secondi pubblicitari venduti. Una crescita in linea con gli ascolti che hanno portato la testata diretta da Mario Orfeo a scavalcare spesso il muro dei 3 milioni di spettatori nel mese di ottobre. Il Tg3 di Bianca Berlinguer guadagna un punto percentuale. I telegiornali dell´emittenti privati hanno gli spot all´interno del notiziario, per quelli Rai invece si vendono gli spazi all´inizio del tg e alla fine. Nel caso della testata di Minzolini si calcola anche la pubblicità che segue l´anticipazione dei titoli in onda alle 19,50. Per l´opposizione la caduta pubblicitaria del Tg1 dimostra che il problema non è solo la linea politica. «Per Reporters sans frontières, addirittura, la libertà di stampa nel nostro Paese è pari a quella del Burkina Faso», sostiene Orfini. Che attacca soprattutto Masi: «Chi dirige la Rai dovrebbe preoccuparsi un po´ meno delle ossessioni censorie del presidente del Consiglio e un po´ più di questo drammatico calo di credibilità che danneggia, anche economicamente, l´azienda».

La Repubblica 26.10.10

"Se l'Africa è povera i colpevoli non sono solo gli stranieri", di Sanou Mbaye*

Il crollo dei prezzi delle risorse naturali africane, che in passato ha portato a deficit cronici, ha invertito la tendenza. I consumi, alimentati dall’enorme domanda asiatica di materie prime africane, sono in aumento in tutto il continente. Per gran parte dell’Africa questa svolta dovrebbe segnare una decisiva rottura con la povertà endemica. Ma non sarà così, a meno che i leader africani non cambino il loro approccio. Si stima che l’Africa detenga oltre il 10% delle riserve mondiali di petrolio e un terzo dei giacimenti di cobalto e di metalli di base. Il Sud Africa possiede da solo il 40% dell’oro del mondo, che sta salendo alle stelle dall’inizio della crisi finanziaria globale. Il potenziale agricolo africano è stato a malapena toccato. A lungo termine è improbabile un calo della domanda mondiale di materie prime e di manodopera dall’Africa. La Cina, che dal 2003 ha aumentato di cinque volte gli scambi con l’Africa, ha svolto un ruolo di primo piano in questa svolta, che ha incoraggiato gli investitori di altri Paesi, compresi Europa e Stati Uniti, a ripensare il loro approccio agli investimenti in Africa. Questo si è tradotto in un flusso costante di investimenti per molti miliardi di dollari nella regione.

Come risultato, il Fmi prevede quest’anno una crescita del Pil del 4,7% nell’Africa sub-sahariana, che diventerà quasi il 6% nel 2011. Sfortunatamente, tuttavia, mentre la direzione del commercio dell’Africa sta cambiando, non è così per la sua composizione – si esportano materie prime e si importano prodotti finiti. Da quando è finito il colonialismo, mezzo secolo fa (almeno nella maggior parte dei casi), l’Africa sub-sahariana ha conosciuto molte false partenze. Si ricorda il 1960, quando il «braccio lungo» dell’economia mondiale ha dato all’Africa la possibilità di salvare le sue eccedenze, investire in settori a valore aggiunto e aumentare la produttività. Ma l’Africa ha sprecato l’occasione, consumando beni stranieri. Questo modello perpetua alcuni dei peggiori comportamenti dell’élite africana. Centinaia di anni fa molti re africani s’impegnarono con le potenze imperiali in ascesa in Occidente per fermare la crescita dell’industria indigena nell’Africa precoloniale. Invece di far sì che i loro popoli cominciassero a produrre i propri beni, questi governanti hanno scelto di importarli dall’Europa in cambio dei loro sudditi – o di quelli dei governanti vicini – esportati come schiavi. A quei tempi le merci importate consistevano principalmente in perline, alcol e soprattutto armi, che consentivano a questi governanti di esercitare un’estrema violenza sul loro popolo. Era un sistema che senza dubbio andava a vantaggio dei partner dell’Africa. Ma che non sarebbe esistito senza l’attiva e volonterosa partecipazione delle élite africane. Quando la schiavitù fu abolita a metà del XIX secolo, i termini dell’accordo tra questi governanti e i colonizzatori occidentali cambiarono, dal commercio di schiavi al commercio di materie prime. Dopo l’indipendenza nei primi Anni 60, durante la Guerra Fredda, molti governanti africani sfruttarono l’antagonismo tra l’Occidente e il blocco sovietico per mantenere le loro economie predatrici. Oggi perseguono lo stesso obiettivo con l’aiuto soprattutto della Cina, ma anche dell’Iran, del Venezuela e, occasionalmente, dell’India e del Brasile. I gruppi di potere delle élite continuano a cospirare con gli interessi stranieri per cannibalizzare le economie nazionali e conservare i prerequisiti del potere: flotte di auto di lusso, aerei privati, conti bancari in paradisi fiscali, proprietà d’oltremare, beni di consumo, armi, ecc. Il loro disprezzo per i prodotti locali si estende alla sanità e all’istruzione: piuttosto che investire in questi settori vitali, i governanti africani si rivolgono all’estero per avere assistenza sanitaria privata e istruzione per sé e per i propri figli. Questa cultura di sfruttamento senza freni delle risorse umane e naturali dell’Africa – non attraverso uno sforzo imprenditoriale e la creazione di ricchezza, ma con una politica predatoria – è molto radicata. Infatti, i pochi sindacalisti, gli intellettuali, e gli altri che sfidano questi regimi di solito non cercano di cambiare il modo in cui funziona lo Stato, ma piuttosto di assicurarsi che, come usano dire, arrivi il loro «turno per mangiare». Ci si potrebbe aspettare che organizzazioni non governative nazionali e internazionali colmino la lacuna. Non è così. Se alcune Ong hanno ottenuto grandi risultati nel combattere i mali dei poveri dell’Africa, la stragrande maggioranza è percepita vuoi come una «quinta colonna» dell’Occidente, vuoi come un rifugio per membri ai margini delle élite che usano la diffusa povertà come un’altra sorgente di lucro. Secondo stime pubblicate dal Financial Times l’1 giugno, almeno 854 miliardi di dollari (702,6 miliardi di euro) sono stati dirottati dall’Africa dal 1970 in una serie di fughe di capitali. Tuttavia, questo costo non è nulla rispetto allo sfregio degli africani considerati in tutto il mondo come «i dannati della Terra». A parte le regioni devastate dalla guerra, solo l’Africa ha così tanti giovani – circa il 60% della popolazione – che sono disposti a sfidare ogni pericolo per fuggire dalle loro terre. Per quanto sia triste e doloroso ammetterlo, oggi una flotta di navi negriere alla fonda sulle coste dell’Africa sarebbe presa d’assalto dagli aspiranti deportati. Alla svolta del millennio una riunione dei capi della Chiesa africana fu convocata sull’isola senegalese di Gorée per esortare gli africani a valutare la loro parte di responsabilità nel commercio degli schiavi.

L’invito non fu ascoltato, in linea con la generale atmosfera di negazione che circonda l’argomento. Gli storici e gli altri che si azzardano a rompere il silenzio sono stigmatizzati come traditori della causa africana. Tuttavia la verità non può essere negata. L’Africa affronta una crisi di rappresentanza e di governabilità a causa di una filosofia disfunzionale. Se gli africani vogliono cambiare questa realtà non possono risparmiarsi un dibattito collettivo sulla complicità delle loro élite nel diffuso impoverimento.

*L’economista senegalese Sanou Mbaye, ex membro del consiglio di amministrazione della African Development Bank, è autore del libro «L’Afrique au secours de l’Afrique (L’Africa in soccorso dell’Africa).

Traduzione di Carla Reschia

La Stampa 26.10.10