Latest Posts

Più donne e più giovani per un Pd sempre più forte

Un anno da segretario, faccia a faccia con i ragazzi. Non c’è alternativa senza il Pd. Pier Luigi Bersani è tornato a ripeterlo aun anno dal 25 ottobre che lo vide vincere le primarie incontrando a Roma 150 giovani democratici a Piazza di Pietra, a Roma. Un incontro inusuale, con la sala del tempio di Adriano trasformata in un piccolo anfiteatro. E nella cavea è rimasto il doppio del tempo stabilito rispondendo a domande a 360°: sul lavoro e il precariato, la casa, la ricerca e la scuola, il ricambio del PD e le motivazioni che portano a impegnarsi in politica, il caso FIAT e le affermazioni di Marchionne, la difesa della Costituzione adesso che il berlusconismo è al secondo tempo ed è sempre più chiaro come la politica del governo sia vuota e senza obiettivi concreti. Si è parlato di.

“Partiamo dal presupposto che senza il progetto e la forza delle donne e degli uomini del Pd ci teniamo Berlusconi – ha ribadito Bersani – per noi non vale il modello populistico e plebiscitario del ‘ghe pensi mi. Le leadership sono pro tempore e nascono attraverso processi politici, per questo noi abbiamo scelto di fare sia il congresso sia le primarie, in altri Paesi ci sono i congressi o le primarie, ma sono tutti modi di selezione per via politica, nessuna leadership si forma senza questo, nessuna leadership è fuori dalla logica di essere pro tempore”.
I giovani democratici, molti dei quali amministratori locali del Pd, sono stati determinati e lucidi nelle loro domande , toccando tutte le problematiche che interessano la fetta più giovane della nostra società e il futuro dell’Italia .

Ricambio nel PD.Il giovane sindaco democratico di Imola, Daniele Manca, h a chiesto ‘come si costruisce il rinnovamento che il Pd vuole realizzare, che nasce dai contenuti e non dagli slogan’.
Bersani ha risposto che “non serve rottamare senza uno scopo, ma piuttosto si deve dare una idea di società, per sradicare il berlusconismo e ridare slancio alla politica. Oggi nel nostro partito 105 segretari provinciali e 2.500 di circolo hanno meno di 40 anni, 980 consiglieri di comuni con più di 15mila abitanti ne hanno meno di 35. Ma in politica nessuno nasce sotto il cavolo, si inserisce sempre nel solco di una vicenda che è nata prima. Il rispetto per chi ci ha portato fin qui non è solo una questione di buona educazione, ma adesso la ruota deve girare per lasciare spazio ai nativi del Pd. Anche se alla gente interessa poco l’età, ne abbiamo uno che gira da parecchi anni- ha detto ironicamente riferendosi al premier – il Pd desidera proporre una nuova società, che non sia basata su valori individualisti. E dobbiamo combattere perché questo sia chiaro, così riprendere il tema dei redditi è fondamentale perché è radicalmente ingiusto che il 10% della popolazione abbia il 40% della ricchezza. Ed oltre ad essere ingiusto, non funziona”.

Come si cambia la società? Conoscendola a fondo, così, ” formarsi attraverso l’esperienza amministrativa è fondamentale perché oltre ad avere delle idee in testa bisogna avere la capacità di farla camminare”.

Un governo di transizione. Ai giovani militanti riuniti al Tempio di Adriano, Bersani ha spiegato quindi, qual è il concetto di governo di transizione che il Partito democratico vorrebbe attuare, sollecitato dall’intervento di un giovane democratico del Pd romano. “Quando dico che un governo di transizione deve cambiare la legge elettorale, non lo dico perché sono un appassionato di leggi elettorali o un politologo, quanto perché quella attuale consente di eleggere il Presidente della Repubblica con il 34% dei voti”. “Questa- ha sottolineato Bersani – è una cosa che può mettersi contro i pilastri della Costituzione”.
E per il Pd, la Costituzione italiana è ‘il più bel testo che si possa leggere: i primi articoli cantano. E’ modernissima, sempre un passo avanti e noi in ritardo. Pensate all’articolo 3, quanto abbiamo ancora da correre..’, ha detto il Segretario del Pd.
Parlando ai ragazzi del Partito, Bersani ha ribadito l’impegno di ‘dare spazio a nuove leve’, cosa che già è in essere considerando la composizione della Segreteria Nazionale, fatta per la maggior parte da giovani tra i 35 e i 40 anni e dei nuovi Segretari regionali e provinciali eletti dal Pd, oltre a tanti sindaci e dirigenti locali.
“Alle prossime elezioni amministrative –ha dichiarato il leader democratico – scenderanno in campo candidati della nuova generazione. “Bisogna portare rispetto per quelli che ci hanno portato fin qui-ha detto alla giovane platea – ma loro devono capire che la ruota deve girare. In politica nessuno nasce sotto il cavolo, sei sempre nel solco di una vicenda, di un cammino che viene da qualche parte, altrimenti si fa carriera e non politica”.
Mentre gli interventi dei giovani proseguivano, Chiara Geloni, direttore di Youdem, che ha moderato l’iniziativa, ha raccolto le numerosissime domande al Segretario che sono arrivate tramite messaggio da un numero apposito. Ne ha scelta una da porre a Bersani: “Qual è la differenza tra destra e sinistra?”. La risposta è in una citazione di Norberto Bobbio: “Ci haparlato a lungo del concetto di eguaglianza. Tutti i cittadini hanno uguali libertà e diritti e che questi sono concetti fondamentali, proprio come il concetto di merito’. “La meritocrazia però –ha allertato Bersani – non deve suonare come il mercato, che è considerato inalienabile, perché il mercato non è un obiettivo, serve solo a misurare l’efficienza di un sistema’. Questo per ribadire che ‘siamo tutti esseri umani anche quelli che non meritano, e il Pd deve considerare anche questo concetto, altrimenti se non sentiamo questa corda andiamo per un’altra strada.
Il Segretario del Pd ha risposto poi a Giulia, del Partito pugliese che gli ha chiesto un giudizio sulla personalizzazione della politica, proprio a partire anche dalla realtà della Puglia. E il Segretario del Pd ha risposto mettendo in guardia dal ‘rischio che i sogni diventino favole’ e sul problema dello scollamento della politica dalla società. “Ci vuole al tempo di oggi un meccanismo che comunichi grandi prospettive, anche il sogno è necessario, ma un sogno con le gambe o c’è il rischio che diventi una favola. Noi dobbiamo mettere in moto un risveglio e anche una emozione. Perché il Paese è troppo rabbioso e deluso. Oggi bisogna rivolgersi al Paese e dire: se c’è un problema ci vuole uno sforzo collettivo. Chi ha di più deve dare di più”. “Quanta gente c’è che sta in giro, che non paga le tasse e se la prende anche con i marocchini?”, ha chiesto provocatoriamente Bersani.
E c’è stato modo di parlare anche della Protezione civile e della gravissima situazione dei rifiuti in Campania che ha generato una vera e propria guerriglia urbana a Terzigno, grazie all’intervento di un giovane democratico della cittadina, Gaetano. “Bisogna sgombrare il campo dalla legislazione speciale e riportare tutto alle leggi ordinarie-ha detto Bersani -. Quando toccherà a noi governare le toglieremo di mezzo tutte”.
“Sotto la spinta dell’emergenza -ha denunciato Bersani- sono state fatte una serie di leggi speciali all’ombra delle quali si sono determinate le cricche. Anzi, spesso le hanno fatte fare loro quelle leggi”.
”Noi siamo il partito dell’unità della nazione che va ricostruita – ha spiegato Bersani – e ci batteremo contro l’idea che il consenso venga prima delle regole e le regole sono fungibili”. Un alto giovane, a questo punto si è ricollegato al concetto, ed ha sottolineato ’i mali di un governo nazionale e arrogante che non consente di alzare la testa e guardare al futuro’. E Bersani ha però ribadito che ‘il Pd non permetterà mai che si mette in discussione l’autonomia della Costituzione muro portante per la società’.

Dal Tempio di Pietra, si è parlato anche di ipotesi di urne anticipate e di eventuali alleanza di governo. Rispondendo ad un ragazzo che ha paventato proprio questa possibilità, il Segretario Pd ha risposto: “Partiamo dal presupposto che senza il progetto e la forza del Pd ci si tiene Berlusconi.
Ognuno si prende le sue responsabilità”. “Noi dobbiamo essere sicuri di questo – ha aggiunto Bersani – sapendo che il Paese in questo momento non è governato e non possiamo lasciarlo così facciamo una proposta alle altre forze politiche”.
E si è giunti poi a parlare del problema che attanaglia la nostra società: la disoccupazione, con Luca Garibaldi, Segretario di una piccola Federazione del Pd del Tigullio, che ha sottolineato che il governo non affrontata i temi di politica industriale, e conseguentemente le aziende chiudono e si genera disoccupazione’.
Bersani, dopo aver fatto i complimenti al giovane Segretario, ha esposto ciò che andrebbe fatto nel comparto industriale. “Le aziende sindacati e governo devono dare il loro contributo e bisogna rivedere i contenuti dei patti sociali. Bisogna fare nuove regole a livello universale. A noi come Pd non ci si misura con la distanza o vicinanza con un sindacato. Chi governa deve sapere che non puoi governare dividendo. Dove ci sono crisi aziendali io vado.
Ed ancora, si è parlato di precariato dei giovani ricercatori universitari con Giuseppe Fontana da Taranto, il quale avendo vissuto il malessere e la precarietà del mondo della ricerca, ha posto il problema della formazione. E Bersani ha risposto: “Come Pd, dobbiamo avere il coraggio di incentivare l’autonomia universitaria attorno alla qualità. E far partire una riforma con un taglio, come fa il governo, non è una riforma. Noi abbiamo l’invecchiamento dei ricercatori, perché le imprese non assorbono le potenzialità. Quando aumenta l’innovazione cambierà la mission professionale come in altri Paesi e l’occupazione dei ricercatori aumenterà.
Infine Giulia, giovane dem di Roma, ha domandato al Segretario quali siano le proposte che il Pd fa per prendersi a carico la condizione femminile, perché nella nostra società le donne che emergono sono poche, piccole perle in un mare di uomini’.
Bersani ha spiegato ai giovani come nel ‘900 le donne si siano evolute vertiginosamente. Però ora siamo di fronte ad una certa stasi. Oltre alla dilagante disoccupazione c’è una scarsità di donne impiegate nel mercato del lavoro. E se non fai innovazione della società, dal momento che le donne sono più scolarizzate non si aumenta la occupazione. “E poi- ha detto Bersani – c’è il ritorno degli stereotipi mediatici deleteri, che il Pd avversa promuovendo invece quote forti di partecipazione”.

www.partitodemocratico.it

******

Bersani: «Ora spazio ai nativi democratici», di Rudy Francesco Calvo

Il leader festeggia con i “suoi” giovani l’anniversario della vittoria alle primarie. Pier Luigi Bersani sceglie di stare in mezzo ai “suoi” giovani per festeggiare il primo anno da segretario del Pd. Manca il coraggio del Tony Blair che davanti alle telecamere di Mtv prova a spiegare a ragazze e ragazzi provenienti da tutto il mondo le ragioni della guerra in Iraq (era il 2003), ma la diretta su YouDem moderata dalla direttrice Chiara Geloni e le domande (esplicitamente “filtrate”) di amministratori e dirigenti della nuova generazione dem consentono al segretario del Pd di sciogliersi in una spontaneità che a volte gli fa difetto in tv. Parlare con i più giovani, d’altra parte, è sempre stata una delle cose che gli riesce meglio.
L’obiettivo più immediato è quello di dimostrare che il rinnovamento nel partito è già in corso, senza bisogno della «rottamazione » invocata da Matteo Renzi. I numeri snocciolati da Bersani parlano chiaro: 105 segretari provinciali e 2500 di circolo hanno meno di 40 anni, 980 consiglieri di comuni con più di 15mila abitanti sono under 35. Tutti «sperimentati », radicati nel territorio.
Ma attenzione: «In politica – puntualizza il segretario – nessuno nasce sotto il cavolo, ma si inserisce sempre nel solco di una vicenda che è nata prima». Il rispetto per «chi ci ha portato fin qui» non è quindi solo «una questione di buona educazione», ma d’altra parte non esclude che adesso «la ruota deve girare» per lasciare spazio «ai nativi del Pd».
I giovani dem (tra questi ci sono simbolicamente il vicesindaco di Pollina e un ragazzo di Terzigno) lo interrogano su lavoro, scuola, università, casa, ma anche alleanze, regole e legge elettorale, governo tecnico. E Bersani ne approfitta per replicare a Marchionne («Dobbiamo avere in testa l’Europa e per farlo serve un patto sociale»), difendere la Costituzione («Non consentiremo a nessuno di sfregiarla) e soprattutto rilanciare l’orgoglio del partito: «Senza il progetto e la forza del Pd – ricorda a tutti i possibili alleati – ci si tiene Berlusconi. Ognuno si prende le sue responsabilità ». Il segretario dem chiama quindi tutti, a partire proprio dai giovani, a «una riscossa» per coprire quello «scollamento micidiale tra politica e società». Bene dare l’idea che «una riscossa è possibile, ma questo sogno deve avere le gambe». E, a sorpresa, rispolvera il vecchio slogan veltroniano: «“Si può fare” mi pare un messaggio onesto».

da Europa Quotidiano 26.10.10

******

Bersani ai giovani Pd, «Rottamare dirigenti? Frega poco»

Pier Luigi Bersani, incontrando i giovani del Pd in occasione dell’anniversario della sua elezione a segretario con le primarie, replica all’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne invitandolo ad avere come modello di riferimento l’industria dell’auto in Europa piuttosto che quella cinese. «Esiste un problema dell’auto ma dipende da quale modello abbiamo in testa, se la Cina o la Serbia o la Germania, la Francia e la Spagna. Io dico che dobbiamo avere in testa l’Europa e per farlo serve un patto sociale». Per il segretario del Pd ritiene il tema dell’efficienza sollevato da Marchionne è «un obiettivo su cui ragionare ma servono anche prodotti e innovazione». E invita il governo a non restare a guardare ma ad affrontare il problema convocando l’azienda e i sindacati: «Fossi nel governo vorrei vederci chiaro».

E su un tema interno come la “rottamazione” dei dirigenti Pd, tema che sollevò il sindaco di Firenze Matteo Renzi e ripreso da altri, Bersani risponde così: «Alla gente frega poco avere un sindaco o un presidente del consiglio giovane piuttosto che vecchio, se poi non gli risolve i problemi».

L’Unità 25.10.10

Fiat, Marchionne minaccia di tagliare. Alt del PD: dialogo con i sindacati, dal governo aspettiamo una politica industriale

Damiano: “Accettare la sfida della competitività ma no alla logica che allude a tagli”. Fassina: “Marchionne faccia chiarezza su ‘Fabbrica Italia’”. Fanno discutere le dichiarazioni dell’amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne, sul rapporto tra l’Italia e l’azienda che amministra, rilasciate ier, ospite della trasmissione ‘Che tempo che fa’ condotta da Fabio Fazio: “La Fiat potrebbe fare di più se potesse tagliare l’Italia, perché siamo al 118° posto su 139 Paesi per efficienza del mercato del lavoro. Nemmeno un euro dei 2 miliardi dell’utile operativo dei primi 9 mesi del 2010 è arrivato dal nostro Paese”.

Immediata la reazione di Cesare Damiano, capogruppo in Commissione Lavoro del Pd, a difesa dei lavoratori dell’azienda e della loro storia: “Le parole di Marchionne sono ingenerose nei confronti dell’Italia e dei lavoratori che hanno contribuito a fare grande la Fiat. L’azienda è nata e cresciuta nel nostro Paese più di 100 anni fa, e se oggi è una multinazionale di successo è anche grazie a questo inizio”.

Marchionne, ha sostenuto il proprio intervento sottolineando che Fiat a differenza di molte concorrenti europee “tra il 2008 e il 2009 non ha ricevuto incentivi dalle casse dello Stato. Gli incentivi – ha spiegato- sono soldi che vanno ai consumatori, perché in Italia sette macchine comprate su dieci sono straniere”.
E proprio su questo punto, Damiano ha ribadito le inefficienze del governo, nella politica industriale. “Il governo si svegli e reagisca e, come hanno fatto tutti i Paesi industrialmente avanzati, si doti di una politica industriale per i settori strategici capace di sostenere innovazione e ricerca. Questo vale anche per l’auto e per i veicoli industriali e commerciali. Il PD si batterà contro una scelta che possa ‘tagliare’ l’Italia, (come ha accennato sarebbe utile fare Marchionne) e chiede l’attuazione del piano d’investimenti promesso dall’azienda. Dobbiamo scommettere su un futuro comune costruito con un patto sociale – ha concluso Damiano – che colleghi la competitività dell’impresa con la difesa dell’occupazione. Nel mercato globale la sfida della competitività è continua. Chi oggi guadagna domani può perdere e viceversa per questo non è condivisibile una logica che allude ad un potenziale taglio di rami secchi basato su un risultato di conto economico”.

Secondo Stefano Fassina, Responsabile Economia e Lavoro della Segreteria del Pd, “le parole di Marchionne colgono problemi veri aperti in Italia da decenni, come: il ritardo delle riforme per dare alle imprese contesti adeguati ad affrontare la competizione globale; l’abbandono della politica industriale, dopo l’avvio di Industria 2015 nel 2006; la necessità di definire le regole per la democrazia nei luoghi di lavoro; l’urgenza di aggiornare i modelli contrattuali per dare spazio alla dimensione aziendale. Tuttavia Marchionne dovrebbe riflettere sul fatto che una parte molto significativa delle imprese italiane in questi anni è riuscita attraverso gli investimenti innovativi, la riorganizzazione dei processi produttivi e il sostegno convinto di tutti i sindacati, anche metalmeccanici, a conquistare importanti mercati esteri e ad essere all’avanguardia nel mondo. Forse, più che minacciare di tagliare l’Italia dovrebbe valutare se la Fiat negli anni passati in Italia ha fatto gli investimenti giusti. E’ un caso che la Fiat fa profitti soltanto negli stabilimenti dei Paesi dove il costo del lavoro è una frazione di quello italiano? Infine, oltre a chiedere ritmi di lavoro più pesanti, dovrebbe anche rispondere alle domande poste da tutti i sindacati metalmeccanici sui contenuti di Fabbrica Italia”.

“Fabbrica Italia – ha concluso Fassina – dovrebbe servire ad innalzare la qualità dei modelli. Per ora, abbiamo assistito a continue richieste di intensificazione dei ritmi di lavoro, ad un continua offensiva per la riduzione dei costi di lavoro, ma non abbiamo visto nessun piano articolato sui modelli da produrre, l’organizzazione della produzione e delle filiere della componentistica. Oltre a scaricare le responsabilità sui sindacati, il dott. Marchionne dovrebbe dire quali sono i contenuti del piano Fabbrica Italia”.

Fassina infine, a nome del Pd, ha chiesto un intervento del Governo, che ‘invece di stare a guardare, dovrebbe finalmente mettere in campo una politica industriale per il settore auto’.

www.partitodemocratico.it

Franceschini: "Alleanza costituzionale se si vota pronti a un esecutivo con Fini e Casini", di Goffredo De Marchis

Franceschini: nessuno può mettere veti su questa emergenza. I leader di Udc e Fli non potranno mai essere autosufficienti. E tra di noi non ci devono essere posizioni immodificabili.
Dovrebbe formarsi una sorta di “governo delle regole” che ricostruisca un sistema basato sul valore della legalità. «Il Terzo polo di fatto esiste già. Nasce a prescindere dai nostri giudizi». Di ritorno da Cortona, dove si è tenuto il seminario di Area democratica, Dario Franceschini conferma la linea del dialogo con il nuovo soggetto. E l´idea di un´alleanza costituzionale da costituire prima in Parlamento per un governo di transizione, se ci sono i numeri. Altrimenti nelle urne. Per contrastare Berlusconi e vincere.
Siamo certi che gli elettori del Pd capiranno questa formula?
«Dopo 16 anni di ragionamenti su alleanze che si svolgono solo nel nostro campo capisco le perplessità. Ed è giusto spiegare bene le ragioni di un cambio di prospettiva. Dobbiamo avere il coraggio di guardare ad alleanze più ampie. Basterebbero i numeri. La coalizione più facile, ossia Pd-Idv-Sel, è poco sopra il 35 per cento. Lo dicono risultati elettorali e sondaggi. Se uno dei tre partiti cresce lo fa a discapito dei due alleati. Bene, quella cifra è ben lontana dal traguardo della vittoria».
Investire sul terzo polo è solo un problema di matematica?
«Il motivo è molto più ambizioso: chiudere la stagione del berlusconismo e preparare il Paese a un´alternanza di governo che avviene tra avversari rispettosi di un sistema di regole condiviso. La rottura tra Fini e Berlusconi e, prima, tra Casini e Berlusconi è avvenuta su questo terreno. Non solo sulle leggi ad personam, ma anche sul disprezzo del Parlamento, sui conflitti d´interesse, sulle cricche che piegano a loro piacimento le norme sulla Protezione civile. Un lungo elenco di capisaldi del berlusconismo ormai rifiutati sia da Fini sia da Casini».
L´alleanza con loro in un esecutivo di transizione sarebbe limitata alla riforma elettorale?
«No. Dovrebbe formarsi una sorta di “governo delle regole” che ricostruisca un sistema basato sul valore della legalità. E aiuti il ritorno a una fase di normalità per favorire una competizione secondo il modello bipolare».
E se alla caduta di Berlusconi seguissero invece le elezioni anticipate?
«La logica conseguenza sarebbe proporre comunque al Paese un´alleanza costituzionale, come ha scritto giustamente Scalfari su Repubblica di ieri, che fondi la sua azione sul rispetto delle leggi e delle regole ponendo fine all´anomalia di Berlusconi. Del resto, anche Casini e Fini non potranno mai essere autosufficienti. Devono scegliere se cambiare il Paese con noi o riconsegnarsi a Berlusconi».
Si vedono già i primi veti nel centrosinistra. Di Pietro considera Casini la faccia della «brutta politica».
«Mi rifiuto di credere che queste posizioni siano immodificabili. Basta il buon senso per capire che se siamo in un´emergenza democratica dobbiamo accantonare le discussioni sterili per dare una risposta d´emergenza. Il Terzo polo di fatto già esiste, la rottura nel Pdl non è più componibile. Questo soggetto nasce fuori dal nostro campo tradizionale. Non possiamo fare nulla per fermarlo. Sarà numericamente e politicamente determinante in un sistema di alleanze per vincere e affrontare un passaggio di transizione. Il buon senso prima o poi verrà accettato da tutti. Infatti, tra le forze del Nuovo Ulivo, Vendola ha già aperto uno spazio al centro».
Un´intesa con il Terzo polo comporta il sacrificio di Bersani come candidato premier?
«Mi sembra assurdo cominciare dalla coda. Se ci fosse un nuovo governo in questo Parlamento, la scelta di un nome spetterebbe al capo dello Stato. Per i passaggi successivi c´è ancora molto tempo. E noi li affronteremo guidati da Pier Luigi».
Che fine fa la stagione della vocazione maggioritaria di cui lei è stato un protagonista con Walter Veltroni?
«Chi ha delle responsabilità deve indicare la strada anche rischiando qualche incomprensione. Rivendico la straordinaria capacità innovativa del progetto disegnato nel 2008. Ma oggi siamo in un tempo diverso. Con la nascita di un terzo polo e il Pd al 26 per cento tutti capiscono che serve un sistema di alleanze».

La Repubblica 25.10.10

Torna l'uomo dei (falsi) miracoli

Bertolaso mostra i muscoli per risolvere l’emergenza dei rifiuti nel napoletano. Mancano ancora 8 giorni per ridare lustro ad un miracolo che non c’è mai stato. È il pugno duro la risposta del governo all’emergenza rifiuti nel napoletano. Per garantire il miracolo dei dieci giorni per ripulire la città, Bertolaso mostra i muscoli e non sente ragioni. Attacca tutti, dal Pd all’Unione europea, passando per i sindaci dell’hinterland napoletano. Il Capo della Protezione civile sa bene che non potrebbe permettersi un altro smacco alla sua immagine già duramente oscurata con gli scandali del G8 e degli appalti truccati. Il Pd non ci sta a questo gioco al massacro e mette sul banco degli imputati il governo Berlusconi colpevole di aver fallito su tutti i punti.

Morale della favola, l’emergenza è ben lontana da essere risolta. Berlusconi dichiara a vanvera smentendosi di volta in volta. Il primo comandamento è mai ammettere che si tratti di un’emergenza, al massimo di una piccola difficoltà. Bertolaso parla di un accordo siglato sabato con i sindaci su sei punti. In realtà nessun accordo è stato mai siglato perché i sindaci, dopo aver ascoltato i propri cittadini, hanno restituito al mittente il piano di intesa senza alcuna firma.

Le notti sono sempre momenti di scontri e violenza tra le forze dell’ordine che scortano i camion della nettezza urbana e gli abitanti locali più facinorosi che si oppongono alla discarica di Cava Vitiello. Ieri sera nei pressi di Boscoreale, un gruppo di persone ha aggredito un’auto della Polizia spaccando il parabrezza con spranghe di ferro e ferendo ad un occhio un agente. Fortunatamente, vista la pioggia copiosa, quella di ieri sera è stata anche la prima notte senza incidenti nell’area di Terzigno.

Per Stella Bianchi, responsabile Ambiente del Pd, “al fallimento conclamato si aggiungono ancora false promesse da Bertolaso. Non si può dire che si va avanti con il decreto emergenziale, evidentemente oltre tempo massimo visto che sempre con decreto il governo aveva dichiarato la fine dell’emergenza già nel dicembre scorso, e allo stesso tempo promettere la sospensione a tempo indefinito della nuova discarica nel Parco del Vesuvio.”

“Ci vogliono parole chiare e intanto un No netto alla discarica di Cava Vitiello, come anche le istituzioni europee chiedono da tempo. La gravità della situazione e i richiami all’azione e alla responsabilità che arrivano da ogni voce autorevole impongono comportamenti seri. E invece – prosegue la bianchi – assistiamo ancora una volta al falso teatrino della commozione, alla propaganda di un presidente del Consiglio di buon cuore costretto a retrocedere di fronte al buon senso dei suoi esecutori, come se fosse un’azione di buon senso mettere una discarica da 3 milioni di tonnellate in un’area protetta patrimonio dell’Unesco e non un’aberrazione come la definiscono le istituzioni europee”.

“Abbiamo già avanzato le nostre proposte: regionalizzazione del piano delle discariche per togliere di torno l’ipotesi folle della ulteriore discarica nel Parco del Vesuvio, accelerazione dell’impiantistica, stanziamenti veri per sostenere le bonifiche ambientali attese da lungo tempo e per rafforzare la raccolta differenziata. Non intendiamo sottrarci ad alcuna forma di collaborazione ma dal governo – conclude la Bianchi – devono arrivare serietà e chiarezza all’altezza dell’emergenza mai risolta”.

Per Ermete Realacci, responsabile green economy del Pd, “è sbagliato sbeffeggiare e sottovalutare le critiche che arrivano dall’Unione Europea sulla seconda discarica nel Parco del Vesuvio. Il PD è sempre stato contrario a tale ipotesi e ha votato contro il decreto legge n.90 del 2008 del Governo Berlusconi sull’emergenza rifiuti in Campania che oltre a prevedere la seconda discarica nel territorio di Terzigno, nella sua articolazione era in molti punti del tutto inadeguato, come poi si è dimostrato, a risolvere la questione campana. Oggi siamo pronti a facilitare in Parlamento una drastica modifica del decreto a cominciare dall’esclusione di un’altra discarica nel Parco del Vesuvio”.

“Noi democratici condanniamo la violenza contro le forze dell’ordine. Condanniamo l’episodio di questa notte e il ferimento dell’agente aggredito a Terzigno a colpi di spranghe di ferro avvenuto durante gli scontri di questa notte.
Le proteste della popolazione per l’incapacità del governo di gestire la gravissima crisi dei rifiuti, devono obbligatoriamente rimanere all’interno delle regole di civiltà. Altrettanto, il governo che sta dimostrando in queste ore di fronte all’intero Paese, il fallimento delle mirabolanti promesse del Premier sulla risoluzione dell’emergenza rifiuti, eviti di minacciare la popolazione con
l’annuncio di prove di forza e lavori invece per isolare eventuali provocatori e infiltrati che provano a trasformare una protesta di cittadini in una guerra di bande”. Lo ha dichiarato Emanuele Fiano, presidente forum Sicurezza del Pd

Giusto per ricordare la posizione del presidente del Consiglio, si riportano le sue dichiarazioni alla stampa sul caso rifiuti in Campania. É possibile che siano le parole di un capo di governo responsabile?

* Berlusconi: “Ho qualche idea innovativa”. Ansa, Roma, 14 aprile 2008.
* Berlusconi: “Sarò a Napoli tre giorni alla settimana e resterò lì ad operare fino alla certezza dell’avvio concreto della soluzione del problema”. Ansa, Roma, 14 aprile 2008.
* Berlusconi: “Con decreto Napoli rifiorirà”. Ansa, Napoli, 21 maggio 2008.
* Berlusconi: “Tornerò a Napoli con continuità, per monitorare l’azione del sottosegretario e per confermare che lo Stato c’è”. Ansa, Napoli, 21 maggio 2008.
* Berlusconi: “Penso che i rifiuti debbano sparire dalle strade e dalle piazze di Napoli e delle altre province in un tempo molto breve; questo posso garantire che avverrà”. Ansa, Napoli 21 maggio 2008
* Berlusconi: “A differenza del passato si deve sapere che noi siamo convinti che è nostro preciso dovere che lo Stato faccia finalmente e definitivamente lo Stato”. Ansa, Napoli 30 maggio.
* Berlusconi: “Abbiamo voglia di fare e ce la faremo senza promesse miracolistiche”. Ansa, Napoli, 21 maggio 2008.
* “Domani terrò un Consiglio dei ministri a Napoli e annuncerò che l’emergenza è finita”. Ansa, Roma 17 luglio 2008.
* “A chi mi chiede se a Napoli tornerà ancora l’emergenza rifiuti io dico: no. Non si tornerà alla situazione precedente”. Ansa, 28 agosto 2008.
* Berlusconi: “Prevediamo che in dieci giorni la situazione possa tornare nella norma. Entro dieci giorni dalla discarica di Terzigno non proverranno odori o miasmi, che giustamente hanno preoccupato e preoccupano la popolazione”. Agi, Roma 22 ottobre 2010.

www.partitodemocratico.it

"Quando l'Italia sapeva ancora sognare il futuro", di Miguel Gotor

Nell’agosto 1945 Alcide De Gasperi tenne un discorso al Consiglio nazionale della Dc in cui ricordò che, a soli quattro mesi dalla fine della guerra di Liberazione, gli italiani si mostravano «stanchi dei partiti», in preda a una «atarassia dilagante». Negli stessi mesi un protagonista della lotta partigiana come Emilio Lussu notava amareggiato che il «”partito del malcontento” in Italia era sempre esistito sin dai tempi “di Pasquino e Marforio”», e «si sarebbe potuto chiamare movimento o partito “piove, governo ladro!”».

Da allora sono trascorsi oltre sessant’anni e oggi molti guardano a quel passato ormai lontano con un sentimento di nostalgia troppo spesso acritico che induce a contrapporre meccanicamente l’età dell’oro della partecipazione e della rappresentanza all’età bronzea dei tempi attuali, caratterizzati dalla disaffezione politica e dalla perdita di autorevolezza dei partiti. Per sfuggire i rischi insiti in ogni processo di idealizzazione, l’altra faccia della rimozione, è utile leggere le memorie dei protagonisti di quella stagione che hanno il merito di restituire le difficoltà di un percorso compiuto e le sfide affrontate per assorbire la mala pianta del qualunquismo e dell’antipolitica. Due costanti antiche e profonde della storia nazionale, alimentate dal regime fascista e incrostatesi nel corso della crisi degli anni Settanta, che si immaginano sempre nuove e inarrestabili quando è la politica stessa a scegliere di cavalcarle per intima debolezza o esibita furbizia.

A questo proposito, il nuovo libro del presidente emerito della Repubblica italiana Carlo Azeglio Ciampi Non è il paese che sognavo. Taccuino laico per i 150 anni dell’Unità d’Italia fa perfettamente al caso nostro. Il volume, risultato di un colloquio appassionato con il vicedirettore del Sole 24 Ore, Alberto Orioli, non è una tradizionale intervista biografica, ma un viaggio attraverso i simboli, le sfide, le speranze, le delusioni, le malinconie, i bilanci, i luoghi del cuore dell’Italia; un dono di riflessione e di sapienza che Ciampi offre ai suoi lettori in occasione dell’anniversario dell’unità nazionale, alla vigilia dei suoi novant’anni. Ma qual è l’idea di Italia che promana da queste pagine? È l’Italia del Risorgimento e della Resistenza, quella della ricostruzione e dell’aggancio all’euro, uno straordinario paese crocevia di culture, di popoli e di lingue, capace di raggiungere l’unità politica grazie alla sfida di un manipolo di sognatori che decisero di farsi patrioti, rischiando la prigione, l’esilio e la vita.
E poi, proprio come fece Ciampi durante la lotta di liberazione, scelsero di difendere, dopo l’8 settembre 1943, l’onore della nazione ferita e tagliata in due: non fu dunque quella data la «morte della patria», ma «il compleanno» della nuova Italia. Lo spirito di Ciampi è imbevuto soprattutto della cultura repubblicana di Mazzini e della sua idea volontaria di patria che «non è un aggregato, è un’associazione», ma il protagonista che più ammira sul piano storico è Cavour «l’unico uomo davvero europeo del Risorgimento», non astratto riformatore, ma in grado di intuire «il limite e le condizioni» dell’agire politico come nessun altro.

Ripercorrere la storia d’Italia attraverso lo sguardo di Ciampi significa rivivere anche la sua parabola esistenziale dall’inconfondibile sapore repubblicano. Anzitutto per il movimento ascensionale che l’ha accompagnata, fondato sulla virtù dell’uomo, intesa, in senso machiavellico, come il merito di sapere cogliere le occasioni offerte dalla fortuna. Egli proviene da una famiglia piccolo-borghese di una città di provincia come Livorno, il padre era proprietario di un negozio di occhiali, ma la vita lo porterà ai vertici dello Stato secondo un itinerario che farebbe impallidire il mitologico sogno americano: l’educazione dai gesuiti, gli studi classici alla Normale di Pisa, la doppia laurea, il servizio militare durante la guerra, la Resistenza, due anni di insegnamento, l’ingresso in Banca d’Italia, la nomina a governatore nel 1979 e poi, a 73 anni, la scelta dell’impegno politico come civil servant, nei giorni difficili di Tangentopoli. Questo percorso è stato animato da una forza di volontà fuori dal comune e da un’alta considerazione per lo studio inteso «come pane dell’anima», strumento di crescita e di riscatto. Eppure il tratto distintivo di Ciampi è quello di mantenere sempre vivo un profilo da outsider, non disgiunto da un sentimento di costante inadeguatezza, si direbbe una forma di sprezzatura, quell’attitudine umana cara a Baldesar Castiglione «che nasconda l’arte, o dimostri, ciò che si fa, e dice, venir fatto senza fatica, e quasi senza pensarvi. Da questo credo io che derivi assai la grazia». Si tratta di una storia certo eccezionale per i traguardi raggiunti, ma che proprio per questa ragione resta comune, rappresentativa di tanti italiani che, al di là delle caricature disfattiste e delle posture autodenigratorie, fanno ogni giorno e bene il loro dovere.

Il libro è ricco di aneddoti relativi al Ciampi privato che lo colgono laddove meno lo si aspetterebbe, come, ad esempio, nello studio del pittore Renato Guttuso, «amico dolcissimo e geniale», al quale era solito rendere visita nelle pause di lavoro. Il governatore in abito blu, l’artista «al tavolo, sigaretta alla mano, l’immancabile bottiglia di whisky a portata di sorso», «lui ateo e comunista», «io laico azionista (mai comunista), ma fermo, pur se discreto, cattolico praticante». Non meno interessanti sono i ritratti di capitani di industria e della finanza come Enrico Cuccia («l’unico ad avere una visione strategica di lungo periodo»), Leopoldo Pirelli («un uomo eccezionale per cultura e senso etico», un «industriale anomalo», «il miglior imprenditore italiano») e Gianni Agnelli («con un grande senso delle istituzioni» e una «freddezza innata»). Così anche il racconto delle proprie passioni etico-politiche lungo la tradizione civile e culturale dell’azionismo italiano: il maestro Guido Calogero, di cui portò in salvo nel 1944 attraverso i monti degli Abruzzi il manoscritto Catechismo liberalsocialista del Partito d’Azione, Ovidio Capitini, Pietro Calamandrei e, più tardi, Norberto Bobbio.

Il sentimento per le radici patrie si trasfigura in quello per l’Europa che viene: perché Ciampi sostiene da sempre che non «c’è contraddizione alcuna fra amore della propria città e regione, amore di Patria, amore d’Europa. Io amo, insieme, la mia Livorno, la Toscana, l’Italia, l’Europa». Concetti chiari che lasciano trasparire un unico grande assillo, di là dalle divisioni politiche contingenti: quello di battere le spinte separatiste che vogliono disgregare l’unità nazionale perché nella sua idea di patria ci sono «le radici dell’Europa unita e quelle del federalismo solidale, non secessionista», secondo l’insegnamento di Cattaneo. Dentro questo orizzonte di valori si iscrive la battaglia politica di Ciampi per la moneta unica europea: un traguardo raggiunto dall’Italia, vincendo la diffidenza e lo scetticismo dei principali paesi del continente e l’opposizione di forze interne come la Lega, grazie a uno straordinario gioco di squadra tra uomini, partiti e istituzioni che ebbe le sue premesse nella «concertazione» del 1993 varata da Ciampi nel ricordo di Ezio Tarantelli. Per gli uomini della sua generazione l’euro è stato un simbolo di unità scritto sul sangue delle guerre e dei totalitarismi del Novecento europeo: un obiettivo impensabile, eppure conseguito, dopo secoli di conflitti in cui i giovani del continente si sono uccisi fra loro senza pietà. Il momento simbolo di questo passaggio storico è stato quando Helmut Kohl, come Ciampi rivela per la prima volta, prese la decisione repentina di equiparare il cambio marco/dollaro tra l’est e l’ovest della Germania per non umiliare l’ex Ddr: «Il gesto politicamente più rilevante della fine del secolo scorso».

Non è il paese che sognavo recita il titolo del libro con una punta di inevitabile malinconia, che però ha il merito di indicare ai suoi lettori le sfide che si hanno davanti. Fra tutte, quella di riqualificare la politica e di difendere l’unità nazionale nella democrazia, due traguardi più vicini se si guarda all’esempio di Ciampi, un italiano per bene, un italiano d’Europa.

Il Sole 24 Ore 24.10.10

"I frutti avvelenati del berlusconismo", di Guido Crainz

Non poteva esser peggiore il ritorno sulla scena del premier dopo una brevissima assenza. Aveva posto al centro una forte accelerazione sul terreno della giustizia, preannunciando una riforma già pronta e rispolverando sin la legge-bavaglio, ma nel giro di poche ore ha dovuto registrare una durissima battuta d´arresto. L´ineccepibile intervento del Presidente della Repubblica ha posto in nuova evidenza alcune implicazioni di fondo e al tempo stesso l´arrogante imperizia anticostituzionale del Lodo Alfano.

Dal canto suo Gianfranco Fini ha poi ribadito quella posizione di fermezza che per un attimo era sembrata meno limpida e intransigente (e l´incertezza aveva provocato diffuse proteste nella sua stessa area).
Una nuova sconfitta per il premier, dunque, che lo frena su un terreno decisivo e che frustra sul nascere il tentativo di stringer le file della maggioranza con una nuova forzatura: tentativo non rimandabile, perché nei giorni precedenti essa era sembrata quasi dissolversi in mille rivoli e tensioni. Non più calamitati dal protagonista del dramma, i riflettori avevano illuminato meglio un confuso agitarsi di spezzoni e gruppi, facendo risaltare per contrasto – annotazione poco confortante – la prepotente solidità del polo leghista e l´accresciuto decisionismo di Giulio Tremonti (l´unico che può prefigurare un “dopo Berlusconi”: di qui i primi cenni di insofferenza del premier nei suoi confronti). I sussulti più recenti – con il vacillare dei tre coordinatori e il disorientato vagare degli ex colonnelli di An – si sono solo aggiunti a deterioramenti e derive precedenti. Si pensi alla assoluta mancanza di pudore che ha segnato la vicenda dell´inquisito – e poi condannato – “ministro per un giorno” Aldo Brancher, o alla protezione parlamentare garantita ad un indagato per camorra come l´ex sottosegretario Nicola Cosentino. O anche – per altri versi – alla scelta di Paolo Romani, “vicino” a Mediaset, per la sostituzione di Claudio Scajola. Appaiono semmai corpi estranei alla maggioranza i pochi esponenti che non fanno organicamente parte del sistema, per dirla con Denis Verdini: lo ha confermato la denuncia dell´onorevole Pisanu sulle ultime liste elettorali – «gremite di persone che non sono degne di rappresentare nessuno» – e ancor di più il gelo che l´ha accolta.
In altre parole, l´appannarsi della leadership di Berlusconi ha fatto emergere sempre di più i contorni del ceto politico che in essa ha cercato legittimazione e potere. E quella leadership ha la sua residua forza nella fragilità delle alternative, interne o esterne al centrodestra, più che nel consenso reale del Paese: ce lo ricordano i dati stessi del suo ultimo successo, alle regionali di qualche mese fa. Con un “non voto” giunto al 40% del corpo elettorale – sommando astensioni, schede bianche e nulle – ha scelto il Popolo della Libertà il 16% degli italiani con diritto di voto: uno su sei. Grazie alla legge attuale, e all´alleanza con la Lega, questa percentuale può però garantire la maggioranza in Parlamento. Può permettere a Berlusconi di continuare un percorso che ha come scopo e approdo l´accentramento del potere e uno stravolgimento profondo degli equilibri e degli assetti istituzionali. Oggi quel percorso è molto più accidentato di prima e il tempo non gioca a favore del premier: di qui il carattere sempre più esasperato che le sue scelte sono destinate ad avere.
Conviene dunque interrogarsi meglio sul sostanziale incrinarsi dell´egemonia berlusconiana. Non sembra dovuto, per la verità, ad una più ampia e prorompente indignazione sul terreno dell´etica privata e pubblica: difficile attenderselo, del resto, in una società che in questi anni ha visto diffondersi semmai l´indifferenza, se non l´estraneità, alla legalità e alle regole del vivere collettivo. Il declinare della credibilità del premier sembra connesso piuttosto al crescere di insicurezze e di delusioni, e al progressivo franare del terreno che ne aveva costituito la base di partenza: la capacità di sostituire la “rappresentanza ” con la “rappresentazione”. Di proporre una narrazione rassicurante, anche se evanescente e fittizia. Nei primi anni novanta, inoltre, la personalizzazione stessa della sua proposta politica sembrava rispondere in qualche modo ad umori reali, provocati dal crollo della “prima repubblica”. Trovava alimento nelle reazioni a una “partitocrazia” sempre meno tollerabile. Oggi quella personalizzazione mette a nudo più che in passato le sue ragioni private e la sua incompatibilità con un orizzonte di regole. Più ancora: la rottura stessa delle regole – che inizialmente parve una risorsa ad ampi settori sociali, attivati dalla promessa di un “nuovo miracolo” – amplifica oggi solo incertezze, inquietudini e paure.
Questa è l´ultimo, avvelenato frutto del quindicennio che abbiamo vissuto: un Paese che ha visto aumentare distorsioni sociali, culturali ed etiche per impulso dei modelli e dei miti alimentati dal premier è ora scosso non superficialmente dalla loro crisi. E, in assenza di alternative, il tramontare dei miti dà rinnovato impulso al ripiegamento individuale e agli egoismi di ceto.
In assenza di alternative: questo è il nodo sotteso all´intero scorrere dei problemi, e mai il centrosinistra è parso così inadeguato come negli ultimi mesi. Incapace di rivolgersi ai suoi stessi elettori, ha mostrato un personale politico lacerato da conflitti morti da tempo, appassito nelle sue sconfitte e restio perfino a riflettere su di esse. Sordo nei confronti della società. Incapace di misurarsi con le colossali trasformazioni del mondo del lavoro (una carenza che lo segna ormai da tempo) o di offrire proposte di lungo periodo sui terreni decisivi dell´istruzione e della formazione. Il suo sguardo sembra essersi sempre più ristretto a quel che si muove fra le macerie del sistema politico; sembra lasciar fuori dal suo spettro visivo quella parte degli italiani che – per buone o cattive ragioni – da quelle macerie si è ritratta. Una parte amplissima, che va anche oltre quel quaranta per cento che qualche mese fa non ha votato o ha annullato la scheda. La deriva non può essere arrestata o frenata se non si parla anche a questa parte del Paese. E se non si fa comprendere realmente e concretamente al Paese nel suo insieme che il bene pubblico può essere perseguito in un modo molto diverso da quello con cui si è governato in questi anni. Diverso, anche, da quello con cui si è fatta opposizione.

La Repubblica 25.10.10

Bersani: «Via il Lodo. E un nuovo governo per le emergenze», di Simone Collini

Se sarà crisi, il leader del Pd punta a un esecutivo di transizione che si occupi di legge elettorale e della crisi economica. Via il Lodo Alfano e si discuta di riforma fiscale. Se invece il Parlamento continuerà a essere ostaggio dei problemi giudiziari del premier, sarà difficile per Berlusconi evitare la crisi. E a quel punto ci penserà un governo di transizione ad approvare una nuova legge elettorale ma anche a gestire le emergenze del Paese. Pier Luigi Bersani lancia una proposta al centrodestra ma pianifica anche le possibili mosse in caso di rottura definitiva tra
finiani e Pdl. Il giorno dopo l’altolà di Gianfranco Fini sullo scudo processuale e due giorni prima che la commissione Affari costituzionali del Senato riprenda la discussione con sul tavolo i rilievi del Quirinale, il segretario del Pd dice davanti alle telecamere
di SkyTg24 che il Lodo Alfano verrebbe «spazzato via» da un referendum e che se Berlusconi ritirasse tutti i provvedimenti “ad personam” sulla giustizia dicendo «ai problemi miei ghe pensi mi» darebbe alla politica italiana «un elemento di rasserenamento ». Bersani non si fa troppe illusioni che ciò avvenga ma rilancia, sfidando il governo a «tirare il Lodo Alfano fuori dal Parlamento per parlare di riforma fiscale». La risposta del centrodestra non tarda ad arrivare, e va nella direzione prevedibile, con il vicepresidente dei deputati Pdl Osvaldo Napoli che parla di «offerte finte e ricatti veri».
E domani anziché ritirare il provvedimento, i senatori di Pdl e Lega della commissione Affari costituzionali (rispettivamente 11 e 2) fronteggeranno i senatori (9 Pd, 1 Idv, 1 Udc e 2 finiani) contrari alla reiterabilità dello scudo processuale.
NUOVO GOVERNO PER LE EMERGENZE
Per Bersani, che oggi festeggia il suo primo anno da segretario Pd, la rottura con i finiani sul salva-premier potrebbe portare alla crisi di governo.
A quel punto, nei piani del leader dei Democratici, si dovrebbe dar vita a un governo di transizione che si occup non solo di legge elettorale, ma anche delle emergenze del Paese. Spiega Bersani: «Una nuova legge elettorale serve per mettere in sicurezza la democrazia, perché con questa non solo si nominano i parlamentari ma si può realizzare una condizione in virtù della quale col 35% dei voti uno può fare il presidente della Repubblica. E questo non sta in piedi. Ora, per fare una legge elettorale ci vogliono alcuni tempi naturalmente, e in quei tempi bisognerà pur corrispondere ad emergenze immediate che ha questo Paese». Bersani non si spinge a dire, come ha fatto Massimo D’Alema, che il nuovo governo dovrebbe metter mano anche a delle riforme politiche ed economiche, compresa quella fiscale, anche perché sa che un’impostazione del genere è vista
come fumo negli occhi non solo da una forza esterna al Parlamento come la Sinistra e libertà di Nichi Vendola, ma anche da un partito come l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro.
Dice quindi Bersani: «Certamente un grande programma di riforme va affidato a un’alternativa di governo, che va presentata agli elettori. È importante segnalare che anche forze che oggi sono fuori dal Parlamento, Sel per esempio ma non solo, pensano assolutamente necessaria una fase nella quale si metta mano al meccanismo democratico». Ma la convergenza tra la proposta di Bersani e quella di Fini di aumentare la tassazione delle rendite finanziarie non è passata inosservata.

L’Unità 25.10.10