Latest Posts

"Tv , la "vita indiretta" degli italiani", di Ilvo Diamanti

Sondaggio Demos-Coop: crolla la fiducia nel Tg1, bene Sky e La7. “Ballarò” il talk più affidabile. Ormai è difficile distinguere fra media, politica e vita reale. È quasi un luogo comune. Tuttavia, è inevitabile, soprattutto in questi giorni. Mentre infuria il dibattito sulla censura ai programmi e ai giornalisti in televisione. Sui giornali-partito oppure al servizio dei partiti (personali). Mentre imperversa lo spettacolo quotidiano del dolore.
Il sondaggio annuale sugli “italiani e l´informazione”, condotto dall´Osservatorio Demos-Coop, d´altronde, offre una raffigurazione perfino “spettacolare” di questo Paese sospeso tra realtà e rappresentazione.
Ne isoliamo gli aspetti, a nostro avviso, più significativi.
1. Il primo riguarda, non a caso, il ruolo (ancora) dominante della televisione. Oltre 8 italiani su 10 continuano, infatti, a informarsi quotidianamente in tivù, attraverso i canali nazionali. È stabile, rispetto all´anno scorso, la quota di persone – una su tre – che ricorre regolarmente ai quotidiani. Lo stesso discorso vale per internet. Mentre gli ascoltatori assidui della radio non solo tengono, ma crescono perfino un poco (43%: tre punti in più). Dunque, si profila uno scenario stabile. Nell´insieme, però. Perché all´interno si colgono cambiamenti molto significativi.
2. La variazione più evidente rispetto allo scorso anno coincide con il sensibile calo di fiducia subìto dai maggiori telegiornali di Rai e Mediaset. Ormai condividono lo stesso destino, come una sola, unica impresa: MediaRai. La fiducia verso il Tg 1 si attesta al 53%. Cioè, 10 punti meno di un anno fa, ma addirittura 16 rispetto al 2007. Il Tg 5 considerato “affidabile” dal 49% degli italiani: 8 in meno dell´anno scorso. Anche gli altri telegiornali di MediaRai calano. Ad eccezione del Tg 3, che mantiene un consenso molto elevato (63%) e, ancor più, dei Tg regionali Rai. I più apprezzati.
Cresce, invece, il gradimento verso i Tg de La 7 (ora diretto da Mentana), Sky e Rai news 24 (quest´ultima, presumibilmente, trainata dal Tg 3, che spesso ne diffonde le edizioni). Il che spiega, in parte, l´andamento deludente dei principali notiziari di MediaRai, confermato anche sul piano degli ascolti Auditel. La concorrenza è favorita anche da altri fattori. Sky e La 7, in particolare, sono ritenuti, non a torto, meno condizionati politicamente. Il posizionamento politico penalizza, inoltre e non a caso, soprattutto il Tg 1, la cui identità, presso il pubblico, appare sensibilmente cambiata. Era al centro, anzi: il Centro. Un Tg ecumenico. Oggi, invece, appare sempre più spostato verso destra. Visto che ottiene il massimo della fiducia tra gli elettori del Pdl e della Lega. Il “nuovo centro”, invece, appare Sky Tg 24. Anche se occupa uno spazio più ridotto. Come quello politico, d´altronde.
3. Al contrario dei notiziari, i programmi di dibattito e approfondimento politico e sociale non sembrano soffrire. Ballarò si conferma la trasmissione più affidabile per gli italiani. Ma Anno Zero, di Michele Santoro, nell´ultimo anno, ha visto crescere molto il gradimento del pubblico. Come, d´altronde, Report di Milena Gabanelli. Trasmissioni apprezzate soprattutto dal pubblico di centrosinistra, rivelano il paradosso di questo Paese, schifato dalla politica, che, tuttavia, sente bisogno di politica. E si rivolge, per questo, alla televisione. Non a caso, cresce il gradimento dei due programmi de La 7: Otto e mezzo, condotto da Lilli Gruber (6 punti in più nell´ultimo anno, addirittura 11 negli ultimi tre) e L´Infedele di Gad Lerner (anch´esso 6 punti in più nell´ultimo anno). Contribuiscono al successo della rete, dettato, soprattutto, dal ruolo attribuito all´informazione. Porta a Porta e Matrix vedono scendere, di poco, la fiducia nei loro confronti. Forse perché si tratta di programmi spostati, sempre più, in direzione dell´infotainment.
Un terreno battuto, in modo esplicito, da altre trasmissioni, che, anzi, antepongono l´intrattenimento e, talora, la satira. Con risultati molto significativi. Striscia e le Iene, ma anche il salotto di Fazio risultano molto graditi e ottengono ascolti super. Il che precisa ulteriormente il paradosso precedente. La politica e i politici sollevano il disprezzo ma anche l´interesse popolare. Fanno spettacolo. Raccontano i fatti nostri (e vostri).
4. Oggi, d´altronde, è difficile anche distinguere tra spettacolo e vita. Nell´omicidio di Sarah Scazzi, in particolare, i confini sono invisibili. La scena, ormai, è unica. Confusa. Affollata da personaggi numerosi e indistinti. I familiari e i congiunti della vittima, insieme a quelli dei presunti assassini e complici. Insieme ai conduttori e ai sedicenti opinionisti dei programmi del pomeriggio e della seconda serata. Poi i giornalisti. Gli inviati ad Avetrana. Embedded. Parte delle stessa rappresentazione. Certo: i programmi del pomeriggio hanno un pubblico ben definito. Donne, casalinghe, anziani e pensionati. Quelli che passano più di 4 ore davanti alla tivù ogni giorno. Ma abbiamo l´impressione che Avetrana sia divenuta teatro di uno spettacolo su cui tutti gettano lo sguardo, con attenzione diversa e intermittente.
5. L´importanza della tivù non deve fare dimenticare le trasformazioni prodotte dalle nuove tecnologie della comunicazione. Internet, i Social Network, Twitter e Facebook, Skype. D´altra parte, il 40% degli italiani – soprattutto giovani e istruiti – è, ormai, connesso quotidianamente in rete. Dove si informa, chatta, compra, vende, partecipa, “si mostra”. È la comunità in Rete, che forza i confini della società ridotta a una platea di spettatori.
6. Eppure, mentre si assiste all´avvento dei nuovi media, il sondaggio dell´Osservatorio Demos-Coop sottolinea l´importanza dei media “tradizionali”. Magari “innovati” e ibridati dalle nuove tecnologie, come avviene per i quotidiani online. Il che riproduce – e ripropone – l´immagine dell´Italia come un Paese, anzi: un “paese” raccolto davanti alla tivù. Dove si mette in scena lo spettacolo della vita, del dolore e del divertimento, della politica e della compassione. A cui tutti, o quasi, vorrebbero – e cercano di – partecipare. Se non da protagonisti, almeno da comparse. Di cui tutti si sentono parte.
Per questo anche noi, come il 55% degli italiani, riteniamo che la posizione dominante di Berlusconi sui media danneggi la libertà di informazione. E, come il 62% degli intervistati, pensiamo che condizioni la vita politica nazionale. Tuttavia, siamo convinti che non basteranno leggi e regole nuove a ridimensionare l´influenza del Cavaliere. Perché viviamo in un paese mediale plasmato da lui. Pensiamo di assistere alla vita in diretta. E invece viviamo una vita indiretta.

La Repubblica 25.10.10

******

Aggiornarsi sul web si accompagna a una maggiore disponibilità alla mobilitazione”, di LUIGI CECCARINI

Nel pianeta dei lettori il 12% è solo online e uno su tre è “misto”
Internet si presta a molti usi, tra cui la lettura dei quotidiani, online. Coinvolge circa due utenti su tre. Il 40% dei cittadini considerati complessivamente. Lo stile di lettura non è però uguale per tutti. Si legge con maggiore o minore frequenza. Si combina con i giornali cartacei oppure ci si affida solo alla rete. L´osservatorio sul “capitale sociale” degli italiani Demos-Coop ci permette di approfondire questo tema e di tracciare il profilo dei lettori dei quotidiani, online e offline. Si possono individuare quattro tipi: il 12% legge solo i quotidiani online; il 35% solo quelli cartacei; il 29%, invece, si informa sia sui siti dei quotidiani sia attraverso la copia tradizionale. Infine, un cittadino su quattro non legge né online né offline. Il profilo è per certi aspetti scontato, ma interessante. In generale leggono di più gli uomini, in particolare con un elevato grado di istruzione. I giovani, compresi i giovanissimi, si distinguono per leggere online. Studenti ma anche operai. I soggetti più anziani preferiscono il quotidiano acquistato all´edicola. Chi invece combina vecchie e nuove modalità dell´informazione ha un´età e anche un grado di istruzione più elevati di quanti preferiscono solo navigare nelle pagine, anziché sfogliarle. Rispetto alla media, questo gruppo comprende più impiegati e funzionari. I cittadini che ricorrono ad entrambi i canali dei quotidiani si distinguono anche per l´orientamento politico. Più della metà si dice interessato alla politica (rispetto al 36% della media). Il 41% si definisce di sinistra o centrosinistra, circa 10 punti percentuali in più degli altri lettori. Al pari di quanti leggono solo online seguono meno la televisione, e ritengono – in sei casi su dieci – che la rete sia il luogo dove l´informazione è più libera e indipendente. Informarsi via internet si lega alla mobilitazione online (e anche offline). Chi si informa in rete ha partecipato di più a campagne via internet, firmando petizioni, ma anche a concrete manifestazioni di protesta sul territorio. Invece la partecipazione ad iniziative politiche e di partito coinvolge di più quanti, oltre al web, si informano con il quotidiano tradizionale. Infatti se il 29% degli italiani afferma di discutere di politica su internet, il dato raddoppia tra chi legge anche, e non solo, usando il mouse. L´intreccio tra informazione “reale” e informazione “virtuale” sembra dunque innescare un circolo virtuoso per la partecipazione.

La Repubblica 25.10.10

"Continua la rottamazione dei diritti", di Pippo Frisone

Il 19 ottobre c.a. la Camera dei Deputati ha approvato definitivamente il ddl n.1441 -quater F- del collegato lavoro con 310 voti a favore (centrodestra+Udc) 204 contrari (PD+Idv) e tre astenuti.
Un percorso faticoso quello del collegato lavoro, approvato per la prima volta alla Camera nel 2008, modificato al Senato nel 2009, modificato ancora dalla Camera all’inizio del 2010 e approvato definitivamente dal Senato nel marzo 2010, rinviato alle Camere dal Presidente della Repubblica il 31.3, modificato dalla Camera il 29.4, rimodificato ancora dal Senato il 29.9 e definitivamente approvato dalla Camera il 19.10.10.
Sono 50 articoli in tutto. E’ un’ennesima entrata a gamba tesa in materia di diritti, di diritti contrattuali, di obbligo scolastico. Per restringerli, non certo per allargarli.

Sull’obbligo scolastico si fa entrare dalla finestra, quello che era uscito dalla porta principale (la legge n.296/06 sull’ innalzamento dell’ obbligo scolastico voluta dal governo Prodi).
L’ ultimo anno dell’ obbligo, quello che va dai 15 ai 16 anni, adesso è possibile assolverlo nell’ apprendistato e fuori dal sistema dell’istruzione e formazione!! Basti pensare a cos’è
l’apprendistato oggi nelle piccole,piccolissime imprese, spesso al limite dello sfruttamento e in assenza di un monte ore formativo minimo garantito, per farsi un’ idea delle ricadute che questa norma avrà sugli studenti a forte rischio drop-out: espulsi e lasciati fuori da ogni circuito d’ istruzione e formazione. Una norma iniqua che colpisce i più deboli. Un’altra norma che ha fatto molto discutere è quella su conciliazione e arbitrato (art.31).
Il dipendente all’ atto dell’ assunzione o meglio, superata la prova,deve decidere se affidarsi nelle controversie di lavoro, ad esclusione dei licenziamenti, al giudice o all’ arbitro.
La norma, se da un lato serve a decongestionare i tribunali nelle cause di lavoro, rendendo tra l’altro il tentativo di conciliazione non più obbligatorio ma facoltativo,è stata letta come un indebolimento generale delle tutele dei lavoratori. Sull’arbitrato, nella prima stesura, era intervenuto con pesanti rilievi, anche il Capo dello Stato.
E ancora, il collegato lavoro opera delle incursioni in materia contrattuale, indebolendo ancor più i Contratti Nazionali, riconducendo sotto l’ uniformità della legge e delegando ad appositi decreti legislativi congedi, aspettative e permessi.
Dopo il decreto Brunetta ( dlgs.n.150/09), il collegato lavoro è un altro duro colpo assestato all’ autonomia contrattuale, ai diritti dei lavoratori che ne escono più indeboliti e meno tutelati.
Si ritorna a legificare su quanto in questi anni era stato delegato all’ autonomia delle parti sociali e al contratto.
Si passa dalla flessibilità e dal decentramento negoziale, alla centralizzazione e alla imposizione per legge su rilevanti materie che così vengono sottratte al contratto.
Vengono così spacciati per riforme delle norme che hanno il solo scopo di restringere il campo dei diritti e delle tutele dei lavoratori dipendenti, riducendo ancor più lo stesso potere del sindacato.
Mi auguro che quei sindacati che tanto credito hanno dato e continuano a dare a questo governo si rendano finalmente conto che con l’ indebolimento dei contratti nazionali e il restringimento dei diritti è lo stesso ruolo del sindacato e della rappresentanza dei lavoratori ad essere messo in discussione.
Il rinvio per il secondo anno consecutivo delle elezioni delle RSU in tutto il P.I. sono un segnale troppo forte per non rendersi conto della fase autoritaria e populista che sta attraversando il nostro Paese.
Speriamo che la democrazia rappresentativa di grandi masse di lavoratori e l’ autonomia dai partiti di governo, alla fine, come è già avvenuto in passato , ancora una volta prevalgano anche nell’ interesse di quelle stesse forze sindacali, oggi fin troppo inclini ad accordi separati che hanno ridotto spazi contrattuali e diritti.

da ScuolaOggi 25.10.10

"Le scorciatoie del Lingotto", di Luciano Gallino

Se si mettono insieme diagnosi e proposte formulate in tv dall’ad Sergio Marchionne si è forzati a concludere che il grosso della produzione di Fiat auto è ormai destinato a svilupparsi all’estero. Non si vede infatti come sia possibile raccordare le prime con le seconde.
Dal lato delle diagnosi, l´ad forse esagera quando afferma che l´Italia è al 118/mo posto su 139 per efficienza del lavoro, ma ha ragione nel dire che negli ultimi 10 anni l´Italia non ha saputo reggere il passo con gli altri paesi – aggiungendo subito che non è colpa dei lavoratori. Il problema è che da parte sua neanche la Fiat ha saputo reggere il passo con gli altri costruttori europei. Una parte delle difficoltà del gruppo proviene certo dalla situazione del paese. Però di suo, nel decennio, Fiat ci ha messo sia la difficoltà a produrre e vendere su larga scala modelli di fascia medio-alta, quelli su cui si guadagna sul serio (anche quando ne aveva di eccellenti, come accadde con l´Alfa 156), sia una organizzazione complessiva della produzione, e con essa della filiera della fornitura, che ha ridotto a livelli troppo bassi l´utilizzazione degli impianti nazionali. Si parla del 30-40 per cento, mentre gli stabilimenti francesi e tedeschi fan segnare tassi di utilizzazione all´incirca doppi.
Se questi sono i problemi cruciali di Fiat Auto, è arduo capire come il famoso piano Fabbrica Italia riesca a risolverli. Forse riducendo le pause da due di 20 minuti a tre di 10 minuti, come a Pomigliano e a Melfi? Oppure introducendo la nuova metrica del lavoro contenuta nel documento di aprile (19 pagine su 36!) che sotto l´etichetta dell´ergonomia intensifica in ogni minuto secondo la prestazione fisica e mentale dell´operaio? Allo scopo di far salire l´utilizzazione degli impianti la soluzione starebbe semmai nella concentrazione della produzione in due o tre stabilimenti, e nel completo ridisegno della filiera della componentistica, in modo da ridurre drasticamente i chilometri che ogni pezzo percorre prima di arrivare dove viene montato. Può anche darsi che la soluzione che Fiat ha in mente sia appunto questa. Ma se tale fosse il disegno, sarebbe preferibile dirlo, piuttosto che girare attorno alla questione insistendo sull´anarchia degli stabilimenti italiani che impedisce di produrre, per addetto, quanto in Polonia o in Argentina.
L´ad Marchionne ha anche detto – così riportano le cronache – che se le anomalie della gestione degli stabilimenti italiani cessassero, sarebbe disposto a portare il salario dei dipendenti a livello dei nostri paesi vicini. Questi sono la Francia, la Svizzera e l´Austria. Poco più in là c´è la Germania. Ora, nel 2008, il salario annuo lordo dei dipendenti dell´industria e dei servizi, esclusa pubblica amministrazione, istruzione, sistema sanitario e simili, era – a parità di potere d´acquisto – di circa 23.000 euro in Italia, 30.000 in Francia, 35-36.000 in Svizzera e Austria, 42.000 in Germania. Portare i nostri salari a livello dei vicini significherebbe dunque aumentarli tra il 30 e l´80 per cento.
Roba da correre subito, se uno ci crede, a sottoscrivere il piano Fabbrica Italia. Se non fosse che quel piano dovrebbe prima spiegare come si raddoppia o magari si triplica l´utilizzazione degli stabilimenti Fiat in Italia; come si articola la produzione di quei due terzi di auto che sono fabbricati al di fuori di essi; e come si pensa di affrontare nei prossimi anni un mercato europeo dove i costruttori francesi e tedeschi propongono al momento 20-22 modelli di auto ciascuno, grosso modo il doppio di Fiat, ed i consumatori probabilmente non aspettano il 2014 se hanno intenzione e mezzi per cambiare la macchina. In mancanza di questo corredo esplicativo, lo scenario cui dobbiamo guardare con rammarico e preoccupazione è una Fiat, unico tra i grandi costruttori europei, che in sostanza si accinge a fare del suo paese uno dei tanti in cui de-localizza secondo convenienza le sue produzioni.

La Repubblica 25.10.10

******

“Marchionne sta meglio senza l’Italia. Epifani: basta scuse”, di Luigina Venturelli

Sindacalisti, cronisti economici ed analisti finanziari se l’erano già sentito dire. Quel «se potesse tagliare l’Italia la Fiat farebbe meglio » non è un pensiero nuovo per Sergio Marchionne, che con parole più o meno dolci, a seconda dell’occasione, l’ha condiviso con i suoi interlocutori. Sfida da affrontare in sede ufficiale, quando deve illustrare la grandezza e il coraggio dei progetti aziendali. Oppure rischio da ventilare in sede di trattativa sindacale, quando vuole ottenere concessioni in tema di organizzazione del lavoro. Il segretario Cgil Guglielmo Epifani conosce ormai la battuta e ritrova il noto «atteggiamento di sufficienza, come se la Fiat in Italia ci stesse a forza».
LA MINACCIA DELL’ABBANDONO Ma qualche volta il contesto può fare la differenza. E lo studio televisivo di Che tempo che fa, per un manager troppo impegnato e riservato per frequentare il piccolo schermo, costituisce un palcoscenico d’eccezione: l’amministratore delegato del Lingotto parla della sua visione del mondo e della fabbrica davanti alle telecamere di Rai3. Vuole guadagnarsi il sostegno dell’opinione pubblica italiana. Ne avrà bisogno per vincere tutte le battaglie che ha aperto nei mesi scorsi e che conta di chiudere entro la fine dell’anno. Infatti le domande di Fabio Fazio che esulano dal tema, sulle sue «diciotto ore di lavoro al giorno» o sull’«importanza della cultura», trovano poco terreno fertile. Ricordando i conti appena presentati dalla Fiat e la revisione al rialzo degli obiettivi 2010, Marchionne sottolinea che «nemmeno un euro dei 2 miliardi di utile operativo del gruppo è stato fatto in Italia» e che «non si può gestire un’attività in perdita per sempre». La radice del problema è nota, la solita «competitività »,come accertano le analisi che vedono il Paese al 118esimo posto su 139 per efficienza del lavoro e al 48esimo per competitività del sistema industriale: «Non è una buona pagella, il sistema italiano ha perso competitività anno per anno», infatti «non c’è nessuno che viene dall’estero ad investire un euro». Tensione creata. L’attenzione del pubblico si mescola al timore per quel che l’amministratore delegato più ammirato e più contestato d’Italia potrà dire dopo. Quindi è il momento di ridare speranza, di tornare sugli investimenti programmati per 20 miliardi di euro. A cominciare da Pomigliano dove, considerando l’indotto, lavorano 20mila persone: «Se la Fiat dovesse smettere di fare auto in Campania,avremmo un problema sociale immenso, specialmente in una zona dove la camorra è molto attiva». Per seguire con Melfi, dove le pause giornaliere sono state tagliate da 40 a 30 minuti: «Quel sistema già esiste a Mirafiori, non è nulla di eccezionale, e quei dieci minuti sono stati pagati». Fino a sfatare il mito dell’azienda sovvenzionata con fondi pubblici: «Tra il 2008 e il 2009 la Fiat è stata l’unica azienda europea che non ha bussato alle casse dello Stato. Gli incentivi sono soldi che vanno ai consumatori, aiutano parzialmente anche me, ma in Italia sette macchine comprate su dieci sono straniere». Ma il meglio deve ancora arrivare. Marchionne lo sfodera quando il conduttore gli ricorda dello stipendio da 1.200 euro mensili diun lavoratore metalmeccanico italiano, ben più misero della busta paga degli operai d’Oltralpe: «La proposta che abbiamo fatto è per dare alla rete industriale di Fiat la capacità di competere con i Paesi vicini a noi, in cambio mi impegno ad adeguare anche il salario dei dipendenti a quei livelli. Ma per farlo, ci vuole un progetto condiviso». Ovvero, «il salario cambierà, se cambierà il sistema di produzione in Italia». Il Marchionne-pensiero è chiaro. La conclusione da trarne pure: «È possibile creare una realtà diversa. L’Italia ha grandi potenzialità, siamo noi che ci mettiamo gli ostacoli e ci creiamo i problemi». Con tanta carne al fuoco, non c’è proprio posto per la politica:«Ma che scherziamo? Io faccio il metalmeccanico».
LA REAZIONE DI EPIFANI Ma il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, può considerarsi immune alla fascinazione della comunicazione televisiva. Soprattutto a quella dell’amministratore delegato del Lingotto: «Come mai la Ferrari quest’anno ha fatto profitti record?» chiede provocatoriamente. «Il problema forse è quello che si produce e che si vuole produrre, non il modo in cui si lavora in Italia. Altrimenti non si spiega perché l’Italia è il secondo paese manifatturiero d’Europa». Di più: «I problemi sembrano esserci solo con la Fiat, visto che si fanno molti ottimi accordi, l’ultimo quello in Unicredit». Insomma, «la Fiat ha un atteggiamento di sufficienza, come se in Italia ci stesse a forza».

L’Unità 25.10.10

******

“Parla come se volesse andar via scaricando le colpe sugli operai”, di Roberto Mania

Questa è una prova di forza. E Marchionne è un grandissimo negoziatore Come si può pensare che dagli stabilimenti italiani provengano gli utili quando sono fermi?
«La verità è che Marchionne vorrebbe andarsene dall´Italia. D´altra parte è lui stesso che continua a dirlo. Non a caso sostiene di non avere più debiti con il nostro paese. E´ come se si sentisse obbligato a stare qui da noi, mentre il gruppo è sempre più americano, forte in Brasile e negli Stati Uniti».
Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, ha appena visto la «prima» di Sergio Marchionne in televisione. E conferma, a caldo, che non gli piace più il manager italo-canadese che per un po´ agli occhi della sinistra era apparso come l´incarnazione di una nuova borghesia illuminata. Storia passata, archiviata. Oggi, agli occhi della Cgil, che insieme alla Fiom poco più di una settimana fa ha portato in piazza centinaia di migliaia di metalmeccanici proprio contro il «modello Pomigliano», Marchionne è il prototipo dell´imprenditore che scarica sui lavoratori colpe che non hanno. Un vecchio schema abusato, pre-globalizzazione, non proprio innovativo. Perché, al contrario – secondo Epifani – «il problema ormai è il Lingotto», o Marchionne, ma non gli operai.
Così la «vertenza Fiat» torna ad essere, come tante volte nel passato, uno spartiacque per le relazioni industriali. C´è un prima e ci sarà un dopo, ma saranno diversi, senza continuità. E – come sempre – ci saranno vincitori e sconfitti. Questa è la posta in gioco tra Torino e i sindacati. Per questo è una prova di forza. «E Marchionne – sostiene Epifani – è un grandissimo negoziatore».
«Avevamo capito da tempo – ragiona il leader della Cgil – che Marchionne fosse molto scettico sul futuro della Fiat in Italia. Lo avevamo capito dopo la decisione di chiudere lo stabilimento siciliano di Termini Imerese e poi dall´ipotesi per molto tempo in ballo di chiudere anche Pomigliano d´Arco. E ancora dal fatto che a Mirafiori non sono arrivati nuovi modelli mentre a Torino continua ad esserci un problema di sovraccapacità produttiva. Ecco perché eravamo scettici. Abbiamo assistito a una sorta di roulette russa. Davvero c´è qualcosa che non torna».
L´obiezione a Epifani è scontata: le fabbriche italiane non sono efficienti, tanto Marchionne ha detto che il gruppo andrebbe meglio senza i nostri impianti. «Ma come si può pensare che dagli stabilimenti italiani provengano anche degli utili quando sono praticamente fermi. Si fa cassa integrazione dappertutto. E si ricorre alla cassa integrazione perché il mercato europeo non va bene in particolare per i marchi Fiat. Sulle fasce medio alte, quelle che fanno guadagnare, la Fiat è praticamente assente, e su quelle medio piccole la concorrenza è agguerritissima. Non ci sono i modelli: questa è la realtà».
Il segretario della Cgil prova a prenderla da lontano. Ricorda che siamo il secondo paese manifatturiero d´Europa, il quinto nel mondo. E che dunque il problema non riguarda l´insieme dell´industria italiana, ma, semmai, il comparto dell´auto, dove, peraltro, proprio la Fiat insieme ai vari governi ha impedito che arrivasse la concorrenza con altri produttori. «Non sarà – dice Epifani – che c´è qualcosa che non funziona alla Fiat?». Oppure che le rigidità sindacali, come sostiene Marchionne, sono incompatibili con i modelli produttivi di quest´epoca? «E perché – replica Epifani – alla Ferrari si preparano a chiudere il 2010 come l´anno record? Non siamo sempre in Italia? Il fatto è che nessuno ha applicato lo schema Marchionne: prima si decide come si produce e poi cosa si produce. Ma non è mai stato così. E´ un atteggiamento sbagliato. Si è sempre fatto il contrario. Ma davvero si può pensare che tutto dipenda da un turno in più o in meno? Marchionne sta soltanto cercando di prendere tempo per poi decidere cosa fare. Dico di più: nominiamo una commissione neutrale, può anche istituirla il Parlamento, per verificare se sui turni ha ragione la Fiat oppure gli operai che dicono di non farcela. Ma non si può accettare la posizione di Marchionne: o si fa alle mie condizioni oppure nulla».
Resta il fatto che l´ad del Lingotto farà vedere le sue carte solo quando sarà assicurata la «governabilità» delle fabbriche. «Allo stato – dice Epifani – non c´è niente di niente. Non c´è un progetto industriale per l´Italia».

La Repubblica 25.10.10

******

“Marchionne: senza l´Italia la Fiat guadagnerebbe di più”, di P.G.

“Nemmeno un euro dei 2 miliardi di utile operativo viene dagli impianti nazionali”. “Il Paese perde terreno da 10 anni: siamo fuori dall´Europa e dai Paesi più vicini, non reggiamo il passo. Non c´è neppure uno straniero che investe qui”
Senza l´Italia la Fiat starebbe meglio. Ospite di Fabio Fazio Sergio Marchionne non usa giri di parole e all´ora di cena annuncia al paese che gli stabilimenti italiani del gruppo sono in fondo alla classifica della produttività: «Senza l´Italia la Fiat potrebbe fare di più. Pochi giorni fa abbiamo presentato i costi trimestrali: nemmeno un euro dei due miliardi di utile operativo previsto per il 2010 viene dall´Italia». Questo perché l´Italia è «al 118 posto nella classifica dell´efficienza del lavoro e al 48 esimo per competitività. E negli ultimi dieci anni la situazione è peggiorata. Siamo fuori dall´Europa, non abbiamo saputo tenere il passo. Non c´è nessun straniero che investe qui». Dunque l´ad propone ai sindacati di accettare le regole del contestato accordo di Pomigliano per ottenere quegli incrementi di produttività che servono a risalire la china. In cambio «mi impegno a portare i livelli salariali al livello di quelli dei paesi più vicini». Sarebbe un salto notevole perché in Germania lo stipendio di un operaio metalmeccanico sfiora il doppio di quello dei colleghi italiani. Il 2 ottobre Marchionne aveva previsto che con le nuove regole di Fabbrica Italia gli operai Fiat avrebbero percepito fino a 3.000 euro all´anno in più.
Ma il messaggio serale dell´ad del Lingotto ha diversi destinatari. Duro con la Cgil e con i dipendenti licenziati a Melfi. Marchionne contesta la ricostruzione fatta finora dalla magistratura: «Se tre persone bloccano da sole la produzione di una fabbrica di 5 mila persone, quella non è democrazia, è anarchia. La Fiom non è maggioranza, rappresenta solo il 12 per cento dei nostri dipendenti». Per l´ad l´introduzione della nuova organizzazione del lavoro prevista a Pomigliano anche a Melfi «non è una novità perché già a Mirafiori quel sistema è in vigore». Effettivamente a Mirafiori da anni si utilizza la nuova organizzazione produttiva, da quando il pm Raffaele Guariniello, che indaga sull´incremento delle malattie da sforzo ripetuto, ha chiesto di modificare quella precedente. Ma a Mirafiori le pause sono oggi di 40 minuti mentre a Melfi saranno di 30.
Non meno duro Marchionne è con il governo: «La Fiat è l´unica azienda europea che non ha bussato alle casse pubbliche per uscire dalla crisi. Lo hanno fatto con i loro governi i francesi e i tedeschi mentre da noi si sono decisi gli incentivi che al 70 per cento hanno favorito l´acquisto di auto straniere, francesi e tedesche». Infine una battuta in risposta alla curiosità di Fazio su un suo possibile ingresso in politica: «Io? Non scherziamo, io faccio il metalmeccanico e produco auto, camion e trattori».
Le reazioni all´intervista di Marchionne sono state immediate. Piccato il ministro del lavoro, Maurizio Sacconi: «E´ legittimo che l´ad del Lingotto invochi maggiore produttività ma non deve dimenticare che la maggioranza del sindacato e le istituzioni si sono già resi concretamente disponibili ai cambiamenti». Sostanzialmente uniti, per una volta, i sindacati che criticano l´intervista sia pure per motivi diversi. «Marchionne deve smetterla di continuare a umiliare i lavoratori», dice Paolombella della Uilm. Per Vitali della Fim «deve credere di più nell´Italia e finirla di tenerci appesi sul futuro degli stabilimenti italiani». Airaudo della Fiom: «Già i predecessori di Marchionne dicevano che gli stabilimenti italiani non erano competitivi. Anche lui sa che la produttività non si recupera tagliando le pause di dieci minuti».

La Repubblica 25.10.10

"Il rispetto del lenzuolo bianco", di Mario Calabresi

Esiste un gesto antico di pietà che mi torna in mente continuamente in questi giorni, è quello di coprire il corpo di chi è morto in un luogo pubblico. Lo si fa con un lenzuolo bianco, una coperta, un qualunque indumento che protegga almeno il volto e il busto di chi ha perso la vita rimanendo esposto su un marciapiede, in mezzo alla strada, su una spiaggia o in un campo. È un gesto codificato dal mondo greco, almeno venticinque secoli fa (anche Socrate si copre il volto mentre muore), e non serve soltanto a proteggere i morti dallo sguardo dei vivi ma anche noi stessi, i vivi, dalla vista della morte. È il limite del pudore, del rispetto, è il simbolo della compassione e della capacità di fermarsi.

Oggi si è fatta strada in Italia una strana concezione dell’informazione che si potrebbe sintetizzare in un gesto: quello di sollevare il lenzuolo e spingere tutti a fissare quello che c’è sotto. Molti restano incollati all’immagine terribile, altri sfuggono, alcuni cominciano a provare disgusto.

Ieri mattina – grazie al lavoro dei nostri giornalisti – abbiamo avuto gli audio degli interrogatori di Avetrana, le voci di Michele e Sabrina Misseri, con la confessione dettagliata e tormentata da parte dello zio dell’omicidio di Sarah Scazzi. Non era mai capitato di avere la possibilità di ascoltare in tempo reale un interrogatorio, divulgato fuori da ogni regola prima ancora dei rinvii a giudizio e di qualunque decisione della magistratura.

Ci siamo chiesti cosa farne e se metterli subito sul sito web, sicuri di fare un record di contatti. Ne abbiamo discusso e abbiamo deciso di buttarli, perché non aggiungevano nulla a quello che avete già letto fino a oggi, perché non servivano a chiarire nulla e perché potevano essere utili solo a solleticare le morbosità, a infilare la testa più in fondo nel pozzo.

Ne abbiamo avuto conferma poche ore dopo, mentre stavo cominciando a scrivere queste righe, quando una trasmissione televisiva per famiglie – pagata con il canone e in orario pomeridiano – ha cominciato a mandarne in onda frammenti audio accompagnandoli con un dibattito osceno e surreale.

Chiariamo subito un punto: queste voci non raccontano niente di diverso o di nuovo rispetto a quanto è stato scritto finora. Ma allora – si potrebbe obiettare – dov’è il problema? Credo che esista una sostanziale differenza tra il riportare un fatto, il raccontarlo mettendolo nel suo contesto esatto o invece nel gettarlo in faccia a chi ascolta senza alcuna mediazione. E’ in quella differenza che è nato il giornalismo, che ha trovato un senso e una ragione d’esistere.

Ci sarà un motivo se da decenni all’inizio di un processo la Corte si ritira per decidere se possono entrare i fotografi (in caso di decisione negativa negli Stati Uniti entrano in azione i disegnatori) o le telecamere in Aula. Succede perché la delicatezza di un caso o la necessità di frenare una deriva emozionale può richiedere attenzioni superiori.

Qui da noi, da tempo ormai, è saltato tutto (questo dibattito in parte lo abbiamo già fatto nei mesi scorsi quando era in discussione la legge sulle intercettazioni) e così si trovano disponibili le voci dei presunti assassini mentre vengono interrogati, come le intercettazioni telefoniche un momento dopo essere state registrate.

Per anni il nostro mestiere è stato quello di cercare di ottenere una notizia in più, la frase di un interrogatorio, il racconto del tono di una voce. L’imperativo – sano e comprensibile – era quello di pubblicare tutto quanto era possibile raccogliere. Era una sfida continua con chi invece le cose doveva proteggerle e non divulgarle perché questo gli imponevano ruolo e mestiere. Poi qualcosa si è rotto: la porosità attuale, in cui si è inondati di carte e ora anche di audio, richiede un comportamento nuovo, ci impone di scegliere e anche di buttare via. Non è qualcosa che strida con il compito di un giornalista, se il motto stampato sulla prima pagina del New York Times («Tutte le notizie che vale la pena pubblicare») prevede che ci sia una selezione che scarti ciò che non vale. Dobbiamo continuare a raccontare e a svelare senza sosta, dandovi ogni elemento utile a comprendere (come facciamo anche oggi con i due articoli sul giallo di Avetrana), ma rifiutando di farci casse di risonanza di ciò che trasforma noi e voi in «guardoni».

Proprio in America mai si sognerebbero di divulgare l’audio di un interrogatorio, anche se hanno messo da tempo in rete le telefonate dell’11 settembre, ritenendo che questo servisse a ricordare il dramma, ma mai è stato mostrato un solo cadavere dei morti delle Torri. Perché non si tratta di censurarsi, ma di valutare e di non far prevalere soltanto il criterio degli ascolti, del numero di copie vendute o dei click su internet.

Lo stesso accade appunto con le immagini: certe foto di morti – da Mussolini ai coniugi Ceausescu -, così come alcuni filmati – penso alla bava agli angoli della bocca di Forlani durante gli interrogatori di Mani Pulite – sono state determinanti per un passaggio storico, hanno segnalato una rottura. Così le immagini di un terremoto hanno il compito di far capire le dimensioni di una tragedia ma indugiare sui cadaveri, mostrare brandelli di corpi, volti maciullati non serve a nulla, se non a trasformarci in megafoni dell’orrore.

Sono convinto esista un limite e ieri passava per la diffusione di quei file audio, per questo penso sia tempo di tornare a rispettare quel lenzuolo bianco. Altri lenzuoli invece il giornalismo deve continuare a sollevare e sono quelli che rivelano gli scandali, le corruzioni e le criminalità, che fanno meno circo e meno audience e amerebbero il silenzio.

La Stampa 25.10.10

"Merito addio. Torna il lavoro di padre in figlio", di Ivan Scalfarotto

Non è passata inosservata la notizia che nell’ambito dell’accordo esuberi di Unicredit la banca si sia impegnata a “privilegiare” le assunzioni dei figli di dipendenti (purché siano laureati e parlino l’inglese). Un errore clamoroso, che per di più esemplifica alcuni problemi italiani che vanno ben al di là del caso di specie.
In primo luogo viene da chiedersi che tipo di mercato sia mai quello in cui un’azienda si impegna a “privilegiare nell’assunzione” persone che nemmeno conosce.
Avere le persone giuste è vitale per qualsiasi impresa e in particolare per una banca, dato che lì ciò che fa la differenza è la capacità di chi ci lavora. In un mercato davvero aperto le banche dovrebbero competere in modo feroce l’una contro l’altra per accaparrarsi il miglior talento. Se non lo fanno è perché evidentemente non competono sul serio e questo vuol dire che le garanzie per il cliente di poter usufruire delle migliori condizioni di mercato di fatto non esistono.
Anche il sindacato non sembra molto interessato a fare in modo che l’azienda, assumendo le persone migliori, cresca e si sviluppi. A questo interesse di lungo periodo, che rappresenta la massima garanzia per i lavoratori e che dovrebbe quindi essere l’obiettivo strategico del sindacato, le rappresentanze dei lavoratori antepongono un interesse particolare: “sistemare” i figli. Un’esigenza comprensibile per il singolo, ma non per l’organizzazione sindacale nel suo complesso. La logica è che se l’azienda depaupera il proprio talento e se questo produce un effetto sui risultati operativi, il problema sarà alla fine risolto da qualcun altro. Con ogni probabilità anche il sindacato ha la consapevolezza che non c’è un regime di effettiva concorrenza e, a queste condizioni, gli sta più che bene. Con accordi come questi, al bassissimo livello di appetito dell’imprenditore per un mercato vero e trasparente si crea un livello altrettanto basso di interesse da parte dei lavoratori.
Con buona pace dei clienti delle banche (che poi sono comunque cittadini e lavoratori).
In ultimo, questi accordi rappresentano il funerale dell’ascensore sociale. Non c’è cosa più raccapricciante del passaggio delle professioni da padre a figlio.
Perché studiare? Perché darsi da fare? Se papà ha una farmacia, la erediterò.E se papà va in pensione da Unicredit la mia laurea in Scienze bancarie acquisirà di colpo un valore molto superiore di quello del mio vicino di banco. Poi ci si stupisce che i giovani italiani corrano a frotte verso paesi che non garantiscono nulla (né il vacuo valore legale del pezzo di carta, né la teorica inamovibilità dal posto di lavoro) ma che consentono a ciascuno di essere valutati secondo i propri meriti e di realizzare il proprio
talento sulla base delle loro sole forze.

L’Unità 24.10.10

"Damiano: la sfida di Marchionne va accettata, ma non alle sue condizioni", di Celestina Dominelli

La direzione l’aveva indicata ieri Dario Franceschini aprendo il terzo appuntamento, a Cortona, di Area democratica, riunita qui per la prima volta senza Walter Veltroni. «Bisogna accogliere la sfida lanciata da Sergio Marchionne». E oggi, dal piccolo centro immerso nelle montagne aretine, la minoranza rimasta orfana dei 75 firmatari del manifesto veltroniano ha cominciato a tratteggiare quella strada.

L’ha fatto, nel corso di un seminario su Pomigliano e dintorni, l’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, che riprende da dove Franceschini aveva concluso. «La sfida di Marchionne va accettata, ma non alle sue condizioni che sono sbagliate». Perché certo, ammette l’ex ministro, «non si può accogliere la sfida del cambiamento se si prova a dividere o a licenziare il sindacato o non si applicano le sentenze del tribunale (il riferimento è alla vicenda dei tre operai di Melfi, ndr), ma la partita in gioco è enorme: il raddoppio della produzione industriale dell’auto e la sopravvivenza stessa del settore» e il Pd, è il suo ragionamento, deve battere un colpo.

Damiano bacchetta poi il suo partito, diviso davanti al corteo della Fiom di sabato scorso, (dove lui invece c’era), ma la sua analisi non è comunque un panegirico del sindacato. Non lo è nel momento in cui l’ex ministro dice con estrema chiarezza ai vertici di Fiom e Cgil, Maurizio Landini e Guglielmo Epifani, «che se c’è un patto sociale per la produttività in cui lui (Marchionne, ndr) ci mette i soldi, raddoppia gli investimenti, io come sindacato devo garantire che, se ci sono sabati lavorativi, saranno senza un minuto di sciopero e ciò non mi toglie il diritto di scioperare durante tutta la durata del patto, ma quel patto lo devo rispettare».
Certo, aggiunge poi Damiano, Marchionne deve dare garanzie, «deve dire che in cambio di questo sacrificio non ci saranno delocalizzazioni degli impianti e verranno assicurati i livelli occupazionali». Garanzie che vanno messe nero su bianco. «Ai lavoratori – aggiunge l’ex ministro – dico che vanno bene i 18 turni, la nuova organizzazione del lavoro, gli straordinari, quello che chiedo è cosa ci sarà in cambio, come sarà articolato il raddoppio della produzione, quali impianti investirà».

Damiano, insomma, incalza l’amministratore delegato di Fiat, ma chiede risposte anche al suo partito. «Mi sono stancato – avverte – di assistere al turbamento costante davanti all’annuncio di una manifestazione della Cgil, della Cisl o della Uil. È evidente che un partito non deve aderire a scioperi o piattaforme altrui, ma dobbiamo partecipare con una nostra piattaforma. Il Pd deve esserci sempre dove ci sono i lavoratori organizzati dal sindacato». Si infervora l’ex ministro del governo Prodi e annuncia che non si rassegnerà «all’idea che si vada verso un’Italia dove esiste un sindacato di governo e un sindacato d’opposizione».

Area democratica riparte dunque da Pomigliano per imprimere una linea al Pd. Lì vira anche un altro ex ministro, Tiziano Treu, padre della legge che introdusse la flessibilità del lavoro nel 1997. «Pomigliano – spiega – è una sfida, non è un modello, ma è una sfida dentro e nei dintorni della fabbrica». Una sfida che, secondo il senatore, va declinata con la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa «che può essere realizzata attraverso un comitato di sorveglianza nelle grandi aziende», mentre nelle Pmi «bisogna trovare un altro modo che può essere una forma contrattuale di tipo partecipativo o la partecipazione agli utili come avviene in Germania».

Il Sole 24 Ore 24.10.10

Giochi della gioventù solo per i ragazzi con tutti «6» a scuola

Andrea ha 12 anni e una grande passione per la corsa. Un ragazzo di talento, dice il suo professore di educazione fisica che lo vorrebbe portare ai Giochi della gioventù. Solo che a scuola va così così, ha preso 4 in matematica e 5 in italiano. E senza la sufficienza in tutte le materie a quelle gare non può partecipare. Si ispira al modello dei college americani il disegno di legge presentato dalla Lega, in discussione al Senato, che vuole riportare agli antichi splendori i Giochi della gioventù. In generale, sulla proposta sono tutti d’accordo. E per fortuna perché gli italiani di sport ne fanno poco e il vizio lo prendono da piccoli visto che quattro volte su dieci le nostre scuole non hanno nemmeno la palestra. Ma su quel punto – niente gare senza buoni voti – la discussione si è animata. Dice l’articolo 2 del disegno di legge presentato dalla Lega: «Non possono partecipare ai Giochi gli studenti che non abbiano conseguito la sufficienza in tutte le materie nel semestre scolastico precedente a quello di svolgimento della manifestazione sportiva». Parliamo dei ragazzini dalla quarta elementare alla terza media che dovrebbero tornare al vecchio sistema di gare comunali, provinciali, regionali e nazionali oggi riservato agli studenti delle superiori.

Corriere della Sera 24.10.10