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"La rivolta sui siti finiani per i sì su Lodo e Lunardi. Perina: dovevamo chiarire", di Fabrizio Roncone

Redazione del Secolo d’Italia, luci al neon, ultima stanza a sinistra. «Vieni, entra… sto titolando la prima pagina… leggi un po’ qui: che dici, ti piace?» (Flavia Perina, il deputato-direttore, è dietro alla sua scrivania; a metà mattina, aveva detto: «Senti, io non ho problemi a ragionare su ciò che sta succedendo tra i nostri militanti dopo il voto per il Lodo Alfano. Però, siccome sul web è esplosa una mezza rivoluzione, forse è meglio vederci nel pomeriggio, eh?»).
Il titolo con cui il quotidiano di strettissima osservanza finiana va in edicola, è questo: «Quelli che dicono no». Sotto, una riga che in gergo giornalistico è definita «catenaccio»: «Lodo Alfano: proteste sui siti “finiani”. E noi non facciamo finta di niente».

I siti vicini al Presidente della Camera, ormai da due giorni, ricevono migliaia di lettere, commenti, brevi interventi: coloro che scrivono sono militanti critici, simpatizzanti delusi. Sta accadendo qualcosa di imprevisto, e forse imprevedibile, per forza e intensità. Leggete qui. Fare Futuro web magazine – Giorgio Secchi: «Vi ho seguito finora con rispetto, interesse e speranza. Poi, vi siete tolti la maschera. Avete salvato Lunardi e stabilito che Berlusconi può avere l’impunità per tutto ciò che ha fatto nella sua vita».

Generazione Italia – Luciano Cagliari: «In pochi mesi, Fli aveva guadagnato la mia approvazione e il mio voto. Voto che era stato sempre nel centrosinistra. In un giorno solo, con il Lodo Alfano e soprattutto con il salvacondotto a Lunardi, avete perso tutto: voto e fiducia».

Fabio Granata Blog – Vittorio Ferramosca: «Votare per il cosiddetto Lodo Alfano è stato un autogol devastante. Fli ha perso, in mezza giornata, la credibilità conquistata».
I ragionamenti sono questi: con dosi di rammarico che si fondono con dosi di polemica. La Perina ha letto, «sì, mi sono letta decine di messaggi», e ora dice: «Allora: credo ci sia stato soprattutto un problema di comunicazione. Un problema nostro, del gruppo dirigente di Fli».

Spiegati meglio, direttore. «Subito dopo il voto, invece che tacere, che balbettare, avremmo dovuto tenere una bella conferenza stampa, e chiarire le nostre ragioni». Prova a farlo adesso: «Allora: poiché la “caccia all’uomo” ha regalato a Berlusconi l’opportunità, per molti anni, di cavalcare l’emergenza giudiziaria spandendo a piene mani nella legislazione e nella politica riforme dettate solo ed esclusivamente dai suoi interessi processuali, lo “scudo” fornito alle alte cariche è il solo modo per chiudere questa stagione…». La sensazione però è che se anche questo ragionamento fosse stato fatto in una conferenza stampa, il vostro popolo non l’avrebbe, probabilmente, accettato. «Sì, ho capito quello che vuoi dire. E ti rispondo volentieri: perché sai che c’è? C’è che, a questo punto, è ormai obbligatorio affrontare una riflessione rimasta finora piuttosto latente nell’area di Futuro e Libertà… insomma io dico che qui ormai siamo di fronte a un antiberlusconismo “da destra” che, su temi come il rispetto delle regole, vive davvero come un trauma qualsiasi tipo di compromesso politico».

La Perina tocca un nervo sensibile. Descrive militanti vicini a Futuro e Libertà che sono palesemente, nettamente antiberlusconiani. Annuisce Luciano Lanna, il direttore responsabile del giornale: «Noi, nelle prime settimane dell’avventura finiana, registrammo un certo interesse da gente che sul serio veniva da esperienze di sinistra, gente delusa, esausta… Ma la maggior parte di quelli che in queste ore scrivono arrabbiati sui siti, o che telefonano anche qui, in redazione, nella redazione del vecchio caro Secolo d’Italia, sono persone di destra, sostanzialmente di destra e molto, molto antiberlusconiane».

Entra Filippo Rossi, il direttore del sito web di Fare Futuro, la fondazione voluta da Gianfranco Fini. Rossi fa politica in rete ormai da due anni, ha pure una pagina su Facebook assai frequentata e su cui, da ore, piovono commenti di questo tenore: «Filippo, che delusione». «Filippo, ci avete traditi». «Filippo, ci avete preso in giro». «Filippo, avete paura di Berlusconi?».

Lui risponde, spiega. E riflette: «Sai quando c’è stata un’ondata analoga di messaggi e contatti? Quando Fare Futuro, con un articolo di Sofia Ventura, si schierò contro le veline e il velinismo berlusconiano. Solo che allora furono complimenti e grida di evviva. Stavolta invece…».

Flavia Perina dice che di tutto questo «dovremo tener conto». E cita Fabio Granata: «Servirà, certamente, un supplemento d’attenzione, coerenza e rigore sui temi della lotta alle cricche e alle tante mafie di questo Paese… Per capirci: su Lunardi, forse, avremmo potuto anche votare diversamente». Senti, direttore: però quando il Lodo Alfano arriverà alla Camera, tu voterai a favore? «Bisogna vedere come ci arriverà… comunque sì, certo, voterò a favore».

Il Corriere della Sera 21.10.10

Scuola: Pd, "Pagina nera, Governo abbassa obbligo scolastico a 15 anni"

Dichiarazione di Giovanni Bachelet Responsabile Pd Forum Scuola
L’approvazione definitiva del collegato sul lavoro rappresenta una pagina nera per la scuola italiana. La maggioranza di destra, con un colpo di mano (un mini-emendamento ad una legge omnibus senza alcun nesso con i nuovi regolamenti della secondaria discussi negli stessi mesi), riporta per la seconda volta a 15 anni l’obbligo scolastico che il centrosinistra, in linea con la maggioranza dei paesi europei, aveva faticosamente innalzato a 16 anni.

Questo becero bipolarismo scolastico promuove un apprendistato selvaggio che mina alla base la possibilità del recupero della dispersione. Un simile apprendistato non ha nulla a che fare con le esperienze positive di apprendistato del nord Europa e anche del nostro Alto Adige, che sono invece guidate e accompagnate dalla scuola e dagli enti locali.

L’apprendistato fai-da-te dell’emendamento pirata del centrodestra serve solo a mascherare nelle statistiche europee la Waterloo sul fronte scuola- lavoro-dispersione di questo governo e a tagliare ancora le spese del Ministero, riducendo la popolazione scolastica del secondo anno delle superiori a suon di bocciature dei più poveri e ignoranti, come ai tempi di don Milani. Mentre crollano le iscrizioni degli Istituti Professionali di Stato grazie ai nuovi epocali regolamenti, la Gelmini, incurante del Consiglio di Stato, mantiene i tagli anche nelle classi successive alla prima superiore nei tecnici e nei professionali. Intanto fa pervenire ai dirigenti scolastici informali incoraggiamenti a bocciare e far fuggire gli studenti peggiori dopo il primo anno delle superiori, con l’equivoca prospettiva di un apprendistato che invece non è operativo né potrà esserlo prima della definizione di appositi accordi fra lo Stato e le singole Regioni.

Il Pd, nei documenti approvati dall’assemblea di Varese, ha stabilito che “la scorciatoia dell’apprendistato per l’assolvimento dell’obbligo di istruzione non può essere una soluzione, soprattutto in questo momento di crisi per il lavoro e in quanto, salvo lodevoli ma rarissime eccezioni, esso in Italia difetta di adeguate strategie formative”. Secondo le linee approvate dall’assemblea di Varese, il Partito Democratico si impegna, quando andrà al governo, a ristabilire senza equivoci l’obbligo d’istruzione a 16 anni, rivedendo (radicalmente, se necessario) in modo unitario l’insieme costituito dalle attuali medie e il primo biennio delle superiori, dove, nel passaggio cruciale dalla preadolescenza all’adolescenza, si concentrano dispersione scolastica e mancato orientamento, tanto al lavoro quanto allo studio successivo. Il Partito Democratico si impegna, quando andrà al governo, a un obbligo di istruzione fortemente ancorato al conseguimento di competenze generali e alle politiche dell’orientamento, in una scuola rinnovata sul piano metodologico e didattico e aperta ad esperienze di alternanza con il mondo del lavoro, nelle quali sia però garantita equità e qualità dell’azione formativa, affinché questa pagina nera sia rapidamente dimenticata.

www.partitodemocratico.it

"La vittoria dei neo-papà due settimane con i figli", di Anais Ginori

Sì del Parlamento: 5 mesi alle donne, 14 giorni ai padri
Ora in Italia non a tutte le lavoratrici viene concessa la paga intera per venti settimane. Finora le settimane minime garantite dalla legge europea nei 27 Paesi erano solo 14.
Palloncini rosa e azzurri, le foto di neonati paciocconi appese nel parlamento di Strasburgo. «L´Europa ha bisogno di bambini se vuole garantirsi un futuro economico» spiega la deputata socialista Edite Estrela, mentre intorno a lei sembra una grande festa. Sei settimane in più per le mamme e due settimane per i padri.

Anche loro via dall´ufficio e precettati nell´accudimento dei figli. L´Europarlamento allunga il congedo maternità fino a venti settimane a pieno stipendio e per la prima volta cerca di spronare i neo papà a fare come le donne: un periodo a casa dopo il parto. Quattordici giorni di paternità interamente retribuiti, è questa la novità soprattutto per gli italiani.
Conquista simbolica che dovrebbe servire, almeno così sperano i promotori, a promuovere la natalità in quello che rischia di diventare un continente davvero vecchio: in molti Paesi, tra i quali l´Italia, il numero di anziani ha superato ormai quello dei giovani.
Un passo coraggioso. Fino a ieri, le settimane minime garantite dalla legislazione nei 27 paesi membri erano solo 14. L´Europarlamento è andato oltre la raccomandazione della Commissione, che aveva proposto di aumentare a 18 le settimane. Insieme a questa riforma, la risoluzione votata dal Parlamento di Strasburgo propone di garantire il diritto alla paternità per almeno due settimane, retribuite al 100% del salario. In Italia, le mamme possono già stare a casa venti settimane, anche se solo all´80% dello stipendio (integrato al 100% per alcune categorie). La decisione europea per incentivare i padri a occuparsi dei bambini dopo il parto rischia invece di riaprire il dibattito. Il congedo parentale garantito agli uomini infatti copre solo il 30% del salario, ed è anche per questo scarsamente utilizzato.
La relazione della relatrice Estrela è stata approvata con 390 voti a favore, 192 contrari e 59 astenuti. Il testo prevede anche di vietare il licenziamento delle donne dall´inizio della gravidanza fino ad almeno il sesto mese dopo la fine del congedo di maternità. Le neo-mamme, raccomanda ancora l´Europarlamento, devono poter tornare al loro impiego precedente o a un posto equivalente, con la stessa retribuzione, categoria professionale e responsabilità di prima del congedo. Tutte belle intenzioni. L´applicazione sarà però complicata. L´emendamento che innalza la soglia minima di permesso per le mamme è passato infatti per appena sette voti: 327 sì, 320 no e 30 astenuti. Bisognerà affrontare anche l´ostilità di alcuni governi europei. La Germania, paese con il più basso periodo di maternità dell´Ue (14 settimane), considera troppo costoso il provvedimento. «Non aiuterà le donne, anzi: le penalizzerà nella loro ricerca di lavoro» accusa Constance Krehl, un´eurodeputata tedesca. Il sottosegretario di Stato francese, Nadine Morano, ha calcolato che l´allungamento del congedo di maternità potrebbe costare 1,3 miliardi di euro alle finanze pubbliche. Capofila dei paesi ostili è la Gran Bretagna. In base alla risoluzione votata dall´Europarlamento, il prezzo per le casse dello Stato passerebbe da 2,2 a 4,5 miliardi di euro. Attualmente, le inglesi hanno una remunerazione modulabile e non piena durante il periodo di maternità. «Con queste nuove norme, si rischia di scoraggiare le aziende ad assumere donne» commenta Philippe de Buck, direttore di Businesseurope, la confederazione industriale europea. Si sa già che molti esecutivi europei ostacoleranno l´attuazione di questa riforma. Nonostante i palloncini colorati, è ancora presto per festeggiare.

La Repubblica 21.10.10

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“Ma due settimane per l´uomo restano ancora troppo poche”, di A.G.

Se anche il padre si assenta dopo il parto la donna sarà meno discriminata e ricattabile nel lavoro

«Attenzione a non fare del congedo di maternità un boomerang per le conquiste femminili». L´economista Daniela Del Boca accoglie con prudenza la risoluzione del parlamento europeo. «E´ meglio parlare di congedo parentale, includendo anche gli uomini, piuttosto che di semplice maternità, lasciando tutto sulle spalle delle donne», spiega la responsabile del centro torinese Child.
Questa risoluzione pro-mamme del parlamento di Strasburgo non la soddisfa?
«Allungare il periodo di maternità da solo non serve ad aiutare le donne, né ad incentivare la natalità. Basta guardare l´Italia. Noi abbiamo già venti settimane di congedo parentale ma non per questo siamo meglio inserite nel mondo del lavoro o facciamo più figli. Anzi».
Bisogna intervenire sui congedi di paternità?
«Il vero cambiamento sarebbe riuscire a coinvolgere di più i padri. Devono prendersi dei periodi di congedo quando i bambini sono piccoli, come fanno le madri. Solo così riusciremo a far cambiare le mentalità, sia all´interno delle famiglie che nelle aziende. Se anche un uomo si assenta dopo il parto, la donna lavoratice sarà meno discriminata e ricattabile. Le due settimane proposte dall´Europarlamento mi sembrano davvero poche. L´unico dato positivo è quello economico: la retribuzione al 100%».
Allungare il periodo di maternità può anche danneggiare le lavoratrici?
«L´esempio italiano è lampante. Neanche metà delle donne lavora e una su tre è costretta a lasciare il posto dopo il primo figlio. Nel mio centro Child, abbiamo condotto uno studio che dimostra che se viene allungato il congedo maternità oltre i 6 mesi, si crea un danno professionale: la lavoratrice esce dal mercato, perde capacità e competenze. Diventa un peso per le aziende. Questo rischio non c´è invece nei congedi parentali, condivisi tra madre e padre».

La Repubblica 21.10.10

"Il servizio pubblico alle dipendenze di un uomo solo", di Vittorio Emiliani

La sopravvivenza della Rai come azienda di servizio pubblico, come luogo di pluralismo politico-culturale, è ad un passaggio sempre più stretto e soffocante. Con un presidente-padrone, Berlusconi, il quale non esita ad esprimere tutta la propria generosa “comprensione” per quegli abbonati della Rai che non pagheranno il modesto canone di 109 euro, cioè evaderanno una imposta (sul possesso del televisore) perché questo è il canone, in tutta Europa. Dove lo stesso oscilla fra il minimo, ben al di sopra di noi, dei 149 euro del Belgio e il massimo dei quasi 300 euro della Svizzera (in mezzo Austria, Scandinavia, Germania, Regno Unito, Irlanda, ecc).

Berlusconi se ne infischia del conflitto di interessi, del fatto che lui compete con la Rai negli ascolti tv, di un pluralismo che, nonostante polemiche ricorrenti, in passato non è mai mancato, e getta nella mischia i suoi uomini, i suoi ministri contro le trasmissioni più scomode Quelle che però più di altre raccolgono pubblicità, a cominciare da “Annozero” la quale concorre pure ad alzare lo share non eccezionale di Rai2. Andare a testa bassa contro Santoro, Fazio, Floris e altri (compresi Benigni e Saviano) è un vero suicidio, anche economico, per una non-azienda che ha lasciato scoperta per mesi la carica strategica di ad della società pubblicitaria Sipra. Ed ha registrato altre perdite secche per l’abbandono, tutto politico, della piattaforma satellitare Sky divenendo ancor più subalterna a Mediaset.

Ma all’attuale maggioranza di centrodestra del CdA della Rai cosa può importare del rapporto costi/benefici, del deficit, del prestigio perduto? A loro e a questo incredibile direttore generale (non ne ricordo di così maldestri e però così determinati al peggio) importa che una azienda di tutti gli italiani sia allineata ai voleri di un solo italiano. Ciò che conta è trasformare una “istituzione” come il “Tg1” in un tg dove le omissioni non si contano e dove un direttore venuto dal gossip politico si esibisce in tragicomici editoriali per Silvio concorrendo a cali di ascolti ormai vistosi. Ma che importa, se Berlusconi ne è contento, anzi due volte contento? Come Grande Fratello, in tutti i sensi.

Che fare se, come sottolinea Sergio Zavoli, che a questa azienda ha dato tanto, la situazione è più allarmante che mai? Che fare se, come rileva il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, la «Rai è sempre più un caso politico»? Bisogna che le forze di centrosinistra, in primo luogo il Pd, mettano a punto una proposta chiara e concreta dalla quale non arretrare. Tante, troppe sono, negli ultimi dieci anni, le farfalle che il centrosinistra ha inseguito fra il Parlamento e Viale Mazzini: il mitico 1138 che doveva ridimensionare la pubblicità di Rai e Mediaset, la public company, una non ben definita fondazione non scollegata dai partiti, la vendita sul mercato di due reti su tre… Guardi con coraggio all’Europa più avanzata, la smetta di patteggiare sotto sotto qualche pezzo di rete, qualche promozione. Faccia per davvero una battaglia politica alternativa perché qui si misura la forza dell’alternativa.

L’Unità 21.10.10

Istat, la protesta dei ricercatori:«Il governo ci taglia altri 60 milioni», di Maria Grazia Gerina

Giornata mondiale della statistica. Ma in Italia c’è poco da festeggiare. L’ultimo regalo del governo alla statistica italiana è un taglio, non ancora ufficiale, da sessanta milioni di euro. Palazzo Chigi lo avrebbe inserito tra le tabelle del piano di stabilità. E se fosse confermato l’Istat perderebbe circa un terzo del suo attuale bilancio (150 milioni). «Come dire, tutti a casa e addio statistica pubblica », spiegano i ricercatori che dal primo mattino, davanti alla sede Istat di via De Pretis, si preparano a contestare gli «sgraditi» ospiti. «Brunetta più Gelmini uguale zero futuro », recita lo striscione rosso che srotolano dal tetto dell’edificio, in attesa dei ministri dell’Istruzione e della Funzione Pubblica. Maria Stella Gelmini e Renato Brunetta, invitati dalla presidenza dell’Istituto a prender parte ai festeggiamenti, alla fine, in viaDePretis non si sono fatti vedere. Evento «liberato» dalla loro «sgradita presenza », rivendicano i manifestanti: «se si fa ancora statistica pubblica in Italia è nonostante loro e non grazie a loro».Da statistici i cartelli che sollevano e i volantini che distribuiscono ai passanti sono fatti di numeri. Con il meno davanti. I ricercatori che li hanno preparati sono quelli che curano il censimento della popolazione e producono le indagini sulle forze lavoro, sui redditi delle famiglie. Quelli che mandano avanti la statistica italiana. Dal 2011 per la loro formazione l’Istat spenderà la metà. Anche le spese per partecipare ai convegni e ai seminari di studio sono considerati un optional e quindi sono già stati tagliati. Un piano da prospettiva zero. Bloccati tutti gli scatti economici e di carriera. Ridotti gli organici del 10%. Bloccato il turn over: ogni cinque che vanno in pensione entra a mala pena un giovane ricercatore. Una giovane ricercatrice, che cura le indagini sui redditi, regge un cartello in cui si sintetizza il dato più macroscopico. L’Italia investe in ricerca l’1,2% del Pil, mentre la media europea è dell’1,9% e l’obiettivo fissato a Lisbona per il 2010 è del 3%. Livelli di investimento «fermi agli anni Ottanta », spiega il volantino siglato dalla Flc Cgil. Ricercatori, ma anche padri e madri. La maggior parte hanno tra i 35 e 45 anni. E quando parlano del «futuro del paese» parlano di qualcosa di molto concreto. Di scuola, esempio. Detta in numeri, cinque euro a lavoratore per la formazione. E in tre anni: meno90mila insegnanti,meno44mila tecnici. Lo stato li conteggia in 7,832 miliardi di risparmi, i ricercatori dell’Istat in meno diritti per le generazioni a venire: «Solo il 7,5% della spesa pubblica è per l’istruzione, in Germania il 21,7%». «Il fatto che la ricerca pubblica e la statistica in Italia ricevano finanziamenti nettamente inferiori ad altri paesi europei, la metà della Francia e un terzo dei paesi scandinavi, è un problema che esiste», conferma, da dentro il palazzo di via De Pretis, il presidente dell’Istat Enrico Giovannini. Quanto all’Istat secondo lui i «suoi» ricercatori fanno «troppo allarmismo »: «Ci sono segnali importanti che provengono dal governo e dal Parlamento, visto che sono stati destinati nel biennio 700 milioni per i censimenti », assicura (risorse previste ed erogate con ritardo, replicano da fuori). E smentisce, parzialmente, che sia in arrivo un taglio da 60 milioni. «Non corrisponde alle informazioni in nostro possesso», spiega, precisando però di dover ancora studiare a fondo le tabelle della legge.

L’Unità 21.10.10

"L'università va sostenuta non umiliata", di Ezio Pelizzetti*

Illustre Presidente,
mi permetto di rivolgermi direttamente a Lei conoscendo la sua attenzione rispetto a tutte le eccellenze italiane. I contenuti di questo breve scritto sono in parte gli stessi che alcuni mesi fa l’Università di Torino illustrò in una lettera al ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca. Siamo certi che il Ministro abbia preso nella debita considerazione le nostre riflessioni anche se – certo in ragione dei suoi onerosi impegni – non ha avuto finora modo di risponderci. Ci è parso quindi opportuno e doveroso segnalare anche a Lei alcuni elementi di valutazione per fare chiarezza soprattutto su una certa superficialità mediatica (che assume a volte i toni di un’offensiva campagna di stampa) con la quale spesso vengono affrontati i problemi dell’Università italiana, e che è a sua volta causa di disagio e sofferenza per chi nell’Università ben opera e di deplorevole equivoco per l’opinione pubblica.

E’ sintomatico in questo senso l’uso distorto e acritico che viene fatto delle classifiche internazionali di valutazione degli Atenei, le quali vedono spesso assai penalizzate le Università italiane, ma a motivo per lo più della inconfrontabilità di strutture e risorse: è evidente che molte università specie anglosassoni dispongono a volte di risorse che da sole sono pari all’intero finanziamento statale dell’Università pubblica italiana, hanno un numero limitato e fortemente selezionato di studenti che contribuiscono con tasse di iscrizione assai elevate, vantano un rapporto docenti/studenti davvero incommensurabile rispetto alle Università italiane. A tali condizioni il gap appare inevitabile, ma non si tratta – ciò è quanto si vorrebbe vedere evidenziato a livello di illustrazione mediatica – di un gap di qualità della ricerca e della didattica o di preparazione dei docenti e ricercatori, bensì appunto di una distanza di mezzi e di sistemi che auspichiamo possa essere colmata. Ne sono prova ad esempio il fatto che negli oggettivi indicatori Ocse appena pubblicati, mentre l’Italia risulta al penultimo posto in Europa per finanziamenti all’Università, la produttività scientifica certificata dei ricercatori italiani si pone addirittura al secondo posto: per usare un’espressione a Lei cara, un vero e proprio miracolo italiano.

Si pensi anche al problema della cosiddetta fuga dei cervelli: se ogni anno 35.000 laureati e dottori di ricerca italiani trovano impiego in centri di ricerca prestigiosi degli Stati Uniti e dell’Europa ciò significa che il livello di alta formazione espresso dall’Università italiana è fra i più elevati al mondo. A questo proposito però si pone un problema davvero drammatico: i 35.000 cervelli annualmente in uscita, a cui corrisponde un flusso in entrata di soli 4000 laureati e dottori di ricerca stranieri, sono costati allo stato e alle famiglie per la formazione circa 600 mila euro ciascuno: il che significa che l’Italia si priva di intelligenze di eccezionale valore (motivo di grande orgoglio ma di grande angoscia per l’intera società italiana) mentre elargisce generosamente ogni anno circa 20 miliardi di euro a Stati non certo bisognosi come gli Usa, l’Inghilterra, la Germania e la Francia. Se a ciò si aggiunge che dei 15 miliardi di € di contributi Ue per l’alta formazione pagati ogni anno dal nostro Paese ne ritornano soltanto 9, arriviamo a un totale di 26 miliardi di euro perduti ogni anno: uno spreco che grida vendetta.

Sono queste le sofferenze reali, di cui davvero poco si parla, e che coinvolgono non solo l’Università italiana ma l’intero sistema Paese e che rappresentano un allarme reale di fronte al quale impallidisce ogni reiterato e spesso non comprovato luogo comune sull’Università italiana. Un’Università, caro Presidente, che nonostante le enormi difficoltà, i mezzi sempre più scarsi, gli attacchi indiscriminati e le ingiurie ripetute che subisce – per lo più ingenerosamente – da molte parti, continua ad operare con impegno e sostanziale virtuosità come unica effettiva agenzia in Italia di realizzazione di progetti di ricerca, di innovazione e di formazione delle classi dirigenti. Un’Università quindi assolutamente disponibile a riforme condivise su basi valutative e meritocratiche, che va sostenuta e non umiliata perché continui a svolgere e sviluppare la sua insostituibile e non surrogabile missione al servizio del Paese al fine di impedirne il progressivo declino e di salvaguardarne la competitività internazionale.

*Rettore dell’Università degli Studi di Torino
Lettera al Presidente del Consiglio

La Stampa 21.10.10

"Una norma eversiva", di Alessandro Pace

Partendo dall´errata idea che le leggi costituzionali siano equiordinate alla Costituzione, la Commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato un emendamento al disegno di legge 2180: «Al di fuori dei casi previsti dagli articoli 90 e 96 della Costituzione, i processi nei confronti del Presidente della Repubblica o del Presidente del Consiglio dei ministri, anche relativi a fatti antecedenti l´assunzione della carica, possono essere sospesi con deliberazione parlamentare secondo le disposizioni della presente legge costituzionale».
La verità è che, realisticamente, Fini ha dato via libera al provvedimento perché lo ha ritenuto (sotto la sua responsabilità politica, evidentemente, e tra molte proteste della sua base) il male minore: dopo questo “sì”, Fli avrà sperabilmente più forza per dire “no” alla riforma della magistratura, se questa prefigurerà il passaggio dell´ordine giudiziario alle dipendenze esplicite o implicite del potere esecutivo. Se verrà superato anche questo scoglio, la legislatura potrà continuare (forse fino alla fine naturale): Berlusconi protetto da uno scudo impenetrabile potrà dedicarsi a recuperare consenso, e Fini a consolidare il suo nuovo soggetto politico.
Apprendiamo inoltre che Berlusconi e i suoi giustificano il Lodo Alfano sostenendo che l´elezione del premier è una sorta di unzione operata da una divinità laica (il popolo sovrano), che trasforma qualitativamente l´eletto, conferendogli un carisma speciale. E poiché l´eletto è tale perché dotato, in proprio, di carisma – cioè della capacità di farsi amare dal popolo – , ne emerge che il premier sarebbe doppiamente carismatico. Processare un politico di questa qualità è come interrompere un´emozione: non si può. Le ricadute costituzionali di questa teologia politico-istituzionale del carisma sono evidenti: il Lodo Alfano non solo trasforma il primus inter pares in primus super pares, ma rafforza anche l´idea – erronea, semplificatoria, illusoria, oltre in stridente contrasto con la logica che informa l´intera Costituzione – che il presidente del Consiglio sia eletto direttamente dal popolo.
Ci sarà, presumibilmente, una battaglia politica in Parlamento e nel Paese contro questa improvvida e affrettata riforma della Costituzione. Ma, intanto, è importante ricondurre la vicenda alle sue autentiche dimensioni e motivazioni: che sono gravissime e chiarissime, ma che non vanno interpretate come vuole la maggioranza. La verità è che le categorie con le quali meglio si comprende il Lodo Alfano sono quelle, più tradizionali, di “pubblico” e “privato”. Non di “doppio corpo del re” si tratta, non di mistica coincidenza fra Uno e Tutti, fra Capo e Paese, né del ritorno della prerogativa regia, o dell´inviolabilità e dell´irresponsabilità del re – che sono tutte nozioni di diritto pubblico, benché stridenti con le logiche costituzionali e democratiche della modernità – , ma della vecchia storia che vede un privato cittadino, assai ricco e potente, che, come molti altri vorrebbero, scampa da quel nemico incomprensibilmente persecutorio (estraneo alla vita sociale come è immaginata da molti) che è la legge.
Non siamo quindi di fronte a una questione di carisma e di sovranità popolare, ma a una sorta di “io speriamo che me la cavo” all´ennesima potenza – condiviso su larga scala da una fetta del Paese, in ciò simpatetico con il potente – , a un fortunato (forse) escamotage a fini privati lucidamente costruito nel corso degli anni e proiettato nel futuro: infatti, in caso di vittoria alle elezioni – a legge elettorale invariata – la salita al Quirinale di Berlusconi, stanco di governare, sarebbe facile, e la sua strategia sarebbe quindi del tutto riuscita. Naturalmente, che a tal fine si consumi una patente violenza alla Costituzione – al principio d´uguaglianza davanti alla legge – e ci si esponga al ridicolo su scala mondiale non conta nulla: si sa che a questi effetti collaterali della propria strategia Berlusconi è indifferente.
L´ironia tutta speciale di questo caso è che il privato si serve della dimensione pubblica come riparo dai suoi guai personali, e che ora cerca e trova l´ultimo bunker – che lo salva, con matematica certezza, dai processi, e che gli garantisce la sicurezza del privilegio extralegale – proprio in una norma costituzionale. Che, nella sua solennità, sarà quindi la madre di tutte le leggi ad personam. E che questo ennesimo trionfo dell´anomia sulla norma sia spacciato per doveroso rispetto della sublime sovranità popolare e del suo Unto, e che qualcuno ci creda – mentre al contrario proprio nella maestà e nell´universalità delle legge la sovranità del popolo trova la sua manifestazione essenziale – , è, purtroppo, del tutto degno di quello che Collodi a suo tempo definì, in un grande testo nazionalpopolare, il Paese di Acchiappacitrulli.

La Repubblica 21.10.10

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“LA FUGA DAL DIRITTO”, di CARLO GALLI
Dalle dichiarazioni che hanno accompagnato la prima approvazione del Lodo Alfano (che “lodo” non è perché non rappresenta un arbitrato super partes, ma l´espressione delle ragioni di una “parte”) apprendiamo che la “serenità” delle alte cariche della Repubblica è un bene meritevole di tutela costituzionale. Mentre basta guardare fuori casa (ad esempio negli Usa, dove i presidenti vanno sotto impeachment per avere avuto –negandoli – rapporti fugaci con le stagiste) per accorgersi che di tale serenità una democrazia normale non ha bisogno.
Sbagliano però, tutti quelli che hanno votato l´emendamento in questione, se ritengono di poter sottrarre una siffatta disposizione alle censure di costituzionalità per il solo fatto che essa verrebbe approvata con la speciale procedura prevista dall´articolo 138 della Costituzione. Sbagliano perché le leggi costituzionali e di revisione costituzionale hanno il solo scopo – già chiaramente percepito dai filosofi politici del XVIII secolo – di integrare e di garantire la Costituzione “nel tempo” sia allo scopo di adeguarne pacificamente e gradualmente il contenuto alle nuove domande sociali sia per evitare modifiche effettuate violentemente o troppo frequenti.
Il disegno di legge costituzionale n. 2180 ha invece un contenuto “eversivo” della Costituzione. Infatti, qualora tale legge fosse definitivamente approvata, essa sarebbe una legge (in forma costituzionale) “in rottura della Costituzione”, che, ancorché ammissibile in via di principio, come insegnava Carlo Esposito – un liberale autentico ed uno dei maggiori costituzionalisti italiani del secolo XX – , non sarebbe però mai ammissibile qualora provvedesse “nel caso singolo” per restringere la libertà di singoli individui o per incidere sullo status dei ministri o del Presidente della Repubblica.
E non sarebbe ammissibile anche perché tale legge, disponendo la temporanea immunità processuale per i reati comuni (extrafunzionali) del Presidente della Repubblica e del presidente del Consiglio, contrasterebbe col principio costituzionale di eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, che la Corte costituzionale ha fatto rientrare nel novero dei “principi supremi dell´ordinamento”, come tali immodificabili anche in forza di una legge costituzionale.
Ebbene, che il disegno di legge n. 2180 contenga una “norma singolare” di favore per l´attuale Presidente del Consiglio – un privilegio in flagrante violazione del principio costituzionale d´eguaglianza – deriva dal fatto notorio che l´unico beneficiario della sospensione dei processi penali «anche relativi a fatti antecedenti l´assunzione della carica» è, dei due “beneficati”, il solo Presidente del Consiglio, non esistendo alcun processo penale a carico dell´attuale Presidente della Repubblica.
Tuttavia ciò costituisce un elemento di chiarificazione nel dibattito pubblico e in un eventuale giudizio di legittimità costituzionale. Essendo stati via via eliminati ora l´una ora l´altra delle cinque alte cariche inizialmente beneficate dal Lodo Schifani (il presidente della Corte costituzionale “scartato” dal Lodo Alfano, i presidenti delle Camere “scartati” dalla legge sul legittimo impedimento, il Presidente della Repubblica “scartato” anch´esso dalla legge sul legittimo impedimento a beneficio dei ministri ma ora “riapparso”, al posto dei ministri, nel disegno di legge n. 2180), non si potrà più sostenere, neanche con riferimento alla titolarità della presidenza del Consiglio dei ministri, che questa carica implichi di per sé un impedimento temporaneo tale da giustificare aprioristicamente l´assenza del premier nei processi penali a suo carico per reati comuni. E ciò, non solo perché questo unicum già di per sé appare strano, ma anche perché l´interim del ministero dello Sviluppo economico, durato ben cinque mesi, ha dimostrato inequivocabilmente – e a fortiori – che la presenza del premier in qualche udienza è agevolmente compatibile con le sue funzioni, dal momento che il loro disbrigo si è, nei fatti, rivelato compatibile con i ben più gravosi impegni connessi al lungo interim.
Un´ultima notazione. Nella quarta puntata di questo deplorevole gioco “a nascondino” del premier – che sarebbe addirittura risibile se non coinvolgesse, a livello internazionale, la serietà delle nostre istituzioni e non preoccupasse per i possibili ulteriori più gravi abusi – è stato nuovamente coinvolto anche il Presidente della Repubblica, dopo essere stato lasciato “fuori” dalla legge sul legittimo impedimento.
Ebbene, questa spregiudicatezza legislativa è assolutamente deprecabile non solo perché non si trattano le istituzioni costituzionali come se fossero carte da gioco, ma anche per quel rispetto che si deve alla persona del Presidente della Repubblica, che andrebbe preliminarmente sentito per esprimere ufficialmente il suo parere su una modifica costituzionale che lo coinvolge. Tanto più che l´Assemblea costituente, il 24 ottobre 1947, si espresse esplicitamente in senso contrario negando l´immunità processuale del Capo dello Stato per i reati comuni.

La Repubblica 21.10.10