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"La giustizia amministrativa non ci capisce più niente?", di Osvaldo Roman

Ancora una volta la giustizia amministrativa, di fronte a precise contestazioni di irregolarità negli atti compiuti dal governo, nell’ attuazione della cosiddetta riforma Gelmini si dichiara non in grado di decidere e chiede ulteriori chiarimenti da fornire con un’ apposita Relazione del MIUR. Il termine per la presentazione dei chiarimenti ministeriali è stato fissato al 25 novembre e la
nuova sessione del Consiglio di Stato si terrà il 3 dicembre.

Era già capitato più volte, con il TAR del Lazio, che di fronte a Circolari prive dei Decreti sugli organici dei docenti o addirittura in assenza dei Regolamenti chiedeva al Ministro dove potessero essere rinvenuti tali atti invece di annullare come era un suo compito documenti amministrativi privi di una reale forza normativa di modifica delle disposizioni vigenti. Intanto sulla base di queste Circolari ministeriali decine di migliaia di docenti perdevano il posto e le scuole venivano sconvolte nel loro funzionamento.
Anche la sparizione del Piano programmatico fu oggetto di circostanziate richieste di ricerca da parte del TAR. Ci volle un decreto legge per stabilire cosa doveva intendersi per Piano programmatico eppure lo stesso Tar di fronte ad una contestazione che segnalava come al Consiglio dei Ministri che approvava gli schemi di Regolamento non fosse stato presentato un Piano programmatico conforme allo stesso Decreto legge che lo aveva identificato ha preferito glissare sull’ argomento e non fornire alcuna risposta ai ricorrenti.
Questa è una delle materie oggi davanti al Consiglio di Stato nel ricorso del CIDI-CGD-126°Circolo di Roma. Il Tar del Lazio è ancora in attesa della comunicazione del MIUR sulla questione posta nella sua Ordinanza sospensiva dei Decreti ministeriali sulla riduzione dell’ orario delle lezioni nelle classi non riformate degli Istituti Tecnici e Professionali. Mancava il parere obbligatorio ma non richiesto del CNPI. Invece dell’ annullamento di atti illegittimi per violazione di un aspetto essenziale della loro procedura costitutiva si ebbe nell’ occasione una loro sospensione e la gentile richiesta al MIUR di richiedere e valutare tale pronunciamento del CNPI. Il pronunciamento, negativo, c’ è stato ma non se n’ è saputo più niente. In Parlamento stanno chiedendo al Ministro cosa ha fatto in materia.
Oggi (12 ottobre 2010) il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) sul ricorso proposto da: Coordinamento Genitori Democratici – Onlus, Cidi – Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti, 126° Circolo Didattico di Roma, rappresentati e difesi dall’avv. Riccardo Marone, contro il Ministero dell’Istruzione dell’Universita’ e della Ricerca, il Ministero dell’Economia e delle Finanze, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, rappresentati e difesi dall’Avvocatura Generale dello Stato, per la riforma della sentenza del T.A.R. LAZIO – ROMA:
SEZIONE III BIS n. 03291/2010, resa tra le parti, concernente IL PIANO PROGRAMMATICO PER LA RAZIONALIZZAZIONE DELL’UTILIZZO DELLE RISORSE UMANE E STRUMENTALI DEL SISTEMA SCOLASTICO E I REGOLAMENTI RIGUARDANTI IL PRIMO CICLO DI ISTRUZIONE e LA
RAZIONALIZZAZIONE DELLA RETE SCOLASTICA, visti il ricorso in appello e i relativi allegati; visti gli atti di costituzione in giudizio di Ministero dell’Istruzione dell’Universita’ e della Ricerca e di Ministero dell’Economia e delle Finanze e di Presidenza del Consiglio dei Ministri e di Lega delle Autonomie Locali e di Comune di Genova e di Comune di Cogoleto e di Comune di Ovada; viste le memorie difensive; visti tutti gli atti della causa ha ritenuto che, “ai fini della decisione, è
necessario acquisire dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca documentata relazione volta a rappresentare la situazione amministrativa a valle della sentenza della Corte costituzionale n. 200 del 2009, con particolare riguardo alle fonti normative dichiarate incostituzionali e tenendo conto delle censure dedotte in appello nel presente processo.”
Sembra incredibile ma è così! Per valutare che il Piano Programmatico e i Regolamenti non potevano trattare della scuola dell’infanzia e del maestro unico messo al posto di tutti i TEAM docenti con un conseguente taglio di organico superiore a quello stabilito dalla legge, l’Ordinanza del Consiglio di Stato chiede di valutare tutti gli atti successivi alla sentenza n. 200 della Corte Costituzionale che si è occupate esclusivamente della definizione degli ambiti di competenza legislativa statale ai fini della stesura dei Regolamenti. Quali lumi potrà fornire quella Sentenza sul merito dei contenuti e delle modalità di approvazione del Piano Programmatico e dei successivi Regolamenti è cosa che desta notevole interesse La Corte non si era minimamente occupata di tali materie perché ciò non era stato richiesto dalle Regioni ricorrenti e anche perché i Regolamenti non avevano ancora una efficacia normativa.
Se il dispositivo dell’Ordinanza del Consiglio di Stato volesse indicare una limitazione dell’ambito di esame del ricorso alle questioni connesse alla sentenza n. 200 della Corte Costituzionale ciò potrebbe significare solo la necessità diapprofondire la richiesta di annullamento di tutto o di un parte del Regolamento sulla razionalizzazione della rete scolastica uscito dopo la sentenza della Corte che regolava una materia che quella medesima sentenza aveva definito incostituzionale
perche di competenza esclusiva delle Regioni. Il ricorso effettivamente tratta di questa richiesta ma non potranno essere eluse le altre richieste a cui il Consiglio di Stato è chiamato a dare risposte serie convincenti.

ScuolaOggi 21.10.10

«La riforma fiscale non legata al recupero dell’evasione», di Marco Ventimiglia

Alla fine, ma in realtà siamo solo all’inizio, a diradare il fumo delle precedenti dichiarazioni in tema di riforma del fisco ci ha pensato Guglielmo Epifani. «Se vogliamo fare le cose seriamente, dobbiamo fare delle scelte. Non trovo onesto raccontarci un altro film – ha dichiarato il segretario della Cgil intervenendo al tavolo con il governo -. Occorre scegliere, il che significa dare a qualcuno e prendere a qualcun altro; se non si fa così, non si può fare». Parole normalmente sensate, che però hanno assunto una valenza particolare per il momento in cui sono state pronunciate, dopo gli interventi del premier e del ministro dell’Economia, che fra affermazioni di principio e negazioni di presunte intenzioni dell’esecutivo, si erano ben guardati dal fare intuire le loro intenzioni in tema di riscrittura del sistema fiscale, materia ovviamente incandescente. Dovendo scegliere, fra tanta vaghezza, la cosa più rilevante se l’è lasciata “scappare” Giulio Tremonti, perlomeno escludendo uno dei modipiù classici per aggirare l’intera questione: «Non possiamo immaginare una riforma coperta dal recupero dell’evasione fiscale – ha detto al tavolo il responsabile del dicastero economico -. Possiamo utilizzare il frutto della lotta all’evasione ma non possiamo mettere il carro davanti ai buoi. Questo screditerebbe il nostro Paese. Sappiamo che c’è evasione, che non è un’ araba fenice. Sappiamo che dobbiamo contrastarla ma soltanto dopo faremo i conti e utilizzeremo quei soldi».

METAFORA FORESTALE Quanto al presidente del Consiglio, il suo intervento d’apertura è coinciso con quel che molti si attendevano, ovvero nulla che non sia di pronto utilizzo in una prossima, forse vicina, campagna elettorale. «Ci sono 240forme di cosiddetta erosione della base imponibile – ha dichiarato Berlusconi – e così la regola diventa l’eccezione. Sono140miliardi di gettito che non entra nelle casse dell’ erario». Poi, una dubbia metafora forestale: «Un sistema disboscato consentirà di ampliare l’imponibile e può permettere di abbattere le aliquote ». Su queste basi aleatorie l’intenzione di Palazzo Chigi è comunque quella di coinvolgere tutto il coinvolgibile. «Il governo è riunito con le parti sociali – è stato l’esordio del premier – per progettare una grande riforma del sistema fiscale. È un piano a cui lavoreremo a partire da oggi con tutte le forze sociali economiche e politiche. Berlusconi ha parlato di un progetto «di grande ambizione e responsabilità perché si tratta di riformare un sistema fiscale che è stato pensato negli anni Sessanta. Per 40 anni il sistema è rimasto invariato. È una necessità cambiare. Siamo già in ritardo». Poi l’ennesima frase ad effetto: «La riforma sarà incentrata a spostare l’asse dal complesso al semplice». Dialogante si è sforzato di essere anche Tremonti: «Siamo pronti a cominciare a riflettere e siamo aperti a tutte le critiche, alle alternative, ai ragionamenti. La riforma fiscale è nel nostro impegno e nella nostra ambizione. La categoria della riforma è superiore alla finanziaria. Il disegno è generale, non particolare, non settoriale». Per questo, ha spiegato il ministro dell’Economia, lo strumento attraverso cui il governo intende avvalersi è quello di una legge delega. Resta il fatto che sui temi caldi, l’esecutivo non sembra disposto a cambiare approccio: «Il governo ha qualche refrattarietà – ha detto Tremonti – alle ipotesi di imposizione sui patrimoni». Stessa musica per i Bot: «L’esecutivo è scettico anche sull’ipotesi di aumento di una tassazione sui Bot». Presente al tavolo anche Emma Marcegaglia, ferma alle enunciazioni di principio: «Tempi brevi per la riforma con priorità a imprese e lavoro». Appuntamento fra pochi giorni per la prossima convocazione governativa. Epifani commenta: «Vogliamo i fatti. Siamo ancora alle parole»

L’Unità 21.10.10

«Università, i limiti della riforma mancata», di Marco Meloni *

Fallito il “blitz-Gelmini”, che ne sarà dell’Università italiana? Finora la scelta del governo di procedere a spallate ha generato una prevedibile contrapposizione: da un lato, i profeti della “riforma epocale” da approvare subito a scatola chiusa; dall’altro, il “tanto peggio tanto meglio” di chi si augura il fallimento di qualsiasi riforma. Due radicalismi uguali e contrari che si sorreggono a vicenda e rischiano di produrre il solito risultato: nessuna riforma. Oppure una riforma di propaganda, che dice di voler cambiare tutto a patto che “nulla cambi”.

Il rischio è che chi protesta senza proporre si trovi a dover ringraziare il governo se trovasse le risorse – una riduzione dei tagli già in vigore, in realtà – per consentire al sistema universitario nel 2011 di sopravvivere e per una norma utile solo per qualche migliaio dei 26.000 ricercatori strutturati, nell’intento di placarne la protesta, e senza nuove posizioni di accesso alla carriera, come ha rilevato Irene Tinagli. Dunque, nessuna prospettiva per le decina di migliaia di ricercatori, specie precari, che chiedono solo un’opportunità di misurarsi.

Abbiamo almeno un mese di tempo: passiamo dagli slogan e dalle chiacchiere sul “merito” al merito dei veri problemi. Il punto di partenza è che il DDL Gelmini è sbagliato, inutile e dannoso, perché sancisce il disinvestimento strutturale nell’Università, e fa il contrario di quanto dovrebbe. Un iper-normativismo borbonico e un iper-centralismo delle burocrazie ministeriali; nessuna seria innovazione nella governance degli atenei, che rimarrà esposta alle pressioni corporative, col solo aumento del potere dei rettori, privo di un’effettiva responsabilità. Nessuno strumento per favorire l’orientamento, premiare il merito degli studenti “privi di mezzi”, abbattere i costi diretti e indiretti dell’università per le famiglie. Italia 2010: fuga dall’università. Le immatricolazioni sono calate negli ultimi 6 anni del 14%: aumentano sia quanti cercano l’università “sotto casa” per ragioni economiche, sia quanti scelgono la via dell’università estera (ma attraiamo meno del 3% di studenti stranieri, un terzo della media OCSE). In Italia l’Università continua a essere per pochi, pur essendo pagata da tutti: su 10 laureati, solo 1 è figlio di non diplomati, contro i 4 di Francia e Gran Bretagna. Inoltre, le astruse norme sul reclutamento hanno conseguenze disastrose: molti meno docenti di ruolo, molti più precari, minore qualità; la carriera sarà una scommessa avvolta nel mistero. Diamo i numeri: 12+3+2+3. Vent’anni di didattica e ricerca nell’università, spesso in un precariato senza diritti, prima di entrare nel magico mondo dei professori. Largo ai giovani, non c’è che dire!

Dunque, fermare il DDL Gelmini è stato un bene. Ma riformare l’Università , con cambiamenti radicali che portino qualità al sistema, è necessario, e non farlo sarebbe un male. Rovesciamo la logica: autonomia vera e valutazione severa per gli atenei, regole certe fondate sul merito perché la carriera universitaria attragga i migliori e non chi se lo può permettere: stop al precariato col contratto unico di ricerca, tempo determinato per 3 o 6 anni e poi in cattedra se lo si merita, ruolo unico, età media e pensione dei docenti come nel resto del mondo, sblocco del turn-over per i nuovi ricercatori. E almeno 15.000 professori selezionati in base al merito in 6 anni, per evitare che il loro numero sia dimezzato (ne servirebbero più che adesso, come tutti sanno). L’università deve rimettere in movimento il Paese, deve essere fatta per quelli che hanno voglia di studiare, deve promuovere la mobilità sociale e geografica.

E gli investimenti? In Italia nel 2007 erano poco più della metà della media OCSE (0,8% del PIL, contro 1,3%), e da allora il governo li ha tagliati del 20% (1,4 miliardi di euro), mentre Francia e Germania hanno investito miliardi in ricerca e innovazione. Tremonti ha torto: università e ricerca “si mangiano”, perché senza investire in conoscenza l’Italia non sarà più in grado di agganciare la crescita e non uscirà mai dalla crisi. E ha ragione Andrea Cammelli, che sul Mulino ci ricorda che “il contadino, in anni di carestia, taglia su tutto ma non sulla semina”. L’Università è la nostra semina. Alle regole per un governo efficiente e responsabile degli atenei, deve accompagnarsi un quadro certo di risorse, come ha ribadito pochi giorni fa il Presidente Napolitano: l’obiettivo realistico è la media OCSE entro il 2020, attivando subito un piano di investimenti in infrastrutture scientifiche, diritto allo studio, giovani ricercatori finanziato con l’asta per le frequenze liberate dalla transizione al digitale, che invece il governo vuole affidare con un “beauty contest” che non porterebbe un euro nelle casse dello Stato, ma molta tranquillità a Mediaset.

Le leggi devono servire all’Italia del futuro, non alla vanità personale di un ministro la cui credibilità diminuisce di giorno in giorno (quello vero si chiama Giulio Tremonti). Archiviato il “blitz Gelmini”, facciamo la vera riforma dell’Università: su sistema e governance, diritto allo studio, carriera docente e risorse, il PD offre le sue proposte ad un confronto che coinvolga il Paese e affidi al Parlamento la responsabilità di decidere, facendo prevalere l’interesse generale alle logiche di schieramento.

*Responsabile nazionale Università e Ricerca del Partito Democratico

da Il Messaggero

Il Pd: "Ecco il decalogo sulla scuola mentre il governo abbassa l'obbligo", di Salvo Intravaia

Il decalogo stilato dal Partito democratico arriva nel giorno in cui viene approvato il ddl che porta l’età per la scuola obbligatoria a 15 anni. Bersani: “Questo governo uccide il futuro, toglie opportunità ai giovani e li rende meno liberi”. Proprio nel giorno in cui il governo “con un colpo di mano” abbassa a 15 anni l’obbligo scolastico, il Pd attacca la Gelmini e lancia la proposta per “la scuola del futuro”. “La nostra è una proposta concreta – spiega Pierluigi Bersani – da fare già domani, possibile e lungimirante perché sappiamo che solo una scuola di qualità può garantire crescita al nostro Paese”. Questo, continua il segretario del Pd, “è un governo che non solo smantella il presente, ma uccide il futuro, toglie opportunità ai giovani e li rende meno liberi”.

L’approvazione definitiva da parte del Senato del collegato sul Lavoro viene bollato dal Pd come “pagina nera”, in contrasto con uno dei principali obiettivi del decalogo stilato dal Partito democratico nei giorni scorsi a Varese, che è quello di combattere la dispersione scolastica, una lotta da portare avanti con investimenti sull’autonomia scolastica, sulla ricerca e l’innovazione didattica. Insieme ad altri obiettivi che mirano a garantire a tutti i bambini da zero a sei anni un posto all’asilo nido, prima, e alla materna, dopo. Generalizzare il tempo pieno e il modulo a 30 ore nella scuola elementare, assicurare la continuità didattica alla media e al superiore. Predisporre organici stabili nelle scuole e un piano per assumere i precari. Stilare un piano straordinario per rendere sicure tutti gli edifici scolastici del paese e scuole aperte tutto il giorno.

“Guardiamo al futuro: dieci proposte per la scuola di domani” è il titolo abbastanza eloquente del documento scaturito dall’assemblea nazionale a Varese, che getta le basi per una scuola diversa da quella declinata in due anni e mezzo dal governo Berlusconi. Il decalogo rappresenta la posizione ufficiale del Partito democratico su uno degli temi più complessi e controversi di questa legislatura. “La scuola, per garantire uguaglianza e libertà, come ci chiede la nostra Costituzione. La scuola, unico vero ascensore sociale, per ridare slancio a una società bloccata”, spiegano dal Pd.

Il primo passo è quello di garantire a tutti i bambini italiani un posto all’asilo nido. Oggi, secondo le ultime stime dell’Istat, i piccoli di età inferiore ai due anni che trovano posto nei nidi comunali sono ancora pochissimi: appena 10 su cento. Per tutti gli altri, le famiglie devono arrangiarsi: o mobilitano i nonni oppure sono costrette a pagare un costoso asilo privato. Anche la scuola materna (ora dell’infanzia) per il 40 per cento metà è appaltata ai privati. E i genitori che non possono permettersi di pagare una retta devono mettersi in lista d’attesa. Il Pd avanza la proposta di “trasformare l’asilo nido da servizio a domanda individuale a diritto educativo di ogni bambino e bambina” e di “assicurare a tutti i bambini del Paese un posto nella scuola dell’Infanzia”.

Per la scuola primaria l’idea è quella di estendere il tempo pieno a livello nazionale, oggi è aperto a poco più di un quarto dei bambini, e di assicurare almeno 30 ore di lezione a tutti. Niente, quindi, maestro unico con orari di 24, 27 e 30 ore, come previsto dalla riforma Gelmini. Ma anche “dare certezza di funzionamento alle scuole autonome” con l’organico funzionale. “Ogni scuola deve poter contare su risorse economiche e umane certe per un triennio di programmazione”. Si tratterebbe, in buona sostanza, di assegnare a ogni scuola un organico (funzionale) “che includa personale stabile per le supplenze brevi e professionalità specializzate a supporto dei ragazzi con bisogni speciali (autismo, dislessia, discalculia, etc.) dando continuità all’insegnamento.

Tra i tanti vantaggi, a parità di spesa, si supererebbe il precariato scolastico. Ma non solo: le scuole potrebbero contare su risorse certe e, in piena autonomia, potrebbero organizzare “la didattica per raggiungere l’obiettivo del successo scolastico dei ragazzi e delle ragazze”. Il Pd propone anche di dare attuazione alla modifica del titolo V della Costituzione anche per quanto riguarda la scuola, attraverso un federalismo che preveda il livelli essenziali delle competenze, anziché i livelli essenziali delle prestazioni.

Per i 220 mila precari in crisi per effetto dei tagli agli organici “serve una terapia d’urgenza, immettendo in ruolo su tutti i posti vacanti”. E chi è già di ruolo deve “restare in servizio per non meno di 3 anni nella stessa scuola per garantire la continuità didattica”. Niente chiamata diretta da parte dei presidi e introduzione della “formazione in servizio obbligatoria e certificata” per aumentare la qualità dell’insegnamento. La lotta alla dispersione scolastica passa attraverso il raccordo “tra medie e biennio delle superiori”. Un biennio che deve essere “unitario per aiutare i ragazzi a fare scelte più consapevoli” e con obbligo di istruzione fino a 16 anni (contrariamente a quanto approvato oggi dal Senato). Occorre, inoltre, “realizzare in tutta Italia le anagrafi regionali degli studenti, presenti oggi in 11 regioni su 20”.

Per rilanciare ed equilibrare l’intero sistema di istruzione occorre anche “investire sull’istruzione tecnica e professionale di qualità” eliminando il “divario territoriale esistente oggi”. E per assicurare ad alunni e insegnanti una permanenza sicura a scuola occorre lanciare un piano straordinario per l’edilizia scolastica, attraverso “una razionalizzazione e un rinnovamento radicale delle strutture scolastiche destinando a questo scopo, nelle aree sotto utilizzate, i fondi Fas”. E siccome la scuola deve rappresentare un “luogo fondante di comunità, dove oltre ai necessari insegnamenti curricolari ci si può fermare il pomeriggio per studiare, fare sport, suonare, recitare, imparare le lingue”, occorre “ristrutturare i luoghi e i tempi della scuola, oggi fissati rigidamente”.

La Repubblica 20.10.10

Scuola: Ghizzoni (Pd), solidarietà a Gelmini, prevalga il confronto

“Esprimo la mia solidarietà al ministro Gelmini per le minacce ricevute su Facebook. E’ necessario mantenere alta la guardia nei confronti di vili intimidazioni. Questi episodi non possono essere né tollerati né assolutamente sottovalutati.
Siamo tutti impegnati per far si che le ragioni del dialogo e del confronto prevalgano sul clima di pregiudiziale contrapposizione a cui troppo spesso assistiamo nel dibattito pubblico.”

Lo ha dichiarato Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd della commissione Cultura della Camera.

"A chi fa paura Nilde Iotti", di Pietro Spataro

In un Comune del bolognese il Pdl fa il diavolo a quattro contro la decisione di intitolare una strada alla prima donna presidente della Camera. Ma la sindaca tira dritto e la via c’è.
Succede nell’Italia delle escort e degli “utilizzatori finali”. Succede nell’Italia in cui un ministro della Repubblica invia i suoi ispettori a relazionare su una bandiera rossa. È un’altra piccola storia ignobile che vogliamo raccontarvi. Questa: a Ozzano, un comune del bolognese, la giunta di centrosinistra decide di intitolare una via a Nilde Iotti «personalità importante per la vita civile e politica del nostro Paese». Il sindaco, Loretta Masotti, crede sia giusto ricordare una donna che ha percorso tutta la storia della Repubblica. Crede, il sindaco. Perché per il Pdl quell’idea è uno scandalo. Protestano, s’indignano, e disertano la cerimonia. Dicono che esistono «persone con caratteristiche più elevate». Non si sa ovviamente a chi si riferiscano ma non è difficile immaginarlo. Probabilmente al Grande Condottiero (l’utilizzatore finale) per il suo alto impegno nella creazione del Paese delle veline.O anche a qualche suo sodale: magari Marcello Dell’Utri per la sua nobile battaglia contro la mafia.
Così siamo ridotti. A dover spiegare chi è stata Nilde Iotti. Ricordare le sue origini umili a Reggio Emilia (figlia di un ferroviere), la sua ostinata battaglia per il riscatto sociale e culturale in un’epoca in cui le donne dovevano stare zitte e buone. Dire del suo impegno in prima fila nella Resistenza. E forse i «berluschini di Ozzano» non sanno che Nilde Iotti fu anche deputato all’Assemblea Costituente e fu tra quelli che scrissero la Costituzione che il loro capo disprezza con ardore. E nemmeno sanno che fu tra le promotrici della legge sul diritto di famiglia e si impegnò nelle battaglie referendarie sul divorzio e l’aborto. Figuratevi se ricordano che fu inflessibile ed equilibrata prima donna presidente della Camera per tredici anni e che spesso si beccò anche i rimbrotti del suo partito, il Pci, per l’autonomia con cui si mosse. Il suo ex portavoce Giorgio Frasca Polara, nostro compagno di lavoro per lunghissimi anni, ha ricordato come durante lo scontro tra Craxi, il Pci e la Cgil sul decreto sulla scala mobile ci fu qualcuno a Botteghe Oscure che pensò anche alle sue dimissioni perché aveva difeso il diritto della maggioranza di approvare quel provvedimento così discusso. Ma lei credeva nelle istituzioni, difendeva la centralità del Parlamento, credeva che fare il presidente della Camera richiedesse un equilibrio senza compromessi. Era fatta così. E lo dimostrò anche nella sua vicenda privata, per il modo in cui visse coraggiosamente la sua storia d’amore con Palmiro Togliatti, difendendola dal bigottismo e dall’ipocrisia. Nilde Iotti è stata tutto questo. È stata una «grande donna della Repubblica». Parole pronunciate da Gianfranco Fini nel decimo anniversario della scomparsa. Ma no, forse sul finale abbiamo scelto la citazione sbagliata, perché gli uomini che hanno studiato al «Silvio show di Arcore» penseranno subito a un complotto «futuro-comunista» ordito nella famosa casa di Montecarlo.
Che pena assistere a questa indecente cancellazione della memoria pubblica. E ora aspettiamo con trepidazione che il ministro delle infrastrutture mandi i suoi ispettori a relazionare su quella targa che ricorda chi ha contribuito a farci più liberi e più giusti.

L’Unità 19.10.10

Lavoro: interrogazione bipartisan PDL-PD per la tutela del lavoro

Porre particolare attenzione al distretto tessile di Carpi. Assolutamente bipartisan l’interrogazione in Commissione che è stata presentata oggi alla Camera dei Deputati da Isabella Bertolini (PdL), Manuela Ghizzoni (PD), Giuliano Cazzola (PdL) e Ivano Miglioli (PD), al Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Maurizio Sacconi.
I deputati con l’interrogazione odierna segnalano al Ministro Sacconi che risulta essere molto diffuso nel nostro Paese ed in particolare nella provincia di Modena e più in particolare nel distretto tessile di Carpi, l’utilizzo da parte di imprenditori tessili in prevalenza contoterzisti cinesi, di mano d’opera proveniente dallo stesso paese che lavora in nero e con paghe assai ridotte, il che determina una grave penalizzazione per tali lavoratori stranieri e una concorrenza sleale nei confronti degli altri imprenditori che impiegano lavoratori in regola a tutti gli effetti. Tale pratica di imprenditori scorretti – sottolineano i deputati – penalizza fortemente in particolare le imprese tessili della provincia di Modena, già impegnate ad affrontare una congiuntura economica non favorevole determinata anche da processi di delocalizzazione, determinando un vero e proprio stato di crisi del settore. Bertolini, Ghizzoni, Cazzola e Miglioli quindi chiedono al Ministro Sacconi se non si ritenga assolutamente urgente, ed indispensabile, un forte potenziamento dell’attività ispettiva sia del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali sia dell’Inps al fine di colpire adeguatamente quegli imprenditori che utilizzano mano d’opera in nero dedicando particolare attenzione alla provincia di Modena (distretto tessile di Carpi) dove il fenomeno ha assunto dimensioni macroscopiche.