Latest Posts

Il delitto di Maricica e i ragazzi del muretto figli dei pregiudizi

Poche ore dopo la morte di Maricica Hahaianu, il sindaco di Roma Alemanno annunciava l’intenzione del Comune di Roma di costituirsi parte civile, aggiungendo che si deve superare «ogni pregiudizio» verso la comunità rumena. Nel vicino quartiere di Cinecittà, gli amici di Alessio Burtone, l’aggressore di Maricica, esprimevano solidarietà ricorrendo a maldestre difese, come quelle riportate da questo giornale: «che dovremmo dire noi che i mariti delle romene stuprano le nostre ragazze” oppure “quella poteva avere nella borsa un ombrello”. Intendiamoci: bene ha fatto il sindaco di Roma a offrire solidarietà; così come appaiono per quello che sono le parole dei giovani di Cinecittà: pregiudizi, talmente inefficaci come attenuanti da rivelarsi paradossalmente aggravanti, qualora assunti come difesa. Quello che colpisce è, piuttosto, il richiamo all’ombrello, vale a dire alla vicenda di Doina Matei, la giovane rumena responsabile – di nuovo la scena è il metrò di Roma – della morte di un’altra giovane, Vanessa Russo. Nello spazio temporale (2007-2010) tra i due episodi, accomunati da evidenti somiglianze (l’irreparabilità della morte, la rovina dei due responsabili “preterintenzionali”) ci sono le tante parole pronunciate da istituzioni, autorità pubbliche, esponenti della politica, compreso il sindaco di Roma. Un tempo durante il quale l’intera comunità rumena (o buona parte di essa) è stata dipinta come causa di degrado, insicurezza, pericolosità sociale. Così come insicura e aggressiva è stata dichiarata la città nella quale sono avvenuti i due episodi. Difficile, poi, far capire ai ragazzi del muretto di Cinecittà, quanto poco quei pregiudizi possano aiutare Alessio Burtone.

L’Unità 20.10.10

******

«Eterni stranieri, quindi colpevoli», di Maria Serena Natale

Il sociologo polacco Zygmunt Bauman su diaspore e Stato contemporaneo.
Precarietà esistenziale, migrazioni incrociate, paura dello straniero. Zygmunt Bauman, l’eminente sociologo polacco teorico della «modernità liquida» nata dalla fine delle «grandi narrazioni», inquadra il caso rom nella riflessione sull’«età delle diaspore e il sentimento d’incertezza che caratterizza le nostre società, diventato fonte di legittimazione alternativa per lo Stato contemporaneo».
Professor Bauman, quali meccanismi vede dietro la linea dura di Sarkozy?
«Additare lo straniero come responsabile del malessere sociale sta diventando un’abitudine globale. Nel caso delle espulsioni è in gioco il conflitto inseriti-outsider esaminato mezzo secolo fa da Norbert Elias: più di amici e nemici, gli outsider sono imprevedibili, il senso d’impotenza che deriva dall’incapacità di intuire le loro risposte ci umilia». Con i rom la dinamica è amplificata? «Sì, perché sono percepiti come perpetui stranieri, colpevoli fino a prova contraria, preceduti da storie di criminalità più o meno accertate ma assenti dai luoghi deputati alla formazione delle opinioni, privi di élite capaci di promuovere le ragioni delle comunità».
Le ansie legate ai flussi migratori sono un tratto dominante di quella che lei descrive come una diaspora universale.
«Oggi assistiamo a ondate migratorie organizzate per arcipelaghi planetari e interconnessi di insediamenti etnici, religiosi, linguistici. Ogni Paese è virtualmente bacino di emigrazione e meta di immigrazione, le rotte non sono più determinate da legami imperial-coloniali: queste diaspore frammentate e trasversali ci impongono di ridefinire il rapporto tra identità e cittadinanza, individuo e luogo fisico, vicinato e appartenenza». Come risponde la politica? «Lo Stato contemporaneo proclama come primo compito del potere la rimozione dei vincoli alle attività orientate al profitto. Diventa così prioritario per i governi trovare al senso di vulnerabilità dei cittadini cause non riconducibili al libero mercato ma a rischi di altra natura. La priorità è la sicurezza, minacciata da pericoli per la persona fisica, la proprietà e l’ambiente che possono venire da pandemie, attività criminali, condotte anti-sociali di sottoclassi, terrorismo globale ma anche da gang giovanili, pedofili, stalker, mendicanti, regimi alimentari insani».
Uno stato d’allerta permanente. «Nel quale è impossibile sapere dove e quando le parole diventeranno carne. La mancata materializzazione di una catastrofe paventata è presentata come il trionfo della ragione governativa su un fato ostile, risultato di vigilanza e cura delle autorità».
Come va ridefinito il patto sociale?
«La migrazione universale porta in primo piano e per la prima volta nella storia l’arte del convivere con la differenza. Un’alterità non più concepita come transitoria richiede un ripensamento delle reti sociali, più tolleranza e solidarietà, nuove abilità e competenze».
E come s’innesta questa differenza radicale sul terreno del multiculturalismo?
«Forme di vita antagoniste si fondono e separano in una generale assenza di gerarchie: non valgono più ordini di valori consolidati né il principio di evoluzione culturale ma si sviluppano battaglie per il riconoscimento interminabili e non dirimenti». In che modo risponde la democrazia? «Ha abdicato alla funzione di scoraggiare il ritrarsi dei singoli nella sfera privata, rinunciato a proteggere il diritto delle minoranze a una vita dignitosa. La democrazia non può fondarsi sulla promessa dell’arricchimento. Il suo tratto distintivo è rendere servizio alla libertà di tutti. Ha di fronte una sfida senza precedenti: elevare i principi della coesistenza democratica dal livello degli Stati-nazione a quello dell’umanità planetaria».

Il Corriere della Sera 20.10.10

******

“Quell’applauso ad Alessio che ferisce i romeni”, di Chiara Saraceno

Non ho dubbi che Alessio Burtone non intendesse uccidere l´infermiera romena quando le ha sferrato un pugno nel metrò di Roma. Ma lo stesso vale forse per la giovane romena che qualche anno fa colpì con l´ombrello un´altra giovane donna, italiana, perforandole un occhio e causando così un´emorragia violenta che provocò una morte quasi immediata.
Eppure, la reazione dell´opinione pubblica, dei politici, persino dei cosidetti “esperti” è stata molto diversa. Gli applausi ad Alessio Burtone quasi che fosse un eroe vendicatore e gli insulti ai carabinieri che lo portavano in carcere sono speculari al modo in cui fu invece trattata la giovane rumena diventata assassina per un gesto maldestro: accusata di essere una belva violenta e assetata di sangue. E l´episodio fu subito inquadrato come esempio della pericolosità dell´immigrazione, in particolare rumena, di “loro” contro “noi. Tantomeno ci fu chi, tra politici e penalisti, sollevò la questione della giovane età, della vita rovinata per un gesto inconsulto, nonostante la dura condanna della giovane donna a molti anni di carcere privasse una bambina della presenza della madre. Sono assolutamente d´accordo: un omicidio preterintenzionale va considerato diversamente da un omicidio intenzionale. E a chi è giovane deve essere lasciata aperta la via per recuperare, per non perdere del tutto la propria vita, specie se le conseguenze sono andate molto al di là delle intenzioni. Ma ciò deve valere per tutti. Nessuno invece ascoltò a suo tempo la giovane rumena. Nessuno prestò fede al suo sbalordimento e al suo pentimento. Perché era una rumena, per definizione pericolosa e soprattutto estranea: facile capro espiatorio di tutte le paure e insicurezze.
Sbaglia Fini a considerare l´episodio della solidarietà scomposta al giovane romano solo un esempio della violenza urbana, senza connotati etnico-razziali. Non si tratta solo dell´omertà con cui sono stati protetti gli aggressori del tassista milanese. La solidarietà qui è provocata innanzitutto dalla nazionalità della vittima: immigrata, rumena, che non sapeva stare al proprio posto. Più simile, nell´immaginario distorto continuamente alimentato da un discorso pubblico troppo spesso irresponsabile, alla giovane assassina preterintenzionale di qualche anno fa, che non alla sua vittima.
Questo discorso pubblico, che usa scientemente la paura e la stereotipizzazione dell´altro, che distingue vittime e carnefici a seconda della nazionalità, sta lentamente corrodendo il senso comune civile ed ha effetti devastanti su chi manca di adeguati strumenti di auto-controllo.

Repubblica 20.10.10

"Così non si va in onda", di Roberto Saviano

Caro presidente Rai, una dichiarazione del direttore generale Masi assicura che Vieni via con me andrà in onda senza problemi. Purtroppo non è vero. La favola sui compensi “astronomici” degli ospiti – agitata dai vertici Rai – è appunto, una favola, un ultimo pretesto per metterci i bastoni tra le ruote. Tutte le persone che abbiamo invitato si sono dette pronte a dimezzare i loro compensi e persino a intervenire gratis, pur di partecipare al nostro progetto: eppure, oggi, a meno di tre settimane dalla prima puntata nessuno dei loro contratti è stato ancora firmato.
Ma a parte il fatto che sarebbe ingiusto chiedere a chiunque di lavorare gratuitamente, la verità è che i soldi non c´entrano: anche perché Vieni via con me sarebbe comunque un grande affare per la Rai, viste le cifre a cui sono stati già venduti gli spazi pubblicitari. Il danno economico per la tv di Stato sarebbe cancellarlo.
La Rai ha fatto di tutto in questi mesi per boicottare il nostro lavoro: ci hanno ridotto lo studio, gli attori, gli ospiti, hanno tentato di tagliare le puntate da quattro a due, ci hanno messo in programma prima contro le partite di coppa e poi contro Il Grande fratello. Nel continuo braccio di ferro con l´azienda abbiamo avuto al nostro fianco solo la direzione di Raitre. Alla fine è stato chiaro, ci troviamo di fronte ad un paradosso: un editore che, non avendo la forza per bocciare una trasmissione, fa di tutto per farla andare male, per ridurne al minimo l´audience e costringerla in una nicchia dove non dà più fastidio. Noi avremmo voluto fare un programma ambizioso, di qualità, con ospiti importanti e destinato ad un grande pubblico per raccontare un´Italia che raramente appare in tv. Volevamo parlare di macchina del fango, di mafia e politica, di come funzionano i voti di scambio, delle bugie sul terremoto, del business dei rifiuti: guarda caso, quando i dirigenti Rai hanno conosciuto la scaletta delle trasmissioni, tutto è diventato più difficile. È allora evidente che sono i contenuti della trasmissione a fare paura: ma sui contenuti nessuno di noi è disposto a trattare, sono la nostra libertà. In questo clima, con un editore che rema contro, e che fa di tutto per ridurre mezzi, spazio, possibilità, non possiamo né vogliamo lavorare. Non ci sono la condizioni per andare in onda. I vertici dell´azienda hanno fatto di tutto per dimostrarci di non volere Vieni via con me. La Rai dimostri che non è così, se ne è capace. Caro presidente, ci dica con chiarezza se questo programma si può fare liberamente, oppure no.

"Ecco i responsabili dell’emergenza rifiuti", di Gianni Del Vecchio

Dietro gli incidenti di Terzigno il flop delle promesse e le colpe di una classe politica.
Le immagini che arrivano da Terzigno e Boscoreale, i due paesi del napoletano che stanno lottando per non essere inghiottiti dalle discariche, diventano ogni giorno più dure e insopportabili. La polizia carica e manganella indistintamente, non solo giovani esagitati ma anche donne e signore anziane, per sgomberare le strade dai blocchi anti-monnezza; i camion e gli autocompattatori bruciano nel fuoco appiccato da cittadini esasperati; non si contano poi le sassaiole modello Gaza. Insomma, scene che lo stesso questore di Napoli definisce «da guerriglia urbana», commentando gli arresti di cinque persone ree di aver aggredito gli agenti. E a peggiorare la situazione il fatto che stavolta nell’insurrezione popolare non c’è lo zampino della camorra, come confermano gli ultimi report del Viminale. È solo una rivolta di popolo.
Napoli e la Campania, quindi, sono di nuovo nel caos munnezza. Di chi è la colpa stavolta? Non certamente, o almeno non solo, del centrosinistra come ancora oggi ama ripetere Berlusconi. Il primo responsabile dello sfacelo è anzi un suo fedelissimo: il presidente della provincia di Napoli, Luigi Cesaro. “Giggino ‘a purpetta”, come viene affettuosamente chiamato dai suoi stessi elettori, è entrato nelle simpatie del Cavaliere grazie al patto di ferro che ha stipulato con un altro che a palazzo Grazioli è di casa: il coordinatore campano del Pdl, Nicola Cosentino detto “Nick ‘o mericano”. Nelle mani di Cesaro è finita la delicata gestione del ciclo di rifiuti dal primo gennaio di quest’anno, data in cui il commissario Bertolaso ha fatto le valigie e ha lasciato la soluzione del problema munnezza agli enti locali campani, provincia in primis. Ma in questi dieci mesi Cesaro ha fatto poco o nulla, limitandosi a costituire la Sapna, la società che avrebbe dovuto smaltire l’immondizia, e affidarla all’ex commissario Catenacci, senza però renderla operativa. Del resto, l’amico di Cosentino appena dopo l’elezione, già sapeva di non essere in grado di gestire il ciclo dei rifiuti. In un’audizione parlamentare presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti datata 28 ottobre 2009, Cesaro chiede ufficialmente una proroga del passaggio di consegne perché preoccupato «per motivi di ordine pubblico». La proroga però non arriva, Bertolaso non intende rimanere un giorno in più a Napoli. Quello che arriva però, dieci mesi dopo, è la rivolta dei cittadini che mette a repentaglio l’ordine pubblico. Con Cesaro che è stato tragicamente buon profeta.
Non è solo “Giggino” però a portare sulla coscienza il riscoppio del bubbone campano. Ci sono le responsabilità dei tanti comuni del napoletano che non sono riusciti a far partire la raccolta differenziata. In testa, ovviamente, Napoli, dove la Jervolino non è riuscita a superare il venti per cento rispetto al quaranta previsto. Ma ci sono poi anche le tante responsabilità di regione, province e comuni per la mancata partenza dei lavori per i tre termovalorizzatori da aggiungere a quello funzionante (purtroppo però mai a pieno regime) di Acerra. A Salerno il sindaco De Luca è in attesa di lanciare il bando per la costruzione. A Napoli Est sì è ancora più indietro, visto che la Regione solo adesso ha ceduto i terreni. A Santa Maria la Fossa, nel casertano, invece si sono perse le tracce del progetto. Bassa differenziata e termovalorizzatori lontani dal venire significano una sola cosa: i rifiuti vanno in discarica. Quindi ne serviranno sempre di nuove per evitare un’emergenza continua. In questo scenario, però, non va dimenticato il governo: Berlusconi s’è rifiutato di stanziare nuove risorse, limitandosi a gettare la croce addosso alla Jervolino. Salvo però ricordare il “miracolo napoletano” compiuto due anni fa. Miracolo che ora si rivela per quello che è: un grosso bidone.

da Europa Quotidiano 20.10.10

Lavoro e fisco, il 16 novembre incontro con le parti sociali

Il segretario PD: “Incontreremo i sindacati, Confindustria, Rete Imprese Italia, per presentare e discutere le nostre proposte su lavoro, fisco, patto di stabilità e crescita economica”
Enti locali al limite, senza più fondi, cassa integrazione a livelli record, e il governo che continua a ripetere che tutto va bene.
Per cui il PD il 16 novembre incontrerà le parti sociali, come è stato deciso nella riunione con i segretari regionali del Pd che si è svolta a Roma. Un incontro che, come ha spiegato il segretario del PD Pier Luigi Bersani, vedrà al tavolo con il PD “i sindacati, Confindustria, Rete Imprese Italia, per presentare e discutere le nostre proposte su lavoro, fisco e patto di stabilità ed inquadrare la questione della crescita perché c’è un problema enorme. E’ chiaro il nostro sforzo di riportare l’agenda della politica sui temi reali, altrimenti lo scollamento tra politica e società si allarga. Stiamo delineando un progetto e in questo momento di sbandamento faremo vedere che c’è un Partito che ha un’idea di cosa fare“.
l punto focale è stato l’allarme per gli ingenti tagli del governo agli enti locali e alle Regioni e per i vincoli del patto di stabilità. È stato evidenziato da Bersani come ‘ai piani alti della politica non ci sia un’idea chiara di cosa stia succedendo sui territori e nei prossimi mesi saranno ancora più colpiti l’occupazione e i servizi. Anche per questo il Pd mette in campo la mobilitazione di novembre, tre fine settimana di ‘porta a porta’ per il 13, 20 e 27, con gazebo in tutte le piazze’.

E Anche Maurizio Migliavacca, coordinatore della Segreteria del Pd, ha parlato di un obiettivo difficile, quello del PD, “ma necessario per il Paese, quello di favorire l’unità del mondo del lavoro. La missione del Partito è oggi quella di prendere l’iniziativa per favorire l’unità in un momento in cui le tensioni e le posizioni diverse dividono le forze rappresentative del lavoro. Già in passato ci sono stati momenti di divisione, pensiamo per esempio al tema della scala mobile ed ai mesi che hanno preceduto il referendum. Questo non ha impedito una positiva ricomposizione dei rapporti tra le confederazioni. Oggi un’iniziativa per favorire il ritorno dell’unità sindacale è necessaria, anche se non facile: serve agli stessi lavoratori, serve a chi ritiene che il problema del lavoro debba essere al centro dell’iniziativa politica; insomma, serve soprattutto al Paese”.

Bersani ha parlato anche delle ultime vicende che hanno riguardato la tv di Stato, da Annozero a Repport e alla trasmissione di Fabio Fazio e Roberto Saviano, vittime di una censura preventiva. “Ogni giorno c’e’ un caso in Rai – ha commentato il Segretario del Pd-. E’ un’azienda che non riesca a mettere in valore le possibilità enormi che ha. Non sto qui a parlare di contratti- ha aggiunto- ma la Rai dovrebbe fare i saltelli gioia ad avere personaggi come Benigni o Saviano e se ci sono problemi dovrebbe saperli risolvere senza aprire ogni volta dei casi”.

www.partitodemocratico.it

Allarme corruzione della Corte dei Conti. Giampaolino: "Dilaga e mina il prestigio delle istituzioni. Difficile tagliare le tasse", di Roberto Petrini

Il federalismo non si deve risolvere in un aumento della pressione fiscale, ma deve far riqualificare la spesa. È necessario sostenere i redditi bassi nonostante la crisi e garantire le prestazioni essenziali alla collettività.
La corruzione non è sconfitta, anzi «dilaga» e continua a minare il prestigio delle istituzioni. Torna il monito, quasi accorato, della Corte dei Conti sulle nuove Tangentopoli che infestano l´Italia, attraverso le parole del neo-presidente della suprema magistratura contabile, Luigi Giampaolino ieri al battesimo della cerimonia di insediamento. «Gli episodi di corruzione e dissipazione delle risorse pubbliche, talvolta di provenienza comunitaria, persistono e preoccupano i cittadini – ha detto il magistrato nel corso di una conferenza stampa – , ma anche le istituzioni, il cui prestigio e affidabilità sono messi a dura prova da condotte individuali riprovevoli».
Durante la sua prima conferenza stampa ha dovuto far fronte ad una raffica di domande su casi recenti. Il primo ad emergere è stato il tema delle società off-shore, alla ribalta dopo le vicende delle ultime settimane: «E´ un uso deprecabile?», è stato chiesto in conferenza stampa a Giampaolino? «Senza dubbio», ha replicato, poi ha precisato che si tratta di un ambito che «fuoriesce dalle competenze della Corte dei Conti» ed ha aggiunto, alludendo alla mancanza di notizie ed atti certi in mano alla magistratura contabile, di essere nella condizione di «dover escludere comportamenti illeciti».
Giampaolino non si è tirato indietro e si è espresso anche sulla scivolosa vicenda segnata dalla attribuzione alla Protezione Civile di poteri speciali per i cosiddetti «grandi eventi», come il G8 della Maddalena, gestiti dal governo con il sistema delle «ordinanze», provvedimenti che non vengono sottoposti al controllo della Corte dei Conti. Il presidente ha deplorato l´estensione negli ultimi anni di questo meccanismo giuridico a «grandi eventi a volte molto discutibili» quando – ha detto – avrebbe dovuto essere circoscritto, in base allo spirito originario, ai «disastri e alle calamità» e ha dunque auspicato che si «torni alla normalità». Un primo test potrebbe essere l´Expo 2015 di Milano: ieri il governo, attraverso il segretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, ha «aperto» ad un ritorno dell´intervento delle Corte anche «oltre i limiti strettamente imposti dalla legge» in un quadro – ha detto Letta – di «leale cooperazione istituzionale».
L´occhio della magistratura contabile è tornato a posarsi anche sulla difficile fase economica e sociale (è costata «una perdita permanente di entrate per 70 miliardi e di Pil per 130», ha detto Giampaolino) a poche ore dall´incontro previsto per oggi del ministro dell´Economia Tremonti con i sindacati sulla questione fiscale. La prolungata bassa crescita, ha osservato il neo-presidente, rende difficile il contenimento della spesa pubblica anche perché oggi esistono «istanze non comprimibili di sostegno dei redditi più bassi e di garanzia delle prestazioni essenziali alla collettività». Dunque tanto più in una fase come quella attuale, è «essenziale riqualificare la spesa pubblica per tagliare gli sprechi e accumulare risorse in provviste virtuose da spendere a favore delle fasce più deboli del paese». Dove? Il settore in cui è possibile migliorare qualitativamente la spesa riducendo gli sprechi è, per la Corte dei Conti, in prima battuta la sanità.
Per la Corte anche sull´eventuale taglio delle tasse pesa oggi il quadro economico negativo: oggi la riduzione della pressione fiscale è possibile «solo attraverso la riqualificazione della spesa pubblica». Anche sul federalismo fiscale la Corte non ha rinunciato a lanciare un monito alla classe politica: «Una delle nostre sfide è proprio quella di fare in modo che non si risolva in un aumento della pressione fiscale».

La Repubblica 20.10.10

******

“La troppa fretta negli appalti pubblici sta accelerando il giro delle mazzette”, di Emilio Randacio

Le leggi in vigore non aiutano la lotta alle tangenti, e le proposte del ministro Alfano non introducono novità.
Politica incapace di fare norme più stringenti per combattere il fenomeno delle mazzette. Ma anche troppe deleghe in bianco nell´assegnazione degli appalti pubblici che aumentano gli appetiti famelici degli affaristi.
Gerardo D´Ambrosio, l´ex responsabile del pool di Mani pulite, risponde al telefono mentre al Senato è in corso una vibrante discussione. L´esponente del Pd, dopo i molti allarmi lanciati negli anni scorsi, appare quasi scoraggiato di fronte alle parole usate dal presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino nel suo discorso di insediamento.
«Che la corruzione sia un fenomeno diffuso, non c´è dubbio. Basta elencare i numerosi casi venuti alla luce ultimamente».
Senatore, quindi il passato non sembra non essere proprio servito a nulla?
«La corruzione è un reato difficile da scoprire di per sé. Per la mia esperienza non è mai stato denunciato, perché non è nell´interesse né di chi paga, né tantomeno del funzionario infedele. In più, le mazzette sono un fenomeno sommerso che ha una caratteristica: i funzionari corrotti di solito lo diffondono. Se un dipendente lavora in un ufficio in cui è presente la corruzione, difficilmente se ne va, ma è più facile che finisca per adeguarsi anche lui al sistema».
Sta dicendo che è un aspetto culturale?
«Che ci sia corruzione è evidente, lo dimostrano i fatti di cronaca recenti. Perché ultimamente continui a diffondersi penso sia solo la conseguenza alle deroghe sugli appalti, licenziati dalla politica come “opere urgenti” e “grandi opere”. Queste deroghe facilitano episodi di abuso d´ufficio, ma perseguirli è diventato difficile a causa di norme che non contrastano più l´interesse dei privati in atti d´ufficio. Basta pensare che per questo reato non è più consentito disporre le intercettazioni telefoniche».
Ma qui, senatore, stiamo parlando di mazzette.
«Con l´inizio di Tangentopoli spesso si cominciava un´inchiesta perseguendo un abuso d´ufficio e si arrivava a scoprire le grandi corruzioni. Adesso tutto questo è scomparso perché la legge non lo consente più».
Quindi sono le norme vigenti che non aiutano la lotta alla corruzione?
«Il disegno di legge proposto in materia dal ministro Angelino Alfano non presenta alcuna novità in questa direzione. Si è limitato ad aumentare le pene per la corruzione, senza cambiare i tempi della prescrizione. D´altra parte, il governo non ha nemmeno creato nessun organo indipendente di controllo per prevenire i fatti di corruzioni. Il fenomeno è sempre lo stesso. Durante Mani pulite si giustificava l´abuso dicendo che si finanziavano i partiti, anche se a volte occorreva avere funzionari corrotti o funzionari nella stesso ordine di idee del potere».
Le ultime inchieste hanno dimostrato che non è più la procura di Milano a trainare il contrasto al fenomeno. Da cosa dipende?
«A Milano c´era un gruppo di magistrati eccezionale. Mi vengono in mente Piercamillo Davigo, Ilda Boccassini, Gherardo Colombo e anche Antonio Di Pietro, che si occupavano solo di questo fenomeno. Tra loro è rimasta solo la Boccassini, che però è diventata coordinatrice dell´antimafia. Anche Fabio Napoleone, che era un pilastro per le inchieste sulle tangenti negli appalti pubblici, ha lasciato Milano. Quella mole immensa di carte e inchieste prodotta durante Mani pulite era il frutto del lavoro di una ristretta cerchia di magistrati. Non so se, attualmente, sia stata ricreata un équipe di pm competenti come allora».

La Repubblica 20.10.10

"Alunni diversi", di Mila Spicola

Riassumiamo. Prove nazionali sulle competenze scolastiche dei nostri ragazzi (quelle INVALSI per intenderci): gli studenti italiani sono tra gli ultimi in Europa in Matematica e in Italiano. Europa che vorrebbe da noi il triplo dei laureati e la metà di mortalità scolastica (la cosidetta “dispersione”, preferisco chiamarla mortalità). Recente studio della Fondazione Agnelli: emerge una scuola a due velocità in un paese a due velocità. Gli studenti siciliani sono molto più indietro rispetto ai coetanei del nord. Il che fece dire alla Gelmini due anni fa: gli insegnanti del Sud sono degli incapaci (e chi se la dimentica questa frase), dunque trascinano la media italiana verso il basso in maniera vertiginosa.
Sarebbe colpa nostra, mia, scarsissima docente del sud, cari connazionali, se i ragazzi italiani vengono guardati così male dall’esterno. I ragazzi siciliani arrancano negli studi come arranca economicamente l’isola. E i due dati infatti sono da mettere in rapporto. Leggendo quello studio si evince che, quasi sempre, per un buon esito dell’istruzione è fondamentale appartenere ad un ceto sociale medio-alto (ma va là..) “le famiglie più abbienti e coltemandano i figli al liceo, mentre gli studenti con un retroterra meno favorevole – inclusi quelli di origine straniera – sono più soggetti alla dispersione e tendono a concentrarsi in alcuni indirizzi scolastici, come i professionali”. Quanti ne abbiamo noi di famiglie abbienti e colte? E’ la regione più povera d’Italia.
Altra notizia: solo il 3% dei ragazzi siciliani usufruisce del tempo pieno, contro l’85% dei coetanei della Lombardia, ad esempio, pari a circa un anno e mezzo di scuola in meno alla fine della terza media. Di questo certo la Gelmini non ha la colpa intera: anni di malgoverno regionale si sommano al disinteresse totale per le politiche scolastiche. “Essere uno studente del Sudsignifica partire con uno svantaggio di 68 punti nelle competenze misurate da OCSE-PISA – l’equivalente di circa un anno e mezzo di ritardo scolastico – rispetto a uno studente del Nord, indipendentemente dalla caratteristiche individuali e della scuola che si frequenta”. Dall’incrocio delle due variabili – residenza, ore scolastiche e ceto di provenienza – si determina che, a parità di spesa pubblica, gli istituti di alcune regioni del nord risultano migliori di quelli di molte regioni meridionali. Un 15enne che studia in una scuola media siciliana ha una preparazione uguale a quella di 13enne che fa altrettanto oltre il fiume Po. E’ divario di due anni sui “livelli di competenza”.Come dire: se sei povero, del sud e scarsamente scolarizzato, così rimani a vita. Il divario dunque dipende da diversi fattori, non necessariamente scolastici, contesto sociale di appartenenza in primis.

Però non può passare inosservata la disparità di investimento a livello di “spesa complessiva per la scuola italiana così come oggi si articola a livello regionale”: infatti il tutto accade in Sicilia a fronte di una spesa regionale, destinata in maniera specifica al successo formativo scolastico, tra le più alte in italia. Nel 2007 è stata “poco meno di 60 miliardi di euro, di cui 43 a carico dello Stato (in massima parte per le retribuzioni del personale), 10 degli enti territoriali (di cui 6 dai Comuni) e 5,5 per affitti figurativi del patrimonio edilizio(nel 75% sostenuti al sud in particolare in Sicilia)”. Ed ecco la beffa oltre il danno: la mia amata Regione Sicilia investe quasi metà della spesa destinata all’istruzione in affitti (!!!!), pagati a chi sarebbe bene approfondire, ma se ne guardano tutti. Da urlare contro il cielo. Perché molti sappiamo in che condizioni sono quegli edifici e quanto valgono ai loro proprietari.

Dice che adesso noi del PD saremmo alleati di Lombardo. Dice per “l’interesse dei siciliani e delle riforme”. Dice che si “attiveranno per migliorare le condizioni gravi in cui versa la situazione della scuola in Sicilia”. Eppure, oltre ai “dice”, non mi pare di scorgere altro. Giusto oggi abbiamo ripreso possesso della nostra “amata” sede succursale. Edificio in affitto momentaneo da 40 anni, ex magazzino. Ripreso finalmente coi bagni decenti, con le pareti intonacate, le porte addirittura. Certo mancano ancora i vetri e la luce è saltata una decina di volte, ma i ragazzi erano contenti, noi eravamo contenti: miracolosamente, dopo tre anni di lotte inverosimili. Altro che ci “attiveremo”, coi forconi ci siamo sollevati: sempre in affitto siamo e sempre quasi duecentomila euro l’anno paga il nostro Comune per quelle aule, che si sommano ad altre e ad altre, fino a raggiungere somme inverosimili. E comunque: fine del doppio turno. Ma senza mense, attenzione. Mai visto il tempo pieno in quel quartiere. Quei due anni di diseguaglianza sono là tutti interi come intera rimane una cosina denominata questione meridionale. Secondo voi da dove inizia e dove finisce l’Unità d’Italia?

L’Unità 20.10.10

"Corruzione, la Camera salva Lunardi negata l´autorizzazione a procedere", di Alberto Custodero

La Camera respinge anche con i voti dei finiani (ma non tutti, dieci erano assenti), la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell´ex ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi. Lunardi, oggi deputato pdl, è indagato nell´ambito dell´inchiesta G8 per corruzione insieme all´arcivescovo di Napoli, Crescenzio Sepe, con l´accusa di aver acquistato nel 2004 ad un prezzo di favore da Propaganda Fide un intero palazzo di cinque piani in via dei Prefetti a Roma in cambio del finanziamento pubblico di 2 milioni e mezzo di euro erogato all´ente religioso per la ristrutturazione di un immobile a piazza di Spagna.
Ma al Tribunale dei Ministri di Perugia che aveva chiesto di processare l´ex ministro non è stato dato un no definitivo. Al momento, spiega Giuseppe Consolo, relatore di maggioranza in Giunta delle autorizzazioni, la Camera non ha potuto pronunciarsi in quanto il Tribunale non ha inviato anche gli atti relativi al cardinale Sepe «concorrente al reato di corruzione». Nel momento in cui arriverà la documentazione richiesta, ci sarà un nuovo pronunciamento di Montecitorio.
Ma su questo voto è scontro in Aula. I finiani, come spiega il futurista Nino Lo Presti, dicono di «non aver voluto salvare Lunardi, ma di aver solo rinviato la questione». L´opposizione però non si fida e teme che alla fine la maggioranza toglierà Lunardi dai guai. «È un brutto giorno per la giustizia», si indigna la democratica Donatella Ferranti, secondo la quale la maggioranza «vuole bloccare tutta l´indagine». Protesta anche l´Idv: «Quella della Camera – dice il capogruppo Massimo Donadi – è ormai l´aula delle impunità».

La Repubblica 20.10.10