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"Demosilviocrazia", di Massimo Gramellini

Basta con questa rugosa democrazia importata dall’estero. Gli iscritti al Pdl ne avranno presto a disposizione una variante «made in Italy»: più snella, dal «design» esclusivo, e disponibile in un elegante e pratico formato. La nuova delibera del Popolo della Libertà stabilisce infatti che i congressi locali del partito potranno eleggere chi come e quando vogliono. Ogni nomina dovrà però passare al vaglio del punto 6 – altrimenti noto come «Abbiamo scherzato» – il quale recita: «Il Presidente può a suo insindacabile giudizio, e senza l’obbligo di motivare la decisione, non dare seguito alle indicazioni delle Assemblee». A nessuno sfuggirà l’originalità del modello, che garantisce a tutti di giocare alla democrazia fino all’ingresso del sovrano. Toccherà poi a lui alzare o abbassare il pollice, confermando o sovvertendo il verdetto della giuria.

È una formula divertente e spettacolare, che coniuga pluralismo e dittatura, turbolenza e obbedienza, libertà e marajà. Ho subito deciso di introdurla fra le mura domestiche, comunicando a mia moglie che, ai sensi del punto 6, d’ora in avanti mi riserverò di «non dare seguito alle sue indicazioni» circa il ritiro dei vestiti in tintoria «a mio insindacabile giudizio» e soprattutto – ah, che meraviglia – «senza l’obbligo di motivare la decisione». Mi ha definito un tiranno assolutista, quando invece è evidente che sono solo un leader moderno e carismatico. Purtroppo le era rimasto un lodo retroattivo e con quello mi ha sbattuto fuori di casa. Chissà se ad Antigua qualcuno mi rimedia un posticino.

La Stampa 20.10.10

"Il privilegio dell´Eletto", di Giuseppe D'Avanzo

È un´imprudenza credere che l´emendamento alla “legge Alfano” designi soltanto l´impunità del presidente del Consiglio. C´è in questa mossa una conferma avvilente, certo, ma anche un´aggressione alla democrazia costituzionale e alla repubblica parlamentare così come, fin qui, le abbiamo conosciute. È azzardato minimizzare. Per orientarci, cominciamo dalla conferma. Anzi dalle conferme.
L´emendamento, approvato dalla commissione Affari Costituzionali del Senato, decide che potranno essere sospesi i processi nei confronti di presidente della Repubblica e presidente del Consiglio «anche relativi a fatti antecedenti l´assunzione della carica». Lo sappiamo. C´è un solo soggetto interessato alla questione. Silvio Berlusconi. È imputato per corruzione di un testimone, frode fiscale, appropriazione indebita in tre processi che, se celebrati, lo vedrebbero a mal partito: nel processo per la corruzione dell´avvocato David Mills si può dire che sia addirittura già fritto. Conferme, dunque. Il Cavaliere ha deciso di diventare leader politico per evitare i controlli alle sue condotte spregiudicate («La verità è che, se Berlusconi non fosse entrato in politica, noi oggi saremo sotto un ponte o in galera», Fedele Confalonieri, Repubblica, 25 giugno 2000). Ci ha messo qualche anno. È stato arrugginito rovinosamente il processo; sono stati cancellati o abbuonati reati; sono stati ristretti i tempi della prescrizione. Le manipolazioni della legge e i provvedimenti ad personam hanno ottenuto il loro scopo: Berlusconi si è salvato per il rotto della cuffia (“intervenuta prescrizione”) da processi che hanno accertato, al di là di ogni ragionevole dubbio, il suo coinvolgimento diretto in reati penali («Le leggi ad personam? Silvio le fa per proteggersi. Se non fai le leggi ad personam vai dentro», Confalonieri, La Stampa, 2 novembre 2009). Ancora una conferma la si trova nello slittamento di senso che Berlusconi applica alla parola “giustizia” e all´intenzione di volerla riformare. Dice “giustizia” e non pensa alla giustizia di tutti, la giustizia per tutti, ma alla giustizia che riguarda da vicino lui, che preoccupa personalmente lui, che minaccia la sua roba. Dice “riforma della giustizia” e prepara un´ipocrisia anestetica che gli consentirà di lasciar credere che è al lavoro per noi. Come accade in queste ore. Manda in giro il ministro di Giustizia a presentare una riforma della giustizia che non si farà mai, mentre con l´emendamento approvato al Senato cura i suoi personali guai. Nessuna sorpresa. È una conferma. Berlusconi è potere statale che, senza scrupoli e apertamente, protegge se stesso e i suoi interessi economici.
Ora possiamo lasciare le conferme e intravedere, nell´emendamento che assicura l´impunità al Cavaliere, la metamorfosi costituzionale che nasconde. Il presidente del Consiglio, come già hanno sostenuto i suoi avvocati dinanzi alla Corte costituzionale nella discussione per l´Alfano numero 1, vuole essere primus super pares. La Consulta ha bocciato quest´interpretazione. Pur con “significative differenze” tra capo del Governo e ministri, hanno sostenuto i giudici, “non è configurabile una preminenza del presidente del consiglio che ricopre una posizione tradizionalmente definita di primus inter pares”. Escludendo i ministri dall´immunità che protegge il premier, si mescolano adesso le carte. Approvata la nuova legge costituzionale (conta di farlo in dodici/diciotto mesi), Berlusconi sarà primus super pares per i poteri che gli derivano dalla designazione diretta del voto popolare.
C´è qui, un presunto adeguamento della Costituzione formale a una pretesa Costituzione materiale che avrebbe il suo fondamento decisivo, come va dicendo Berlusconi non adeguatamente contrastato, in una sovranità popolare finalmente libera di esprimersi senza il vincolo della legge, senza l´ossessione per l´ordine costituito, senza la mediazione delle istituzioni. Anche se ancora oggi ha bisogno del voto di fiducia del Parlamento per governare, Berlusconi preferisce far credere che sia il voto popolare che lo rende primus super pares e lo consegna a uno status privilegiato. Non è stato votato in Parlamento come un anonimo deputato, dice. È stato votato come capo del Governo. È il corto circuito tra governo e popolo che – come ha osservato Carlo Galli – taglia fuori il potere legislativo, il Parlamento, spodestandolo, nella gerarchia dei poteri dello Stato, dal primo posto che gli compete nelle costituzioni moderne.
È proprio la legittimazione della sovranità popolare, l´unzione che dovrebbe sollevare Berlusconi, l´Eletto, oltre l´ordinamento giuridico garantendogli – con l´emendamento approvato ora al Senato – il privilegio immunitario di essere esonerato con legge costituzionale dalla legge ordinaria. Nessun processo lo toccherà. L´impunità che conquista il Cavaliere è soltanto l´aspetto più appariscente e arrogante della questione. Ce n´è un altro che lavora nelle fondamenta costituzionali, minandole. L´impunità costituzionale assicurata a Berlusconi svela come “un potere costituente” voglia scardinare l´ordinamento costituito e crearne uno nuovo ridisegnando gli equilibri dello Stato per il vantaggio di una sola persona. In modo da rendere “permanente, quotidiano e al contempo perenne” il caso d´eccezione che Berlusconi rappresenta. In modo che egli possa costituzionalizzare se stesso e tutte intere le sue anomalie in un nuovo equilibrio che separa l´ordine della legalità dall´ordine della legittimità mentre il privato diventa pubblico e il diritto penale diritto costituzionale. Lo Stato che conosciamo diventa così un´altra cosa. Una cosa sconosciuta, da nessuno invocata, da nessuno discussa, che va accettata perché conviene e lo pretende una sola persona.
Se non fossimo dinanzi a una tragedia repubblicana ci sarebbe da ridere perché è ridicola la sproporzione tra le categorie del politico che si evocano in questi casi (sovranità popolare, potere costituente, stato d´eccezione) e il mediocre obiettivo di salvare da un paio di processi un uomo che ha fatto fortuna con troppa scaltrezza truffaldina. Purtroppo c´è poco da ridere perché, con la legge in via di approvazione in Parlamento, può cadere anche l´ultima condizione che fa di Berlusconi un cittadino uguale agli altri. Guardiamo i poteri che controlla oggi: economico, mediatico, legislativo, esecutivo. La soggezione alla legge è l´unico aspetto che lo rende ancora uguale agli altri. Se ci rassegna all´inerzia di questa deriva, anche quell´ultimo argine può franare mutando definitivamente, con la Costituzione, il destino del Paese.

La Repubblica 20.10.10

Lodo Alfano retroattivo, una legge vergogna

Con 15 voti a favore e 7 contrari la commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama ha approvato l’emendamento che rende “retroattivo” il Lodo Alfano: così, i procedimenti giudiziari a carico del Presidente della Repubblica e del presidente del Consiglio, anche se relativi a fatti antecedenti all’assunzione della carica, potranno essere sospesi previa deliberazione delle Camere.
Durissimo il commento del segretario del PD, Pier Luigi Bersani: “Mi sembra che viaggiamo ai limiti dell’assurdo – ha osservato il segretario del Pd – qui non si parla di un astratto presidente del Consiglio ma di Silvio Berlusconi: si vuole fare una legge costituzionale ad personam, retroattiva, un salvacondotto indecente. È assolutamente indecoroso e vergognoso – ha aggiunto Bersani – pensare di procedere ad assoluzioni per via parlamentare e costituzionale. Daremo battaglia, faremo barriera con tutte le forze che abbiamo”.

Sul voto favorevole espresso dai senatori di Fli presenti in commissione, il leader democratico ha rilevato che c’è stato “un grosso deficit di coerenza. Loro hanno sempre detto che valutavano positivamente il Lodo Alfano costituzionale. Io trovo comunque che una norma costituzionale ad hoc, nel pieno di una vicenda personale, resti una legge ad personam, anche se costituzionale. Evidentemente – ha concluso Bersani – Fli non fa questa valutazione”.

Per Andrea Orlando, responsabile giustizia del Pd, “l’emendamento approvato dalla commissione Affari Costituzionali del Senato fa cadere ogni ipocrisia a proposito del cosiddetto lodo Alfano. Chi ha votato questo emendamento si è assunto la grave responsabilità di introdurre un ulteriore odiosa forma di impunità. Ci auguriamo, per lo meno, che alla luce dell’evidente impudicizia di questa norma ci si risparmino in futuro – ha aggiunto il parlamentare del Pd – prediche sulla legalità ed inviti a ricercare un nuovo equilibrio tra potere politico e magistratura. Alla maggioranza interessano soltanto i problemi di Berlusconi”.

Insomma un brutto giorno per la giustizia, come nota anche la capogruppo del Pd nella II commissione di Montecitorio, Donatella Ferranti che contemporaneamente alla Camera “la maggioranza vota un escamotage per negare, di fatto, l’autorizzazione a procedere nei confronti di Pietro Lunardi”. L’ex ministro è accusato di corruzione per aver acquistato da Propaganda Fide, nel 2004, al prezzo di favore di 3 milioni di euro un intero palazzo di cinque piani nel centro storico di Roma, in cambio del finanziamento pubblico di 2 milioni e mezzo di euro per la ristrutturazione di un immobile in piazza di Spagna.
Il lodo Alfano retroattivo e il voto su Lunardi sono “scelte sconsiderate che mirano ad introdurre nel nostro ordinamento prassi parlamentari e norme costituzionali ignobili che servono solo ostacolare il regolare corso della giustizia e introdurre l’impunità per chi governa. Non è certo così che si diffonde, in concreto, il rispetto della legalità né si adempie al monito della Corte dei Conti che proprio oggi ha ribadito la necessità di una lotta senza quartiere alla corruzione”.

www.partitodemocratico.it

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“Fini risponde: presente”, di Mario Lavia

Bossi lo aveva intimato: al primo sgarro si va a votare. Sarà un caso ma ieri per la maggioranza tutto è filato liscio e proprio su uno dei punti più scottanti, il nuovo lasciapassare per l’impunità del presidente del consiglio, detto più solennemente lodo Alfano costituzionale. Se diverrà norma, Berlusconi non andrà sotto processo per nessun motivo, nemmeno per l’accusa di aver rubato una mela da ragazzino, tanti anni fa.
Mentre non riesce a fare praticamente nulla di concreto, dall’emergenza lavoro all’immondizia, il governo però ha trovato tempo e modo per una ennesima legge ad personam: è sacrosanto anche per questa patente contraddizione il richiamo alle «barricate» di Bersani. Quello che preoccupa più di tutto però è lo sbracamento di Fli. Bossi ha chiamato, Fini ha risposto: presente.

da Europa Quotidiano 20.10.10

"Lavoro, sì alla legge sull’arbitrato. Subito i ricorsi alla Consulta", di Bianca Di Giovanni

Da oggi l’arbitrato, e non la giustizia ordinaria, diventerà il canale privilegiato per risolvere le controversie di lavoro, escluse quelle relative ai licenziamenti. La Camera dei deputati ha varato ieri in via definitiva il collegato sul lavoro che il Presidente della Repubblica aveva rinviato al Parlamento, indicando precise prescrizioni per adeguare il testo ai principi costituzionali. Purtroppo le «correzioni» non sono arrivate: questa legge resta incostituzionale. Ma il governo esulta. «C’è stata una convergenza di tutte le le organizzazioni tranne la cgil – dichiara il ministro Maurizio Sacconi – L’arbitrato si configura come uno strumento in più a disposizione della contrattazione collettiva. Lo scopo è di semplificare, con tempi certi, il contenzioso». Il ministro annuncia poi l’arrivo entro un mese in consiglio dei ministri del nuovo Statuto dei lavori. Soddisfatto anche Renato brunetta, per le norme che riguardano la pubblica amministrazione, tra cui la ricetta telematica.

LA DENUNCIA Sul fronte opposto in prima fila c’è la Cgil, che ha denunciato gli aspetti incostituzionali in un sit-in davanti a Palazzo Montecitorio. Il sindacato, con Fulvio Fammoni annuncia una «capillare campagna di informazione ai lavoratori», a cui saranno anche distribuiti dei vademecum su come «difendersi dalle nuove norme». Il sindacato di Epifani è pronto a stilare un documento con tutti i punti di incostituzionalità, su cui lanciare una raccolta di firme di magistrati, costituzionalisti ed esperti del settore. Al sit-in ha preso parte anche il deputato Pd Cesare Damiano, autore dell’emendamento (prima votato alla Camera, ma modificato in Senato) che correggeva la norma sull’arbitrato. «Questa legge -commenta Damiano- rappresenta un passo indietro per quanto riguarda i diritti dei lavoratori. »l’arbitrato secondo equità consegna al collegio arbitrale la facoltà di derogare da leggi e contratti. Il Pd ha votato in modo compatto contro questo provvedimento. Attendevamo delle riforme, abbiamo avuto solo una controriforma che renderà più debole chi lavora». Il testo è stato varato in settima lettura, ed è passato con 310 voti a favore; 204 contrari e tre gli astenuti. Sul fronte del no si sono schierati in modo compatto Pd e Idv, l’Udc ha votato con la maggioranza. Il testo è passato da 9 articoli a 50, nei quasi due anni che sono stati necessari per il varo definitivo. La legge affronta una ampia varietà di materie: sembra quasi un «omnibus». Si va dal lavoro all’amianto, dalla formazione professionale ai certificati di malattia fino alla delega sugli ammortizzatori. Per quanto riguarda l’arbitrato, si prevede che il lavoratore faccia la sua scelta preventivamente, e non dopo l’insorgere di una controversia (come aveva proposto il Pd). La scelta non potrà avvenire prima della conclusione del periodo di prova, ove previsto, oppure se non siano trascorsialmeno 30giorni dalla data di stipulazione del contratto di lavoro. Solo per i licenziamenti resta l’obbligo di ricorrere al giudice del lavoro. Si prevede poi la possibilità di assolvere l’ultimo anno di obbligo scolastico, fissato a 16 anni, anche con l’apprendistato, che quindi varrà per i 15enni come stare in classe. I processi del lavoro tornano ad essere gratuiti. per le vittime dell’amianto sui navigli di Stato il riconoscimento di vittime del dovere, e nessuna responsabilità penale per l’ammiragliato

L’Unita 20.10.10

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“Lavoro, via libera agli arbitrati Sacconi: ora il nuovo Statuto”, di Luisa Grion

Ha avuto un percorso molto travagliato – due anni di iter parlamentare, sette passaggi alla Camera e un rinvio (l´unico espresso dalla sua elezione) da parte del presidente della Repubblica Napolitano – ma il governo lo ha fortemente voluto e ieri sera ha incassato il risultato: il ddl sul lavoro è diventato legge. I sì (maggioranza più Udc) sono stati 310, i no (Pd e Italia dei valori) 204.
Tante le novità, ma la norma più dibattuta è risultata indubbiamente quella sull´arbitrato, ovvero sulla possibilità di risolvere le controversie di lavoro non solo davanti ad un giudice, ma anche di fronte a terzi evitando così il processo. Il testo originale prevedeva che ciò potesse valere anche in caso di licenziamento, l´intervento del Quirinale lo ha poi scongiurato. Ora, in virtù della nuova norma, il lavoratore dovrà fare la sua scelta (fra giudice o arbitrato) preventivamente, non al momento dell´insorgere della controversia. La decisione dovrà essere presa solo dopo il periodo di prova – dove previsto – oppure trascorsi 30 giorni dalla stipulazione del contratto di lavoro.
Tempi che non convincono affatto la Cgil, convinta che il dipendente non ci guadagni dal doversi esprimere a poche settimane dall´assunzione e quindi in un periodo in cui è più «ricattabile». Ieri il sindacato di Epifani è rimasto in presidio permanente davanti a Montecitorio per protestare contro «una legge sbagliata, pericolosa e anticostituzionale». I colleghi di Cisl e Uil sono di parere opposto «il testo non è perfetto – hanno ammesso – ma è accettabile» e risponde all´esigenza di decongestionare i tribunali.
Arbitrato a parte, l´altra novità importante della nuova legge riguarda l´ultimo anno di obbligo scolastico (16 anni) che potrà essere svolto anche sotto forma di apprendistato. In pratica il minore potrà cominciare a lavorare a 15 anni.
Ma il testo prevede nuove regole anche i processi di lavoro, che tornano ad essere gratuiti. Nei casi di violazione nella trasformazione del contratto da tempo indeterminato a tempo determinato, il datore di lavoro dovrà risarcire il lavoratore con un´indennità onnicomprensiva fissata tra 2,5 a 12 mensilità. Introdotta anche una clausola di salvaguardia per il pensionamento anticipato (minimo 57 anni di età e 35 di contributi) dei lavoratori impiegati in attività usuranti, come i dipendenti notturni o gli addetti alla «linea di catena». La legge contiene poi anche un pacchetto di norme riguardanti la pubblica amministrazione, che vanno da un rafforzamento della trasparenza ad un ampliamento della sfera di applicazione della mobilità del personale.
Soddisfattissimo il ministro Sacconi, «ora – ha detto – auspico che entro un mese lo Statuto di lavori (il testo che dovrebbe sostituire lo Statuto dei lavoratori ndr) arrivi in Consiglio dei ministri». Molto critica l´opposizione «è una controriforma e indebolisce i lavoratori» ha detto Damiano del Pd.
Oggi si parte con il fisco: nel pomeriggio ci sarà un primo incontro fra governo e parti sociali per discutere sulla riforma. Il confronto si terrà al Tesoro, padrone di casa il ministro Tremonti che avrà al suo fianco il premier Berlusconi . Epifani, leader della Cgil chiede «fatti, non parole».

La Repubblica 20.10.10

Università, Pd: Su ricercatori Governo reticente, sono 200 i posti non banditi

Ghizzoni: nascondono dati che dovrebbero essere pubblici
“Vista l’enfasi con cui il governo si apprestava a chiedere un’accelerazione dei tempi di discussione parlamentare del ddl Gelmini sull’università, ci saremmo aspettati la massima trasparenza sullo stato di svolgimento dei concorsi per ricercatore. E invece oggi a Montecitorio ci siamo trovati davanti ad una ennesima risposta ministeriale che nega, di fatto, alle opposizioni di conoscere come sono stati spesi e se sono stati spesi i fondi per quello che potrebbe essere l’ultimo bando di accesso alle università per giovani ricercatori. C’è da chiedersi perché tanta reticenza da parte del ministro di comunicare dati che dovrebbero essere pubblici. Forse teme che si sappia che dopo ben 18 mesi dalla ripartizione dei fondi della seconda tranche delle cosiddette ‘quote Mussi’ ben 200 posti per ricercatori risultano ancora non banditi”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni.

"Privatizzare la Rai? Perchè dico No", di Vittorio Emiliani

Privatizziam! Privatizziam! La Rai naturalmente. Da quando i finiani hanno presentato la loro idea (anti-Mediaset), il grido risuona ovunque per le italiche contrade. Assomiglia al “Partiam! Partiam!” di certi melodrammi, destinato a tenere tutti fermi finché a Palazzo Chigi ci sarà il padrone delle tv private, finché vigerà la legge Gasparri confezionata su misura per dare a Mediaset il primato nel duopolio con la Rai. La privatizzazione della Rai non è certo una bestemmia, se essa risulta parziale e garantita. Parziale perché nessun Paese europeo di alta civiltà democratica si è mai privato in toto dell’emittente pubblica pagata in prevalenza col canone (e che canone) e in competizione coi privati.
Da noi si è tornati a parlare invece di privatizzare tutta la Rai (proposta da Paese “coloniale”) o due reti su tre. Potrebbe reggere un solo canale tv ai compiti di servizio pubblico? Potrebbe essere aziendalmente gestibile? Sulle tre reti attuali si è impiantato un sistema molto complesso (fiction, cinema, digitale
e altro).
Meglio parlare della messa sul mercato di una rete tv (come fece la Francia con France 1), una fra Rai1 e Rai2. Con tre garanzie di fondo: 1) darsi una legge anti-trust di ferro; 2) dotarsi di una legge non menoblindata sul conflitto di interessi; 3) mettere in sicurezza dai partiti la Rai superstite con una Fondazione tipo Bbc. Prima di queste mosse strategiche, privatizzare pezzi consistenti di Rai sarebbe soltanto un regalo a Berlusconi e ai suoi prestanome.
Daex amministratore che ha lavorato (in altri tempi, 1998-2002, presidente Zaccaria) in Viale Mazzini, condivido il senso di disperazione nel vedere la Rai ridotta come la stanno riducendo l’attuale direttore generale Mauro Masi e la maggioranza di centrodestra del CdA. Però ditemi onestamente se programmi
analoghi al tanto contestato Annozero di Michele Santoro o al non meno avversato Report di Milena Gabanelli potrebbero andare in onda su di un canale privato (con tutto il rispetto, ad esempio, per l’Infedele di Gad Lerner su La7). O se il Tg3 di Bianca Berlinguer e Linea Notte vi avrebbero cittadinanza.
Temo di no. L’altra argomentazione dei sostenitori della privatizzazione della Rai è che così si abbasserebbe la pressione
fiscale essendo il canone un’imposta. Onestamente mi sembra modestina: sgravare 15-16 milioni di famiglie di neppure 10 euro al mese ciascuna privandole di un autentico servizio pubblico (tutta Rai3 e Radio3, una parte non secondaria di altri canali,
radio e tv) sarebbe un gran guadagno? No, proprio no. A parte che il canone in Europa sta fra i quasi 300 euro della Svizzera e i 150 del Belgio, con in mezzo Austria, Scandinavia, Germania, Regno Unito, Irlanda, ecc. Lo sanno i privatizzatori a oltranza?

L’Unità 19.10.10

"Se Berlusconi parla «da imputato»", di Vittorio Grevi

Mentre tutto il mondo degli studiosi e degli operatori della nostra giustizia penale è d’accordo nel ritenere che il primo problema da affrontare sia quello della «eccessiva durata» dei processi (la quale, come ha sottolineato ancora di recente il presidente Napolitano, «mina la fiducia dei cittadini nel servizio giustizia», compromettendo «anche la capacità competitiva del nostro Paese sul piano economico»), il governo sembra volersi occupare d’altro. Tanto è vero che, invece di intervenire sul punto con adeguate strategie legislative e organizzative, preannuncia una «grande riforma» della giustizia, tutta incentrata sulla modifica di alcuni importanti principi dettati in materia dalla Carta costituzionale.

A dimostrazione della mancanza di una linea coerente di politica legislativa si è così passati, nel giro di pochi giorni, dalle discussioni e dalle polemiche sul disegno di legge concernente il «processo breve» (un testo profondamente sbagliato nel metodo e nel merito, ma almeno consapevole della esistenza del problema) al ripescaggio di una serie di vecchie proposte di revisione costituzionale, che davvero nulla hanno a che fare con l’esigenza di accelerare i ritmi processuali. Naturalmente bisognerà attendere i testi per dire qualcosa di più preciso in proposito, tuttavia è chiaro che nessuna di tali proposte, già di per sé molto discutibili nei loro contenuti, appare idonea a recare vantaggi sotto il profilo della minor durata dei processi.

Non la proposta relativa alla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati del pubblico ministero (per sua natura priva di riflessi sulla contrazione dei tempi processuali), e così nemmeno il correlato progetto di modifica degli assetti del Consiglio superiore della magistratura, che potrebbe anche elevare il tasso di «politicità» dei suoi membri. Non la proposta volta ad affievolire il principio di obbligatorietà dell’azione penale (attribuendo alla legge ordinaria la fissazione di criteri di priorità, che potrebbero essere anche pericolosi per il rispetto del principio di eguaglianza davanti alla legge), e così nemmeno la prospettata attenuazione del rapporto di diretta dipendenza funzionale della polizia giudiziaria dalla autorità giudiziaria (con il rischio di difetti di coordinamento, se non addirittura di «inchieste parallele», tra le indagini degli organi di polizia e quelle del pubblico ministero). Allo stesso modo nessun vantaggio, ai fini della abbreviazione della durata dei processi, potrebbe venire da un irrigidimento della disciplina della responsabilità civile dei magistrati (i quali, anzi, potrebbero essere indotti a rallentare cautelativamente le loro attività processuali), mentre non si vede dove potrebbe condurre la fantasiosa previsione di una maggioranza qualificata dei due terzi per le sentenze di illegittimità delle leggi da parte della Corte costituzionale: proposta stravagante, che certo non gioverebbe all’efficienza della Corte.

In realtà, per raggiungere l’obiettivo di una «ragionevole durata» dei processi (che vuol dire, per l’imputato, diritto a essere giudicato «senza ingiustificato ritardo»), occorre prima percorrere ben altri itinerari di riforma, che sono quelli ormai più volte indicati anche su queste colonne. Dalle riforme di natura organizzativa e strutturale degli uffici giudiziari (a cominciare dalla revisione della geografia delle sedi) fino alle riforme incidenti sul funzionamento del processo (nel senso di snellirne i meccanismi, ridurne i formalismi, incrementare i filtri selettivi delle iniziative «inutili»), come è stato ribadito anche nel recente convegno di Bergamo della Associazione tra gli studiosi del processo penale. Si tratta di interventi a costo zero, che tuttavia vengono inspiegabilmente trascurati, mentre si ventilano idee minacciose del tutto eccentriche (si pensi alla improponibile proposta di una Commissione parlamentare di inchiesta sull’operato della magistratura), le quali creano confusione ed equivoci, distogliendo l’attenzione dai veri problemi. E, al riguardo, sarebbe bene, in ogni caso, che il presidente Berlusconi, quando parla di cose della giustizia — a evitare ulteriori conflitti di interesse — ne parlasse sempre in veste di presidente del Consiglio, non già in veste di imputato.

Il Corriere della Sera 19.10.10