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"Oh mio Verdi, sì bello e perduto", di Alberto Mattioli

Il nostro musicista più popolare potrebbe essere un veicolo eccezionale per esportare la cultura e il gusto italiani. Ma ciò non accade, ecco perché.
Qui non si discute di Verdi parmigiano (senza entusiasmo: i suoi compatrioti se lo sono annesso, ma lui non li amava poi tanto) ma di Verdi come il parmigiano, inteso come formaggio. O come i tartufi o il Barolo o gli spaghetti e la pizza, beninteso quelli veri e non taroccati. Non sembri irriverente nei confronti di uno dei pochi Padri della Patria.

Indiscusso e indiscutibile e tuttora in servizio permanente effettivo. Come il cibo, Verdi in particolare e l’opera in generale sono una componente dell’identità nazionale, una delle poche ancora vive e vitali sia all’interno che all’estero. Insomma, a parte il suo valore artistico, il melodramma è importante non solo perché racconta a noi italiani come siamo fatti, ma anche perché racconta come siamo fatti a chi italiano non è. E dà di noi un’immagine lusinghiera, tutto sommato preferibile alla solita mafia.

La notizia è che il profeta di Slow food e di Terra madre, l’uomo che ha fatto del cibo uno dei temi caldi del dibattito culturale, uno degli «eroi del nostro tempo» incoronati da Time, insomma Carlin Petrini, è stato folgorato sulla via di Busseto. Ma dall’altra parte del mondo: assistendo a una Traviata a Seul, ha realizzato e raccontato quanto l’opera sia tuttora un veicolo formidabile e poco sfruttato per l’immagine, la cultura e la lingua italiana nel mondo. Verissimo: a quattro secoli dalla sua invenzione, si tratta di un prodotto «made in Italy» che continua a vendersi benissimo a tutti e dappertutto. Così ieri sera Petrini ne ha discusso nel suo feudo di Bra con il sovrintendente del Regio di Torino, Walter Vergnano, il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, convocato per parlare dei 150 anni dell’Italia unita, e unita anche dai cori verdiani («e infatti – chiosa – io detesto il melodramma ma, come ogni italiano, quando sento Va’ pensiero mi commuovo pensando a questa povera Patria sì bella e perduta») e il soprascritto.

Ora, che l’opera lirica sia vitalissima in tutto il mondo, tranne nel Paese che l’ha inventata, è un dato di fatto. Che l’opera parli italiano, idem. Prendete un giorno a caso, per esempio oggi, 19 ottobre 2010. Secondo il benemerito motorino di ricerca operabase.com, stasera vanno in scena 58 recite d’opera in 47 città di 21 Paesi di cinque continenti (manca solo l’Africa). Di queste 23, poco meno della metà, sono opere italiane. Guidano l’hit parade Verdi e Puccini, primi a pari popolarità con sei titoli ciascuno, seguono Rossini e Mozart con tre a testa, poi Mascagni, Monteverdi, Mayr, Haendel e Sargenti con una (stupisce, ma è un caso, l’assenza di Bellini e Donizetti, di cui peraltro si dà ad Amburgo La fille du régiment, che però è un’opera francese, benché scritta da un bergamasco. Mentre invece il Mozart delle Nozze di Figaro è arcitaliano). Proprio Petrini racconta dell’entusiasmo che accompagnò quella Traviata coreana, che era poi un saggio di conservatorio con interpreti locali: «Sembravano tutti impazziti, applausi e lacrime a non finire. Era un pubblico di giovani, un’atmosfera da concerto rock». Verdi globalizzato? «Ma italianissimo, perché canta nella nostra lingua. Quindi un veicolo straordinario di diffusione non della musica italiana, ma della civiltà italiana. Straordinario, ma poco usato».

In effetti, l’Italia, intesa come Stato, brilla per la sua assenza. Con gli ultimi tagli fatti e quelli da fare, si corre davvero il rischio che l’opera, che in quattrocento anni è sopravvissuta a occupazioni straniere, epidemie, carestie, incendi, bombardamenti, pestilenze e due guerre mondiali, alla fine sia ammazzata da una legge finanziaria. Tremonti non le accorda che poche ore: l’attuale agonia del Carlo Felice è solo l’anteprima, poiché il peggio deve ancora venire, e verrà per tutti. Quindi nel 2011 questo Paese schizofrenico celebrerà insieme il centocinquantesimo compleanno dell’Unità d’Italia e il funerale della più italiana delle arti italiane (quanto poi al fatto che la seconda abbia contribuito alla prima, basta dare un’occhiata alla bella mostra romana in corso sui pittori del Risorgimento. Le patrie battaglie sono raccontate come altrettante scene di melodramma: ci sono cori di bersaglieri, innamorate trepidanti a casa a cucire tricolori come primedonne, Garibaldi è un tenorissimo, l’austriaco un perfido baritono. Ma già Visconti, in Senso, aveva capito tutto…).

Però l’opera, così bistrattata in patria, non viene nemmeno sfruttata per promuovere l’Italia nel mondo. Basta aver fatto qualche tournée con la Scala, il Regio o il Maggio e aver parlato con qualche diplomatico italiano in loco per sapere che nulla come lo sbarco di un nostro grande teatro rilanci tutto il made in Italy e rafforzi l’idea, che è poi l’unico petrolio di cui disponiamo, che il nostro sia davvero il Paese più bello, quello dove si vive meglio, si mangia meglio, ci si veste meglio. «E invece – spiega Vergnano, che ha appena portato il Regio di Torino a fare tre settimane di sold out in Giappone e Cina – è stato abolito nel bilancio del ministero dei Beni culturali il capitolo di spesa che serviva a finanziare le tournée all’estero: mica tutto, intendiamoci, solo i voli. Adesso basta: tagliato anche quello». Non a caso, un mese fa è deflagrato Zubin Mehta, che deve andare con i suoi fiorentini in Giappone e ancora non sa se ci saranno i soldi per farlo. Una delle voci che urlano nel deserto e chiedono di ripensarci, prima di abbassare definitivamente il sipario.

La Stampa 19.10.10

«Tasse zero a chi investe nell’impresa», di Mario Sensini

Bersani scrive a Tremonti: la riforma del Fisco è la cosa più urgente.
«Caro ministro, il dato saliente della crisi oggi si chiama lavoro. Non avremo crescita senza uno stimolo alle attività economiche e all’occupazione attraverso riforme incisive e coraggiose, e la più urgente tra le riforme è quella fiscale». A due giorni dall’apertura del tavolo tra il governo e le parti sociali sulla revisione del sistema fiscale, il segretario del Partito Democratico, Pierluigi Bersani, lancia al ministro dell’Economia le sue proposte, che puntano su un fisco assai più leggero per i lavoratori e le imprese, più favorevole all’ambiente e più penalizzante sulle rendite finanziarie. Un sistema fiscale che se nella sostanza non è molto diverso da quello immaginato da Giulio Tremonti, presuppone tempi di realizzazione certamente più rapidi e forme di copertura che il Tesoro ha sempre considerato un po’ troppo rischiose, visto lo stato dei nostri conti pubblici.

Tutto il piano di alleggerimento fiscale proposto dal Partito Democratico, infatti, sarebbe finanziato dal recupero dell’evasione fiscale. In cinque anni, si legge nel documento del Pd consegnato da Bersani a Tremonti, l’evasione fiscale italiana dovrebbe essere portata al livello medio europeo, con il recupero di 40-50 miliardi di euro all’anno. Ed è da lì che arriverebbero le risorse per la grande operazione di redistribuzione fiscale immaginata dall’opposizione. L’Irpef sui redditi più bassi, l’aliquota di imposizione del lavoro autonomo e professionale, l’Ires per le imprese e l’imposta sostitutiva sulle rendite da capitale dovrebbero essere tutte portate al 20%. Per i lavoratori dipendenti, ai quali spetterebbero detrazioni più forti ed il recupero del fiscal drag (l’aumento della pressione fiscale dovuta all’inflazione), la prima aliquota sui redditi scenderebbe dal 23 al 20%, e dovrebbero essere ritoccate all’ingiù anche le aliquote degli scaglioni immediatamente superiori. Le detrazioni sarebbero interamente ripensate, con una nuova modulazione non più solo in base al reddito, ma anche in funzione dell’età, «a vantaggio dei giovani sotto 35 anni e degli ultra settantacinquenni», e del sesso: le lavoratrici con figli minori godrebbero, infatti, di detrazioni fiscali «consistenti».

Quanto al lavoro autonomo, il Partito democratico prefigura l’eliminazione graduale dell’Irap sul costo del lavoro, e un premio per chi scommette sulla propria impresa, portando a zero l’aliquota Irpef o Ires sulla parte di capitale reinvestita nell’attività.

La parte prevalente del reddito d’impresa, professionale o da lavoro autonomo, quando diventa reddito personale o viene distribuita ai soci, verrebbe inoltre tassata come il reddito da capitale, cioè con un’imposta sostitutiva del 20%.

«Occorre alleggerire l’impresa, il lavoro e i redditi familiari per stimolare gli investimenti, i consumi e l’occupazione e richiamare risorse da una lotta efficace all’evasione fiscale e dal contributo della rendita», scrive Bersani, comunque scettico sulle reali intenzioni del governo.

«Come ho più volte detto, voglio ribadire con franchezza che non ritengo l’attuale governo e l’attuale maggioranza in grado di produrre riforme. Qualsiasi sia il governo chiamato a farla, tuttavia, la riforma fiscale deve essere discussa e predisposta con urgenza senza atteggiamenti dilatori o scansioni addirittura epocali.

Troppo spesso il fisco è stato usato per la propaganda, mentre davanti alla crisi servono fatti» scrive Bersani annunciando, proprio mentre sta per partire il tavolo tra governo e parti sociali, un’iniziativa parlamentare a novembre. «La sede giusta» scrive Bersani per un «confronto di idee su una materia dirimente per le prospettive del paese».

Il Corriere della Sera 19.10.10

"Il Quirinale contro i tagli del governo all’università", di Caterina Perniconi

La piccola piazza dei Cavalieri, davanti all’ingresso della Scuola Normale di Pisa, è piena di persone già dalla mattina presto. Ci sono i ricercatori col lutto al braccio, gli studenti, dietro allo striscione “il futuro non ci aspetta”,
molti precari. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, arriva poco dopo le undici, per celebrare il bicentenario dell’università, e prova a rassicurarli: “Condivido la forte preoccupazione di studenti e docenti per le difficili condizioni del sistema universitario che nessuno può fingere di ignorare”. Difficile però spiegare perché a quei ragazzi che qualcuno il futuro glielo sta rubando. Tagliando gli investimenti sull’istruzione, riducendo i diritti sul lavoro, precarizzando una generazione. “Conto sul vostro sentimento di responsabilità, al di là di ogni momento di comprensibile frustrazione”, ha detto il Capo dello Stato, interpretando i sentimenti di chi non ce la fa più. “Senza interferire sulle decisioni del governo e sulle discussioni parlamentari – ha continuato Napolitano – sento di dover riaffermare, e non cesserò di farlo, che occorre rafforzare il rilievo prioritario che va attribuito, non a parole ma con i fatti, alla ricerca, all’alta formazione e dunque all’università”.
UN RILIEVO che questo governo ha scelto di non dare, tagliando un miliardo e trecento milioni all’università, e aprendo le porte dell’istruzione a una deriva aziendalistica. Il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, non ha commentato le parole di Napolitano. In un’intervista a Repubblica ieri mattina aveva detto di essere “amareggiata per quello che è accaduto”, ma fiduciosa perché “Tremonti ha promesso che i soldi per l’università ci saranno con il decreto milleproproghe ed io mi fido della sua parola”. Peccato che due righe dopo abbia accusato i sindacati e la sinistra di “illudere i giovani facendo credere loro che il problema siano i tagli”. Per il ministro il problema sono gli sprechi, per gli studenti, invece, sono proprio i tagli. Perché i soldi non sprecati possono sì essere reimpiegati, ma se le risorse vengono ridotte, con quali forze si investe sul futuro?
“Il ruolo strategico della ricerca e della formazione non può essere a lungo negato e contraddetto – ha spiegato il Capo dello Stato – si imporrà, ne sono certo, al di là di ogni temporanea miopia” aggiungendo un appello “a tutte le forze politiche e sociali a riflettere con lungimiranza su questo punto”.
NAPOLITANO ha ricordato che l’importanza della formazione per assicurare all’Italia e all’Europa “uno sviluppo coerente con il patrimonio di civiltà che rappresentano e in grado di reggere alle sfide di un mondo in radicale mutamento”.
“Ancora una volta il presidente della Repubblica esprime preoccupazione per lo stato dell’università e la ricerca italiana – ha commentato l’Unione degli studenti – e anche questa volta si è mostrato una persona di grande ascolto e sensibilità. La Gelmini, invece di etichettare qualsiasi critica come minoritaria o ideologica dovrebbe prendere esempio dal capo dello Stato, anche perchè, visto il suo comportamento, l’unica ideologica che non vuole ascoltare le preoccupazioni e le critiche che provengono da tutto il mondo accademico è lei”.
“Il Governo ascolti il monito del presidente Napolitano e passi dalle parole ai fatti” ha chiesto la capogruppo democratica nella commissione Cultura di Montecitorio, Manuela Ghizzoni. “La manovra finanziaria è il banco di prova per verificare se il governo ha veramente intenzione di restituire i fondi alle università e avviare un serio piano di investimento. Come ha mostrato l’esame parlamentare del ddl Gelmini non è possibile parlare di riforme se queste sono prive di coperture finanziarie. Dal governo pretendiamo chiarezza”. É stata proprio la mancanza di copertura a far sì che la riforma venisse bocciata dalla Ragioneria generale dello Stato, costringendo il ministro Gelmini a rimandare la discussione in aula a Montecitorio di almeno un mese.
“LE PAROLE del presidente della Repubblica sono una bocciatura senza appello per i ministri che stanno affossando l’università italiana, Tremonti e Gelmini” ha commentato il presidente del gruppo Idv alla Camera, Massimo Donadi. “Il governo – ha aggiunto Donadi – sta tagliano in tutti i settori, anche in quelli fondamentali per rilanciare il paese, come l’Università e la ricerca. Una politica miope che condanna l’Italia alla marginalità perchè un Paese che non investe sulla formazione delle giovani generazioni mette una pesante ipoteca sul proprio futuro”.

da Il Fatto Quotidiano 19.10.10

"Paradisi fiscali, evasione, affari. Nella caverna di Alì Babà", di Sergio Rizzo

La globalizzazione ha abbattuto in tutto il mondo il tabù della libera circolazione dei capitali. Figurarsi perciò se l’Italia può impedire ai suoi cittadini di comprare ville ai Caraibi. Chi la governa ha però il dovere di verificare che gli investimenti siano fatti nel rispetto delle regole.
Quasi sempre, tuttavia, è impossibile. Anche se quei Paesi hanno sottoscritto protocolli e accordi internazionali, poi concretamente non li applicano. Così, al riparo dei segreti bancari e delle società anonime continuano a essere un comodo rifugio per chi non paga le tasse o peggio. Si chiamano infatti paradisi fiscali. E giustamente il governo italiano li combatte con determinazione, al fianco di tutti gli altri Stati occidentali. Consapevole che si tratta di una battaglia planetaria per la civiltà.

In un Paese con il record di evasione e dove la propensione all’esportazione illegale di denari non si è purtroppo fermata negli ultimi anni, come dimostra il «successo» dell’ultimo scudo fiscale, questo è un nervo scoperto. Sul quale il servizio di Report, la trasmissione di Milena Gabanelli andata in onda domenica sera, e prima ancora l’inchiesta di Luigi Ferrarella pubblicata su questo giornale, hanno avuto il merito di accendere un faro. Da qualche tempo ad Antigua, isola inserita dall’Ocse nella «lista grigia» dei paradisi fiscali, alcuni italiani stanno facendo grandi affari immobiliari. E li stanno facendo attraverso una società, la Flat point, con filiale a Torino ma sede legale in quel piccolo Stato, per la quale a quanto pare è impossibile risalire alla reale proprietà, nonostante fra chi la gestisce ci siano soggetti chiaramente di nazionalità italiana.

Intendiamoci, il problema dei paradisi fiscali va ben oltre i confini angusti di un’isoletta caraibica. Per dire quanto sia complicato affrontarlo e risolverlo, esistono piccole sacche «paradisiache» anche a due passi da casa nostra e perfino all’interno delle nazioni più impegnate in questa battaglia: molte società di comodo di Calisto Tanzi avevano sede nello Stato americano del Delaware, dove il codice è particolarmente «flessibile». Dunque è chiaro che la battaglia richiede innanzitutto grande impegno da parte delle classi politiche. E qui una riflessione è d’obbligo.

Fra i cittadini italiani che hanno investito nell’isola dei Caraibi c’è pure il nostro presidente del Consiglio: si parla di una somma superiore a 20 milioni di euro. Con i governanti di quel Paese, peraltro, Silvio Berlusconi aveva anche intrattenuto rapporti politici, se è vero che cinque anni fa si sarebbe speso per far ottenere in sede internazionale ad Antigua e Barbuda uno sconto del debito estero. Il suo avvocato Niccolò Ghedini ha ricordato che i terreni comprati dal premier ai Caraibi sono stati pagati con regolare bonifico e figurano nella dichiarazione dei redditi. Aggiungendo che «l’immobile è intestato regolarmente a Berlusconi e non già a fantomatiche società off shore.
E con regolari fatture assistite da stati di avanzamento lavori sono stati pagati i lavori di costruzione e arredo». Fatture presumibilmente emesse dalla stessa Flat point… Elemento che ha indotto Milena Gabanelli a sollevare la questione dell’«opacità» tanto contestata da Ghedini.

Ma qui non è in discussione la regolarità delle fatture. Perché si dà il caso che il Paese dove Berlusconi ha investito tutti quei soldi sia uno di quelli paragonati un giorno dal suo ministro dell’Economia alla «Caverna di Alì Babà», dove i Quaranta ladroni nascondevano il bottino. E alla luce del gravoso impegno internazionale che Tremonti ha assunto nella lotta ai paradisi fiscali, quell’investimento si può considerare opportuno?

Il Corriere della Sera 19.10.10

"Mafia, le donne vittime nell'ombra", di Francesco La Licata

L’universo mafioso – si sa – pensa solo al maschile. Non c’è spazio per le donne, se non nelle vesti di vittime o protagoniste di immani tragedie e comunque personaggi dal destino segnato. Nessuna donna ha mai ricoperto il ruolo di capo e quando qualcuna si è imposta fino a sfiorare il vertice, ciò è avvenuto per necessità di sostituire un uomo momentaneamente assente. Ma anche le supplenze sono episodi sporadici. Più frequenti, invece, le storie tragiche, la violenza cieca esercitata su «deboli e indifese» che la stessa legge mafiosa vorrebbe ipocritamente destinate ad una «tutela assoluta».

Non si può dire che sia stato osservato il comandamento di rispettare le donne nel caso della vendetta trasversale riservata al pentito siciliano Francesco Marino Mannoia. Aveva da poco accettato di collaborare col giudice Giovanni Falcone quando, era l’ottobre del 1989, Cosa nostra uccise Leonarda, la madre, Vincenza, la sorella, e Lucia, la zia del neo collaboratore. Si salvò a stento Rita, la compagna che adesso vive con lui fuori dall’Italia. Era la prima volta che la mafia contravveniva alle proprie leggi, ma la posta in gioco era troppo alta per non tentare qualsiasi azzardo. Si trattava di bloccare sul nascere il fenomeno del pentitismo che già aveva mostrato tutta la sua pericolosità con le collaborazioni di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno.

Già, Buscetta. Anche questa storia è popolata di donne: tutte in qualche modo vittime del fascino del «mafioso buono». Era vittima Melchiorra Cavallaro, la madre dei suoi figli, relegata al ruolo di comparsa silenziosa. Ed anche la soubrette Vera Girotti, sua compagna nell’attraversamento della «bella vita», lusso e champagne, ma delusa dalla chiusura che il boss opponeva alla richiesta di una «vita più normale». Privilegio, questo, poi concesso da don Masino alla compagna della maturità: Cristina de Almeyda Guimares, donna colta e intelligente che, non a caso, non ha mai voluto prender posto dentro il baraccone mediatico che ha accompagnato l’ultino scorcio della vita del grande pentito.

Chissà, forse la stessa ansia di normalità avrà convinto Lena Garofalo a fidarsi del padre di sua figlia. Forse Lena inseguiva una sistemazione per il futuro di Denise, già stanca di fuggire – insieme con la madre – ai maschi di una famiglia che avevano già deciso di eliminare una testimone, Lena, della loro mafiosità. Imprudente, povera donna: mentre si illudeva che il padre di sua figlia si fosse rassegnato al «perdono», per lei colpevole di aver collaborato coi giudici, quello aveva già messo da parte l’acido per squagliarla. È incredibile come tante donne si rifiutino di vedere ciò che accade attorno a loro. Prendiamo Ninetta Bagarella, la moglie di Totò Riina. Ha sempre difeso il suo uomo, sin da quando, giovanissima, andò al Tribunale di Palermo per «spiegare» ai giudici che Totò era il migliore degli uomini. Poi si è lasciata trascinare nella clandestinità: trent’anni di anonimato riuscendo a partorire quattro figli. Dalla sua bocca non è uscita mai una sola parola di rimpianto, neppure davanti al figlio Giovanni, giovanissimo e già condannato definitivamente all’ergastolo. Ma lei è la moglie del Padrino e, perciò, recita un ruolo importante. Quello di custode dei «valori» di Cosa nostra «correttamente» trasmessi ai figli. Non v’è raffronto possibile con storie più marginali, come quella di Lea Garofalo. Ma anche dentro la «mafia nobile» ha albergato e incombe la tragedia. Che dire della drammatica fine di Vincenzina Marchese, moglie innamoratissima di Leoluca Bagarella? Lui è fratello di Ninetta, la moglie del Padrino. Lei, morta suicida, era figlia e sorella di grandi mafiosi palermitani. Amava tantissimo il suo Luca, fino a sopportare anche lei la clandestinità. Ma aveva un cruccio: l’assenza di figli che lei viveva come un castigo di Dio. Una nemesi divina per la crudeltà con cui Bagarella aveva fatto uccidere e sciogliere nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo, ‘u picciriddu sequestrato per ricattare il padre pentito e indurlo a ritrattare ogni rivelazione. Bagarella trovò la moglie impiccata in cucina. E come in un racconto dell’orrore l’ha seppellita in un posto che lui solo conosce. Perchè il suo dolore sia soltanto il suo, senza dover condividere la «vergogna» di una moglie suicida.

La Stampa 19.10.10

"Ripensiamo il ddl università", di Eugenio Mazzarella*

E’ stato difficile fin qui far capire la ragionevolezza dei dubbi sul ddl Gelmini. Ora la conclamata assenza di copertura finanziaria anche sulle poche concessioni fatte in commissione spero abbia fatto comprendere che, condividendo l’urgenza di una riforma, avere un’idea diversa di quale riforma realizzare, non significava essere “un guerrigliero del calendario” votato a “sabotare” con lo strumento parlamentare degli emendamenti un bisogno del Paese. L’ingenerosità di questo giudizio di Guido Gentili sul Sole 24 Ore di qualche giorno addietro è stata un’ingenerosità diffusa per obiezioni condannate in contumacia. Forse ora si possono rappresentare le ragioni di chi fin qui si è opposto al ddl Gelmini.
L’annunciata riforma è una ristrutturazione al ribasso del sistema dell’università: ci sono solo meno risorse, meno organico docente, meno tutto, e nessuna vera idea di università, con un disimpegno significativo dal sostegno pubblico. Alla meglio il progetto del Governo è trasformare una Mercedes asmatica, l’università italiana, di cui si ritiene non poter pagare i costi di riparazione, in una Smart con cui affrontare il confronto con i Paesi nostri competitori. Si riduce l’incidenza sul Pil del comparto università e ricerca, in assoluta divergenza con quanto si fa in Europa. La conseguenza è che si rinuncia a implementare le situazioni di eccellenza, pur presenti, nel quadro di un innalzamento generale della qualità media degli atenei, e si punta minimalisticamente a sganciarne alcuni (quelli “eccellenti”) con deroghe alla governance, e con risorse contrattate caso per caso con il ministero. A tutti gli altri è proposto un regime di autonomia sorvegliata insieme dell’abbandono finanziario e dell’occhiuto, e disfunzionale, controllo sulla loro autonomia di programmazione competitiva. Ci si rassegna ad una nicchia di serie A, e ad una rete, da cui saranno drenate le già scarse risorse, di serie B.
Questo spiega il venire meno del ddl agli stessi principi, del tutto condivisibili, enunciati all’articolo 1: autonomia, merito, valutazione, responsabilità. A ciò è funzionale un drastico ridisegno degli organici non solo al ribasso ma in senso apicale: l’idea di pochi ordinari più tanti (relativamente!) associati, di fatto equivalenti ai vecchi assistenti ordinari di ruolo, più i ricercatori precarizzati nel tempo determinato (gli assistenti incaricati degli anni 70) e speranzosi di divenire associati=assistenti, è il progetto sotteso al ddl Gelmini, con l’illusione che questo dia efficienza ad un sistema umiliato nel suo capitale umano.
Restando all’impianto della riforma, c’è in essa un’insostenibile ricorso alla delega su materie decisive, un abnorme implementazione normativa di ostacolo a qualsiasi gestione agile ed efficace dell’autonomia in un quadro di assunzione dei vincoli responsabilizzanti di una valutazione “terza” del sistema, l’assoluta assenza di concreti impegni per il merito e il diritto allo studio, una pericolosa contraddizione, per assenza di risorse, nel modello proposto di selezione dei docenti tra chi aspira a entrare nei ruoli dell’università e chi già vi opera.
Il modello di selezione dei docenti del ddl Gelmini, innestato senza risorse sugli attuali organici, mette in contraddizione gli impegni per i nuovi docenti e le aspettative di chi lo è già. Con le poche risorse a disposizione degli atenei si dovrà scegliere se finanziare i contratti di ingresso a tempo determinato, perché non siano precariato senza sbocco, ovvero le legittime aspettative di carriera dei ricercatori e associati già in ruolo che si abilitino.
Da questa criticità si esce prevedendo, per un congruo periodo transitorio, un piano di finanziamento straordinario sia per la tenure track che per le chiamate nei ruoli di ricercatori e associati che conseguano l’abilitazione nazionale. Così come pure, per rendere effettiva la mobilità dei docenti, è necessario un congruo finanziamento della mobilità dei docenti tra atenei, e in ingresso nel sistema di ricercatori e docenti in posizioni equiparabili all’estero.
Senza risorse questa riforma non sarà in grado di sopravvivere neanche ai suoi errori. Con lo slittamento del provvedimento, ora c’è un mese di tempo. Usiamolo.

*L’autore è deputato del Pd e membro della commissione Cultura alla Camera

Il Sole 24 Ore 17.10.10

"La voce del padrone", di Curzio Maltese

Una premessa. In molte aziende italiane, anche piccole, è ormai una prassi, mutuata dagli americani, quella di sottoporre il personale da assumere a test attitudinali e d´intelligenza. E ora passiamo alla prima azienda culturale italiana, la Rai, e al suo direttore generale, Mauro Masi.
Dopo aver provato senza successo la chiusura di Annozero, con il maldestro alibi di una sanzione a Michele Santoro, e dopo gli sfortunati tentativi di non far andare in onda Report di domenica scorsa, l´intraprendente massimo dirigente di viale Mazzini è stato colto da un´altra idea geniale: fermare il programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano. Con un altro dei suoi astutissimi e infallibili artifici, il blocco dei contratti degli ospiti. A cominciare dal primo, un nome di scarso richiamo, Roberto Benigni. Pensate l´acutezza dell´uomo. Non potendo cancellare dal palinsesto un programma che si presenta come l´evento dell´anno e un formidabile affare pubblicitario per l´azienda, in tempi di vacche magrissime, il direttore generale agisce indirettamente, boicottando i compensi agli ospiti, giudicati incongrui. Si tratta infatti di un pugno di premi Nobel o alle brutte premi Oscar, più qualche rockettaro come Bono, i quali pretendono di essere pagati come e addirittura più di veline, tronisti, ospiti della casa del Grande Fratello o artisti del circo di Lele Mora. Con questo movente di forte impronta etica, ipotizza il Masi, nessuno sospetterà che lui invece voglia semplicemente censurare i contenuti del programma di Fazio e Saviano. Che vertono su temi quali la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, la corruzione, le speculazioni sui terremoti, l´evasione fiscale. Tutti argomenti, al solo nominarli, grondanti un implicito e odioso antiberlusconismo. Purtroppo, caro direttore generale, non sarà facile sviare i sospetti. La gente, si sa, è maliziosa.
Esaurita la riserva di indignazione, si seguono gli esperimenti di censura di Mauro Masi con sincera curiosità. Ce la farà stavolta il nostro di viale Mazzini ad adempiere agli ordini dei suoi superiori? Masi si muove infatti su una linea sottile e sospesa nel vuoto. Dietro lo spinge il padrone, che vorrebbe cancellare i programmi con uno schiocco delle dita, come avrà visto fare dai governi modello dei paesi a lui più cari, dalla Bielorussia alla Libia ad Antigua (lo Zimbabwe ha smentito). Davanti il povero Masi deve affrontare alcuni impacci, dalla Costituzione ai regolamenti interni Rai, dal codice civile alla Corte dei Conti. L´ultima, per esempio, un giorno potrebbe interessarsi dell´operato e della responsabilità personale di un dirigente di un´azienda pubblica la cui mission, come si dice fra manager, sembra essere la guerra agli unici programmi Rai di qualità e di altissima resa economica.
Come un povero Mephisto, il direttore generale finora, cercando di ottenere il male, ha comunque operato per il bene. Nel senso che oltre a non chiudere un bel nulla ha garantito alle trasmissioni messe all´indice un formidabile lancio. Il caso più recente e meritevole ha riguardato la puntata di Report con il servizio sulla villa da Scarface di Berlusconi ad Antigua. Senza l´affannosa richiesta di non mandare in onda nulla, partita dalla corte di Berlusconi, cinque milioni e mezzo d´italiani non avrebbero mai seguito un magnifico programma di autentico giornalismo. Un´oasi di serietà nella melma di dossier confezionati ad arte che si tenta di far passare per informazione. Dopo mesi e mesi trascorsi a discutere di pettegolezzi mai provati sulla casetta di 55 metri quadri a Montecarlo venduta (forse) sottocosto da Fini al cognato (sempre forse), ecco un bel villone da almeno venti milioni comprato sicuramente dal presidente del Consiglio, sicuramente attraverso società off shore, in un paradiso fiscale e con i fondi depositati in una banca svizzera indagata per riciclaggio. Pochi minuti di libero giornalismo sulle reti di Stato sono bastati per riportare l´Italia fra le nazioni normali.
Certo, un paese normale non lo siamo. Il sogno è durato lo spazio di una serata televisiva. Sappiamo tutti che Berlusconi non sarà mai costretto a spiegare in Parlamento o su Internet lo scandalo di Antigua. Così come sappiamo che tutti i telegiornali e i giornali che hanno chiesto per tre mesi a Gianfranco Fini di chiarire il piccolo affare di Montecarlo, nel nome della trasparenza delle istituzioni, non avranno mai il coraggio di rivolgere la stessa richiesta al premier, per una vicenda cento volte più grave. Secondo la natura ipocrita del doppiopesismo, gli scandali di Berlusconi non sono scandali, da chiarire nel merito, ma complotti della Spectre.
Ma forse non siamo (ancora) un paese come la Bielorussia o la Libia. Le censure di Masi-Berlusconi naufragano nel ridicolo e il programma di Saviano, piaccia o no, andrà in onda lo stesso. Poi magari ci penserà il solerte Bruno Vespa a metterlo sotto processo, come ha fatto ieri sera con Annozero, in una grottesca trasmissione alla presenza di Masi e, questa sì, senza contraddittorio. «Fuori luogo», secondo lo stesso presidente Rai, Garimberti. Un po´ anche fuori di testa.

La Repubblica 19.10.10

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“Hanno paura dei contenuti senza ospiti non vado in onda”
“Lo scrittore: vogliamo solo raccontare l´Italia che resiste”, di LEANDRO PALESTINI

Roberto Saviano, nel programma suo e di Fazio cosa c´è che fa così paura alla Rai?
«C´è semplicemente la voglia di parlar chiaro sull´Italia di oggi. Non di parlar male del Paese, precisiamo: ma di dire le cose come stanno. Spiegando quel che non funziona, naturalmente, ma anche le tante realtà positive che ci fanno capire ogni giorno come valga la pena restare in Italia, appassionarsi al suo futuro, e lottare perché questo futuro sia migliore del presente».
Ma è vero che sono saltati tutti gli ospiti, all´improvviso?
«Sì, oggi abbiamo saputo che la direzione generale non ha approvato i contratti che erano stati definiti con gli ospiti delle varie puntate. Hanno detto di no, rifiutando personaggi che ogni televisione si contenderebbe per la prima serata».
Sta parlando di Roberto Benigni e Bono Vox?
«Certo, ma non solo. Benigni e Bono avevano accettato, e anche con entusiasmo, nonostante il programma sia stato spostato d´imperio dal mercoledì al lunedì, contro il Grande Fratello. Ma la Rai ha detto no. E ha rifiutato anche Albanese, Paolo Rossi, Claudio Abbado».
Le ragioni sono economiche?
«Può darsi che siano economiche le ragioni che vengono accampate. In realtà i contratti erano stati chiusi a condizioni molto vantaggiose per l´azienda, e soprattutto gli spazi pubblicitari erano andati a ruba. Non solo. Roberto mi ha chiamato poco fa raccontandomi che aveva detto alla Rai di essere pronto a venire nel programma anche gratis. Dunque, di cosa stiamo parlando?».
Ce lo spieghi lei. Cosa sta succedendo in Rai?
«Io so che ci è stata chiesta la scaletta del programma, e io e Fazio l´abbiamo consegnata a Masi, senza tenere nulla nascosto. Faccio un esempio: ho detto che nella prima puntata io Fazio e Benigni vogliamo occuparci delle proprietà di Berlusconi, poi io intendo parlare della mafia e della camorra. Nelle altre puntate voglio affrontare la “fabbrica del fango”, cioè l´uso dei dossier e delle calunnie contro gli avversari politici, il terremoto dell´Aquila, i rifiuti di Napoli, il caso dell´Utri».
La reazione qual è stata?
«Ufficialmente il silenzio. Nessuno ci ha detto nulla. Ma da quando hanno conosciuto i contenuti, è cominciato un tentativo continuo di rimpicciolire la trasmissione, tagliando i figuranti, dimezzando lo studio, non firmando il contratto con la Endemol che produce il programma, e infine azzerando gli ospiti».
Qual è l´obiettivo?
«Temo che la paura prevalga, e nessuno si voglia prendere la responsabilità della messa in onda, di dire un sì. E nemmeno di dire un no chiaro. Così si accampano ragioni economiche, si cancellano gli ospiti, si devitalizza il programma da dentro. Fino a snaturarlo, per spingere noi a dire che non si può fare».
E voi lo direte?
«Parleremo io e Fazio, parleremo con gli ospiti, che stanno lavorando gomito a gomito con noi, sentono il programma come una cosa che è anche loro, perché vuole essere del pubblico, dei cittadini: con Benigni ad esempio stiamo scrivendo dialoghi e monologhi, stiamo lavorando sodo. Non posso essere io da solo a decidere per un´operazione collettiva».
Ma lei cosa pensa?
«Io so una cosa: senza Benigni, non vado in onda. Il programma è concepito così, è un dialogo a più voci, non è una serie di comparsate per prendere un applauso. Vogliamo capire e far capire, facendo divertire e riflettere, insieme. Insomma: si può fare solo così, così lo abbiamo pensato e voluto, così gli ospiti lo hanno accettato dicendoci di sì. Tradiremmo noi stessi, se accettassimo di stravolgere le nostre idee, e soprattutto tradiremmo il pubblico. La gente capisce».
Lei dice che ci sono accenti positivi, nel programma. Alla Rai non interessano?
«Non lo so, temo che prevalga la paura. Una paura generalizzata. Se lo studio è tricolore, come il nostro, e se io che sono un uomo del Sud parlo dell´unità d´Italia spiegando il suo valore, qualcuno può aver paura che la Lega si arrabbi. Non sto scherzando: le dico quel che ci capita ogni giorno. Si può lavorare così? Io so che il programma non è una cartolina della malaitalia. Denuncia il buio del nostro Paese, che è inutile nascondere perché i cittadini lo vivono e lo patiscono ogni giorno. Ma sottolinea anche l´Italia che ce la fa, tiene la testa alta e resiste: una gran bella Italia».
E se insistono a dirvi di no?
«Il guaio è che non dicono nemmeno di no. Agiscono togliendo ogni giorno qualcosa, rendendo ogni momento più difficile andare avanti. Si può non avere il contratto con il produttore a venti giorni dalla trasmissione? Si può assistere alla cancellazione in blocco degli ospiti a tre settimane dal via? È chiaro che vogliono farci dire che non ci sono le condizioni per andare in onda».
Non sarebbe una sconfitta?
«Qualcuno, probabilmente, la considererebbe una vittoria, nel Paese rovesciato dove qualche volta penso di dover vivere. Si rinuncia a ospiti famosissimi perché fanno paura gli argomenti che vogliamo discutere con loro, le idee. Pur di non farci parlare in televisione del ritorno della “monnezza” a Napoli, del terremoto, dei rapporti mafia-politica si preferisce tenere le grandi star fuori dalla Rai. Mi dica: conosce un altro Paese dove un premio Oscar come Benigni, un grande divo del rock come Bono e un Maestro come Abbado spaventano le burocrazie televisive, magari per timore di un´arrabbiatura lassù in alto?».

La Repubblica 19.10.10