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"Imprese e sindacati uniti: ridurre il peso delle tasse", di Giorgio Pogliotti e Nicoletta Picchio

L’obiettivo è condiviso: sia per Confindustria che per i sindacati serve una riforma fiscale che riduca il peso delle tasse su imprese e lavoratori. Per aumentare gli investimenti e rilanciare i consumi. Un richiamo ormai quasi quotidiano al governo, che domani avvierà il confronto con le parti sociali. Proprio sabato, dal Forum della Piccola industria, Emma Marcegaglia ha rilanciato l’argomento fisco come prioritario, nel rispetto della finanza pubblica, e quindi anche a parità di gettito complessivo: meno tasse su lavoro e aziende, ha detto la presidente di Confindustria, «agendo sulla lotta all’evasione e ragionando anche sulle imposte indirette».
Una battaglia forte anche per i sindacati: Cisl e Uil hanno indetto sul fisco una manifestazione nazionale il 9 ottobre sollecitando una riforma con meno tasse per lavoratori, pensionati e imprese che investono. La Cgil non c’era, ma anche per Guglielmo Epifani la questione fiscale è in cima all’agenda, chiede subito un primo intervento sotto forma di detrazioni per il lavoro dipendente e pensioni, ma non è escluso che su questo tema i sindacati possano trovare posizioni comuni. Se ne discuterà domani con il governo e il 27, al secondo appuntamento del tavolo per la produttività, tra imprese e sindacati. Saranno al tavolo anche gli esponenti di Rete Imprese Italia (commercianti, artigiani), che chiedono meno fisco e più semplificazione, in sintonia con Confindustria.
«Le aliquote elevate, la complessità dell’ordinamento fiscale, l’incertezza del diritto tributario scoraggiano gli investimenti e la creazione di posti di lavoro», sono le prime parole del paragrafo sul fisco di Italia 2015, il documento di Confindustria sulla modernizzazione del paese. Scorporando l’economia sommersa, secondo il Centro studi la pressione fiscale effettiva supera il 52%. Troppo. Serve una riforma che possa toccare anche le imposta indirette (e quindi Iva, o accuse, o rendite o patrimoni). Anche l’Irap va ridotta, eliminando gradualmente nella base imponibile di questa tassa la componente del costo del lavoro. Altra battaglia, si legge nel documento, l’innalzamento progressivo del tetto delle compensazioni dei debiti e crediti di imposta. Bisogna anche aumentare la lotta all’evasione e tagliare la spesa pubblica improduttiva. E poi, semplificazione: la complessità degli adempimenti è come una tassa occulta per le imprese.
Quanto a Cisl e Uil, propongono di ridurre la prima e la terza aliquota (portandole al 20% e al 36%), equiparando la no tax area tra pensionati e dipendenti. Chiedono di elevare l’imposta sulle rendite finanziarie dal 12,5% al 20% (esclusi i titoli di stato) e di abbassare la tassazione sui depositi bancari (oggi al 27%). Per la Cgil con i soldi dell’evasione è possibile ridurre il fisco su lavoro dipendente e pensioni per circa 20 miliardi in 3 anni. Anche per Cgil serve una riforma che sposti la pressione su transazioni, rendite finanziarie e grandi ricchezze. Mentre dice no a spostare il peso del fisco dalle persone ai consumi, proposta che piace alla Cisl.

Il Sole 24 Ore 19.10.10

"La censura goccia a goccia", di Michele Ainis

La libertà d’informazione è un bene fragile, come un’antica porcellana. Va in mille pezzi se la butti giù dal tavolo, e non c’è mastice che ti restituisca poi l’originale. Ecco perché abbiamo bisogno di tenere gli occhi aperti perfino sui dettagli. Specie quando sul dettaglio può inciampare un giornalista d’inchiesta, uno di quelli che vanno in prima linea, sotto il tiro delle artiglierie nemiche. Come Milena Gabanelli, come ahimè ben pochi altri suoi colleghi. È una forma di censura togliere alla Gabanelli la tutela legale della Rai? A prima vista no: nessuno minaccia di spegnere Report, né d’amputarne le parti più urticanti. D’altronde in Italia non c’è più il Minculpop, non c’è una propaganda di Stato come quella che il nazismo aveva affidato a Goebbels. La censura, quella tutt’oggi praticata dai regimi autoritari, è un’altra cosa; e il giornalista che la sfida sa che può rimetterci la vita. La Gabanelli, al massimo, ci rimetterà qualche quattrino. Tuttavia non esiste soltanto questa forma brutale di censura. Ce n’è una più obliqua e più indiretta, ma non meno efficace. Cade sulla propria vittima goccia a goccia, con un insieme d’azioni preordinate che hanno lo scopo di sfiancarla, oltre che d’intimidirla. Pressioni, ostacoli, ritardi burocratici, e ovviamente la leva finanziaria. L’arma perfetta, per i giornalisti non meno che per gli artisti.

Due secoli più tardi, rimane infatti più che mai eloquente il verso del poeta Béranger: «Io non vivo, che per scrivere dei canti; ma se voi, Monsignore, mi togliete il posto, scriverò dei canti per vivere».

Del resto nelle democrazie contemporanee l’ostracismo apertamente dichiarato può risolversi in un cattivo affare per i suoi mandanti. Finiscono per rimediarci una figura truce, mentre il censurato di turno si trasforma in martire, in eroe popolare. Guadagna tifosi, e magari trova un contratto più ricco altrove. Non è forse già successo dopo l’editto bulgaro di Silvio Berlusconi? Correva il 2002, e da Sofia il presidente del Consiglio pronunziò un diktat contro Biagi, Santoro e Luttazzi. Vennero immediatamente cancellati dai palinsesti Rai, ma dopo qualche anno (e qualche sentenza giudiziaria) i primi due ci hanno fatto ritorno passando sotto l’Arco di trionfo. Sarà per questo che nel frattempo i metodi si sono raffinati, sono diventati un po’ meno plateali. Come dimostra, per l’appunto, un rosario di episodi.

La Gabanelli, cui comunque già l’anno scorso il direttore generale Masi voleva togliere il patrocinio legale della Rai, senza riuscirci per l’opposizione di Zavoli, presidente della Vigilanza. Michele Santoro: programma a lungo in bilico, poi apre ma senza i contratti di Travaglio e Vauro, che da tre puntate lavorano a titolo gratuito; e per sovrapprezzo un provvedimento disciplinare. Serena Dandini: anche lei tenuta sulla corda, tanto che fino all’ultimo l’interessata non sapeva quante puntate le toccassero. Saviano e Fazio: altro programma ballerino, benché a novembre (salvo nuove giravolte) lo vedremo in onda. Senza dire di Paolo Ruffini, il direttore di Raitre cacciato e successivamente reintegrato per mano giudiziaria. È insomma il metodo della goccia cinese, che alla fine ti lascia un buco in fronte. Ma le torture, almeno quelle, sarebbero vietate.

La Stampa 19.10.10

Rifiuti, a Napoli è sempre emergenza. Scontri a Terzigno

Bianchi: “Un altro fallimento del governo, è ora di dire la verità”.
C’è tensione a Terzigno, nel napoletano. A causa di un blocco stradale attuato dai movimenti antidiscarica centinaia di autocompattatori non hanno potuto sversare stanotte i rifiuti nella discarica «Sari» del comune Vesuviano e gli agenti delle forze dell’ordine hanno forzato il blocco dopo diversi scontri. Il presidio è stato attuato dai dimostranti intorno alle 6 in via Passanti, all’altezza di via Cavour, in direzione della stradale statale 268. Centinaia di camion colmi di rifiuti bloccati finché quattro camionette di polizia e dei carabinieri, con altre tre auto, sono riuscite a passare il blocco che i manifestanti avevano realizzato in via Zabatta, per impedire l’accesso alla discarica Sari di Terzigno.

Puntuale arriva la denuncia di stella Bianchi, responsabile Ambiente della segreteria PD: “Ogni atto di forza come quello di questa mattina è il segno del fallimento del governo Berlusconi. Un governo che aveva dato poteri straordinari al commissario Bertolaso per risolvere l’emergenza rifiuti in Campania, e che invece non è riuscito a mettere in sicurezza la gestione ordinaria del ciclo dei rifiuti.
Se nella città di Napoli, Centro compreso, ci sono ancora cumuli di spazzatura sulle strade la colpa è del governo, che non ha avviato un percorso fatto di riduzione dei rifiuti, raccolta differenziata, impianti di trattamento.
Non si può pensare di risolvere l’aggravarsi del problema ignorando le legittime preoccupazioni degli abitanti di quelle zone per la propria salute e per quella dei loro figli. E sottovalutando la necessità di salvaguardare il
Parco nazionale del Vesuvio. Il governo si impegni a ricostruire un clima di dialogo e di partecipazione
con le comunità interessate, cominciando finalmente a dire la verità su ciò che ha fatto e sul perché l’emergenza è riesplosa così drammaticamente”.

Alla rotonda di via Panoramica resta un presidio formato da oltre 200 persone. ”Hanno caricato donne con le mani alzate”, dice uno dei manifestanti, ”una donna si e’ sentita male ed e’ stata soccorsa con l’ambulanza”

Questa notte era stato dato alle fiamme un altro autocompattatore, mentre 15 camion per la raccolta dei rifiuti sono fermi nei pressi della discarica, accanto agli altri. Finora 100 autocompattatori sono stati danneggiati, causando problemi alla raccolta giornaliera dei rifiuti, che rimangono lungo le strade del capoluogo campano, e provocando ingenti danni economici.

Ad un mese circa dalla protesta, ancora non si fa luce sulla possibilità di cambiare il sito della discarica, nè di prendere provvedimenti per la salute dei cittadini. Intanto restano e crescono i cumuli di rifiuti a Napoli, lungo le strade di numerosi quartieri della città. Particolarmente colpito il centro storico.

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Fisco, Bersani scrive a Tremonti: "Riforma urgente".

“Davanti alla crisi servono fatti, ecco le proposte PD approvate a Varese”. Al Tg3 ribadisce: “Non possiamo aspettare le calende greche” . Il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, ha inviato al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, una lettera per chiedere di affrontare urgentemente il tema della riforma del fisco.
Riforma che in serata ha illustrato anche al Tg3 convinto che “la riforma fiscale va fatta e non si possono aspettare le calende greche. C’è assolutamente bisogno della riforma fiscale – dice Bersani – non credo che questo governo sia in condizione di farla, ma noi abbiamo una proposta per alleggerire lavoro e imprese e caricare sull’evasione fiscale e sulle rendite. Vogliamo discuterne in Parlamento, subito”.
Riportiamo il testo della lettera:

“Caro Ministro,

Il dato saliente della crisi oggi si chiama lavoro. Non avremo crescita senza uno stimolo alle attività economiche ed all’occupazione attraverso riforme incisive e coraggiose. La più urgente fra le riforme è quella fiscale: alleggerire impresa, lavoro e redditi familiari per stimolare investimenti, consumi ed occupazione e richiamare risorse da una lotta efficace all’evasione fiscale e dal contributo della rendita”. Comincia così la lettera che il segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani, ha inviato oggi al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, allegando le proposte di riforma fiscale approvate dall’Assemblea nazionale del partito riunitasi a Varese l’8 e 9 ottobre.

“Come ho più volte detto, voglio ribadire con franchezza che non ritengo l’attuale governo e l’attuale maggioranza in grado di produrre riforme. Qualsiasi sia il governo chiamato a farla, tuttavia – ha scritto Bersani – la riforma fiscale deve essere discussa e predisposta con urgenza senza atteggiamenti dilatori o scansioni addirittura epocali. Troppo spesso il fisco è stato usato per la propaganda. Davanti alla crisi servono fatti. Noi abbiamo prodotto un progetto di riforma sintetizzato nel documento approvato a Varese dall’Assemblea nazionale che Le trasmetto”.

“Nel mese di novembre – ha concluso il segretario del Pd – assumeremo un’iniziativa parlamentare in materia fiscale. Vogliamo dare in Parlamento trasparenza e celerità alla discussione sul fisco. Mi auguro che per una volta il governo voglia accettare nella sede giusta un pubblico confronto di idee su una materia dirimente per le prospettive del Paese”.

www.partitodemocratico.it

Università, Pd: Governo ascolti il monito del Capo dello Stato

Ghizzoni: finanziaria è banco di prova, serve piano investimento straordinario. “Il Governo ascolti il monito del presidente Napolitano e passi dalle parole ai fatti”. Lo chiede la capogruppo democratica nella commissione Cultura di Montecitorio, Manuela Ghizzoni, che sottolinea come “la manovra finanziaria è il banco di prova per verificare se il governo ha veramente intenzione di restituire i fondi alle università e avviare un serio piano di investimento. Come ha mostrato l’esame parlamentare del ddl Gelmini non è possibile parlare di riforme se queste sono prive di coperture finanziarie. Dal governo pretendiamo chiarezza”.

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Napolitano con studenti e docenti «Condivido le loro preoccupazioni»

«Nessuno può fingere di ignorare le difficili condizioni del sistema universitario e anch’io condivido la forte preoccupazione di docenti e studenti e conto sul loro sentimento di responsabilità al di là di ogni momento di comprensibile frustrazione». Lo ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a Pisa al convegno per celebrare il bicentenario della fondazione della Scuola Normale Superiore.

«Senza interferire nelle discussioni e nelle decisioni che hanno luogo in governo e in parlamento – ha aggiunto Napolitano al convegno – sento il dovere di riaffermare il rilievo prioritario che va attribuito, non solo a parole ma con i fatti, alla ricerca e all’alta formazione e dunque all’Università».

Il capo dello Stato è nella città toscana per festeggiare i 200 anni della Scuola superiore. Lo hanno accolto decine di studenti assiepati dietro le transenne piazza dei Cavalieri con applausi e con lo slogan “Università pubblica”. Gli studenti hanno esposto uno striscione contro la riforma Gelmini e hanno distribuito un volantino nel quale spiegano i motivi del loro no al ddl del ministro all’Istruzione. Insieme agli studenti ci sono rappresentanti del Movimento dei ricercatori. «Università e unità è il massimo» ha risposto il capo dello Stato ai giovani.

L’istituzione universitaria fu fondata due secoli fa, il 18 ottobre 1810, con un decreto dell’imperatore francese Napoleone. Napolitano ha visitato la sede storica accompagnato dal direttore Salvatore Settis. Dopo un colloquio con alcuni rappresentanti del corpo accademico e degli studenti, Napolitano, è andato al Teatro Verdi, per un convegno sulla nascita della Normale, scuola d’eccellenza che raccoglie i migliori cervelli.

Al di là delle transenne c’è anche una decina di lavoratori della C-Global, azienda di servizi bancari del Gruppo Cedacri che ha deciso di chiudere le sedi toscane di Pisa e Firenze trasferendo gli 82 dipendenti nella sede principale di Collecchio (Parma). I lavoratori hanno indossato una maglietta con la scritta “Cedacri C-Global più utili, meno lavoratori, vergogna”.

L’Unità 18.10.10

"L’alternativa alla destra è anche in quella piazza", intervista a Rosy Bindi

«Non tutto quanto è stato detto lì può essere condiviso da noi. Però un partito come il nostro non può permettersi di prescindere da quella piazza, non può non ascoltarne le ragioni.
Come del resto dobbiamo fare nei confronti di tutte le manifestazioni.
Ricordo che all’Assemblea di Varese Marini non è venuto perché ha ritenuto giusto andare alla manifestazione della Cisl e della Uil».
Ascoltare tutti,va bene,ma un partito deve o no difendere degli interessi, rappresentare delle istanze? Detta brutalmente, pensando ai due più contestati sabato, deve o no stare o con la Fiom o con Bonanni, o con la Fiom o con Marchionne?
«Deve stare con tutti e due e con nessuno dei due, in un certo senso. Oggi ci sono due grandi limiti nel sindacato italiano.Da una parte c’è un sindacato che pensa di poter rinunciare al conflitto, quando le relazioni sindacali e industriali non possono ignorare
che un conflitto c’è, né possono rimuoverlo.
Dall’altra c’è un sindacato, e questo è il rimprovero che faccio
alla Fiom, che ritiene che non ci siano le condizioni in questo momento per andare oltre il conflitto, e quindi si sottrae al confronto. Dall’altra parte nessuno ignora le ragioni poste
da Marchionne, che certamente interpreta esigenze del tempo della globalizzazione perché gli strumenti che abbiamo sono forse inadeguati a regolare nuovi rapporti, ma questo va fatto rispettando la Costituzione».
Il Pd, in tutto questo?
«Deve adoperarsi, come stiamo facendo, per ricercare tutti insieme impianti normativi nuovi che consentano di trovare una sintesi tra produttività e dignità del lavoro. Non si può pensare che la Costituzione sia superata e derogabile, e al tempo stesso non si può pensare che il modo in cui abbiamo tradotto quei principi in passato possa essere adeguato, oggi, a rispondere alle esigenze di un tempo profondamente cambiato. Bisogna superare queste due parzialità. E di fronte aungoverno che non ha politica industriale, diminuisce le politiche per il welfare, persevera in una politica fiscale che penalizza lavoro e famiglie e fa regali alle rendite, il Pd non può non porsi il problema di
come diventare un punto di riferimento politico per quella piazza».
E perché i manifestanti dovrebbero
prendere come punto di riferimento il Pd e non i partiti di Vendola o Di Pietro, che hanno ufficialmente aderito?
«Perché le posizioni di Vendola e Di Pietro sono sovrapponibili alle loro. Una politica puramente ricettiva, non in grado di trovare un punto di sintesi ulteriore con le altre parti della
società, non serve. Per questo basta il sindacato. Un partito che vuole governare deve trovare un punto di incontro anche con le esigenze di Marchionne. Non perché le valuta acriticamente, ma perché le assume insieme alle altre. Un’adesione è sbagliata anche perché il collateralismo col sindacato appartiene ai partiti di
classe. E questa non è la vocazione del Pd, che deve avere una vocazione maggioritaria, deve elaborare un progetto che parli a tutto il paese. Solo così siamo utili a quella piazza».

L’Unità 18.10.10

Liliana Cavani "Basta violenza donne difendetevi", di Silvia Fumarola

La regista firma per RaiUno “Troppo amore” storia di una giovane perseguitata dall´ex fidanzato. Nel cast Liskova e Poggio
Le vittime non si accorgono subito dei segnali che arrivano. Nel nostro caso il protagonista è un professore, un uomo socialmente rispettato. Gli uomini considerano le donne oggetti di loro proprietà e non accettano il rifiuto: vanno educati da ragazzini al rispetto. La vittima e il carnefice abitano una di fronte all´altro, nel centro della città; lei è solare, indossa jeans e maglietta, lui è un architetto elegante, professore universitario, di buona famiglia. Liliana Cavani segue la scena dal monitor, Massimo Poggio scende le scale di corsa, si avvicina a Antonia Liskova, è gentile, lei sale in auto. È riuscito a conoscerla. Non immagina, la ragazza bionda con lo smalto turchese sulle unghie, che quell´uomo con cui avrà una relazione arriverà a perseguitarla – inviandole prima cento rose poi togliendole la libertà – e si trasformerà in orco.
Troppo amore è una storia come tante, la fotografia di quello che sta succedendo in Italia, dal Nord al Sud. Gli uomini uccidono le donne che li lasciano, sparano alle mogli che hanno chiesto la separazione, strangolano le ex fidanzate. Non accettano che siano le donne a decidere. «Socialmente» osserva la regista «la vedono come una sconfitta». Il film – scritto dalla stessa Cavani con Angelo Pasquini e Roberto Tiraboschi – prodotto da Claudia Mori per RaiFiction, fa parte della collezione di quattro titoli per RaiUno sulla violenza alle donne Un corpo in vendita (Margarethe Von Trotta dirige La fuga di Teresa, Marco Pontecorvo Il segreto del web e Helena e Glory). «Ciò che rende il fenomeno drammatico è il ritardo nel cogliere la gravità di una vera emergenza» spiega Claudia Mori, che ha tenacemente difeso la fiction «Violenza domestica, stupro, stalking, prostituzione forzata purtroppo sono termini entrati nel linguaggio corrente. Un corpo in vendita indaga i temi legati a questa violenza, cercando di entrare, per quanto possibile, nella mente di chi la perpetua: l´uomo».
Un bollettino di guerra: secondo l´Organizzazione mondiale della sanità la violenza contro le donne rappresenta la prima causa di morte per il sesso femminile fra i 25 e i 44 anni. Nel mondo, una donna viene uccisa ogni otto minuti, l´Italia è la prima nazione in Europa per omicidi in famiglia. Tale è l´allarme sociale che su tutte le reti vanno in onda gli spot col numero verde antistalking («Ogni ora una donna è vittima di violenza: chiama il 1522»), istituito dal Ministero per le pari opportunità.
«Denunciare è il primo passo, ma c´è un problema culturale alla base» osserva la Cavani «le donne sono ancora considerate oggetti da parte degli uomini, che pensano di poter esercitare un possesso. Giorni fa, parlando con un attore, mi diceva di aver mandato un mazzo di fiori alla ragazza, accompagnato da un bigliettino: “Sei mia, sei mia, sei mia”. Me lo sono mangiato. Lei non è tua e non è di nessuno: è sua. Una volta “Io sono mia” era scritto sui muri, ma non è entrato abbastanza in testa, evidentemente: forse è tempo di pensare a un nuovo femminismo».
La regista di Portiere di notte, adottata dalla tv (De Gasperi, Einstein), parla con grande passione. «Vede, la storia che raccontiamo è comune, perché le donne non si accorgono subito dei segnali. Nel nostro caso Poggio interpreta un uomo socialmente rispettato, ma fragile: quando viene lasciato tira fuori la vera personalità. Non accetta il rifiuto. Le donne vengono uccise dal marito, dal fidanzato, non da una persona esterna al nucleo familiare. E sempre, nelle cronache, i vicini dicono che era “un uomo tranquillo”. Questo è sconvolgente, che nel 2010 un uomo non ammetta il rifiuto; manca la cultura del rispetto dell´altro».
Sopravvive l´idea del possesso. «È radicata in modo forte, nasce da secoli di patriarcato: l´uomo si accasa e “prende” moglie. La donna è sua: come il giardino, la casa, l´auto, l´idea di perderla non è contemplata» spiega la regista. «Un colonnello che lavora in un centro antiviolenza mi ha spiegato che spesso le donne non denunciano perché l´uomo porta a casa i soldi, perché così pensano di proteggere i figli». In Troppo amore il protagonista, una volta conquistata, cerca di cambiare la ragazza che ama. «Poggio è un professore universitario», continua la Cavani «non è rozzo, ha gli strumenti culturali, ma vuole gestire anche la compagna. Non accetta che vada a cena con gli amici, le dice come deve vestire, cerca di esercitare un controllo totale, le toglie l´autonomia e l´identità: la considera, appunto, una sua proprietà. Quando non ottiene quello che vuole inizia a picchiarla. Nel film la protagonista reagirà. Ma lo sa quante donne, di tutti i ceti sociali, vengono prese a botte e non parlano? Gli uomini vanno educati da ragazzini al rispetto, si danno per scontate troppe cose. Pensi solo ai comandamenti: “Non desiderare la donna d´altri”, “Non desiderare la roba d´altri”; sono il nono e il decimo. Non c´è “Non desiderare l´uomo d´altri”. Per questo insisto nel dire che c´è un problema culturale. Mi sembra, lo dico da cattolica, che anche la cultura cattolica non abbia aiutato molto le donne».

La Repubblica 18.10.10