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La sinistra insorge sul buono scuola: "Punisce i deboli", di Maria Teresa Martinengo

Cota ha annunciato la decisione di aumentare il buono scuola. I cinque milioni in più (da 11 a 16) per il buono scuola e l’allargamento dei parametri per facilitarne l’accesso, annunciati sabato dal presidente della Regione Cota al Festival della scuola paritaria cattolica, suscitano perplessità e proteste nella scuola statale e nel centrosinistra.
«Nella scuola statale – dice Tommaso De Luca, presidente dell’Asapi, Associazione scuole autonome del Piemonte – purtroppo non ce n’è abbastanza per tutti. Esempi sono il contributo di laboratorio e soprattutto i libri di testo. Le condizioni cambiano all’improvviso per licenziamenti e cassa integrazione e le famiglie non hanno alcun “soccorso”. Le scuole stanno finendo gli avanzi di fondi del diritto allo studio con cui riuscivano ad acquistare un certo numero di testi per darli in prestito d’uso. Ci sono esigenze non prevedibili che non hanno più soluzione». Quindi, una considerazione amara: «Se i docenti si asterranno davvero dai viaggi d’istruzione, quest’anno non avremo imbarazzi: i soldi per mandare in gita i meritevoli poveri non li abbiamo. Senza gite i ragazzi ridiventeranno tutti uguali».

Gianna Pentenero, ex assessore regionale all’Istruzione, difende le scelte della passata amministrazione: «Il tetto per la richiesta del buono scuola a 32 mila euro di reddito Isee va già incontro alle famiglie di fascia medio-alta della nostra regione e – valido per la scuola paritaria, per iscrizione e frequenza, e per la statale, per trasporti, mensa e così via – crea equità su tutto il sistema dell’istruzione. Modificare i parametri significa creare nuovamente condizioni di disparità e favorire chi ha redditi alti». La consigliera regionale Pd avanza una proposta: «Se Cota trova 5 milioni, gli ricordo altre urgenze. Come garantire i 9 milioni di sostegno alla scuola dell’infanzia cattolica come abbiamo fatto in passato, da questa giunta abbassati a 5: in Piemonte queste scuole svolgono un servizio che lo stato non riesce a coprire».

Roberto Placido, il consigliere regionale Pd che più di ogni altro si è battuto contro il buono scuola, è indignato. «Il centrodestra – dice – vuole affossare la scuola pubblica così come farà con la sanità pubblica: il progetto è chiaro. Personalmente, sono già andato 7-8 volte in Tribunale a testimoniare contro “i furbetti del buono scuola”: salvo pochi casi di errore, tutte famiglie benestanti. Contrasterò duramente l’intenzione di aumento delle risorse e allargamento dei parametri mentre si tagliano i fondi al diritto allo studio universitario. In Piemonte, voglio ricordarlo, si dava la borsa di studio a tutti gli idonei».

Anche Davide Gariglio, cattolico del Pd, già alla guida del Consiglio regionale, è scettico: «Quel che dice il presidente Cota ha un valore limitato, può essere l’ennesima esternazione di una campagna elettorale che non finisce mai. Anche perché non è vero che nella proposta di bilancio quei 5 milioni ci siano. Io non sono contrario all’idea, ma da dove pensa di prendere quei soldi dal momento che taglia ai più deboli e umili? Basta pensare al Diritto allo Studio».

Per Aldo Reschigna, capogruppo Pd in Regione, «ogni volta che Cota incontra un pezzo del Piemonte si impegna a fare promesse che non è in grado di mantenere o che sono sbagliate rispetto al contesto. La legge di bilancio massacra il Piemonte, rimettendo in discussione i servizi per i cittadini: pensare che in questa fase la Regione possa intervenire a vantaggio di persone che hanno un reddito in grado di permettere loro la libera scelta educativa, è un’offesa per tutti gli altri piemontesi».

La Stampa 18.10.10

"Manca ancora il rimedio agli squilibri" di Salvatore Padula e Gianni Trovati

Ti aspetti l’«autonomia di entrata» e invece, dopo un tourbillon di voci che scompaiono e di altre che le sostituiscono, ti ritrovi con la vecchia logica dei trasferimenti, nemmeno troppo mascherata. Un maquillage, attento a non turbare troppo gli equilibri, che non crea autonomia e che sembra piuttosto rispondere all’esigenza di cambiare tutto perché nulla cambi. Il federalismo fiscale potrebbe essere l’occasione vera per permettere alle province, e ai loro contribuenti, di capire davvero chi fa che cosa e con quali soldi. Dopo anni complicati, fatti di proclami di abolizione e di convegni in cui gli amministratori si limitavano a ribadire l’esigenza di un «governo di area vasta», la riforma federalista può essere il mezzo per riempire questa esigenza di contenuti. Così, però, non si va lontano. Solo colpa della fretta con cui il governo ha deciso di chiudere la fase preliminare del federalismo, per provare a blindare la riforma prima di entrare nel pieno della burrasca politica? Oppure è il prezzo da pagare per non infastidire nessuno all’interno della maggioranza? Qualunque sia la risposta, non c’è dubbio che nel disegno federalista del governo le province rappresentino l’anello debole. A loro dovrebbe andare solo un nuovo tributo “manovrabile”, l’imposta sulla Rc auto. A compensare la soppressione dei trasferimenti statali sarà la compartecipazione alle accise sulla benzina, quelli regionali saranno sostituiti da una fetta dei proventi del bollo auto che, par di capire, continuerà a essere gestito dale regioni. Ma le compartecipazioni, basate su un’aliquota fissa (ancora da decidere), nei fatti sono trasferimenti mascherati: cambia il nome, ma non cambia l’atteggiamento degli amministratori, chiamati solo ad attendere un assegno in arrivo da fuori. Se i principi del federalismo fiscale sono la responsabilità degli amministratori e la trasparenza nei confronti dei cittadini, messi in grado di valutare se le loro tasse si trasformano davvero in servizi, questi principi sono destinati a rimanere fuori dai palazzi delle province. Tra i vasi di ferro delle regioni e dei comuni, le province sembrano destinate a fare ancora una volta la parte del vaso di coccio.

Debolissime tra i deboli, poi, appaiono le zone “decentrate”, soprattutto al sud. Il problema era prevedibile, perché è facile capire che a Milano e a Roma girano più automobili che nelle province più povere. Così il bollo promette di essere molto generoso in Lombardia e Lazio, e del tutto insufficiente in Basilicata e Calabria.
Per affrontare il problema, il decreto del governo accenna a un «fondo sperimentale di riequilibrio», che sposterà risorse dalle zone ricche a quelle povere. Ma quale sarà il suo ruolo? Azzerare le differenze è impossibile e sbagliato: se l’Italia federale riproponesse gli stessi equilibri di oggi, la riforma sarebbe perfettamente inutile. Se però l’unico strumento lasciato agli amministratori del Sud per recuperare terreno è l’aumento dell’Rc auto, l’esito del federalismo in provincia è facile da prevedere.
Ed è questo il tasto più delicato dell’intera riforma, non solo per le province. Nei territori più deboli, dove la spesa in passoto ha corso sostenuta dagli aiuti centrale, il rischio che gli amministratori locali alzino le tasse per far quadrare i conti è concreto. Nelle regole sulle regioni, il governo è intervenuto in extremis con un comma che impedisce ai governatori di aumentare la pressione fiscale; come si possa conciliare questa regola con la possibilità di aumentare l’addizionale Irpef, però, rimane un mistero. Un mistero indicativo delle incertezze e dei tanti compromessi che accompagnano la «grande riforma».

Il Sole 24 Ore 18.10.10

"Chi c'è dietro quella banca? Il forziere di famiglia del Cavaliere", di Giuseppe D'Avanzo

Gli intrecci della Banca Arner. Di Berlusconi il “conto numero 1”. Tra i clienti Doris e i Previti. Nella sede milanese anche i conti delle holding che fanno capo ai figli Marina e Piersilvio. L’istituto è sotto inchiesta per riciclaggio, e Bankitalia ne certifica l’opacità. Lo spin è il movimento rotatorio, l’avvitamento o l’effetto ricurvo di un palla da gioco. Lo spinning è la procedura con cui il politico previene o contrasta la diffusione di informazioni imbarazzanti, è la tecnica che plasma le mezze verità per costruire storie, finzioni opportunamente orientate. Le procedure diversive sono tipiche dello spinning.

Se sei in imbarazzo su una questione, afferrane un’altra. Se non ce l’hai sotto mano, creala, inventala e parla di quello. Spiega chi studia e analizza i discorsi politici: “L’atteggiamento sensato di fronte alla strategia diversiva consiste nel riportare l’attenzione sulla questione principale: quali sono le domande a cui non è stata data risposta? Qual è la risposta e perché non viene fornita? Contro la diversione sistematica c’è un solo strumento: l’iterazione, il riportare insistentemente l’attenzione sul punto principale, sui contenuti in discussione, e sul vero e sul falso che lo riguarda” (Franca D’Agostini, Verità avvelenata, Bollati Boringhieri).

Sono utili queste definizioni per comprendere l’iniziativa di Nicolò Ghedini contro Report e apprezzare il lavoro iterativo di Milena Gabanelli perché non è la prima volta che Report affronta le opacità della banca Arner e il suo intreccio con gli affari, i soldi e gli uomini di Silvio Berlusconi. Se l’avvocato del Capo chiede un intervento contro una trasmissione Rai si finirà per parlare di Potere e di Rai e non di quel che ha rivelato l’inchiesta televisiva. Che al contrario è la questione più importante (l’altra, pur rilevante, ne è soltanto un corollario). Cerchiamo di capire di che cosa si tratta.

Nella sede milanese della banca svizzera Arner la famiglia Berlusconi ha quattro conti correnti per un totale di 60 milioni di euro, di cui uno intestato direttamente al presidente del Consiglio per dieci milioni (è il conto n. 1 della banca) e altri tre per 50 milioni a capo delle holding italiane Seconda, Ottava e Quinta, amministrate dai figli Marina e Piersilvio. Tra i clienti della banca ci sono molti nomi dello stato maggiore del Cavaliere: Ennio Doris, fondatore del gruppo Mediolanum; la famiglia dell’avvocato Cesare Previti, condannato in via definitiva per i casi Imi-Sir e Lodo Mondadori; Salvatore Sciascia, direttore dei servizi fiscali del gruppo Fininvest condannato in via definitiva dalla Cassazione a 2 anni e 6 mesi per la corruzione di alcuni ufficiali della Guardia di Finanza. Alla Arner vengono gestite le società anonime Centocinquantacinque e Karsira Holding, che a cascata controllano due società amministrate dalla famiglia di Giovanni Acampora anche lui condannato per il Lodo Mondadori. Alla Arner vengono gestiti i soldi della Flat Point Development Limited, una immobiliare con proprietari misteriosi che sta costruendo ville ad Antigua per Silvio Berlusconi. Infine, last but non least, la Arner ha avuto tra i suoi fondatori Paolo Del Bue che, nella sentenza che ha condannato David Mills, è definito l’amministratore di società (Century One, Universal One) riconducibili “direttamente a Silvio Berlusconi”.

La presenza di Berlusconi, dei figli, degli amministratori del patrimonio personale del Capo, degli amici del cerchio strettissimo – come Previti, Sciascia, Acampora: uomini che si immolano per salvare il Capo – lasciano credere che la Banca Arner sia nel cuore del Cavaliere. Così vicina alla sua attenzione che alcuni arrivano a sussurrare che Arner sia del Cavaliere. La questione merita una domanda diretta: signor presidente, la banca Arner è sua? L’interrogativo che, un anno fa, Milena Gabanelli propone al premier è però un altro. Report, nel novembre del 2009, dà conto delle opacità della Arner e illustra per quali ragioni e circostanze la banca vicina a Berlusconi è sotto il torchio dagli ispettori della vigilanza della Banca d’Italia che vi rintracciano “gravi irregolarità a causa delle carenze e delle violazioni in materia di contrasto del riciclaggio”.

L’inchiesta di Report in quell’occasione si chiude con un appello, diciamo così. Milena Gabanelli si chiede “se non sarebbe opportuno, per il premier, prendere i suoi 60 milioni di euro, spostarli dalla banca Arner e depositarli in un’altra banca italiana un po’ più trasparente”. L’appello cade nel vuoto. E la Gabanelli ora ci ritorna su. Questa volta scopre che il 20 settembre 2007 Berlusconi ha comprato quattro acri di terra da una società di Antigua, la Flat Point Development, impegnata a costruire sull’isola caraibica ville e villoni su un’area di 160 ettari. Report spiega che di questa Flat non si conoscono i proprietari effettivi. Sono protetti da un sistema di scatole cinesi che sfocia a Curacao, Antille olandesi, e da un rosario di prestanomi e fiduciari con nomi italiani. Legittimo quindi, anche in questa occasione, la seconda domanda che Milena Gabanelli pone a Silvio Berlusconi: “I 22 milioni di euro portati dal nostro premier ad Antigua corrispondono al reale valore di mercato di ciò che ha acquistato? E a chi li ha versati e chi è il proprietario di mezza isola? Un imprenditore catanese? Lui medesimo? Un’opacità che il presidente del Consiglio avrebbe il dovere di dissipare”.

Siamo allora al nocciolo della questione. Anche in questo caso, lo si può riassumere con qualche domanda. Chi è il proprietario effettivo della Banca Arner? E’ di Silvio Berlusconi? Se non lo è, il Cavaliere ne conosce l’identità? Se Silvio Berlusconi è soltanto uno dei correntisti – anche se il numero 1 – quali sono i motivi che lo spingono a utilizzare un istituto di credito di pessima reputazione, sotto inchiesta per riciclaggio, cosi oscuro da convincere Bankitalia a sostenere “l’impossibilità di accertare i beneficiari economici di alcune società che hanno il conto alla Arner Italia” e, fra queste, la Flat Point Development Limited di Antigua? A chi Berlusconi ha versato il denaro per acquistare i terreni di Antigua? Conosce i proprietari della Flat Point di cui i pubblici ministeri di Milano segnalano “l’assoluta opacità dell’effettivo beneficiario” e rilevano le “causali poco verosimili” di “trasferimenti di somme all’estero” tra Flat Point, la filiale italiana di Arner Bank (che ha due dirigenti indagati per riciclaggio) e poi la Arner svizzera? Può Berlusconi smentire pubblicamente che la Flat Point Development Limited sia una sua proprietà? Ecco queste sono le questioni imbarazzanti che hanno convinto Ghedini a giocare una palla ad effetto per parlar d’altro.

La Repubblica 18.10.10

"In cig 640mila: ogni lavoratore ha perso 5.500 euro", di Laura Matteucci

La crisi che non passa: a settembre erano oltre 640mila i lavoratori in cassa integrazione, e sono proprio loro ad aver subìto, nei primi nove mesi del 2010, un taglio netto del reddito per oltre 3,5 miliardi di euro, più di 5.500 euro per ogni singolo lavoratore. All’indomani della manifestazione di Roma, è l’Osservatorio cig della stessa Cgil a offrire nuovi motivi di protesta, con le elaborazioni delle rilevazioni Inps. Dall’analisi risulta che nel mese scorso il ricorso alle ore di cig ha segnato un aumento del 34,8% rispetto ad agosto. La crescita mensile «è minore se rapportata a quanto è avvenuto negli anni passati – dicono dall’Osservatorio – Questo non dipende da una crescita più contenuta nella richiesta della cig,m dal fatto che in questi ultimi tre anni si è stabilizzato in negativo uno zoccolo di cassa integrazione sempre più alto, fino ad attestarsi nell’anno in corso intorno ai 100 milioni di ore mese».
UN MILIARDO DI ORE Nel periodo gennaio-settembre l’aumento complessivo delle ore di cig è stato del 50,5% sullo stesso periodo del 2009, per un totale di 925.673.480 ore autorizzate: un trend che porterà, rileva il rapporto, «il cumulo delle ore del 2010 ben oltre il miliardo». Secondo il segretario confederale Cgil Vincenzo Scudiere, «la cig continua a crescere, nonostante segnali di ripresa dell’economia, mentre le crisi aziendali si moltiplicano senza che dal governo arrivino risposte adeguate». La cassa ordinaria (cigo) registra unaumento considerevole a settembre su agosto (+189%), tornando così ai valori medi degli ultimi tre mesi, anche se da inizio anno flette del 33,6% sui primi nove mesi dello scorso anno. La cassa straordinaria (cigs) fa segnare sempre a settembre un aumento su agosto del 39,9%. Nel periodo gennaio-settembre l’aumento è consistente (+168,7%), per un volume di 364.108.705 ore. I settori con aumenti maggiori nei primi nove mesi sono il metallurgico (+578,4%), il legno (+351,7%), il meccanico (+307,2%) e l’edilizia (+142,1%). La cassa in deroga (cigd), dopo un aumento ininterrotto da luglio del 2009, per la prima volta segna una battuta d’arresto: a settembre -8,9% su agosto.Dagennaio a settembre di quest’anno, comunque, l’aumento delle ore autorizzate sui primi nove mesi del 2009 è del 344,3%, e il raffronto con lo stesso periodo del 2009 evidenzia aumenti consistenti nel settore dell’edilizia (+1.532,6%), chimica (+553,1%), legno (+838%) e commercio (+442,5%). La piccola industria meccanica (+314,9%) ha il volume più alto con 87.825.904 ore da gennaio a settembre. Le regioni più esposte con la cigd restano la Lombardia (da inizio anno +264,9%), e l’Emilia-Romagna (+1732%). In quasi tutti i settori le percentuali di aumento della cassa in deroga vanno oltre il 300%. Scudiere rilancia l’allarme: «Il consistente aumento della cassa in deroga sta andando ben oltre il peso del 2009 – dice – È necessario e urgente un intervento del governo per rifinanziare lo strumento prima della scadenza di fine anno».

L’Unità 18.10.10

"Compito del Pd è avere un progetto non deve scegliere tra Cgil e Cisl", intervista a Pier Luigi Bersani di Claudio Tito

Serve un nuovo patto sociale. È necessario spostare l´attenzione sul livello aziendale di contrattazione e flessibilizzare quello nazionale. Abbiamo un governo irresponsabile, con un ministro del Lavoro che accende il fuoco anziché spegnerlo. Sacconi ha preso una piega mistica, pensa a un Paese che ha in testa solo lui.
Il giorno dopo la «pacifica» manifestazione della Fiom, il segretario del Pd non nasconde che tra i democratici siano emerse divisioni. Ma sostiene che il suo partito non debba schierarsi nei confronti sindacali. Ritiene che il suo compito debba essere quello di lanciare un nuovo «Patto sociale» per affrontare l´emergenza-lavoro. E per questo si batte per «l´unità di Cgil, Cisl e Uil». «Ma – premette – sono irritato per come qualcuno ci descrive. Noi non siamo incerti, non abbiamo una linea opportunista. Chi lo dice non capisce un accidente».
Con chi ce l´ha?
«Con qualche commentatore. Il Pd è un partito che discute. Ma soprattutto ha un compito diverso da quello di aderire o meno a manifestazioni sindacali».
Sta di fatto che nel campo dell´opposizione la confusione non è mancata. C´è chi ha appoggiato la linea della Fiom e chi quella della Cisl.
«I metalmeccanici della Fiom hanno diverse buone ragioni e vanno ascoltati. Così come quelli della Fim e della Uilm non possono essere considerati dei traditori. E vanno ascoltati anche loro. Chi può ricomporre l´unità, deve dare una mano. Un partito di governo come il nostro, lo ribadisco, non è un sindacato. Si definisce per il patto sociale che propone».
Intanto, sabato scorso Bonanni e Angeletti sono stati accusati di tradimento.
«Non va bene, l´ho detto. C´erano dei cartelli inaccettabili, ma il leit motiv di quella manifestazione non è stato questo, non è stata la cifra del corteo. Proprio perché in giro c´è questo tipo di problema, ci sono questi toni e queste tensioni, bisogna fare in modo di raffreddare il clima».
Le divergenze tra i democratici hanno sfiorato la spaccatura.
«E infatti lo dico anche ai miei. Il compito del partito è avere un progetto suo da portare ovunque e non misurare le distanze da un sindacato».
E´ la linea per tenere insieme Casini e Vendola? Il leader Udc sostiene che la manifestazione di sabato non può essere la base per un´alternativa riformista.
«Ma Casini ha anche detto che non si può lavorare per dividere il mondo del lavoro. La gente che stava a San Giovanni è una fonte di energia che va considerata. Guai a pensare che le forze del lavoro e anche quelle delle impresa non siano una risorsa per un progetto di alternativa».
Non avverte il pericolo che proprio su questo terreno possa venire meno la possibilità di costruire un´alleanza per battere Berlusconi?
«Certo che ho questa preoccupazione e per questo sto lavorando. L´alternativa deve nascere sulla ricomposizione. Sto lavorando per dare corpo all´alternativa con un progetto».
Nel frattempo, quando bisognerà schierarsi sulle scelte del sindacato, cosa farete? Ad esempio, appoggerete lo sciopero generale?
«Non mi avventuro in scelte che toccano al sindacato. Epifani ha detto che se non verranno risposte, allora ci sarà lo sciopero. Questo per me vuol dire che si può aprire un percorso di confronto. Altrimenti spero che le scelte siano unitarie».
Intende dire l´unità di Cgil, Cisl e Uil?
«Devono ritrovare la strada del confronto. Perché vedo davanti a noi mesi complicati. Più di un milione e seicentomila persone hanno perso il lavoro o sono in cassa integrazione. Le tensioni sindacali rischiano di diventare tensioni tra lavoratori. Ho visto litigare gente che ha lavorato per trent´anni insieme. In questo momento serve senso di responsabilità».
Il segretario della Cisl dice che in piazza si è cercata solo l´unità della sinistra. Il sindacato vuol trasformarsi in partito?
«E´ un´idea fuori dalla realtà».
Nel governo c´era chi si aspettava qualche incidente.
«E invece è stato tutto pacifico. Certo, non sono mancate posizioni non condivisibili e non mi riferisco al sindacato. Ma abbiamo anche un governo irresponsabile con un ministro del Lavoro che accende il fuoco anziché spegnerlo».
Proprio Sacconi sostiene che a protestare c´era l´Italia minoritaria.
«La piega di Sacconi è ormai mistica. Pensa a un Paese che si è messo in testa solo lui. C´è un´ideologia berlusconian-tremontian – sacconiana per cui, di fronte all´emergenza della globalizzazione e del lavoro, non si può fare niente. Noi abbiamo un´altra idea».
Quale?
«Serve un nuovo “patto sociale”. In tutto l´occidente c´è la crisi del lavoro. Certamente bisogna spostare l´attenzione sul livello aziendale di contrattazione e flessibilizzare il livello nazionale».
Il contratto nazionale per la Cgil non si tocca. Lei mette il dito nelle divisioni del sindacato.
«Tutti sanno che la globalizzazione richiede uno sforzo. Per spostare il confronto sul livello aziendale, bisogna pure porre il problema delle regole della rappresentanza. Cioè di una democrazia più compiuta sui luoghi di lavoro. Avremo inoltre bisogno di una nuova legislazione sul lavoro».
Ad esempio?
«In primo luogo introdurre il salario minimo per chi è fuori dalla contrattazione nazionale. Poi, a parità di costo del lavoro, evitare che un´ora di lavoro precario costi meno di un´ora di lavoro stabile. Non ci può essere l´incentivo al lavoro precario.
Per battere i cinesi, insomma, non possiamo diventare anche noi cinesi. Bisogna poi mettere il patto sociale dentro una politica economica industriale fatta di riforme a cominciare da quella fiscale. Certo, questo governo non la farà. Ma non possiamo aspettare che Tremonti apra il discorso solo perché si avvicinano le elezioni».
Anche lei definirebbe Marchionne un dittatore?
«No, semmai è diventato un po´ americano. Ma il problema è che non ha avuto un governo e un ministro. Nessuna interlocuzione, non hanno fatto niente. In questo contesto Marchionne fa un pò il battitore libero».

La Repubblica 18.10.10

"«Bandiera rossa alla materna». Gelmini bocciata in storia", di Ma.Ge.

Il ministro Maria Stella Gelmini questa volta non ha perso tempo. Le è bastato sfogliare Il Giornale di Feltri e Sallusti, per decidere di inviare gli ispettori. «Altro che Adro, a scuola sventola la bandiera rossa», titolava ieri in prima pagina il quotidiano milanese. La prova? A pagina 7, una foto con la bandiera di Rifondazione e Comunisti italiani che sventola su un muro antico. Sotto la didascalia inserita in redazione non lascia spazio ai dubbi su ciò che al lettore viene mostrato con tanta enfasi: si tratta della «scuola materna San Marco di Livorno ». «Livorno, a scuola sventola la bandiera comunista», ribadisce il titolo. Per Il Giornale è la prova provata che può nascere un altro caso Adro, questa volta con i simboli giusti al posto giusto. «Il caso di Adro per settimane è stato il simbolo della presunta ingerenza della politica in un istituto scolastico – tirano la morale al Giornale – . Ma nessuno si scandalizza se in una materna del centro storico della città toscana campeggia il vessillo del Pdci». Tanto rumore per la scuola che il sindaco leghista aveva fatto costruire con i simboli del Sole delle Alpi incisi ovunque e adesso come metterla con gli eredi del Pci che governano la città di Livorno? Maria Stella Gelmini non ha dubbi su come rispondere all’appello. La lettura ha un effetto shock. Detto, fatto. Viale Trastevere sposa subito la crociata. Prima dell’ora di pranzo, parte la controffensiva. «Il ministero – recita una nota ufficiale, diramata alle 12.30 – rende noto che è stata ordinata un’ispezione nella scuola dell’infanzia San Marco di Livorno. Il provvedimento si è reso indispensabile per verificare la notizia secondo cui sarebbe presente nell’ istituto una bandiera del Partito dei Comunisti Italiani». Le parole che seguono sarebbero state perfette per Adro: «La scuola è un’istituzione pubblica che deve garantire a tutti un’educazione imparziale ed autonoma rispetto a qualsiasi orientamento politico», ribadisce il ministro. Peccato che nel caso di Adro Maria Stella abbia impiegato otto giorni solo per chiedere, gentilmente, al sindaco di rimuovere i simboli leghisti dalla scuola fatta costruire a immagine del suo partito. Il sindaco gli rispose picche. Ma a inviargli gli ispettori, in quel caso, il ministro non ha pensato. Ha preferito che fosse la Lega a sbrigare in casa la faccenda. Ad ogni modo, mandare gli ispettori, in questo caso, potrebbe rivelarsi utile. Almeno per il ministro, che avrà l’occasione di ripassare un po’ di storia. La «bandiera rossa» infatti a Livorno sventola ma non sulla scuola San Marco. Cheper altro adesso haun altro nome, tutt’altro che trinariciuto. Si chiama «l’Alveare». Il muro che si intravede nella foto del Giornale è quel che resta del teatro San Marco. Un rudere a cui è affissa la lapide in ricordo del Partito comunista d’Italia che in quel teatro nacque il 21 gennaio del 1921. «A Livorno quel sito è una immagine storica di una certa forza, chi deponeva una corona, un fiore, un cartello, un commento, ed è sempre rimasto nella tradizione della nostra città», spiega Patrizia Villa, segretaria locale della Flc-Cgil. La scuola, che ora si chiama l’Alveare, ha il suo ingresso dalla parte opposta in via del Casino. «Fu costruita negli anni ‘70 sul retro del vecchio teatro», racconta Lamberto Gianni, segretario cittadino di Sinistra e Libertà. Altro che Adro: «A Livorno che è da semrpe una città governata dalla sinsitra non verrebbe in mente a nessuno di esibire i simboli della tradizione politica in un luogo pubblico tanto meno in una scuola». Forse è per questo che, in effetti, a Livorno, confermano, in tanti anni, per quella bandiera non si è «scandalizzato» nessuno.

L’Unità 18.10.10

"Ecco perché le tasse non caleranno", di Stefano Lepri

Cinque volte negli ultimi 15 anni l’Italia c’era riuscita. Non è quindi inattingibile una riduzione annua del debito pubblico nella misura che il presidente della Bce Trichet suggerisce all’area euro di adottare come rigida regola per il futuro. Però, a che condizioni c’eravamo arrivati? In quattro casi sotto governi di centrosinistra (1997, 1998, 2000, 2007), in uno sotto un governo di centrodestra (2002), ci aiutarono o manovre di bilancio molto pesanti o annate grasse di crescita dell’economia; e, marginalmente, anche incassi da privatizzazioni.

Dalla trattativa europea che riprende oggi a Lussemburgo la regola sul debito probabilmente non uscirà tanto severa quanto la Bce vorrebbe.

Giulio Tremonti si dice già sicuro che in ogni caso non entrerà in vigore prima del 2016, ossia in una data in cui ci saremo sicuramente lasciati dietro le tristi urgenze della crisi. Tuttavia, in un modo o nell’altro, un po’ più o un po’ meno, il Patto di stabilità dell’euro sarà reso più stringente di quanto è adesso. Per un Paese nelle condizioni dell’Italia in parole povere questo significa che nell’arco del prossimo decennio, e anche dopo, un calo delle tasse ce lo possiamo soltanto sognare.

Non si discute di fantomatiche «manovre aggiuntive» da fare in un arco di tempo breve. Questo del debito, comunque venga fuori dal negoziato europeo, è un discorso di prospettiva. Anzi, un nuovo sistema di regole ben fatto, credibile, per il futuro, può addirittura risparmiare sacrifici. L’euro non può più funzionare secondo il principio dello scaricabarile (o del free riding, per dirla nell’inglese degli economisti). I singoli Stati non possono fare i furbi pensando che l’effetto delle proprie trasgressioni sarà compensato dalla rettitudine di altri Stati. Per questo motivo i mercati verrebbero placati in modo più duraturo da un nuovo Patto di stabilità severo che da un accumulo affannoso di misure di austerità immediate.

All’ingresso nell’euro, 12 anni fa, il Belgio era in condizioni simili all’Italia; seguendo un percorso come quello che Trichet ci indica, ora è classificato tra i Paesi solidi (pur essendo assai più diviso al suo interno, tra due popoli di lingua diversa, di quanto sia l’Italia fra Nord e Sud). Per noi, ricordando i casi delle cinque annate in cui il traguardo l’abbiamo raggiunto, ridurre il debito significa soprattutto porsi il problema di come tornare a una crescita economica più sostenuta, e non farsi illusioni. La spesa pubblica dovrà per forza essere ridotta (benché destra e sinistra possano continuare ad avere idee diversissime su dove fare i tagli) e la pressione fiscale non potrà calare (benché si possa fare moltissimo per distribuirla meglio, ad esempio combattendo l’evasione, colpendo di più le rendite e meno le imprese e il lavoro).

Il presidente della Banca centrale europea ci consiglia di portare il bilancio dello Stato in pareggio. Facendo la più realistica previsione di bilanci in deficit dell’1,5-2%, un calo significativo del debito è possibile se la crescita tornerà verso il 2% annuo. Se proseguiamo con le tendenze attuali – deficit che tutt’al più ritornerà sotto la soglia del 3% e crescita media del prodotto lordo all’1% annuo – il debito resterà all’incirca dov’è, con i mercati sempre pronti a saltarci addosso. Il caso del Giappone conferma che i Paesi dove l’alto indebitamento pubblico è compensato da bassi debiti delle famiglie e delle imprese sono meno instabili, come Tremonti sostiene a proposito dell’Italia. Ma Trichet vede difficile tradurre questo fattore in numeri precisi, in «criteri chiaramente definiti, senza margini di discrezione dovuti a circostanze eccezionali, e senza deroghe»; una formula contorta dai compromessi, fa capire, non offrirebbe la credibilità necessaria.

La Stampa 18.10.10