Latest Posts

«Per non rinunciare al futuro», appello della Rete29Aprile

Il sistema scolastico e universitario italiano è in grave pericolo. Un pericolo serio, reale, non dovuto al dilagare della tv spazzatura, non provocato dal terrorismo islamico e stranamente neppure causato dai mutamenti climatici; la scuola e l’università italiana sono a rischio perché si tagliano drasticamente le risorse che, pur tra mille difficoltà, hanno permesso fino a oggi il loro funzionamento e garantito l’esistenza di insegnanti e ricercatori convinti di star svolgendo un compito importante.

Forse è per questo senso profondo di autostima e di fiducia verso se stessi che insegnare non è un lavoro come un altro. Fare ricerca non è una comoda pratica per timbrare il cartellino e poi subire un lavoro più o meno tollerato o detestato: è spendere sogni, anni, fatica e sudore per studiare, interpretare, valutare, elaborare ipotesi, fare confronti, trasmettere conoscenze e gli strumenti per elaborarle.

In tutti i Paesi dell’Unione europea l’insegnamento, dalle scuole materne alle università, è considerato attività degna del massimo rispetto, in quanto riserva strategica di competenze e sapere; nel nostro Paese l’insegnante è screditato agli occhi di un’opinione pubblica resa sempre meno responsabile verso il futuro, il docente universitario viene visto come un comodo elefante parcheggiato in una placida savana, mentre il ricercatore viene considerato un tipo strambo prossimo al disadattamento.

Non è esagerazione dare queste definizioni, sono le stesse che possono spiegare il progetto di mutazione antropologica del Paese che vari governi hanno portato avanti nel tempo. Prima, con la campagna di tagli indiscriminati all’istruzione, all’Università e alla ricerca avviata nel giugno 2008; poi, con il DdL per l’università che, in questo momento, sta arrancando alla Camera, dove gli è stato imposto un salutare “stop”: una riforma strategica non si può fare senza risorse.

In totale, alla formazione scolastica e universitaria italiana vengono sottratti in cinque anni 10 miliardi di euro. Si tratta di una cifra paragonabile all’entità degli aiuti inviati in Italia col Piano Marshall dal 1948 al 1952. Quattro anni che allora cambiarono in meglio un Paese devastato dalla guerra, cinque anni che oggi possono distruggere quello che rimane di un sistema scolastico e universitario che un tempo era reputato tra i migliori al mondo.

Un piano Marshall al rovescio che rappresenta il più complesso e strutturato attacco al sistema dell’istruzione inferiore, media e superiore attuato in Italia dalla nascita dello Stato unitario. Una campagna che da un lato mira a dequalificare i docenti accorpando le classi di insegnamento – nel caso della scuola media inferiore e superiore – e dall’altro a colpire le università come centri di ricerca e studio. Viene infatti accentrato il controllo degli Atenei nelle mani dei rettori e dei Consigli di amministrazione; si precarizzano ulteriormente i canali di accesso alla docenza; ogni rappresentatività negli organi di governo degli atenei viene ridimensionata; viene prevista la possibile trasformazione delle università in fondazioni dalla natura giuridica ambigua, libero campo di speculazione e di profitto per consorterie di furbetti e rapaci. Infine, non vengono previste assunzioni per sostituire i pensionamenti e vengono lasciate inalterate retribuzioni che, soprattutto nel caso dei «giovani» ricercatori appena assunti, rasentano il ridicolo per un lavoro di alta specializzazione: 1.200 € al mese. Insomma, l’Università e la Scuola vengono relegati in un ruolo secondario, mentre in tutta Europa, si combatte la crisi investendo in istruzione e ricerca per garantire un futuro.

I firmatari di questa lettera denunciano questo scempio scellerato a tutti i cittadini coscienti del ruolo fondamentale che la scuola e la università hanno giocato nella formazione di ciascuno di loro, richiedono al governo di recedere dall’azione di impoverimento dell’istruzione e ricerca pubblica; chiedono una riforma del sistema universitario condivisa e ragionata e non improvvisata su logiche aziendalistiche fuori luogo, dicono sì alla tutela della professionalità e al riconoscimento dei meriti ma chiedono anche l’adeguamento delle retribuzioni ai livelli degli insegnanti e ricercatori dei Paesi dell’Unione europea.

Un paese nel quale chi insegna o ricerca è costretto ad andarsene o vergognarsi di ciò che fa, perché sottovalutato, denigrato e offeso proprio da chi dovrebbe garantire la sua professionalità, non è un paese né per giovani né per vecchi: è un paese di anime morte.

(clicca QUI per sottoscrivere)

Viadana (MN) – Incontro Prospettiva Scuola

presso Auditorium Aula Magna ITC – Piazzetta OreficeProgramma

20,30 Saluti: Cesarina Baracca, Segretaria Circolo PD Viadana
Moderatore: Enrico Grazioli, direttore de “La Gazzetta di Mantova”
Interventi:
La scuola che vogliamo e che non è
On. Manuela Ghizzoni, Capogruppo PD commissione Cultura, Scienza e Istruzione alla Camera
Scuola Primaria: per un’educazione di qualità’88 0-6 anni
Patrizia Roncoletta, Dirigente comprensivo di Bozzolo e D.D. Viadana
Scuola secondaria di primo grado: quale patto educativo?
Wainer Melli, Dirigente comprensivo “Il Milione” Suzzara, Sindaco di Suzzara
Effetti della riforma della scuola secondaria di secondo grado: Licei, Tecnici, Professionali
Marina Bordonali, Dirigente Liceo Scientifico di Mantova
La nuova autonomia scolastica: quale orizzonte?
Ernesto Flisi, Dirigente Liceo Classico di Mantova, Presidente AISAM
Scuola e precariato: l’impatto nella didattica
Silvia Carne, Insegnante precaria scuola secondaria di primo grado
La Scuola e il territorio:
Il Comune e i servizi per la scuola
Gabriele Oselini, assessore Pubblica Istruzione Comune Viadana
La Provincia e l’offerta d’istruzione
Armando Federici Canova, assessore Pubblica Istruzione Provincia di Mantova
22,30 Conclusioni – Dibattito

«Berlusconi e le ville ad Antigua: bufera sull'inchiesta di "Report"»

La ricostruzione del programma della Gabanelli: “Acquistate da società legata alla banca Arner”. Ghedini: “Pronti ad azioni legali, grave se manca il contraddittorio”. La conduttrice: prima veda servizio
Bufera “preventiva” sul programma di Raitre “Report”. La trasmissione, condotta da Milena Gabanelli, si appresta a mandare in onda questa sera un’inchiesta sulle ville di Berlusconi ad Antigua.

L’isola caraibica, immersa in uno spettacolare contesto naturale, è uno dei 38 Stati inseriti dall’Ocse nella “lista grigia” dei paesi che (pur avendoli sottoscritti) non rispettano gli standard fiscali internazionali. Secondo il servizio di “Report” che andrà in onda stasera il premier avrebbe investito venti milioni per acquistare una serie di immobili sull’isola. Paolo Mondani , giornalista del “team” della Gabanelli, si è recato ad Antigua per raccogliere informazioni. E la ricostruzione è destinata a far discutere

Al catasto locale l’inviato di Raitre ha trovato un documento dal quale risulterebbe che il 20 settembre 2007 Silvio Berlusconi avrebbe comprato quattro acri di terra, versando per quella operazione un milione e settecentomila euro alla società Flat Point, i cui proprietari sono nascosti da un sistema di scatole cinesi. Secondo “Report” tuttavia la società avrebbe anche una filiale in Italia. Alla fine si arriva anche vicedirettore della Banca Arner di Lugano, la cui filiale milanese era stata commissariata dopo che gli ispettori di Bankitalia avevano lanciato l’allarme sui «rischi di riciclaggio» a causa dell’impossibilità di conoscere i beneficiari di alcuni conti. Fra questi, sottolinea Report, c’è proprio la Flat Point.

La reazione del premier è affidata al suo legale Ghedini. Sarebbe davvero «grave» se la Rai mandasse in onda la puntata di “Report”, «tra l’altro senza alcun contraddittorio», è l’avvertimento del deputato Pdl che in una nota punta il dito contro «un programma con notizie insussistenti e diffamatorie e senza alcun contraddittorio». Ghedini parla di notizie «totalmente fuorvianti e palesemente diffamatorie poiché si basano su assunti già dimostratisi insussistenti». «Come risulta dagli atti – spiega l’avvovato del Cavaliere – il Presidente Berlusconi ha regolarmente acquistato un terreno in Antigua pagandolo con regolare bonifico e indicandolo nella denuncia dei redditi. Negli anni successivi, con regolari fatture, assistite da stati di avanzamento lavori, bolle di accompagnamento e consegne nonché perizie, sono stati pagati i lavori di costruzioni e arredo con altrettanto regolari bonifici da banca italiana a banca italiana. Tale denaro è stato quindi versato in Italia alla società costruttrice dell’immobile».

A stretto giro arriva le replica della gabanelli: «Ma l’avvocato Ghedini come fa a parlare se non l’ha ancora vista la puntata di stasera? Non capisco gli interventi prima di vedere i contenuti di un servizio», dice la giornalista. «Non mi risulta che ci siano problemi, quindi io stasera andrò regolarmente in onda – spiega la Gabanelli all’agenzia Ansa – e darò puntualmente conto della posizione di Ghedini leggendo in trasmissione la sua nota. Ma quello che lui dice non risponde alla domanda fondamentale che viene posta nel pezzo che andrà in onda stasera. Io valuto il nostro pezzo che è corretto e ben scritto e anche lui dovrebbe prima vederlo». Anche l’opposizione protesta. «A che titolo l’avvocato Ghedini chiede la censura preventiva contro “Report”?», chiedono in una nota il senatore del Pd Vincenzo Vita e il deputato del gruppo Misto Giuseppe Giulietti, portavoce Articolo21. «Ci auguriamo – proseguono – che a nessuno venga in mente di tappare la bocca ad una giornalista seria autorevole e libera come Milena Gabanelli anche perché sarebbe singolare che le inchieste si possano fare solo sul presidente Fini». Per Franceschini quella di Ghedini è «un’arrogante intimidazione».

da www.lastampa.it

«La miseria del cuore che fa il pieno di share», di Natalia Aspesi

Chi se la ricorda più la piccola Sarah, dal corpicino sottile e dal sorriso innocente, coi biondi capelli lisci di tutte le sue identiche coetanee, e la minigonna sulle gambe infantili.
Quindici anni e l´aspetto ancora di bambina, a vederla nelle immagini del cellulare e dei video di famiglia, mentre fa le smorfie e ha voglia di scherzare, di giocare: di vivere. L´hanno ammazzata, e perciò col passare dei giorni da protagonista si è fatta comparsa, la sua immagine si è affievolita, poi si è annebbiata la sua persona, si è dimenticato che era viva: è uscita di scena, perché anche nei romanzi gialli, nei film noir e nelle fiction thriller, della vittima si finisce col perdere le tracce, ciò che conta sono gli assassini, e meglio se ad ogni capitolo, ad ogni scena, la storia si ingarbuglia, i sospetti crescono, deviano, si fanno sempre più caldi, gli indizi si accumulano, i detective indagano, arrivano le prove scientifiche, poi le confessioni: e la ferocia si estende dall´atto terribile che spegne una vita così breve, alla morbosità del coro sempre più vasto, della moltitudine di estranei che rimuovono le crepe della loro vita immergendosi senza pietà nelle storie macabre degli altri: spettatori di una tragedia che gelidamente infiamma ed eccita, i vicini, il paese, la stampa, ovviamente la televisione che tutto accumula e tutto cancella.
Ci sarà prima o poi un omicidio in diretta, o un suicidio come nel vecchio (1976), preveggente ‘Quinto potere´ di Sidney Lumet, e in quel momento il picco di share farà del sagace e fortunato conduttore una star insuperabile? Sino a ieri il protagonista della maratona televisiva da Avetrana era questo Michele Misseri, un orco dall´aspetto intristito e fragile, attaccato al suo cappelluccio come al distintivo della sua modesta persona, in grado di narrare, della sua vita spenta e invisibile di operaio, di contadino, di padre di famiglia, quel momento buio e luminoso, inenarrabile: «È stato un raptus. L´ho strangolata nel garage di casa mia, poi l´ho caricata in macchina e l´ho portata in campagna, l´ho spogliata, ho bruciato i vestiti e ho seppellito Sarah nuda». Dice anche di aver violentato il giovane corpicino cadavere. C´era bisogno di raccontare agli inquirenti tanto orrore, non bastava dire l´ho ammazzata? No, non bastava, forse per liberarsi da un incubo o forse per rendere ancora più appetibile la sua orribile storia alla stampa e soprattutto alla televisione, che appena c´è un´efferatezza l´afferra e la dilaga non ponendosi più alcun limite.
Finalmente nella vicenda che fa perdere la testa a ogni conduttore (pare di sentire le voci di quegli imprenditori che dopo il terremoto dell´Aquila se la ridevano), entra l´immancabile Donna Funesta, che di solito è una fatalona crudele come le sapeva dipingere Boldini. Ma in questa storia la femmina sinistra è una ragazza di 22 anni un po´ cicciotta, con gli occhi azzurri del padre assassino, molto chiacchierina, sicura di sé, e se davvero colpevole, grande attrice: anche lei ha vissuto il suo momento fatale, è uscita dal torpore della vita di paese, ha intravisto il futuro luminoso che tutti pensano l´apparire in televisione possa assicurare. Lei, Sabrina, ragazza senza storia, è stata vista da milioni di persone, che hanno parlato di lei, l´hanno ammirata, compatita, ed ora si divideranno come sempre in innocentisti e colpevolisti.
Lei si dice innocente, e forse lo è, e non basta il suo esibizionismo o forse la sua capacità di mentire a fare di lei una colpevole. Anche perché se lo fosse, bisognerebbe chiedersi da quale miseria del cuore e del pensiero può venire l´odio, il desiderio, il gesto che uccide, anche qui senza ragione: non si uccide per eliminare una rivale di un amore inesistente, non si uccide perché la cuginetta è più carina e più felice, non si uccide per paura che si venga a sapere che il padre è sporcaccione, non si diventa complici del padre assassino che ha appena strangolato la cuginetta ed amica del cuore. A vent´anni non può essersi spento il senso della vita, non si può dimenticare un padre nel momento in cui strangola la sua amica e cugina, senza restarne segnata per sempre.
Ma Sabrina non si è mai mostrata sconvolta e per questo forse si proverà che non è colpevole. O che lo è doppiamente. O forse si può davvero uccidere o diventare complici di un assassino perché succede nei romanzi e negli sceneggiati, dove spesso però c´è chi resuscita (vedi Beautiful) e comunque se sei in gamba, la fai franca. Si sa che è in famiglia, la sacra famiglia che tutti vogliono proteggere, che accadono i fatti più spaventosi, ma ogni volta pare impossibile: lo zio, la nipote, la cuginetta, chissà chi altro, e tutti finalmente in televisione, spettatori, conduttori, a dimenticare la pietà, il rispetto, il dolore. Lo share sarà stato fantastico, a ‘Chi l´ha visto?´, ‘La vita in diretta´, ‘Porta a porta´, ‘Quarto grado´ ‘Matrix´ e continuerà ad esserlo attorno al cadavere della povera Sarah. Ma poi i numeri hanno un senso tutto loro: se l´altra sera ‘Matrix´ ha raggiunto il recordo storico, se ‘Quarto grado´ l´han seguito in più di 4 milioni, vuol dire che la maggioranza assoluta degli italiani ha visto altro, o, più probabilmente, ha tenuto spenta la tv.

da www.repubblica.it

«Nel Pdl è caos totale. Accuse ai coordinatori», di Francesco Bei

Pdl, piano di Berlusconi per evitare il collasso “Capi locali eletti, riparta il tesseramento”. Poi avverte Tremonti: “Qui solo uno è insostituibile e non è lui”. L´offensiva di Fli sul territorio aggrava le guerre intestine. Scontro tra gli ex An e “Liberamente”. La proposta al vertice di mercoledì, ma il premier blinda i tre coordinatori

Il Pdl è a un passo dall´autodissolvimento. La prossima settimana è vissuta da molti come quella decisiva. Deborah Bergamini, un tempo braccio destro del Cavaliere e ora tra i ribelli che in Toscana si oppongono a Denis Verdini.
E per descrivere la «malattia» che ha infettato il Pdl usa la metafora del Signore degli Anelli: «Berlusconi è come Theoden, il re buono finito sotto l´incantesimo del malvagio Vermilinguo. Speriamo che spunti un Gandalf, un mago che lo liberi».
Per placare la rivolta che sale dal basso, ammesso che non sia troppo tardi, Berlusconi ha tirato due leve. Prima ha blindato i tre coordinatori nazionali, lasciando cadere l´ipotesi di sostituirli. Quindi ha accettato, dopo mille titubanze, una regola dalle conseguenze imprevedibili: per la prima volta i capi regionali del Pdl non saranno più scelti a palazzo Grazioli ma eletti dalla base. E così anche i coordinatori comunali e provinciali, in un esperimento inedito di democrazia “normale”, imposto dall´Opa lanciata da Fini con Futuro e Libertà. Il paradosso, semmai, è che a scrivere il progetto, che sarà approvato mercoledì dall´ufficio di presidenza, siano proprio quei tre coordinatori nazionali contro cui si appuntano tutte le critiche dei delusi dal partito. Ma è questa l´essenza del metodo Berlusconi: non schierarsi mai con una parte sola, tenere tutti sulla corda.
A far saltare tutti gli equilibri interni del Pdl è stata la scissione di futuro e libertà. Gli ex Forza Italia si sono sentiti ancora più ostaggio di Ignazio La Russa, coordinatore e ministro, e degli altri “quadrumviri” ex An: Alemanno, Gasparri e Matteoli. Per questo, per lanciare un´offensiva contro gli ex An, è nata la corrente di “Liberamente”, espressione dei ministri Frattini, Gelmini, Carfagna e Prestigiacomo. Non a caso, alla vigilia dell´ufficio di presidenza di mercoledì, proprio Frattini è venuto allo scoperto chiedendo ieri che i tre coordinatori – Bondi, La Russa e Verdini – siano sostituiti da un «coordinatore unico». Una parola in codice, che per gli ex forzisti significa semplicemente: Berlusconi li cacci via. La Russa è furibondo, tanto da essere arrivato a minacciare di formare gruppi autonomi alla Camera e al Senato. Denis Verdini, da toscanaccio, non riesce a tenere a freno la lingua: «Questi signorini che sanno molte lingue forse non si rendono conto che ora c´è Fli che ha scatenato dappertutto un´offensiva contro di noi e loro cosa fanno? Portano la guerra in casa nostra!». Il coordinatore nazionale, che nel week end ha presentato il progetto di democratizzazione del Pdl direttamente al Cavaliere, si sfoga contro Liberamente e difende gli ex An: «A forza di dire che sono fascisti e prepotenti, questi “tipini” mettono a rischio il Pdl. Si dovrebbero ricordare che il Pdl è un successo straordinario: avevamo 4 province e ne governiamo 60 su 100, governiamo nella metà dei comuni capoluogo e nella maggioranza delle regioni».
Il piano per la “rivoluzione dal basso” è messo nero su bianco e si intitola «regolamento per l´indicazione del coordinamento regionale». Prevede che in ogni regione si formi un´assemblea di “eletti” composta dai parlamentari, consiglieri regionali, sindaci. Se questa platea riuscisse a mettersi d´accordo su un nome e lo votasse con un quorum del 70 per cento, Berlusconi sarebbe “costretto” a nominare Tizio coordinatore regionale. Un modo per superare la logica delle quote e costringere i vari ras locali a mettersi d´accordo. Partirà inoltre anche una campagna di tesseramento – attualmente ci sono solo 150 mila iscritti ed è stata necessaria una circolare per costringere i parlamentari a tesserarsi – in vista dei congressi locali che si terranno nella primavera del 2011. Questa è la road map immaginata da Berlusconi insieme ai tre coordinatori. Ma non è detto che sia sufficiente a frenare la crisi in atto. Tanto che Pier Ferdinando Casini ha messo in preallarme i suoi: «La situazione è più grave di quanto si pensi, alcuni amici ex Dc sono pronti a votare un altro governo».
Su e giù per l´Italia il Pdl in molti casi è allo sbando. Al Nord c´è la pressione della Lega, ma è al Centro-Sud che si sta liquefacendo. «Berlusconi – si lamenta Roberto Tortoli – ha ancora in mente il comitato elettorale, ma così sul territorio c´è il tana libera tutti. Bisogna fare subito un partito vero. Non è possibile che se uno come me, che ho fondato Forza Italia, chiede l´elenco degli iscritti della sua regione, mi si risponda: “a che ti serve?”». L´offensiva di Fli gioca una parte importante, fungendo da calamita per tutti i delusi. Proprio in Toscana ha aderito due giorni fa ai finiani l´ex vicepresidente del consiglio regionale, Angelo Pollina. Un´uscita che segue quelle dell´ex capogruppo Pdl al comune di Firenze, Bianca Maria Giocoli, anche lei ex Forza Italia. Quando non sono i finiani, è la guerra tra potentati locali a squassare il Pdl. In Sicilia Micciché ha fondato “Forza del Sud”, per trattare in proprio con Berlusconi. In Puglia la rivalità tra Raffaele Fitto e Gaetano Quagliariello è ormai leggendaria. Basti pensare che a luglio, quando Quagliariello presentò il suo libro al Teatro Petruzzelli di Bari insieme a Nichi Vendola, su 1700 posti a sedere nemmeno uno era occupato da un amico di Fitto. Per non parlare della Campania, dove il partito è ancora sotto shock per la vicenda del dossieraggio contro Caldoro. E tra i seguaci di Cosentino e gli altri ras si combatte con il coltello tra i denti in vista della candidatura a sindaco di Napoli.
Per la prima volta anche i giovani sono in rivolta. Li guida Francesco Pasquali, attaccato pesantemente da Fabrizio Cicchitto. Pasquali non le manda a dire: «Anche da noi ci vorrebbe un Renzi per rottamare certi baroni. I ragazzi in giro per l´Italia hanno ormai superato i trent´anni e nessuno li ha mai candidati a niente. Devono stare attenti, c´è una generazione del Pdl che è satura e io non so per quanto riuscirò a tenerli buoni».
Ma, per quanto grave, non è la situazione del Pdl la più difficile che Berlusconi si trova ad affrontare. Il premier, racconta chi gli ha parlato in queste ore, è molto «seccato» e «preoccupato» per le mosse di Giulio Tremonti. Giovedì scorso ha placato l´ira dei ministri contro Tremonti, dicendo a tutti: «Lasciate fare a me». E stavolta è deciso a farlo sul serio: «Tremonti deve capire che il premier sono io. Qua dentro c´è solo una persona insostituibile. E quella persona non è lui».

da www.repubblica.it

«Elicotteri e caccia per gli italiani. Il grande affare del fronte afghano», di Umberto di Giovannangeli

Il messaggio che il Governo ha inteso lanciare con le parole del ministro La Russa non è rivolto a rassicurare i nostri soldati o l’opinione pubblica. Quel messaggio è indirizzato alle lobby militari-industriali che spingono da anni per avere nuovi aerei». Vale la pena approfondire l’argomento, praticare questa pista, tanto più che a indicarla non è un irriducibile pacifistamauna persona che ha trascorso buona parte della sua vita nell’esercito: il generale Fabio Mini, già Capo di stato maggiore delle forze Nato nel Sud Europae comandante della missione Kfor dal 2002 al 2003. Una torta da 29 miliardi di euro. In cacciabombardieri, elicotteri e caccia da combattimento.Commesse miliardarie. Che per essere «movimentate » hanno bisogno di una trasformazione sul campo della presenza italiana nella guerra afghana. Una presenza più aggressiva nelle operazioni di bonifica del territorio porta con sé non tanto un incremento del numero dei nostri soldati impegnati al fronte, quanto di unacrescita, qualitativa e quantitativa, di mezzi di supporto aereo ai combattimenti in cui sono impegnate le forze scelte italiane.
Commesse che riguardano ad esempio, 131 caccia F-35 (15 miliardi), i caccia F-35 sono il risultato del programma di riarmo internazionale Joint Strike Fighter (Jsf) lanciato dagli Stati Uniti a metà degli anni ’90, al quale hanno aderito molti Paesi alleati, tra cui l’Italia nel1996 con il primo governo Prodi (adesione confermata nel 1998 dal governo D’Alema e nel2002 dal secondo governo Berlusconi). Il nostro Paese partecipa al consorzio industriale Jsf – guidato dalla statunitense Lockheed Martin – attraverso l’Alenia, l’azienda aeronautica del gruppo Finmeccanica.
La base di assemblaggio dei 131 caccia bombardieri sarà in provincia di Novara, presso la base militare di Cameri, in uno stabilimento apposito che entrerà in funzione nel 2012. I primi aerei saranno pronti invece nel 2013: ogni F35 vale 91 milioni di euro. Questa è la più imponente commessa per Alenia Aeronautica, che fa già affari d’oro con le forniture all’aeronautica militare italiana dei caccia Eurofighter e con quelle degli aerei militari da trasporto C-27J «Spartan» alle forze aeree degli ex satelliti sovietici recentemente entrati a far parte della Nato. Va peraltro ricordato che Jsf (caccia da attacco combinato) è un «aereo da combattimento» di tipo stealth (bassa rilevabilità dai radar ed altri sensori) e ha due stive interne per missili e bombe che possono essere anche di tipo nucleare.
Queste caratteristiche ne fanno un’arma micidiale in missioni di attacco e bombardamento contro obiettivi nemici. In attesa dello smobilizzo delle nuove commesse, Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha confermato che il contingente italiano sarà rinforzato con tre elicotteri da combattimento Mangusta e tre elicotteri Ab 412 e Ab 212 da trasporto e evacuazione medica; tre aerei da trasporto C27J e due velivoli a pilotaggio remoto Predator. Finmeccanica si è anche aggiudicata commesse per un valore totale di oltre 384 milioni di euro attraverso le sue controllate Selex Galileo, Alenia Aeronautica e Selex Sistemi Integrati.
Selex Galileo si è aggiudicata commesse per un valore totale di circa 352 milioni di euro. In particolare, un contratto, del valore di circa 242 milioni di euro, riguarda la fornitura di 88 radar Captor per gli Eurofighter Typhoon della Tranche 3A. Le prime consegne dei radar avverranno nel 2012 e la produzione si svolgerà in Italia, Germania, Spagna e Regno Unito. A questa commessa si aggiunge l’aggiudicazione di contratti in Italia per un valore complessivo di oltre 110 milioni di euro per attività di supporto logistico a vari programmi fra i quali: Eurofighter Typhoon, Tornado, radar Grifo, simulatori e aerobersagli Mirach. Affari anche con il Pakistan. Le Forze armate pakistane utilizzano dall’estate2009 unproprio sofisticatissimo aereo senza pilota di dimensioni ridotte rispetto ai più noti Global Hawk dell’Us Air Force. Il mini Hawk, il «piccolo Falco», è un aereo spia tattico in grado di sondare metro per metro il territorio ed inviare leimmagini ai centri dicomandoterrestri per una loro elaborazione. Il Falco Uav , è stato progettato e realizzato da Selex Galileo (già Galileo Avionica), una delle aziende del comparto Finmeccanica. Il «Falco» è in grado di volare a medie altitudini, ha un raggio di azione di 230 km e un’autonomia superiore alle 12 ore di volo, e può trasportare carichi differenti tra cui, in particolare, sensori radar ad alta risoluzione. F-35 e non solo. Chi si oppone a questi investimenti di guerra, ha calcolato che 5 miliardi di euro sarebbero recuperabili dall’ultima trance per l’acquisto di 121 caccia Eurofighter (già spesi 13 miliardi); stoppando l’acquisto delle 1o Fregate (Fremm) per la marina militare si risparmierebbero altri 5 miliardi di euro e fermando le commesse per 100 elicotteri NH90 resterebbero a disposizione altri 4 miliardi di euro. «Chi dunque ha voluto e vuole questa guerra afghana che ci costa quasi 2 milioni di euro al giorno? Chi decide di spendere oltre 600 milioni di euro in un anno per mantenere in Afghanistan 3300 soldati, sostenuti da 750 mezzi terrestri e 30 veicoli? Come facciamo tra poco ad aggiungere al nostro contingente altri 700 militari? Quante scuole e ospedali si potrebbero costruire? Chi sono i fabbricanti italiani di morte e di mutilazioni che vendono le armi per fare questa guerra? Chi sono gli ex generali italiani che sono ai vertici di queste industrie? Che pressioni fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’arma? Quanto lucrano su queste guerre la Finmeccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto Melara, l’Alenia Aeronautica e le banche che le finanziano? ». Ed ancora: «A cosa serviranno per il nostro benessere e per la pace i cacciabombardieri Jsf che ci costano 14 miliardi di euro (quanto ricostruire tutto l’Abruzzo terremotato)? E le navi Fremm da 5,7 miliardi di euro? E la portaerei Cavour – costata quasi 1,5 miliardi e per il cui esercizio sprechiamo in media circa 150.000 euro al giorno – come contribuirà a costruire la pace?E come è possibile che il Parlamento abbia stanziato 24 miliardi di euro per la difesa nel bilancio 2010? A chiederlo, in una lettera-appello, sono esponenti del mondo cattolico impegnati nel campo della pace e della solidarietà concreta, tra i quali monsignor Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta; Alex Zanotelli e Domenico Guarino, missionari comboniani, suor Elisabetta Pompeo, suor Daniela Serafin, suor Anna Insonia, missionarie comboniane. Domande che attendono risposta.
Un altro dato significativo: la progressione del costo di questa guerra per le casse del nostro Paese, dal 2001 al 2009: 70 milioni di euro nel 2002, 68 milioni nel 2003, 109 milioni nel 2004, 204 milioni nel 2005, 279 milioni nel 2006, 336 milioni nel 2007, 349 milioni nel 2008, 540 milioni nel 2009, per mantenere operativi 3.300 soldati, 750mezzi terrestri (tra carri armati, blindati, camion e ruspe) e 30 velivoli (4 caccia-bombardieri, 8 elicotteri da attacco,4da sostegno al combattimento, 10 da trasporto truppe e 4 droni). E per il 2010 la previsione di spesa cresce ancora, sia per l’aumento del contingente di altri 700 soldati che per l’ammodernamento dei mezzi a disposizione. Ma c’è anche chi, sul fronte opposto si chiede: «Che senso ha spendere centinaia di milioni di euro per aggiornare i cacciabombardieri Amxe Tornado se poinon li si impiega per bombardare il nemico? Perché comperare da Boeing, per 34 milioni di dollari, 500 Small Diameter Bombs a basso potenziale e concepite per ridurre i danni collaterali se poi non le imbarchiamo sui nostri jet in Afghanistan?».
Agli uni e agli altri dovrebbe una risposta chiara il «confuso» La Russa. Ma questa sì che appare davvero una «mission impossible».

da www.unita.it

«Le promesse bugiarde del ministro senza soldi», di Eugenio Scalfari

Il rappresentante italiano nella Banca centrale europea, Lorenzo Bini Smaghi, parlando giovedì scorso ad un convegno dell´Aspen è stato lapidario nel formulare la ricetta per uscire dalla stretta della crisi economica che turba con rinnovato vigore i mercati internazionali. Ha detto: «Il voto premia chi coniuga rigore e crescita». Monsieur de La Palisse non avrebbe potuto dir meglio. Anche il nostro ministro dell´Economia ha stilato la stessa ricetta rinviandone l´esecuzione al decreto “Milleproroghe” che sarà varato alla fine di dicembre. In quella sede – ha promesso per placare il crescente malumore dei suoi colleghi di governo – troverà i soldi che oggi non ci sono, avviando la fase 2 della politica economica.
La fase dello sviluppo affiancato appunto a quella del rigore. Ma ha anche avvertito che lo “sviluppismo” potrà aver luogo soltanto se l´Europa adotterà quella stessa linea e se gli Usa non aggraveranno ulteriormente la caduta del dollaro sul mercato dei cambi. Giuste riserve. Ma poiché sappiamo già che l´Europa non ha alcuna intenzione di percorrere la strada dello sviluppo per la semplice ragione che la Germania non ne ha alcuna intenzione anzi ha annunciato una politica addirittura opposta; e poiché la Fed americana dal canto suo ha come obiettivo dominante quello di portare il cambio del dollaro a 1,5 in termini di euro; tutto ciò significa che Tremonti non potrà mantenere gli impegni presi nel Consiglio dei ministri di tre giorni fa. Non ha soldi oggi e ne avrà ancora di meno a dicembre.
Alla fine dell´anno infatti, secondo i calcoli della Tesoreria, bisognerà far fronte a 5 miliardi di spese obbligatorie derivanti dal rifinanziamento della cassa integrazione, dalle missioni militari all´estero e da altre spese già impegnate. La sola riserva di cui dispone è la vendita delle frequenze digitali di proprietà dello Stato che varranno sì e no 3 miliardi. Si ritroverà dunque con un buco di 2 miliardi, un´Europa ancorata al rigore della Bundesbank e un dollaro in caduta libera. Le sue promesse dell´altro ieri hanno dunque credibilità zero, salvo forse qualche spicciolo destinato al federalismo che come pompa aspirante di risorse si rivelerà un pozzo senza fondo.
Il 2011 segnerà il culmine della crisi finanziaria e occupazionale: la Banca d´Italia del resto ha compiuto ieri un passo del tutto inusuale; il ministro dell´Economia aveva bollato con l´aggettivo “ansiogeni” i dati della disoccupazione forniti da Via Nazionale, ma la risposta è arrivata subito ed è stato il direttore generale della Banca, Saccomanni, a recapitarlo al mittente rivendicando l´assoluta esattezza del livello di disoccupazione che non è dell´8,5 come sostenuto dal Tesoro ma dell´11 per cento.
Questo è dunque lo stato dei fatti per quanto riguarda il nostro paese; ma per capir meglio quanto sta accadendo e quanto presumibilmente accadrà nei prossimi mesi bisogna allargare l´analisi al quadro internazionale.
* * *
Sembrava un fenomeno marginale la caduta del dollaro e lo sarebbe se non fosse il segnale di un generale disordine economico internazionale e di una crisi che minaccia al tempo stesso il livello dell´occupazione, la recessione della domanda e della produzione, il pericolo incombente d´una deflazione, una nuova crisi del mercato immobiliare americano, la fragilità dei debiti sovrani di molti paesi a cominciare da quello Usa. Infine la determinazione americana di svalutare il dollaro, le resistenze della Cina ad accettare una rivalutazione della propria moneta che penalizzerebbe le esportazioni e lo sviluppo della sua economia.
Ci sono alcune vittime di questo disordine: il Brasile, il Sudafrica, l´Africa povera e soprattutto l´Europa. La scena mondiale che si offre al nostro sguardo è dunque afflitta da problemi inquietanti che fanno prevedere un 2011 di difficoltà che continueranno molto probabilmente fino al 2013 e anche oltre.
La difficoltà numero uno si sta manifestando in America dove la ripresa della produzione dell´occupazione si è bloccata dopo timidi segnali positivi nel 2009. Difficoltà nel sistema bancario che si sperava fossero superate, stasi delle costruzioni, stasi dei consumi e degli investimenti. La perdita di popolarità del presidente Obama e del Partito democratico avrà una probabile sanzione nelle elezioni di medio termine che avranno luogo nelle prossime settimane e che rischiano di trasferire ai repubblicani la maggioranza del congresso. Ciò accrescerà le difficoltà di Obama a governare l´economia. Il debito pubblico Usa è altissimo e così pure il deficit della bilancia commerciale.
In queste condizioni la Fed ha deciso di immettere sul mercato una nuova iniezione di liquidità per rivitalizzare la domanda interna e sostenere le banche. Questa manovra avrà inizio il 3 novembre prossimo – così ha annunciato Bernanke, presidente della Fed – con l´acquisto di titoli di Stato, di obbligazioni e anche di titoli “tossici” che ancora affliggono i bilanci di alcune grandi banche.
Si ignora il quantitativo di questa operazione ma sarà certamente di notevole rilievo se vorrà avere qualche effetto sul mercato. L´acquisto di titoli avverrà con la stampa di nuova moneta e quindi con l´aumento del deficit pubblico. L´obiettivo non è soltanto quello di rivitalizzare la domanda interna ma anche di svalutare il dollaro che potrebbe presto raggiungere e superare la soglia di 1,5 in termini di euro. L´altro obiettivo è di arrivare ad un´inflazione del 2 per cento se non di più. Sembrerebbe, da questa molteplicità di fini, che le autorità monetarie americane puntino sull´inflazione per alleggerire il peso dell´enorme stock di debito pubblico. È una strada classica, una sorta di imposta regressiva che grava soprattutto sui redditi fissi, lavoratori pensionati e risparmiatori che hanno investito in titoli pubblici i loro risparmi. E se la strategia americana è questa, essa provocherà ripercussioni gravi in Europa.
Nel frattempo, per contrastare la discesa del dollaro, molte Banche centrali hanno deciso di comprare dollari e acquistare buoni del Tesoro americani. Sono dunque due le mani che acquistano Treasury Bond con obiettivi contrastanti: la Fed per immettere liquidità sul mercato e far scendere il cambio del dollaro; alcune Banche centrali straniere per impedire che il dollaro scenda. Il risultato è l´aumento di riserve in dollari in mano a Banche centrali a cominciare da quelle di Cina, Giappone e Emirati del Golfo: una sorta di deterrente che condiziona dall´esterno la politica economica americana.
* * *
Di fronte a questo scontro tra giganti che sconquassano i mercati inseguendo disegni che spesso non sono idonei a riportare ordine e sicurezza, una cosa è certa e avvalorata da tutte le inchieste fin qui effettuate: l´esito più drammatico della crisi è la distruzione mondiale di posti di lavoro. La crescita economica è molto fiacca, specie nei paesi dell´Occidente opulento, ma anche quando riprenderà con maggior vigore non creerà nuovi posti di lavoro. Sarà, come si dice nel gergo economico corrente, una crescita “jobless”.
Il recente rapporto dell´Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) è molto chiaro su questo punto. L´occupazione nelle economie avanzate riuscirà a tornare ai livelli pre-crisi non prima del 2015. La differenza tra i livelli del 2007 e quelli attuali in cifre assolute è di 14,3 milioni di posti di lavoro, mentre 8 milioni sono i posti di lavoro perduti nei paesi emergenti. La differenza totale dei posti di lavoro tra il livello del 2007 e quello del 2010 è dunque di oltre 22 milioni.
Il fenomeno si aggrava se si considera la disoccupazione di lungo periodo, dal minimo di un anno a cinque anni e all´uscita definitiva dal mercato del lavoro. Questo fenomeno penalizza in particolare le donne e il precariato giovanile. Nell´Unione europea, secondo il rapporto dell´Ilo, il tasso della disoccupazione di lungo periodo è del 37 per cento rispetto alla disoccupazione totale. La maglia nera spetta purtroppo all´Italia con il 46 per cento.
Questo fenomeno dipende in parte dalla delocalizzazione dell´industria manifatturiera verso paesi che hanno costi del lavoro molto più bassi dei nostri. Pensare di arginare questo fenomeno in un´economia globale è pura illusione. Mi sono sforzato più volte di segnalare questo problema che si può equilibrare non già impedendo le deroghe ai contratti nazionali vigenti ma recuperando una concertazione permanente tra parti sociali e governo che affronti i problemi della politica economica non abbandonandola nelle mani di un solo ministro con tentazioni dittatoriali. Vedo però che queste proposte non fanno strada. E´ più populistico predicare interventi pubblici che impediscano la delocalizzazione, ipotesi peraltro irrealizzabile in un libero mercato. Proseguendo in questo modo avremo la botte vuota e la moglie astemia o se si vuole la beffa e il danno.
* * *
La politica della Bce e della Commissione di Bruxelles è stata finora sostanzialmente passiva di fronte alla crisi. All´inizio alcuni paesi minacciati dalla crisi finanziaria e bancaria intervennero con robusti sostegni di liquidità aggravando i loro deficit di bilancio. La Bce dal canto suo non lesinò liquidità al mercato e al sistema bancario e ridusse i tassi di interesse dopo lunghi indugi, mantenendoli tuttavia di un paio di punti al di sopra dei tassi americani. L´Italia fu risparmiata dalla crisi bancaria perché i nostri istituti di credito sono stati più prudenti negli impieghi in titoli esteri.
L´ora di abbinare rigore e crescita era quella, ma fu sprecata. L´Europa si limitò a galleggiare sul mare tempestoso nella convinzione che le acque tornassero rapidamente calme. Errore grave, di Bruxelles, di Francoforte e anche di Roma.
Adesso di fronte alle minacce d´una nuova crisi e di nuove strategie che richiederebbero da parte europea decisioni dinamiche e appropriate, la Germania e la sua Banca centrale hanno deciso di prendere in mano il timone e attuare una “exit strategy” di rigore ancor più severo: sanzioni automatiche per chi viola il patto di stabilità, diminuzione degli stock di debito pubblico che superino il 60 per cento del Pil (l´Italia è al 118), diminuzione della liquidità, divieto all´acquisto da parte della Bce di titoli di Stato di paesi membri in difficoltà.
Marciamo dunque dritti verso un aumento della disoccupazione e verso un mercato dominato dalla deflazione. Il che significa un aumento del peso reale del debito pubblico e degli oneri che questo comporta.
Il presidente del Consiglio pensa ai suoi problemi personali e aziendali, il ministro dell´Economia non ritiene di tassare i ricchi per alleviare il ceto medio. Perciò andremo a sbattere di brutto nei prossimi mesi. Non vorrei essere anch´io ansiogeno come Draghi, mi limito come Draghi a dire semplicemente la verità.

da www.repubblica.it